giovedì 23 giugno 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 12:23
Nei Licei CLASSICi C'è Seneca: Lettera 74 a Lucilio di Seneca il testo per il Classico - Il brano proposto è Lettera a Lucilio, lettera 74: 'Il vero bene è la virtù'

Quicumque beatus esse constituet, unum esse bonum putet 1quod honestum est; nam si ullum aliud existimat, primum male de providentia iudicat, quia multa incommoda iustis viris accidunt, et quia2 quidquid nobis dedit breve est et exiguum si compares mundi totius aevo. Ex hac deploratione nascitur ut3 ingrati divinorum interpretes simus: querimur quod non semper, quod et pauca nobis et incerta et abitura contingant. Inde est quod nec vivere nec mori volumus: vitae nos odium tenet, timor mortis. Natat omne consilium nec implere nos ulla felicitas potest. Causa autem est quod non pervenimus ad illud bonum immensum et insuperabile ubi necesse est resistat voluntas nostra quia ultra summum non est locus. Quaeris quare virtus nullo egeat? Praesentibus4 gaudet, non concupiscit absentia; nihil non5 illi magnum est quod satis. Ab hoc discede iudicio: non pietas constabit, non fides, multa enim utramque praestare cupienti patienda sunt ex iis quae mala vocantur, multa impendenda ex iis quibus indulgemus tamquam bonis. Perit fortitudo, quae periculum facere debet sui; perit magnanimitas, quae non potest eminere nisi omnia velut minuta contempsit quae pro maximis vulgus optat; perit gratia et relatio gratiae si timemus laborem, si quicquam pretiosius fide novimus, si non optima spectamus.

Traduzione:

Chiunque decida di essere felice, pensi che esiste un solo bene, cioè ciò che è onesto; infatti se pensa che ve ne sia qualcun altro, anzitutto, giudica male la provvidenza, perché molte sventure accadono agli uomini giusti e perché qualsiasi cosa che ci è data è di breve durata ed esigua se la paragoni alla durata del mondo intero. Da questo lamento deriva che siamo interpreti ingrati dei benefici divini: ci lamentiamo che sono non continui, che ce ne tocchino pochi, incerti e destinati a svanire. Da ciò deriva che non vogliamo né vivere né morire: ci prende un odio verso la vita e un timore della morte. Ogni proposito è incerto, né alcuna felicità può soddisfarci pienamente. La causa, appunto, è che non siamo giunti a quel bene immenso e insuperabile dove è necessario che si fermi la nostra volontà perché non esiste luogo oltre la sommità. Chiedi perché la virtù non abbia bisogno di nulla? Gode di ciò che ha a disposizione, non desidera ciò che non ha; quel che per essa è grande è quel che basta. Allontanati da questo principio: non vi sarà pietà, non vi sarà fedeltà, infatti chi vuole osservare l’una e l’altra (virtù) deve sopportare molti di quelli che sono chiamati mali, e deve sacrificare molte di quelle cose di cui ci compiaciamo come se fossero (veri) beni. Viene meno il coraggio, che deve dare prova di sé nel pericolo; viene meno la grandezza d’animo, che non può risaltare se non disprezza come cose di poco conto ciò a cui il volgo aspira come grandissimi beni; viene meno la riconoscenza e la restituzione di un favore se temiamo la fatica, se abbiamo conosciuto qualcosa di più prezioso della fedeltà, se non guardiamo alle cose migliori.

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mercoledì 22 giugno 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 13:36
La questione energetica sarà la sfida del terzo millennio. Molti ormai sono convinti di questo. Anche le Organizzazioni Unite e molte Nazioni hanno messo in cime alle proprie agende politiche l’impegno per trovare una soluzione a questo problema che sempre più tira in ballo non più e non soltanto gli interessi economici, ma anche quelli “ambientali”. La tragedia nucleare giapponese è solo l’ultimo drammatico esempio di come gli uomini possono rovinare la vita di se stessi se affrontano il “problema energetico” in modo sbagliato. Anche in Italia, l’esito dell’ultimo referendum ha risentito molto di quello che è successo in Estremo Oriente.
Ed allora eccole possibili soluzioni: Pannelli solari in orbita, biocarburanti estratti dalle alghe marine, batterie per auto elettriche con autonomia di 600 km capaci di immagazzinare a lungo anche l'energia del vento, CO2 trasformato in metallo per essere catturato e sepolto nelle centrali a carbone. Sono "le cinque tecnologie che cambieranno tutto". Secondo un'inchiesta di qualche anno fa, pubblicate dall’autorevole Wall Street Journal queste innovazioni segneranno il nostro futuro. Salveranno il pianeta dal cambiamento climatico; ridurranno l'inquinamento; saranno il motore di un ciclo di sviluppo economico sostenibile, generando milioni di posti di lavoro nelle attività "verdi".

Ci sono delle condizioni, però. Nessuna di queste tecnologie oggi è disponibile a prezzi competitivi con le vecchie forme di consumo energetico. Perché vincano la corsa contro il tempo dovranno ricevere sostegno dai governi e dal settore privato. Ma non è una scommessa impossibile. In molti paesi la ricerca scientifica e la sperimentazione sono ormai a un passo dal traguardo. Le energie rinnovabili come l'energia eolica, l’energia solare, quella idroelettrica e le biomasse possono giocare un ruolo importante nella lotta contro la doppia sfida della sicurezza energetica e del riscaldamento globale, perché producono meno emissioni di gas serra rispetto ai combustibili fossili. Queste fonti energetiche sono tenute a svolgere un ruolo chiave nella creazione di posti di lavoro e nuove tecnologie che possano far riemergere l’Europa dalla crisi economica.

"La fine della nostra dipendenza dai carburanti fossili - annuncia il rapporto speciale del Wall Street Journal - può essere ormai questione di qualche decennio. Queste cinque tecnologie, se hanno successo, cambieranno lo scenario energetico mondiale". La prima di queste soluzioni realizzerà un sogno che gli scienziati accarezzano già da trent'anni: sfruttare l'energia solare laddove essa è molto più abbondante, perché non è "schermata" dall'atmosfera terrestre. La soluzione? Mettere in orbita geostazionaria - a circa 30.000 km di altitudine - dei satelliti trasformati in centrali solari. I loro pannelli fotovoltaici trasformeranno la luce in elettricità. Poi li trasmetteranno sulla terra sotto forma di onde di energia, non molto dissimili dal principio usato nei forni a micro-onde, senza pericoli per la sicurezza e la salute. Il costo maggiore è la messa in orbita di queste centrali solari, ma si sta riducendo rapidamente. In una mezza dozzina di paesi - conclude l'inchiesta - governi e imprese private sono alleati in questa nuova corsa alla conquista dello spazio, e le prime centrali in orbita saranno operative entro un decennio.

Al secondo posto viene il problema del trasporto privato, che insieme con le centrali elettriche è una delle principali fonti di CO2 del pianeta. L'auto elettrica fa progressi veloci, ma continua a scontrarsi con l'alto costo e la scarsa autonomia delle batterie. La soluzione: una nuova generazione di batterie dette "al litio-aria" con un'efficienza dieci volte superiore a quelle attuali. Sempre per le automobili, occorre trovare un'alternativa ai biocarburanti attuali: questi rubano terre coltivabili ai raccolti per usi alimentari, creano inflazione nelle derrate agricole, spesso inquinano quanto il petrolio. La riposta è nelle alghe: la loro produttività per i biocarburanti è 15 volte superiore alle benzine verdi estratte dai cereali. Gli Stati Uniti possono produrre abbastanza alghe marine da soddisfare solo con queste tutto il fabbisogno di carburanti per auto.

Per le energie rinnovabili come eolico e solare il limite finora è l'impossibilità di conservare la corrente prodotta: quella che non si consuma subito viene perduta. Ma anche qui il balzo tecnologico è imminente: grazie a batterie al litio che potranno immagazzinare l'energia dai pannelli fotovoltaici e dal vento. Orizzonte 2020 per il "carbone pulito": qui la soluzione è già stata sperimentata in impianti di piccole dimensioni, che catturano e sotterrano CO2. Se l’intera produzione annuale di litio fosse nei prossimi anni dedicata "solo" alla fabbricazione di batterie, si potrebbero equipaggiare 10.000.000 di auto ibride e 1.000.000 di auto elettriche. Ma anche la domanda di pile legata agli apparecchi elettronici è destinata ad aumentare. Per questa ragione alcune aziende, come la Lux Research, prevedono possibili difficoltà di approvvigionamento di litio a medio termine, con conseguente incremento del prezzo.

Dagli ultimi rapporti pubblicati, si evince che nello specifico l’Italia attraverso le fonti rinnovabili soddisferà un terzo della domanda elettrica al 2020, come stabilito dal recente Piano Nazionale d’Azione delle fonti rinnovabili. Inoltre l’Europa entro la metà del secolo dovrebbe essere in grado di soddisfare con l’energia verde il 100% di tutta la sua domanda elettrica. Speriamo siano dati che troveranno conforto nella realtà dei fatti: ne guadagneremmo tutti noi.

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"In the future everyone will be world-famous for 15 minutes": è questa la profezia del visionario artista Andy Warhol pittore ed esponente della pop art americana.

L'espressione è una parafrasi di una riga del catalogo della mostra di Warhol per una mostra al Moderna Museet, a Stoccolma, da febbraio a marzo 1968.
Il catalogo diceva: "In futuro tutti saranno famosi per 15 minuti. " Nel 1979 Warhol ha ribadito la sua affermazione, "... la mia previsione dal Sessanta finalmente si è avverato:. In futuro tutti saranno famosi per 15 minuti " Diventare annoiati continuamente chiesto su questa dichiarazione particolare, Warhol ha tentato di confondere intervistatori cambiando la dichiarazione variamente a "In futuro 15 persone saranno famosi" e "In 15 minuti tutti saranno famosi."

Il celebre ed eclettico artista non era nuovo ad aforismi orginali come ad esempio: La cosa più bella di Tokio è McDonald's. La cosa più bella di Stoccolma è McDonald's. La cosa più bella di Firenze è McDonald's. Pechino e Mosca non hanno ancora nulla di bello; Roma è l'esempio di ciò che accade quando i monumenti di una città durano troppo a lungo; Tutti gli scandali aiutano la pubblicità, perché non c'è migliore pubblicità della cattiva pubblicità.

Molti dei sui geniali interventi avevano a che fare con il futuro, con la comunicazione, con le nuove forme di veicolazione delle notizie e della propria immagine. In tal senso va considerata la frase in cui Warhol indicava già all'epoca che nel futuro 15 minuti di notorietà non si negheranno a nessuno… Basta pensare alla tv o ai giornali di oggi: concorrenti di talent show o reality, sconosciuti per lo più, che per la durata della trasmissione diventano degli idoli; criminali o presunti tali che diventano star mediatiche e modelli da emulare.. il tutto, pur di far ascolto, e avere un prodotto da vendere.

In Italia il primo esempio può essere considerato una trasmissione prima radiofonica, poi televisiva: era “La Corrida” in cui presunti talentuosi sconosciuti si esponevano al “grande pubblico” esibendo le proprie qualità canore, imitatorie, “ballerine”. Da allora al “Grande Fratello” – una casa con dieci ragazzi disposti a farsi filmare giorno e notte, poi seguito dalla “Fattoria” con divi alle prese con animali e dall’”Isola dei Famosi” piena di presunti naufraghi affamati su un’isola deserta – è cambiato molto, ma rimane invariato il desiderio di notorietà insito in molti. Vasco Rossi in una canzone di qualche anno intitolata Non appari mai fa diceva “Tu non sei , non sei più in grado neanche di dire SE! quello che hai in testa l'hai pensato te! Qui non sei, non sei NESSUNO qui non si esiste più se non si appare mai in TI VU!”….

Ma la visione di Andrew Warhola Jr. va ovviamente oltre. Prende in considerazione non solo la voglia di essere famosi che sente chi vive una quotidianità ordinaria, ma soprattutto la possibilità che nel futuro (il nostro oggi) si avrà di poter soddisfare questo desiderio. Ed ecco che le nuove tecnologie hanno stravolto con le nuove vie di comunicazione la strada per il successo: essa è diventata breve, a portata di tutti, pronta da essere imboccata. Mentre nell'epoca antecedente a Internet erano dei professionisti a produrre musica, letteratura, saggi scientifici, giornali, video, oggi sono gli internauti stessi a mettere in Rete notizie, canzoni, testi, messaggi audio, voci enciclopediche, video e libri.

Blog, social network, dirette web, filmati da fare e condividere hanno dato la possibilità a tutti di poter creare un proprio personaggio, di dire le proprie cose in libertà, di far ridere, di far pensare, di stupire o anche solo di sorprendere con comportamenti atipici e qualunque tipo di eccesso.
Ma tutto ciò non deve far perdere il senso della seconda parte della frase di Warhol: tutto durerà poco, nessuno diventerà un’icona eterna o comunque resistente al lento fluire inesorabile del tempo: Marilyn Monroe, Elvis Presley, Federico Fellini, ad esempio, hanno sì conquistato la fama, ma lo hanno fatto per sempre. Oggi, invece, calciatori, veline, personaggi televisivi o fenomeni mediatici in genere, rispetto all’eternità di alcune icone del passato sono delle vere e proprie meteore che durano per il tempo di una stagione. Un quarto d’ora, insomma.

Il Web odierno pullula di blog, se ne contano ormai nel mondo oltre 50 milioni. Sono una sorta di diario online, una piattaforma facile da utilizzare anche da chi non ha dimestichezza con la tecnologia. Tramite i blog chiunque può esprimere pensieri, idee e punti di vista e pubblicare scritti di vario genere, commentati poi dai lettori. Alcuni di questi diari hanno avuto un tale successo, anche in Italia, da portare i loro curatori alla ribalta delle cronache.
Attraverso social-network come YouTube e MySpace milioni di persone, per lo più giovani e giovanissimi, pubblicano i loro profili, le loro pagine Web personali, i loro video.

In Italia e nel mondo stiamo assistendo al successo esplosivo di Facebook, un sito nato per rimettere in contatto vecchi compagni di scuola, che si è rivelato invece uno strumento duttile, dalle potenzialità ancora inesplorate, molto utile, oltre che per favorire la socializzazione di giovani ed adolescenti, anche per sostenere iniziative politiche, culturali e umanitarie.

“Youtubers”, “blogger”, “soubrettine” e “simpaticoni” che raggiungono una notorietà per lo spazio di un mese, di un giorno per poi essere dimenticati: alcuni esempi in tal senso possono essere le due ragazze di Ostia che lo scorso anno sono state toccate dalla fama per un servizio del telegiornale in cui si vantavano di bere birra e calippo… Hanno fatto il giro di tutti i Tg per poi sparire.

Il motivo è la differenza di sostanza: oggi si può acquistare la notorietà in modo immediato. Ma se non si porta un messaggio, un contenuto, una vera qualità, un vero talento, il tempo farà il suo corso e il declino della notorietà sarà altrettanto veloce. E da star improvvisate si diventerà, come è giusto che sia, dei “morti di fama”.

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All'interno del dibattito storiografico che la fine del secolo (e del millennio) ha alimentato, è doveroso partire dalla imponente sintesi di Eric Hobsbawm (E. J. Hobsbawm, Il secolo breve. 1914-1991, Rizzoli, milano, 1995)

Egli vede il Novecento come "secolo breve", diviso in tre fasi. La prima, dal 1914 al secondo dopoguerra, viene definita l'età della catastrofe, caratterizzata dalle immani tragedie delle due guerre mondiali, dal crollo del liberismo e del mercato mondiale, dalla crisi delle istituzioni liberali e dall'affermarsi di sistemi politico-ideologici ad esso alternativi come il comunismo e i fascismi. La seconda fase è definita l'età dell'oro, ovvero un trentennio di crescita economica e di trasformazioni sociali di intensità senza precedenti. La terza parte del secolo, dall'inizio degli anni '70 all'inizio dei '90, è definita la frana, ovvero una nuova epoca di incertezza, di crisi, e senz'altro disastrosa per larghe parti del mondo come l'Africa, I'URSS e gli altri paesi socialisti dell'Europa orientale. Prima di individuare i temi-chiave ricavabili dall’opera, mi soffermerò brevemente sulla prospettiva interpretativa dell'autore sottesa alla periodizzazione e alla scelta stessa dei temi-chiave.

Sono due i binari sui quali verte la riflessione di Hobsbawm: il ruolo del progetto socialista e quello del mutamento economico; mentre la periodizzazione si articola in tre grandi blocchi: l'«Età della catastrofe», che va dal 1914 al 1945 (con al centro la grande crisi economica del 1929), l'«Età dell'oro», che comprende gli anni tra il 1945 e l'inizio degli anni '70, il periodo della «frana», che racchiude gli anni che vanno dalla crisi economica degli anni '70 al crollo dell'URSS nel 1991. Il secolo breve di Hobsbawm può essere allora considerato un "sandwich storico" in cui due epoche di crisi contengono un periodo segnato da una lunga e intensa crescita economica e dall'innalzamento degli standard di vita. Ma le due crisi sono molto diverse tra loro, perché mentre la crisi del 1929 esplode dopo un decennio (quello seguito alla fine della prima guerra mondiale) di sostanziale stagnazione, dominato dal tentativo di restaurare lo stato di cose precedenti, la crisi degli anni Settanta viene dopo un ventennio di sviluppo economico, sociale e tecnologico di portata assolutamente inedita e anzi rappresenta il prodotto di alcune contraddizioni insite in quel processo stesso.

Egli indica esplicitamente, come elementi a suo avviso caratterizzanti il Novecento, tre tendenze di fondo:
1) la fine dell’eurocentrismo;
2) il carattere sempre più unitario del mondo (e quindi, necessariamente, dell'approccio con cui leggerne la storia);
3) la disintegrazione dei vecchi modelli di relazioni umane e sociali e la rottura dei legami tra le generazioni, specie nei paesi avanzati; forse è legato a questa terza tendenza il carattere violento, "barbarico" (cioè regressivo sul piano morale e della civiltà), che a più riprese Hobsbawm sottolinea come tratto distintivo del Novecento rispetto al secolo che l'ha preceduto.

Per capire l'approccio di Hobsbawm dobbiamo tenere conto, oltre che di queste tre tendenze di fondo, anche delle gerarchie tra i vari temi-chiave. Su questo, notiamo in lui una certa oscillazione prospettica. Egli afferma che, quando guarda "da lontano" il secolo, non esita a considerare come "la più grande questione del ventesimo secolo per gli storici del terzo millennio I'età dell'oro che va dal 1947 al 1973, la più rapida e fondamentale trasformazione economica sociale e culturale che la storia ricordi, perché è venuta al termine la lunga era nella quale la stragrande maggioranza del genere umano è vissuta coltivando i campi e allevando gli animali. Paragonato a questo cambiamento, il confronto tra capitalismo e socialismo sembrerà assai meno interessante dal punto di vista storico, qualcosa di paragonabile, nel lungo periodo, alle guerre di religione o alle crociate".

Però, quando guarda il secolo più "da vicino", è lui stesso a riconoscersi tra "coloro che sono vissuti durante il secolo breve, per i quali quel confronto tra capitalismo e socialismo ha significato ovviamente qualcosa di molto importante. Quel confronto assume un grande rilievo anche in questo testo, dal momento che il libro è stato scritto da uno storico vissuto nel ventesimo secolo per lettori che vivono alla fine del secolo". Certo è che nel libro il tema di fondo del secolo breve, che ne determina anche gli estremi cronologici, è il confronto-scontro tra capitalismo e socialismo: "Il mondo che è andato in frantumi alla fine degli anni '80, con la fine dell'URSS, era il mondo formatosi a seguito dell'impatto della rivoluzione russa del 1917". A fronte di questo, anche il fenomeno dei fascismi appare secondario e parentetico. A suo avviso, infatti, "il decennio '35-'45 ha un carattere eccezionale e transitorio, la cui politica internazionale può essere meglio compresa come una guerra civile ideologica internazionale che come una lotta tra stati: una guerra civile tra i discendenti dell'illuminismo settecentesco e i suoi oppositori, una guerra civile perché l'opposizione tra forze fasciste e antifasciste era interna a ogni società, e l'alleanza coi nemici del proprio paese, in entrambi i fronti, era diffusissima".

Se la cifra fondamentale del secolo è il confronto capitalismo-comunismo, la conseguenza un po' paradossale è che, quando ancora dobbiamo varcare le soglie del ventunesimo secolo, il ventesimo ci appare già un passato remoto: ovvero, esso si chiude azzerandosi, senza che il suo tratto saliente lasci tracce significative sul futuro. Ciò è parzialmente temperato dal fatto che sotto la contrapposizione tra capitalismo e socialismo, Hobsbawm ne sottolinea un'altra, emersa negli anni trenta e di forte attualità: quella tra i seguaci del liberismo puro, ovvero della sacralità del mercato autoregolato, e i sostenitori dello stato sociale, o comunque di un intervento dello stato sull'economia con finalità redistributive. La seconda guerra fredda, afferma ad esempio Hobsbawm, ben più che contro "l'impero del male", è stata nell'America della Reaganomics una crociata contro l'eredità di Roosvelt.
Avendo chiari questi presupposti, possiamo ricavare facilmente nell’opera i temi-chiave di un possibile curricolo scolastico sul Novecento, magari con alcune avvertenze: la prima è che su alcuni temi Hobsbawm abbandona con estrema libertà le periodizzazioni che si è dato, preferendo trattarli su scansioni temporali più lunghe; la seconda è che oltre alla successione temporale, anche la struttura spaziale del suo Novecento è ternaria, in quanto egli considera come soggetti non i singoli stati, ma le grandi aree geo-politiche, ovvero il Primo, il Secondo e il Terzo Mondo: è indubbio però che la conoscenza e la chiarezza di analisi sul Terzo Mondo non è pari a quella che dimostra verso i primi due, e che all'interno del Primo Mondo lo spazio riservato all'Italia può apparire a noi italiani un po' sacrificato, e lo è certamente in una prospettiva di storia insegnata.

E' appena il caso di aggiungere che quest'ultima carenza è facilmente colmabile, e che semmai la preoccupazione in proposito, nella progettazione del curricolo, dovrebbe essere quella di mantenere l'impostazione di fondo di Hobsbawm, cioè di fare sempre precedere al caso nazionale il contesto più generale entro cui va collocato. Passo dunque a proporre una possibile trasposizione scolastica, ricavando dall’opera una sequenza di temi sui quali organizzare un curricolo di storia sul Novecento.

Il «secolo breve», in definitiva, ha conosciuto dei processi che lo differenziano drasticamente dall'epoca precedente: innanzitutto il fatto che il mondo non sia più eurocentrico. Il Novecento ha segnato il "collasso" dell'Europa, ancora egemonica all'inizio del secolo. Le grandi potenze del 1914, tutte europee, si sono ridotte al rango di potenze regionali, con la possibile eccezione della Germania. Anche se questo dato non va enfatizzato, perché risulta meno rilevante se si considerano i mutamenti nella configurazione economica, intellettuale e culturale del mondo. In realtà, benché si sia registrata l'ascesa di altri paesi, le nazioni che conobbero l'industrializzazione nel corso dell'Ottocento hanno conservato la più grande concentrazione di ricchezza e di potere economico e le cui popolazioni godono a tutt’oggi degli standard di vita più alti.

La seconda trasformazione decisiva è stata secondo Hobsbawm la grande integrazione del mondo, da cui deriva una delle questioni più scottanti della fase attuale e cioè «la tensione che sussiste tra un processo sempre più accelerato di globalizzazione e l'incapacità delle istituzioni pubbliche e dei comportamenti collettivi degli esseri umani di accordarsi ad esso». Il «secolo breve» ha lasciato in eredità un sistema internazionale meno strutturato di quanto non lo sia mai stato in duecento anni, che deve affrontare i pericoli derivanti dal degrado ecologico e dalla crescita demografica sempre più incontrollabile.

Infine, la terza e "più inquietante" trasformazione è stata, secondo Hobsbawm, la disintegrazione dei tradizionali modelli di relazioni umane e sociali e, di conseguenza, la rottura dei legami tra le generazioni, cioè del «rapporto tra passato e presente». Un mutamento che è, a suo giudizio, avvertibile soprattutto nei paesi più sviluppati del capitalismo occidentale, dove si sono affermati, soprattutto a partire dagli anni '60, con una brusca accelerazione nel corso degli anni '80, i valori di un «individualismo asociale assoluto».

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In quanto uomini ancor prima che pensatori (si ricordi il detto latino “primum vivere, deinde philosophari”), anche i filosofi hanno (avuto) i loro “piatti preferiti”, rivelandosi non di rado dei grandi estimatori del “mangiar bene”. L’attenzione che essi hanno riservato al cibo affiora, oltre che dalle loro autobiografie (nelle quali spesso menzionano esplicitamente i loro piatti preferiti), anche nelle loro stesse opere filosofiche, in cui le metafore – diciamo così – culinarie sono ricorrenti e testimoniano un’incredibile attenzione alla sfera eno-gastronomica… Ludwig Feuerbach, a una sua famosa opera del 1862, aveva dato il titolo Il mistero del sacrificio o l’uomo è ciò che mangia.

L’uomo è ciò che mangia: in tedesco, “der Mensch ist was er isst”. L’obiettivo manifesto che Feuerbach si pone è, naturalmente, quello di sostenere un materialismo radicale e anti-idealistico, a tal punto da portarlo a sostenere che noi coincidiamo precisamente con ciò che ingeriamo… Forse questa coincidenza tra essere e mangiare potrà sembrare un po’ eccessiva, ma è innegabile il fatto che, se siamo, è perché mangiamo. Che poi siamo ciò che mangiamo, forse è un po’ troppo, con buona pace di Feuerbach. Un antico adagio dice che non si può pensare con la pancia vuota: e Aristotele stesso ci ricorda, nella Metafisica (982 b 21), che la filosofia nasce quando l’uomo ha risolto i suoi bisogni primari. Platone, ad esempio, che pure a questo mondo preferiva decisamente quello eterno e immutabile delle Idee, non era certo insensibile al mangiar bene: di lui si sa che amava olive e fichi secchi. Nella Lettera settima, inoltre, Platone se la prende con i Siracusani, accusandoli di mangiare ben tre volte al giorno!

Partiamo proprio da questa celebre affermazione di Feuerbach per capire quanto sia importante l’alimentazione per il nostro organismo, importanza dovuta non soltanto al fatto di doverci alimentare per vivere, ma anche perché una corretta alimentazione allunga e migliora la vita. Sappiamo benissimo che un corpo intossicato lavora e si allena male... e sappiamo benissimo quante sostanze chimiche e quanti conservanti si trovano nel cibo che consumiamo ogni giorno.

E’ un errore scientifico guardare al cibo solo come fonte di calorie, non si mangiano le calorie, ma le molecole. Ogni giorno siamo circondati da innumerevoli pubblicità alimentari, che focalizzano la loro attenzione sulle calorie trascurando l’importanza della qualità dei nutrienti.

La differenza di calorie tra cibi light e tradizionali non è molto rilevante, mediamente i cibi tradizionali hanno il 15% di calorie in più rispetto agli alimenti light, quest’ultimi non sono affatto a calorie zero, sani e leggeri come dice la pubblicità, inoltre sottrarre un nutriente da un alimento per renderlo “light” può essere controproducente per la sua conservazione: ad esempio la marmellata light, a differenza di quella normale, contiene poco o per niente zucchero, il quale oltre a dolcificare svolge un’azione battericida utile per la sua conservazione.

Per non parlare poi dei succhi di frutta, basti pensare che le calorie assunte da un succo di frutta rappresentano l’equivalente, in termine di calorie introdotte, di tre aranceNon è detto che un alimento ipercalorico sia da scartare a priori, ad esempio le noci, alimento con alte proprietà nutritive (come già ampiamente parlato in un precedente articolo), sono ricche di grassi “buoni” e forniscono molte calorie per 100g, ma consumate nelle giuste quantità possono essere inserite tranquillamente nella dieta di tutti i giorni.

Anche i recenti scandali alimentari (mucca pazza, mozzarelle blu, citriolo killer, etc) confermano che “La salute si conquista e si conserva soprattutto a tavola” ed è proprio dai cibi presenti quotidianamente sulla nostra tavola che bisogna trarre il massimo in qualità dei nutrienti senza aggiunta di additivi vari.

Spesso si sente parlare di complessi vitaminici di sintesi da assumere come integratori della nostra alimentazione, ed è importante sapere che queste vitamine sono assorbite dal nostro organismo solo tra il 6% e il 7 % perché la loro struttura molecolare non è riconosciuta dall'organismo, a differenza delle vitamine naturali contenute nei cibi (frutta e verdura) che vengono utilizzate interamente. Allora perché non iniziare il pranzo con un piatto di verdura cruda, anche mista? La verdura cruda apporta vitamine, minerali, molecole indispensabili per combattere lo stress ossidativo delle cellule,quest’ultimo particolarmente abbondante nei sport di resistenza, che causa degenerazione ed invecchiamento di tutti i nostri organi, cute compresa. Le scoperte più recenti sul DNA umano hanno dimostrato che i singoli geni, rispondono ai cambiamenti della dieta (alimentazione non corretta), rendendo un individuo particolarmente sensibile a contrarre un certo tipo di patologia.

Allora possiamo riassumere il concetto di alimentazione equilibrata e miglioramento del life style con queste poche e semplici regole: controllare il peso e mantenersi sempre attivi riducendo le entrate energetiche mangiando meno, preferendo cibi a basso contenuto calorico e che saziano di più come ortaggi e frutta, aumentando le uscite energetiche svolgendo un’attività fisica (consigliata bicicletta 11 kcal/min. o camminata veloce 15 kcal/min.); distribuire opportunamente l’alimentazione lungo l’arco della giornata, senza trascurare la prima colazione; consumare quotidianamente più porzioni di ortaggi e frutta freschi, aumentare il consumo di legumi, limitare le aggiunte di oli e grassi sostituendoli con aromi e spezie; consumare pane, pasta, riso e altri cereali scegliendoli tra quelli ottenuti da farine di cereali e non con l’aggiunta di crusca o altre fibre (leggere le etichette); utilizzare pochi grassi per condire e cucinare. Usare tegami antiaderenti, preferire le cotture al cartoccio, in forno, in tegame, bollitura e vapore; non utilizzare grassi di origine animale (burro, lardo, strutto, panna) o grassi trans (oli vegetali idrogenati, margarina) perché si accumulano in depositi di grassi e non riescono ad essere bruciati; usare solo olio di oliva, preferibilmente a crudo; non eccedere nelle fritture, mangiare pesce fresco 2-3 volte la settimana, per la carne preferire quella bianca (pollo, tacchino, coniglio) non più di 2-3 volte la settimana, eliminando eventuale grasso visibile; evitare il consumo di alimenti dolci; bere 1,5-2 litri di acqua naturale al giorno con basso residuo fisso e ph tra 7 e 8 (acqua alcalina), frequentemente e in piccole quantità; ricordare che l’acqua non apporta calorie, evitare invece bevande diverse a meno che trattasi di centrifugati casalinghi, bevanda di orzo o tisane; ridurre l’uso di sale o di condimenti alternativi come il dado da brodo, ketchup, senape, salsa di soia; insaporire i cibi con mix di erbe aromatiche e spezie; esaltare il sapore dei cibi con limone e/o aceto.

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La maturità 2011 ha scelto per l'analisi del testo questa bella poesia di Ungaretti dedicata a Lucca che con l'occasione rileggiamo. In riferimento a "Lucca" Piccioni commenta: E' una poesia in prosa, di ricapitolazione: il giovanile fermento pare finito, la responsabilità comincia a pesare, ci si avvia alla maturità. Solo ora il pensiero di Ungaretti va alla morte, anche se è appena uscito dalla guerra. Ha più di trent'anni, è spaesato, vede la prima volta Lucca e scopre le sue radici, lui nomade. Ecco il testo della splendida lirica:


A casa mia, in Egitto, dopo cena, recitato il rosario, mia madre
ci parlava di questi posti.

La mia infanzia ne fu tutta meravigliata.
La città ha un traffico timorato e fanatico.
In queste mura non ci si sta che di passaggio.
Qui la meta è partire.

Mi sono seduto al fresco sulla porta dell'osteria con della gente
che mi parla di California come d'un suo podere.
Mi scopro con terrore nei connotati di queste persone.
Ora lo sento scorrere caldo nelle mie vene, il sangue dei miei morti.
Ho preso anch'io una zappa.

Nelle cosce fumanti della terra mi scopro a ridere.
Addio desideri, nostalgie.
So di passato e d'avvenire quanto un uomo può saperne.
Conosco ormai il mio destino, e la mia origine.
Non mi rimane che rassegnarmi a morire.
Alleverò dunque tranquillamente una prole.

Quando un appetito maligno mi spingeva negli amori mortali, lodavo
la vita.
Ora che considero, anch'io, l'amore come una garanzia della specie,
ho in vista la morte.

Giuseppe Ungaretti è nato ad Alessandria d’Egitto, il 10 febbraio 1888. E’ vissuto tra Italia e Francia, sentnedo sempre vive le sue origini lucchesi. Il padre Antonio era nato a S.Concordio, mentre la madre, Maria Lunardini, proveniva da S. Alessio. Il padre, operaio allo scavo del Canale di Suez, morì quando il poeta aveva solo 2 anni. L’attività del forno di proprietà propria permise alla madre di mantenere il figlio e di assicurargli prestigiosi studi. La madre mantenne vivo il legame tra la poeta e la città di Lucca, parlandogliene ogni sera prima della recita del Rosario.

Le esperienze dei due conflitti mondiali e la forte emotività personale influirono in modo determinante nell’espressione artistica di Ungaretti. Nelle sue opere trapelano infatti le fragilità dell’uomo stesso che si vede smarrito alla ricerca della propria identità e delle proprie radici. A lui si riconosce inoltre lo sviluppo di un nuovo stile che si realizza nell’immediatezza espositiva, nell’uso di analogie e nella rottura delle regole della metrica tradizionale con l’abbandono della punteggiatura. Tra i suoi componenti più noti si ricordano: il Porto sepolto (1916) e la raccolta L’Allegria (1931) dove spiccano capolavori come Veglia, Mattina, Commiato o Soldati. L'edizione definitiva dell’Allegria esce nel 1931, prima importante raccolta in cui Giuseppe Ungaretti riunisce, sistema e riordina le precedenti pubblicazioni che, con altri titoli, avevano contenuto le poesie che via via l'autore aveva prodotto. La prima di queste precedenti pubblicazione risale al dicembre del 1916 e porta il titolo Il porto sepolto, un piccolo volume pubblicato a Udine da un suo amico e commilitone, il tenente Ettore Serra. Conteneva il primo nucleo dell’edizione definitiva del 1931, comprese le poesie scritte al fronte, dal 22 dicembre 1915 al 2 ottobre del 1916. La prima poesia è Veglia stesa a Cima Quarto il 23 dicembre 1915. L’ultima poesia è Commiato, concepita a Locvizza il 2 ottobre 1916.

Appartiene a questa raccolta la celebre poesia I Fiumi i cui versi “Questo è il Serchio/ Al quale hanno attinto/ Duemil’anni forse/ Di gente mia campagnola/ E mio padre e mia madre” riconosce esplicitamente le sue origini lucchesi e rievoca alla memoria i ricordi personali e i “fiumi”, tappe attraversate nello scorrere della sua vita.

Nel componimento, dedicato a Lucca, (che Ungaretti scrisse intorno ai trent'anni al ritorno dalla Grande Guerra in cui combatte' da volontario sul Carso), il poeta rivive il rapporto con Lucca "con tormento e desiderio, come chi si scosta da un incesto ma non puo' dominare la fatalita' dei suoi sensi". Il richiamo alla sessualita' ritorna nei versi successivi in cui Ungaretti descrive i giorni trascorsi nei luoghi originari come momenti di "sofferenza e volutta'", in una terra che per il poeta ha l'immagine delle "coscie delle donne sorprese a fecondarsi di te". Nell'ultima parte della poesia Ungaretti si immagina cosa sarebbe della sua vita se rimanesse a Lucca dove, scrive, "finirei col riprendere la zappa, col rimescolarmi ai contadini" rischiando "di dimenticare le acredini e i miracoli delle lettere". E alla fine arriva la morte, gia' anticipata qualche verso prima dalla figura della bara, cui Ungaretti si abbandona "al sole accogliendo il sonno come una pace vera".

L'Allegria è un’opera articolata, diversificata, che abbraccia più di un decennio, dal 1915 al 1931. A partire dalla prima raccolta del 1916, Ungaretti ha apportato modifiche alle poesie meno recenti, e le liriche che compaiono nell'edizione definitiva del 1931 risultano evidentemente perfezionate. La sistemazione definitiva curata da Ungaretti vede al primo posto una poesia ermetica. Le novità stilistiche sono tali da rendere L'allegria un'opera pionieristica e d’avanguardia.

Ecco cosa lo stesso Ungaretti pensa de L’Allegria:

«Questo vecchio libro è un diario. L’autore non ha altra ambizione e crede che anche i grandi poeti non ne avessero altre se non quella di lasciare una sua bella biografia. Le sue poesie rappresentano dunque i suoi tormenti formali, ma vorrebbe si riconoscesse una buona volta che la forma lo tormenta solo perché la esige aderente alle variazioni del suo animo, e, se qualche progresso ha fatto come artista, vorrebbe che indicasse anche qualche perfezione raggiunta come uomo. Egli si è maturato uomo in mezzo ad avvenimenti straordinari ai quali non è stato mai estraneo. Senza mai negare le necessità universali della poesia, ha sempre pensato che, per lasciarsi immaginare, l’universale deve attraverso un attivo sentimento storico, accordarsi colla voce singolare del poeta» (Vita di un uomo pagina 527 – 528).

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martedì 21 giugno 2011, posted by roberto.bonuglia at 08:00
Il Sole è l’astro luminoso per eccellenza, la sua luce e il suo calore favoriscono il ciclo del mondo naturale e permettono la vita stessa.
Sin dall’antichità più remota, il Sole ha rappresentato il limite tra due realtà: l’una luminosa che indica il simbolo della presenza spirituale messa in relazione con il principio benefico della vita, la seconda, dalla natura oscura che può essere assimilata alla notte ed alla morte.
Nei Rg Veda si afferma: “Noi adoriamo nel Sole visibile, quel Sole (invisibile) che ha acceso il Sole e le altre stelle nel Cielo”. Così le stagioni durante l’anno, o i momenti della giornata, hanno un riflesso esterno ed uno interno, che sono vere e proprie “analogie” del percorso della vita umana.
Numerosi miti descrivono il processo di decondizionamento dell’uomo dalla propria natura animale, come un viaggio che l’anima percorre dalla Terra sino al Sole passando per vari pianeti o stelle. Il cammino del Sole durante il giorno o l’anno, si suddivide in quattro fasi essenziali, la cui la luce assume diverse forme e significati.
Il primo momento è l’Alba e segna il luogo e il tempo in cui avviene la nascita visibile del Sole. Indica che il Sole sorge all’orizzonte e ciò che prima era nascosto ora torna ad essere di nuovo visibile. Il Sole nasce ad Est e nella fase annuale corrisponde all’equinozio di primavera. In questo giorno si ha equilibrio tra luce e notte, che hanno la stessa durata, da questo momento l’oscurità sarà minore lasciando il posto alla luce solare. La Natura si risveglia, tutto si rinnova e rifiorisce, ciò che è occulto si manifesta ed ha inizio una nuova vita. Per l’uomo è il momento migliore per manifestarsi tramite l’azione. Il secondo momento è il Mezzogiorno, cioè quando la luce del Sole è al culmine del suo splendore e della sua energia. Il Sole è allo Zenit, il punto più alto che nel suo cammino può raggiungere. Geograficamente il punto più caldo è il Sud a cui corrisponde il solstizio d’estate. E’ il giorno più lungo dell’anno in cui il Sole diviene il simbolo della vittoria della luce sulle tenebre e rappresenta lo splendore e la forza dello spirito. E’ questo il periodo in cui si raccoglie ciò che si è seminato in precedenza ed esso diviene il simbolo di fecondità e abbondanza. L’esterno e l’interno, l’essere e la natura, sono perfettamente uniti e armonizzati tra loro.
Secondo la legge ciclica ciò che ha raggiunto il massimo può solo decrescere, così la natura lentamente muore e si ritira e le giornate si accorciano, ha inizio così la fase discendente.
E’ il terzo momento del giorno, il tramonto, che indica il tempo e il luogo in cui avviene il ritiro del Sole. Come nell’alba il Sole si trova all’orizzonte, ma questa volta il suo cammino e il suo significato è contrario, la vita si ritrae in sé stessa. Il Sole tramonta ad Ovest e nella fase annuale corrisponde all’equinozio di autunno. Come in Primavera il giorno dell’equinozio rappresenta l’equilibrio tra la luce e la notte, avendo la stessa durata, ma da questo istante sarà la notte a divenire sempre più estesa rispetto al giorno. Anche visibilmente, con l’accorciarsi delle giornate e il letargo della Natura, si avverte che la luce e la vita si ritirano. Ciò che era visibile ora torna a nascondersi e progressivamente si avvicina la stagione oscura e fredda. In questo periodo, non a caso, si celebra la ricorrenza dei morti e le festività sono simboli di virilità, purezza e luce (S. Michele, S. Martino, l’Immacolata e S. Lucia). La luce dell’Essere si ritrae dall’esterno, come se vi fosse una lenta morte che avvolge tutta la Natura.
Il quarto e ultimo momento della giornata è la Mezzanotte, il punto in cui il Sole non è visibile e predomina il freddo e l’oscurità. Il ghiaccio e la neve richiamano le regioni fredde collocate al Nord, questo momento corrisponde al solstizio d’inverno. Questa è la notte più lunga dell’anno, il Sole raggiunge il punto più basso dell’orizzonte e la luce sembra essere sconfitta dalle tenebre. Ma ciò che tocca il fondo può solo risalire e iniziare a crescere, inizia così nuovamente la fase ascendente.
Le giornate si allungano, la luce riprende il sopravvento sulla notte e l’oscurità. Gradualmente la natura si risveglia e il clima torna di nuovo mite. Ancora una volta l’esterno tace nel freddo e nel silenzio e l’interno vive di luce propria. Il solstizio d’inverno è il punto critico, simbolo di una particolare drammaticità. Esso segna l’inizio del nuovo anno solare e di una nuova vita (ciclo) quale segno imperituro di rinascita e vittoria, il simbolo della forza della vita che vince la morte.
Come il Sole sorge vittorioso sulle tenebre così l’uomo deve vincere sulla sua natura mortale ed istintiva.

[Cfr. AA.VV., Il mondo della Tradizione, Roma, Raido, 1997, pp. 56-59. Il post di oggi è un omaggio a Manolo Diaz, Claudio Marsilio, Luca Consalvi, Luca Beltrami e Massimo Germani, indimenticati esempi di passione e militanza].

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