martedì 30 aprile 2013, posted by giovanni.larosa at 20:13
     Il politologo Gianfranco Pasquino, per le edizioni "Il Mulino", ha scritto un interessante libro intitolato "Le parole della politica". E' un'intelligente analisi del linguaggio dei politici che non si limita soltanto alle forme lessicali, ma che analizza la sostanza di esso.  
    Secondo Pasquino esiste il linguaggio dei politici populisti e quello dei politici professionisti.       Il centro-destra (con Umberto Bossi e Silvio Berlusconi) usa un linguaggio che va verso il popolo, facilmente comprensibile, fatto di slogan e di concetti spesso rudimentali. Si rivolgono alla pancia, come si suole dire. 
     Il centro-sinistra usa il linguaggio dei politici di professione, i quali pensano di essere superiori ai loro elettori, ricorrendo a formule un po' intellettualistiche che non risultano facilmente comprese dagli strati più popolari.
     Questo è uno dei motivi per il quale il populismo politico, spesso fatto di vaghe promesse, riscuote i consensi elettorali del ceto più sprovveduto intellettualmente.
     Il centro-sinistra dovrebbe scendere di più a livello culturale degli strati popolari, se vuole contrastare più efficacemente il populismo politico del centro-destra.
     Il testo del professor Pasquino è stato pubblicato nel 2010, ma, in questo nostro Paese in cui la politica "sembra" voler cambiare, si può dire che sia ancora attuale?

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domenica 28 aprile 2013, posted by giovanni.larosa at 21:15
Tante sono le motivazioni che possono essere alla base dell'azione politica di chi si dedica alla res publica.
Ci sono quelle più nobili e quelle meno nobili, quelle più altruistiche e quelle più egoistiche; dipende dai valori etici e spirituali che improntino l'azione del politico.
Il grande presidente americano Abrham Lincoln affermò che a lui non interessasse tanto vincere, quanto sostenere la verità!
Da questa affermazione traspare anche la sua profonda adesione ai principi religiosi e tra i vari presidenti degli Stati Uniti d'America, Lincoln fu indicato quale modello di azione politica.
Purtroppo in politica i Lincoln sono molto rari, comunque, la base dei fondamenti libertari degli Stati Uniti permette di far emergere, nei momenti di vere difficoltà, delle iniziative che possano riequilibrare le condizioni sociali ed economiche interne e internazionali, tali da poter essere di esempio per le Nazioni della vecchia Europa.


Sebbene si ricordi  maggiormente Lincoln per la fermezza sulla lotta per la liberazione della schiavitù, che l'introduzione del XIII emendamento alla Costituzione, nel 1864, ne sigillò definitivamente l'abolizione in tutti gli Stati Uniti d'America, è utile sottolinearne la progressione che portò il 16° presidente Usa alla decisione.
Egli nacque in politica quale esponente del neo Partito repubblicano, costituitosi per contrastare il Kansas Nebraska Act del 1854, che permise di lasciar decidere a questi Stati sulla schiavitù. Lincoln, pertanto, non fu un abolizionista "della prima ora", ma raggiunse questo principio col tempo, dieci anni dopo, rendendosi pienamente conto della necessità dell'atto, per il bene della collettività statunitense.
Un esempio storico in cui si evidenzia l'obiettivo del bene comune, che deve prevalere sugli interessi personali e sui pregiudizi, facendo perno sulle aperture politiche.
Il benessere, infatti, è propulsore sociale e terreno di sviluppo tecnologico, scientifico e culturale, purché sia accompagnato dalla rettitudine e dalla modestia.

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sabato 23 marzo 2013, posted by giovanni.larosa at 23:28
Il premio Nobel per la letteratura Bertrand Russell, aveva la fortuna di provenire da una facoltosa e nobile famiglia del Galles di fine Ottocento.

 Questo aspetto lo favorì sicuramente, per la possibilità che ebbe di girare il mondo e conoscere tradizioni e modi fare di altre popolazioni, ma anche la sua buona volontà lo portò ad approfondire temi di notevole spessore, quale la filosofia e soprattutto la matematica.

Nella sua vita portò avanti principi pacifisti, che gli costarono persino l'incarcerazione nel periodo della Grandeguerra, ciò nonostante egli portò sempre avanti gli ideali umanitari e la libertà di pensiero.

Nell'ambito degli ideali umanitari, egli scrisse, che gli ideali politici dovevano basarsi su ideali per la vita individuale. Lo scopo degli uomini politici dovrebbe essere quello di rendere migliore la vita dell'individuo. L'uomo politico non deve prendere in considerazione null'altro che non siano gli uomini, le donne e i bambini che compongono il mondo.
Il problema della politica è stabilire i rapporti tra gli esseri umani in modo che ognuno di essi abbia, nella propria esistenza, tanto bene quanto è possibile. 

(da Le mie idee politiche, Longanesi, Milano 1975)

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domenica 3 marzo 2013, posted by giovanni.larosa at 20:18
Adriano Olivetti nacque a Ivrea nel 1901, il padre, Camillo fondò, nel 1908, una industria che fabbricava macchine da scrivere, la Olivetti. Adriano diventò presidente di questa industria nel 1938.
Egli fu un precursore e un anticipatore di un modo rivoluzionario di fare l'industriale. Non era il solito "padrone", ma aveva una concezione sociale ed economica fondata sul socialismo. Inoltre, era anche profondamente cristiano.
Non fu capito dai suoi contemporanei. Fu perfino boicottato dalla Confindustria, perchè non aveva voluto aderire al sindacato padronale.
Lasciò questo mondo terreno, in sordina, il 27 febbraio 1960 e «l'Unità» il 2 marzo così scrisse:

IVREA. La salma di Adriano Olivetti è stata collocata nel salone dei Duemila della fabbrica, trasformato in camera ardente, erano ad attendere il feretro il Consiglio comunale al completo, i dirigenti dell’azienda e tutte le autorità della zona. La veglia funebre ha avuto inizio alle 19,30. L’ultimo turno, dalle 9,30 alle 10 di domani è riservato al Consiglio comunale che interverrà al completo.

I funerali avranno inizio alle 10. La bara sarà portata a spalle durante tutto lo svolgimento dei funerali, si avvicenderanno una settantina di persone fra personalità, impiegati e operai della ditta.
     Incompreso e isolato fu tacciato di essere un profeta utopista e idealista. Fu invece un grande uomo la cui lezione non fu compresa a causa del solito realismo egoistico e utilitaristico, che caratterizza il sistema economico e sociale tradizionale.
     E ancora...

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domenica 24 febbraio 2013, posted by giovanni.larosa at 15:30
Oggi per papa Benedetto XVI sarà l'ultimo angelus e l'ultima benedizione ai fedeli che saranno numerosi in piazza San Pietro. Un evento storico dettato dalle "dimissioni" rese pubbliche l'11 febbraio 2013.
     I cristiani nel mondo sarebbero più di un miliardo e mezzo (secondo alcuni addirittura due miliardi), la maggior parte è costituita da cattolici e ortodossi, poi vengono protestanti ed evangelici delle varie denominazioni - fra questi i pentecostali sono in crescita.
   Secondo le statistiche, oltre 200 milioni di cristiani delle varie confessioni sono perseguitati e le persecuzioni riguardano soprattutto paesi asiatici e africani; anche in Iraq, però, soprattutto a Mosul, nel Kurdistan iracheno.
   Non è una novità per i cristiani perché fin dalle origini hanno dovuto subire persecuzioni. I martiri del Cristianesimo sono innumerevoli, essi onorano il precetto di Gesù Cristo di "porgere l'altra guancia", di "non rispondere con la violenza alla violenza": questo è il loro dovere se sono autenticamente cristiani.
      Purtroppo, nella storia, talvolta non si sono dimostrati tali: si pensi alle Crociate, alla Santa Inquisizione [di cui Joseph Ratzinger ne fu prefetto dal 1981 al 2005], alle lotte fra cristiani stessi (si pensi all'Irlanda del Nord). 
      Quelle persone, che si dicono cristiane e ricorrono alla violenza, disonorano il nome di Gesù Cristo, l'espressione più alta dell'amore che deve sempre comprendere il rispetto per gli altri. 
      Il fine del cristiano è quello di procacciare la pace con tutti.
    E' auspicabile che il gesto di Benedetto XVI possa fare riflettere la Curia Romana, affinché "lo spirito" aumenti di peso sulla scala dei valori "terreni" che, pare, sovrastino la gerarchia clericale; vi è più, che il gesto di Benedetto XVI possa [rischia di] essere maggiormente interpretabile come un gesto di un capo di Stato, che non del successore di Pietro.

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