di Fabio Montebove
Giuseppe Bottai ha percorso una propria strada all’internodel movimento fascista. Questo statista, che si era avvicinato da giovane allapolitica collaborando alla fondazione dei Fasci italiani di combattimento diRoma nel 1919, svolse un ruolo critico nei confronti di Mussolini e del regimeda lui instaurato non solo sul piano culturale, ma anche sul pianopolitico-economico. Un esempio di tale attivismo è dato dalla teoriacorporativa, pilastro fondamentale della dottrina fascista, che vide inGiuseppe Bottai un energico sostenitore anche grazie alla titolarità delMinistero delle Corporazioni, assunta nel 1929, cui seguì il ruolo fondamentaleda lui avuto nell’emanazione della Carta del lavoro del 1932.
Per Bottai, il Corporativismo è l’essenza stessa del Fascismo,un movimento nato per rivoluzionare il sistema economico non sulla base dellalotta di classe, ma mediante una concertazione degli interessi in base adaccordi tra le categorie produttive: da una parte imprenditori e operai,dall’altra i consumatori. La concertazione, nel pensiero bottaiano, era la basedella solidità economica e doveva servire, in difficili anni caratterizzatidalla crisi del 1929 e dalla rivalutazione della Lira, a realizzare una certastabilità altresì sul piano politico, dando un immagine più autorevole delGoverno italiano nei confronti delle potenze straniere. Sul pianointernazionale Bottai, da convinto intellettuale anticomunista ma al contempoda politico colto ed onesto, guardava con interesse all’America del democraticoRoosevelt - il quale era riuscito ad ottenere buoni risultati nel campo dellerelazioni industriali senza un eccessiva invadenza delle autorità statali - ealla cultura cattolica più aperta che in Italia aveva trovato riscontronell’associazionismo cattolico.Alla difficile congiuntura economica, all’esterno eall’interno dei confini nazionali, si aggiunsero però due ostacoli chelimitarono l’azione bottaiana: Mussolini e gli imprenditori. Il Duce infatti,pur dando una grande fiducia personale a Bottai, non considerava come un fattopositivo la sua idea corporativa, perché essa contrastava con lastabilizzazione del regime e della politica coloniale. Le colonie invero, perMussolini, erano il terreno dove la classe politica fascista si incontravamaggiormente con gli imprenditori, e cioè con quella destra industriale econservatrice che nutriva una profonda avversione verso i sindacati, anchequelli fascisti e che, sebbene con non poche incertezze, aveva sostenuto ilFascismo sin dalle origini vedendo in esso uno strumento di sviluppo dei propriinteressi.
Anche sul piano culturale, tuttavia, non mancaronodifficoltà all’attuazione del programma corporativo così come lo intendevaGiuseppe Bottai. All’interno dello stesso Fascismo esistevano infatti altreidee corporative, la più importante delle quali era quella di Alfredo Rocco,sostenuto da Mussolini, che riteneva il corporativismo come un sistema di tipoautoritario-burocratico, in cui le direttive in materia venivano formulate dalDuce stesso, senza preoccuparsi delle reali condizioni dei soggetti su cui andavanoad interferire le sue decisioni. Bottai, invece, partiva dall’idea che leiniziative economiche dovevano partire dal basso, da quelle masse checostituivano la base di un sistema democratico in cui lo Stato sarebbeintervenuto solo come ausilio e non come autorità. Questa diversa posizione traMussolini e Bottai, come evidenziato altresì nelle pagine delle riviste daquest’ultimo create e dirette, fu determinante nel contribuire alla caduta diBottai dal Ministero delle Corporazioni nel 1932 e portò l’ex ministro aparlare di “occasione mancata”.
Un discorso a parte merita il convegno di studi corporativi,svoltosi a Ferrara nel maggio del 1932, e che decreterà Giuseppe Bottai guidaintellettuale del Corporativismo. In tale consesso, che vide l’intervento diinsigni giuristi, ministri e docenti universitari, emersero i contrasti tral’ideatore del convegno in questione ed il filosofo Ugo Spirito: quest’ultimo,partendo dalla critica all’economia liberale, sostenne la necessità diassociazioni intese come espressione di un comunismo economico in cui i mezzidi produzione sarebbero dovuti appartenere alle stesse corporazioni, in quantodiretta espressione dello Stato. Tale idea di “corporazione proprietaria”,sostenuta da Spirito, venne giudicata negativamente da Bottai, che ne evidenziòl’errata equiparazione tra comunismo e fascismo nonché l’illusoria proposta diabolire i sindacati.
Tutte queste difficoltà e problematiche determinarono ilfallimento dell’idea corporativa di Bottai, il quale tuttavia continuò il suoimpegno politico a sostegno del regime fino al fatidico 25 luglio 1943, quandoaderì all’ordine del giorno Grandi, insieme ad altri 19 gerarchi, mettendo inminoranza quel Mussolini che tanta fiducia aveva riposto in lui.
La storiografia sul corporativismo bottaiano ha evidenziatola particolare personalità dell’uomo, avverso a rigidi schemi di partito esempre aperto a tesi differenti sulle varie problematiche che la materiacorporativa comportava. L’apertura intellettuale di Bottai, che ha determinatobuona parte della legislazione fascista sul lavoro e la realizzazione - seppurtardiva - degli organi corporativi, ha comunque reso possibile l’inserimento dielementi democratici all’interno di un sistema politico totalmenteantidemocratico. Bottai ha avuto il merito di dimostrare, anche sul pianosociale, che l’interesse generale dell’Italia ed il ruolo di Mussolinisarebbero usciti rafforzati dall’attuazione pratica delle sue idee. Nonostantetutto, come ebbe a dire Bruno, figlio di Giuseppe Bottai, possiamo parlare di“eredità bottaiana”, per esempio evidenziabile nel primo articolo dell’attualeCostituzione Italiana che sottolinea l’importanza del lavoro, come pureparlando del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, le cui funzioninon sono del tutto diverse da quelle del Consiglio Nazionale delleCorporazioni, fortemente voluto proprio da Giuseppe Bottai.
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