venerdì 10 luglio 2009, posted by roberto.bonuglia at 8.37
Il viaggio di Corrado Stajano parte dagli Anni Cinquanta. Quegli anni, cioè, in cui scemarono in fretta «i fervori della liberazione, la voglia di riscatto del tempo perduto negli anni del fascismo che aveva isolato l’Italia dalla cultura europea». In questo contesto Milano ci appare nei ricordi documentati dello scrittore come una città «dolorante, semidistrutta dai bombardamenti», nella quale «per interi isolati si cammina ancora sulle macerie». Una Milano dove allora Stajano era studente di Giurisprudenza: una facoltà d’eccellenza, tra le migliori d’Italia con docenti di assoluto prestigio ‒ Costantino Bresciani Turroni, Ezio Vanoni, Francesco Messineo, Renato Treves ‒ e che solo qualche anno più tardi sarebbe stata palcoscenico di fatti del tutto estranei alla sua naturale «destinazione d’uso». L’uccisione di Guido Galli, giudice istruttore del Tribunale di Milano, tra gli altri, è solo uno degli esempi di questa situazione che Stajano decide di rievocare nelle pagine de La città degli untori. Un lavoro originale che muove verso la «ricerca dell’anima e del cuore di una metropoli» in cui “tanta storia passò”.

La vicenda personale del giudice Galli ‒ impegnato in un’indagine destinata a mostrare un’identità di Milano fino allora sconosciuta all’opinione pubblica ‒ si intreccia con la storia italiana di una stagione tra le più tristi della Prima repubblica: quella originatasi con la strage di Piazza Fontana. In quegli anni, infatti, molte vicende e non pochi personaggi dell’«Italia che fu» si svolsero e vissero la «loro storia» proprio nel capoluogo lombardo. L’autunno caldo, la contestazione studentesca, lo stragismo, la crisi economica e quella politica dopo gli anni e le speranze suscitate dal boom economico si vivono a Milano con una intensità decisamente maggiore rispetto a molte altre realtà della Penisola. D’altra parte all’ombra della «bella Madunina» il miracolo economico parve trasformare la città nella «capitale dei soldi che si moltiplicavano gioiosamente»: ogni anno arrivavano 100.000 emigranti in cerca di lavoro, i più dal Sud e dal Veneto, oltre che dalla Bassa padana. Come ricorda giustamente l’Autore, fu allora che «cambia la vita per milioni di persone».

Ma dopo il miracolo italiano degli anni Cinquanta e Sessanta Milano si scopre diversa: «Non più la capitale morale dell’apologia, ma la città dove la corruzione si è stesa come una rete da pesca messa ad asciugare al sole e dove i protagonisti sono spesso gli stessi di quel tempo di euforia collettiva». Michele Sindona, Roberto Calvi, Giorgio Ambrosoli e Guido Galli sono infatti in tal senso figure di rilievo poste su opposte barricate ‒ tra loro diversissime ‒ che vivono e segnano la storia economico-finanziaria di un’epoca. Un periodo durante il quale mentre nei “corridoi” si vivono i prodromi di questa nuova partita tra l’illegalità e la legalità, tra l’affarismo e la questione morale ed etica, in piazza le tute bianche e le tute blu sono protagoniste «nel cuore della città, degli scontri con la polizia, degli scioperi a gatto selvaggio, delle manifestazioni del sabato pomeriggio, del disordine […] e spaventano la società borghese, punteggiando un tempo aspro».

Questo lo sfondo ‒ fluido e pieno di contraddizioni ‒ in cui esplode fragorosa la bomba nell’agenzia della Banca Nazionale dell’Agricoltura, a Piazza Fontana. Così quel boato sordo ma imponente ferisce la città in modo indelebile, segnandola indelebilmente nell’orgoglio, nella paura, nella pietà che provocarono «quelle bare insanguinate di uomini, donne e ragazzi innocenti». Stajano ricorda il giorno piovosamente sottile di quel funerale collettivo come il «momento più alto della città di Milano» che blindò di silenzio rispettoso e partecipativo una Piazza Duomo gremita di 500.000 persone che proprio come i caduti di quella ingiusta disgrazia potevano essere in quella banca, in quel giorno, a quell’ora.

Dopo il 12 dicembre 1969 la storia italiana non sarà più la stessa. Da quel giorno Milano non sarà più la stessa. E il racconto di Stajano, maestro inarrivabile nella prosa documentaria ‒ come già aveva dato prova con L’Italia nichilista (1982) e con Un eroe borghese (1991) ‒ ripercorre tutti i momenti di una storia fatta di intrighi, depistaggi, colpi di scena, omicidi e terrorismo. Ma non solo. Anche la storia del lavoro svolto dal giudice Galli viene resa dall’Autore ancora più avvincente di quanto, per la verità, non sia già stata nella realtà: nella retrospettiva realizzata dal giornalista cremonese, infatti, traspaiono istantanee di storia milanese ricche di dotte citazioni che vanno da Alessandro Manzoni a Cesare Beccaria, da Carlo Emilio Gadda e Indro Montanelli, da Guido Piovene a Pietro Verri.

E così, il racconto de La città degli untori viene impreziosito di perle di storia moderna che dalla Colonna Infame di manzoniana memoria passa per la peste del ‘600 rivelando al lettore una Milano davvero inedita. Una città i cui ciottoli sono stati calpestati da non pochi stranieri: «gli spagnoli di Carlo V, i francesi di Napoleone, gli austriaci del feldmaresciallo Radetzky, i tedeschi di Kesselring, gli americani del generale Mark Clark». Una città che val davvero la pena di conoscere nell'omaggio di uno dei nostri più grandi saggisti di oggi.

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giovedì 9 luglio 2009, posted by roberto.bonuglia at 17.57
L'America del New Deal rooseveltiano e del capitalismo keynesiano è diventata in poco più di trent'anni il paese di un “turbocapitalismo” «veloce, rapace, privo di limiti, capace di immensi arricchimenti improvvisi, insofferente nei confronti delle regole che piacciono tanto al liberalismo progressista e a tutto l’arcipelago, piuttosto fuori moda, di posizioni politiche chiamato “sinistra”». Oggi gli States sono la vera e propria “madrepatria” di questo modello, recentemente esportato in tutto il mondo. Non solo in quello occidentale ma anche a quello post-sovietico, resosi finalmente permeabile a nuovi assetti economici dopo il crollo del Muro. Tutto questo è stato un fatto casuale? Un frutto dei tempi? Un regalo della «Storia», quella con la esse maiuscola? Da quanto emerge invece dalla lettura del memoriale La Congiura. Il romanzo della crisi ‒ redatto da un economista, un filosofo e un banchiere, tutti e tre statunitensi e ora pubblicato anche in Italia da Aliberti editore ‒ sembra proprio di no. Piuttosto ci troveremmo di fronte al risultato ‒ tenacemente perseguito ‒ di un «Piano» messo a punto da «un complesso di persone di livello sociale e con un quoziente di intelligenza nettamente superiori alla media dell’uomo della strada» identificabile come i Masters of Universe.

Questa, in estrema sintesi, l’«analisi-confessione» del rapporto a sei mani ritrovato nella cella di un carcere di New York: pagine che rivelano l’esistenza di un’elite fatta di intellettuali, economisti, politici, magnati della stampa e della TV, lobbisti e miliardari ‒ non solo americani ‒ che, a partire dagli Anni Settanta, hanno «accuratamente pianificato la prese del potere e la conquista delle istituzioni statunitensi» segnando le istanze di un darwinismo sociale che affondava le proprie radici nelle teorie di Friedrich August von Hayek, “filosofo sociale” viennese della prima metà del XX secolo. «Per soddisfare i bisogni delle persone – sosteneva von Hayek – non esiste nulla di più efficace dell’interesse dei singoli individui»: questa la regola assoluta della Mont Pelerin Society (nella foto), fondata il 10 aprile 1947 da 36 economisti, storici e filosofi per reagire e contrastare «l’eccesso di democrazia» che avrebbe limitato fortemente l’attuazione del «Piano». In altre parole, il mercato, la deregulation, la concorrenza ‒ anche sleale ‒, il lobbismo senza morale, avrebbero finito per rappresentare dei veri e propri fattori limitanti e soprattutto contrastanti «le sgangherate tesi comuniste e socialiste e anticapitaliste in genere» scioltesi, poi, come sappiamo, vent’anni fa col crollo del Muro.

Quell’evento fu «il trionfo assoluto del Piano» perché «da un lato, si spalancò uno sterminato mercato in cui le multinazionali e il capitalismo angloamericano potevano andare a fare agevolmente shopping, per lo più di industrie che erano appartenute al patrimonio pubblico. Bastava mettersi d’accordo con gli “oligarchi” come venivano chiamati i nuovi ricchi russi […] emersi dalle privatizzazioni truffaldine. Gente senza scrupoli o remore di nessun genere, pescicani coi quali diventava facile, in nome del profitto, accordarsi». Il testo di riferimento che guidò questo momento di transizione verso l’attuazione del «Piano» fu La via della schiavitù di quel von Hayek che, pur perdendo inizialmente il confronto con Keynes, era stato poi “rivalutato” come conferma l’assegnazione, nel 1974 del Nobel.

Erano quelli, infatti, gli anni in cui l’elite iniziava a conquistare posizioni di potere grazie a politici molto sensibili alle sue istanze ‒ come Margaret Thatcher o Ronald Wilson Reagan ‒ tanto avviare una «nuova stagione politica e culturale» fondata sulle “4 M” (Money, Media, Marketing, Management). Questi, infatti, i 4 pilastri di riferimento dell’«indottrinamento delle elite dirigenti del Paese (americano, ndr) in precedenza troppo esposte a sentimentalismi e buonismi pericolosamente pericolanti dalla parte dei liberal». Un’operazione complessa, dunque, ma non impossibile, condotta con successo da alcuni think tank: il Cato Institute, l’American Enterprise Institute, la Heritage Foundation e la Hoover Institution.

“Case madri” di un vero e proprio «arcipelago […] popolato da svariati alti “serbatoi di pensiero” […] collocati nelle principali città degli Stati Uniti, da Washington a Seattle, da Los Angeles a New York, da Chicago a San Diego». Un sistema di controllo e persuasione che avrebbe orchestrato La Congiura, efficacemente coadiuvato dalla TV e dai bestseller creati ad hoc, ma soprattutto dalla vera arma segreta del «Piano»: la rivoluzione informatica. A tutto ciò si andavano poi via via ad aggiungere: una costante operazione di lobbying sull’apparato giudiziario e sul sistema legale; l’affermazione pilotata dall’individualismo metodologico nella scienza della politica; l’alleanza con il mondo cristiano integralista; il corteggiamento della massoneria. Insomma, ogni strada che poteva favorire l’attuazione del «Piano» fu imboccata e ogni tentativo venne attuato. Fu un successo senza precedenti che portò a ribaltare alcune impostazioni progressiste in voga negli Anni Settanta e che ha trovato poi una sintesi perfetta e profonda nella teoria del cosiddetto «pensiero unico».

Un approccio alla «cosa pubblica» ben diverso, dunque, dalle enunciazioni e dai principi di libertà, uguaglianza e fratellanza proposti dalla Rivoluzione francese e dal mondo moderno. Un’impostazione, quella dell’elite wasp che aveva come obiettivo principale il denaro e come background economico la teoria monetarista volta a distruggere capillarmente quel Big Government fatto di «apparati mostruosi pieni di gente che non fa nulla, dipendenti pubblici parassitari da mettere in riga, i quali per giustificare lo stipendio che pigliano a sbafo mettono il naso nelle attività degli onesti cittadini che lavorano […] con controlli, divieti e altri obblighi».

Come si evince dalla lettura di questo brano ‒ e di altri ‒ del «romanzo della crisi» è difficile stabilire quanto questo rapporto possa essere attendibile in considerazione anche del suo ritrovamento (così coreografico…). Ma una cosa è certa, nonostante l’eccessiva semplificazione di alcuni processi economici, politici e storici di ben più complessa natura ed evoluzione, il rapporto dell’Agente americano rappresenta una voce fuori dal coro: in tempi di sterile buonismo come questi è bene dunque leggerlo perché, alla fine, non è detto che qualcosa di vero ci sia davvero…

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martedì 7 luglio 2009, posted by khayyamsblog@gmail.com at 11.24
di Francesca Santoro

Partendo dalla prima giovinezza in Polonia, in questo originale volume Vito Cirillo disegna un completo e approfondito profilo del leader politico David Ben Gurion, una figura che fu davvero fondamentale per il ritorno del popolo ebraico in Palestina e per l’affermazione dello Stato di Israele. Durante la lettura del libro si ripercorre in modo affascinante la formazione politica e culturale di un Ben Gurion giovanissimo e già fondatore di un’associazione sionista, ottimo conoscitore del Vecchio Testamento e della lingua ebraica.
È in questo periodo, che il futuro leader di Israele sperimenta sulla propria pelle il diffuso antisemitismo (sentimento purtroppo mai domo) che ormai serpeggiava tanto in Russia quanto in Polonia: a Varsavia, infatti, non potrà frequentare alcun istituto scolastico: si fa forte così in lui il desiderio di recarsi nella terra degli avi, e nel 1906, a soli vent’anni, torna nella terra amata e conosciuta nel Vecchio Testamento.
Anche attraverso la sua corrispondenza, l'Autore ricrea l’atmosfera di forte coinvolgimento emotivo e ideologico che caratterizzò l’arrivo di Ben Gurion in Palestina. Immediatamente attivo negli insediamenti contadini, Ben Gurion si distinguerà per le sue capacità politiche e organizzative: come sindacalista difenderà i diritti dei lavoratori della terra, ebrei ed arabi; darà vita alla prima organizzazione ebraica di autodifesa in Palestina.

Ma con la confusione ed il disordine provocati dallo scoppio della Prima guerra mondiale, Ben Gurion decide di partire per gli Stati Uniti, dove al tempo gli ebrei raggiungevano il milione e mezzo, per cercare di conquistare alla causa sionista tutti coloro che risultavano contrari o indifferenti. Avvia così una serie di incontri e conferenze in giro per l’America e quando gli Stati Uniti entreranno in guerra a fianco della Gran Bretagna, costituirà un corpo militare ebraico che avrebbe combattuto a fianco degli americani. Fu richiesta la sua collaborazione quando anche gli inglesi vollero creare una brigata ebraica che combattesse in Palestina: Ben Gurion riuscì a coinvolgere 4000 volontari ebrei americani e fu costituita la “Legione ebraica”.

Deluso dalla Dichiarazione di Balfour del 1917, che secondo lui non avrebbe permesso agli inglesi di restituire la Terra d’Israele agli ebrei, finita la guerra intraprende nuovamente la sua attività politica e sindacale per conseguire la massima unità del movimento operaio ebraico. Quando nel 1920 la Gran Bretagna ottiene dalla Società delle Nazioni il Mandato sulla Palestina, tutto ciò che tempo prima Ben Gurion aveva preconizzato trova attuazione nella nascita della “questione palestinese”. Un problema che Ben Gurion definiva impossibile da risolvere soprattutto per la mancanza di realismo e volontà politica che caratterizzava gli attori politici coinvolti.
Venuto ai ferri corti persino con Chaim Weizmann, capo dell’organizzazione sionista mondiale - perché ritenuto responsabile di una debole difesa nei confronti dei coloni ebrei in Palestina - dal 1920 in poi contribuirà fortemente alla creazione del sindacato Histadrut e in seguito alla diffusione del laburismo di cui si era fatto promotore.

Attraverso la disamina dei suoi interventi ai congressi sionisti, il libro dà particolare risalto a quello di Praga del 1933, in cui Ben Gurion afferma nettamente la necessità che sia gli ebrei sia gli arabi possano vedere applicato il diritto a vivere in Palestina e di raggiungere l’indipendenza nazionale: in tal senso, l’attualità delle affermazioni di Ben Gurion è davvero sorprendente. Egli era convinto che arabi ed ebrei dovessero risolvere da soli la situazione senza l’intervento della Gran Bretagna. È proprio con la Gran Bretagna, infatti, che si presenteranno i maggiori problemi per il popolo ebraico. L’approvazione del Libro bianco nel 1939, in cui si annunciava la costituzione di uno stato palestinese arabo, fu un duro colpo per il movimento sionista. Dopo la Seconda Guerra Mondiale si rinforza in Ben Gurion la convinzione che, per le sorti degli ebrei palestinesi, essenziale sarà il ruolo svolto dagli Stati Uniti.

Con la costituzione dello Stato di Israele, il 14 maggio del 1948, in veste di capo del governo, Ben Gurion si troverà a dover risolvere, grazie all’intuito politico e alla lungimiranza che lo caratterizzavano, numerosi problemi che non riguardavano solo i confini dello stato ed il rapporto con i palestinesi, gli attacchi provenienti dal Libano, Egitto, Siria e Giordania, ma anche l’organizzazione paramilitare di destra Irgun decisa a destabilizzare il paese appena nato.
Ai successi militari seguirono quelli politici e diplomatici come, per esempio, il riconoscimento da parte di Stati Uniti e Unione Sovietica e l’ammissione all’Onu nel 1949.

Dal volume di Cirillo che, non a caso, ha scelto un titolo significativo - indicando Ben Gurion come il "profeta armato" - esce il ritratto di un uomo politico di grandi capacità, intelligenza e afflato religioso che non mancò mai di caratterizzare la propria azione di un forte decisionismo. Realismo e pragmatismo caratterizzarono ogni sua scelta, come quando, evidenzia l’autore, si dimise nel 1953 da capo del governo (per poi ricoprire quella carica, nuovamente, qualche anno dopo), convinto che la sua condotta potesse danneggiare Israele.
I risultati raggiunti nei suoi quindici anni di governo (un paese che aveva moltiplicato il suo reddito nazionale, una piena e forte democrazia, con 14 partiti rappresentati in Parlamento; sul piano sociale operavano numerose sigle sindacali e su quello culturale una ricca e variegata offerta di quotidiani), permettono di comprendere la grandezza del suo operato e perché venga generalmente considerato uno dei più grandi ebrei della storia: l’iniziatore e l’architetto dello Stato ebraico ma anche uno dei grandi protagonisti della storia del Novecento.

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, posted by David.Rettura at 2.09

E' venuto a mancare il 5 luglio Robert McNamara, di cui circa un'anno fa avevamo già parlato in questi spazi (http://khayyamsblog.blogspot.com/2008/08/del-cambiare-opinione-considerazioni.html), in occasione del premiato documentario sulla sua vita e sulle sue convinzioni politiche ed umane.

Robert McNamara è stato un profondo conoscitore della politica americana e mondiale, e questo è ancor più sorprendente se si pensa che egli iniziò la sua ascesa politica nell'amministrazione Kennedy quando era il Presidente della Ford. Era dunque un'uomo d'impresa, teoricamente lontano dalle sottigliezze ed i sofismi della politica e del governo, ed era anche considerato un Repubblicano moderato. Ma fu anche per questi motivi chiamato da JFK a guidare il sempre delicato dicastero della Difesa, che rivestiva quanto oggi un peso fondamentale nelle strategie politiche della Casa Bianca, ma che era, come ancora oggi, uno dei cardini di quello che veniva da sinistra chiamato il complesso militare-industriale, di pivotale importanza in anni in cui la situazione indocinese si andava incancrenendo, la minaccia cubana prendeva forma, e la corsa agli armamenti e la teoria della deterrenza cominciavano appena a veder sorgere l'alba della prima distensione, che ebbe proprio in JFK e Krusciov i primi sfortunati teorizzatori.

Le vicissitudini che portarono McNamara a dirigere la Difesa sono molto ben raccontate da Robert Dallek in JFK (ed. speciale per Repubblica, 2005, pp.351-353), anche se ovviamente, come sempre quando si analizza l'amministrazione Kennedy non si può prescindere dal monumentale saggio del compianto Arthur Schlesinger, I mille giorni di John F. Kennedy, che Rizzoli ha mantenuto per anni in catalogo.

Il suo traformarsi da falco in colomba come la trasformazione in icona di un periodo che è stato idealizzato da buona parte delal cultura, alta e bassa, americana e no, e che solo uno scrittore come James Ellroy, allergico alle canonizzazioni ed amante della dissacrazione, ha osato attaccare come ha fatto in American Tabloid.

Con McNamara se ne va uno degli ultimi siboli di una amministarzione che ha visto affogare nel sangue di Dallas non solo Kennedy ma anche gli innumerevoli lati controversi di una presidenza complessa, ma che in virtù del mito ha connotato di se un quarantennio di politica del Partito Democratico americano, dove però oggi, di là delle messianiche attese che hanno circondato e circondano il neo presidente Obama, sembra aver prevalso un taglio Roosveltian-clintoniano , forse più consono al mondo d'oggi.
Foto dal blog liberaldesert

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domenica 5 luglio 2009, posted by roberto.bonuglia at 13.57
Lo Yin evoca l’idea di corpi freddi e coperti e si applica a ciò che è interno; yang suggerisce l’idea di radiosità solare e di calore. Sono due aspetti antitetici e concreti del Tempo: un «tempo di luce» e un «tempo di oscurità», un «tempo di pienezza» e un «tempo di decrepitezza», un «tempo di vita» e un «tempo di morte». L’universo si presenta quindi come una «totalità di ordine ciclico», è un tao, cioè, costituito dalla congiunzione delle due manifestazioni alterne e complementari. Secondo i filosofi cinesi delle prime dinastie storiche, «durante l’inverno lo yang, circondato dallo yin, è sottoposto, nel profondo delle Fonti sotterranee, sotto la terra ricoperta di ghiacci, a una prova annuale, da cui esce vivificato». E, in altre parole, il principio della rigenerazione dell’universo: annuale, ma anche secondo cicli più vasti, come gli yuga indiani.

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, posted by David.Rettura at 6.37


Carcam è una provincia che dura cinque giornate.E' adorano Macometto; e
sonvi cristiani nestorini. E sono al Grande [...] abbondanza di molte
cose...


Marco Polo, il Milione, Edizione Garzanti a cura di Ettore Mazali, capitolo 52.
 
sabato 4 luglio 2009, posted by David.Rettura at 18.49
In un anno come questo, in cui decine di ricorrenze affollano il calendario, ognuna con la propria importanza, due anniversari sono stati forse sottovalutati, o quantomeno lasciati all'attenzione, questa si solerte, di pochi esegeti esperti del settore della psichiatria. Se il 2008 è stato l'anno del trentennale della rivoluzione basagliana, in questo 2009 si rincorrono, in luglio, il cinquantesimo anniversari della morte di Padre Agostino Gemelli ed il centenario del trapasso di Cesare Lombroso in ottobre.

Distanti ideologicamente tra loro, e simboli, anche contro voglia e loro malgrado, di mondi contrapposti, furono entrambi in prima fila in quella battaglia interminabile e strenuante che è stata, forse fino all'avvento della televisione di massa e del marketing pervasivo, lo studio degli italiani e della loro multiformità orizzontale come verticale.

Riguardo a Lombroso è di moda ricordare oggi solo gli aspetti deteriori delle sue teorie, specialmente quando queste furono portate al parossismo da alcuni suoi allievi troppo zelanti e pedissequi, sottraendole al mondo in cui furono elaborate, dominato da un positivismo assoluto e lungi dall'avere risorse scientifiche paragonabili a quelle dell'oggi, nonché sottacere lo sforzo di tutta o quasi la scuola lombrosiana per addivenire alle risposte necessarie per risollevare quei larghi strati della popolazione nazionale, che al Sud ma non solo, viveva in condizioni disastrose e che non ricevette mai la giusta attenzione dai governi, di qualsivoglia orientamento, dell'italietta liberal-giolittiana.






Di Padre Gemelli rimane oggi lo spettro della sua adesione al regime come la sua opposizione a Padre Pio, che la dibattuta biografia del frate di Pietralcina che dobbiamo a Sergio Luzzatto ci ha ricordato, mentre i suoi apologeti acritici amano ricordarlo solamente come il fondatore dell'Università Cattolica. Spesso sottistimato è il contributo alla psichiatria ed alla psicanalisi italiana da parte del francescano, così come lo sono i contributi, invece fondamentali, all'inchiesta sulla povertà realizzata dalle istituzioni nell'immediato dopoguerra, che rappresenta l'ultimo tentativo, e forse il più avveduto, per costruire una rappresentazione del paese alla luce dei suoi innumerevoli problemi.

Quando nel 1909 morì Lombroso, Gemelli, che del veronese fu antagonista intellettuale, fu tra i pochi a saper cogliere, nella sua grandezza, i limiti intrinseci delle tesi lombrosiane, tanto da titolare il suo personale necrologio con un titolo azzzeccatissimo: Funerali di un uomo e di una dottrina
 
, posted by roberto.bonuglia at 16.05
Un breve applauso segna la fine del discorso di Socrate, che scende dal podio. Mezzogiorno è passato da un pezzo e alcuni approfittano della pausa per tirare fuori di tasca il cartoccio del pane, col pesce e le olive.
Dietro le transenne le discussioni si intrecciano ad alta voce, mentre l’arconte-re fa sistemare le due urne sul tavolo davanti al podio. Ora l’araldo comanda il silenzio: «I giudici procedano alla votazione».

Colpevole o innocente? Ogni giurato ha una fava da deporre in una delle due urne: speditamente, uno dietro l’altro, i cinquecento sfilano davanti al tavolo, ciascuno con la sua sentenza. Socrate, seduto sulla panca, segue assorto la processione; in un crocchio, i suoi amici si scambiano parole di angoscia e di speranza. Poi si aprono le urne e si contano le fave: innocente o colpevole?
«In seguito allo scrutinio dei voti» legge a piena voce l’araldo, «Socrate è dichiarato colpevole. La maggioranza a suo sfavore è di sessanta voti». Fischi, applausi, invettive. Grande agitazione tra il pubblico. I giudici, ritornati sulle loro panche, sono immobili e silenziosi come statue; dietro le transenne il clamore si è mutato in brusio finché l’araldo comanda di nuovo il silenzio assoluto. «Ora la parola torna a Socrate» proclama l’arconte-re «Cosa proponi dunque per mitigare la tua pena?»

A passi misurati, scalzo come sempre, Socrate è risalito sul podio e si guarda attorno senza mostrare emozione. Anche la voce, quando inizia a parlare, è pacata e quasi bonaria: non tradisce alcun dispetto, ma mostra subito di quale carica sia munita! «Non provo rammarico, cittadini, per la condanna. Mi meraviglia anzi una maggioranza così modesta contro di me: bastava infatti che trenta voti cadessero nell’altra urna e sarei stato assolto. E ora devo proporre per me una pena, alternativa a quella di morte richiesta da
Meleto.

Il condannato allarga le braccia. «Quale pena? Senza dubbio quella che mi merito, non è vero? E cosa merita un uomo come me che ha sempre sacrificato i suoi interessi, la sua ambizione personale per fare del bene ai suoi concittadini? Un premio: ecco quello che io merito, il premio che gli ateniesi conferiscono a tutti i benefattori della città, nobili, generali, vincitori dei Giochi olimpici: il mantenimento a spese dello statuo nel Pritaneo. E credo anzi di meritarlo più io, questo premio, che non gli sportivi delle corse a piedi o a cavallo: le loro vittorie, infatti, vi fanno sembrare felici, le mie parole ve lo fanno essere. Dunque, la pena che mi spetta è di essere mantenuto nel Pritaneo».

Un coro di indignate proteste si alza da tutta la piazza. È troppo: questo vecchio ha dimenticato forse di essere davanti a un tribunale? E perché vuole a tutti i costi provocare l’assemblea dei giudici? « Eh, sì, lo sento» riprende Socrate. «Pensate che sia il solito orgoglio dispettoso a farmi parlare così. Ma non è vero. Io sono persuaso di non aver mai fatto ingiuria a nessuno, volontariamente. Quindi non mi pare nemmeno giusto fare ingiuria a me stesso, ammettendo di essere meritevole di una qualche pena. E poi, quale pena? Quella che richiede
Meleto, la morte, io non so se sia un bene o un male; ma le altre che potrei proporre io, quelle si, sono sicuro che sono dei mali».

Sorpresa, silenzio
tesissimo.

«Dovrei chiedere il carcere?» mormora Socrate «Già, e così passare il resto dei miei giorni imprigionato. Un’ammenda in denaro? Ma sarebbe proprio lo stesso, perché non ho soldi e quindi dovrei stare sempre in carcere. Allora l’esilio? Forse è proprio quello che voi vorreste. Ma pensateci un momento: che vita andrei a fare in un altro paese, alla mia età, quando neppure voi, ateniesi, riuscite a sopportarmi? Perché io lo so bene, qualunque città io scegliessi per l’esilio, i giovani verrebbero ad ascoltarmi, come qui: e, se li allontanassi, sarebbero loro a persuadere gli anziani a cacciarmi via; se non li allontanassi, mi caccerebbero i loro parenti per gli stessi motivi...»
«Ma non potresti startene ad Atene, quieto e silenzioso senza disturbare nessuno?» chiede forte una voce tra il pubblico.

«Ecco il difficile» risponde Socrate pronto. «È proprio questo che non posso fare, e la ragione è semplice, anche se molti di voi non la comprendono: il Dio mi ha comandato di non stare mai tranquillo, di ragionare ogni giorno sulla giustizia e sulla virtù, e di continuare, senza stancarmi, la ricerca sugli altri e su me stesso. Solo così la vita è, per me, degna di essere vissuta».

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mercoledì 1 luglio 2009, posted by David.Rettura at 1.11
Qualche giorno fa è mancato Mario Verdone, che oltre ad essere il padre del grande regista Carlo è stato uno tra i più insigni storici del teatro e del cinema della sua generazione, sulle cui opere generazioni di studiosi si sono formati.

Oltre a tutto ciò Mario Verdone è stato un'eccellente romanista, non nel triviale senso pedatorio del termine, ma in quello più fino e profondo di studioso, conoscitore ed amante di Roma in tutte le sue sfaccettature.

E' stato un romanista della migliore specie, nel solco dei Ceccarius o dei Livio Jannattoni, che sapeva coniugare l'esaustività accademica al piacere della lettura, come provano i suoi innumerevoli contributi alla Strenna dei Romanisti, da tutti assaporati con grande piacere nella consapevolezza che qualcosa a noi ignoto ci sarebbe stato rivelato.

Tra le sue tante opere vogliamo ricordarne una minore, Cinecittà story, così suggestiva da accompagnarci ancora nel ricordo con il suo dipanarsi di quello che fu un miracolo della nostra storia recente

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martedì 30 giugno 2009, posted by khayyamsblog@gmail.com at 14.33
di Margherita Fois

La cantante statunitense Britney Spears nota al pubblico internazionale per essere ormai considerata «l’ex reginetta del pop», a causa dei suoi non pochi problemi avuti negli ultimi anni, fa parlare nuovamente di sé.

Il motivo? Gira voce sul web che dovrebbe interpretare il ruolo femminile principale in un film sulla Shoah dal titolo “The yellow Stat of Sophia and Eton” (La stella gialla di Sophia ed Eton). La pellicola porterebbe al cinema la storia di una donna che si innamora in un campo di concentramento di un uomo e fin qui, nulla di nuovo…. Ma solo la proposta della Spears come attrice ha fatto insorgere Il Consiglio Centrale degli Ebrei in Germania. La presidentessa del Consiglio, Charlotte Knobloch (nella foto a destra), rilasciando un intervista al tabloid Bild ha infatti dichiarato: «E’ riprovevole cercare di finanziare il film mescolando perfidamente Britney Spears e l’Olocausto, i principi etici dovrebbero avere la precedenza, la sceneggiatura per un film sull’Olocausto dovrebbe essere scelta con cura e così anche la scelta degli attori, è del tutto fuori luogo la scelta di effetti per questo tema».

Che dire, noi vedremo bene la Spears in una commedia, l’abbiamo già vista ad esempio nella pellicola «per adolescenti» Crossroads, ma potrebbe anche cavarsela bene in una progetto cinematografico come questo. La star, impegnata ancora nel suo ben riuscito «Circus tour» ancora non ha rilasciato nessuna dichiarazione in proposito: aspetteremo con ansia la fine della vicenda… Chi la spunterà? L’«ex reginetta del pop» oppure Il Consiglio Centrale degli Ebrei in Germania?

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