
Il Monte Sinai con i suoi 2.285 metri di altezza è una delle più alte montagne d’Egitto, seconda solo al Monte Caterina. L’altura, celebre per essere stata il luogo prescelto dove Mosè ricevette da Dio le Tavole della Legge (i Dieci
Comandamenti), oggi fa di nuovo parlare di sé. Ma non per motivi teologici o geografici.
Da qualche settimana, infatti, nel deserto del Sinai si sta consumando una tragedia umanitaria di cui pochi parlano in Occidente. E’ l’odissea di 250 profughi (75 di questi eritrei, gli altri provengono soprattutto dal Sudan e dalla Somalia) ostaggi di un gruppo di trafficanti di essere umani – guidati da
Abu Khaled, con precedenti per traffico di armi, essere umani e organi – che hanno, tra l’altro, iniziato ad ucciderli: nove di loro, scelti tra coloro che non erano in grado di racimolare il riscatto per la loro libertà – fissato dagli aguzzini a 8.000 dollari – sono stati già uccisi nei giorni scorsi. Tra loro due diaconi ortodossi. Altri sono stati portati in un luogo imprecisato per “donare gli organi” e pagare, così, il loro “riscatto”.
Il sequestro è iniziato il 20 novembre e da allora il gruppo – composto quasi
esclusivamente da giovani, molti dei quali minorenni e donne – ha subito di tutto: privazioni, torture con ferri roventi e scariche elettriche, stupri, esecuzioni.

Secondo alcune fonti locali una parte consistente del gruppo è tenuto chiuso in una baracca mentre le donne e i bambini sono in una località vicina ma diversa nella periferia di
Rafah. Tra quest’ultimi, secondo
don Mosè Zerai – sacerdote eritreo dell’
Ong Habeshia – anche una donna incinta.
L’Egitto – che per sua scelta non garantisce la protezione umanitaria per chi fugge dall’Eritrea, dall’Etiopia e dalla Somalia – ha per molto tempo affermato di non essere a conoscenza di nessun sequestro in atto sul Sinai. Il ministro degli Esteri egiziano
Ahmed Abul Gheit, infatti, non ha mai preso atto degli appelli lanciati da alcune
Ong internazionali. Su tutte la sezione israeliana della
Physicians for Human Rights (
Phr) che aveva già da tempo non solo denunciato la situazione, ma anche diffuso alcune
testimonianze raccolte tra i profughi: il 23% di loro aveva bruciature da ferro sul corpo, il 94% ha confermato di essere stato privato del cibo e il 38% delle donne ha denunciato di aver subito violenze sessuali.
Abul Gheit, invece, per voce del suo
collaboratore Hossam Zaki, ha definito la vicenda una montatura e una «campagna mediatica per istigare l’opinione pubblica»
architettata da «organi sospetti» che cercano di «ingigantire gli eventi o di comporre scenari mediatici per fare pressioni sull’Egitto in merito al fenomeno dei clandestini africani».
Ma da cosa scappano queste persone? Dove sono dirette?
Prima di tutto bisogna prendere in
considerazione i 75 eritrei: a differenza degli altri loro sono in viaggio da alcuni mesi e nello scorso maggio avevano provato, senza successo, a raggiungere
Lampedusa.

Sono tutti
giovanissimi e scappano dal loro paese dove non esiste nessuna libertà di culto e il feroce dittatore
Isaias Afeworki li costringe al servizio militare ed ai lavori forzati: è un destino che spetta agli uomini dai 18 ai 40 anni e alle donne fino ai 27. Dopo essere stati respinti da Lampedusa lo scorso maggio, gli eritrei sono stati
imprigionati nel deserto libico,
precisamente nel carcere di Al
Braq. Da lì hanno cercato una via di fuga verso Israele nella speranza di raggiungere la Turchia prima e l’Europa dopo. Durante il loro drammatico viaggio ciascuno di loro ha pagato circa 2.000 euro ad un gruppo di beduini del deserto del Sinai che si sono rivelati ben presto dei veri e propri “predoni” – una sorta di “scafisti del deserto” – i quali, invece di condurli verso l’agognata meta, li hanno sequestrati tenendoli per lungo tempo, insieme agli altri, in un container di metallo privati di cibo e acqua. Oltre al gruppo degli eritrei, gli altri ostaggi provengono da altri paesi africani – Etiopia, Ghana, Costa d’Avorio, Somalia, Nigeria, Congo e Sierra Leone – dai quali scappano, più o meno, per gli stessi motivi.
Il capo del gruppo,
Abu Khaled, ha origini palestinesi e secondo alcune fonti locali è da tempo in contatto con
Hamas. E’
ufficialmente ricercato dalla polizia egiziana ma – come lui stesso ha dichiarato un anno fa ad una cronista del
Telegraph – «le autorità egiziane chiudono un occhio sui traffici che
riforniscono Gaza» e piuttosto, si concentrano e
perseguitano proprio i migranti che sono diretti verso Israele in cerca di una speranza e di un futuro.
Kahled intrattiene dei rapporti finanziari con il noto
commerciante di armi
Abu Hamed e uno dei suoi più stretti
collaboratori è
Fatawi Mahari – meglio conosciuto come
Wedi Koneriel – già indagato nel 2009 dall’
intelligence israeliana con l’accusa di aver organizzato
trasferimenti di denaro finalizzati al traffico di esseri umani in Egitto. Anche in questo caso, i soldi erano stati estorti ai familiari di alcuni africani sequestrati dai beduini nel Sinai.
Di questa tragedia umanitaria, a dire il vero, l’Occidente si è occupato finora poco e male. Solo il 16 dicembre la
Commissione Europea ha approvato una Risoluzione con la quale si richiede la liberazione degli ostaggi e un imminente incontro tra essi e l’Alto Commissario
Onu per i Rifugiati (
Unhcr).
Il problema, in realtà, non concerne solo questo gruppo di ostaggi ma fa parte di un fenomeno molto più ampio di cui ancora non si vuole prendere coscienza: l’Egitto, a causa della sua posizione geopolitica, sta diventando una sorta di “Mexico africano”. Sempre di più, infatti, i migranti dai Paesi africani che scappano dalla fame, dall’oppressione religiosa e dalla violenza di alcuni regimi
dittatoriali dell’Africa sub-sahariana cercano di raggiungere Israele passando, per l’appunto, per l’Egitto. Molti di loro perdono la vita in questo viaggio della
disperazione perché al confine le autorità egiziane “sparano per uccidere”: nel 2009 sono stati 28 i migranti uccisi, quest’anno 32. Molte donne (165 solo nel 2010), appena arrivate in Israele chiedono di
interrompere la propria gravidanza poiché
frutto di violenze subite durante la drammatica convivenza con i gruppi di beduini che organizzano questi traffici, sempre più spesso realizzati utilizzando i tunnel scavati negli anni scorsi al confine tra l’Egitto e la Palestina. Quasi tutti i profughi hanno bisogno al loro arrivo di cure mediche, soprattutto trattamenti ortopedici e
fisioterapia.
In Italia, prima della risoluzione dell’
Onu del 16 dicembre scorso, solo il quotidiano
Avvenire e
Nena News avevano avuto il merito di riportare con una certa regolarità e costanza le notizie relative al sequestro di gruppo.
Una vicenda di cui bisogna parlare e scrivere, prima che ai giovani ostaggi non rimanga che l’ultimo grido d’aiuto da lanciare: quello di togliersi la vita sperando che prima o poi qualcuno si attivi per la liberazione dei propri compagni di sventura.
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