lunedì 28 giugno 2010, posted by roberto.bonuglia at 09:24
Testimoniare con le opere, con le parole, con la propria vita l’essere autenticamente cristiano. E’ questo il filo conduttore della biografia di Igino Giordani, scrittore, giornalista e politico italiano, direttore della Biblioteca Apostolica Vaticana negli anni della censura e della persecuzione fascista – fu lui ad assumere, il 3 aprile 1929, Alcide De Gasperi da poco uscito dal carcere – e cofondatore del Movimento dei Focolari insieme a Chiara Lubich, a don Pasquale Foresi e al vescovo tedesco Klaus Hemmerle.

Come si legge nel bell’articolo di Piersandro Vanzan, (Igino Giordani, un credente impegnato, in La Civiltà Cattolica del 6 marzo 2010, quad. 3833) egli «come politico e parlamentare offrì un servizio disinteressato alla comunità, ricercando unicamente l’edificazione di una polis migliore; come giornalista difese sempre e con forza le sue idee, fondate su un cristianesimo nutrito dal pensiero dei Padri della Chiesa; come uomo realizzò una famiglia “Chiesa domestica” e affrontò risoluto lo scontro col fascismo anche rischiando la vita».

L’afflato cristiano - che segnò indelebilmente e costantemente la sua attività politica, culturale e religiosa - è testimoniato dal rilevante contributo che Giordani fornì, ad esempio, in merito a questioni di non trascurabile importanza per la vita sociale e politica italiana: il riconoscimento del diritto di obiezione di coscienza (nel 1949 fu l’autore del primo disegno di legge in materia); la pacatezza, la lucidità, l’equilibrio di cui furono costantemente intrisi i suoi articoli su Il Popolo e sull’Osservatore Romano; il suo contributo propositivamente ecumenico e modernizzante che ne fece un riconosciuto «precursore della stagione conciliare»; la sua originale - e per taluni “scomoda” - posizione sul Patto Atlantico che lo portò a «prendere le distanze dal “neutralismo” che confidava nell’azione diplomatica dell’ONU per dirimere i conflitti internazionali» rifiutando «l’ordine fondato esclusivamente sull’equilibrio militare prodotto dallo spiegamento delle armi» proponendo al contempo una «“Internazione europea” la quale avrebbe potuto assolvere alla funzione di essere sorgente universale di unità».

Ma l’«essere cristiano» di Giordani lo portò a navigare controcorrente non solo in questi casi, i più noti della sua comunque ancora non sufficientemente conosciuta biografia. Anche in una fase delicatissima della storia politico-culturale del nostro Paese come quella dell’Italia post-fascista - che in questi anni la storiografia più attenta sta contribuendo a (ri)scrivere -, Giordani non mancò di far sentire coraggiosamente la sua voce.

Negli anni della ripartenza democratica della vita pubblica italiana, infatti, pochi hanno finora saputo delle epurazioni antifasciste condotte, per lo più, da «motivazioni prima ancora che politico-ideologiche, personali e nella sua accezione peggiore, accademiche». Anni in cui studiosi riconosciuti e rispettati dalla comunità internazionale come Gioacchino Volpe furono vittime delle «miserie consuete di gente attruppatasi in corporazione» pronta a lanciare «anatemi ideologici» e «vendette a freddo per inimicizie antiche».

Questo il clima che si respirava nelle stanze dei bottoni dell’Accademia italiana. Ma non solo: anche i maggiori enti culturali italiani, infatti, non sfuggirono alle «rivendicazioni personali spesso confinanti nei rancori accademici». Fu così, ad esempio, nell’autunno del 1944, quando il liberale Benedetto Croce accettò con entusiasmo l’incarico di ristrutturare l’Accademia dei Lincei. Contrariamente alla sua formazione e a quanto da lui stesso scritto solo qualche anno prima – nel 1931 nelle pagine di Etica e Politica egli dimostrò come «la politica politicante» non fosse “cosa buona e giusta” per «un filosofo che si rispetti» - il metro di giudizio per assolvere il suo compito e, dunque, «per continuare a far parte dei Lincei» divenne squisitamente politico aprendo, così, a «strumentalizzazioni e rancori».

Ecco una pagina ben poco conosciuta della nostra storia che, a dispetto della «lunga tradizione della letteratura del silenzio», l’ultimo lavoro di Paolo Simoncelli (L’epurazione antifascista all’Accademia dei Lincei. Cronache di una controversa «ricostruzione», Firenze, Le Lettere, 2009), ha il merito di ricostruire con un’ampia e inedita documentazione. E l’accuratezza dell’indagine storiografica compiuta dall’Autore non tralascia di fare luce sul “poco noto” di una vicenda per troppi anni occultata. Le colpe crociane, certo, ma anche i moniti inascoltati di chi all’epurazione “viziata” si oppose.

Tra questi, forte e decisa fu proprio la voce di Giordani che, appena Charles Poletti firmò l’ordine regionale alleato per l’epurazione, «si distinse dalle colonne del “Quotidiano”, organo dell’Azione cattolica»: nei giorni in cui Croce cedeva «agli strepiti e ai rancori», Giordani, invece, in merito a quelle tristi vicende, auspicò di non «aggiungere odio a odio», di non «prolungare il dissanguamento» e invitò tutti - come ricorda Simoncelli citando proprio un articolo di Igino del 4 luglio 1944 dal titolo inequivocabile: Epurazione - «alla ragionevolezza, all’oculatezza che non è debolezza, alla necessità di distinguere («un conto la posizione di uno squadrista che nel 1922 aveva quindici anni […] un conto il caso di uno squadrista che allora aveva 25 anni») ad aggiungere all’ “epurazione degli uffici” “quella delle coscienze”».

Ma cosa aveva fatto dire a Giordani, in quei giorni, ciò che molti altri tacevano e, cosa ancor più grave, nemmeno pensavano? Nient’altro che la ferma convinzione che - come scrive Francesco Pistoia nelle colonne de L’Avvenire del 23 giugno scorso recensendo l’ultimo volume della collana delle «Opere vive» diretta da Alberto Lo Presti e promossa dal Centro Igino Giordani - «bisogna dire e difendere la verità in ogni occasione».

E quella fornita dal metodo - tutt’altro che imparziale e in buona fede - adottato dal riordino crociano dell’Accademia era un’occasione importante per «portare il Vangelo nella città dell’uomo» invitando “Don Benedetto” e i suoi a valutare l’idoneità dei soci in base ai meriti e non alla loro biografia politica. O, ancor peggio - come avvenne - cedendo alle invidie accademiche e/o personali mettendo all’indice e dunque “epurando” gli avversari e i colleghi scomodi millantando colpevolezze infondate o comunque non del tutto “ponderate”. Quello di Giordani era un monito a stare attenti, a non mettere in pratica un antifascismo settario corrotto da scorie ideologiche che - come sempre - portano gli uomini a dare il peggio di se stessi. Non bastava essere antifascisti per essere democratici, non era sufficiente essere uomini di scienza per perseguire la giustizia. Giustizia, appunto, non giustizialismo, antica tendenza italica al fare di tutta l’erba un fascio e di imbellettare i propri rancori personali con gli abiti raffinati dell’ortodossia di partito, di parte, di palazzo.

Tutto il contrario di quanto Giordani credeva nel suo intimo e affermava pubblicamente. E proprio qui sta il punto. Dirlo, affermarlo in quei giorni, in quegli anni, era davvero un modo coraggioso di testimoniare la propria convinzione che si ritrova proprio nelle pagine, fresche di ristampa, de La Società cristiana (Roma, Città Nuova, 2010). Pagine intense, nelle quali Giordani evidenzia con forza «l’abisso in cui le ideologie mostruose e processi di materializzazione dell’uomo e di oscuramento della trascendenza hanno gettato l’umanità». E questo, va detto, era vero per quei vent’anni sciagurati che portarono al secondo conflitto mondiale ma poteva dirsi altrettanto per il modo col quale i “moralizzatori” si apprestavano - ai Lincei come nelle Università - a redigere le liste degli “epurati” praticando consapevolmente un fascismo alla rovescia che costò caro a ingegni e intelletti italici di tutto rispetto.

Ma il coraggio di Giordani, autodidatta che di lì a poco sarebbe stato del dotto Croce “collega” all’Assemblea Costituente, aveva visto ben oltre la siepe degli egoismi, delle bassezze accademiche e degli egoismi politici perché della politica aveva una concezione “diversa”. E qualche mese dopo l’articolo citato da Simoncelli, il 31 dicembre 1944, dalle colonne dello stesso “Quotidiano” la spiegò così, con la semplicità e l’intensità di sempre:
«La politica è fatta per il popolo… Essa è un mezzo, non è un fine… Prima la morale, prima l’uomo, poi il partito, poi le teorie di governo. La politica non deve diventare padrona: non farsi abuso… Qui è la sua funzione e la sua dignità: d’essere servizio sociale, carità in atto: la prima forma della carità di patria».
In altre parole, «la politica come amore», per dirla con Tommaso Sorgi.

E scusate se è poco.

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mercoledì 23 giugno 2010, posted by roberto.bonuglia at 18:23
Era l’alba del 25 giugno 2006. Le 5:40 del mattino. L’Italia del calcio si preparava alla sfida contro l’Australia che avrebbe segnato l’inizio “vero” del percorso che si sarebbe concluso con la vittoria dei mondiali di calcio tedeschi. Ore di attesa febbrile, di tormentata speranza e di gioia incontrollabile. Ma nel frattempo, in un’altra parte del mondo, in quel Medio Oriente senza pace, accadeva tutt’altro.

In quelle ore, infatti, otto guerriglieri palestinesi attraversano un tunnel sotterraneo che univa Rafah alla zona di Kerem Shalom e attaccano un avamposto militare israeliano. Percorrono cento metri, si dividono in tre gruppi. Usano esplosivi e armi leggere. Nel corso dell’operazione muoiono due soldati ebrei, quattro di essi riportano ferite e un altro viene catturato.

Inizia così la storia del rapimento di Gilad Shalit, militare israeliano di vent’anni (all’epoca dei fatti) che, svenuto e ferito, cade nelle mani dei guerriglieri di Hamas. Da allora non si hanno più notizie certe delle sue condizioni di salute. La Croce Rossa Internazionale, in aperto contrasto con quanto stabilito dalla Convenzione di Ginevra, non ha mai ottenuto le autorizzazioni richieste per visitarlo. Nemmeno l’Arcivescovo Antonio Franco - Nunzio apostolico presso Israele subito attivatosi dopo aver appreso la notizia - è riuscito ad ottenere alcun risultato.

Da quattro anni ormai Gilad è ostaggio di Hamas. L’ultima volta è stato visto controllare la frontiera dello Stato d’Israele vicino alla Striscia di Gaza. L’ultima volta era quell’alba.

Dopo il sequestro un primo comunicato diffuso dai rapitori chiese, in cambio del rilascio di Gilad, la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi minorenni e di sesso femminile. Il documento era a firma congiunta. Figuravano tra i firmatari: il braccio armato di Hamas (le Brigate Izz ad-Din al-Qassam); i Comitati di Resistenza Popolare (di cui fanno parte, oltre ad alcuni militanti di Hamas anche membri di Fatah e del Movimento Islamico della Jihad Palestinese); un gruppo che per la prima volta fece mostra di sé, l’Armata Palestinese dell'Islam. Qualche giorno dopo, a queste richieste, si aggiunse quella di liberare altri 1.000 prigionieri e di cessare gli attacchi nella Striscia di Gaza.

Da allora pochi sono stati i segnali tangibili fatti pervenire dai rapitori: dopo il primo anno di detenzione Hamas ha diffuso, il 25 giugno 2007, un messaggio audio in cui si sente la voce di Gilad. Il 14 settembre 2009 è la volta di un video in cui Gilad legge un giornale palestinese (nella foto). Segnali, questi, che in un certo senso potevano flebilmente rassicurare la famiglia del giovane e mantenere viva nei loro cuori la speranza di poterlo riabbracciare. Ma il 25 aprile scorso, una VHS getta nello sconforto la famiglia e gli amici di Gilad: in un agghiacciante cartoon Hamas mostra l’avatar del papà del caporale che invecchia in attesa di veder tornare il figlio a casa.


Gilad oggi è un ragazzo di 24 anni. Ha passato quasi un quinto della sua vita sotto sequestro. Prima dell’incubo che sta vivendo – i rapitori, due volte a settimana, cambiano nascondiglio per evitare che Israele con un blitz possa porre fine alla detenzione - si era arruolato nell’esercito nel 2005, alla fine di luglio. Ama la matematica e lo sport, è nato a Naharia e poi è cresciuto a Mizpè Hilah. Oltre ad essere israeliano e francese è, senza saperlo, dal luglio 2009, anche cittadino onorario di Roma. La sua immagine è quella che molti cittadini e turisti della Capitale hanno visto in questi anni campeggiare in Campidoglio chiedendosi chi fosse quel ragazzo dallo sguardo intenso e sognante come solo chi ha vent’anni può avere e mostrare agli altri. Ma dopo quattro anni di sequestro e di tentativi andati a vuoto, quali sono le sue reali condizioni? Basterà il buio del Colosseo a sensibilizzare chi ha in mano le sorti di una così giovane vita e paga le conseguenze di una situazione più grande di sé? C’è spazio per le richieste, gli appelli, le iniziative a sostegno della sua liberazione?

E’ una speranza. Che nel nostro piccolo, sottoscriviamo e sottoponiamo ai nostri lettori. Sperando di non gettare, inutilmente, solo un altro sasso nello stagno.

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lunedì 21 giugno 2010, posted by khayyamsblog@gmail.com at 10:47
di Fabrizio Vistoli

Gaetano Messineo
(Petralia Soprana, 22 luglio 1943 – Roma, 20 giugno 2010)

E alla fine te ne sei andato. In silenzio. Come era tuo stile. Perché mai hai platealmente protestato per le ingiustizie subite, e mai hai cercato la rumorosa ribalta degli onori e delle cronache, che pure Ti spettavano per dottrina, onestà intellettuale e statura morale.

Te ne sei andato d’improvviso, con un silenzio urlato, senza dare tempo e modo a Noi che ti stimavamo e ti volevamo bene di consapevolizzare quanto importante fosse la tua presenza nella nostra vita.

Nel corso dell’esistenza di ciascuno di Noi, infatti, ci è dato di incontrare una gran quantità di persone. Alcune passano, percorrendo un breve cammino al nostro fianco; altre restano per molte stagioni, pur non lasciandoci un’impronta significativa; altre ancora ci rendono felici per la semplice casualità di averle incrociate nel nostro cammino e incidono profondamente sul nostro modo di vivere e di pensare.

Queste persone sono rare, preziose, insostituibili: e tu eri una di queste.

Tu appartenevi a quella eletta schiera di uomini che sanno vedere oltre le apparenze, che sanno scrutare nell’animo dell’interlocutore senza specularci sopra, che riescono a trasformare lestamente il pensiero in azione. Un’azione mai intrisa di interessi personali, mai banale e scialba, bensì sempre contraddistinta da chiari e precisi intenti (e risvolti) umani, sociali e culturali.

Sei stato Uomo cortese e gentile, anticonformista, entusiasta della vita e pur tuttavia non alieno da momenti di sconforto che hai spesso saputo convertire in nuova energia propositiva.

Sei stato pubblico funzionario (competente, appassionato, integerrimo) al servizio dello Stato, operando nell’interesse pubblico senza mai cedere a ricatti e compromessi.

Sei stato Studioso profondo, fine Intellettuale, Scrittore elegante, chiaro e arguto, di giudizio penetrantissimo e sicuro.

Sei stato abile divulgatore, maestro e Docente impareggiabile, supportato da una memoria enciclopedica e da una vasta conoscenza assolutamente non fine a sé stessa.

Sei stato precettore e pedagogo, guida e modello di studenti e collaboratori, con nessuno mai avaro di suggerimenti ed opportuni incoraggiamenti di lode.

Sei stato soprattutto un Amico di molti di Noi: onesto, sincero, generoso, combattivo, sempre contraddistinto da un carisma unico e animato da sacro fuoco inestinguibile, che arde soltanto nel cuore dei veri cultori di Virtù e Scienza.

Per le tue qualità di mente e d’animo hai meritato la stima, la fiducia, il rispetto e l’ammirazione di molti; ma nello stesso tempo l’invidia, la gelosia e la malevolenza di pochi, miseramente avviliti dal calibro dell’uomo e dalla tua “statura” di individuo.

Resta il fatto che non sei più tra Noi.

Il solo conforto che ci rimane per sì grande sventura è il ricordo durevole della tua voce risuonante al telefono, dei tuoi ottimistici intercalari nella conversazione, dell’immancabile coinvolgimento alle tue imprese, dei progetti realizzati assieme.

Ci rasserena comunque la possibilità di poter adire, quando vogliamo, ai ricchi tuoi frutti intellettuali, il cui pregio e il cui utile si tramanderà ai posteri studiosi come la migliore e più preziosa eredità che ci hai lasciato.

Ci piace immaginarti ora nell’atto, che fu di Ottaviano Augusto, personaggio che contribuisti a celebrare con la tua attività di studioso, quando – nell’ultimo suo giorno –, teste lo scrittore latino Svetonio, si rivolse ai presenti e chiese loro se non trovavano che Egli avesse recitato bene la sua parte nella commedia della vita. Tu, proprio come il Princeps immedesimato in un attore che si congeda, potresti declamare quei versi che in teatro gli interpreti usavano rivolgere al pubblico alla fine di ogni rappresentazione:

“E Ora, se tutto è andato bene,
battete le mani a questo nostro gioco ed acclamateci!”
E Noi non potremmo far altro che questo!

"… Ogni persona che passa nella nostra vita è unica.
Sempre lascia un po’ di sé e si porta via un po’ di noi.
Ci sarà chi si è portato via molto, ma non ci sarà mai chi non avrà lasciato nulla. Questa è la più grande responsabilità della nostra vita
e la prova evidente che due anime non si incontrano mai per caso …”
Jorge Luis Borges

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venerdì 18 giugno 2010, posted by khayyamsblog@gmail.com at 10:56
Nel corso del suo primo incontro con lo staff del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (PAM), nella sede di Roma, il nuovo Direttore Esecutivo, Josette Sheeran, ha fatto appello per un rinnovato impegno nei confronti dei poveri e degli affamati nel mondo. "Malgrado gli enormi sforzi del PAM, dei suoi donatori e dei suoi partner, stiamo perdendo terreno nella lotta contro la fame. Ogni anno, il numero di persone malnutrite aumenta di 4 milioni. Insieme, possiamo fermare questa tendenza". Ogni anno, il PAM sfama una media di 90 milioni di persone, assicurando operazioni logistiche attraverso il lavoro di una squadra
internazionale di 12.000 persone, dislocate in più di 80 paesi nel mondo.

Sheeran è stata scelta come nuovo Direttore Esecutivo del PAM nel novembre scorso dall'allora Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, e dal Direttore Generale della FAO, Jacques Diouf, con l'unanime consenso dei
36 stati membri del Consiglio d'amministrazione del PAM. Succede a James Morris, che ha concluso il suo mandato quinquennale il 4 aprile. Morris farà ritorno nello stato dell'Indiana, USA, suo paese d'origine.

Nel discorso di benvenuto al nuovo Direttore Esecutivo, il Presidente del Consiglio d'amministrazione del PAM, James Molanson, ha detto: "Abbiamo di fronte a noi delle enormi sfide umanitarie come l'emergenza nel Darfur.
Contemporaneamente, dobbiamo fare fronte alla diffusa fame cronica, specialmente in Africa, dove una persona su tre è malnutrita. Tutti noi,
membri del Consiglio Direttivo del PAM, siamo pronti a lavorare con Josette Sheeran per un reale progresso nella lotta alla fame e per aumentare l'efficacia degli aiuti alimentari quale strumento per aiutare i più bisognosi".

Sheeran ha una vasta esperienza nel settore pubblico e privato, con oltre 20 anni di lavoro manageriale e di direzione nei settori della diplomazia, degli affari governativi, delle fondazioni, del giornalismo internazionale e del mondo degli affari. Recentemente, è stata Sottosegretario agli Affari Economici, Energetici e Agricoli al Dipartimento di Stato americano e ha
ricoperto l'incarico di delegato aggiunto degli Stati Uniti alla Banca Mondiale e nelle banche regionali per lo sviluppo, occupandosi di temi economici, quali lo sviluppo, il commercio, l'agricoltura, la finanza, l'energia, le telecomunicazioni e i trasporti. Ha dedicato una particolare
attenzione a come aiutare i paesi in via di sviluppo a divenire maggiormente autosufficienti attraverso un rafforzamento delle economie e ha avviato programmi innovativi di sviluppo e potenziamento delle competenze. Su richiesta del precedente Segretario Generale delle Nazioni
Unite, Kofi Annan, l'anno scorso, Sheeran ha lavorato nel Comitato delle Nazioni Unite per la riforma dell'assistenza umanitaria, dello sviluppo e dell'ambiente. Nel corso di nove mesi, Sheeran ha avuto centinaia di colloqui in varie parti del mondo con beneficiari degli aiuti ONU, con gli operatori sul campo, con donatori del settore privato e le ONG.

Prima della sua nomina a Sottosegretario, Sheeran è stata Rappresentante aggiunto per il Commercio nell'Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti (USTR), dove era responsabile dei negoziati per il commercio e i trattati per l'Asia e l'Africa. Ha, inoltre, svolto la
funzione di Direttore di una compagnia tecnologica di punta di Wall Street, Presidente e Amministratore Delegato di un centro di ricerca a Washington e Direttore amministrativo di uno tra i maggiori quotidiani americani.

"Sono davvero felice di lavorare per il PAM, che ho scoperto essere, nel corso del mio lavoro per il Comitato di Alto Livello delle Nazioni Unite, una gemma all'interno del sistema ONU. Il PAM si è guadagnato la fiducia delle persone più vulnerabili nel mondo e il rispetto di oltre 90 paesi
donatori. Tutti coloro che sostengono il PAM, nel settore pubblico e privato, sanno che oltre il 93 per cento delle loro donazioni raggiunge direttamente chi soffre la fame, mentre il PAM trattiene una quota per la gestione che è tra le più basse nel mondo degli operatori umanitari", ha detto Sheeran.

"Mi sono presa quattro impegni nell'assumere quest'incarico. Il primo è nei confronti di oltre 850 milioni di uomini, donne e bambini che sanno cosa significa andare a letto affamati. Vi prometto che non sarete mai dimenticati e che farò di tutto non solo per portarvi del cibo, ma anche la speranza di un futuro migliore", ha detto Sheeran. "Il mio secondo impegno è per tutti quei generosi paesi, aziende, organizzazioni e individui che sostengono il PAM nello sforzo di salvare vite umane. Sosterrò e intensificherò l'impegno nella logistica del PAM. Spesso si tratta di opere di cui si avvantaggiano i paesi beneficiari. Nello stesso tempo è importante migliorare l'efficacia e l'impatto dei nostri interventi logistici. Come terzo punto, lavorerò con i miei colleghi delle Nazioni
Unite, delle ONG e con molti altri soggetti per massimizzare gli effetti positivi sullo sviluppo degli acquisti e della distribuzione di aiuti alimentari del PAM. Infine, faccio una promessa agli uomini e alle donne che lavorano duramente per il PAM. I vostri sforzi non saranno mai dati per scontati e i vostri sacrifici faranno sempre la differenza."

Nel primo mese di lavoro, Sheeran si occuperà soprattutto delle più importanti operazioni e aree di lavoro dell'agenzia, trascorrendo metà del proprio tempo nell'ufficio di Roma e metà in missioni nel mondo. Prima tappa, l'Africa, dove si recherà almeno due volte nei prossimi tre mesi.

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giovedì 17 giugno 2010, posted by khayyamsblog@gmail.com at 22:43
Più di un miliardo di persone povere e vulnerabili vive in zone aride del pianeta, nelle quali gli sforzi per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio incontrano sfide impegnative e perciò avanzano lentamente.

Quasi tre-quarti dei terreni adatti al pascolo mostra i sintomi della desertificazione. Negli ultimi 40 anni, circa un terzo delle aree coltivabili è diventato non produttivo e spesso è stato abbandonato. La pressione incessante provocata da siccità, carestia e una povertà sempre più profonda, minaccia di provocare tensioni sociali, che creano a loro volta il presupposto per migrazioni involontarie, dissesto delle comunità, instabilità politica e conflitti armati.

La vulnerabilità umana, infatti, si unisce a quella ambientale e sociale con particolare forza e simmetria nelle regioni aride della terra. Il cambiamento climatico può solo peggiorare queste dinamiche.

In quest’Anno Internazionale della Biodiversità, dobbiamo ricordarci che le zone aride sono aree caratterizzate da un’enorme diversità e produttività biologica. Il trenta per cento dei raccolti coltivati e consumati in ogni angolo del pianeta proviene da tali zone.

La biodiversità del suolo di queste regioni gioca anche un ruolo cruciale nella trasformazione del carbonio da atmosferico in organico, rendendo queste zone il bacino di carbonio organico più grande del pianeta.

Nel proteggere e risanare le terre aride procediamo contemporaneamente su più fronti: rafforziamo la sicurezza alimentare, affrontiamo il cambiamento climatico, aiutiamo i poveri a prendere in mano il proprio futuro e acceleriamo il processo per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio.

In questo Giorno, riaffermiamo il nostro impegno nella lotta contro la desertificazione e la degradazione del suolo, mitigando gli effetti della siccità; riconosciamo infine che migliorare la terra significa migliorare la qualità della vita.

Ban Ki Moon
Segretario Generale dell'Onu

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mercoledì 16 giugno 2010, posted by giovanni.larosa at 12:00
La prima settimana di maggio 2010, ha scosso sicuramente le compagini economiche degli Stati dell’Unione Europea, in particolare per Portogallo, Spagna, Irlanda, Italia e Gran Bretagna, sino al punto che in Grecia si sono verificati degli scontri ad Atene. Un deficit ormai insanabile ha portato i cittadini greci a scendere nelle strade per manifestare la propria rabbia, nei confronti di una politica che ha trascinato la Grecia al collasso ed oggi tutti di nuovo in piazza per la manovra sulle pensioni.

Era il 1° gennaio 1981, quando ci fu il primo allargamento mediterraneo e la Grecia divenne il decimo Stato membro della Comunità economica europea, potendovi aderire dopo la caduta del regime militare “dei colonnelli” e grazie al ritorno alla democrazia, nel 1974.

Dopo cinque anni nel 1979, furono eletti a suffragio universale diretto i deputati nel Parlamento europeo, tra i quali Altiero Spinelli, attivista del Movimento federalista europeo e fondatore del Movimento federalista in Italia, di cui ne fu segretario dal 1948 e uno dei padri fondatori della Comunità europea. Già dall’inizio del XX secolo, riscosse molto interesse il dialogo federalista sino a giungere agli Anni Cinquanta in cui si parlò di “Movimento comunale europeo e internazionale”, al quale don Luigi Sturzo, fondatore del Partito popolare e strenuo antifascista, dichiarò di aderire all’iniziativa in favore delle autonomie locali, seguito da Adriano Olivetti col “Movimento comunità” del 1953 e successivamente dal sindaco di Firenze, Giorgio La Pira, che a partire dal 1955 promosse il “Congresso dei sindaci delle capitali di tutto il mondo”, le cui origini siciliane lo avevano sempre accompagnato verso una visione più aperta, oltre i confini dell’orizzonte. Per giungere al 25 marzo 1957 dove a Roma fu firmato il trattato di costituzione della Comunità economica europea, che fu generalmente chiamato “mercato comune”.

Fu grazie alle pressioni di Altiero Spinelli e quelle di un ristretto gruppo di parlamentari di Strasburgo, che il Parlamento europeo conferì incarico ad una nuova commissione di elaborare una riforma istituzionale della Comunità. Il compromesso avviato proprio da Spinelli, rappresentò un incrocio sapiente e dinamico tra il modello comunitario e il modello federale, che giunse al febbraio 1984, data in cui il Parlamento europeo approvò il così detto “piano Spinelli” in testo finale del “trattato-costituzione” con 237 voti, la maggioranza assoluta[1]. In quell’occasione Spinelli pronunciò un discorso, prima del voto finale sul trattato, in un misto di gratitudine e orgoglio:

Oggi giunto a questo punto, vale a dire alla fine di un capitolo e all’inizio di un nuovo capitolo che probabilmente sarà portato a termine da altri e riflettendo sul lavoro che ho cercato di fare qui, devo di re che penso che, se le idee contenute in questo testo e nella risoluzione non fossero esistite nella mente della grande maggioranza di questo Parlamento, non sarei mai riuscito a mettervele. Mi sono limitato ad esercitare, come Socrate, l’arte della maieutica. Sono stato l’ostetrica che ha aiutato il Parlamento a dare alla luce questo bambino. Adesso bisogna farlo vivere.

Fu la solida base per il rilancio europeo che culminò con la creazione dell’Unione europea a Maastricht nel 1993. Altiero Spinelli morì a Roma il 23 maggio 1986.

La Grecia del dopoguerra era in ginocchio: l'economia devastata dall'occupazione nazista, il sistema di comunicazioni arretrato, la flotta mercantile quasi completamente distrutta, l'inflazione galoppante e la scarsezza di viveri le sole prospettive future. Per Georgios Papandreu, favorito dagli inglesi alla nomina di capo del governo in esilio anche per il suo passato anticomunista, il problema più difficile da affrontare fu il disarmo pacifico delle formazioni partigiane e la loro sostituzione con un esercito nazionale, ma questo sfociò in una guerra civile molto sanguinosa, che durò dal 1946 al ’49, tra i movimenti di resistenza partigiana formati da liberali e comunisti e la coalizione conservatrice, guidata dal Partito popolare di Tsaldàris, che non si preoccupò di appianare i dissidi tra destra e sinistra. Iniziò, al contrario, una politica di repressione e violenza contro gli esponenti socialisti e comunisti.

Il 1° settembre 1946 fu fissato il referendum istituzionale e quando le consultazioni si tennero, la monarchia vinse con il 68% (1.136.289 voti) dei suffragi, contro il 32% (524.771 voti) alla repubblica. Fu il subentro degli Stati Uniti, quale stato protettore, a riportare un po’ di ordine e di aiuti economici, dettati dal piano del presidente Truman; adottare la “dottrina Truman” significava avere l’apparenza di sostenere interessi provati e reazionari contro le riforme e le rivoluzioni a favore dei poveri e che, di fatto, aprì la strada a un consistente afflusso di dollari per la Grecia, permettendo di entrare a far parte del blocco occidentale – seppur a caro prezzo. L’Italia con le parole di Togliatti «Non faremo come la Grecia» se ne chiamò fuori ed ebbe un’altra storia.

Fino al 1952 avrebbero governato, in coalizioni instabili e sempre sull’orlo del crollo, i partiti di centro-destra, accusati peraltro continuamente di corruzione, inefficienza e servilismo verso le centrali straniere, americane soprattutto, che operarono liberamente sul territorio greco. Nonostante una ripresa apparente, i governi che si susseguirono, rimasero legati ai dettami delle norme e misure repressive del periodo della guerra civile e se nel nostro “Bel Paese” alla fine degli Anni Cinquanta, si iniziò a parlare di un miracolo economico, legato allo sviluppo della politica industriale voluta fino alla sua fine da Amintore Fanfani, in Grecia lo sviluppo dell’epoca fu incentrato invece, nell’industria del turismo. Al governo, re Paolo scelse Konstantinos Karamanlis, che indì nuove elezioni per il febbraio 1956, alle quali per la prima volta parteciparono le donne greche. In occasione delle elezioni del 1961 la sinistra comunista a capo dell’opposizione, ma anche l'Unione di centro creata da Georgios Papandreu, portò avanti delle accuse contro il governo e i partiti di centro-destra, per gravi frodi elettorali, finalizzate a condizionare il processo democratico a favore della destra. Si dovette attendere le elezioni del 1963 per costringere Karamanlis ad abbandonare la sua nazione, anche a seguito dell’attentato al deputato comunista Grigorios Lambrakis, per lasciare il posto a Papandreu, che vinse le elezioni portando avanti i principi democratici, rappresentati anche da nuove riforme normative legate al sistema educativo, oltre alla libertà per i prigionieri politici e l’autorizzazione al rientro per gli esiliati.

Gli anni dal 1964 al ’67, furono decisivi per la sorte della Grecia contemporanea e incentrati verso una visione più globale riguardo la guerra fredda tra il blocco sovietico e quello statunitense; nella lotta dell’Occidente contro i comunisti. Le dimissioni di Papandreu volute dal popolo, indignato, portarono ad un governo di coalizione incapace di gestire il clima sempre più teso, fin quando il 21 aprile 1967, alcuni colonnelli, paventando l’avanzata comunista e con l’aiuto dei servizi d’intelligence americani, s’impadronirono del potere con un colpo di stato, in nome del re. I carri armati invasero le strade di Atene, concentrandosi in Piazza della Costituzione, sede del Parlamento. Tra questi, i colonnelli Georgos Papadopoulos e Stylianon Pattakos, seppur non avessero rappresentato la totalità degli ufficiali superiori dell’esercito, furono in grado di instaurare un regime basato sulle leggi marziali, deportando e imprigionando gli oppositori, come ad esempio il famoso scrittore Mikis Theodorakis. Il re Costantino tentò di riprendere il potere, ma senza successo dovette imboccare la strada dell’esilio.

La giunta dei colonnelli con Papadopoulos primo ministro, si distinse per la caparbia brutalità, per gli atti di violenta repressione, ma anche per l’assoluta incompetenza politica. Mentre Usa e Urss erano in piena “guerra fredda”, in quest’area mediterranea, si ebbe la rottura dell’attività diplomatica nell’isola di Cipro, abitata per l’80% da persone di origine greca, che portò a delle contese con la Turchia per l’avanzata della “enosis”, richiesta di unione (in greco) con la Grecia, che fu contrastata risolutamente dalla Turchia, la quale spinse invece, per una spartizione dell’isola[2]. Nel 1960 Cipro ottenne l’indipendenza, grazie a delle negoziazioni tripartite tra Grecia, Turchia e Gran Bretagna, ma ancora Cipro fu invasa dalla Turchia nel 1963 per evitare l’avanzata greca, obbligando questi a ritirarsi nel Sud dell’isola. Fu poi nel 1974 che a causa di un colpo di stato a Nicosia, condotto dai greco-ciprioti, appoggiati dalla giunta di destra di Atene, che la Turchia decise per una risposta forte, al punto che tutti i greco-ciprioti furono cacciati dai territori turco-ciprioti. Per riportare l’equilibrio fu chiamato in causa il generale Konstantinos Karamanlis e inoltre furono indette nuove elezioni per la scelta istituzionale: mantenere la monarchia e votare per la repubblica. Questa volta la maggioranza dei greci votò per la repubblica, che fu costituita nel novembre 1974.

Nel periodo della dittatura furono messi al bando i partiti di orientamento comunista e la repressione si aggravò dopo il fallito attentato del 13 marzo 1968, compiuto da Alexandros Panagukis contro Papadopoulos. che già nel giugno del 1972 forte della sua posizione, si era autoproclamato presidente della Repubblica. Nel 1973 ci fu una rivolta degli studenti al Politecnico di Atene e molti studenti per scappare al regime si rifugiarono a Napoli, grazie alla solidarietà offerta dalla Federazione socialista napoletana, che insieme ad altri partiti democratici italiani si adoperò per la scarcerazione di Alekos Panagulis e di suo fratello Statis. Durante la sua prigionia Panagulis, denunciò connivenze tra fascisti greci e terroristi di destra italiani del Fronte nazionale, Rosa dei venti, Ordine nuovo[3]. L’Italia fu per Panagulis la seconda patria e nel Partito socialista trovò l’ambiente politico più vicino. Il Psi e il suo giornale «Avanti!», avevano lottato per sottrarlo al plotone d’esecuzione, ma un presunto incidente d’auto orchestrato dal regime, spezzò la vita, all’età di 37 anni, del rivoluzionario greco, la notte del 1° maggio 1976.

A questa persona barbaramente torturata durante la prigionia fu dedicato un libro, col quale la scrittrice e compagna Oriana Fallaci fece comprendere ai lettori italiani le dichiarazioni di colpevolezza, che Panagulis aveva portato a conoscenza del suo popolo contro il regime dei colonnelli, dichiarando:

Da tempo ci provavano ad ammazzarlo: Alekos era in possesso di documenti molto compromettenti per personalità greche legate alla CIA e alle forze fasciste nel tentativo di ripetere il colpo di stato.

Nel giorno dei suoi funerali nella cattedrale di Atene, un ruggito di dolore e di rabbia si alzò nella città, rintronando incessante, ossessivo, spezzando qualsiasi altro suono, scandendo la grande menzogna[4]. La folla insistentemente gridò «Zi, zi, zi», “Vive, vive, vive”, tantissimi scesero in piazza, al punto che fu detto persino che i partecipanti fossero all’incirca un milione e mezzo. L’Avanti! del 5 giugno 1976 indicò la presenza ai funerali di Alexandros Panagulis, di Sandro Pertini allora presidente della Camera e il cordoglio di Pietro Nenni da parte dei socialisti italiani, quale partecipazione al grave lutto.

Ottenendo il primo governo pienamente democratico alla fine del 1974, oltre ad avere segnato l’appartenenza e la memoria del dolore per almeno di tre generazioni, la Grecia con un difficile trapasso si avvicinò nuovamente al mondo occidentale di cui fu “la culla”.

In Italia per riassumere la condizione degli Anni Settanta, il 1975 fu l’anno più difficile dell’intero decennio. Il prodotto interno che crebbe nel ’73 raggiungendo il 7%, nel ’74 ebbe una flessione di 3,6 punti; l’inflazione si attestò al 17,2% e la disoccupazione fu quasi del 6%. I salari reali per unità di prodotto dell’industria manifatturiera crebbero in un anno del 35,2%: quasi raggiunti dalla Gran Bretagna, che seppur in crisi, avanzò al 32,2%; nei confronti del 22,3% del Giappone; del 21,1% della Francia; dell’11,4 degli Stati Uniti e del 7,7% della Germania[5].

La politica vide l’impegno di Enrico Berlinguer nel condurre il Partito comunista al governo, iniziato nel 1973 con la pubblicazione su «Rinascita» del suo saggio sul “compromesso storico”. Su questo Andreotti dichiarò:

Fu una scelta molto avanzata che all’inizio non fu né capita né seguita all’interno del Pci. Si notava, tuttavia, una certa insofferenza dei comunisti italiani per gli atteggiamenti egemonici dell’Urss, e cominciava a maturare il distacco del Pci dal partito-guida di Mosca.

Negli Anni Ottanta, in Grecia, seppur l’ingresso nella Comunità europea eliminasse le barriere protettive nel commercio, aprendo la propria economia al mondo e nonostante l’aiuto proveniente dai fondi europei, il tasso di disoccupazione rimase elevato, nel campo dell'istruzione e dei servizi sociali, le riforme furono assai limitate. Le lotte femministe a livello internazionale si affacciarono anche nei confini greci e la condizione delle donne migliorò: fu abolita la dote e l'aborto fu legalizzato assieme al matrimonio civile e al divorzio. Nell’ottobre del 1981 Andreas Papandreou vinse le elezioni col 48% dei voti e fu realizzato al primo governo socialista della storia della Grecia, sulla base anche di alcune velleità che rimasero solo delle promesse, quali le chiusure delle basi Nato sul territorio greco.

Fu invece il declino economico a focalizzare gli Anni Novanta della penisola ellenica: l’elevato tasso d’inflazione unito all’eccessiva spesa pubblica, costrinsero a misure drastiche il rieletto governo socialista di Andreas Papandreou; misure di austerità, tra cui il blocco degli stipendi dei dipendenti pubblici e uno smisurato aumento del costo dei servizi sociali. Ma l’aggravato stato di salute prima e il suo decesso poi, chiuse l’era politica travagliata della Grecia del secolo scorso, che tornò al governo dei conservatori.

[1] Luciano ANGELINO, Le forme dell’Europa. Spinelli o della federazione, il melangolo, Genova 2003, p 163.
[2] Freddy HALLIDAY, The Middle East in International Relations. Power, Politics and Ideology, 2005 Cambridge University Press, p. 162.
[3] Pietro LEZZI, Pagine socialiste, Alfredo Guida Editore, Napoli 2002, p. 190.
[4] Oriana FALLACI, Un Uomo, Rizzoli Editore, Milano 1979, p. 9.
[5] Bruno VESPA, Storia d’Italia da Mussolini a Berlusconi, Mondadori, Milano 2004, pp. 215-216.

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lunedì 14 giugno 2010, posted by roberto.bonuglia at 15:27
«Arianna, Claudia, Bianca, Sara, Rita, sono donne vere che combattono con i problemi quotidiani per superare gli ostacoli che si presentano nel loro cammino». Questo è l’incipit di Storie. Racconti di vita vissuta, il nuovo lavoro di Rita D’Andrea che torna in libreria dopo il successo di Rapsodia d’amore, Danzare ancora…, E… alla fine il mare.

Le “storie” raccontate dall’Autrice - anche stavolta con uno stile fluido, dettagliato ma mai barocco, che lascia spazio ai dialoghi pur offrendo, quando serve, precise descrizioni ben ritmate di luoghi e tempi - non faticano a calamitare l’attenzione del lettore. Raggi distinti di un unico sole – come quello che si scorge nella copertina del volume ideata insieme a Barbara Berardicurti – le cinque storie rievocano le passioni, i sogni, le difficoltà e la voglia di vivere intensamente la propria esistenza di donne “normali” alle prese con le sfide quotidiane che caratterizzano la vita di oggi e quella di ieri. Due di esse – la storia di Arianna e quella di Sara – si consumano in due tempi distinti favorendo così nel lettore più attento e sensibile una comparazione storica degli elementi narrativi e delle vicende che fanno da sfondo alle vicende delle protagoniste.

La storia di Arianna, ad esempio, si consuma tra gli Anni Ottanta e il Duemila mettendo in luce alcuni aspetti ormai storicizzati che, ancora oggi, continuano a far parte della quotidianità e della storia di molte donne italiane: la partenza dal Sud Italia – nello specifico da Caltabellotta, nell’agrigentino – decisa contro il volere dei propri familiari; l’arrivo nella Capitale; la ricerca del primo lavoro – trovato al McDonald's prima e in un ufficio legale poi – e le sfide insite in esso e nella nuova vita metropolitana; l’incontro con Don Luigi, un amore proibito destinato a segnare indelebilmente e per sempre la vita della protagonista.

Sara, invece, vive la sua storia tra il 2003 ed il 2006 provando sulla propria pelle le difficoltà quotidiane della donna impegnata nell’arduo compito di conciliare la cura dei suoi due figli, lo stress lavorativo e la ricerca/gestione di un nuovo amore.

Problemi e sfide che le protagoniste vivono come tante altre donne “dei nostri tempi” perché, quelle raccontate dall’Autrice, sono storie di donne “normali” e, soprattutto, sono storie “vere”.

E’ tale anche la storia di Claudia che si origina durante una vacanza della protagonista ad Ostuni, la cittadina pugliese di cui Rita D’Andrea abilmente rievoca le antiche origini paleolitiche ma anche i suoni e i profumi del borgo medievale. Pagine in cui si respira l’atmosfera dei giorni più importanti della Città Bianca, quelli della festa di Sant’Oronzo, animata dalla Cavalcata dei Devoti e dalla Sagra dei vecchi tempi: religione, folklore e storia – quella con la “S” maiuscola - fanno da sfondo a un racconto che, come gli altri, ha senza dubbio il merito di “entrare nelle corde” del lettore dalla prima all’ultima pagina.

Non meno suggestive sono poi la storia di Bianca e l’ultima, quella “autobiografica” «dedicata alle persone sole». Ma la D’Andrea, in realtà, si rivolge ad un pubblico più ampio, a tutti coloro, cioè «che hanno la forza di non arrendersi mai di fronte alle avversità» e che nella verità delle storie raccontate possano rispecchiarsi o, comunque, trovare qualcosa di estrinsecamente proprio. E non sarà difficile che ciò avvenga, perché l’Autrice ha il merito, sempre più raro, di raccontare la verità qua talis e, di conseguenza, di parlare alla mente e di raggiungere il cuore di chi legge.

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, posted by roberto.bonuglia at 12:18
Metaponto (nella foto a sinistra il Tempio dorico di Hera, scatto di LUCIOdb) è una frazione del comune di Bernalda in provincia di Matera. Mille persone abitano oggi quello che in realtà è stato molto tempo fa un insediamento greco (metà del VII secolo a.C.). La cittadina lucana fu per lungo tempo uno dei centri più importanti della Magna Grecia come dimostra la spiga d’oro che era raffigurata sulle monete di Metaponto: era un simbolo di fertilità delle sue terre e divenne il simbolo della città dove fino alla fine dei suoi giorni visse ed operò Pitagora, il grande matematico (ma anche legislatore e filosofo).

Ma la città di Metaponto e la scuola pitagorica che vi nacque furono l’ambiente in cui si formò e molto probabilmente visse un altro grande personaggio oggi di fatto dimenticato: Ippaso di Metaponto. Non di rado confuso con Ipparco - come fa nella Stromata [V, IX, § 58] Clemente Alessandrino - e ancor più spesso ignorato da repertori bibliografici, biografici e da famose ed affermate enciclopedie, il filosofo e matematico greco è invece una figura affascinante, protagonista di scoperte matematiche e non solo. Di lui esiste un gruppo su facebook che consigliamo a chi volesse saperne di più. Della sua vita privata ci è arrivato molto poco. Alcuni ad esempio sostengono che abbia vissuto a Crotone, altri a Sibari. Secondo Giamblico – filosofo greco di origine siriana che fu tra i primi neoplatonici – Ippaso di Metaponto partecipò in prima persona allo scontro interno tra i Pitagorici all’indomani della distruzione di Sibari avvenuta nel 510 a.C. da parte dei Crotoniati. In quell’occasione Ippaso si sarebbe schierato coi democratici.

Di Ippaso ci parla anche Diogene Laerzio - storico e biografo di molti filosofi del suo tempo - riferendo le voci dell’esistenza di un Discorso mistico che rappresenterebbe «l’unica cosa scritta» lasciata dal matematico. Altre voci si rincorrono e si sovrappongono sulla biografia di Ippaso: secondo Boezio e Teone di Smirne egli scoprì «che gli accordi musicali fossero basati su semplici rapporti numerici»; il lessico bizantino Suida riporta tra gli allievi di Ippaso anche Eraclito; molti considerano Ippaso il capo degli acusmatici (ossia i pitagorici che potevano solo ascoltare e neanche potevano contestare ciò che diceva il maestro); la tradizione parla di un nubifragio come causa della sua scomparsa.

Il suo sistema teorico si basava sulla convinzione che "tutto nasceva dal fuoco": l’anima stessa non ne era che una particella. Secondo Ippaso «estinguendosi il fuoco, dalla sua estinzione ne nasceva l’aria: questa condensandosi formava l’acqua, e dall’acqua più condensata emergeva infine la terra. L’Universo dovea aver fine per mezzo di una generale conflagrazione. Pria di ciò dovean tutte le cose passare per certi periodi stabiliti dalla natura istessa degli elementi che le componeano». Ne conseguiva che «L’Universo era finito e sempre in movimento». Gli scolari di Ippaso insegnarono che "il numero era il primo esemplare della creazione del mondo", e "la norma secondo la quale il creatore Iddio giudicò del mondo creato da lui".

L’elemento più importante della biografia di Ippaso è legato alla sua attività di matematico: egli è stato – secondo Giamblico – lo scopritore del dodecaedro regolare e della dimostrazione della sua iscrivibilità in una sfera. Dimostrazione, questa, che Ippaso completò contro il volere dello stesso maestro Pitagora. Ma soprattutto, Ippaso va ricordato per aver scoperto il concetto e l’esistenza dell’incommensurabilità: Kurt von Fritz – nel libro Le origini della scienza in Grecia (Bologna, Il Mulino, 1988) - ha sostenuto l'ipotesi che la scoperta sia stata effettuata proprio con la costruzione del pentagono regolare e del dodecaedro basato su questa figura: Ippaso si sarebbe imbattuto nel primo rapporto tra grandezze incommensurabili studiando la “sezione aurea” che appare nella costruzione di entrambe le figure. Nella sua costruzione teorica il matematico ha dimostrato infatti che la radice quadrata di 2 è un numero irrazionale (forse partendo considerazioni geometriche sui triangoli), cioè che non può essere scritta come una frazione.

La reazione dei seguaci più ortodossi di Pitagora fu durissima: Ippaso fu bandito e venne eretto un monumento funebre nonostante egli fosse ancora vivo. La sua stessa scomparsa in un nubifragio, secondo alcuni, ha il sapore di un’esecuzione. Il filosofo greco Proclo così narra quei giorni: «I pitagorici narrano che il primo divulgatore di questa teoria [dei numeri incommensurabili e quindi irrazionali] fu vittima di un naufragio; e parimenti si riferivano alla credenza secondo la quale tutto ciò che è irrazionale, completamente inesprimibile e informe, ama rimanere nascosto; e se qualche anima si rivolge ad un tale aspetto della vita, rendendolo accessibile e manifesto, viene trasportata nel mare delle origini, ed ivi flagellata dalle onde senza pace».

Ma perché fu così dura la reazione dei Pitagorici? Ce lo spiega brillantemente in un articolo Roberto Weitnauer: «Ippaso fu colpito dalla condizione, perché introduceva la matematica nei meandri affascinanti dello sconfinato; decise pertanto di divulgare la scoperta dell’incommensurabilità della diagonale del quadrato, contravvenendo ai tabù della Scuola che non poteva accettare l’idea di valori non del tutto calcolabili, riflesso di un cosmo incompiuto e impuro. La parola ‘cosmo’ fu coniata proprio da loro e stava a rappresentare un universo rigidamente ordinato. L’irregolarità imprevedibile dei decimali nello sviluppo di un numero irrazionale non poteva adeguarsi a questo punto di vista. E così i Pitagorici mancarono una grande occasione».

Ippaso di Metaponto dimostrò quindi un grande coraggio nel portare avanti le proprie teorie e nel difenderne la veridicità e la fondatezza. Egli, come si legge nella Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli [Napoli, N. Gervasi, 1817] aveva un carattere forte e deciso, frutto della sua convinzione che «il fuoco fosse Dio» e che «tutto nasceva dal fuoco». Una romantica convinzione che lo portò senza compromessi a difendere strenuamente le proprie scoperte.

Anche nella libera e democratica Grecia antica, come si evince dalla vicenda di Ippaso, le minoranze scomode e illuminate non hanno mai avuto vita facile... Ieri come oggi per la verità è sempre dura emergere...

Nota dell'Autore: l'articolo è dedicato a Natalia Ippaso, grazie alla quale chi scrive ha conosciuto questa suggestiva figura di eretico scientifico.

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domenica 13 giugno 2010, posted by khayyamsblog@gmail.com at 14:39
Il Consiglio di Sicurezza ha adottato il 9 giugno 2010 la sua quarta risoluzione sul programma nucleare iraniano, nella quale deplora il fatto che l’Iran abbia fino ad ora fallito nell’attenersi alle risoluzioni precedenti. A favore 12 voti, due contrari (Brasile e Turchia) e uno astenuto (Il Libano). Si tratta della quarta risoluzione che il Consiglio di sicurezza ha preso in questi ultimi anni per costringere l'Iran a fare chiarezza sul suo programma nucleare. La bozza approntata dagli Stati Uniti era stata successivamente corretta sulla base delle proposte del sestetto di mediatori internazionali che in questi anni ha portato avanti un difficile negoziato.

La risoluzione sulle sanzioni che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite avrà "un impatto reale sull'Iran". Lo ha affermato l'ambasciatore degli Stati Uniti all'Onu, Susan Rice. "E' una risoluzione forte e ad ampio spettro che avrà un impatto reale e significativo sull'Iran", ha dichiarato la Rice alla stampa. "Il nostro scopo è sempre persuadere l'Iran a sospendere il suo programma nucleare e negoziare in modo costruttivo e in buona fede con la Comunità internazionale".

Il Segretario Generale dell'ONU ha al contempo ripetutamente insistito sull’importanza che l’Iran si conformi pienamente a tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza sul tema e che cooperi altrettanto pienamente con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica per risolvere tutte le questioni in sospeso. Si tratta di passi necessari al fine di restaurare la fiducia della comunità internazionale nel fatto che il programma nucleare iraniano persegua esclusivamente fini pacifici.

Il Segretario Generale continua a sostenere una soluzione politica al problema, che sia esaustiva e condivisa. Al riguardo, il Segretario Generale accoglie con favore la disponibilità dei paesi P5+1 (Cina, Francia, Germania, Federazione Russa, Regno Unito e Stati Uniti) ad accrescere ulteriormente gli sforzi in ambito diplomatico, in modo da promuovere il dialogo e le consultazioni. Il Segretario Generale si augura la ripresa delle trattative su questo tema di estrema importanza.

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venerdì 11 giugno 2010, posted by Sara Bilotti at 11:43
Le Nazioni Unite si preparano all’inizio della Coppa del Mondo, con l’obiettivo di sfruttare l’entusiasmo del pubblico legato all’evento sportivo più grande che esista, per promuovere gli sforzi nello sradicamento della povertà, nella lotta alla fame e nell’affrontare altri cruciali problemi economici e sociali.

Attraverso celebrazioni locali, programmi televisivi, manifesti, giochi elettronici, campagne mediatiche e canzoni, gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio saranno sotto i riflettori durante tutto il mese di svolgimento della Coppa del Mondo.

Il Segretario Generale Ban Ki-moon è giunto in anticipo a Johannesburg, città sede della cerimonia di apertura dei Mondiali, toccando così la prima tappa di una visita che interessa cinque Nazioni africane: Sudafrica, Burundi, Camerun, Benin e Sierra Leone.

Ban Ki-moon ha enfatizzato il potere dello sport nell’avvicinare gli individui, sottolineando l’importanza degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio.

Come parte dello sforzo compiuto dalle Nazioni Unite, alcune agenzie tra cui il Programma di Sviluppo dell’ONU (UNDP), il Fondo delle Nazioni Unite per le Popolazioni (UNFPA) e il Fondo per i Bambini (UNICEF), si sono impegnate a promuovere 8 Goals for Africa, una canzone registrata da otto artisti provenienti da diverse parti del Continente. Per la canzone è stato realizzato anche un video musicale che sarà proiettato in Sudafrica in aree pubbliche, per tutta la durata della Coppa del Mondo.



Il programma delle Nazioni Unite per gli Insediamenti Umani (UN HABITAT) sta preparando nei quartieri poveri eventi per la comunità, in modo da promuovere l’urbanizzazione sostenibile; l’UNICEF ha organizzato manifestazioni calcistiche per accrescere la consapevolezza del problema legato al traffico e allo sfruttamento dei bambini; l’Ufficio dell’Alto Rappresentante per i Diritti Umani (OHCHR) sta divulgando programmi TV riguardanti razzismo e tolleranza.

Sono previsti numerosi altri eventi e campagne che coinvolgono agenzie ONU, quali l’Ufficio delle Nazioni Unite sulla Droga e il Crimine (UNODC), l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), il Fondo di Sviluppo delle Nazioni Unite per le Donne (UNIFEM), l’Organizzazione Mondiale del Turismo (UNWTO) e il Programma Congiunto delle Nazioni Unite su HIV/AIDS (UNAIDS).

Ancora una volta viene fatta pressione sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, appena 3 mesi prima del vertice dei leader mondiali che si svolgerà in settembre presso il Quartiere Generale delle Nazioni Unite a New York; tale occasione servirà a esaminare i risultati finora raggiunti nella realizzazione degli otto Obiettivi di Sviluppo e a valutare le strategie future.

Al vertice del Millennio del 2000, i leader mondiali concordarono nel tentativo di realizzare tali obiettivi entro il 2015; tra questi, dimezzare il numero di persone che vivono in povertà estrema, affrontare il degrado ambientale e ridurre la mortalità materna.

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giovedì 10 giugno 2010, posted by roberto.bonuglia at 17:06
By making a difference in the lives of tens of millions of people in over a hundred countries, the United Nations team in Brussels is showcasing the concrete results of an increasingly dynamic partnership between the United Nations and the European Union. With the motto, “Improving Lives” the UN Office in Brussels released today its fifth annual report on joint actions undertaken with its EU partners ranging from crisis prevention, through humanitarian action and promoting sustainable development to building democratic and just societies. Rich in detail, this year’s report puts a human face to the UN-EU partnership with a wide array of concrete examples spanning the globe from: mine clearance projects in Albania to hygiene improvement initiatives in Uganda.

UN Secretary-General Ban Ki-moon and European Commission President Jose Manuel Barroso in paying tribute to the achievements of the UN-EU partnership stress in their forewords that the two organizations are in fact natural partners for promoting peace, development and human rights by sharing the same values, objectives and concerns in tackling major global challenges.

The global mandate and impartiality of the United Nations offers an unmatched legitimacy for action whilst the near universal reach of the UN’s country presence provides a broad coordinating platform that allows the pooling of resources from a wide variety of actors into a common effort. These, together with a wealth of expertise of humanitarian and development specialists on the ground offers unique advantages for making the best use of the European Union’s strong commitment, willingness, resources and expertise to engage in global problem solving. Working together has allowed the UN and the EU to achieve results that go beyond what could have been achieved if both organizations were acting alone.

Building on a wealth of experience and reflecting on lessons drawn from the 2009 achievements, the Report underscores a number of key elements that continue to give the partnership its unique strength. These include the importance of combining a policy dialogue, exchanging expertise, agreeing on and promoting common methodologies and tools that benefit the broader international community, as well as improving coordination at all levels – within the framework of concrete actions on the ground. The EU’s sustained political and financial support to help the UN reforms is also highlighted as a significant driving force within the partnership.

This year’s Report comes at a crucial time with only a few months before the September summit of world leaders convened by the United Nations to reassert their commitment to achieving the Millennium Development Goals by 2015. In looking at the challenges ahead, the Report is clear in stressing that “the UN and the EU must be able to respond and use the strength of their existing partnership to accelerate their contribution to the MDGs” in a concerted way. In this regard, the Report points to the many and varied entry points that the EU and the UN share that can be leveraged towards that goal.

The Report highlights the fact that the partnership has both broadened and deepened. Broadened to encompass virtually all human rights, humanitarian and development issues within the UN’s mandate, and deepened to maximize the synergies of interventions in these fields with the achievement of sustained peace and security.

By showcasing the numerous achievements of joint UN-EU work, the Report gives concrete evidence of a deepening partnership in humanitarian assistance and sustainable development. These include:

People in over 60 countries suffering from natural disasters or conflict benefited from life-saving interventions such as provision of food, shelter, water, emergency health, education and protection.

Over 150 million square meters of land were cleared from mines, and 4,000 tonnes of small arms and light weapons were destroyed.

The reconstruction of schools ensured over 100,000 children could go back into the classroom, including in emergency settings, thereby providing a sense of normality in these children’s lives.

Over 20 countries and their communities were supported to prepare for and respond to natural disasters and mitigate the suffering that disasters might cause.

Close to 14 million people in over 50 countries were supported with food supplies.

Clean drinking water was provided to people in 13 countries.

The partnership worked with 12 countries to support eliminating child labour and provided psychosocial support to children suffering from trauma in crisis and post-crisis countries.

Electoral cycles of 22 countries were strengthened, and 88 million valid votes were cast in 8 countries for elections taking place between December 2008 and December 2009.

22 countries were supported to integrate poverty and environment linkages into planning and development strategies.

11 countries were supported to improve governance of forests.

Some 20 countries were supported to increase their competitiveness on the international market by building their capacity to conform with the norms and standards of international trade.

Ultimately, it is the way these assistance programmes influence the everyday life of individuals that is at the heart of the UN-EU partnership. Through dozens of personal stories, this years Report brings into focus specific country programmes from the perspective of individuals.

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mercoledì 9 giugno 2010, posted by roberto.bonuglia at 16:52
Nei giorni scorsi l’Unione Europea è tornata a chiedere l’equiparazione a 65 anni per le donne e gli uomini del pubblico impiego.

In verità, c’è poco da stupirsi, la notizia era attesa. I giudici della Corte Europea di Lussemburgo si erano pronunciati in tal senso già il 13 novembre 2008 e il 16 giugno 2009 la Commissione Europea aveva già avvertito il Governo italiano invitandolo a rimediare allo squilibrio presente nel nostro sistema pensionistico che discrimina tuttora gli uomini (in età pensionabile a 65 anni) rispetto alle colleghe (in pensione a 60 anni).

L’equiparazione fissata al gennaio 2018 dovrà dunque essere anticipata quanto prima -probabilmente al 2012 - e dovrà essere rivista, in quanto insufficiente, la previsione presente nell’attuale manovra economica di portare al 2016 l’inizio dell’equiparazione.

In caso contrario il rischio a cui si andrebbe incontro è il deferimento dell’Italia davanti la Corte di Giustizia Europea. Un rischio che non si deve correre perché, prima di tutto, in tempi di austerità internazionali come questi - non solo in Italia si naviga in “cattive acque”, la Germania, ad esempio, ha tagliato nei giorni scorsi ben 15.000 “statali” e Cameron in Inghilterra annuncia sacrifici dolorosi [cfr. Avvenire del 8/06/2010 p. 25] - l’equiparazione anticipata al 2012 farebbe risparmiare allo Stato una multa che potrebbe oscillare tra 11.904 euro e 714.000 euro al giorno: nel peggiore dei casi, quindi, circa 260.000.000 di euro all’anno. Un risparmio che potrebbe essere investito per migliorare servizi essenziali come gli asili-nido, l’assistenza agli anziani, il miglioramento infrastrutturale in cui versano la scuola e l’Università… tanto per ricordare i settori più carenti del nostro welfare state.

E’ poi auspicabile dare seguito alle indicazioni dell’Ue non solo per motivi di opportunità economica volti al bene comune ma anche per sensibilizzare un certo femminismo da rivendicazione ormai piuttosto anacronistico che è sempre pronto a chiedere diritti ma al contempo dimostra regolarmente un certa reticenza nell’accettare i doveri derivanti da un sostanziale e non effimero regime di “pari opportunità”. Non è infatti giusto che le donne del pubblico impiego italiano continuino ad essere quelle che lavorano meno e peggio in Europa: le spagnole si “ritirano” a casa in media a 62,7 anni, le inglesi a 62 anni, le tedesche a 61,4, le greche a 61. Solo le francesi fanno peggio (59,1 anni rispetto alla media italiana del 60,7) ma hanno standard qualitativi di lavoro ben più alti e comunque non paragonabili a quelli delle colleghe italiane. D’altra parte basta entrare in un qualsiasi ufficio pubblico italiano - o anche solo telefonare - per comprovare sulla propria pelle inefficienze, ritardi, superficialità e, non di rado, antipatie gratuite verso il pubblico e non solo. E se il paragone si fa con la media di tutti e 27 i paesi dell’Ue o con quelli dell’Area Euro (in entrambi i casi il risultato è 60,8 anni) il risultato non cambia: l’Italia è sempre sotto la media.

D’altra parte il dato è ancora più significativo se, come ha ricordato proprio una donna, la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia si considera che in Italia «grazie al cielo l’età di vita è tra le più alte in Europa, e quella delle donne lo è ancora di più». In altre parole, dopo l’età dei diritti si apre per le donne l’età dei doveri. E’ l’altra faccia delle pari opportunità.

Buon lavoro!
 
, posted by roberto.bonuglia at 13:59
E’ stata la notizia più importante delle ultime settimane dopo la catastrofe ambientale causata dalla Bp e la crisi economica che ha travolto la Grecia. L’assalto israeliano della Mavi Marmara, la nave dei pacifisti della Freedom Flotilla ha riempito subito le prime pagine dei quotidiani di tutto il mondo. Quando la notizia ha iniziato a monopolizzare l’attenzione delle agenzie di stampa internazionali, Obama stava per incontrare Netanyahu poi precipitosamente tornato a Gerusalemme appena informato della situazione creatasi. Ancora oggi, l’episodio e le conseguenze di quel 31 maggio non hanno finito di dividere l’opinione pubblica mondiale.



Al coro di condanne che si sono subito scagliate contro Israele – Ahmadinejad ha auspicato l’embargo per Israele, Erdogan ha messo in dubbio l’alleanza Turchia-Israele su cui gli Usa avevano puntato per la propria strategia mediorientale, Abu Mazen ha rilanciato la proposta di una “riconciliazione nazionale palestinese” -, nei giorni successivi, abbiamo assistito ad una vera e propria «battaglia dei filmati»: alcuni comprovanti le dubbie intenzioni dei pacifisti (la volontà di sentirsi “Martyrs”), altri denuncianti l’assalto israeliano come un’azione troppo precipitosa e troppo “risoluta” per non essere stata già preventivata su segnalazione dell’intelligence.



Ma cosa è successo in realtà quel pomeriggio? Perché l’esercito israeliano – che dall’agosto 2005 non governa più la Striscia di Gaza ma ne mantiene solo il controllo militare delle sue acque territoriali – ha “assaltato” nelle acque internazionali una nave carica di aiuti umanitari?

Prima di tutto è utile ricordare che la Mavi Marmara faceva parte della Freedom Flotilla, un piano di rifornimenti umanitari organizzato dalle Ong che – in considerazione del blocco dei tunnel sotterranei attuato da Israele per evitare che dall’Egitto arrivassero, come puntualmente accadeva, rifornimenti “poco umanitari e molto militari” per le milizie armate di Hamas - ha deciso di raggiungere “via mare” la Striscia di Gaza. A Gaza attualmente vivono circa un milione e mezzo di persone soprattutto palestinesi e beduini originari della zona e profughi palestinesi provenienti dalla Cisgiordania e dall’Alta Galilea.

Fino all’alba del 31 maggio nessuna nave aveva mai nemmeno pensare di oltrepassare il blocco delle acque in vigore per impedire nella Striscia l’arrivo di armi che avrebbero foraggiato le milizie armate di Hamas che controlla la zona dal giugno 2007 e non ha mai riconosciuto lo Stato di Israele. Il problema più spinoso è quello delle motivazioni che hanno spinto l’esercito israeliano all’azione: fonti israeliane documentano la presenza sulla nave di maschere antigas e giubbotti antiproiettile, entrambi usati da quelli che, secondo le testimonianze dirette, «non erano semplici civili ma uomini ben addestrati». Le Ong da parte loro smentiscono e sostengono che i militari israeliani abbiano “sparato per uccidere” già dallo Zodiac prima di calare le truppe scelte sul pontile della nave.

Una cosa comunque è certa: la decisione di forzare il blocco ha esposto inevitabilmente i pacifisti all’azione-reazione dei militari israeliani. E di questo gli attivisti della Freedom Flotilla erano consapevoli, almeno quelli che erano sulla Mavi Marmara. Tanto è vero che uno di loro, Manolo Luppichini, appena tornato a Ciampino ha ammesso candidamente: «Sapevamo che ci avrebbero attaccati e per questo con gli uomini dell’equipaggio avevamo fatto delle esercitazioni di resistenza» [Cfr. Avvenire del 4/06/2010 p. 7]. Ciò evidenzia una notevole differenza tra i propositi della Mavi Marmara e, ad esempio, quelli dell’equipaggio dell’irlandese Rachel Corrie dell’associazione Free Gaza Movement che il 5 giugno è approdata nel porto di Ashdod scortata dai militari israeliani senza problemi di sorta, coi pacifisti del suo equipaggio – tra cui il Premio Nobel per la Pace Maired Corregan-Maguire - che hanno obbedito agli ordini dei corpi speciali e hanno parlato con gli ufficiali senza avere nulla da nascondere.



Tutt’altro è successo sulla Mavi Marmara: il 7 giugno il quotidiano turco Hurryet ha pubblicato delle foto che mostrano la dura reazione dell’equipaggio pacifista: «un soldato sdraiato a terra che tenta di proteggersi il volto, circondato da sei persone, un soldato trascinato sulle scale con il volto insanguinato, due attivisti che aspettano gli israeliani dietro una porta con sbarre di ferro in mano».

Prove inequivocabili, da fonti non israeliane – le foto pubblicate da Hurryet non erano state ancora pubblicate in Israele -, dunque, che fanno pensare. E’ indubbio che sulla Mavi Marmara ci siano stati pacifisti in buona fede ma è molto probabile che insieme ad essi ci siano stati altri “attivisti” addestrati e ben equipaggiati che si aspettavano e volevano la reazione israeliana. Che puntualmente è arrivata, come testimonia l’autopsia condotta sui cadaveri degli attivisti. Una reazione che era stata annunciata visto che verso la metà di maggio Tel Aviv aveva fatto sapere che la nave «non avrebbe mai raggiunto il porto di Gaza» perché sarebbe stata «fermata ad ogni costo».

D’altra parte, in tal senso, Israele aveva dalla sua parte le norme del diritto internazionale marittimo: alle navi militari è riconosciuto il potere di fermare e ispezionare le navi mercantili, anche in acque internazionali. Opporsi dunque attivamente all’azione israeliana non è stata per niente una buona idea se veramente il proposito della Freedom Flotilla era quello di portare aiuti umanitari – che Hamas continua a rifiutare - e non porre in essere soltanto un’azione provocatoria a cui, data la posta in palio – la quantità di armi che può essere contrabbandata in una nave è molto maggiore di quello che si può portare in un tunnel -, Israele non poteva non rispondere duramente.

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martedì 8 giugno 2010, posted by Sara Bilotti at 21:11
I mondiali di calcio che si inaugureranno tra pochi giorni in Sudafrica, rappresentano un’opportunità per il paese e per l’intero continente africano di dare un grande impulso alla pace e allo sviluppo. "La coppa del mondo in Sud-Africa – che segna una sorta di “rinascimento” per l’Africa - è l’occasione per indirizzare l’orgoglio e l’entusiasmo degli africani verso una dinamica positiva di solidarietà, tolleranza e sviluppo”, ha dichiarato Wilfried Lemke, Consigliere Speciale del Segretario Generale ONU in materia di Sport per lo sviluppo e la pace. Secondo Lemke “i grandi eventi sportivi contribuiscono alla creazione di infrastrutture e di turismo, e il successo di questa coppa del mondo aumenterà la fiducia e l’orgoglio degli africani e sarà fondamentale per il futuro dell’intero continente”.

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon parteciperà, su invito del Presidente sudafricano Jacob Zuma, alla cerimonia d’apertura del primo mondiale di calcio disputato in Africa, che si svolgerà a Johannesburg l’11 giugno. Martin Nesirky, portavoce di Ban Ki-moon, ha dichiarato che “il fatto che i mondiali di calcio si svolgano in Sud-Africa rappresenta un tributo al valore e al potenziale dell’intero continente. L’Africa, infatti, costituisce una priorità per il Segretario Generale negli sforzi per il raggiungimento degli otto Obiettivi del Millennio entro il 2015”. Gli Obiettivi del Millennio sono otto traguardi che tutti gli Stati Membri delle Nazioni Unite si sono impegnati a raggiungere entro il 2015. Tra essi la diminuzione di condizioni di povertà estrema, la riduzione del tasso di mortalità infantile, la lotta a malattie epidemiche come l’HIV/AIDS e la creazione di un’alleanza globale per lo sviluppo.

Molti fondi, agenzie e programmi delle Nazioni Unite stanno utilizzando la coppa del mondo come veicolo per promuovere sviluppo economico, diritti dei bambini e peace-building nell’intero continente africano, in risposta alla risoluzione adottata lo scorso ottobre dall’Assemblea Generale, che invitava la comunità internazionale a utilizzare il potenziale offerto dalla coppa del mondo di calcio per stimolare lo sviluppo di tutta l’Africa.



Così, ad esempio, l’UNICEF, Fondo ONU per l’infanzia, sostiene il governo sudafricano nella prevenzione e riduzione del possibile abuso, sfruttamento e traffico di minori durante il torneo. Il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) opera con il governo e con il comitato organizzatore della coppa del mondo, per garantire che l’evento si svolga in modo da causare il minor impatto ecologico possibile per le future generazioni. Munyaradzi Chenje, UNEP, ha dichiarato che “il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente è da tempo impegnato nella collaborazione con le città che ospitano grandi eventi sportivi e in questo senso il mondiale di calcio in Sudafrica non rappresenta un’eccezione”.

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