
Avevamo promesso,
qualche tempo fa, di tornare su
Denis Diderot e sulla sua opera ricordando uno dei suoi lavori meno conosciuti e meno ricordati. Ci riferiamo al libro “
I gingilli indiscreti” (
Les bijoux indiscrets), alla cui lettura sarebbe davvero suggestivo avvicinarsi dopo aver letto l’epigrafe burlesca con cui
Diderot terminava il proprio “Ritratto in versi” del 1778:
Lorsque, sur mon sarcophage,
Une grande Pallas, qui se désolera,
Du doigt aux passants montrera
Ces mots gravés: “Ci-gìt un sage”;
N’allez pas, d’un ris indiscrett,
Démentir Minerve éplorée,
Flétrir ma mémoire honorée,
Dire: Ci-gìt un fou … gardez-moi le secret!
Versi che abbiamo lasciato in lingua madre ma che - anche tradotti - conservano l’ironica vena poetica del
genio enciclopedico [«
Allorchè sul mio sarcofago/una grande Pallade desolata/mostrerà al passante col dito le parole incise:/”qui giace un savio”/non vogliate, con un risolino indiscreto/smentire Minerva in pianto/calpestare la mia memoria onorata/e dire: “Qui giace un pazzo”… difendete il mio segreto»].
Nelle pagine in questione - ovvero tra "i gingilli indiscreti" di
Denis Diderot - la situazione descritta nei versi del 1778, certo non a caso, si rovescia: prendendo tra le mani il prezioso libretto possiamo anche credere di trovare solo il pazzo, ma a lettura finita ci accorgiamo di aver scoperto piuttosto il savio. L’esatto contrario, dunque di quanto ci si possa aspettare di fronte alle conquiste più inaspettate e perciò più
gratificanti.
Anteriore alla maggior parte delle opere di più serio impegno, “I gingilli indiscreti” anticipano e precorrono tuttavia molti argomenti che saranno più
approfonditi in altri lavori dell’
intellettuale tout court. Vi si parla di un
pò di tutto: nella storia amena del
sultano Mangogul e della favorita
Mirzoza fanno capolino, più o meno
maliziosamente, quasi tutte le questioni del secolo: dalla disputa dei partigiani dell’antico e del moderno nell’arte, alla polemica sul teatro (proprio queste pagine ispirarono a
Lessing la sua "inutile"
Drammaturgia d’Amburgo); dalla scienza
sperimentale alla polemica sulla musica; dalla critica dei costumi a quella letteraria; e
naturalmente l’opera ne acquista un significato più concreto e profondo, che trascende l’intenzione amena del primo spunto.

È un libro decisamente “morale” - intendendo il vocabolo nell'accezione larga che meglio si confaceva al “Secolo dei Lumi” - tanto da
giustificare la nota di
Naigeon, per la ristampa del 1798, che dice: «A mano a mano che i libri puramente e
semplicemente licenziosi perderanno buona parte della loro fama, questo potrebbe acquistarne, perché vi si trova la satira dei cattivi costumi, della falsa eloquenza, dei pregiudizi religiosi, con una conoscenza molto estesa delle lingue, delle scienze e delle arti; vi si trovano pagine molto filosofiche e sagge; brani allegorici pieni di finezza, con grande calore e vivacità». E, si potrebbe aggiungere, all’infuori delle satire, anche pagine di vera arte, ricche di quel tono saltellante e brioso che vivifica magicamente la profondità del concetto, ma anche pagine narrative compiute e larghe, dove si anticipa quel frutto della lettura di
Richardson che ancor meglio apparirà nella Monaca.
I gingilli indiscreti furono stampati in Olanda nel 1748. Ebbero fortuna immediata: 6 edizioni in pochi mesi, una traduzione in lingua inglese nel ‘49, numerose ristampe fino a quella citata del 1798, compresa nelle
Opere complete; e anche oggi il libro non è mai assente da qualunque ristampa delle opere di
Diderot. Secondo le
Memorie di Madame de Vandeul, la figlia dello scrittore, egli avrebbe intrapreso questo lavoro, compiendolo in soli 15 giorni, per guadagnare
cinquanta luigi destinati a sovvenire
Madame de Puisieux, allora sua amante, e nel contempo per una specie di scommessa: dimostrare che era facilissimo imitare ed anche superare i narratori licenziosi che allora
furoreggiavano, e che nel testo vengono spesso
facetamente citati come vedrà chi sarà solleticato da quelle piccole riflessioni in merito a cercare e leggere, i “gingilli
diderottiani”.
L’idea, abbastanza peregrina, da cui nasce tutto lo svolgimento, della vicenda è tolta da un vecchio
fabliau (
Recueil de Barbazan,
ediz. di
Méon, t. III,
pag. 409):
Mangogul, sultano del Congo, ottiene dal suo genio protettore
Cucufa il dono d’un anello, la cui pietra
opportunamente diretta induce a parlare una certa parte del corpo femminile. La favorita
Mirzoza consiglia il sultano e l’assiste nell’impresa: e da qui nascono i casi divertenti (e qualche volta feroci) che riempiono l’opera, gli scontri, le avventure, le
disavventure, che divertono - in una pregevole e rara simbiosi - l’autore e il lettore.
Malgrado i nomi orientali, presi a prestito dalle
Mille e una notte e da altri romanzi del genere, sono nell’opera molto più presenti gli illuministi inglesi che i narratori alla moda orientale, più
Swift, dunque, che
Crébillon.

Il racconto può avere ogni tanto qualche svolta ardita, ma mai oscena: di tali pagine
Diderot si diverte, ma non si compiace. Egli non è mai corrotto né
corruttore; e se talvolta chiama arditamente le cose con il loro nome, questo avviene solo per andar contro l’ipocrisia, il vizio che sempre suscita di più il suo
risentimento e la sua sferzata polemica. Ma
generalmente, in tutto il libro, il tono è
assolutamente bonario; e l’opera sarà, sì, minore, ma mica tanto…
Come quasi tutti i grandi scrittori che abbiano almeno una volta sacrificato il proprio genio al genere leggero, anche
Diderot, in età avanzata, condanna “i suoi gingilli”, definendoli «una sciocchezza». Ma oggi a noi, stolti lettori a cui comunque le sciocchezze piace farle e leggerle, in una giusta e completa visione dell’insieme dell’opera
diderottiana, non abbiamo per nulla l’impressione che questo lavoro rappresenti una stonatura. E quindi consigliamo a quanti di voi non l’abbiano finora cercato e trovato, di reperirlo tra gli scaffali impolverati di
qualche biblioteca o di ordinarlo in qualche
libreria di nicchia per fare un tuffo in un'«opera minore» di un «
intellettuale grande».
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