Dopo la dichiarazione di armistizio firmata su un tavolinetto in una tenda da campo a Cassibile, in provincia di Siracusa e resa pubblica l’8 settembre 1943, molti siciliani si trovarono sbandati, al Nord o nell’Italia centrale, impossibilitati a tornare ed esposti ai rastrellamenti nazisti. Ai siciliani che furono deportati nei campi di concentramento o di sterminio (KZ), perché considerati nemici del Reich, oppure non degni di vivere secondo le leggi razziali, si unirono i siciliani internati nei campi per prigionieri di guerra e lavoratori coatti (Stalag), insieme a militari italiani internati (IMI). Molti furono i siciliani fatti prigionieri, che risiedevano in Germania per lavoro già prima dell’8 settembre, altri, che erano rinchiusi nelle carceri poi svuotate dai nazisti, furono classificati come “schuthäftling”, che significava prigioniero per la sicurezza dello stato, una lugubre formula giuridica che consentiva alle SS di arrestare e trattenere arbitrariamente chiunque in apposite installazioni, senza alcun controllo della magistratura. La formula del “prigioniero per la sicurezza dello stato” fu utilizzata anche dal regime fascista, specialmente dall’ottobre del 1943 nell’Italia settentrionale, formula che la Repubblica sociale italiana guidata da Mussolini, applicò nella guerra contro i partigiani. La deportazione dei siciliani riguardò per appena lo 0,5% del totale, gli ebrei, mentre coinvolse massicciamente sovversivi e antifascisti, schedati per il 65,5% come “schutzhäftling” e “politisch”; per il resto, il 25,3% dei deportati fu detenuto in carceri militari o civili nel territorio occupato italiano, di cui il 4,1% erano internati militari e il 4,2% erano civili, responsabili d’infrazioni al codice del lavoro nazista.
Mein Herr, ich zählte von mir, daß es 200 Stücke ist
«Signore, ho contato che da me sono 200 pezzi», era la frase con cui si terminava l'appello nei campi nazisti, oppure 1.000 o 10.000 secondo la grandezza del campo. Sempre però pezzi. Non prigionieri. Tanto meno persone. Furono considerati “stücke” anche i siciliani internati nei lager.
Nel periodo dal 1943 al ’45 anche la collettività della provincia di Ragusa contribuì a infoltire le file dei deportati nei campi in Germania con 40 concittadini, che furono fatti prigionieri: 20 morirono nei lager, 19 sopravvissero, 1 ebbe una sorte incerta, forse morì in un lager, forse no. Per quanto riguarda i 19 sopravvissuti, 14 morirono successivamente per le conseguenze dei trattamenti subiti, mentre 5 ebbero modo di narrare le proprie vicende fino alla fine degli anni Novanta. Dei deportati nei lager i morti furono: cinque di Modica; tre di Ragusa; tre di Vittoria; tre di Comiso; due di Scicli; uno di Acate; uno di Monterosso Almo; uno di Giarratana e uno di Pozzallo. Venti storie diverse, venti vite spezzate.
Tra i sopravvissuti ci fu anche il modicano Giuseppe Buffa, nato nel 1917, bracciante giornaliero di campagna, arrestato nell’Oltrepò pavese per aver collaborato con la Resistenza. Buffa fu portato nel carcere milanese di San Vittore, con altri prigionieri e da lì tradotto in un campo di concentramento a Cuneo, che così racconta:
Nel periodo dal 1943 al ’45 anche la collettività della provincia di Ragusa contribuì a infoltire le file dei deportati nei campi in Germania con 40 concittadini, che furono fatti prigionieri: 20 morirono nei lager, 19 sopravvissero, 1 ebbe una sorte incerta, forse morì in un lager, forse no. Per quanto riguarda i 19 sopravvissuti, 14 morirono successivamente per le conseguenze dei trattamenti subiti, mentre 5 ebbero modo di narrare le proprie vicende fino alla fine degli anni Novanta. Dei deportati nei lager i morti furono: cinque di Modica; tre di Ragusa; tre di Vittoria; tre di Comiso; due di Scicli; uno di Acate; uno di Monterosso Almo; uno di Giarratana e uno di Pozzallo. Venti storie diverse, venti vite spezzate.
Tra i sopravvissuti ci fu anche il modicano Giuseppe Buffa, nato nel 1917, bracciante giornaliero di campagna, arrestato nell’Oltrepò pavese per aver collaborato con la Resistenza. Buffa fu portato nel carcere milanese di San Vittore, con altri prigionieri e da lì tradotto in un campo di concentramento a Cuneo, che così racconta:
N’inquatraru tanti ghiarbati, ni purtaru ‘a stazioni, ni ficiru trasiri e’ vaguni bestiami e ni ficiru mintiri stritti-stritti ca nun ni putievimu mancu calari unu ccu l’autru. E partiemmu ppa Germania…[1]
Era l’inverno del 1944, quando fu “spedito” a Mauthausen, da dove sarebbe stato liberato il 5 maggio 1945, all’arrivo delle truppe americane. Fino al 1996 lo Stato italiano non conosceva il suo caso, sin quando Buffa richiese al Ministero del Tesoro l’assegno vitalizio che gli spettava per la sua esperienza nel lager nazista. Quello di Buffa fu certamente un caso-limite, che emerse come dato comune riferito all’isolamento e alla difficoltà di testimoniare in pubblico l’atroce esperienza del lager, in una regione come la Sicilia, che rimase ai margini dell’occupazione nazista e che non assistette direttamente al dramma della deportazione. L’incredulità e l’indifferenza sperimentata nella situazione regionale, insieme all’impossibilità di ottenere riscontri documentari, hanno rischiato così di cancellare una storia mai scritta. Giuseppe Buffa è scomparso recentemente.
[1] Ci inquadrarono ordinatamente, ci portarono alla stazione, ci fecero entrare nei carri bestiame e ci fecero mettere molto stretti che non potevamo neanche abbassarci. E partimmo per la Germania. Per ulteriori approfondimenti cfr. Giovanna D'AMICO, I siciliani deportati nei campi 1943-1945, Sellerio, Palermo 2006.
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