sabato 31 gennaio 2009, posted by roberto.bonuglia at 12:27
E' davvero eccezionale la scoperta archeologica che, circa un anno fa, è stata fatta in Terrasanta e che, proprio in questi giorni, ha ricevuto importanti conferme: a Gerusalemme è stato ritrovato un sigillo del primo Tempio risalente a circa 2.500 anni fa e recante l'iscrizione "Temech".
Questa scoperta è un'altra importante conferma della veridicità della Bibbia perchè essa ne parla nel libro di Neemia, governatore ebreo del V secolo a.C. che deteneva la carica di "coppiere" presso la corte del Re persiano Artaserse I. Contenuto nell'Antico Testamento, secondo questo libro, la famiglia israelita dei "Temech" faceva parte del servizio dei sacerdoti del Tempio. Essa fu poi deportata a Babilonia dopo la distruzione dell'edificio sacro avvenuta nel 586 a.C.
Il sigillo di pietra nera è tornato alla luce in uno scavo avviato nella seconda metà del 2007 appena fuori le mura della Città Vecchia, vicino alla Porta dell'Immondizia. Tale sigillo, acquistato a Babilonia e datato 538-445 a.C., raffigura una comune scena di culto.
Come si può vedere nell'immagine a lato, il sigillo ha una forma ellittica e reca incise le figure di due sacerdoti barbuti, che si trovano in piedi ai lati di un altare con le mani levate in posizione di preghiera. Un quarto di luna, simbolo di Sin, il maggiore dio babilonese, appare sopra l'altare. Sotto, invece, tre lettere dell'alfabeto ebraico che formano il nome di "Temech".

Prima Foto del post di gipas76
Dettaglio del sigillo: Edwin Trebels, courtesy of Dr. Eilat Mazar

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, posted by vito.cirillo at 07:57
Il macedone Alessandro Magno è considerato uno dei più grandi conquistatori di ogni tempo, se non proprio il più grande di tutti. Egli conquistò terre che riunì e governò in un immenso Impero, nel 300 a.C., arrivando anche in Estremo Oriente.
Una volta decise di passare per la Giudea e di fare terra bruciata.
Un sacerdote ebreo, però, prese dal Tempio di Gerusalemme un rotolo del Vecchio Testamento e gli andò incontro. Gli lesse alcuni parti del libro del profeta Daniele che era stato scritto due secoli prima. In esso veniva profetizzato l'Impero di Alessandro Magno e anche la sua vittoria sul Re di Persia.
Alessandro rimase stupefatto nell'ascoltare queste profezie e rinunciò al suo proposito di distruggere Gerusalemme manifestando grande rispetto per il Dio degli ebrei.

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venerdì 30 gennaio 2009, posted by vito.cirillo at 15:39

Lo stupore per l'essere è il grande
assente
dell'umana, e dicono evoluta, civiltà
presente.

Sensibilità atrofizzante,
più all'avere interessate.

Occhi tarpati.
Cuori ottenebrati.

Impero degl'istinti;
vuoto nelle menti:
veramente è l'Occidente
ciò che il nome sottende.

Vano empio stolto è l'orgoglio umano
se il vero senso dell'essere è così lontano.

Foto di natemeg2006, poesia di V.Cirillo, in Id., Stupore, Roma, Nuova Impronta, 1996, p. 21.



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, posted by vito.cirillo at 15:29
Già con la Seconda guerra del Libano del 2006 gli Hezbollah cantarono vittoria. Adesso, con la guerra di Gaza anche Hamas fa lo stesso.
A dire il vero, non è proprio così: indubbiamente Tsahal, l'esercito israeliano, non certo ha perso sul piano militare ma, non può nemmeno dire di aver vinto. Qualcosa non va nel comando e nelle strategie militari dell'esercito israeliano, che è considerato il più potente di quelli in Medio Oriente.
Con la guerra del 1967, in soli sei giorni, l'esercito israeliano sconfisse due nazioni: Egitto e Siria. Acquisì la fama di essere invincibile ed ebbe grandi generali posti al suo comando: Isaac Rabin, Moshe Dayan, Ariel Sharon.
Ma già con la guerra del 1973, quella del Kippur, l'esercito israeliano dette segni di debolezza rischiando di lasciarsi sorprendere dagli eserciti dell'Egitto e della Siria. Occorre perciò che le autorità politiche e militari israeliane riflettano seriamente su quanto è successo soprattutto negli ultimi tre anni.

Foto di benbentorah

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, posted by vito.cirillo at 15:26
Generalmente l'India è considerata la patria delle religioni e della spiritualità. Innumerevoli sono i credi religiosi ed i seguaci che ad essi si rifanno. Chi persegue la ricerca della verità su Dio, in India, è molto stimato e spesso ammirato.
Per esempio, i "sadhu" sono dei santoni che vivono esclusivamente della carità altrui e che ricercano le benedizioni spirituali, spesso spostandosi da un luogo all'altro. Vestono una tunica gialla ed un copricapo giallo per farsi identificare come "sadhu". Inoltre, sono scalzi.
Dovunque arrivano, trovano persone che li aiutano dando loro del cibo. Quello che pochi sanno è che ci sono stati anche due sadhu cristiani: Kartar Singh e Sundar Singh.
Il primo fu meno famoso in quanto fu ucciso ben presto da alcuni "non cristiani". Il secondo fu molto più conosciuto (i suoi libri sono stati tradotti anche in Occidente). Sundar Singh scomparve misteriosamente, sulle montagne del Tibet all'età di 39 anni; il suo corpo, infatti, non è stato più trovato.

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giovedì 29 gennaio 2009, posted by roberto.bonuglia at 09:06
Ho Chi Min significa «colui che illumina». Lo «zio Ho», come lo chiamavano in tutta l’Asia, scelse questo nome nel 1942, nel periodo dell’occupazione giapponese. Di nomi ne aveva già avuti una dozzina nella sua «misteriosa vita» di agente della rivoluzione. La sua biografia è ricca di aneddoti, ma con lunghe zone d’ombra sui fatti. Vi persino chi ha sollevato dubbi sulla sua ortodossia comunista giudicandolo un nazionalista asiatico che si è servito del marxismo per raggiungere l’obiettivo dell’indipendenza del Vietnam. In effetti, Ho Chi Min non ha mai avuto la statura, come ideologo e capo di masse, di Mao Tse-tung, ma la sua posizione politica fu «apprezzata» per i 45 anni di lotta svolti: già nel 1924, quando Mao era solo un funzionario di provincia, il piccolo emigrante annamita veniva considerato a Mosca uno dei più risoluti e fedeli marxisti.

Come politico, e anche come uomo, si «era fatto» in Europa. Sbarcò in Francia nel 1914, alla vigilia della Grande Guerra, dopo aver navigato su un mercantile in giro per il mondo, dall’Africa a New York. Aveva allora 24 anni, una certa esperienza come cuoco di bordo, una perfetta conoscenza del francese e nemmeno un soldo in tasca. A Parigi e a Londra fece i mestieri più vari. Fu pasticcere al Carlton con il famoso cuoco Escoffier, giardiniere, lavandaio, fotografo, fabbricante di false antichità orientali. Il periodo più lungo e importante lo visse a Parigi: 5 anni in cui lesse moltissimo, da Michelet a Balzac, e dove, frequentando la redazione della «Vie Ouvrière», ebbe nel 1919 i primi contatti politici. Nel 1920 era già noto fra i militanti della sinistra francese e al congresso di Tours in quell’anno pronunciò il primo discorso anticolonialista. Il suo nome era allora Nguyen Ai Quoc (Ai Quoc significa patriota).

Gli ultimi anni trascorsi a Parigi furono molto attivi. Strinse legami con i comunisti di Cachin che si erano staccati dai socialisti e lavorò assiduamente nella rivista anticolonialista «Paria». Alla fine del 1923 decise di andare in Russia, e ci arrivò poco dopo la morte di Lenin. Nel luglio del ‘24 si svolse a Mosca il V Congresso dell’Internazionale e Ho Chi Min prese la parola. Il suo intervento a favore dei popoli delle colonie fece profonda impressione: «Piccolo, fragile, sorridente, ma di una straordinaria personalità rivoluzionaria» lo descrisse uno dei congressisti.

A Mosca Ho Chi Min conobbe Stalin, Trotzki, Bukarin. L’anno seguente, con una significativa prova di fiducia, il Comintern lo inviò con il russo Borodin a Canton, per organizzare i comunisti cinesi ancora alleati dei nazionalisti di Chang Kai-shek. Nella scuola militare di Canton incontrò Chu En-lai che sembra avesse già conosciuto a Parigi.
La guerra civile cinese, scoppiata nel 1927, coinvolse anche Ho Chi Min. Sono gli anni più confusi e oscuri della sua attività. Sempre clandestino, sempre con falsi nomi, fece per anni la spola fra le città cinesi, Saigon, Hong Kong. Dopo la Lunga Marcia raggiunse Mao a Yennan e nel 1933 venne comunicata la notizia della sua morte nel carcere di Hong Kong. Invece, era riuscito a imbarcarsi in segreto per Amoy con l’aiuto di un avvocato inglese anticolonialista, il che fece nascere la voce che Ho Chi Min avesse avuto da sempre legami segreti con l’Intelligence Service.

Nel 1934 tornò in URSS e rimase quattro anni a Soci, sul mar Nero, per curarsi da una grave forma di tubercolosi. Erano gli anni delle sanguinose purghe staliniste che decimarono anche i comunisti stranieri: Ho Chi Min ne uscì indenne. La sua consumata abilità politica gli ha permesso di volta in volta di restare in buoni rapporti con Stalin, con Krusciov, con Mao. Tornato in Cina, cominciò a organizzare il partito comunista indocinese, appoggiandosi soprattutto a un professore di storia, il futuro generale Giap. Di nuovo arrestato e dato per morto, uscì definitivamente dalla clandestinità dopo l’atomica di Hiroshima.

Era il 1945. Il Giappone era vinto, tornavano in primo piano i rapporti con la Francia: Ho Chi Min andò a Parigi e sembrò per qualche mese che si potesse trovare una soluzione pacifica a questi rapporti: ma alla fine del 1946 scoppiarono gravi incidenti a Saigon. Le forze di liberazione indocinesi (Vietmin) e le truppe del generale Leclerc diedero inizio alla lunga e sanguinosa guerriglia che doveva concludersi a Diem Bien Fu.
Protagonista di questa storica battaglia, che segnò il definitivo tramonto del colonialismo francese in Asia, fu il generale Giap, considerato col cinese Lin Piao ed il cubano «Che» Guevara, uno dei grandi strateghi mondiali della guerriglia. Ho Chi Min non è mai stato un capo militare, ma un organizzatore di partito, un abilissimo negoziatore, realista e lungimirante.
Al tavolo della conferenza di Ginevra nel 1954, il rappresentante ufficiale del Vietmin era il capo del Governo Pham Van Dong, ma chi manovrava come sempre era il vecchio «zio Ho». Le trattative erano difficilissime, fra le due rigide posizioni di Foster Dulles e di Chu En Lai. I francesi erano rappresentati da Bidault e in un secondo tempo dal nuovo capo del Governo Mendès France. Benché Ho Chi Min avesse vinto la guerra, ebbe l’abilità di cedere su alcuni punti, come la divisione del Paese all’altezza del XVII parallelo, in cambio della promessa delle elezioni per l’unificazione del Vietnam da tenersi entro il 20 luglio 1956. Il Governo di Saigon fece le sue riserve e la Conferenza di Ginevra si concluse con un faticoso compromesso. Comunque Ho Chi Min era riuscito a trattare da pari a pari con le grandi potenze, raggiungendo, dopo 35 anni di lotta, il suo principale obiettivo nazionalista.

Subito dopo Ho Chi Min lanciò un famoso appello al Paese mettendolo in guardia contro il deviazionismo di sinistra, il voler cioè raggiungere a tutti i costi la riunificazione dei due Vietnam, e contro quello di destra, cioè l’abbandonarsi al pessimismo rinunciatario. Sono gli anni in cui meglio si delinea la sua personalità politica, fatta di pazienza, sottigliezze asiatiche, attentissima sensibilità agli sconvolgimenti in atto del comunismo internazionale: Stalin era morto, Krusciov aveva rovesciato il suo mito, ma nel 1956, che doveva essere decisivo per la riunificazione dei due Vietnam, scoppiavano la rivolta di Ungheria e la crisi di Suez.
Furono due avvenimenti mondiali che impegnavano l’attenzione dei sovietici su altri fronti e Ho Chi Min era troppo abile politico per non capire che doveva passare la mano. Intanto portava avanti nel suo Paese l’epurazione dei «trotzkisti», con una risolutezza spietata che mostrava l’altro aspetto assai «meno accomodante» della sua azione rivoluzionaria. Il suo ruolo si faceva comunque sempre più difficile. I cinesi cominciavano a premere per attirarlo nella loro orbita. Nel Vietnam del sud cominciavano i primi focolai di guerra civile.

Si è parlato spesso della tendenza kruscioviana di Ho Chi Min ed, in effetti, il suo possibilismo lo ha avvicinato più volte al cauto realismo di Krusciov. Ma anche all’interno del partito lo «zio Ho» doveva vedersela con posizioni «cinesi» e quando venne la crisi di Cuba, con gravi contraccolpi fra i comunisti del «Terzo Mondo», fu ancora una volta tempestivo al massimo, sganciandosi da Krusciov e avvicinandosi cautamente a Mao. Come sempre non si compromise più di tanto, riuscendo a tenere a bada sovietici e cinesi mentre nel Vietnam del sud si scatenava la guerra. «La terza via vietnamita» fu forse un’illusione, ma non una maschera di Ho Chi Min perché interpretò il fortissimo spirito nazionalista del suo Paese e rappresentò la soluzione più abile per non legarsi le mani con nessuno, facendosi aiutare da tutti.

Ho Chi Min fu considerato uno statista notevole, tipico prodotto ideologico e rivoluzionario del «Terzo Mondo» legato alle forze marxiste internazionali, ma con una notevole capacità di manovra politica e diplomatica. Divenne uno dei simboli della contestazione studentesca del 1968, e va ricordato che durante la sua presidenza, Ho Chi Min fu al centro di un grosso culto della personalità, che ebbe un incremento dopo la sua morte. La sua salma ad esempio, subì un procedimento di imbalsamazione simile a quello destinato a Lenin, e ad occuparsene fu proprio l’équipe sovietica di medici e di tecnici che seguiva la manutenzione delle spoglie del Leader della Rivoluzione Bolscevica. Nel 1975 la città di Saigon venne ribattezzata in suo onore col nome di «Città di Ho Chi Min».

Gossip storico:

Origini: è nato nel villaggio di Kim Lien il 19 maggio 1890. Morì ad Hanoi il 2 settembre 1969. Il suo vero nome era Nguyen Tat Thanh. Suo padre era uno studioso confuciano ma anche un modesto funzionario di governo, tra l’altro licenziato per concussione e per i suoi sentimenti nazionalisti: morì vagabondo e poverissimo.

Educazione: a 15 anni entrò in un collegio a Hué che era diretto da un legionario in pensione. Lì studiò il francese. Proseguì gli studi a Saigon in una scuola di avviamento professionale, per ottenere il diploma di capitano di lungo corso. A 21 anni cessò di frequentare la scuola e si imbarcò come aiuto cuciniere su un mercantile francese.

Le abitudini: visse con estrema semplicità, ma avendo compiuto lunghi viaggi all’estero apprezzò gli usi europei. Fumava, ad esempio, solo sigarette americane e nelle grandi occasioni beveva champagne di marca. La sua vita privata è sempre stata molto misteriosa. Alcuni gli attribuiscono alcune mogli e molti figli, ma nelle biografie ufficiali non si parla mai di una sua «vera» famiglia.

Le opere: ha scritto moltissimi articoli e saggi politici e alcune poesie durante la sua prigionia in Cina. Le ha composte come Mao in cinese classico. Ho Chi Min, però, oltre al cinese ed ai vari dialetti vietnamiti, parlava il francese, l’inglese e conosceva anche un po’ di russo, di tedesco e di portoghese.

Frasi celebri:

«Voi francesi avete delle eccellenti idee liberali. Peccato che non le esportiate all’estero».

«La nostra guerra è come la lotta dell’elefante con la tigre: se la tigre si ferma, l’elefante la trafiggerà con le zanne possenti. Ma la tigre non si fermerà e l’elefante morirà dissanguato e sfinito».

Rispondendo a un intervistatore, che gli chiedeva come mai non scrivesse tanti libri come Mao, Ho Chi Min rispose: «Se trovate qualcosa su cui il presidente Mao non abbia scritto, ditemelo: cercherò di colmare tale lacuna».

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mercoledì 28 gennaio 2009, posted by vito.cirillo at 13:11
Il 47enne e 44°Presidente degli Usa, Barak Hussein Obama, è un intellettuale della East Cost (Costa occidentale) americana. E' un uomo di studi seri e di ottime letture, grande e coinvolgente oratore. I suoi principali modelli e personaggi di riferimento sono quattro.
Li elenchiamo in ordine cronologico:

Abramo Lincoln, Presidente anti-segregazionista e abolizionista della schiavitù (Obama ha giurato sulla sua Bibbia).

Franklin Delano Roosevelt, il Presidente del New Deal che disse: "Non bisogna aver paura della paura". Obama, nei primi giorni del suo mandato ha detto più volte che la speranza deve sconfiggere la paura.

John Kennedy, il Presidente della Nuova Frontiera del quale Obama ha fatto sua la frase: "Non chiedetevi ciò che l'America può fare per voi, ma ciò che voi potete fare per l'America".

Martin Luther King, il pastore cristiano leader del movimento dei diritti civili, gli stessi che si sono realizzati con la vittoria di Obama, primo nero americano alla Casa Bianca.

foto di Rudy Malmquist

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, posted by David.Rettura at 02:05

Sicuramente l'Osservatore Romano saluterà con particolare favore l'elezione a Patriarca della Chiesa Russa del Metropolita Kirill, già "ministro degli esteri" di Alessio secondo e considerato unanimemente un simpatizzante del dialogo con il soglio pontificio.

E' certo prematuro considerare questa elezione un passo verso la riunificazione delle Chiese Ortodossa e Cattolica, ma, indubitabilmente, dopo aver messo a segno un colpo importante, ancorché non privo di controindicazioni, come il riassorbimento della Fraternità Lefevriana, e con un continuo travaso di fedeli, sacerdoti e Vescovi da una Chiesa Anglicana-Episcopale sempre più vulnerata al suo interno da forze centrifughe spinte da decisioni controverse riguardo al clero femminile e gay, la posizione della Chiesa Romana all'interno del mondo cristiano ne esce rafforzata, corroborata nel progetto Ratzingeriano di Unità dei Cristiani, da preferire al dialogo interreligioso che pure, al di là di quanto dicono disattenti o interessati detrattori è tutt'altro che negletto, come alcune posizioni dell'Arcivescovo Tettamanzi ma non solo, chiariscono.

Kirill è il primo Patriarca di Russia dell'era post-comunista e si troverà a gestire una situazione particolarmente fluida, dove ad un nuovo ruolo nella coscienza russa esercitato dalla Chiesa Ortodossa si accompagnano tentazioni cesaropapiste che emergono sempre più chiaramente nella società putiniana, così come una tendenza al secolarismo ed al proliferare delle sette che ha reso la Russia un tempio del materialismo edonistico come terreno di conquista per messia improvvisati e più o meno sinceri.

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martedì 27 gennaio 2009, posted by vito.cirillo at 12:08
Nella manifestazione per la cessazione della guerra di Gaza, tra Israele ed Hamas, alcuni pacifisti riunitisi ad Assisi hanno fatto una proposta molto interessante ma poco fattibile: hanno proposto di spostare la sede dell'ONU da New York a Gerusalemme.
Come si sa Gerusalemme fu scelta da Re David per essere la capitale del Regno di Ismaele (prima si chiamava Gebus). Continuò ad esserlo anche con il suo successore Salomone. Dopo, però, ci fu la divisione del regno di Israele: nacque il Regno di Giuda, con capitale Gerusalemme che ebbe come re il figlio di Salomone, Roboamo; il regno di Israele invece spostò la sua capitale a Samaria e il suo re fu Geroboamo. Dopo la diaspora, gli ebrei sparsi nel mondo ebbero un solo sogno, ritornare a Gerusalemme. Infatti, si salutavano dicendo: l'anno prossimo a Gerusalemme.
La città fu riconquistata nel 1967 (guerra dei sei giorni) diciannove anni dopo la fondazione dello stato di Israele (avvenuta nel 1948).
Perciò è molto difficile se non impossibile permettere che proprio Gerusalemme diventi la sede di un'organizzazione internazionale come l'ONU e perda la sua caratteristica di unica ed assoluta capitale degli ebrei.

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, posted by khayyamsblog@gmail.com at 11:57
GiustificaNel gennaio del 1969, lo studente cecoslovacco Jan Palach morì bruciandosi vivo per protestare contro l'invasione del suo paese da parte dell'URSS.
Fu un atto di estremo eroismo. Esso fu apprezzato solo individualmente ma non collettivamente dai vari movimenti e partiti della sinistra. A questo riguardo, bisogna ricordare che il PSI fu molto pronto nel protestare contro l'invasione sovietiva ed esaltò l'atto eroico di Palach. Ora anche Mario Capanna riconosce l'eroismo di quel gesto e celebra la sua memoria.
L'URSS, nel 1968, invase la Cecoslovacchia per far abortire il tentativo di Alessandro Dubcek di dar vita al socialismo dal volto umano, cioè ad un regime socialista più democratico e non oppressivo.

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lunedì 26 gennaio 2009, posted by roberto.bonuglia at 03:02
«lo non so a chi dispiaccia più che a me l’ambizione, l’avarizia e la mollizie de’ preti; sia perché ognuno di questi vizi in sé è odioso, sia perché ciascuno e tutti insieme si convengono poco a chi fa professione di vita dependente da Dio... Nondimeno il grado che ho avuto con più pontefici mi ha necessitato a amare, per il particulare mio (il mio interesse) la grandezza loro. E se non fosse per questo rispetto, avrei amato Martino Lutero quanto me medesimo; non per liberarmi dalle leggi della nostra religione, ma per veder ridurre questa caterva di scelerati a’ termini debiti...»


Sono parole di Francesco Guicciardini, lo storico e politico fiorentino, nei suoi Ricordi; e il loro tranquillo cinismo riflette con esattezza l’atteggiamento di molta parte della classe dirigente italiana (intellettuali e nobili) nei confronti della Riforma: hanno sott’occhio la corruzione del clero e della Curia, la deplorano, vorrebbero farsi luterani, non per convinzione ma per rabbia; però si astengono dal farlo perché troppi legami d’interesse li vincolano alla Corte vaticana.
E’ un panorama umano desolante, sul quale passerà poi, con il Concilio di Trento, la grande ventata della Riforma cattolica. Ma vi sono anche altri motivi nel rifiuto del luteranesimo da parte anche delle classi colte.
Il Rinascimento paganeggiante ha diffuso il disinteresse per le dispute di carattere religioso; e ad esso si aggiunge l’inveterata diffidenza, venata di disprezzo, per un movimento intellettuale nato in Germania. Dall’alto della loro sufficienza, gli eredi di Roma si domandano che cosa possa venire di buono da un paese «di barbari e di lurchi», ossia di ghiottoni. Quanto al popolo, è troppo attaccato alla bellezza e alla maestà del rituale cattolico, con quel tanto di teatrale che vi è nelle processioni, nelle sagre patronali, nei paramenti e che risponde così bene al gusto latino, per trovare attrattive in una fede nemica delle pompe esteriori e avversa al culto della Madonna e dei Santi.
Una Ginevra non è pensabile in Italia. Vi sono, sì, alcuni focolai di protestantesimo, come la corte di Renata d’Este a Ferrara o i nuclei valdesi nelle valli di Pinerolo, calvinisti ante litteram, perseguitati dai duchi di Savoia. Vi sono dei protestanti isolati, come Pietro Paolo Vergerio di Capodistria, o i fratelli Socini, di Siena, o il predicatore Bernardino Ochino, pure senese. Quest’ultimo va addirittura a trovare Calvino a Ginevra, ha colloqui con lui, mostra tutto lo zelo dei neofiti. Ma alla fine dell’incontro, Calvino sintetizzò così le sue impressioni: «Non mi fido delle menti italiane».

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, posted by David.Rettura at 02:18

Nel mio blog personale ho affrontato in chiave politico-sociale l'avvento del nuovo anno cinese ma credo sia il caso in questa seda sede di sottolineare il valore atemporale che questo evento ricopre nella civiltà cinese.

A lungo, prima che con la Repubblica Popolare l'avvento del Primo Maggio la scalzasse, questa è stata la festa più importante del calendario cinese, come ogni festa legata a ricorrenze astronomiche per i popoli contadini.

Per i cinesi comuni durante millenni la terra è stata il solo universo che essi potessero conoscere e molto incisivamente questo ce lo ha raccontato Pearl Buck in svariati suoi capolavori ambientati nel Regno di Mezzo, ed in maniera speciale in La buona terra, considerato da molti il suo più avvincente lavoro; e quindi ancora oggi, nonostante le innovazioni tecniche introdotte nella tecnica agraria e con la secolarizzazione che cavalca per le campagne sulle onde della televisione più di quanto non fece hai tempi della propaganda materialista dei tempi di Mao, questo momento gode ancora di una sua centralità.

In tutte le civiltà la fissità delle stelle ed il loro eterno ritorno ha suggerito all'uomo di vedervi un sostegno per le incertezze della vita, superabili attraverso la capacità di prevenire il futuro, visto quasi come passato destinato a ripetersi, magari rimesso a nuovo, ridipinto ad abbellito da vestiti nuovi, ma sempre rassicurantemente somigliante a se stesso.

Così l'anno del bue che si avvia ad iniziare è visto come un'anno apportatore di prosperità all'interno del ciclo zodiacale cinese fatto di 12 segni annuali ognuno caratterizzato a suo modo.

In Italia le celebrazioni saranno particolarmente vive a Milano, in via Paolo Sarpi, a Prato, ed a Roma in Piazza Vittorio, dove vivono alcune comunità particolarmente rappresentative ma fuori dalla Cina la ricorrenza è di certo più viva nelle varie Chinatown statunitensi, come quelle di San Francisco e di New York.

Al di là degli aspetti atavici legati all'ancestralità della ricorrenza, il fatto che ci si trovi in un momento di transizione profonda della storia cinese, sia rispetto a quella recente della Repubblica Popolare ma altresì nell'economia di tutta la storia della Cina, in cui gli ultimi 60 anni hanno rappresentato una frattura la cui eredità verrà misurata in futuro ma la cui importanza appare già oggi ampiamente preventivabile.

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domenica 25 gennaio 2009, posted by vito.cirillo at 19:04
Si era quasi persa la memoria della sua esistenza. Non si parlava più del Maligno (il Diavolo) se non da moltissimo tempo. Nel 1972, però, il pontefice Paolo VI a sorpresa ne parlò ufficialmente e diffusamente.
Egli sostenne che la vittoria del Maligno consiste soprattutto nel non far parlare di perché in questo modo, può agire indisturbato. Paolo VI sostenne che il Maligno è un potere spirituale "pervertito e pervertitore" che influenza le menti ed i cuori degli uomini in maniera negativa e perciò dannosa. Egli genera odio, violenza, presunzione, invidia, gelosie, vano orgoglio, egoismo, avidità, tirchieria, vanità: tutto ciò che rende le condizione umana precaria, disperata, infelice. Mentre Dio ama, il Maligno odia, insomma.
E gli uomini che non amano la vita e gli altri esseri sono schiavi della sua influenza nefasta. Paolo VI mise in guardia gli uomini e da allora il Maligno è uscito dalla clandestinità ed è diventato oggetto di richiesta di liberazione da lui e di esorcizzazione dalla sua influenza. Anche nel "Padre Nostro", la frase "liberaci dal male" è stata più giustamente corretta in "liberaci dal Maligno".
Questo intendeva Gesù con tale esortazione. Egli stesso conosceva bene il Maligno e ne subì le tentazioni riportando la vittoria fino a quella della croce con cui lo ha definitivamente sconfitto.

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, posted by vito.cirillo at 17:23
Dal 2009 c'è un rinnovamento nelle fonti del diritto in Vaticano, voluto da Benedetto XVI. D'ora in poi verrà vagliata la compatibilità delle norme da qualsiasi parte vengano con la morale cattolica. Questo discorso riguarda soprattutto ma non solo, le normative dello stato italiano che il Vaticano giudica, per alcuni aspetti fondamentali, non compatibili con il diritto cattolico. Si riferisce al divorzio, all'aborto, al diritto di famiglia, ai matrimoni gay, etc.
Il Vaticano non ha gradito nemmeno la proposta francese all'Onu di depenalizzare l'omosessualità. E' una grande novità nella politica del Vaticano perché la Chiesa prende posizione ufficiale con le legislazioni di altri paesi che non si conformano alla morale cattolica. Perciò la Chiesa prende le distanze anche dall'Italia le cui leggi in precedenza erano quasi automaticamente recepite nel proprio ordinamento così come stabilito dai Patti Lateranensi del 1929.

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sabato 24 gennaio 2009, posted by vito.cirillo at 18:07
Negli Anni Cinquanta, il presidente egiziano Abdel Nasser cercò di svolgere un ruolo fondamentale nella politica mediorientale fino a diventare il leader di quel movimento che fu definito "panarabismo". Ora lo stesso ruolo sembra sembra essere svolto dall'attuale presidente Hosni Mubarak. Infatti, l'Egitto è diventato il paese centrale nelle trattative per far cessare la guerra di Gaza. Anche i paesi occidentali e quelli arabi, nella loro maggioranza hanno riconosciuto all'Egitto questo fondamentale ruolo. Determinante è stato il negoziatore egiziano, il capo dei servizi segreti, che si chiama Sulliman. Questi ha mediato fra i delegati di Hamas e quelli israeliani. A quanto pare, ha mediato in modo molto positivo sia pur dopo una lunga ed estenuante trattativa.

Foto di Very Big Red

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, posted by vito.cirillo at 12:56
Alla fine di gennaio, si svolgeranno le elezioni in 16 delle 18 province in cui è suddiviso l'attuale Iraq. E' un test molto importante perché può mostrare il livello di democratizzazione e di stabilizzazione a cui è pervenuto il paese.
Voteranno anche i sunniti, e questo è un fatto molto importante e positivo perché sta a significare che l'unificazione dell'Iraq è a buon punto. Queste elezioni saranno molto utili per il nuovo presidente americano Obama in quanto gli consentiranno di verificare l'opportunità o meno di attuare il suo piano di sgombro dell'Iraq dai soldati americani e di lasciare completamente alle autorità irachene il controllo del territorio.
Come di sa, Obama ha proposto nel suo programma il ritiro delle truppe americane dal territorio iracheno entro il 2011.

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, posted by vito.cirillo at 12:49
Dopo 22 giorni di combattimento è arrivata la sospirata tregua tra Israele ed Hamas. Il bilancio, però, è disastroso. Oltre 1.300 morti e 5.300 feriti fra i palestinesi di Gaza; 13 morti fra gli israeliani 3 dei quali civili; 4.000 edifici di Gaza distrutti e 16.000 gravemente danneggiati.
Hamas, però, non si arrende.
Ezzedin Al Kassam, che è il braccio armato di Hamas e che può contare su 25.000 miliziani, ha annunciato che non rinuncerà ad armarsi. Israele ha risposto che, in tal caso, riprenderà le operazioni belliche. Il problema quindi è quello di fare in modo che Hamas non si riarmi attraverso il contrabbando di armi di cui si è servito fino ad ora. Chi sarà preposto a vigilare sulla tregua dovrà sventare le operazioni di contrabbando con cui Hamas si rifornisce di armi. E non sarà un compito facile da svolgere e da portare a termine.

Foto di Tom Spender

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venerdì 23 gennaio 2009, posted by vito.cirillo at 13:33
Si pensava che dei tempi del pirata inglese Drake, o del più recentemente famoso Jack Sparrow, i pirati fossero spariti dalla circolazione. Purtroppo, non è così.
Le cronache degli ultimi tempi registrano sistematicamente la comparsa dei nuovi pirati dell'ora moderna. Questo fenomeno riguarda, soprattutto, un paese dell'Africa: la Somalia.
Pirati somali, infatti, bene armati e addestrati, sequestrano navi petroliere di varia nazionalità. Chiedono poi consistenti somme di denaro per il riscatto. Ancora non si è trovato il modo per fronteggiare adeguatamente questo fenomeno. Occorrerebbe un'intesa internazionale che metta in moto consistenti mezzi per combattere e vincere queste preoccupante fenomeno.


Foto di graham_wa e TheNilssons

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, posted by vito.cirillo at 13:27
Certe volte succedono delle cose molto strane che contribuiscono a sfatare luoghi comuni anche molto radicati fino a diventare proverbiali.
Una delle cose che mai ci si sarebbe potuto aspettare, è avvenuta in Turchia.
Si è detto sempre: "fumi come un turco". Dallo scorso dicembre non lo si potrà più dire. La Turchia, infatti, ha approvato una legge che vieta il fumo nei locali pubblici, ponendosi così sulla linea di tante altre nazioni occidentali.
Il motivo di questo provvedimento è dovuto al diffondersi crescente di malattie dovute al fumo. I turchi così, per ora, sono in uno stato di disorientamento, quasi di perdita identitaria.

Foto di Just Beachy

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, posted by vito.cirillo at 13:20
I talebani governarono l'Afghanistan dal 1996 al 2001. Sotto la guida del Mullah Omar, il governo afghano attuò un regime teocratico islamico basato sulla sharia, il diritto coranico. I talebani ebbero in avversione ogni forma d'arte e distrussero tutto ciò che poterono. Distrussero il museo di Kabul. Distrussero documenti, filmati, pellicole cinematografiche, quadri, statue, fotografie.
Per loro tutte queste cose erano da considerarsi demoniache.
Fu bandito il teatro, perseguita ogni forma di esibizione musicale. Il crimine maggiore in tal senso fu però la distruzione dei Buddha della valle di Bamiyan, nel marzo 2001. Si trattava di statue uniche nel loro genere e fu davvero una grave perdita per l'umanità e per l'arte mondiale.

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giovedì 22 gennaio 2009, posted by vito.cirillo at 16:33
Nel 1979 crollò il regime della scià di Persia che fu costretto ad andarsene in esilio dopo le ribellioni popolari contro di lui.
Esse erano guidate in Francia dall'Ayatollah Ruhollah Khomeini che era in esilio. Egli instaurò una teocrazia islamica che si rifaceva alla tradizionale sharia coranica. Proclamò una repubblica islamica al posto del precedente impero. Poi fu approvata una Costituzione che è ancora in vigore nell'Iran. Khomeini mise in atto i principi che si trovano nel suo libro Il governo islamico, che scrisse nel 1963 quando era in esilio in Iraq. Con il regime islamico iraniano si parlò di riscossa dell'Islam.
Con il khomeinismo iniziò l'ondata moderna dell'integralismo islamico che ha influenzato in maniera determinante il risorgere del fondamentalismo sunnita (bisogna precisare che Khomeini, però, era sciita). Per Khomeini non c'è contrasto tra sunnismo e sciismo, essendo una dimensione della stessa fede nel profeta Maometto. Khomeini portò l'Iran all'isolamento internazionale ed ebbe come acerrimo nemico Saddam Hussein tanto che ci fu una devastante guerra, tra l'Iran e l'Iraq, dal 1980 al 1989.

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, posted by giovanni.larosa at 08:00
Avviene molto spesso che i giornali, le radio e le televisioni ci propongano scenari e argomenti che quasi tolgano il respiro, l’entusiasmo di vivere, la gioia, mentre proprio la vita, poiché tale, deve essere assolutamente e maggiormente considerata e i giovani con essa.
Un esempio di voglia di vivere, utile per portare una ventata di arte in tutto questo “catastrofismo”, lo può offrire Francesco Cafiso, per alcuni un nome conosciuto.

È stato definito l'enfant prodige della storia del jazz; deve compiere ancora vent’anni ed è già “alle luci della ribalta” del palcoscenico internazionale.
Dalla sua Vittoria, città natale in provincia di Ragusa, suonò le prime note per ottenere il primo riconoscimento ufficiale, che gli fu conferito all’età di dodici anni nel 2001, a Urbisaglia (MC), vincendo il "Premio nazionale Massimo Urbani" grazie alla sua irreprensibile tecnica, dimostrando, nonostante la giovane età, un’incredibile maturità musicale e una sorprendente capacità d’improvvisazione.
La conquista del premio Urbani gli permise di partecipare al Pescara Jazz Festival nell’estate 2002 e fu infatti, in quell’occasione che riuscì a “stregare” Wynton Marsalis, famoso trombettista, che dichiarò: «Non ho mai sentito nessuno suonare jazz come lui alla sua età, mai», al punto che decise di portarlo con sé all’European tour, dell’anno successivo:


«Quando Wynton mi ha sentito, è rimasto a bocca aperta e mi ha chiesto di andare con lui in America, ma io avevo la scuola».

Da allora il sassofonista siciliano non si è più fermato, pur raccogliendo l’invito del padre a non mollare gli studi, che grazie alla sua serietà e al suo senso di responsabilità è riuscito, infatti, a conciliare, in un’intensa attività di musicista e di impegni scolastici. Ha frequentato in seguito sia il Liceo linguistico, sia il Conservatorio di Catania e ancora, per perfezionare l'inglese nella città dove è nato il jazz e dove è stato accolto come un consanguineo dall'intera famiglia Marsalis, ha volato fino a New Orleans.
Francesco Cafiso si è esibito più volte negli Stati Uniti con nomi importanti come James Williams, Ray Drummond, Ben Riley oltre a esibirsi varie volte con Marsalis e la Lincoln Center Orchestra al “Lincoln Center”, nella “Alice Tully Hall” e nella "Avery Fisher Hall", riscuotendo un grandissimo successo. Accompagnato da James Williams, Yoron Israel e Gregory Ryan nei prestigiosi jazz club “BB King” e “Iridium”.

La prima volta che prese in mano un sassofono, all’età di sette anni, non riuscì neanche a tenerlo in mano e comunque il suo forte interesse rivolto al sax contralto, come quello di Charlie Parker e di Phil Woods, lo portò già nell’autunno del 1996, a suonare per la prima volta in un pub di Vittoria:




«Avevo così paura, mi veniva da piangere, sono stati papà e il maestro Carlo a dirmi "Non ti preoccupare, pensa che sia a casa e suoni il sax come fai sempre"».



Prese come punto di riferimento anche un personaggio simbolo del jazz, Thelonious Monk, per continuare a soffiare forte nel suo sax, incuriosendo il pubblico che la sera si ritrovava dinanzi ad un serio professionista, dalla giovane età.

Durante l'estate 2004, Francesco Cafiso si esibì in alcuni dei più grandi Festivals europei con Joe Lovano, Hank Jones, George Mraz, i Manhattan Transfer, Wynton Marsalis, la Lincoln Center Orchestra e la Count Basie Orchestra.
Alla Casa del Jazz, a Roma, gli fu conferito il celebre premio "Django d'Or", come miglior giovane musicista, nel giugno del 2005. Ancora nello stesso anno al momento di celebrare Charlie Parker, proprio nel 50° anniversario della sua morte, Umbria Jazz gli commissionò un compito non proprio facile: la rilettura delle partiture originali di “Bird”, con tanto di orchestra d’archi, per ricordare l’album "Bird with strings". Fu allora che la Fondazione dedicata a Monk, aprì gli archivi consentendo a Francesco Cafiso un lavoro sulle partiture originali. Fu l’anno in cui lo “Swing Journal”, autorevole rivista giapponese di musica jazz, gli conferì il “New Star Award”, premio riservato ai talenti stranieri emergenti e subito dopo, si affermò nel “Top Jazz”, referendum della rivista italiana Musica Jazz, che lo riconobbe: miglior nuovo talento dell'anno.
In febbraio del 2006 Francesco ha conseguito il “Diploma in flauto traverso” con il massimo della votazione al Liceo Musicale Parificato Vincenzo Bellini di Catania, sotto la guida della prof. Elena Favaron, continuando a studiare il pianoforte jazz. In primavera volerà negli Stati Uniti, nel corso della tournée organizzata da “Musica per Roma e Umbria Jazz”, suonando il suo sax, accompagnato dal suo abituale trio italiano, nel più famoso dei jazz club di New York, il “Birdland” e riportando un notevolissimo successo.
Nel contesto di tutte le sue serate nelle varie parti del mondo, da tempo ambiva alla realizzazione di un “palco” nella sua città; è stato nel 2008, infatti, che ha assunto la direzione artistica al “Vittoria Jazz Festival”, offertagli dall’assessorato vittoriese, riuscendo in poco tempo ad organizzare un evento che sicuramente avrà il suo “peso” nel palcoscenico del jazz.
Francesco Cafiso[1] ha suonato il 19 gennaio 2009, ospite di Wynton Marsalis e della Jazz at Lincoln Center Orchestra al “Presidential Inauguration and Martin Luther King Jr. day”, in occasione della cerimonia di insediamento del presidente degli Stati Uniti Barack H. Obama. Il concerto si è svolto nel prestigioso “Eisenhower Theater at The Kennedy Center” in Washington DC, dove hanno partecipato ospiti straordinari come Bruce Springsteen, Bono Vox e Stevie Wonder.
Nonostante le sue esperienze all'estero Francesco Cafiso è un rampollo di spicco della più celebrata tradizione jazzistica italiana, partecipe di numerosi spettacoli con i nostri migliori musicisti: Enrico Rava, Renato Sellani, Franco D'Andrea, Roberto Gatto, Enrico Pieranunzi. Tra i suoi progetti nostrani possiamo trovare: “Francesco Cafiso Italia Jazz Quartet” con Dino Rubino, Riccardo Fioravanti e Stefano Bagnoli; “Francesco Cafiso Island Jazz Quartet” Nello Toscano, Giovanni Mazzarino e Dino Rubino; “Francesco Cafiso Jazz Quartet e i solisti di Perugia”; “Francesco Cafiso Trio” con Sandro Gibellini e Aldo Zunino.
“Ciccio” Cafiso classe 1989, siciliano di nascita ma statunitense per adozione musicale, oggi è un musicista e compositore, considerato uno dei talenti più precoci, che vanta un curriculum degno dei più noti musicisti jazz e che ha suonato nei Jazz Festival e nei Jazz Club più importanti del mondo, vincendo molti premi insigni sia nazionali, sia internazionali.
“Ad maiora!”




[1] Clicca qui per un breve ascolto!

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mercoledì 21 gennaio 2009, posted by antonella zatti at 20:37
Cresce in Italia il numero dei bambini stranieri adottati. Nel 2008 sono stati 3.977, il 16,3% in più rispetto all’anno precedente. Lo rileva il Rapporto Annuale della Commissione per le Adozioni Internazionali (CAI) presentato oggi a Palazzo Chigi dai sottosegretari alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Paolo Bonaiuti e Carlo Giovanardi, quest’ultimo anche presidente della stessa commissione. Il Rapporto presentato anche dalla vicepresidente della CAI Daniela Bacchetta, è stato messo a punto con la collaborazione dell’Istituto degli Innocenti.
Può essere utile - come fa puntualmente Gabriella Meroni sulle pagine di Vita.it - leggere qualche dato contenuto in questo documento: se si considera il secondo semestre 2008 e si raffronta con lo stesso periodo del 2007 l’incremento è ancora più sostanziale e supera il 30%: qualcuno ha già parlato di vero e proprio «boom». I minori adottati hanno per lo più un’età compresa tra i 5 ed i 9 anni: rientrano in questa categoria circa il 43% di tutte le adozioni internazionali registrate nel 2008. Un’altra fetta importante (il 35%) riguarda i bimbi tra uno e 4 anni.
Ma questi quasi 4.000 nuovi cittadini italiani, da quali stati provengono? Il primo paese in questa speciale classifica è l’Ucraina da cui provengono ben 640 bambini (il 16% di tutti quelli arrivati nella Penisola). Seguono poi, con numeri importanti la Russia (446) e la Colombia (434). Ma vanno ricordati anche Brasile, Etiopia, Vietnam, Polonia, Cambogia ed India. In totale, la «lista» di questi paesi totalizza il 79% di tutte le adozioni fatte in Italia lo scorso anno. Mancano, da questa speciale classifica le 22 bambine che arriveranno dalla Cina per trovare posto in altrettante famiglie italiane. Nel 2009 anche questo paese, insieme, probabilmente al Gambia ed al Burkina Faso comparirà nell’elenco. Mancherà, invece, la Romania, paese il cui governo ha deciso di sospendere le adozioni dall’estero. Tre le regioni italiane che eccellono nell’accoglienza di questi bambini: Lombardia, Toscana e Veneto, mentre sono ben 73 gli enti autorizzati che agiscono in questo terreno così delicato per tutelare i minori e soddisfare il desiderio di genitorialità delle coppie italiane.
Questi, almeno in parte, i dati forniti dal Rapporto e snocciolati alla stampa stamane dal sottosegretario di Stato per la famiglia, la droga e il servizio civile Giovanardi. Ma il fenomeno delle adozioni internazionali in Italia è qualcosa di veramente importante da capire e studiare. Solo gli Usa e la Spagna, nel mondo, superano il nostro paese nella richiesta e nell’accoglienza di bambini stranieri.
Le ragioni di questa esigenza e del trend positivo che si è registrato nel 2008 è frutto di una serie di fattori che sono stati ben analizzati da Roberto Bonuglia nel suo recente lavoro sul tema: Genitori senza figli. Adozione e affidamento in Italia (Ardesia Edizioni, 88 pp., euro 10,00). Nelle pagine che abbiamo letto viene proposta una singolare e analisi - condotta a metà strada tra storia e sociologia - del fenomeno evidenziando come, due leggi in soli tre anni, abbiano profondamente modificato in Italia il sistema dell’adozione nazionale e internazionale. Si fa riferimento alla legge n. 476 del 31/12/98 ed a quella in materia di adozione e di affido, la n. 149 del 28/03/2001 che ha apportato delle sostanziali modifiche alla precedente disposizione normativa (la n.184 del 4/05/83). In seguito a queste innovazioni legislative, infatti, la tematica dell’adozione è tornata prepotentemente attuale e l’attenzione dell’opinione pubblica italiana verso questo fenomeno, come scrive l'autore, «si è nuovamente concentrata su quello che sembra essere ‒ prima che un fenomeno giuridico e normativo ‒ un fenomeno soprattutto sociale».
Può sembrare strano ma in realtà se ci si ferma solo un attimo a «pensare l’adozione» ed a ciò che ruota intorno a questo mondo si scopre che tutto è molto meno scontato di quanto si possa immaginare. Molti sono gli aspetti che spesso non vengono presi in considerazione e che invece, Bonuglia passa in rassegna: le differenze sostanziali tra l’adozione nazionale e quella internazionale; le procedure (e, non di rado, gli ostacoli) che agli aspiranti genitori devono affrontare dopo aver deciso di «adottare»; gli aspetti psicologici del delicato «inserimento» familiare; il ruolo dei servizi socio-assistenziali e degli enti autorizzati su cui lo stesso Giovanardi oggi si è giustamente soffermato; la poco conosciuta prassi dell’affidamento internazionale e temporaneo.
Tutti aspetti, questi, degni di essere considerati con la massima attenzione e che riveleranno quanto sia complessa e affascinante la materia dell’adozione. Una materia nella quale bisogna imparare a non dare nulla per scontato soprattutto in sede giurisprudenziale: d’altra parte, come osserva acutamente l’autore, bisogna considerare che ci si trova di fronte ad una realtà «che preesiste al diritto e che il diritto deve necessariamente regolamentare per tutelare i minori ed il loro benessere».
In Italia, come le pagine di Genitori senza figli confermano tramite l’utilizzo di dati ufficiali e testimonianze dirette, la pratica dell’adozione si è sviluppata a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, grazie all’impulso dato dalla legge del 1983: da quel momento in poi, l’adozione ha assunto immediatamente caratteristiche di larga diffusione sociale soprattutto nella sua tipologia internazionale che ha finito, ormai e di da fatto, per sostituire quella nazionale.
Dagli anni Novanta in poi, infatti, nel nostro paese si è verificato un vero e proprio boom dell’adozione internazionale, con una media di più di 2.000 adozioni di bimbi non italiani e più di 2.500 affidamenti pre-adottivi all’anno.
I dati analizzati e contestualizzati da Bonuglia, poi, risultano in costante ascesa ed arrivano fino ai 3.123 affidi pre-adottivi internazionali ed ai 1.024 decreti di affidamento nazionale registrati, ad esempio, nel 1999. Sono numeri che ricalcano quelli forniti oggi dal Rapporto della CAI confermando l’importanza e l’attualità del fenomeno: tendenzialmente possiamo considerare che, ogni anno, nel nostro paese, una media di 3.500 famiglie ha appagato il proprio desiderio di genitorialità aprendo le porte della propria casa a bambini che non ne avevano, sottraendoli ad un contesto di precarietà, indigenza e pericolosità.
Un motivo in più per approfondire la conoscenza di un fenomeno importante che tira in ballo gli interessi e la cura di ciò che abbiamo di più prezioso al mondo: i bambini.

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, posted by vito.cirillo at 11:37
L'autore di queste note, nell'agosto del 1978, si trovava a Parigi. Soggiornava in un albergo vicino al quartiere latino. Un giorno, nel fare una passeggiata, notò, all'angolo di una strada, un personaggio che gli sembrò riconoscere. Nell'avvicinarsi, si avvide che quel personaggio era il grande filosofo francese Jean Paul Sartre.
Era un ometto con gli occhiali. Aveva sotto il braccio un pacco di giornali che vendeva ai passanti. Il giornale era Liberation, quotidiano della sinistra francese.
I passanti si fermavano e acquistavano il giornale fissando il loro sguardo sul viso di Sartre. Anche l'autore di queste note si avvicinò, comprò il giornale e cercò di scambiare qualche parola con Sartre. Furono scambiate poche parole perchè Sarte vendette in poco tempo il pacco di giornali che aveva sotto il braccio. Poi, salutò e si avvicinò ad una donna che era distante quattro o cinque metri. Anch'ella vendeva lo stesso giornale. E in poco tempo riuscì a venderli tutti. Era la sua compagna: Simone de Beauvoir. I due si presero per mano e si allontanarono da tutti.
Ciò che mi stupì fu la modestia e la semplicità che scaturivano dal comportamento di questo uomo che non era grande di statura, ma che aveva una grande mente. Ed era uno dei più grandi filosofi del Novecento.

Foto di
Chese illustrationes

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, posted by vito.cirillo at 08:50
John Milton è l'autore del più grande poema della letteratura inglese: Il paradiso perduto.
Milton era un puritano ed era anche appassionato di politica. Nel 1644 tenne un discorso conosciuto come Aeropagitica. In questo discorso egli esaltò la libertà di coscienza, la libertà di espressione e la libertà di stampa. Quest'ultima è indispensabile per conoscere la verità di ciò che ci circonda, quando chi scrive pone la ricerca della verità delle cose come fondamento del suo lavoro.
Se si pensa che l'accesso obbligatorio all'istruzione, in Germania fu impartito da Martin Lutero nel 1524, ci si rende conto che non erano trascorsi secoli dall'alfabetizzazione popolare.
Milton, perciò, pose un altro importante tassello alla modernizzazione della civiltà esaltando i principi della libertà di espressione e di stampa conseguenza dell'acquisita istruzione. Milton fu molto amato dai costituzionalisti americani, soprattutto, da Tom Jefferson.

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martedì 20 gennaio 2009, posted by vito.cirillo at 09:17
Nel 1909, sul quotidiano Le Figaro, l'italiano Filippo Tommaso Marinetti espose il programma di un nuovo movimento culturale e artistico: il futurismo.
Egli polemizzò con la cultura del passato, il "passatismo" come amava definirla.
Basta con le romanticherie. Basta con la poesia e l'arte tradizionali. Bisognava far nascere una nuova arte e una nuova cultura che esaltasse la velocità, la corsa, le scoperte scientifiche moderne, la poesia senza regole metriche e sintattiche, l'arte che rifugge da quella tradizionale basata sulla riproduzione precisa e dettagliata delle cose e degli uomini. Marinetti scrisse poesie in libertà sconvolgendo lo stile tradizionale e rifuggendo perfino dalla punteggiatura. Il fondatore del futurismo esaltava l'ardore giovanile, la forza.
Per questo ebbe una notevole influenza su Benito Mussolini e sul movimento da lui fondato il fascismo. Il futurismo si diffuse anche nella Russia rivoluzionaria che poi diventò "Unione Sovietica". Anche in pittura il futurismo ebbe i suoi seguaci: tra tutti, va ricordato Umberto Boccioni.

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, posted by David.Rettura at 01:42

Novanta anni fa veniva fondato il Partito Popolare Italiano, ed i cattolici del nostro paese uscivano da una ambiguità politica che li perseguitava dalla breccia di Porta Pia.
Il partito che si usa costantemente definire "di Sturzo", pur prendendo largamente dalle idee dl suo fondatore ed ispiratore primigenio, non nasce armato e fatto dal cervello di Giove come una novella Atena. E' invece il punto di arrivo di un periodo non breve di riflessione politica del mondo cattolico italiano che si trova a definirsi nella maniera in cui lo avremo poi conosciuto anche in virtù del contesto storico in cui tale definitiva maturazione avviene.
Secondo solamente al Partito Socialista come data di nascita tra i partiti di massa, precede il Partito Fascista (anche nell'accezione dei Fasci di Combattimento che vedono la luce in quello stesso 1919 ma il 23 marzo) e quello Comunista, era profondamente debitore ai tentativi di irreggimentazione di un consenso elettorale cattolico da sempre imbrigliato nel non expedit in cui lo aveva costretto il papato dopo l'unificazione, impedendo il voto politico, ma non quello amministrativo, dove il peso della componente moderata fu sempre importante; veniva dal patto Gentiloni dell'anteguerra ma anche, ancorché in negativo, dall'esperienza della Democrazia Cristina di murriana origine. Anche le esperienze politiche di altri paesi come la Francia dovevano concorrere a modellarlo, ma la vera ispirazione doveva venire dal Zentrum tedesco che aveva saputo sopravvivere in maniera egregia al Kulturkampf bismarkiano.
Altra ascendenza, che in realtà al momento della fondazione doveva sembrare di minore nobiltà, ma che avrebbe finito poi per pesare molto, in special modo durante gli anni della dittatura fascista per fiorire definitivamente nella esperienza postbellica della Democrazia Cristiana, era quella del popolarismo trentino che aveva già allora in De Gasperi un riferimento di punta mercé l'esperienza da questo maturata al Parlamento di Vienna.
Trascinato, forse dalla Curia, in una avventata collaborazione col primo Fascismo, offrì il proprio tributo alla libertà con l'omicida aggressione a Don Minzoni, con l'esilio del fondatore Sturzo in America ed il silenzio che doveva avvolgere figure come De Gasperi o Gronchi, arrivando quasi a sparire, soppiantato, specie negli anni del magistero rattiano, dall'Azione Cattolica.
Durante la guerra, con la riorganizzazione del mondo politico cattolico, dovette sembrare, con la sua scarsa subordinazione alla Chiesa ed i suoi legami con un mondo che non esisteva più, uno strumento ormai obsoleto e fu sostituito, su basi nuove, dalla Democrazia Cristiana, più puntuale e completo contenitore delle varie specificità del movimento cattolico, nel quale il popolarismo doveva pesare per molto nella fase primigenia degasperiana per poi rifiorire alla chiusura della cosiddetta prima Repubblica, come dimostrano le esperienze successive alla disgregazione della DC ed in massima parte quella trentina che fa oggi capo a Lorenzo Dellai, ma su questi aspetti rimandiamo a Gabriele De Rosa (che ha recentissimamente ricordato Sturzo dalle pagine di Avvenire) come a Pietro Scoppola ed a tutta la sua scuola, della quale, dimenticando certo molti, vogliamo ricordare Agostino Giovagnoli e Renato Moro.

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lunedì 19 gennaio 2009, posted by roberto.bonuglia at 09:17
«Che argomenti si toccano, in quali disposizioni, con che coraggio, a vent’anni!» ha scritto Riccardo Bacchelli quando ne aveva trentasette.

Il suo esordio nel mondo delle lettere era avvenuto, infatti, a vent’anni, nel 1911. Nel gennaio di quell’anno, i ritrovi intellettuali di Bologna furono messi in curiosità da una pubblicazione a dispense, stampata su carta corrente con caratteri di giornale. S’intitolava Il filo meraviglioso di Lodovico Clò che tanto piacque ad un critico che non aveva certo i gusti facili: Benedetto Croce. Una nota avvertiva che a quella prima puntata del romanzo: ne sarebbero seguite altre cinque, a ritmo mensile, acquistabili al domicilio dell’autore. Una prassi impensabile oggi, ai tempi del print on demand.

Prima d’allora, Bacchelli aveva pubblicato solo una recensione teatrale e una novella sul Resto del Carlino. Lo scrittore era nato a Bologna, che amava definire «una città fra le più fantasiose d’Italia». Era il 19 aprile 1891. Il padre, Giuseppe, deputato liberale di formazione cavouriana, era un avvocato colto e influente, presidente dell’Amministrazione provinciale, della «Società del Quartetto» e della «Società Francesco Francia per le belle arti». Sua madre, Anna Bumiller, proveniva da una famiglia cattolica del Württemberg. Carducci si fece leggere da lei in tedesco le poesie di Klopstock e di Platen, mentre lavorava a tradurle in italiano. Il sommo poeta che bisognerebbe avere finalmente il coraggio di rivalutare e di rincominciare a studiare senza filtri ideologici e retorici, era spesso ospite di casa Bacchelli, dove il vino era eccellente e l’arrosto di cinghiale rinomato anche fuori di città. Bacchelli terminò gli studi classici al liceo Galvani e poi si iscrisse alla facoltà di lettere e di filosofia dell’Università di Bologna. Ma dopo un anno e sei mesi ne ebbe abbastanza «della Bologna fantasiosa» e si trasferì a Firenze.

«Stando a un tavolino del caffè delle Giubbe Rosse in piazza Vittorio, specie negli anni prima del 1914, si vedeva capitar tutti quanti, dai quattro punti cardinali, del mondo letterario ed artistico» ha ricordato più tardi. Erano gli anni in cui i Caffè erano i veri luoghi di socialità pubblica e dove era facile trovare riunite le elite intellettuali e politiche della propria città. Dal 1908, inoltre, va ricordato che a Firenze si stampava la «Voce», una rivista che durò otto anni e raccolse tutte le inquietudini artistiche, filosofiche e politiche dell’Italia di allora.
Vi scrissero uomini di provenienze e di ideologie disparate: Benedetto Croce, Giovanni Gentile, Giovanni Amendola, Gaetano Salvemini, Cesare Angelini, Emilio Cecchi, Romolo Murri, Giuseppe Ungaretti, Renato Serra, Giuseppe Prezzolini, Pietro Jahier, Carlo Carrà, Vincenzo Cardarelli. Della «Voce», su cui pubblicò parecchi lavori di critica letteraria, Bacchelli diventò redattore capo. Nel 1914, uscì il suo primo volume di poesie, i Poemi lirici. Un esordio felice del quale Cardarelli scrisse a Renato Serra: «Quando vedrà i Poemi, lei sarà uno dei pochi che saprà assaporarne la straordinaria bellezza».

Scoppiò la prima guerra mondiale. Renato Serra partì per il fronte e ci lasciò la vita. Bacchelli era ufficiale d’artiglieria: si arruolò volontario, benché fosse ammalato di flebite, e combatté nella Conca di Plezzo e nel Carso meridionale. Quando ritornò a casa, riformato e congedato, l’esperienza della guerra lo aveva colpito tanto profondamente che per un po’ di tempo non volle più scrivere. Riprese a farlo nel 1919, per la rivista letteraria «La Ronda», nata per reazione alla Voce. Cardarelli ne fu il principale animatore. Bacchelli vi collaborò per sei anni, fino al 1925, quando si trasferì a Milano. Da Milano, che ha definì sempre «città amica» non si spostò più.
Cominciò col fare il critico teatrale per la Fiera Letteraria, al posto di Luigi Chiarelli. «La sua sintassi, la sua grammatica, la sua lingua erano di un genere e di una famiglia talmente nuovi per le lettere italiane da fare… un poco scandalo» ha scritto Giuseppe Raimondi. «Io ero» ha raccontato lo scrittore, ricordando il suo arrivo a Milano ventisette anni dopo «un eccentrico, un eccezionale, un “clandestino”, conosciuto, più di fama che di lettura, per due stramberie: quella d’aver fatto un Amleto, e quella d’un titolo come Lo sa il tonno». La tragedia Amleto, il suo primo lavoro teatrale (che fu dato per la prima volta nel 1956, all’Olimpico di Vicenza), l’aveva pubblicata nel 1919 sul «La Ronda» seguita da Spartaco e gli schiavi, e Presso i termini del destino, scritto per Eleonora Duse, ma mai rappresentato. Lo sa il tonno, uscito nel 1923, è una favola marina. Francesco Flora lo ha definito il libro «più ispirato» di Bacchelli.

Negli Anni Venti a Milano le opere di Bacchelli si accumulano e ognuna fa subito parlare di sé. Sopra tutte stanno Il diavolo al Pontelungo del 1927 e Il mulino del Po, uscito fra il ‘38 e il ‘40. Il primo è una felicissima esplorazione dentro il tempo storico delle grandi illusioni anarchiche. La prima parte racconta della colonia comunitaria creata a Locarno, nel podere «La Baronata», da Michele Bakunin, il rivoluzionario russo fondatore del partito anarchico, e dall’italiano Carlo Cafiero. La seconda parte racconta il fallimento dei moti rivoluzionari fomentati da Andrea Costa e da Bakunin.
Il mulino del Po, invece, è la prova massima di Bacchelli nel romanzo: «il maggiore e più saldo frutto della narrativa italiana del Novecento», secondo il giudizio del Flora. Il romanzo, molto lungo, si divide in tre tempi (Dio ti salvi, La miseria viene in barca, Mondo vecchio sempre giovane) e, seguendo la vita di tre generazioni di mugnai fluviali, abbraccia un secolo di storia d’Italia. Si apre nel 1812, in Russia, durante la campagna napoleonica e si chiude con la guerra mondiale del 1914.
I protagonisti di questa grandiosa epopea degli umili, gli Scacerni, vivono, direttamente o di scorcio, tutti i momenti determinanti della storia del nostro paese. Nel loro «piccolo mondo» si riflettono le ansie, le aspirazioni, i problemi politici, sociali ed economici attraverso i quali in cento anni si è consolidata la coscienza nazionale. Ne Il mulino del Po il potente sentimento di umanità connaturato a Bacchelli investe con forza i personaggi e le loro vicende, e dà loro una profondità e un rilievo davvero rari nella novecentistica italiana. E' una di quelle opere in cui, come ha scritto Clelia Mazzini in Akatalepsia "la cronaca diventa storia - quella con la minuscola, perché quell'altra, con la maiuscola, è usurpata dai vincitori di sempre". L’impasto linguistico del romanzo, invece, straordinariamente ricco e raffinato, è un magnifico esempio della sicurezza espressiva, caratteristica di Bacchelli.
Il mulino del Po consacrò la sua fama nel mondo delle lettere italiane: nel 1941 Bacchelli fu nominato accademico d’Italia. In quegli anni cominciò a guadagnare decentemente: prima aveva vissuto, oltre che delle collaborazioni a riviste e a giornali, della sua parte dell’asse ereditario. Solo allora Bacchelli raggiunse ciò che ha definito «una superficie commerciale, una valutazione economica»: condizione indispensabile, secondo lui, «a che in una nazione, in una società moderna, si formi o sussista la professione dello scrittore e una coltura letteraria vivente e progrediente e aperta».

Arrivato il successo anche economico, Bacchelli continuò a scrivere alla solita maniera: scriveva - e sempre lo fece - a mano. Si regalò però una cannuccia d’oro e dei pennini d’acciaio Perry. Solitamente usava solo inchiostro nero, su fogli di carta a righe. Un pennino gli durava circa 40 fogli. Non ebbe mai libri in casa, tranne che le opere di consultazione e la collezione Ricciardi dei classici italiani. Tutti gli altri libri li prendeva in prestito dalle biblioteche pubbliche.

Nel 1942 rifiutò la cattedra di letteratura italiana offertagli dall’Università di Milano. Nel 1944 si dimise dall’Accademia. Nel dopoguerra la fama dello scrittore si allargò ancora, in Italia e all’estero. Nel 1947 divenne socio dell’Accademia dei Lincei, come storico e critico dell’arte. Nel 1948 Il mulino del Po conquistò una nuova parte di pubblico italiano, quelli che lessero il romanzo dopo averne visto la versione cinematografica realizzata dal regista Alberto Lattuada. Ma il romanzo acquistò una popolarità vastissima nel 1963, quando Bacchelli accettò di ridurlo a puntate per la televisione italiana. La riduzione televisiva, diretta da Sandro Bolchi, fu un successo, senza precedenti. In un certo senso una fiction ante litteram.
Nel 1966 Bacchelli ha sceneggiato per la TV italiana «I Promessi Sposi», con la collaborazione dello stesso Sandro Bolchi.

Scrittore di inesauribile inventiva Bacchelli ha tratto motivi di ispirazione da ogni aspetto della vita; il romanzo «Rapporto segreto» (del 1967) esamina, infatti, i problemi morali proposti da quella che allora appariva all’opinione pubblica come una nuovissima dimensione dell’avventura umana: l’astronautica.
Narratore, poeta, autore di teatro, storico, traduttore, critico, musicologo, giornalista (collaboratore della «Stampa» e del «Corriere della Sera»), filologo, saggista, sceneggiatore, con il suo linguaggio personale e coltissimo, Bacchelli ha descritto e giudicato uomini e cose di ogni tempo e di ogni paese, ha espresso le più sottili emozioni dell’anima e dei sensi. Eppure, tutto ciò sembrava non bastargli: «ogni scrittore degno di questo nome» dichiarò una volta «non è riuscito proprio quel che s’era sognato e creduto di riuscire. Questo è il cruccio segreto, che lo scrittore non può spiegare, poiché infine quel che avrebbe voluto dire era indicibile e senza parole».

Gossip letterario:

Bacchelli si era sposato con Anna Fochessati, mantovana. Era il primo di cinque fratelli: Giorgio, ufficiale di artiglieria, morì in Russia combattendo nell’ansa del Don con la divisione «Torino»; Mario, buon pittore, allievo di Morandi, ha perso la vita in un incidente automobilistico a Memphis, negli Stati Uniti, dove viveva; Guido era professore di lettere; Beatrice, dopo una felice convivenza matrimoniale col pianista Alfred Oswald, s’è fatta suora negli Stati Uniti nel Carmelo di Baltimora.

Fu uno degli scrittori italiani più eleganti. Non ha mai comperato un abito «già fatto» e non ha mai cambiato sartoria. I suoi cappelli erano esclusivamente i Lock inglesi. Per passeggiare usava il bastone, una canna di Malacca col manico ricurvo, chiara per il giorno e scura per la sera. Non andò mai «in villeggiatura» perché si considerava sempre in vacanza. Ogni anno, però «passava le acque» a Salsomaggiore. È stato uno dei primi italiani a comperar l’automobile, nel 1910. Verso la fine degli Anni Sessanta comprò una Mercedes 2300. Era un raffinato buongustaio, soprattutto di cacciagione. È stato un accanito fumatore di sigarette che si confezionava lui stesso, con il trinciato Macedonia. Morì nel 1985 e negli ultimi vent’anni della sua vita non superò mai le otto sigarette al giorno, che fumava tra l’altro, di marche diverse.

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