
«Che argomenti si toccano, in quali disposizioni, con che coraggio, a vent’anni!» ha scritto
Riccardo Bacchelli quando ne aveva
trentasette.
Il suo esordio nel mondo delle lettere era avvenuto, infatti, a vent’anni, nel 1911. Nel gennaio di quell’anno, i ritrovi intellettuali di Bologna furono messi in curiosità da una pubblicazione a dispense, stampata su carta corrente con caratteri di giornale. S’intitolava
Il filo meraviglioso di Lodovico Clò che tanto piacque ad un critico che non aveva certo i gusti facili: Benedetto Croce. Una nota avvertiva che a quella prima puntata del romanzo: ne sarebbero seguite altre cinque, a ritmo mensile, acquistabili al domicilio dell’autore. Una prassi impensabile oggi, ai tempi del
print on demand.
Prima d’allora,
Bacchelli aveva pubblicato solo una recensione teatrale e una novella sul
Resto del Carlino. Lo scrittore era nato a Bologna, che amava definire «una città fra le più fantasiose d’Italia». Era il 19 aprile 1891. Il padre, Giuseppe, deputato liberale di formazione
cavouriana, era un avvocato colto e influente, presidente dell’Amministrazione provinciale, della «Società del Quartetto» e della «Società Francesco Francia per le belle arti». Sua madre, Anna
Bumiller, proveniva da una famiglia cattolica del
Württemberg.
Carducci si fece leggere da lei in tedesco le poesie di
Klopstock e di
Platen, mentre lavorava a tradurle in italiano. Il sommo poeta che bisognerebbe avere finalmente il coraggio di rivalutare e di rincominciare a studiare senza filtri ideologici e retorici, era spesso ospite di casa
Bacchelli, dove il vino era eccellente e l’arrosto di cinghiale rinomato anche fuori di città.
Bacchelli terminò gli studi classici al liceo Galvani e poi si iscrisse alla facoltà di lettere e di filosofia dell’Università di Bologna. Ma dopo un anno e sei mesi ne ebbe abbastanza «della Bologna fantasiosa» e si trasferì a Firenze.
«Stando a un tavolino del caffè delle Giubbe Rosse in piazza Vittorio, specie negli anni prima del 1914, si vedeva capitar tutti quanti, dai quattro punti cardinali, del mondo letterario ed artistico» ha ricordato più tardi. Erano gli anni in cui i Caffè erano i veri luoghi di socialità pubblica e dove era facile trovare riunite le
elite intellettuali e politiche della propria città. Dal 1908, inoltre, va ricordato che a Firenze si stampava la «
Voce», una rivista che durò otto anni e raccolse tutte le inquietudini artistiche, filosofiche e politiche dell’Italia di allora.
Vi scrissero uomini di provenienze e di ideologie disparate: Benedetto Croce, Giovanni Gentile, Giovanni
Amendola, Gaetano
Salvemini, Cesare
Angelini, Emilio
Cecchi, Romolo
Murri, Giuseppe Ungaretti, Renato Serra, Giuseppe
Prezzolini, Pietro
Jahier, Carlo
Carrà, Vincenzo
Cardarelli. Della «Voce», su cui pubblicò parecchi lavori di critica letteraria,
Bacchelli diventò redattore capo. Nel 1914, uscì il suo primo volume di poesie, i
Poemi lirici. Un esordio felice del quale
Cardarelli scrisse a Renato Serra: «Quando vedrà i Poemi, lei sarà uno dei pochi che saprà assaporarne la straordinaria bellezza».
Scoppiò la prima guerra mondiale. Renato Serra partì per il fronte e ci lasciò la vita.
Bacchelli era ufficiale d’artiglieria: si arruolò volontario, benché fosse ammalato di flebite, e combatté nella Conca di
Plez
zo e nel
Carso meridionale. Quando ritornò a casa, riformato e congedato, l’esperienza della guerra lo aveva colpito tanto profondamente che per un po’ di tempo non volle più scrivere. Riprese a farlo nel 1919, per la rivista letteraria «
La Ronda», nata per reazione alla Voce.
Cardarelli ne fu il principale animatore.
Bacchelli vi collaborò per sei anni, fino al 1925, quando si trasferì a Milano. Da Milano, che ha definì sempre «città amica» non si spostò più.
Cominciò col fare il critico teatrale per la
Fiera Letteraria, al posto di Luigi Chiarelli. «La sua sintassi, la sua grammatica, la sua lingua erano di un genere e di una famiglia talmente nuovi per le lettere italiane da fare… un poco scandalo» ha scritto
Giuseppe Raimondi. «Io ero» ha raccontato lo scrittore, ricordando il suo arrivo a Milano
ventisette anni dopo «un eccentrico, un eccezionale, un “clandestino”, conosciuto, più di fama che di lettura, per due stramberie: quella d’aver fatto un
Amleto, e quella d’un titolo come
Lo sa il tonno». La tragedia
Amleto, il suo primo lavoro teatrale (che fu dato per la prima volta nel 1956, all’Olimpico di Vicenza), l’aveva pubblicata nel 1919 sul «La Ronda» seguita da
Spartaco e gli schiavi, e
Presso i termini del destino, scritto per
Eleonora Duse, ma mai rappresentato.
Lo sa il tonno, uscito nel 1923, è una favola marina. Francesco Flora lo ha definito il libro «più ispirato» di
Bacchelli.
Negli Anni Venti a Milano le opere di
Bacchelli si accumulano e ognuna fa subito parlare di sé. Sopra tutte stanno
Il diavolo al Pontelungo del 1927 e
Il mulino del Po, uscito fra il ‘38 e il ‘40. Il primo è una felicissima esplorazione dentro il tempo storico delle grandi illusioni anarchiche. La prima parte racconta della colonia comunitaria creata a Locarno, nel podere «La Baronata», da Michele
Bakunin, il rivoluzionario russo fondatore del partito anarchico, e dall’italiano Carlo
Cafiero. La seconda parte racconta il fallimento dei moti rivoluzionari fomentati da Andrea Costa e da
Bakunin.
Il mulino del Po, invece, è la prova massima di
Bacchelli nel romanzo: «il maggiore e più saldo frutto della narrativa italiana del Novecento», secondo il giudizio del Flora. Il romanzo, molto lungo, si divide
in tre tempi (
Dio ti salvi, La miseria viene in barca, Mondo vecchio sempre giovane) e, seguendo la vita di tre generazioni di mugnai fluviali, abbraccia un secolo di storia d’Italia. Si apre nel 1812, in Russia, durante la campagna napoleonica e si chiude con la guerra mondiale del 1914.
I protagonisti di questa grandiosa epopea degli umili, gli
Scacerni, vivono, direttamente o di scorcio, tutti i momenti determinanti della storia del nostro paese. Nel loro «piccolo mondo» si riflettono le ansie, le aspirazioni, i problemi politici, sociali ed economici attraverso i quali in cento anni si è consolidata la coscienza nazionale. Ne
Il mulino del Po il potente sentimento di

umanità connaturato a
Bacchelli investe con forza i personaggi e le loro vicende, e dà loro una profondità e un rilievo davvero rari nella novecentistica italiana. E' una di quelle opere in cui, come ha scritto
Clelia Mazzini in
Akatalepsia "la cronaca diventa storia - quella con la minuscola, perché quell'altra, con la maiuscola, è usurpata dai vincitori di sempre". L’impasto linguistico del romanzo, invece, straordinariamente ricco e raffinato, è un magnifico esempio della sicurezza espressiva, caratteristica di
Bacchelli.
Il mulino del Po consacrò la sua fama nel mondo delle lettere italiane: nel 1941
Bacchelli fu nominato accademico d’Italia. In quegli anni cominciò a guadagnare decentemente: prima aveva vissuto, oltre che delle collaborazioni a riviste e a giornali, della sua parte dell’asse ereditario. Solo allora
Bacchelli raggiunse ciò che ha definito «una superficie commerciale, una valutazione economica»: condizione indispensabile, secondo lui, «a che in una nazione, in una società moderna, si formi o sussista la professione dello scrittore e una coltura letteraria vivente e
progrediente e aperta».
Arrivato il successo anche economico,
Bacchelli continuò a scrivere alla solita maniera: scriveva - e sempre lo fece - a mano. Si regalò però una cannuccia d’oro e dei pennini d’acciaio
Perry. Solitamente usava solo inchiostro nero, su fogli di carta a righe. Un pennino gli durava circa 40 fogli.
Non ebbe mai libri in casa, tranne che le opere di consultazione e la collezione
Ricciardi dei classici italiani. Tutti gli altri libri
li prendeva in prestito dalle biblioteche pubbliche.
Nel 1942 rifiutò la cattedra di letteratura italiana offertagli dall’Università di Milano. Nel 1944 si dimise dall’Accademia. Nel dopoguerra la fama dello scrittore si allargò ancora, in Italia e all’estero. Nel 1947 divenne socio dell’Accademia dei Lincei, come storico e critico dell’arte. Nel 1948 I
l mulino del Po conquistò una nuova parte di pubblico italiano, quelli che lessero il romanzo dopo
avern
e visto
la versione cinematografica realizzata dal regista Alberto
Lattuada. Ma il romanzo acquistò una popolarità vastissima nel 1963, quando
Bacchelli accettò di ridurlo a puntate per la televisione italiana. La riduzione televisiva, diretta da Sandro
Bolchi, fu un successo, senza precedenti. In un certo senso una fiction ante litteram.
Nel 1966
Bacchelli ha sceneggiato per la TV italiana «I Promessi Sposi», con la collaborazione dello stesso Sandro
Bolchi.
Scrittore di inesauribile inventiva
Bacchelli ha tratto motivi di ispirazione da ogni aspetto della vita; il romanzo «
Rapporto segreto» (del 1967) esamina, infatti, i problemi morali proposti da quella che allora appariva all’opinione pubblica come una nuovissima dimensione dell’avventura umana: l’astronautica.
Narratore, poeta, autore di teatro, storico, traduttore, critico, musicologo, giornalista (collaboratore della «Stampa» e del «Corriere della Sera»), filologo, saggista, sceneggiatore, con il suo linguaggio personale e coltissimo,
Bacchelli ha descritto e giudicato uomini e cose di ogni tempo e di ogni paese, ha espresso le più sottili emozioni dell’anima e dei sensi. Eppure, tutto ciò sembrava non bastargli: «ogni scrittore degno di questo nome» dichiarò una volta «non è riuscito proprio quel che s’era sognato e creduto di riuscire. Questo è il cruccio segreto, che lo scrittore non può spiegare, poiché infine quel che avrebbe voluto dire era indicibile e senza parole».
Gossip letterario:
Bacchelli si era sposato con Anna
Fochessati, mantovana. Era il primo di cinque fratelli: Giorgio, ufficiale di artiglieria, morì in Russia combattendo nell’ansa del Don con la divisione «Torino»; Mario, buon pittore, allievo di
Morandi, ha perso la vita in un incidente automobilistico a
Memphis, negli Stati Uniti, dove viveva; Guido era professore di lettere; Beatrice, dopo una felice convivenza matrimoniale col pianista
Alfred Oswald, s’è fatta suora negli Stati Uniti nel Carmelo di Baltimora.
Fu uno degli scrittori italiani più eleganti. Non ha mai comperato un abito «già fatto» e non ha mai cambiato sartoria. I suoi cappelli erano esclusivamente i
Lock inglesi. Per passeggiare usava il bastone, una canna di Malacca col manico ricurvo, chiara per il giorno e scura per la sera. Non andò mai «in villeggiatura» perché si considerava sempre in vacanza. Ogni anno, però «passava le acque» a Salsomaggiore. È stato uno dei primi italiani a comperar l’automobile, nel 1910. Verso la fine degli Anni Sessanta comprò una
Mercedes 2300. Era un raffinato buongustaio, soprattutto di cacciagione. È stato un accanito fumatore di sigarette che si confezionava lui stesso, con il trinciato Macedonia. Morì nel 1985 e negli ultimi vent’anni della sua vita non superò mai le otto sigarette al giorno, che fumava tra l’altro, di marche diverse.