domenica 31 agosto 2008, posted by David.Rettura at 21.08

Oggi è finalmente ricominciato il circo, quello dei pedatori in mutandoni che ora terranno molti di noi schiavi mentalmente sino alla tarda primavera, ed altri, come il sottoscritto, condannati a domeniche noiosissime con palinsesti televisivi ostaggio delle fedi calcistiche, con Soloni ormai in età da cronicario e passati sportivi talvolta squallidi a concionare su pochi millimetri di fuorigioco, falli fatti o simulati, gol validi e no, badando bene a che le loro considerazioni vadano sempre a diletto delle platee più vaste, su canali e quotidiani nazionali, oppure siano abilmente dirette al loro bacino di riferimento. Nell'era del commentatore tifoso, sperimentata con successo da svariate piattaforme di diffusione televisiva ed accompagnata dallo sdegno dei puristi che dicono di amare il calcio in ogni sfumatura e ne danno poi dimostrazione dedicandosi anche alle partite del calcio locale trasmesse su telepannocchia come a quelle del campionato cinese visionabili con qualche lettore sui canali diffusi via Internet. Li conoscete di sicuro anche voi: sono quelli che blaterano sempre che prima il calcio era un'altra cosa, come se il primo scandalo scommesse non fosse del 1980, le polemiche sugli eccessivi compensi dei campioni non rimontassero all'immediato dopoguerra e la storia dei rigori regalati alla Juventus non fosse in giro dai tempi in cui i portieri portavano ancora il cappello a cencio. Per combattere la noia di questa stagione non mi rimane che farmi la ragazza, magari scegliendola tra le vedove della curva lasciando agli ultras le incombenze settimanali, o leggere il Corriere dello Sport alle spalle di qualcuno in metro il lunedì e godermi i titoloni stratosferici che questo lancia ogni santo giorno, anche nei martedì di pieno luglio. Tranquilli, mestatori di ogni risma, rincaratori folli, insabbiatori di professione: per i prossimi mesi basteranno un cucchiaio di Totti, una punizione di Del Piero oppure una prodezza di Balotelli (a quanto si è visto oggi potrebbe essere invece un anno duro per il Presidente del Consiglio, la cui squadra ha speso molto...) per permettervi anche mosse spregiudicate, perché tanto, con un pò d'attenzione, non se ne accorgerà nessuno.
PS: A qualcuno che segue il Khayyam's blog con assiduità: la Lazio non la ho nominata di proposito!
PPS: Al più presto torniamo alla geopolitica.

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venerdì 29 agosto 2008, posted by David.Rettura at 0.47

Il ritorno del voto in condotta rappresenta per me l'ennesimo esempio di come si possano fare politiche sbagliate mascherate da politiche giuste tanto amate dalla gente comune. La ragione di questo provvedimento viene più incontro alle aspettative delle persone che alle loro reali necessità. So che per la frase che seguirà sarò tacciato di elitarismo, ma questo ci riporta ad un dilemma fondamentale: Un governo deve fare ciò che la gente vuole, o ciò che alla gente serve? Lasciando aperto un tale interrogativo adatto alla facondia di un filosofo settecentesco più che alla pochezza intellettuale di chi scrive, intendo sostenere che le misure per combattere il fenomeno del bullismo vi sono già e reintrodurre il voto in condotta è poco più che una scorciatoia per premiare il conformismo, dotando quella parte della classe insegnante meno portata alla didattica per motivi che sono vari e talvolta poco nobili, di uno strumento di controllo del dissenso che permetta di abdicare una volta di più a quella che dovrebbe essere la missione più nobile di un educataore, ovvero la formazione della coscienza negli individui, con l'educazione a primeggiare sull'istruzione, la cui utilità non la sveste della sua algidità. Nelle scuole gesuite del passato la disciplina era ferrea ma complementare ai valori veicolati come alla qualità dell'insegnamento; in un sistema educativo marscescente come quello italiano, dove molti insegnanti tengono alto il vessillo della loro dignità tra milioni di difficoltà, colleghi indolenti ed una società che svilisce sempre più i valori che dice di professare e di volere costruiti nella scuola, a cosa si farà complementare questo ritorno? Non si confondano la severità e l'arbitrio con l'autorevolezza, che è fatta di sostanza più che di forma.

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giovedì 28 agosto 2008, posted by David.Rettura at 17.42


Finita la festa olimpica, non priva in occidente di qualche risvolto critico, mentre sono dubbioso che nei paesi in via di sviluppo, molti dei quali alle prese con problemi sociali simili a quelli della Cina e di questa partner ineguali nello scambio commerciale, abbiano trovato ascolto i temi dei sinoscettici o dei partigiani dei diritti umani o sindacali, la Cina riamane un gigante mondiale controverso e misterioso, con i suoi lati negativi che tornano prepotentemente sul palcoscenico. Sono stati questi giochi un fatto positivo per la Cina ed i suoi governanti? Sul piano interno, nonostante i dubbi di osservatori attenti come i giornalisti della Far Eastern Economic Review, è possibile propendere per una risposta positiva, concedendo che questi, presentati come un trionfo dell'organizzazione messa in piedi dal Bocog, e gratificati dal sorpasso, in termini di medaglie d'oro, degli USA nel medagliere, abbiano rappresentato un'arma formidabile a vantaggio di quel Beijingoismo in via di sempre maggiore diffusione cui mi sono permesso già in precedenza di accennare. E' pero ancora dubbio quanto l'olimpiade possa aver influito sui fondamentali economici in fase di apparente raffreddamento nella Repubblica popolare, e certo la crisi economica mondiale ha messo la Cina sul banco degli imputati con tutte le contraddizioni implicite nel suo turbinoso sviluppo. Certo il fatto che si approssimi l'appuntamento elettorale delle presidenziali americane non contribuirà a sviare gli occhi degli analisti e delle opinioni pubbliche da quanto avviene a Pechino, mentre probabilmente ritorneranno sotto i riflettori in maniera prepotente le questioni del dissenso, dei diritti umani nell'accezione più larga che si può darne, e delle minoranze nazionali, con il problema Tibet a fare in questo ambito la parte del leone rispetto allo Xinjiang che continuerà a pagare in ambito internazionale, la propria appartenenza alla Ummah islamica con il corredo di sospetti che esso oggi in Occidente comporta. La risorgenza della Russia (o la sua pretesa risorgenza), potrebbe causare ulteriori problemi, come la rinnovata baldanza della Corea del Nord sembra già segnalare, in una politica estera che, come quella cinese, ha sempre lavorato per la stabilità, specie nel Nord Pacifico e nell'Asia Centrale, le cui stabilità sono fondamentali, per motivi diversi, allo sviluppo del celeste impero. Sono dunque molteplici le sfide che attendono la dirigenza cinese, con Hu Jintao, il presidente, a far da "faccia" dell'Impero all'esterno, ed il premier Wen Jiabao ad ereditare in pieno il ruolo da perno che fu di Zhu Ronji, ai tempi di Jiang Zemin.

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domenica 24 agosto 2008, posted by David.Rettura at 0.03
Il 21 aprile 1966, nell'ambito di un suo viaggio ufficiale nei Caraibi, arrivava in Giamaica l'Imperatore d'Etiopia Haile Selassie.
Soventemente contestato in patria, nonostante l'aura di eroe nazionale di cui era ammantato sin dagli anni '40 per aver resistito alla dominazione italiana, per la sua refrettarietà ad un programam di riforme che tentasse almeno il superamento delle enormi difficoltà in cui si dibatteva il paese, era atteso nell'isola caraibica da una straripante folla urlante e letteralmente adorante. L'Imperatore, che pure certo non era uno sprovveduto e si attendeva una accoglienza calda fu comunque molto colpito da una simile accoglienza. Per molti di coloro che lo attendevano qual giorno egli era l'incarnazione di Dio. Nel senso più letterale del termine, o quasi. Le leggende su quel giorno narrano che fosse nuvoloso sopra l'aeroporto, ma che ad un tratto le nubi si squarciarono lasciando trapassare un fascio di luce e con esso l'aereo che trasportava l'Imperatore. Rita Marley avrebbe raccontato che in quella occasione, incrociando sua Maestà che transitava in limousine avrebbe notato, allora scettica sulla religione Rastafari, le stigmate sulle sue mani, come voleva il mito.

I Rastafari sono con Bob Marley ed il Cricket, il maggior fenomeno culturale della Giamaica. Essi attendono di essere riportati in Africa, grazie alla benevolenza di Dio, Jah, che riporterà i suoi figli prediletti nella loro casa, Etiopia, da cui sono stati strappati dalla brutalità dell'uomo bianco e della sua Babilonia.
Il Rastafarianesimo attuale è l'evoluzione del pensiero di Marcus Garvey, il leader dei neri statunitensi che primo teorizzò la necessità per la comunità africana-americana di tornare alle proprie radici attraverso il ritorno in Africa, supportato in queste sue affermazioni da quelle letture della Bibbia ad uso e consumo di progetti politici o sociali tra i più disparati cui va sparutamente soggetta una certa parte, marginale e tutt'altro che rappresentativa, della teologia protestante e di cui le manipolazioni delle scritture operate da alcune chiese "olandesi" del Sudafrica a vantaggio della supremazia razziale bianca rappresentano l'esempio più nefasto. Nonostante la costituzione di una compagnia di navigazione a tale scopo, l'idea di Garvey non ha mai potuto concretarsi, e se il movimento Rastafari ha lungamente languito negli USA dove è tornato popolare solo dopo l'esplosione del fenomeno musicale del Reggae all'inizio degli anni '70, in Giamaica e negli slum delle metropoli del Regno Unito ha invece dilagato imponendosi come un fenomeno di dimensioni non trascurabili.
Certo per la maggior parte di coloro che vi si recano in vacanza la Giamaica è per lo più il paese della Ganja e del Rum a buon mercato, con spiagge meravigliose. Nonché il paradiso della musica Reggae. E oggi è anche il paese di Usain Bolt e degli altri velocisti che hanno dominato l'anello dello stadio olimpico di Pechino nell'olimpiade che va chiudendosi.
Fino ad oggi l'immaginario dello sport giamaicano era legato principalmente al Cricket, che sforna su questa ed altre isole anglofone dei Caraibi alcuni dei suoi campioni più rappresentativi (provate a cercare su Youtube "Brian Lara", il campione che ha dato il nome al gioco di Cricket della EA SPORTS), ad una folkloristica partecipazione ai mondiali di calcio od a quel fenomeno diventato anche un film della Disney che sono stati a lungo i Cool Runnings, ovvero gli equipaggi giamaicani di Bob che nella metà degli anni '80 hanno scioccato il mondo degli sport invernali con i lori siluri neri e poi con la bandiera giamaicana, lanciati a tutta birra o quasi sulle piste di Cortina e degli altri santuari della slitta veloce.


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mercoledì 20 agosto 2008, posted by David.Rettura at 0.40
Certo ogni uomo è libero di cambiare idea e può, anzi dovrebbe trarre profitto dalle proprie disavventure e migliorarsi od emendarsi dagli sbagli del passato. Ma ripensare se stesso e le proprie scelte facendo del proprio passato di cui si sono riconosciute le manchevolezze il pilastro per il proprio sistema di valori presenti e futuri è un'operazione ancora più difficile che richiede un alto coefficiente di coerenza e di autovalutazione. E' poi oltremodo negativo quando colui che ha cambiato direzione alla propria vita si erge a Solone per coloro che persistono in quelli che furono i suoi errori in maniera tribunesca ed a guisa di giudice. E' dunque da questo lato apprezzabile l'operazione portata avanti, in un certo senso con umiltà, da Robert McNamara nel premiato documentario The fog of war che lo vede protagonista e che La7 ha trasmesso martedì 19. Ciò nonostante appare ancora singolare che lo stratega delle prime escalation in Vietnam, l'uomo che ha pervicacemente perseguito la devastazione in Indocina per circa un decennio possa dire di aver fatto scelte o quantomeno contribuito a processi decisionali che si sono rivelati immorali ed ingiusti oltre che sbagliati e pensare di poterne trarre beneficio per ricostruire un sistema analitico e valoriale diverso. E'certo indubbia la sincerità e la buona fede di McNamara, così come la profondità, l'acutezza e l'eticità delle conclusioni cui nel suo iter Egli è giunto, ma rimane un senso di insoddisfazione e come di disagio rispetto all'idea, sia pur sottaciuta, di aver di nuovo conquistato la verità, anche se diametralmente opposta a quella professata in precedenza, con un'atteggiamento non dissimile a quello degli ex terroristi italiani di ogni colore, spesso pronti ad autoasssolversi in nome della nuova verità acquisita. Come se si dicesse: "Ok, sbagliare è umano, l'ho capito, ora so, andiamo avanti!". Ma quando non era il venerando signore che è oggi, l'ex Segretario alla Difesa McNamara era uno di quelli convinti che per battere quel sonno della ragione travestito da sogno che era il bolscevismo sovietico, bisognasse addormentarsi.

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martedì 19 agosto 2008, posted by roberto.bonuglia at 12.02
Tutto ciò che è yin ha una natura femminile, tutto ciò che è yang ha una natura maschile. Nelle feste collettive di primavera, quando yang «evade dalla sua prigione colpendo il suolo con un calcio», i due cori contrapposti, maschile e femminile, si lanciavano provocazioni in versi. «Lo yang chiama, lo yin risponde»; e, come tanto spesso nei culti agricoli, seguiva un’orgia rituale e collettiva. Nel trattato Hi tseu, risalente forse al 1000 a.C., si legge una chiarissima definizione del concetto: «Un aspetto yin, un aspetto yang questo è il Tao». L’universo è in continua trasformazione grazie all’alternanza di yang e yin; ma cogliere la struttura del Tao, avverte la filosofia cinese, è impresa vana: Tao significa, propriamente, «cammino», «via», ma anche «dire» o, più esattamente, «mito». In altre parole, è ciò che resta di irriducibile, di avvertito ma intraducibile in parole, al di là dell’evidenza fenomenica. Il Tao, «via da seguire», è dunque, sul piano umano, l’arte di mettere in relazione la Terra e il Cielo, le potenze sacre e gli uomini, è il potere magico-religioso dello stregone e del re.

Trasferito sul piano della religiosità quotidiana, il Tao è il principio dell’ordine, e si parla pertanto di Tao del Cielo, di Tao della Terra (tra loro opposti come yang e yin) e di Tao dell’uomo (norme di comportamento che rendono possibile al re la sua funzione di intermediario tra al di quà e al di là). In altre parole i potenti (re, sacerdoti) si sono impossessati dell’idea, autoproclamandosi “gestori” del Tao, punto di convergenza di yang e yin, come è accaduto in ogni ambito religioso.

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lunedì 18 agosto 2008, posted by giovanni.larosa at 19.07
Molti gli atleti Sicilioti che parteciparono alle varie discipline sportive, tra questi più di 20 furono i vincitori.
Provenienti delle principali polis della Trinacria, prendevano parte alle gare che si svolgevano ogni quattro anni ad Olimpia in Grecia, tra queste le città di: Akragas [Agrigento], Gela, Himera [Termini Imrerese], Hybla [Ragusa], Kamarina [Santa Croce Camerina], Messana [Messina], Naxos, Siracusa, Tauromenion [Taormina].
La Sicilia, che andava per vincere, era applaudita e rispettata e la maggior parte delle vittorie si ebbero nel V secolo, tra il 496 e il 382 a.C..
Legmadi di Siracusa era un omone di grossa corporatura e si raccontava che fosse con le ossa senza midollo, in quanto non soffriva né fame né sete, con dei piedi che misuravano un cubito, 45 cm.. Nel 648 a.C. vinse nella disciplina del pancrazio, una lotta [pankratos = con tutte le forze] in cui non c’erano limiti di tempo ed il cui scopo era quello di atterrare l’avversario, anche con calci, fino alla resa. Fu celebrato da Filostrato come uno dei più grandi atleti del mondo greco e la sua tomba fu mostrata vicino alle Latomie di Siracusa. Spesso per vincere, tutti i mezzi erano buoni nonostante i giudici di gara. Famoso il caso di Leontisco da Messana, costui ricorreva nella lotta ad una tecnica lecita solo nel pancrazio, detta anche "lotta totale". Questi trucchi scorretti gli consentirono di diventare olimpionico di lotta nel 456 a.C.. La correttezza era un concetto etico sconosciuto nello sport greco.
Fra i vincitori olimpici anche i tiranni: Ierone I di Siracusa, Terone di Akragas e Gelone di Gela. Tra una guerra e l’altra, questi capi di stato trovavano il tempo per vincere ad Olimpia, nella disciplina della corsa con i cavalli. Cinque erano i tipi di corsa, dal galoppo, dove si montava a pelo, alle gare con i carri; fermo restando che vincitore della gara era riconosciuto il proprietario del carro. Tethrippon, la quadriga, era la corsa con un carro a quattro cavalli in linea, la più antica e spettacolare; altre gare erano con le bighe e con carri tirati da giovenche o da muli. Il nome di Ierone fu scritto tre volte nell’elenco dei vincitori, due con il corsiero e uno con la quadriga. Questo tipo di gara fu vinta anche da Gerone e Terone, in seguito lo sarà da Alessandro Magno, Nerone e Tiberio. Ierone I fu celebrato da Pindaro nella prima delle sue 14 olimpiche, di cui ben cinque per vittorie siciliane. Si trattava di epinici, canti per la vittoria, i cui versi venivano cantati da un coro accompagnato da flauti e cetra. L’olimpica per Ierone I conteneva una rara descrizione della gara: «Il cavallo Pherenikos soggiogò la mente dei pensieri più dolci quando sull’Alpheios balzò porgendo senza sprone il corpo alla corsa e allacciò il padrone al trionfo, il re siracusano lieto di cavalli». Pindaro dedicò, inoltre, altri canti di vittoria a Terone; Psaumide di Kamarina che vinse con la quadriga: «Auriga eccelso del tuono dai piedi instancabili»; Agesia di Siracusa, luogotenente di Ierone I che trionfò nel carro tirato da mule; Ergotele di Cnosso [capitale dell’isola di Creta] che per Himera, terra di esilio, vinse nella corsa lunga.
Ad Olimpia un’altra disciplina della corsa era quella a piedi, che si faceva nello stadio lungo 192,27 metri, nel diaulo un doppio stadio per andata e ritorno, di 384,5 metri ed infine c’era il dolico lungo 4615 metri, dove si svolgevano le gare di mezzo fondo. Crisone di Himera fu un grande atleta che dominò lo stadio, vincendo la gara di corsa sui 200 metri in tre Olimpiadi consecutive: 448, 444, 440 a.C.. Ebbe l’onore di essere citato da Platone, dove nel dialogo tra Protagora e Socrate, questi disse: «E’ come se tu mi chiedessi di seguire il corridore Crisone di Himera nel pieno delle sue forze… Se fosse però necessario di vedere correre nello stesso tempo me e Crisone, chiedi a lui di adattarsi. Io infatti non posso correre velocemente, ma lui può fare lentamente». Ergotele che gareggiò anche nel dolico, vincendo nel 472 a.C., fu cantato da Pindaro nella dodicesima olimpica: «La gloria dei tuoi piedi spargeva i suoi petali, se la rivolta, uomo contro uomo, non ti privava della patria Cnosso. Ma ora incoronato ad Olimpia…». Sarà citato anche da D’Annunzio nelle Laudi: «L’ala della triade sagliente armava i malleoli certi al corritore del lungo stadio. Ecco il bello Efarmosto d’Opunte, Ergotele d’Imera, Psaumede di Camarina».
Per lo stesso tipo di gara, primeggiò due volte Esseneto di Akragas, nel 416 e nel 412 a.C., al punto che per i suoi festeggiamenti fu scortato in Patria da 300 carri trainati da cavalli bianchi. Un altro campione fu Dicone di Siracusa, che vinse 14 gare panelleniche, tra cui, nei giochi olimpici del 384 a.C. vinse sia lo stadio sia il diaulo, dove si eseguiva una corsa di resistenza. L’ultimo vincitore Siciliano nello stadio fu Lomakon di Tauromenion. Era il 56 a.C..
Tisandro di Naxos, vinse nella disciplina del pugilato ben cinque volte consecutive, dal 572 al 560 a.C.. Il pugilato procurava dolorosissime ferite per combattimenti in cui si poteva colpire l’avversario anche se a terra e la gara si svolgeva senza limiti di tempo; era solo proibito uccidere consapevolmente.
Archia di Hybla fu il primo vincitore nella gara degli araldi nel 356 a.C., dopo di lui per molti anni, nessun Siciliano fu iscritto tra i vincitori dei giochi di Olimpia.
I Greci esclusero dai giochi le donne, gli schiavi, i negri, i barbari (gli stranieri, finanche i macedoni).
Euripide nel dramma satirico Autolykos, scrisse: «Tra gli innumerevoli mali che esistono in Grecia non c’è nulla di peggio che la classe degli atleti; non fanno nessuno sforzo per vivere come si deve e non ne sono nemmeno capaci».
Solone nel 594 a. C. decise che ai vincitori dei giochi istmici sarebbero spettate 100 dracme da sborsarsi dall'erario ateniese e 500 ai vincitori olimpici. 500 Dracme = 500 pecore = 100 buoi.

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L'Italia e gli italiani sono diventati permalosi? Mai come questa estate le critiche provenienti dall'estero verso svariati aspetti del nostro paese sono state respinte sdegnosamente quale che fosse l'autorevolezza della fonte critica. Sta nascendo nel nostro paese un nuovo amor di patria che non si baserà più solo sulla superiorità della nostra cucina o sui risultati del nostro calcio? Oppure è più semplicemente l'onda di piena di uno sciovinismo qualunquista che rifiuta ogni intromissione esterna con sdegno mutuato da altri lidi mancando di interrogarsi sulla fondatezza di taluni di questi rilievi? E' certo vero che l'Italia è più di altri paesi sottoposta al giudizio di Catoni esterni che vengono talvolta da paesi che sono men che magnanimi con le critiche che invece ricevono, ma è anche inoppugnabile come molte delle critiche rivolte in questi mesi al nostro paese fossero fondate e talvolta anche piuttosto benevole rispetto alla realtà della situazione. Chi non si è vergognato dell'indifferenza ostentata da molti bagnanti di fronte alle giovani nomadi morte per annegamento in Campania? O non può che concordare con quanti, come l'Independent (ma lo ha fatto anche LA STAMPA della compassata Torino proprio domenica 17 agosto) hanno criticato la pioggia di ordinanze, spesso cervellotiche, che in nome di una federalizzata idea del pubblico decoro sembra stiano trasformando una necessità, quella di un viver civile regolato da correttezza ed urbanità, in uno strumento per far cassa, principalmente ai danni di marginali e turisti, ora che troppo spesso autovelox e semafori gialli sono caduti sotto la scure dei vari TAR? Deve certo finire il mal costume di denigrare l'Italia, disciplina che non è olimpica solo in quanto sarebbero gli italiani a vincere a mani basse gare individuali, a coppie od a squadre, ma ciò non può, come sembra avvenire oggi, attraverso l'adozione di quel frusto modo di dire anglosassone, right or wrong it's my country, perchè non si può perdere, innanzitutto a beneficio del paese e di coloro che vi vivono, il senso della realtà, e fingere, a tutto vantaggio dei pochi interessati, che si abiti in un paese dove non ci sono difetti e problemi, o questi vadano scomparendo come per magia quando governa l'uno o l'altro. Credo che gli italiani dovrebbero essere orgogliosi della propria singolarità, anelando al miglioramento del nostro scarso senso civico senza perderci ma senza pretendere che i nostri difetti non esistano solo perchè ci si ostina a non vederli. Come ciliegina vi lascio un video del Maestro Bozzetto su qusto tema: http://www.youtube.com/watch?v=8L5sMkhUpIQ

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domenica 17 agosto 2008, posted by roberto.bonuglia at 13.51
Il Cielo era immaginato rotondo (più esattamente in forma di uovo), la Terra quadrata. La capitale era il «perno del mondo», e anche in Cina l’urbanesimo si sviluppò da un centro cerimoniale attorno al quale si raccolsero abitazioni. (Lo stesso per esempio accadde nell’America Centrale, dove le città maya come furono in origine luoghi di culto e dimora di sacerdoti-sovrani, e solo dopo divennero città nella nostra accezione: così, quando la loro «sacralità» veniva meno o si attenuava potevano essere abbandonate: il centro cultuale si ricostruiva altrove….) Ogni capitale doveva possedere un Ming tang, palazzo rituale, immagine del mondo e calendario insieme: era a pianta quadrata (la Terra), con un tetto rotondo di paglia (il Cielo). Va notato che anche le più umili dimore cinesi erano organizzate secondo lo stesso principio cosmogonico, sicché rappresentavano altrettante «immagini dell’universo».
Microcosmo e macrocosmo quindi corrispondevano; ma, se questa è una concezione che si ritrova in tutte le religioni tradizionali, l’originalità cinese consistette nell’inserire questa corrispondenza in un sistema ben più vasto, il ciclo dei principi antagonistici ma complementari noti con il nome di yin e yang. Ora, se la polarizzazione o la convergenza di elementi antitetici sono riconoscibili in tutto il mondo, e se il primo impulso a tale visione dualistica viene dalla costatata o presunta universalità della bisessualità, in Cina quest’idea è servita come modello di classificazione universale e ha trovato una serie di applicazioni pratiche in campo medico e in generale in quello delle tecniche del corpo. L’agopuntura, tanto per fare un esempio, si basa sostanzialmente su questa coincidentia oppositorum.

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sabato 16 agosto 2008, posted by roberto.bonuglia at 13.36
La dinastia Chou alimentò il mito del dio celeste T’ien o Shang Ti: egli vedeva e sapeva tutto, il suo decreto era infallibile, la sua sede era l’Orsa Maggiore nel Centro del Cielo, corrispondente al Centro della Terra, ossia la Cina. Gli erano sottoposte tutte le altre divinità, e da lui continuava a dipendere la fertilità, per cui il sovrano doveva rappresentano nello svolgimento dei culti agrari. La Terra era concepita come potenza complementare del Cielo e, se in un secondo tempo divenne Madre, all’inizio fu intesa quale creatrice cosmica, sessuata o bisessuata. Conviveva con lei, probabilmente al suo interno, una folla di dei del Suolo, potenze alle quali i morti venivano “affidati” con particolari culti.
L’etnia cinese non era e non è omogenea, e anche la sua religiosità era frutto di vari apporti soprattutto tungusi, turco mongoli e tibetani; l’influenza dello Sciamanesimo settentrionale era cospicua, ciò che spiega anche l’origine di certe pratiche taoiste. La nascita del mondo e il suo ordinamento erano dovuti a divinità successivamente scomparse o assorbite dagli dei celesti. PanKu, un antropomorfo primordiale, era nato «al tempo in cui il Cielo e la Terra erano un caos simile a un uovo». Quando PanKu mori, a quanto pare ucciso da altri esseri o divinità, la sua testa divenne un monte sacro, gli occhi il sole e la luna, il grasso del corpo si trasformò in fiumi e mari, capelli e peli si mutarono in alberi e piante. E la diffusissima concezione della creazione attraverso un sacrificio primordiale (come rinvenibile, per esempio, in India, con la storia del gigante Purusha). Alla morte di PanKu fece seguito un’era di felicità: Cielo e Terra erano contigui, gli uomini salivano al primo scalando alberi o facendovisi portare da uccelli. Poi intervenne un «errore» o, secondo un altro mito, un essere divino (Huang Ti) il quale ordinò che la comunicazione tra Cielo e Terra venisse interrotta e solo a individui privilegiati (sciamani, mistici, eroi, sovrani) fu concesso di continuare a salire in Cielo nelle loro estasi. La nostalgia del Paradiso o di un equivalente cinese dell’Età dell’oro occidentale è presente in tutta la storia dell’immenso paese orientale riproponendosi, per esempio, a ogni cambiamento di regime, non da ultime la rivoluzione comunista e la rivoluzione culturale. Gli uomini nacquero da un fratello e una sorella dai corpi di drago. Il Mondo poté dirsi creato solo quando venne ordinato dal mitico Yu, che è un demiurgo e un eroe civilizzatore.

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venerdì 15 agosto 2008, posted by roberto.bonuglia at 12.31
Avrete senz'altro visto questo spot della Telecom, nei scorsi giorni:



Cliccando qui potrete ascoltare il file audio della Conferenza di Gandhi oggi pubblicata su alcuni quotidiani nazionali. Quello che segue è il testo in italiano di quell'intervento, tradotto da Elena Tebano e Marco De Masi.


Discorso tenuto da Gandhi alla Conferenza delle relazioni interasiatiche, New Delhi, 2 aprile 1947

Signora Presidente, amici,

non credo di dovermi scusare con voi per il fatto che sono costretto a parlare una lingua straniera. Mi chiedo se con questi microfoni la mia voce arrivi all’estremità più lontana di questo vasto pubblico. Quelli di voi che sono lontano, possono alzare le mani se sentono quello che dico? Sentite, perfetto. Bene, se la mia voce non arriva, non sarà colpa mia, sarà colpa di questi microfoni.

Quello che vi stavo dicendo è che non ho bisogno di scusarmi. Non oso, se tutti i delegati che si sono riuniti qui dalla varie zone dell’Asia, e gli “osservatori” – ho imparato questa parola dalle labbra di un amico americano, che ha detto “non sono un delegato, sono un osservatore”. Pensando che lui è venuto dalla Persia […] Ed ecco che mi trovo davanti un americano, e gli ho detto “Io ho paura di te, vorrei che mi lasciassi in pace”. Immaginate che un americano mi avrebbe lasciato da solo? Non lui, e per questo dovetti parlargli. Vi stavo dicendo che la mia parlata provinciale, che è la mia lingua madre, voi non potete capirla; e io non voglio insultarvi insistendo [a parlare] in questa parlata provinciale. La lingua nazionale, l’industani, so che ci vorrà molto tempo prima che possa competere nei discorsi ufficiali. Se c’è rivalità, c’è rivalità tra francese e inglese. Per il commercio internazionale, senza dubbio l’inglese occupa la prima posizione; per le conversazioni diplomatiche e la corrispondenza, quando studiavo da ragazzo sentivo dire che il francese era la lingua della diplomazia, e che se si voleva andare da un’estremità all’altra dell’Europa bisognava provare a imparare un po’ di francese, e così provai a imparare qua e là qualche parola di francese per essere capace di farmi capire. A ogni modo, se può esserci qualche rivalità, potrebbe sorgere tra il francese e l’inglese. Quindi, dato che è l’inglese che mi hanno insegnato, naturalmente devo far ricorso a questa lingua internazionale per parlare con voi.

Mi chiedevo di cosa avrei dovuto parlarvi. Volevo raccogliere i miei pensieri, ma lasciatemi confessare che non ho avuto tempo, eppure vi avevo promesso ieri che avrei provato a dirvi qualche parola. Mentre venivo con Badshah Khan, ho chiesto un piccolo pezzo di carta e una matita. Ho avuto una penna al posto della matita. Ho provato a scarabocchiare qualche parola. Vi spiacerà sentirmi dire che quel pezzo di carta non ce l’ho con me. Ma questo non è niente, mi ricordo di cosa volevo parlarvi, e mi sono detto: i tuoi amici non hanno visto la vera India, e tu non partecipi a una conferenza in mezzo alla vera India.

Delhi, Bombay, Madras, Calcutta, Lahore – tutte queste sono grandi città, ormai influenzate dall’Occidente, anche costruite, forse a parte Delhi, ma non Nuova Delhi, anche costruite dagli inglesi. Ho quindi pensato a un piccolo saggio – credo che lo dovrei chiamare così – che era in francese. Mi fu tradotto da un amico anglo-francese, e lui era un filosofo, era anche un uomo modesto e disse che era diventato mio amico senza che io lo avessi conosciuto, perché lui era sempre stato dalla parte della minoranza e io ero, così è, miei compatrioti, in una minoranza senza speranza, non solo minoranza senza speranza, ma anche minoranza disprezzata. Se gli europei del Sud Africa mi perdoneranno per aver detto questo, noi eravamo tutti “coolie” [termine dispregiativo per indicare gli indiani che lavoravano come servi in Sud Africa]. IO ero un insignificante avvocato “coolie”. A quell’epoca non avevamo ‘coolie’ dottori, non avevamo ‘coolie’ avvocati. Fui il primo nel campo. Tuttavia, un ‘coolie’. Voi sapete forse cosa si intende con la parola ‘coolie’, ma questo amico – il suo nome era Krof: sua madre era una francese, suo padre un inglese – mi disse: “Voglio tradurre per te una storia francese”. Mi perdoneranno quelli di voi che conoscono la storia se nel ricordarla faccio degli errori qua e là, ma non ci saranno errori nel fatto principale.

C’erano tre scienziati e questi – chiaramente è una storia di fantasia – tre scienziati andarono fuori dalla Francia, andarono fuori dall’Europa in cerca della Verità. Questa è la prima lezione che la storia mi ha insegnato, che se bisognava la ‘verità’, non andava fatto sul suolo europeo. Di conseguenza, senza dubbio neppure in America. Questi tre grandi scienziati andarono in posti diversi dell’Asia. Uno di loro riuscì ad arrivare in India e cominciò la sua ricerca. Arrivò nelle cosiddette città di quei tempi. Naturalmente, questo succedeva prima dell’occupazione britannica, prima ancora del periodo Mughal – così l’autore francese ha illustrato la storia – ma comunque andò nelle città, vide la gente della cosiddetta casta superiore, uomini e donne, finché alla fine non entrò in un’umile casupola, in un umile villaggio, e quella casupola era una casupola Bhangi – e lì trovò la “verità” di cui era in cerca, in quella casupola Bhangi, nella famiglia Bhangi, uomo, donna, forse due o tre bambini. Dico questo facendo dei cambiamenti, l’autore a questo punto descriveva come l’uomo la trovò. Tralascio tutto questo. Voglio legare questa storia con quello che voglio dirvi, che se volete realmente vedere l’India al suo meglio dovete trovarla in un’abitazione Bhangi, in un’umile casa Bhangi, o in villaggi di questo genere che, come ci insegnano gli storici inglesi, sono 700 mila. Poche città qua e là, non contengono molte decine di milioni di persone, ma i 700 mila villaggi contengono quasi 40 crore [400 milioni] di persone. Dico quasi, perché si potrebbe forse togliere un crore [circa 10 milioni], forse due nelle città, ma ce ne sarebbero ancora 38. E allora io mi sono detto, se questi amici sono qui senza trovare la loro vera India, che cosa ci sono venuti a fare? Quindi ho pensato di chiedervi di immaginare quest’India, non dalla prospettiva che offre questo vasto pubblico ma di immaginare come sarebbe. Vorrei che leggeste una storia come questa dei francesi o altre cose. Guardate, forse qualcuno di voi, alcuni dei villaggi dell’India, e allora troverete la vera India. Oggi confesserò anche che non sarete affascinati dalla vista.
Dovrete andare a grattare sotto quei mucchi di letame che sono oggi i villaggi. Non pretendo di dire che prima fossero luoghi di paradiso. Ma oggi sono davvero mucchi di letame; non erano così, prima, di questo sono certo abbastanza. Perché non parlo dal punto di vista storico, ma a partire da quello che ho visto con i miei occhi in carne e ossa, dell'India - e ho viaggiato da un'estremità dell'India all'altra, ho visto questi villaggi, ho visto quei miseri esemplari dell'umanità, occhi spenti - eppure loro sono l'India, eppure in quelle misere casupole, tra quei mucchi di letame si trovano gli umili Bhangi, dove si troverà un'essenza concentrata di saggezza. Come? Questa è una bella domanda.

Bene, allora voglio mettervi di fronte a un'altra scena. Di nuovo, io ho studiato dai libri, libri scritti dagli storici inglesi, tradotti per me. Tutta questa copiosa conoscenza, mi dispiace dirlo, arriva a noi in India attraverso libri inglesi, attraverso storici inglesi. Non che non abbiamo storici indiani, ma anche loro non scrivono nella loro lingua madre, o nella lingua nazionale, l'industani, o se preferite definirle due lingue, l'hindi e l'urdu, due forme della stessa lingua. No, ci danno quello che hanno studiato nei libri inglesi, magari negli originali, ma sempre inglesi e in lingua inglese - questa è la conquista culturale dell'India, che l'India ha subito. Ma ci dicono che la saggezza è arrivata all'Occidente dall'Oriente. E chi erano questi uomini saggi? Zoroastro. Lui apparteneva all'Oriente. È stato seguito da Buddha. Apparteneva all'Oriente, apparteneva all'India. Chi ha seguito Buddha? Gesù, ancora una volta dall'Asia. Prima di Gesù c'era Mosa, Mosè, anche lui appartenente alla Palestina - ho controllato con Badshah Khan e Yunus Saheb, ed entrambi mi hanno confermato che Moses apparteneva alla Palestina, nonostante fosse nato in Egitto. E poi è venuto Gesù, e poi è venuto Maometto. Tutti questi li tralascio. Tralascio Krishna, tralascio Mahavir, tralascio le altre luci - non le chiamerò luci più flebili, ma sconosciute all'Occidente, sconosciute al mondo letterario. Anche così, non conosco una sola persona capace di eguagliare questi uomini dell'Asia. E poi, cosa è successo? Il cristianesimo è stato sfigurato quando ha raggiunto l'Occidente. Mi dispiace doverlo dire, ma questa è la mia interpretazione. Non vi imporrò oltre questi temi. Vi racconto questa storia per incoraggiarvi, e per farvi capire, se il mio povero discorso può farvi capire, che quello che vedete dello splendore e di tutto ciò che le città dell'India hanno da mostrarvi non è l'India. Certamente, la carneficina che avviene proprio sotto i vostri occhi, mi dispiace, vergognoso che sia, come ho detto ieri, dovete seppellirla qui. Non portate il ricordo di questa carneficina oltre i confini dell'India. Ma quello che voglio che capiate, se potete, è che il messaggio dell'Oriente, il messaggio dell’Asia, non può essere imparato attraverso gli occhiali dell'Occidente, attraverso gli occhiali occidentali, non imitando i fili argentati dell'Occidente, la polvere da sparo dell'Occidente, la bomba atomica dell'Occidente.
Se volete di nuovo dare un messaggio all'Occidente, deve essere un messaggio di 'amore', deve essere un messaggio di 'verità'. Ci deve essere una conquista (APPLAUSI), per favore, per favore, per favore. Questo interferirà con il mio discorso, e interferirà anche con la vostra capacità di comprenderlo. Voglio catturare i vostri cuori, non voglio ricevere i vostri applausi. Fate battere i vostri cuori all'unisono con quello che dico e, credo, avrò compiuto il mio lavoro Perciò voglio che ve ne andiate da qui con il pensiero che l'Asia deve conquistare l'Occidente. Poi, la domanda che mi ha chiesto ieri un amico: se credessi davvero in un mondo unito. Certo che credo in un mondo unito. E come potrei fare altrimenti, se sono un erede del messaggio d'amore che questi grandi, irraggiungibili maestri ci hanno lasciato? Potete portare ancora quel messaggio, adesso, in questa epoca di democrazia, in questa epoca di risveglio dei più poveri tra i poveri, potete portare di nuovo questo messaggio con la più grande enfasi. Allora voi, voi compirete la conquista dell'intero Occidente, non per vendetta del fatto che siete stati sfruttati - e nello sfruttamento, naturalmente, voglio includere l'Africa, e spero che la prossima volta che vi incontrerete in India, ci sarete tutte; che voi nazioni sfruttate della terra vi incontrerete insieme, se a quell'epoca ci saranno ancora nel mondo nazioni sfruttate. Sono così fiducioso che se metterete insieme i vostri cuori, non soltanto le vostre teste, ma i vostri cuori insieme, e capirete il segreto del messaggio che questi uomini saggi dell'Oriente ci hanno lasciato, e che se noi davvero diventiamo, meritiamo e siamo degni di quel grande messaggio, allora capirete che la conquista dell'Occidente sarà completa, e che lo stesso Occidente amerà quella conquista. Oggi l'Occidente anela alla saggezza. Oggi l'Occidente è disperato per la proliferazione delle bombe atomiche, perché una proliferazione delle bombe atomiche significa terribile distruzione, non soltanto per l'Occidente, ma sarà una distruzione del mondo intero, così che la profezia della Bibbia si avvererà e ci sarà un vero e proprio diluvio universale. Non voglia il cielo che ci sia quel diluvio, e non per i torti dell'uomo contro se stesso. Sta a voi liberare il mondo intero, non solo l'Asia, ma il mondo intero, da quella malvagità, da quel peccato. Questa è la preziosa eredità che i vostri maestri, i miei maestri ci hanno lasciato.

[per saperne di più sull'iniziativa, cliccate qui]

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, posted by roberto.bonuglia at 0.14

Il Khayyam's Blog augura a tutti i suoi lettori ed ai blogger amici di trascorrere un buon ferragosto.

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, posted by David.Rettura at 0.01
Tra i più apprezzati frutti estivi vi è indubbiamente l'anguria, o cocomero, adatta in ogni frangente di questi tempi, se piace. Credo di essere uno dei pochi a non gradirlo, se non come metafora dell'Italia. Sin dal piano cromatico la similitudine è evidente, con il risaltare, sia pure in scale e gradi diversi, del rosso, del bianco e del verde. Ma la vera affinità tra Italia e cocomero sta per me più su di un piano fattuale: entrambi possono sembrare durissimi ad un primo esame, salvo poi scoprire che invece sono entrambi morbidissimi ed anzi soggetti a "spappolamento" in caso di eccessiva maturazione. Come l'Italia, l'anguria è dolce, invitante, rifocillante, ma in realtà assolutamente priva di sostanze e di scarso valore nutritizio. Entrambe, per il cocomero l'ho già accennato, piacciono a tutti, ma quasi nessuno vi darà che è il suo frutto preferito o che ne fa la base della propria dieta. Se non per poche settimane. Costano poco. Se non ci fossero di tanto in tanto quei fastidiosi semini, così duri. Ma che ci vuoi fare, quei fastidiosi semini portano, almeno metaforicamente, la vita. E poi ora ci sono anche le versioni senza semi. Quelle nuove.
Buon ferragosto a tutti,

D.

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giovedì 14 agosto 2008, posted by roberto.bonuglia at 23.55

Molte tradizioni cinesi tuttora vive si formarono già epoca Shang; i letterati avevano elaborato un’immagine complessa dell’universo, in cui musica e numerologia avevano un ruolo essenziale. Non meno importante era il simbolismo della cicala e della maschera tao-tieh, allusioni al ciclo delle nascite e rinascite: luce e vita che emergono dalle tenebre e dalla morte. Particolarmente degno di nota anche l’accostamento di immagini antagoniste (serpente piumato, serpente e aquila), in altre parole della dialettica dei contrari e della coincidentia oppositorum, un tema centrale della meditazione dei filosofi e mistici taoisti. A Shang Ti che concedeva la pioggia (e la fecondità) e assicurava la vittoria in guerra, venivano dedicati sacrifici all’aperto e nei sacrari degli antenati che, essendo più vicini, erano ritenuti dotati di maggior potere di quel “Signore” lontano e misterioso, con cui soltanto il Ti aveva, in pratica, contatti. Ma lui solo, d’altra parte, intratteneva rapporti con quelli che erano ritenuti gli antenati di tutti i cinesi. Alla morte del Ti venivano sacrificati, oltre ad animali, anche esseri umani deposti accanto a lui nella tomba.

La complessità del sistema sacrificale e l’importanza della divinazione avvalorano l’esistenza di una classe di «specialisti del sacro», indovini, sacerdoti o sciamani. Per conoscere il futuro, gli indovini gettavano nel fuoco gusci di tartaruga: vi si formavano crepe nelle quali, aggiungendo opportune scritte, si leggeva il futuro. I caratteri cosi tracciati sono i più antichi noti; alcuni erano pittografici. Cosi, per scrivere ma (cavallo) si rappresentò dapprima l’equino, in un secondo tempo si stilizzò l’immagine, giungendo così al carattere odierno. Altri caratteri rispondevano alla tipologia dei rebus: ming (luminosità) veniva designato accostando il simbolo della luna e del sole, né mancavano caratteri fonetici, rappresentanti cioè suoni anziché idee.

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mercoledì 13 agosto 2008, posted by roberto.bonuglia at 14.50
Religione e potere: sono i due termini fondamentali per la storia e per la cultura cinesi. Dopo l'interessante e originale dizionarietto olimpico curato da David Rettura che ringraziamo pubblicamente per l'impegno profuso in questi giorni nel redigerlo - e, soprattutto, per il bel risultato ottenuto -, approfittiamo di queste giornate olimpiche per porre all'attenzione dei nostri lettori più fedeli qualche riflessione e sulla storia cinese più antica.
In realtà, per indicare le origini di una concezione cinese della sacralità, dovremmo rifarci a tempi molto remoti: addirittura all’uomo di Pechino, un protoantropo anteriore all’uomo di Neandertal, questo almeno secondo l'incerta teoria evoluzionista, prevalente nella cultura accademico-scientifica ma non per questo più persuadente delle altre, quella creazionista su tutte. Secondo gli schemi evoluzionisti, che assumiamo per comodità e non per convinzione, già in epoca paleolitica in Cina si sarebbero diffusi culti funerari, e con essi una credenza nella sopravvivenza dell’anima dopo la morte fisica. Ma documenti più sicuri sono quelli attribuibili alle culture neolitiche, la prima delle quali è quella di Yang-shao, villaggio in cui nel 1921 sono stati rinvenuti vasi d’argilla dipinti.
Ma nel 1950, la cronologia inizialmente elaborata dagli evoluzionisti è stata da loro stessi modificata sulla scorta degli esami al radiocarbonio, evidenziando, così, ancora una volta i limiti dell'evoluzionismo stesso (su cui torneremo ampiamente a settembre) e, soprattutto per quanto ci interessa in questa sede, di constatare che nel VI millennio a.C. l’agricoltura e la domesticazione degli animali erano già da un pezzo avviate in Cina, probabilmente in seguito a invenzioni locali, sia pure con l’aggiunta di influenze occidentali pervenute attraverso la Siberia.

Lo spazio veniva diviso in sacro e in profano, il primo riservato ai morti e ai culti; nelle tombe si collocavano utensili e cibi; i bambini erano sepolti accanto alle case, in grandi urne con apertura alla sommità per permettere all’anima di uscirne (l’urna era insomma la «casa del morto»). Unione sessuale, nascita, rigenerazione e rinascita erano collegate, e a quanto pare l’organizzazione sociale era matrilineare, ma già un millennio più tardi si era passati alla patrilinearità. I calendari e l’importanza attribuita agli antenati in quanto fonte di potenza magico-religiosa anticipavano quella che sarebbe stata una costante delle credenze religiose di epoche successive, l’idea cioè della unità e totalità della vita cosmica: tutto era ritenuto animato, tutto era vivente, e gran parte delle concezioni neolitiche si è conservata senza molte variazioni nei villaggi almeno fino a epoca recentissima.

Nell’età del bronzo, a partire dalla dinastia Shang (1750 circa - 1028 a.C.) i dati che abbiamo in possesso sulla storia della Cina si fanno più precisi. L’epoca Shang, probabilmente quella della prima dinastia storica, fu caratterizzata dalla nascita di centri urbani e dal culto dello Shang Ti (Signore dell’alto), cui faceva riscontro in terra un Ti (signore) il quale cumulava le funzioni religiose e politiche. Per i periodi precedenti si hanno invece solo storie mitologiche relative soprattutto agli imperatori «civilizzatori» come Yu il Grande che aveva domato l’acqua dei fiumi; la scienza dei numeri era probabilmente opera di Fu Si e di sua moglie Niu Kua. Di certo si sa che i villaggi erano fatti di capanne, che si coltivavano il miglio, il frumento, la canapa e il riso, e che si allevavano il maiale, il montone e il bue.
Nell’età del bronzo comparvero il carro da guerra e la struttura della società mutò radicalmente, assumendo caratteri feudali. La capitale, An-Yang, era compresa in un giro di mura di soli 800 metri. Nel 1050, Wu Wang, duca di Chou, annientò l’esercito Shang e fondò la dinastia Chou con capitale Hao (l’attuale Hsian nello Shanshi). La popolazione era divisa in due classi diverse per costumanze, credenze religiose e sistema familiare. Nel 771, il duca Chao erede del fondatore della dinastia fu ucciso nel corso di una rivolta, e la capitale venne trasferita a Lo, nello Hunan; il sovrano a quanto pare era sotto il controllo dei feudatari, il più potente dei quali era quello di Ch’in, senz’altro il più bellicoso di tutti. Scoppiarono ben presto discordie, e si ebbe la cosiddetta «epoca degli stati combattenti», la stessa in cui vissero Confucio e Lao Tzu. Nel 221, il principe di Ch’in distrusse gli altri stati e riunificò la Cina, assumendo il titolo di imperatore (Huang Ti); organizzò amministrativamente il potere e lo difese dai «barbari del Nord» facendo costruire la Grande Muraglia (su tracce di costruzioni precedenti). Si trovò però alle prese con la contestazione della classe dei letterati, che egli sterminò a centinaia ordinando la distruzione dei libri confuciani, tranne quelli di divinazione, agricoltura e medicina (212 a.C.). Una rivolta segnò la fine della dinastia Ch’in, sostituita dalla Han durante la quale i confini dell’impero vennero dilatati: a sud, fu annessa la città di Canton, e ad oriente la penetrazione cinese nell’Asia centrale portò all’apertura di vie di comunicazione con l’India, mentre gli eserciti cinesi in lotta con gli Unni si spingevano al Mar Caspio. A Nord, per frenare i nomadi della steppa furono create colonie militari.

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, posted by David.Rettura at 0.42

Poichè la vita culturale sembra essere spesso una rincorsa agli anniversari, alle celebrazioni e spesso anche alle canonizzazioni di personaggi che vengono talvolta deformati dal tempo e dagli interessi o dalla weltanschaung di coloro che di queste cose si occupano, ci si permetta una volta di precorrere i tempi e anticpare una celebrazione, quella del centenario futurista: nel 1909 veniva pubblicato il Manifesto dei futuristi, ed a questa ricorrenza verrà dedicata una mostra alle Scuderie del Quirinale. Premesso che le mostre delle Scuderie sono, insieme a quelle del Chiostro del Bramante tra le migliori in Italia, mi chiedo se un movimento come il Futurismo possa essere sezionato ed incastonato nei generi tradizionali; mi sembra una scelta riduttiva, castrante ed anche in controtendenza rispetto alla natura stessa del movimento, che fece della confusione dei generi un tratto distintivo forse non come altre posteriori avanguardie ma comunque più di altri.

Certo fu per molti anni una corrente che ebbe in Italia enorme popolarità, tanto da meritarsi la parodia di Petrolini. O non era parodia? Giudicate voi: http://www.youtube.com/watch?v=dwm1HCHonjI



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, posted by roberto.bonuglia at 0.23
Già nei moti rivoluzionari del 1905 erano comparsi i soviet, che si volevano organi politici di democrazia diretta e cellule di autogestione sociale.La rivoluzione del febbraio 1917 li ripropose.

• Lenin e i bolscevichi assecondarono le masse promettendo pace, potere ai soviet e terra ai contadini.
• Tra il febbraio e l’ottobre si svolse un’anarchica rivoluzione agraria.
• Il 25 ottobre 1917, i bolscevichi presero il controllo del Palazzo d’Inverno.
• Il potere fu dato ad un governo provvisorio guidato da Lenin.
• Il 3 marzo 1918 firmò una durissima pace separata con i Tedeschi a Brest-Litovsk.

Va ricordato che prima dell’inizio della rivoluzione bolscevica, Lenin aveva proposto di sfruttare il conflitto bellico per affrettare il crollo dei regimi capitalistici.
Nella Russia rivoluzionaria si ebbe ben presto la formazione delle armate bianche contro-rivoluzionarie, sostenute dalle potenze dell’Intesa dopo la pace separata dei bolscevichi con i Tedeschi: iniziava la guerra civile.
L’Armata Rossa, organizzata da Trockij, riuscì però, a contrastare gli eserciti dei bianchi. Le circostanze terribili radicalizzarono la situazione: il partito socialdemocratico russo di Lenin cambiò nome nel marzo 1918 e venne chiamato partito comunista (bolscevico) di Russia. Venne proclamata la dittatura del proletariato e, solo a quest’ultimo, venne riconosciuto il diritto di voto.
La terra e le industrie vennero nazionalizzate. Un rigido comunismo di guerra venne instaurato: si procedeva nelle campagne alla requisizione forzata.
Nel 1920 la produzione industriale era comunque sette volte inferiore a quella del 1913; le città erano state in buona parte abbandonate e nelle campagne regnavano la fame e la paura.
Con la NEP (Nuova Politica Economica) venne allora avviata una cauta liberalizzazione dell’agricoltura, del commercio e della piccola industria. Si consentì ai contadini di vendere sul mercato le eccedenze in cambio di una imposta in natura da consegnare allo Stato, che continuava del resto a mantenere un rigido controllo sulla grande industria, sul sistema finanziario e sul commercio estero.
Nel frattempo, ritenendo del tutto perduta alla causa socialista la Seconda Internazionale, accusata di avere capitolato nel 1914 davanti alla guerra e all’imperialismo, i comunisti avevano fondato a Mosca nel 1919 la Terza Internazionale. Nel 1920 vennero stabilite le condizioni cui bisognava sottostare per entrarvi a far parte. Si giunse così alle scissioni dei diversi partiti socialisti: in Germania il partito comunista, già nato nel dicembre del 1918, era stato protagonista (l’anno successivo) di un tentativo insurrezionale duramente represso; in Francia esso nacque nel dicembre 1920; in Italia nel gennaio 1921; in Cina nel luglio 1921.
Questi partiti riproducevano la struttura centralizzata di quello bolscevico e rivendicavano la necessità dell’abbattimento dello stato borghese e dell’instaurazione rivoluzionaria della dittatura operaia
Nel dicembre del 1922, attraverso un patto federativo tra la Repubblica Russa, l’Ucraina, la Bielorussa e la Transcaucasica, venne costituita l’Unione Sovietica. Ad esse si aggiunsero negli anni successivi le repubbliche dell’Asia centrale. Il partito comunista, l’unica forza politica consentita, svolgeva di fatto un ruolo dittatoriale: i soviet infatti erano stati svuotati di ogni autonomia e il proletariato, minoritario e più che decimato dalla guerra civile, non poteva certo esercitare in quanto classe un ruolo dirigente.
Alla morte di Lenin, avvenuta nel 1924, prese il sopravvento Stalin, segretario generale del partito. Questi, sostenendo la strategia dell’edificazione del socialismo in un paese solo contro quella trockijsta della rivoluzione permanente, aumentò il proprio potere personale e si sbarazzò prima dell’opposizione di sinistra (Trockij) e poi di quella di destra (Bucharin).
A partire dal 1929, smantellata la NEP, vennero avviate la collettivizzazione forzata delle campagne (che comportava l’eliminazione dei contadini ricchi, i kulaki), l’industrializzazione a ritmi forsennati e a costi umani elevatissimi, la pianificazione totale dell’economia.
Iniziava il periodo dei piani quinquennali, dei successi «quantitativi» dello sviluppo economico sovietico, della mobilitazione ideologica di tipo totalitario.
Le grandi purghe degli anni 1936-38 finirono con l’annientare fisicamente la vecchia guardia bolscevica e consolidarono il potere assoluto e terroristico del gruppo dirigente staliniano. L’intatto mito rivoluzionario del socialismo universale, la crisi economica che creava grandi sofferenze e screditava l’efficienza stessa del sistema capitalistico, e soprattutto il numero crescente di regimi autoritari di tipo fascista, fecero tuttavia sì che l’esperimento sovietico continuasse a suscitare entusiasmi, solidarietà e consensi nei partiti comunisti attivi negli altri paesi, e non solo in quelli. Le sezioni nazionali dell’Internazionale comunista poterono così resistere tenacemente all’offensiva aggressiva dei fascismi e trasformarsi nel con tempo in casse di risonanza della politica estera dello stato sovietico.

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martedì 12 agosto 2008, posted by roberto.bonuglia at 1.08
Nel 1945, l’anno in cui si costituì la Lega Araba, c’erano in Palestina 550.000 Ebrei e 1.250.000 Arabi. L’immigrazione ebraica procedeva a ritmi assai elevati e le notizie che cominciavano a trapelare sulle dimensioni dell’Olocausto assicurarono al movimento sionista il sostegno e la simpatia dell’opinione pubblica democratica che usciva dall’esperienza della guerra antifascista.
La Gran Bretagna cercò invano, di controllare la brusca accelerazione dei tempi del processo di emancipazione che si stava sviluppando in tutta l’area mediorientale. Gli Ebrei presero allora l’iniziativa e, nel maggio del 1948, proclamarono la nascita dello Stato d’Israele. Gli stati della Lega Araba reagirono, contrattaccarono e furono sconfitti nella prima delle guerre arabo-israeliane. La sfida israeliana e il progressivo declino dell’egemonia britannica innescarono, su più fronti, la risposta del nazionalismo arabo.
Il colpo di stato degli «ufficiali liberi» in Egitto fece di questo paese, negli anni ‘50, il modello di un risorgimento nazionale arabo che, in tutto il Vicino Oriente, nel Nordafrica, veniva avvertito come non più rinviabile.
Nel frattempo la sconfitta in Indocina metteva impietosaniente in rilievo la fragilità dell’impero coloniale francese anche nell’area mediterranea. Nel 1954, infatti, veniva riconosciuta l’autonomia tunisina (indipendente con il Marocco dal 1956) e iniziava la rivolta popolare in Algeria, che nel 1958 avrebbe messo in ginocchio la Quarta Repubblica francese e avrebbe condotto nel 1962 il paese stesso all’indipendenza. Nel 1956 la nazionalizzazione del canale di Suez da parte dell’Egitto provocava una campagna militare anglo-franco-israeliana. Israele ne usciva ulteriormente rafforzato e si confermava la massima potenza politico-militare dell’area, ma il fallimento dell’intervento anglo-francese attestò che questo episodio poteva essere considerato l’ultimo colpo di coda del colonialismo europeo.
Nel 1967, con la guerra dei Sei giorni, Israele sconfisse per la terza volta la coalizione araba ed estese i propri confini, occupando Gerusalemme, l’Alta Galilea, le alture del Golan e tutto il Sinai. Si sviluppò allora la rivoluzione armata e il terrorismo arabo contro obiettivi israeliani e una quarta guerra arabo israeliana, la guerra del Kippur, confermò nel 1973 la supremazia israeliana. La questione palestinese, più che mai irrisolta, venne esportata nei paesi limitrofi e fece esplodere le fragili basi pluri-confessionali su cui poggiava l’esistenza politica del Libano, un paese destinato a smarrire di fatto la sovranità e a essere invaso nel 1976 dalla Siria e nel 1982 da Israele.
La rivoluzione islamica del 1979 in Iran aveva però demolito il bastione filo-occidentale del governo dello shah e innescato la guerra con l’Iraq, destinata a durare sino al 1988.
Nel 1990 l’Iraq, vedendosi sfuggire il ruolo di potenza egemone nell’area, occupò il Kuwait. La guerra del Golfo, nel gennaio-febbraio 1991, vide contrapporsi l’esercito iracheno e le truppe dell’ONU sino a che la sovranità e l’indipendenza del Kuwait vennero restaurate. Infine, dopo lunghi anni di rivolta (Intifada) nei territori occupati, nel 1994, con l’autonomia concessa alla striscia di Ghaza e al territorio di Gerico, Israele consentì la formazione di un embrionale spazio politico-territoriale palestinese.
Intanto al nazionalismo arabo si era venuto sostituendo, lungo un arco geograficamente assai più vasto di quello abbracciato dal mondo arabo, l’integralismo islamico. Esso aveva ricevuto una forte spinta dalla rivoluzione iraniana e aveva trovato terreno fertile nella Libia di Gheddafi e in Algeria, dove nel 1991 un colpo di stato militare aveva privato il Fronte islamico di salvezza di una sicura vittoria elettorale, precipitando il paese in un’atroce guerra civile, che ancora sul finire del decennio continuava a insan guinare il paese.
Ma anche altrove, dall’Africa settentrionale all’Asia centrale e orientale, fino alle Filippine, l’ondata islamica si era gonfiata minacciosa (mettendo in difficoltà anche in Turchia il regime laico, istituito fin dall’inizio dei lontani anni ‘20 da Kemal Ataturk): in essa era dato vedere l’estrema volontà di resistenza di un mondo fatto in massima parte di «dannati della terra», esclusi dal cerchio del benessere e dello sviluppo, contro il dominio del mondo occidentale, pretendente ora, dopo la sconfitta dell’ideologia comunista, a un totale dominio, culturale, oltreché economico e politico, sull’intero pianeta.

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lunedì 11 agosto 2008, posted by roberto.bonuglia at 18.10
Nel 1912, con il tracollo dell’impero manciù, la proclamazione della repubblica e la trasformazione del movimento nazionalista di Sun Yat-sen in Guomindang (Partito nazionale del popolo), si poté ritenere che la Cina avesse intrapreso il cammino adatto a uscire dalla condizione di subalternità. Era però difficile controllare lo sterminato territorio cinese, dilaniato dalle contese tra i «signori della guerra», i potenti capi militari che detenevano il potere nelle varie province.
L’anarchia interna rendeva di fatto il Giappone l’avversario esterno più pericoloso per l’indipendenza cinese.
L’ingresso della Cina in guerra a fianco dell’Intesa, nel 1917, venne quindi effettuato anche al fine di trovare un sostegno nella comunità internazionale. Il Giappone, però, non si ritrasse dalle zone d’influenza che controllava nella Cina settentrionale, alimentando nel contempo con questo atteggiamento il nazionalismo cinese: lo stesso partito comunista cinese, subito dopo la sua formazione, privilegiò - a differenza degli altri comunismi che stavano "sorgendo" - la battaglia nazionale e antimperialistica rispetto alla stessa lotta di classe e si alleò con il Guomindang, nel cui ambito, dopo la morte di Sun Yat-sen, Chiang Kai-shek acquisì a partire dal 1925 un potere sempre maggiore.
Nazionalisti e comunisti, ancora alleati, condussero nel 1926-27, sotto la guida di Chiang, una vittoriosa campagna di riunificazione del paese proprio contro i signori della guerra.
A questo punto, però, il tentativo comunista di radicalizzare in senso sociale la situazione spostò il Guomindang su posizioni nettamente conservatrici: già nel 1927 ci fu la rottura tra le due componenti principali della vita politica cinese e i comunisti vennero massacrati a Shanghai, a Canton e a Pechino.
Il partito comunista cinese, mentre emergeva la personalità di Mao Zedong, cambiò allora la sua natura e, negli anni successivi, riorganizzandosi nei soviet rurali, si trasformò, da partito proletario, in esercito contadino.
Nel 1934-35, braccati dalle truppe nazionaliste, i comunisti, dopo la terribile «Lunga Marcia» di oltre 12.000 chilometri, ripararono nello Shanxi e vi fondarono una repubblica autonoma.
Intanto, i Giapponesi avevano iniziato una politica espansionistica che era sollecitata dal peso crescente dei militari nella vita politica interna e che aveva come obiettivo esplicito il predominio in Asia: nel 1931 occuparono militarmente la Manciuria fondandovi nel 1932 lo stato "fantoccio" del Manciukuo.
La progressiva penetrazione giapponese in Cina favorì un riavvicinamento, dettato dalle circostanze, tra nazionalisti e comunisti. Nel 1937 iniziò ufficialmente la guerra cino-nipponica. Tre anni più tardi, alla vigilia ormai del loro intervento nel secondo conflitto mondiale, i Giapponesi instaurarono un governo collaborazionista a Nanchino.

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domenica 10 agosto 2008, posted by David.Rettura at 23.19

A quanto pare siamo giunti, in concomitanza con il primo oro vinto dall'Italia, alla fine del dizionarietto sulla Cina ricalcato sulla parola olimpiadi. E dunque ci aspetta una I; avevo inizialmente pensato di dedicarla agli italiani, e, sulla scorta dei numerosi testi usciti sull'argomento recentemente per le più svariate case editrici, al loro rapporto con i cinesi, essenzialmente con quelli che vivono nel nostro paese. Ma la cerimonia inaugurale, fastosa e sfarzosa, mi ha fatto ricredere e decidere di scegliere invece la I di Impero.

E' oggi la Cina un impero? Certo la sua influenza aumenta nel mondo di giorno in giorno, tanto nei paesi in via di sviluppo come in quelli dell'Occidente e dell'Asia benestante, ma ritengo che manchi ancora qualcosa per definirlo un impero; che ai cinesi comuni di oggi non difetti una volontà imperiale è idea che va facendosi comune tra i sinologi, come pure suggerisce un articolo del Newsweek di questa settimana, e forse questo nuovo nazionalismo cinese, il beijingoismo cui si è già accennato in una puntata precedente del dizionarietto, è più figlio dell'occidente e delle idee che questo ha preteso di inculcare alla Cina attraverso gli anni di dominio esercitato su di essa, quand'anche in un modo tutto singolare, che del senso di superiorità culturale che pure è stato a lungo connaturato alla declinazione politica della sinicità nei tempi passati.
Ma condizioni tipiche della maggioranza degli Imperi di fattura occidentale nei tempi passati, dall'Impero romano all'America contemporanea, che non trovano rispondenza, al meno in grande, nella Cina odierna sono la natura bellica della loro origine così come la preminenza del proprio sistema monetario e cultural-valoriale. La potenza americana odierna si basa anche sull'Hamburger e sul basket della NBA, e nulla di tutto ciò sembra venire oggi dalla Cina, almeno in Europa, così come, anche a causa delle oggettive difficoltà correlate all'apprendimento di questa, poco diffuso è ancora oggi il mandarino rispetto alla forza espansionistica dispiegata oggi da Pechino. In secondo luogo il peso del Reminbi, pur al centro di un'ampio dibattito, mi sembra ancora inferiore, come diffusione e percezione comune, rispetto a quello del dollaro USA, che sopravanza ampiamente anche il forte Euro, a conferma della non imperialità "assoluta" della Unione Europea.
Da ultimo, ma solo per comodità espositiva, nonostante le ripetute esibizioni di forza effettuate nell'area di Taiwan, la Cina popolare è stata sempre molto restìa, e lo resta, ad ogni operazione militare al di fuori dei propri confini, con la partecipazione alla missione dell'ONU in Libano che è stata quindi ampiamente commentata dagli analisti. Le ultime avventure militari della Cina rossa sono quelle con il Vietnam, alla fine degli anni '70 e prima ancora le scaramucce sull'Amur alla fine degli anni '60, con la partecipazione alla guerra di Corea come unica vera avventura quantitativamente rilevante. Ed una politica militare muscolare è spesso correlata ad una dimensione imperiale.

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sabato 9 agosto 2008, posted by giovanni.larosa at 21.13
In questo momento della storia d’Italia, sta divampando una discussione animosa che pone al centro dell'attenzione don "Peppino" Garibaldi, com’era chiamato dai siciliani. L'eroe dei due mondi, nell’ambito della sua personalità di condottiero, secondo alcuni, fu l'artefice di un’annessione che - col passare del tempo e in un’altra chiave di lettura - non convince completamente.
L’argomento è molto complesso e ben pochi possono proporre, ancora oggi, interpretazioni oggettive e definitive sulla questione dell’impresa garibaldina in Sicilia e sulle sue conseguenze. La nascita della Lega Nord per l’indipendenza della Padania ed un crescente malcontento in merito alla distribuzione delle risorse economiche e finanziarie - in buona parte oggi prodotte nel bacino del Po - e la redistribuzione di quelle fiscali, hanno dato nuovo impulso ad un revisionismo storico, che risulta essere l'effetto diretto del non considerare più in assoluto l’unità d’Italia, come un “bene” acquisito con grande sforzo e da difendere “ad ogni costo”.
In questi giorni sia nella Sicilia orientale sia in quella occidentale, punti di vista differenti danno luogo a giornate infuocate, di fronte ai monumenti o alle piazze intitolate a Garibaldi, per difendere o per “picconare” la toponomastica locale. Lontano dal voler fare revisionismo, ritengo che gli avvenimenti storici debbano essere rigorosamente inquadrati nel relativo periodo, ma che possono essere “rivisti” alla luce di successive conoscenze o di una diversa e sopravvenuta “libertà d’azione e di pensiero” che non deve in ogni caso decontestualizzare gli avvenimenti. stessi. In effetti, la preoccupazione che è scesa fino alle piazze, non è soltanto legata alla “rilettura” della spedizione dei Mille - i quali, va ricordato, senza l’aiuto di oltre ventimila siciliani e della connivenza degli ufficiali borbonici iscritti sul libro paga del governo piemontese che lasciarono a difesa delle postazioni solamente dei battaglioni anziché i vari reggimenti dislocati nell’Isola -, non avrebbero certo raggiunto il risultato che ci vede figli di quelle gesta. Neanche si può disconoscere l’interesse del Conte di Cavour per le voci patrimoniali del bilancio del
Regno delle Due Sicilie, utili per il risanamento del Regno di Sardegna, che grazie al successivo spostamento degli ingenti capitali del Sud ha potuto, in tal modo, incentivare gli investimenti del polo industriale piemontese. Del resto la storia che si insegna, non si può negare che abbia una visuale a senso unico, evidenziando “il generale” Garibaldi e non “il mezzo” per cui è stato possibile annettere la Sicilia al Piemonte, sminuendo il trattamento riservato al condottiero nel momento in cui ha consegnato il Sud conquistato al re Vittorio Emanuele II di Savoia, nel famoso incontro a Teano a cui seguì l’immediato smembramento delle truppe garibaldine che invece attendevano di essere inserite nei ranghi dell’esercito piemontese, quale meritata ricompensa. Ma per i più volenterosi, c’è anche una saggistica che ha approfondito le ricerche dedite all’ascolto delle voci dei vinti, riguardanti quindi una conquista del Sud da parte dei piemontesi, con tanto di torture, condanne esemplari, esecuzioni sommarie dei cosiddetti “ribelli”, che altro non erano che contadini disorientati in quel momento di cambiamenti radicali, attuati da uomini che non hanno tenuto assolutamente in considerazione gli usi, i costumi e le abitudini sino ad allora invalse nell’Isola.
A ciò si aggiunse un altro fattore d’insofferenza, legato alla totale mancanza di comprensione del dialetto piemontese, che aveva dato motivo di notevoli contraddizioni ed alla nascita di bande di “briganti”, al quale fu assoggettato il movimento autonomista, in ogni caso soffocato nel crescere. Desiderio d’autonomia, dunque, che riprese in Sicilia con forza al momento dello sbarco degli alleati, quel fatidico
10 luglio 1943 nelle spiagge dell’estremo confine italiano; anche legato ad una serie di contatti degli americani con “boss” dell’area palermitana, che fecero riacutizzare il pensiero secessionista. Oggi però, il focolaio di autonomia riapertosi in Sicilia, pare che operi per porre fine alla conflittualità tra autonomia e federalismo e trasformare i conflitti in sinergie e collaborazione tra Nord e Sud dell’Italia, grazie al “patto per le Autonomie”, a differenza di quanto invece è richiesto dal Movimento - Storico - Siciliano M.I.S. 1943, movimento politico separatista che si basa su tre principi: decolonizzazione, autodeterminazione e indipendenza, che volge lo sguardo allo statuto di autonomia della Catalogna del 9 agosto 2006, magari con l’inserimento di un proprio sistema fiscale, con origini pertanto, differenti da quelle manifestate, come dire: «Dalla parte politica avversa allo schieramento dell’opposizione» attuale, che richiede il federalismo “fiscale”, ma che da alcuni degli anziani dell’Isola, questa richiesta di autonomia è vista e ritorna ad essere un monito riferito a quell’ingerenza degli affari non tanto “leciti”, che purtroppo continuano ad identificare la Sicilia ed i suoi abitanti, con quelle cosche conosciute al mondo intero.
E’ bene considerare infine, che la Sicilia, ancora oggi, nonostante la buona volontà di una minoranza [sic!] non sia in grado di governarsi autonomamente, per colpa dell’eccessivo clientelarismo che pervade il normale andamento delle faccende quotidiane, evidente fattore di mancato sviluppo locale.

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venerdì 8 agosto 2008, posted by khayyamsblog@gmail.com at 14.33
[Dal sito Il Mago di Oz. Giornale di riflessione neoumanista]

Da ormai molti mesi si sta assistendo a quello che è uno dei più importanti tentativi di boicottaggio di un'Olimpiade.

A partire dal Tibet, passando per il Darfur attraverso tutta l’Africa, si può notare come la Cina sia l’esempio lampante di uno sviluppo non sostenibile, al pari di quello degli Stati Uniti, che hanno impostato la propria crescita non curandosi assolutamente di quello che avrebbe potuto provocare la propria politica di sviluppo dal punto di vista dei diritti umani.

A partire dal lontano 1958: la repubblica popolare cinese occupò ed annesse il Tibet nel totale silenzio della Comunità Internazionale, dal 1959 in poi 1.200.000 persone sono state uccise in conseguenza a questa occupazione.

Lo scorso 10 Marzo, anniversario delle proteste del 1959 in cui morirono oltre 80.000 persone, centinaia di monaci in varie zone del Tibet sono scesi in piazza protestando pacificamente contro l’occupazione della Cina. La reazione non si è fatta attendere ed è cominciata la repressione; e il governo cinese ha fatto più che il possibile per far scendere un velo di silenzio sulla questione scatenando comunque la reazione degli attivisti per i diritti umani in tutto il mondo che hanno subito puntato il dito contro le Olimpiadi, ritenendo la Cina non in grado di ospitare dei Giochi che si fondano su dei principi che la superpotenza asiatica non condivide.

Darfur: dal 2003 ad oggi oltre 300.000 persone sono morte in conseguenza degli attacchi alla popolazione civile perpetrati dal regime di Karthoum. Il conflitto è cominciato a causa dello stato di abbandono in cui il Darfur versa e, nonostante la regione sia ricca di materie prime, i proventi sono sempre confluiti verso la capitale del Sudan.

La Cina rappresenta il principale partner commerciale del Sudan essendo l’acquirente dei due terzi dell’export sudanese.

Inoltre, è il principale fornitore di armi del Sudan e di fatto, come dimostra il dossier della Save Darfur coalition, nonostante l’embargo imposto dalle Nazioni Unite. Infatti degli oltre 4 miliardi di dollari annui che rappresentano l’investimento della Cina nel petrolio sudanese, circa il 70% viene speso per finanziare la guerra contro i ribelli in Darfur.

Di conseguenza la Cina gioca un ruolo fondamentale in Sudan; infatti con pressioni politiche ed economiche nei confronti del regime di Karthoum potrebbe contribuire in modo decisivo per fermare il bagno di sangue che dal 2003 travolge il Darfur. Impegno mai assunto in modo efficace, e, a parte poche azioni intraprese solo a a seguito di pressioni internazionali, tra cui l’approvazione del dispiegamento della forza di pace in Darfur Onu-Ua, ha sempre tentato di ostacolare l’intervento dell’Onu per tentare di mettere fine alle violenze nella tormentata regione sudanese.

Situazioni, queste, che effettivamente lasciano spazio a grossi dubbi sulla capacità “morale”della Cina ad ospitare i Giochi Olimpici, che si fondano su principi di lealtà e rispetto della dignità umana, che, in questo caso più che mai, andrebbero in contrasto con quelli che sono gli atteggiamenti del regime cinese a livello interno, come a livello internazionale. Un aspetto da non sottovalutare assolutamente però è quello che le Olimpiadi possono rappresentare un veicolo per portare la Cina a cambiare in modo decisivo la propria politica in ambito di diritti umani. Gli atleti che vi partecipano potrebbero giocare un ruolo fondamentale, lanciando da un palcoscenico mondiale come quello dei Giochi, appelli e messaggi di pace, sensibilizzando l’opinione pubblica e di conseguenza i Governi mondiali a fermare ogni tipo di repressione e guerra .

Riprendendo magari l’abitudine dei Giochi dell’antica Grecia, dove le nazioni partecipanti bloccavano ogni tipo di ostilità tra di loro per prendere parte a un evento che si fonda sulla pace e la lealtà tra i popoli di tutto il mondo.

per approfondimenti: peace reporter - dossier Cina Sudan

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, posted by David.Rettura at 0.03
La lettera D, quando siamo quasi giunti alla fine dell'attesa delle olimpiadi di Pechino, con l'Italia pallonara che ha già inferto un roboante 3 a 0 al temibile undici honduregno, ci poneva di fronte a svariate possibilità, alcune delle quali anche spigolose. Abbiamo scelto infine la Delocalizzazione. Questo appare essere come uno dei fenomeni più dirompenti della globalizzazione, in quanto è foriero di effetti sulla Cina come sull'Occidente e sul resto del mondo, con ricadute enormi nel breve termine ma anche forse nel lungo termine. Oggi l'Italia in questo processo sembra essere rimasta indietro, e sembra anche non aver compreso pienamente le potenzialità positive del fenomeno, privilegiando, vittima in questo della miopia delle sue classi dirigenti di ogni colore ed orientamento, che hanno sottostimato e mal interpretando il fenomeno, in quanto presi dalle beghe politiche interne ed usando anche la Cina a tale scopo. A solo titolo di esempio non possiamo non citare l'esempio del sinoscetticismo di Giulio Tremonti. Proprio di come in Italia la Cina venga ancora percepita in modo distorto, principalmente come un pericolo piuttosto che come una enorme opportunità ha parlato poche settimane fa in un intervento imprevisto ma certo altamente illuminante alla presentazione dell'ultimo numero di Limes, il marchio giallo, interamente dedicato alla Cina presso il Limes club Oltretevere, Cesare Romiti: forte della sua lunga frequentazione col Celeste Impero e del suo ruolo nell'associazione Italia Cina l'ex presidente della Fiat ha sottolineato come questo atteggiamento, proprio della politica ma ahimè diffuso anche nel mondo imprenditoriale finisca per essere in realtà anche controproducente. Delocalizzazione non può solo significare produrre in Cina (e non solo), per reimportare in Italia per la fase di rifinitura o ad uso del mercato o dei mercati di riferimento. Un atteggiamento simile è quello che ha portato quasi all'asfissia il settore tessile italiano, che un tempo fu asse portante del nostro mondo industriale, come testimoniano i classici esempi di Como e Schio come di Prato. E questo basterebbe anche tralasciando le implicazioni socio-morali connesse alle condizioni dei lavori tessili e non solo della Cina odierna, documentate oggi da lavori come China Blue. La Cina DEVE essere invece percepita come una grande opportunità in virtù del suo mercato interno che già oggi è enorme, con circa 400 milioni di consumatori le cui capacità di spesa sono già considerate a livelli vicini a quelli occidentali, ma che si prospetta ancora più vasto in un prossimo futuro anche se i molti sinoscettici, che stanno crescendo ovunque nel mondo anche nel novero degli economisti e non solo tra scienziati politici e moralisti più o meno pelosi, segnalano come questa progressione possa essere in fase di rallentamento; chi sembra aver appreso pienamente questa lezione, essendo presente in Cina per svilupparsi in quel mercato proponendo alcuni dei suoi prodotti è il sudtirolese salumificio Senfter. Certo è che la qualità dei prodotti cinesi sta crescendo anche nei prodotti di alta gamma, come testimoniano chiaramente gli esempi di Haier e Lenovo.
Indubbiamente argomento principe di coloro che ancora scelgono la tattica del mordi e fuggi, spesso mancando anche di tutelarsi da frequenti contraffazioni e copia dei brevetti e delle tecnologie, è quello del divario salariale: secondo il Business Atlas 2007 compilato dalle CCIE (Camere di Commercio Italiane all'estero), il salario di un operaio generico e di uno specializzato si ritrova in questi valori in alcuni paesi, con valori espressi in Euro:


Romania
100-250
170-500
Egitto
50-70
100-150
Brasile
128-220
400-1000
India
69-104
455-655
Cina
85-160
115-290


Ed è ovvio che il dirigismo sociale cinese e la flessibilità delle regole giuslavoristiche, di là delle dichiarazioni di principio od anche degli intenti, offrano un'occasione che faccia gola.

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giovedì 7 agosto 2008, posted by David.Rettura at 1.01
La lettera A che segue è destinata ad essere rappresentata, nel nostro dizionarietto, dall'America.
Riassumere i rapporti tra Cina ed America richiederebbe un ciclo seminariale più che un post, anche solo limitandosi alla Repubblica Popolare Cinese ed agli Stati Uniti come ad uno solo dei numerosissimi campi della conoscenza, e pensiamo alla cultura, alla storia, alla geopolitica, all'arte ed allo sport, cui si potrebbe ridurre l'analisi; è dunque intenzione del dottor D. limitarsi ad alcune linee generali che possano fare da stimolo per chi fosse interessato alle varie questione, con l'indubito vantaggio di mascherare l'ignoranza a riguardo dello stesso dottor D.
Per alcuni, come il controverso Gavin Menzies, autore del fortunato "1421" sulla supposta scoperta cinese dell'America ai tempi delle grandi esplorazioni dell'Oceano Indiano che ebbero nell'ammiraglio Zengh He il principale protagonista, il rapporto dei cinesi con il nuovo mondo precede di qualche decina d'anni quello degli europei d'Atlantico, ma si tratta di una tesi tutt'altro che pacifica nel novero degli studiosi di sinologia. Forse la prima pagina di questo rapporto che sia stata coscientemente scritta, ancorché destinata a rimanere separata dalle altre è quella del contributo di numerosissimi operai cinesi alla costruzione, nel ramo della Central Pacific della ferrovia che doveva fare parte della first transcontinental railroad. Dopo venne l'immigrazione dalla Cina che doveva stabilire in California come in svariate città della costa orientale le prime Chinatown che dovevano assurgere a mito come ad archetipo della cinesità agli occhi dell'americano comune. Già nel 1882 Robert Brown, nella sua Illustrated encyclopaedia of peoples and cultures of the world le analizzava come mondi a se stanti nel novero della cultura cinese. Così come i giapponesi, sia pure in minor misura, furono poi essi vittima delle restrittive leggi immigratorie americane, le leggi quota, che ridussero sensibilmente l'ingresso di cinesi negli USA. Solo in anni recenti gli asiatici americani hanno potuto avanzare nuovamente nella vita pubblica, quando anche l'ultimo shock nei rapporti "americani" tra le due culture, quello susseguente all'instaurazione, da parte di Mao, del regime comunista, si è lentamente riassorbito. Proprio a questo avvenimento lo storico conservatore britannico Paul Johnson faceva riferimento quando nella sua Storia del mondo moderno sostenne che il rapporto speciale costruito nel dopoguerra dagli USA con il Giappone doveva leggersi, anche al di là di circostanze politico-strategiche ovvie, come una risposta al tradimento perpetrato dalla Cina, figlia prediletta in quel d'Asia, contro i valori americani. Sino ad allora lo sforzo profuso dall'America e dagli americani in Cina era sembrato notevole, con il Protestantesimo americano che si era dato molto da fare in Cina anche per l'emancipazione dei poveri oltre che nel campo dell'evangelizzazione. Non sfugge certo a molti che prima dei lavori di Lin Yuntang, che ebbero larga eco in occidente, il ruolo di cantrice del popolo cinese, in romanzi animati da sincera partecipazione ai destini dei protagonisti, era stata la scrittrice americana Pearl Buck. Persino il primo agiografo di Mao doveva provenire dalle file americane nella persona di Edgar Snow che in molti articoli e poi libri doveva lasciare un'immagine epica dei mitologici anni dei soviet cinesi a Yennan. Dopo la nascita della Repubblica popolare tutto questo doveva andare nell'armadio dei ricordi per lasciare il passo ad una contrapposizione forte e prolungata; ancora il 28 marzo 1966 il dottor Walter Judd, davanti alla Commissione Esteri del Senato sosteneva che "The cause of Red China's hostility is not its isolatio, but the Communist doctrine of the necessity for use of armed force to acheive world revolution" [Ora in R. Hunter e F. Davis (cur.), The new Red China lobby, Constructive action, Whittier, 1966, p. 78]. Paradossalmente solo pochi anni più tardi, con l'ausilio della diplomazia del ping pong, doveva essere il noto anticomunista Nixon, consigliato da Kissinger, ad allacciare legami con la Cina Rossa.
Da allora, attraverso alti, come il viaggio di Deng Xiaoping negli USA nel 1979 e bassi come nel caso della Tienanmen dieci anni più tardi, il rapporto tra i due paesi si è consolidato anche nella consapevolezza dell'altro e della sua cultura che pervade oggi parte delle due popolazioni. Oggi si va chiudendo la presidenza Bush che iniziò definendo la Cina un competitore strategico, a poche settimane dall'incontro di pallacanestro tra USA e Cina alle olimpiadi di Pechino con Yao Ming grande stella della nazionale cinese. E della NBA.

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martedì 5 agosto 2008, posted by David.Rettura at 21.27

La scelta per la seconda I nella parola che stiamo componendo nel nostro dizionarietto è Islam; la scelta, nonostante gli accadimenti delle ultime ore, è stata fatta già da qualche giorno e dunque diamo la definizione che avevamo pensato, convinti che sia utile riflettere su quello che è lo stato delle cose. L'Islam in Cina è una presenza antica, che risale ai primi secoli di questa religione, ma è altresì irredimibile ad una visione unitaria. Esistono diversi Islam cinesi, in quanto ognuna delle minoranze nazionali, e sono svariate, che professa la religione di Allah, lo fa in una maniera tutta sua particolare, o quantomeno lo faceva prima che gli influssi culturali del Golfo Persico si facessero tanto forti da spingere molte tradizioni verso una omologazione la quale non è certo gradita al governo di Pechino, sempre estremamente attento alla forza delle influenze esterne sulla Repubblica Popolare ed in particolar modo, e la la lunga querelle col Vaticano ne è prova lampante, riguardo a quelle che ineriscano la sfera spirituale. L'Islam cinese, all'interno del sistema delle minoranze nazionali si è quindi connotato come un requisito eminentemente culturale connaturato a determinati stili di vita. Non rappresenta, per l'autorità, una libera scelta come la religione cristiana, bensì un portato della tradizione e come tale, nel quadro cinese che tende a non comprimere le nazionalità all'interno della fedeltà al sistema (ed accettando una certa supremazia degli Han, il gruppo dominante dei cinesi "cinesi"). Solo le sempre più ampie influenze arabe cui abbiamo accennato rendono dunque oggi, insieme coi sogni di indipendenza, autonomia o riunificazione nazionale coltivate da molte minoranze, la situazione dell'Islam cinese via via più precaria e meno aperta, sia che si consideri la situazione degli Uiguri ,alla ribalta per gli ultimi fatti di Kashgar, come quella dei più integrati Hui, più ortodossa espressione, in termini culturali, di "cinesi musulmani".

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lunedì 4 agosto 2008, posted by David.Rettura at 21.58

Siamo finalmente tornati al nostro dizionarietto e siamo arrivati alla lettera p di Partiti: pur dando per scontato che il partito è una accezione che ha avuto il suo sviluppo essenzialmente in occidente, con una diffusione quasi virale seguita alle rivoluzioni ed ai sommovimenti del XIX° secolo, nel XX° secolo si è poi diffuso pienamente nelle altre culture politiche arrivando anche in queste ad ottenere un posto prevalente nell'organizzaazione e nella veicolazione del consenso e delle istanze sociali. In Cina per molti secoli si era avuta una classe dirigente, quella cosiddetta mandarinale, inattaccabile ed inattaccata nei principi che ne facevano il perno del sistema, e solo le rivolte contadine, destinate all'insuccesso od a successi parziali che non mettevano affatto in crisi la struttura del potere, scuotevano di quando in quando, legate a doppio filo al regime oneroso dei contratti agrari ed al ciclico ripresentarsi di alluvioni e siccità, alcuni gangli del sistema. Le società segrete che tanta parte ebbero, a più riprese, nei profondi sconvolgimenti che dovevano minare le fondamenta di tale edificio nel XIX°, erano in larga parte inconsapevolmente figlie ed alleate degli interessi occidentali nell'opera di disgregazione della Cina che pure molte di queste dicevano di contrastare nei loro programmi. Solo nel XX° secolo si arriva a vedere in Cina il sorgere di formazioni politiche del tutto simili a quelle proprie dell'esperienza occidentale, e due di queste, il Kuomintang ed il Partito Comunista Cinese, saranno protagonisti assoluti dell'intero secolo e sono ancora oggi, con pesi e prospettive diverse, le architravi dello scontro politico cinese. Il primo, fondato dal dott. Sun Yat Sen come strumento della prima rivoluzione cinese, quella della prima repubblica, nato dunque come strumento di emancipazione nazionale della Cina inspirato alla modernizzazione giapponese ma diretto principalmente verso l'espansionismo nipponico nel paese, doveva allevare nel proprio seno anche l'embrione di quello che più tardi doveva diventare il suo più acerrimo nemico interno, ovvero il Partito Comunista Cinese, ma doveva altresì degenerare presto in un centro di potere frammentato tra tanti esponenti , per lo più militari, tra i quali doveva emergere come il vincitore Chiang Kai Schek, cognato di Sun Yat Sen. La Cina del Kuomintang che ci hanno raccontato vari resocontisti è una prosecuzione della decadenza dei decenni precedenti, senza più velleità riformatrici e debole nel contrapporsi all'invasore giapponese, la cui espansione, negli anni '30 del XX° secolo si faceva sempre più aggressiva, ma estemamente votato alla lotta verso i comunisti cinesi, nonostante i legami non deboli con l'URSS. Dopo la fine della guerra mondiale doveva riprendere la lotta civile con i comunisti che doveva risolversi in una sconfitta per il Kuomintang, i cui superstiti ripararono a Taiwan, dove per decenni dovevano vivere in un'esilio dorato sostenuto dagli Stati Uniti nella pretesa che null fosse cambiato e che loro rappresentassero la Cina vera. Dopo il riavvicinamento tra USA e Cina comunista all'epoca di Nixon e la morte di Chiang, il progresso economico sulle due sponde del Mar della Cina doveva portare a superare l'egemonia politica e sociale del KMT nella vita politica di Taiwan con il conseguenziale emergere di nuovi partiti, che hanno fatto della formale indipendenza dalla madrepatria, tema scottantissimo, una delle loro issue principali.

Sulla terraferma cinese doveva invece imposrsi il dominio del Partito Comunista: nato nella Shanghai industriale ed internazionale degli anni '20, con alla guida uomini privi di una vera e propria formazione socialista come uomini che invece avevano fatta propria questa dottrina nei loro viaggi dis tudio in Europa subito dopo la prima guerra mondiale, il partito doveva essere vittima, sino alla metà degli anni '30, di ricorrenti persecuzioni così come di ripetuti insuccessi politico-strategici. Solo quando l'analisi politica permise ai dirigenti di rendersi conto dell'effettiva natura contadina del paese, portando così alla nasacita di una via cinese al socialismo che doveva farsi autonoma, anche ideologicamente, rispetto al socialismo "mainstream", e con l'emergere di Mao ed altri dirigenti pronti a sfruttare appieno tali specificità anche nell'ambito militare, il partito invertì la tendenza arrivando alla stagione dei soviet cinesi negli anni '30. Dopo essersi buttato anima e corpo nella battaglia contro i giapponesi ed aver scalzato il Kuomintang dal potere il PCC edificò la Repubblica popolare. Questa, in sessant'anni circa, e pur tra molteplici e sanguinose contraddizioni e repressioni, ha traghettato la Cina al ruolo di player globale, lasciando addirittura trasparire negli ultimi anni, meno funestati da quelle battaglie politiche e di potere che l'hanno lungamente travagliata sino agll'inizio degli anni '90, l'emergere di quello che è stato chiamato Beijingoismo, ovvero un nuovo nazionalismo dialetticamente aggressivo ed intollerante verso le critiche esterne, fenomeno che i giochi olimipici con il loro corollario di criticità dall'estero sembra stia esacerbando. Certo fenomeni come il Grande Balzo in avanti, l'emancipazione dall'URSS e poi la Rivoluzione Culturale hanno rappresentato momenti critici di ampio spettro, con il popolo cinese chiamato a pagare il prezzo di lotte riconducibili spesso anche ad aggregazioni di potere pronte a sfruttare cinicamente tali accadimenti a vantaggio di propri fini interni, ma sono anche servite a rimodelalre un paese che necessitava di sforzi immensi per emanciparsi da situazioni talvolta rubricabili come medievali. Oggi sembra essere in atto una deideologizzazione del potere comunista, con i dirigenti della quarta generazione, come Hu Jintao e Wen Jiabao su tutti, la cui formazione ingegneristico-scientifica sembrerebbe renderli pronti, a gestire le nuove sfide in maniera pragmatica pur nel solco della tradizione del socialismo cinese.

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sabato 2 agosto 2008, posted by David.Rettura at 19.50
Arrivati alla quarta lettera del nostro dizionarietto ci si para davanti la lettera M, quarta lettera di quella parola, olimpiadi, che stiamo componendo. Questa lettera ci ha suggerito più di una voce, ed abbiamo alla fine deciso di attribuirle il significato di M come Muraglia; ciò non significa che diamo qui oggi una storia della grande muraglia cinese, ma vogliamo invece leggerne il significato metaforico. Come l'enorme costruzione fece in senso fisico, fu sempre o quasi una peculiarità dei cinesi il chiudersi al mondo esterno, anche in virtù di una superiorità politica e culturale professata verso ogni altro popolo; questo portò alla lunga all'inaridirsi della vena creativa della civiltà cinese, che pure ha donato al mondo alcune tra le più utili invenzioni come la carta e la polvere da sparo. Ma proprio questa sua supposta superiorità doveva metterla dopo il XVIII° secolo in una posizione di inferiorità verso potenze, segnatamente quelle europee del nord Atlantico, dotate di una maggiore determinazione e di una flessibilità ingegneristica che le rendevano necessitate ad una espansione coloniale. Per rimanere all'area culturale confuciana non può non saltare agli occhi la differenza con il Giappone, il quale pur inseguendo anch'esso a lungo il sogno dell'isolamento ed avendo risposto allo stesso modo alla "sfida" gesuita del XVII° secolo, seppe ibridarsi al momento necessario con la cultura vincente, così come aveva già fatto, ironia della sorte con la Cina, quando aveva acquisito a se i principi del Confucianesimo ed ancor più quelli del Buddismo. Per la Cina il solo liberarsi in maniera risoluta di molte sopravvivenze ormai desuete con l'arrivo della Repubblica nel 1911, ed ancor più con l'arrivo al potere dei marxisti, doveva rimettere definitivamente in corsa tali e tante energie che solo ora sembrano dispiegarsi in maniera sempre più dirompente, tanto che a molti analisti la rampante Cina attuale di Hu Jintao e Wen Jiabao è sembrata pronta ad una ripresa, mediata e metabolizzata all'interno del nuovo sistema, dei valori confuciani.
Proprio oggi che ricorre il 14 luglio non può non tornare in mente la profetica frase di Napoleone Bonaparte, propalata ai posteri da Alain Preyfitte, "Quand la Chine s'eveillera, le monde tremblera" (quando la cina si sveglierà, il mondo tremerà).
A presto con la lettera P.

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, posted by David.Rettura at 12.00
Proseguendo nel nostro improbabile dizionarietto cinese siamo oggi arrivati alla I di Italia:
L'Italia ama vantare una lunga tradizione di rapporti con la Cina, richiamandosi spesso al notissimo precedente di Marco Polo ed andando anche ancora più indietro ai tempi dell'antica Roma, e su questo richiamiamo al fondamentale contributo che Bertuccioli e Masini hanno dato nel loro ormai decennale volume Italia e Cina editato da Laterza già nel 1996.
E' certamente innegabile che la frequentazione tra il nostro paese ed il Celeste Impero è stata di elevata qualità, ma forse ha mancato di quantità e costanza in quanto la maggior parte dei contributi sono dovuti a viaggiatori avventurosi ma sempre privi di un progetto complessivo di respiro ampio, oppure, quando questo vi fu, come nel caso dei numerosi Gesuiti che furono in Cina durante secoli, sia pure a fasi alterne, non era certo un progetto italiano, perchè l'Italia in se non c'era se non nella coscienza di pochi, ma più ampiamente un progetto cristiano e Vaticano.
Marco Polo ci ha lasciato il suo Milione, la cui efficacia sta forse proprio nella sua assoluta naturalezza ed al suo essere slegato dalla politica o dall'analiticità. Sono i ricordi, spesso sconnessi, di un'uomo che andò in Cina senza preparazione e con il solo fine commerciale del profitto, e che affidò all'inchiostro i suoi ricordi senza riflessioni dotte od elucubrazioni filosofiche.

Ben diverso doveva essere il contributo di Matteo Ricci, la cui esperienza, culturalmente più matura, cosciente e meditata va però inserita in un contesto filosofico e "politico" dal quale mai il Ricci sembra discostarsi ed al quale aderisce con estrema convinzione e forza dialettica. Il tentativo ricciano, fatto suo da alcuni dei suoi successori, di penetrare all'interno del sistema cinese dalla porta della reggia e delle elites con un processo di camuffamento sinizzante, lo porta certo a leggere con attenzione e puntualità la realtà della Cina e questo ci offre ancora oggi un quadro complessivo ma come abbiamo detto, ideologicamente mediato, della Cina dell'età d'oro.

Un contributo anch'esso figlio del suo tempo ma meno dottrinario e più dominato da quella curiosità del viaggiatore che sarebbe diventata importante, è quello offerto da Francesco Giuseppe Gemelli Careri nel suo volume cinese del Giro del Mondo, scritto all'inizio del XVIII° secolo.
Meno forte si fa la presenza italiana nel XIX° secolo, quando il gigante cinese è costretto dagli eventi ad aprirsi al mondo e comincia a farsi oggetto di analisi da parte delle sinologie colonialiste della Francia e del mondo anglosassone, lanciato questo in un immane sforzo missionario protestante, anche se "di tutti i paesi, tuttavia, la Cina è ben quello in cui i missionari non sono potuti entrare se non con la protezione dei cannoni delle marine occidentali. Anche se essi perlopiù deploravano questo dato..." [A.Roux, Le missioni protestanti, in H.C.Puech (cur.), Storia del Cristianesimo, A. Mondadori, Milano, 1992, p. 694], a causa delle energie che il Risorgimento prima e l'unificazione poi sottraggono al paese.
Nel XX°secolo, prima che arrivasse, dagli anni '50 in avanti, la stagione di quelli che Hollander ha chiamato i "pellegrini politici", il rapporto si sarebbe declinato, salva la ripresa di un lavoro analitico di livello estremamente elevato, attraverso la chiave di lettura dell'esotismo, con i grandi successi delle opere di Lugi Barzini ma poi anche di Mario Appelius. Punto zenitale di questo esotismo fu certo il viaggio di Galeazzo ed Edda Ciano in Cina.
Particolarmente contrastante sarebbe stato il rapporto del Fascismo con la Cina: la simpatia inizialmente ricambiata per Chiang Kai Scheck doveva poi eclissarsi all'emergere del rapporto sempre più importante con il Giappone.

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venerdì 1 agosto 2008, posted by David.Rettura at 3.41

Proseguo nel mio piccolo e saccente dizionarietto con la L: L di Loess. Questo è il nome della fanghiglia trasportata dai grandi fiumi della Cina, equivalente al Limo dell'Egitto. E' apportatore di prosperità alla terra quando le dighe non lo trattengono o quando, come da sempre accade, ciclicamente la forza dei fiumi li fa debordare dai loro letti in modo da tale da farne degli apportatori di distruzione. Non posso dimeticare le pagine che a riguardo a scritto Pearl Buck, americana cantrice a lungo della vita tradizionale dei cinesi, in quello che viene considerato il suo capolavoro, La buona terra, edito in Italia da A. Mondadori. Il popolo cinese è stato come quasi tutti i popoli della terra un popolo contadino, ed anche adesso che il paese si è lanciato in una nuova estenuante corsa al progresso, la sua popolazione è fatta in massima parte da agricoltori che si possono considerare poveri o che sono quantomeno attardati nella corsa al progresso: di questa vivono gli svantaggi, che possono essere quelli di desiderare un computer oppure un cellulare, come quelli della nuova arretratezza delle campagne con il nuovo capitalismo che ha ormai spinto all'angolo le esperienze di agricoltura comunitaria, la cui fine ha fatto si la fortuna di molti, superando tante limitazioni e contraddizioni del passato, ma ha anche contribuito alla nuova povertà di molti ed all'irrobustirsi di quel fenomeno che è il depauperamento demografico delle zone rurali cui si contrappone l'urbanizzazione di massa delle zone in espansione.

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