
La singolare astrazione dei movimenti millenaristici ha spesso indotto gli osservatori a negare loro carattere non soltanto rivoluzionario ma anche sociale. Questo è proprio il caso di Davide Lazzaretti, il Messia del Monte Amiata. Si assume, ad esempio da parte del Barzellotti che i lazzarettisti rappresentarono un movimento puramente religioso. Questa tesi è, in ogni caso, avventata. Le comunità che espressero eresie millenaristiche non sono di quelle in cui possa tracciarsi una netta distinzione tra cose religiose e laiche. Non ha senso discutere se una setta sia religiosa oppure sociale, poiché comunque essa sarà sempre ed inevitabilmente ambedue le cose. E’ anche evidente, però, che i lazzarettisti si appassionavano di politica. La loro bandiera recava lo slogan «La Repubblica e il Regno di Dio» oppure «La Repubblica è il Regno di Dio», secondo le varie versioni, poiché l’Italia era in quell’epoca una monarchia. Marciando in corteo, essi cantava no — forse riecheggiando i canti della guerra italiana di liberazione del 1859-60:
Andiam per la fede
La patria a salvare,
Evviva la Repubblica,
Iddio e la libertà.
E lo stesso Messia così si rivolgeva al suo popolo, ricevendone risposta:
«Che cosa volete da me? Io porto la pace e la misericordia. Volete questa?». Ed il popolo, sempre eguale, rispose a gran voce: «Sì, la pace e la misericordia».
«Siete contenti di non pagare più tasse?». Ed il popolo esultante accompagnò la sua affermazione col plauso più entusiasta.
«Siete contenti della Repubblica?». Ed il popolo, senza neppure comprendere il significato della parola, rispose un’altra volta: sì!
«Ma non crediate che questa sia quella Repubblica del ‘49; ma pensate ch’è la Repubblica di Cristo. Dunque gridate tutti con me: Evviva la Repubblica di Dio».
Non c’è da sorprendersi se le autorità del regno d’Italia, distinto dalla Repubblica di Dio, consideravano i lazzarettisti come un movimento sovversivo.
Il Monte Amiata si trova all’estremità sudorientale della Toscana, ai confini con l’Umbria e il Lazio. Il lazzarettismo era, ed è tuttora, ambientato parte in zona montagnosa, molto arretrata, di pastorizia e agricoltura — in misura minima anche mineraria — e parte nella pianura costiera, la maremma, di pressoché pari arretratezza; pare però che la maggior parte delle forze lazzarettiste sia venuta dalle montagne. La zona era estremamente arretrata sia dal punto di vista economico che da quello culturale. I due terzi circa della popolazione di Arcidosso, il centro principale della regione, era composto da analfabeti, per essere precisi il 63% dei suoi 6491 abitanti. Gli abitanti erano contadini proprietari o mezzadri, scarseggiavano il bracciantato e l’industria. Che gli amiatini fossero «terribilmente» poveri o soltanto «molto» poveri può essere materia di discussione; quel che invece è certo è che l’avvento dell’unità italiana cominciò a immettere questa zona estremamente arretrata nel circuito economico dello stato liberale italiano e a creare una notevole tensione ed irrequietezza sociale.
Il brusco ingresso del capitalismo moderno nella società contadina, di solito sotto l’aspetto di riforme liberali o giacobine (introduzione di un libero mercato delle terre, laicizzazione delle proprietà ecclesiastiche, ripartizione delle terre comuni, leggi forestali ecc.) ha sempre prodotto in quella società l’effetto di un cataclisma. Quando ciò si verifica all’improvviso, come risultato di una rivoluzione o di un vasto mutamento di leggi e di politiche, di una conquista o simili, senza essere stato adeguatamente preceduto dall’evoluzione delle forze sociali locali, i suoi effetti risultano quanto mai inquietanti. Sul Monte Amiata la maniera più appariscente con cui il nuovo sistema sociale si sovrapponeva al vecchio erano le tasse; come del resto era altrove. La costruzione delle strade, iniziata nel 1868, fu pagata con i tributi locali e le città e i paesi della zona ne sopportarono il peso. A Castel del Piano, Cinigiano, Roccalbegna e Santa Fiora l’ammontare delle sopratasse provinciali e comunali era più del doppio dell’importo delle tasse erariali e ad Arcidosso era tre volte tanto. Si trattava principalmente di tasse sui terreni e sui fabbricati. Non c’è da meravigliarsi che gli esattori di Santa Fiora si lamentassero che alcuni negozianti rifiutavano di pagare perché Lazzaretti aveva promesso loro che non avrebbero più pagato tasse. Anche qui, come dappertutto, l’introduzione della legge piemontese quale legge comune a tutta l’Italia, cioè di un rigido codice di liberalismo economico, gettò la società locale nella confusione. Cosi la legge forestale, con la pratica abrogazione dei diritti consuetudinari di libero pascolo, di legnatico e simili, si abbatté tragicamente sui piccoli proprietari marginali ed esacerbò i loro rapporti con i maggiori proprietari terrieri . Così è naturale che Lazzaretti predichi un nuovo ordine di cose, in cui proprietà e terra vengono distribuite diversamente, fittavoli e mezzadri godono di una maggior quota di prodotto. (La lotta per una maggiore quota di prodotto è rimasta fino a oggi il tema dominante dell’economia agricola dell’Italia centrale e forse è la ragione principale per cui quella regione è una delle più saldamente comuniste, nonostante la pratica mancanza di latifondi ed industrie. La provincia di Siena, in cui rientra parte del Monte Amiata, vanta la più alta percentuale di voti comunisti in tutta Italia, il 48,8% nel 1953). Esistevano quindi condizioni favorevoli per un movimento di agitazione sociale. E, a causa dello straordinario isolamento di quell’angolo di Toscana, un tale movimento fu portato ad assumere una forma piuttosto primitiva.
Torniamo ora a Davide Lazzaretti. Era nato nel 1834 e faceva il carrettiere, viaggiando su e giù per la regione. Benché proclamasse di avere avuto una visione all’età di quattordici anni — nel 1848, l’anno della Rivoluzione — se ne parlava come di un materialista, per non dire un bestemmiatore, fino alla conversione, avvenuta nel 1868. La data è significativa perché coincide con uno degli anni di grande fermento popolare in Italia. Il raccolto del 1867 era stato cattivo, era in corso una crisi industriale, e, soprattutto, la tassa sul macinato, imposta quell’anno dal Parlamento, aveva fatto aumentare i prezzi dei generi alimentari e creato grave malcontento negli ambienti rurali. In tutte le province, salvo dodici, l’imposizione di questa tassa suscitò disordini; il risultato fu qualcosa come 257 morti, 1099 feriti e 3788 arresti. Più che naturale, quindi, che in quell’anno un contadino attraversasse una crisi intellettuale e spirituale. Per di più l’inconibente conflitto franco-prussiano, e le sue possibili (poi divenute elfettive) conseguenze per il Papato, commossero profondamente le coscienze cattoliche. Lazzaretti a quel tempo era papalino, nonostante la sua predicazione avesse alcune intonazioni di sinistra e repubblicane, naturali per un uomo che aveva combattuto come volontario nell’esercito nazionale nel 1860. I papalini, in opposizione al governo ateo, in quell’epoca incoraggiavano in ogni caso le agitazioni agrarie — i disordini furono particolarmente intensi nelle province ex papali e si faceva uso di slogans di ispirazione cattolica —, e si diceva anche che proteggessero il Lazzaretti della prima maniera, la cui predicazione poteva fare da contrappeso alla influenza laica liberale. Certamente egli godette per un lungo periodo di tempo dell’appoggio semiufficiale della Chiesa.
Lazzaretti, acquistata nella zona la fama di sant’uomo dopo il 1868, cominciò a elaborare le proprie dottrine e profezie. Egli era convinto di essere un lontano discendente di un re francese (la Francia in quell’epoca era il principale sostegno del Papato). Sul finire del 1870 nei Rescritti profetici, intitolati anche Il risveglio dei popoli, egli previde l’avvento di un profeta, capitano, legislatore e riformatore di leggi, un nuovo pastore del Sinai, che sarebbe sorto a liberare i popoli allora gementi «come schiavi sotto il dispotico potere del mostro dell’ambizione, dell’ipocrisia, dell’eresia e dell’orgoglio». Un re, cui sarebbe toccato il compito di riconciliare la Chiesa con il popolo italiano, «discenderà dai monti, seguito da mille giovani, tutti di sangue italiano, e questa sarà chiamata la milizia dello Spirito Santo» e avrebbe restaurato l’ordine morale e civile. Presto cominciò a fondare colonie comuniste sul Monte Amiata, dove i fedeli costruirono per lui una chiesa e una torre. Ciò portò all’accusa di attività sovversive ma Lazzaretti riuscì ad evitare la condanna grazie ad alcuni influenti sostenitori locali.
Da allora si lasciò sempre più alle spalle la vecchia ortodossia. Nel corso di vari digiuni e viaggi sviluppò gradualmente la versione definitiva della propria dottrina. Egli, Lazzaretti, doveva essere il re ed il Messia. Il Signore avrebbe costruito sette città sacre, una sul Monte Amiata e le altre in diversi paesi e luoghi adatti. Fino ad allora c’era stato il Regno della Grazia (che egli identificava con il pontificato di Pio IX), sarebbero poi venuti il Regno della Giustizia e quindi la Riforma dello Spirito Santo, terza e ultima età del mondo. Grandi sciagure sarebbero state il presagio della liberazione definitiva degli uomini per mano di Dio, ma lui, Lazzaretti, sarebbe morto. Gli studiosi del pensiero medievale, e delle dottrine di Gioacchino in particolare, si renderanno conto del sorprendente parallelismo fra questa dottrina e quelle della tradizionale eresia popolare.
Il momento cruciale arrivò nel 1878. All’inizio dell’anno morirono Vittorio Emanuele e Pio IX e di qui — secondo Lazzaretti — avrebbe avuto fine la successione dei pontefici. È inoltre opportuno ricordare che incombeva sull’Italia la crisi agricola. Dal 1875 si era verificata una caduta dei prezzi del grano e dei salari e pur non essendovi alcuna ragione particolare per la scelta del 1878, dato che fu il 1879 l’anno veramente catastrofico in Italia e in diverse altre regioni di Europa — la depressione degli anni precedenti aveva ormai convinto, i contadini toscani che i segni e i presagi della fine del mondo, stavano per avverarsi. Lazzaretti ritornò dalla Francia, dove aveva trovato dei protettori facoltosi, e si proclamò Messia. Naturalmente, quando ne informò il Vaticano, fu scomunicato. Ma sul Monte Amiata la sua influenza era enorme. Da lui accorrevano in folla uomini e donne, al punto che le chiese del luogo rimanevano vuote. Egli annunciò che sarebbe sceso dalla montagna nel giorno precedente la Assunzione, il 14 agosto. Si riunì una folla di 3000 persone, non sappiamo quanti per osservare e quanti per Sostenerlo. I suoi seguaci indossavano le speciali divise comprate e fatte confezionare da lui per la «Legione italiana» e la «Milizia dello Spirito Santo». Venne issata la bandiera della Repubblica di Dio. Per vari motivi la discesa dal monte fu rimandata al 18 agosto. In quel giorno i lazzarettisti scesero al canto di inni dalla montagna ad Arcidosso e incontrarono i carabinieri, che ingiunsero loro di tornare indietro, Lazzaretti rispose: «se volete pace, vi porto pace, se volete pietà, avrete pietà, se volete sangue, eccomi». Dopo un confuso scambio di parole, i carabinieri aprirono il fuoco e Lazzaretti fu tra i morti. I suoi principali apostoli e leviti vennero processati e condannati; la corte tentò invano di dimostrare che essi volevano saccheggiare le case dei ricchi e scatenare una rivoluzione terrena. Naturalmente non era vero. Essi stavano erigendo la Repubblica di Dio, la terza e ultima età del mondo, impresa ben più importante che saccheggiare le case dei signori Pastorelli. Solo, come era stato dimostrato, i tempi non erano maturi.
Sembrò cosi che per i lazzarettisti fosse arrivata la fine, salvo per i più fedeli discepoli, che tirarono ancora avanti; l’ultimo morì nel 1943. Infatti un libro scritto in quell’anno parla dell’ultimo dei giurisdavidici». C’è però un epilogo. Quando nel 1948 ci fu un attentato alla vita di Togliatti, leader comunista italiano, in diverse zone i comunisti credettero che fosse arrivato il grande giorno e cominciarono subito ad assaltare i posti di polizia e a impadronirsi del potere con altri mezzi fin quando non intervenne l’azione moderatrice dei capi. Tra le varie zone in cui si verificarono queste rivolte c’era Arcidosso. Più tardi un esponente comunista che teneva là un comizio, spinto dalla propria mentalità storicistica, non poté resistere alla tentazione di richiamarsi al profeta Lazzaretti e al massacro del 1878. Dopo il comizio diversi partecipanti alla riunione lo presero da parte e gli esternarono tutta la loro gioia per quello che egli aveva detto. Erano lazzarettisti: ce n’erano parecchi nella zona. Naturalmente, poiché erano contro la polizia e contro lo Stato, stavano dalla parte dei comunisti. Certamente anche il profeta sarebbe stato dalla stessa parte. Ma fino a quel momento essi non avevano saputo che la nobile opera di Davide Lazzaretti fosse apprezzata dagli stessi comunisti. Il movimento millenaristico originario aveva così continuato ad esistere in forma sotterranea (i movimenti contadini hanno capacità di esistere anche a livello così ridotto da riuscire impercettibile agli osservatori cittadini). Era stato assorbito da un movimento rivoluzionario più vasto e più moderno. La rivolta di Arcidosso del 1948 fu una nuova, e in certo senso riveduta edizione della discesa dal Monte Amiata.
Chi furono o chi sono i lazzarettisti? Com’è naturale, pochi erano i ricchi, ma pochi anche i nullatenenti. Il nucleo centrale sembra si trovasse fra piccoli contadini, mezzadri, artigiani e simili dei piccoli paesi di montagna. E così è ancora oggi, nonostante i contadini appartenenti alla setta, come spesso accade, abbiano cercato di prosperare nelle faccende terrene ed abbiano raggiunto una agiatezza superiore alla media, cosicché oggi tra loro si contano molti ricchi, rispettati dai propri concittadini. L’esperienza infatti dimostra che le eresie pure di tipo medievale al giorno d’oggi hanno forse meno presa sui nullatenenti, i quali puntano decisamente ai movimenti socialisti e comunisti, che sui piccoli contadini in lotta per l’esistenza, operai agricoli, artigiani di paese e simili. La loro condizione li spinge nello stesso tempo avanti e indietro: verso una società nuova e verso il sogno di un passato puro, l’età dell’oro o i «bei tempi passati»; e forse la setta millenaristica esprime questo dualismo. In ogni caso le varie sette eretiche, germogliate nell’Italia meridionale, in un’atmosfera che ricorda il rivoluzionarismo dei contadini al tempo di Lutero più che di Lenin, sembrano dimostrare questa tendenza, per quanto non possiamo esserne certi finché non sarà stato seriamente iniziato lo studio, così necessario, delle eresie contadine del Sud (dalle più antiche comunità valdesi o dalla Chiesa dei fratelli cristiani alle più moderne della chiesa pentecostale, avventisti, battisti, testimoni di Geova e Chiesa di Cristo). In ogni caso Chironna Evangelico, la cui autobiografia fu scelta da Rocco Scotellaro come tipica di tal genere di contadini, è un operaio agricolo e mezzadro «nato da una modesta famiglia di piccoli coltivatori diretti». I famosi ebrei di San Nicandro sembra appartengano ad analoghe classi sociali; il promotore era piccolo proprietario terriero e numerosi esponenti erano artigiani (calzolai, ecc.). I pentecostali, secondo la signora Cassin, hanno un seguito speciale fra gli artigiani; gli organizzatori sindacali della confederazione generale italiana del lavoro (CGIL) della provincia di Foggia ritengono che l’organizzazione dei protestanti sia composta principalmente di piccoli contadini, «una setta di ortolani», come mi è stato detto da uno di essi.
Ma i lazzarettisti non hanno affinità soltanto con il socialismo o con il comunismo. Il fermento religioso è appena uno degli aspetti del rivoluzionarismo endemico tra i contadini del Sud, anche se tende ad acquistare un ruolo di preminenza laddove non abbia ancora assunto un’espressione politica o l’abbia rinnegata (sempre che possa al riguardo ritenersi probante l’esperienza del Monte Gargano). Cosi il protestantesimo realizzò i primi importanti progressi dopo il 1922, cioè dopo la sconfitta delle leghe contadine, il trionfo del fascismo e la fine della emigrazione in America. Mi risulta, inoltre, che nel Foggia non c’è motivo di ritenere che il settarismo sia alquanto più forte ai margini del Tavoliere che nelle pianure di forte e antica tradizione socialista. Tuttavia in una situazione quale quella dell’Italia meridionale, per un eretico religioso è praticamente impossibile non allearsi con i movimenti laici anticlericali ed è molto difficile non simpatizzare in qualche modo con i rivoluzionari; non si può quindi tracciare una linea netta di separazione tra contadini socialcomunisti e contadini militanti in sette religiose. Mi risulta che la grande maggioranza degli ebrei convertiti di San Nicandro hanno votato per il partito comunista (il Comune è roccaforte delle sinistre), ed i comunisti locali (alcuni dei quali sono imparentati ai protestanti) li considerano «quasi tutti dei nostri». Numerosi protestanti sono anche comunisti militanti ed esistono casi di testimoni di Geova eletti segretari delle Camere del lavoro o, con non poco imbarazzo delle gerarchie del partito, delle sezioni locali. Tuttavia questa tendenza dei contadini eretici a legarsi anche ai movimenti di sinistra non deve venire riferita al millenarismo religioso politico puro, qual è il lazzarettismo. Esso si presenta come un fenomeno piuttosto eccezionale almeno nell’Europa occidentale e meridionale, per quanto ulteriori ricerche frutterebbero forse la scoperta di altri esempi da collocare a fianco del Messia del Monte Amiata.
[E.J. Hobsbawn,
I ribelli. Forme primitive di rivolta sociale, Torino, Einaudi, 2002, pp. 85-94]
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