
Pubblichiamo alcuni momenti tra i più significativi di quattro interviste fatte negli Anni Settanta da
Oriana Fallaci, che rappresentano una testimonianza davvero eccezionale per il coraggio mostrato nel porre domande ai suoi importanti interlocutori che oggi, purtroppo, è difficile rinvenire nelle affollate conferenze stampa organizzate più per celebrare che conoscere l'intervistato.
A Ruhullah Musavi Khomeini (in “Corriere della Sera”, 26 settembre 1979)
La prego, Imam: devo chiederle ancora molte cose. Di questo “chador” ad esempio, che mi hanno messo addosso per venire da lei e che lei impone alle donne. Mi dica: perché le costringe a nascondersi come fagotti sotto un indumento scomodo e assurdo con cui non si può lavorare né muoversi? Eppure anche qui le donne hanno dimostrato d’essere uguali agli uomini. Come gli uomini si sono battute, sono state imprigionate, torturate, come gli uomini hanno fatto la rivoluzione...
Le donne che hanno fatto la rivoluzione erano e sono donne con la veste islamica, non donne eleganti e truccate come lei che se ne vanno in giro tutte scoperte trascinandosi dietro un codazzo di uomini. Le civette che si truccano ed escono per strada mostrando il collo, i capelli, le forme, non hanno combattuto lo Scià. Non hanno mai fatto nulla di buono quelle. Non sanno mai rendersi utili: né socialmente, né politicamente, né professionalmente. E questo perché, scoprendosi, distraggono gli uomini e li turbano. Poi distraggono e turbano anche le altre donne.
Non è vero, Imam. E comunque non mi riferisco soltanto a un indumento ma a ciò che esso rappresenta: cioè la segregazione in cui le donne sono state rigettate dopo la rivoluzione. Il fatto stesso che non possano studiare all’università con gli uomini, ad esempio, né lavorare con gli uomini, né fare il bagno in mare o in piscina con gli uomini. Devono tuffarsi a parte con il “chador’ A proposito, come si fa a nuotare con il “chador”?
Tutto questo non la riguarda. I nostri costumi non vi riguardano. Se la veste islamica non le piace, non è obbligata a portarla. Perché la veste islamica è per le donne giovani e perbene.
Molto gentile. E, visto che mi dice così mi tolgo subito questo stupido cencio da medioevo. Ecco fatto. Però mi dica: una donna che come me ha sempre vissuto tra gli uomini mostrando il collo e i capelli e gli orecchi, che è stata alla guerra e ha dormito al fronte con i soldati, è secondo lei una donna immorale, una vecchiaccia poco perbene?
A Yasser Arafat (in “L’Europeo” del 12 marzo 1970, ora in Intervista con la Storia, 1974)
Abu Ammar, lei non è un uomo giusto. Io sono qui e sto ascoltando lei. E dopo questa intervista riferirò parola per parola ciò che mi ha detto lei.
Voi europei siete sempre per loro. Forse qualcuno di voi incomincia a capirci: è nell’aria, si annusa. Ma in sostanza restate per loro.
Questa è la vostra guerra, Abu Ammar, non è la nostra. E in questa vostra guerra noi non siamo che spettatori. Ma anche come spettatori lei non può chiederci d’essere contro gli ebrei e non deve stupirsi se in Europa, spesso, si vuoi bene agli ebrei. Li abbiamo visti perseguitare, li abbiamo perseguitati. Non vogliamo che ciò si ripeta.
Già, voi dovete pagare i vostri conti con loro. E volete pagarli col nostro sangue, con la nostra terra, anziché col vostro sangue, con la vostra terra. Continuate a ignorare perfino che noi non abbiamo nulla contro gli ebrei, noi ce l’abbiamo con gli israeliani. Gli ebrei saranno i benvenuti nello Stato democratico palestinese: gli offriremo la scelta di restare in Palestina, quando il momento verrà.
Abu Ammar, ma gli israeliani sono ebrei. Non tutti gli ebrei si possono identificare con Israele ma Israele non si può non identificare con gli ebrei. E non si può pretendere che gli ebrei di Israele vadano un’altra volta a zonzo per il mondo onde finire nei campi di sterminio. È irragionevole.
Così, a zonzo per il mondo volete mandarci noi.
No. Non vogliamo mandarci nessuno. Tanto meno voi.
Però a zonzo ci siamo noi, ora. E se ci tenete tanto a dare una patria agli ebrei, dategli la vostra: avete un mucchio di terra in Europa, in America. Non pretendete di dargli la nostra. Su questa terra noi ci abbiamo vissuto per secoli e secoli, non la cederemo per pagare i vostri debiti. State commettendo uno sbaglio anche da un punto di vista umano. Com’è possibile che gli europei non se ne rendano conto pur essendo gente così civilizzata, così progredita, e più progredita forse che in qualsiasi altro continente?
A Reza Pahlavi (in “L’Europeo”, 1 novembre 1973; poi in Intervista con la Storia, 1974)
Forse mi sono spiegata male, Maestà. Io alludevo alla democrazia come la intendiamo noi in Occidente, cioè a quel regime che consente a chiunque di pensarla come vuole e si basa su un Parlamento dove anche le minoranze sono rappresentate...
Ma quella democrazia io non la voglio! Non l’ha capito? Io non so che farmene di una simile democrazia! Ve la regalo tutta, potete tenervela, non l’ha capito? La vostra bella democrazia! Ve ne accorgerete tra qualche anno dove conduce la vostra bella democrazia.
Be forse è un po’ caotica. Ma è l’unica possibile se si rispetta l’Uomo e la sua libertà di pensiero.
Libertà di pensiero, libertà di pensiero! Democrazia, democrazia! Coi bambini di cinque anni che fanno gli scioperi e sfilano per le strade. È democrazia questa? È libertà?
So che il mio libro sul Vietnam fu tolto dalle librerie quando Nixon venne qui e ci fu rimesso soltanto dopo che lui fu partito.
Come?
Sì, sì.
Ma lei non sarà mica sulla lista nera?
Qui a Teheran? Non so. Potrebbe darsi. Io sono sulla lista nera di tutti.
Uhm... Perché io la sto ricevendo a palazzo ed è qui, seduta accanto a me...
Certo. Però vorrei chiederle una cosa, Maestà. Vorrei chiederle: se, anziché essere italiana, fossi iraniana e vivessi qui e pensassi come penso e scrivessi come scrivo, cioè se la criticassi, lei mi butterebbe in galera?
È probabile. Se ciò che pensa e che scrive non andasse d’accordo con le nostre leggi, sarebbe processata.
A Muammar Gheddafi (in “Corriere della Sera”, 2 dicembre 1979)
Colonnello, colonnello! Scusi se la interrompo. Ma in tutta questa roba, c’è un posticino per la libertà?
La libertà?! Che libertà? È questa la libertà. L’unica, vera, reale libertà. Perché mi pone un quesito simile?
Perché ho letto che l’anno scorso ha fucilato quaranta ufficiali a cui non piace va la Jamahiriya. E poi ho letto che nel 1977 ne ha fucilati cinquantacinque per la stessa ragione. E poi ho letto che mesi fa a Bengasi ha impiccato sulla pubblica piazza un mucchio di studenti che si ribellavano al Libro Verde.
Ecco le cose che mi fanno perdere fiducia nell’Occidente. Ma perché scrivete queste cose non vere?
Chissà. Gente invidiosa, forse. Dica, colonnello: lei crede davvero che questo libretto verde cambierà il mondo?
Senza dubbio. Sì, non c’è dubbio. Il Libro Verde è il prodotto della lotta del genere umano, il Libro Verde è la guida nel viaggio dell’emancipazione dell’Uomo, il Libro Verde è il Vangelo. Il nuovo Vangelo. Il Vangelo della nuova era, l’era delle masse.
Lei non è molto umile, eh?
No, io non sono umile. Perché posso resistere agli attacchi del mondo intero e perché col Libro Verde ho risolto i problemi dell’Uomo e della società.
Colonnello, posso farle un’ultima domanda? Lei crede in Dio?
Ovvio! Certo! Perché mi chiede una cosa simile?
Perché credevo che Dio fosse lei.
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