lunedì 30 giugno 2008, posted by vito.cirillo at 11.39
Il Presidente degli Usa George W. Bush, ormai alla fine del suo doppio mandato presidenziale, non ha potuto realizzare quello che era il suo sogno. Infatti, nell'ottobre 2001 proclamò la necessità della nascita di uno stato palestinese accanto a quello israeliano.
Egli avrebbe voluto passare alla storia con la realizzazione di questo sogno. Data la situazione mediorientale, però, questo sogno non sarà realizzato durante il suo mandato che scade a novembre, soprattutto, perché l'ANP è divisa in due fazioni in lotta tra loro: Al Fatah e Hamas.

Etichette: , , , ,

 
, posted by vito.cirillo at 10.48
Dopo mesi di dure contrapposizioni, aspre polemiche e persino di insulti, Barak Obama e Hillary Clinton si sono presentati uniti ad una manifestazione. Il luogo non è stato scelto a caso: si chiama Unity ed è una cittadina del New Hampshire.
Era ora.
La grande novità di questa campagna per le primarie del Pd (statunitense) può diventare anche una novità assoluta nella storia politica degli Usa: un afro-americano alla presidenza ed una donna alla vice presidenza.
McCain permettendo....

Etichette: , , ,

 
domenica 29 giugno 2008, posted by vito.cirillo at 11.22
La scoperta della propria identità (favorita dai genitori e dalla scuola), l'appropriazione di sé e il perfezionamento di sé, l'acquisizione del senso di socialità rendono l'uomo tale da poter vivere positivamente, costruttivamente nella società.
Se diventa un politico, lo sarà nel senso migliore del termine: operare per il bene pubblico, mossi da moralità e onestà. Qualsiasi cosa diventi, agirà con coscienza, coerenza, costruttività. Si sentirà parte di un corpo (la società) in cui ogni parte ha una sua necessaria funzione. E se una parte soffre, tutto il corpo soffre. Ingiustizie, iniquità, particolarismi, faziosità discriminanti sono malattie del corpo sociale che vanno curate ed estirpate.
Solo una mentalità neoumanistica, non certamente quella imperante (disumanistica), può aiutare l'uomo di oggi: il problema è di cura radicale, non di palliativi e interventi limitati e superficiali. Il mondo globalizzato di oggi va curato con cure globali e radicali. In caso contrario, il futuro può essere tenebroso.
Il futuro non solo degli uomini, ma dell'intero pianeta.

Etichette:

 
, posted by vito.cirillo at 9.54
L'UA si trova in un grande imbarazzo.
Nello Zimbabwe, si sta verificando una situazione paradossale. Il presidente Robert Mugabe che detiene il potere dal 1980 non ha accettato il responso delle ultime elezioni che avevano premiato il leader dell'opposizione Morgan Tsvangirai.
Davanti alle violenze, quest'ultimo ha rinunciato al ballottaggio, rifugiandosi presso l'ambasciata olandese.
All'Onu, nel frattempo, non è passata una mozione della Gran Bretagna di condanna dell'operato di Mugabe perché l'amabsciatore del Sud Africa si è opposto.
Speriamo, a questo punto, che il novantenne Nelson Mandela faccia sentire la sua voce esercitando la sua influenza contro l'oppressione ed il dispotismo.

Etichette: , , ,

 
sabato 28 giugno 2008, posted by roberto.bonuglia at 2.21

Dopo le ultime mail arrivate, occorre fare una precisazione concernente un pregiudizio ancor oggi assai diffuso e dovuto a studiosi soprattutto ottocenteschi come Johann Jakob Bachofen, autore di Das Mutterrecht (1861), e che continua a trovare largo credito: quello della Grande Madre una sorta di archetipo femminile che sarebbe stata la divinità principale delle società “primitive” le quali avrebbero avuto una struttura matriarcale.

Che la divinità principale di molte religioni sia stata e sia femminile, è fuori dubbio: è il caso del Giappone (la dea-sole) e si potrebbe richiamare alla memoria il filo conduttore de Il Codice da Vinci di Dan Brown. Ma che nello sviluppo dei gruppi umani ci sia stato un periodo iniziale in cui il potere era delle donne, è pura invenzione di antropologi incapaci di concepire gruppi umani senza potere, non gerarchici. Eppure, questi ci sono, esistono tutt’oggi: ci sono, infatti, strutture umane in cui non comandano né uomini né donne (concetto difficilmente accettabile, agli occhi di chi vede tutto in termini di dominio, distribuzione degli incarichi, ruoli prescrittivi, etc...).
La Grande Madre è stata effettivamente, a volte, una divinità protettrice della fecondità, spesso connessa con il culto della Terra. Ma di epoca paleolitica sono statuine con larghi fianchi, natiche abbondantissime, seni vistosi, gambe, braccia e teste ridotte a semplici accenni, le cosiddette “Veneri steatopigiche”, che non sono ricollegabili di certo alla fecondità dei campi, perché i cacciatori del paleolitico non coltivavano la terra. Immagini dello stesso tipo ricompaiono soltanto in epoca neolitica, e quindi a grandissima distanza di tempo, quando cominciò a svilupparsi l’agricoltura.
Oggi si tende a vedere le cose in termini alquanto diversi da un tempo, e a non istituire un rigido collegamento tra immagine femminile e fecondità, cioè a non ricondurre alla connessione tra fertilità della madre e fecondità della terra il mito di una grande divinità femminile. La donna, per le sue caratteristiche fisiologiche e psichiche (periodicità mensile, procreazione, etc.) è percepita dalla fantasia creatrice, non soltanto maschile ma anche delle stesse donne, quale essere che sta “dalla parte della natura”, sia come “strumento” di questa sia come simbolo della sua creatività. Ora, la natura è intesa, nelle società organizzate, fondate sulla produzione e sul lavoro, come opposta alla cultura, pur essendo vista come la base imprescindibile della cultura stessa. Ne consegue che ogni attività culturale e soprattutto quelle di intervento sulla natura costituiscono un “rischio” del quale bisogna garantirsi l’esito e contro il quale, si devono erigere difese e compiere esorcismi. Il rischio è comunque presente anche nel caso che si sia dediti alla caccia, cioè non ci si opponga alla natura ma si viva con essa in un rapporto di fratellanza o comunanza. Rischio estremo è, del resto, anche il nascere e il morire, e il legame della donna con la natura è perciò un nesso che permette di “intervenire” sull’aldilà, sulle “potenze” extraumane. La donna è concepita, simbolicamente, come il tramite più immediato e visibile (o, se si preferisce, controllabile) con la “natura” ovverosia con l’aldilà.
L’immagine femminile è dunque quella di una potenza simbolica e primaria, scissa dal potere reale, che nulla ha a che fare con la logica del dominio, con la sovranità o la costrizione. Un matriarcato non è mai esistito, e la donna non è concepita soltanto come madre; anzi, è un’immagine cosi poliedrica e ambigua, da poter assurgere, anche al “ruolo” di Vergine. A questa visione delle cose vanno accostate le molte immagini di Signore degli Animali dei gruppi di cacciatori, i cui echi perdurarono a lungo nel mondo agricolo (Artemide in Grecia).
La donna è, simbolicamente, una potenza che può essere benefica ma anche distruttiva, come la Durga indiana (una delle versioni della sposa di Shiva) oppure le figure connesse con il mondo dei morti (Ecate in Grecia, Izanami e le “megere infernali” in Giappone). La donna è, quindi, un “veicolo”, è l’immagine simbolica più immediatamente percepibile della creatività, e dunque fonte e oggetto di sentimenti disparati, tra l’altro angoscia e ansia di fronte al mistero impenetrabile dell’esistenza.

Nell'immagine del post: Donna creatrice, tecnica mista su tavola da riciclo (cm 50×60)

Etichette: , , ,

 
venerdì 27 giugno 2008, posted by roberto.bonuglia at 10.46
Il termine animismo fu introdotto dall’antropologo inglese Edward Burnett Tylor nel volume Primitive Culture del 1871, per designare idee e credenze dei cosiddetti popoli “primitivi” che, mediante l’attribuzione di un’anima alle cose, costituirebbero una spiegazione “coerente e razionale” dell’universo (Tylor elaborò, in tal senso, una vera e propria «teoria delle cause personali elevata a filosofia generale dell’uomo e della natura»), che si tradurrebbe soprattutto nel culto dei morti e delle anime, culto in cui l’antropologo ravvisava l’origine della religione, gradualmente assurta a forme “superiori” grazie all’inarrestabile progresso della cultura. Alla base di tali credenze ci sarebbero, dunque, le esperienze dei sogni, durante i quali l’uomo “viaggia” in lontane regioni, in dimensioni diverse da quelle della veglia, e suppone che a farlo sia la sua anima che si distaccherebbe dal corpo. Il “primitivo” attribuirebbe un’anima anche a oggetti inorganici, in quanto riconoscerebbe in essi una capacità di agire.
Dall’idea di un’anima indipendente, in certe circostanze, dal corpo, si sarebbe passati a quella dello “spirito” affatto indipendente da un corpo qualsiasi, e poi a quella di uno “spirito della specie” che sarebbe distinto dalle cosiddette “divinità momentanee” o “fenomeniche” o “speciali”. Si giungerebbe cosi alla riduzione delle divinità a poche presenze e, infine, ad un unico Dio: lo spirito della specie o spirito universale; insomma, si passerebbe dal politeismo o polidemonismo al monoteismo proprio della modernità. Questo fu il percorso, secondo l’antropologia
tardo-ottocentesca, seguito dall’origine e dallo sviluppo delle religioni.
Il termine “animismo” è stato a volte sostituito con quello di “feticismo”, cioè il culto che i “selvaggi” riserverebbero a idoli o altri oggetti in cui gli spiriti prenderebbero dimora.
L’antropologia più recente continua a servirsi del termine “animismo” per indicare la “religione dell’inaspettato” o dell'insospettato, vale a dire la “visione” o “intuizione” o “sensazione” di qualcosa che proverrebbe da una non meglio definita volontà superiore, capace di agire “in bene e in male”.
Quello che gli antropologi definiscono Animismo, altro non è che l’avvertita presenza di un “aldilà”, di ciò su cui l’uomo non ha possibilità di intervento. Che poi lo si traduca in immagini, concetti, figurazioni, poco importa: direi che è inevitabile. Tutti sappiamo che un “destino” implacabile ci fa nascere e perire, e in tutti sussiste il sospetto, la speranza, a volte la certezza, che forse qualcosa di noi non muore, ma sopravvive alla fine fisica, e si tenta pertanto di raffigurarsi — e di tradurre in immagini — quest’aldilà, questa totale alterità o estraneità.
E' pertanto assai difficile dire dove si collochi il confine tra Animismo e religione, se in questa si vede l’interpretazione, organizzazione, sintetizzazione, del “sentimento” del sacro. È preferibile pertanto parlare di religioni “rivelate” (cioè “spiegate” e spesso imposte da un sacerdozio che monopolizza la sacralità) ovvero “organizzate” o “istituzionalizzate”, contrapponendole a un sentimento del sacro comune a tutti gli esseri umani, e che è “animismo” laddove non esista un clero, dove cioè i culti siano inesistenti o ridotti al minimo, dove insomma non ci siano “maestri di religione”, presunti “interpreti” della parola divina. Inteso in questo senso, l’Animismo ha diffusione universale.

Etichette: , ,

 
, posted by roberto.bonuglia at 3.03
I «Dogon» sono una popolazione nera del Mali, agricoltori che vivono del poco miglio, riso e granturco che riescono a coltivare su un arido altipiano. La loro cultura è “gemellare”: secondo loro, infatti, tutto è doppio: doppie le stelle del cielo, persino il sole ha un doppio invisibile; e un doppio è rinvenibile in ogni essere vivente, d’altra parte, solo due sono i sessi e non sono ammesse tra loro forme di omosessualità.
I Dogon giunsero nell’attuale regione da altre zone dell’Africa, forse nordoccidentale e probabilmente resi “esuli” dall’invasione islamica del continente nero. A scoprire il Paese dogon durante la migrazione furono due fratelli, il più giovane dei quali, Doyon, reggeva sulle spalle il maggiore, Arù. Accanto a loro cavalcava tuttavia un terzo fratello (il “fuori schema”, avente la funzione che nelle religioni rivelate spetta all’antagonista di Dio e nella sessualità nelle forme intermedie, non procreatorie), che era il doppio animale dell’essere umano, e pertanto “bambino”. Secondo la mitologia dogon, ogni uomo e l’umanità in generale proviene da un mondo di antenati animali. In un’altra versione del mito, Doyon portava sulle spalle il bambino, che in questo caso era Arù (ma il giovane e il vecchio sono due versioni dell’essere umano, e quindi intercambiabili); e il bambino che, stando più in alto ed avendo una panoramica più ampia, scorse l’altipiano e gridò: «Questo paese è mio!» Furibondo, il fratello maggiore lo gettò a terra, e continuò il viaggio con il secondogenito, Omno, finché incontrarono una vecchia che chiese loro cosa avessero fatto del loro compagno di viaggio; i due risposero che era caduto da cavallo e accusarono la vecchia di essere una “ficcanaso”. Poco dopo giunse Arù che salutò educatamente la vecchia, la quale gli fece dono di un coltello, di un acciarino, di un raschietto e di un oggetto misterioso che si cavò da sotto le vesti dicendogli: «Quando, durante la stagione delle piogge, l’acqua dovesse cessare di cadere, e ai raccolti ne mancherà, tu dovrai parlare con quest’oggetto, e l’acqua riprenderà a cadere. Abbine cura, perché ti proteggerà da ogni male. Oggi sei un derelitto perché sei giovane, ma eccoti un cappello che farà di te un personaggio autorevole. E adesso, raggiungi i tuoi fratelli che ti hanno preceduto». Doyon e Omno erano intanto giunti a un villaggio chiamato Kani dove in segno di benvenuto venne offerta una mucca al primogenito. Questi volle sgozzarla per mangiarla, ma dovette aspettare l’arrivo di Arù che aveva un coltello; per cuocerla, dovette usare il suo acciarino, per pulirne la pelle e farsene vesti servirsi del suo raschietto.
Stanziatisi sull’altipiano, i tre fratelli eressero ognuno un altare al Lebé, l’antenato-serpente, ma Arù, l’ex bambino, il “dispari” andò a fondare in pianura il villaggio omonimo, dove da allora ha abitato il più autorevole dei Dogon e che per totem ha la paglia, mentre tutti gli altri villaggi “gemelli” hanno per totem un animale. Ma i villaggi del clan di Arù non possono avere il tetto di paglia, perché altrimenti il fulmine incendierebbe gli edifici, distruggendo i raccolti nei granai; gli altri villaggi, quelli dei clan di Doyon e di Omno, hanno invece tutti i tetti di paglia. Arù è anche l’antenato dei fabbri, cioè di coloro che hanno diretto commercio con le potenze sotterranee.

Etichette: , , , ,

 
giovedì 26 giugno 2008, posted by roberto.bonuglia at 16.09
Nei Paesi Arabi, situati nella zona compresa fra il Marocco e il Golfo Persico e fra il Tigri e Aden, benché vi siano minoranze linguistiche (Berberi nell’Africa “francese” del Nord, Copti in Egitto, Armeni profughi dalla Turchia, Drusi, Curdi ed altri nelle regioni già appartenute all’Impero ottomano) la lingua comune è l’arabo.

Ma, se l’arabo scritto, accessibile solo alle persone di cultura, è ovunque lo stesso, le lingue parlate sono diverse: un marocchino e un siriano, ad esempio, non riescono a capirsi. L’unità esistente è soprattutto religiosa: vi sono, è vero, degli Arabi “cristiani” (soprattutto in Libano e Palestina), nonché Arabi di religione ebraica (in modo particolare in Palestina e Yemen) ma la maggioranza è musulmana, e costituisce l’Oumma, la comunità dei credenti.

Poiché l’Islam, a differenza del cristianesimo, non fa differenza fra Chiesa e Stato, i musulmani si sentono un unico popolo, e guardano con diffidenza alla nozione di frontiera, introdotta dai colonizzatori, tanto più se, come spesso avviene, sono nomadi. La divisione fra una maggioranza di sunniti e una minoranza di sciiti, senza contare un certo numero di sette minori, non intacca questo sentimento dominante dell’unità.

Etichette: , , ,

 
, posted by vito.cirillo at 10.09
Lo scrittore indiano, Amitav Gosh, nato a Calcutta, ha scritto un grande romanzo, Il cerchio della ragione.
Il punto più interessante ed originale del romanzo è la fondazione, nel Golfo Persico, di una comunità anti-denaro, che diventa il rifugio di reietti e diseredati.
Con la sua sensibilità di indiano attento al sociale, Gosh descrive con proprietà, acume, e cognizione un mondo venato di utopismo.

Etichette: , ,

 
mercoledì 25 giugno 2008, posted by David.Rettura at 15.53
Gira la voce, e la lettera del Prof. Gherardo Gnoli a Sergio Romano pubblicata il 24 giugno sul Corriere della Sera confermerebbe queste illazioni, che il governo si appresterebbe a chiudere con un decreto legge l'ISIAO, l'istituto culturale erede dell'Istituto per l'Africa e dell'ISMEO, l'Istituto di Studi per il Medio ed Estremo Oriente che per molti anni ha avuto la sua sede a Palazzo Brancaccio, a Roma, accanto a quel ricchissimo Museo Nazionale di Arte Orientale che oggi porta il nome del fondatore dell'Istituto, Giuseppe Tucci.
Tucci, che fu erede di una tradizione di legami culturali tra la sua terra, le Marche, e l'Oriente che risaliva all'imprescindibile contributo di Matteo Ricci, è stato senza ombra di dubbio il maggiore tibetologo del XX secolo, nonche tra i primissimi europei a raggiungere il regno del Dalai Lama ancor prima della seconda guerra mondiale e della spedizione tedesca di cui fece parte Heinrich Harrer e che il film Sette anni in Tibet con Brad Pitt ha reso famosa, e le sue ricerche fanno ancora testo oggi, senza che abbiano perso nulla del loro potere di seduzione, tanto che ancora negli ultimi anni Neri Pozza editore mandava ai torchi il suo Dei, demoni e oracoli ma anche il più specialistico Il paese delle donne dai molti mariti, antologia di articoli apparsi su riviste specializzate ed esempio della sua polivalenza di interessi, tutti maneggiati con estrema capacità. L'istituto da lui fondato ha svolto per molti anni, e continua ancor'oggi a svolgere, in comunione con quanto rimane di un'altra grandissima tradizione di studi come quella dell'africanistica italiana, tra i colossi della quale non possiamo non citare Carlo Conti Rossini, una preziosissima funzione culturale rivolta ad africanisti, turcologi, indologi, sinologi e yamatologi italiani come stranieri, con gli studi sul campo che sono sempre di importanza capitale. Possiede una biblioteca altamente specializzata dove alcuni pezzi unici per l'Italia e molti altri di difficilissimo reperimento sono a disposizione di studiosi, giovani e meno giovani, per ricerche della più varia natura. Che un tale tesoro possa venire disperso se non addirittura soppresso, scordato chissà dove da funzionari meno accorti e meno attenti a tali campi del sapere mi appare una jattura che potrebbe solo impoverire ancora la vita culturale, già asfittica, del nostro paese, e per giunta lasciarci col fianco scoperto verso un mondo, quello dell'Asia ma non solo, con il quale comunicare è oggi, in una globalizzazione che pone sempre più questi paesi sul proscenio dei dibattiti politico-economici, una necessità ineludibile. Ci si lamenta da molte parti di come l'Italia abbia negli anni perso le proprie industrie informatiche, siderurgiche, chimiche, farmaceutiche o nucleari perchè sono state fatte scelte avventate per i più vari e spesso inconsistenti motivi: per quel che può valere credo che suicidare una realtà che ha dato tanto lustro al paese e che spesso, come ha sottolineato anche Sergio Romano nella sua risposta al Prof. Gnoli, ha saputo farsi bandiera della nostra cultura e dei nostri interessi meglio di altri, sarebbe ancora più grave perchè una fabbrica, con qualche sacrificio, la si può sempre reimpiantare, ma coltivare i cervelli è difficile e laborioso, e quando la terra si inaridisce non fruttifica più.

Etichette: , , , ,

 
, posted by vito.cirillo at 10.13
L'Uva puttanella è l'unico romanzo (autobiografico) di Rocco Scotellaro, il poeta dei contadini, che fu il più giovane sindaco d'Italia, a Tricarico, il suo paese in provincia di Matera, in Lucania.
Fu scoperto come poeta da Carlo Levi. La sua raccolta più bella s'intitola E' fatto giorno.
Il romanzo, purtroppo, è incompiuto, a causa della prematura morte di Scotellaro. Esso tratta dell'occupazione delle terre, in Lucania, dopo la Seconda guerra mondiale. Scotellaro, per questo, fu arrestato.

Etichette: , ,

 
, posted by vito.cirillo at 9.06
Tommaso Moro (1478-1535) nel 1516, scrisse in lingua latina un'opera che sarebbe diventata un classico della letteratura mondiale: Utopia. Il libro descrive, in maniera fantasiosa, la vita di un paese ideale.Un paese, però, totalitario.
E oggi, però, col crollo dei totalitarismi, appare, in tutta evidenza, quanto grande fosse l'illusione di Tommaso Moro. Nel paese che egli descrive, indossano tutti casacche identiche, abitano in appartamenti tutti uguali, mangiano in mense comuni, nessuno pratica il sesso al di fuori del matrimonio, i divertimenti devono essere educativi e utili.
Un modello di vita comunistica i cui esiti storici hanno fallito. L'uguaglianza è un nobile ideale, ma deprime l'uomo, se diventa obbligatoria, se riduce o annienta la libertà umana.

Etichette: , , ,

 
, posted by vito.cirillo at 8.45
Secondo alcuni critici letterari, Giuseppe Ungaretti è ritenuto il poeta più europeo della lirica italiana.
Una caratteristica fondamentale della sua opera è il tentativo di superamento del presente per proiettarsi nel futuro. Uomo di profonda e internazionale cultura umanistica, Ungaretti fu anche docente universitario, che insegnò ai suoi allievi a capire ed amare la poesia.
Fu un grande innovatore, sia nella tecnica sia nel contenuto della poesia, fin dalla sua prima raccolta, Porto sepolto, pubblicato nel 1916, durante la Grande guerra (il poeta fu volontario del XIX Reggimento Fanteria sul fronte carsico).
L'originalità della sua poesia non è mai venuta meno fino alle ultime opere. Egli inaugurò la collana Meridiani della casa editrice Mondadori nel 1969.

Etichette: ,

 
martedì 24 giugno 2008, posted by vito.cirillo at 12.39
Il federalismo è un argomento attuale nel dibattito politico italiano. Da anni, ad esempio, se ne discute in Italia.
Anche il filosofo tedesco Emmanuel Kant se ne occupò nello scritto La pace, la ragione e la storia.
Dopo aver analizzato la natura del processo storico e l'importanza del ruolo della ragione riguardo a questo tema, Kant si convinse che la conoscenza della storia alla luce della ragione non poteva non portare alla conclusione che il federalismo è l'unico strumento per assicurare la pace.
Per Kant, dunque, il federalismo serve alla pace. Queste considerazioni coincisero con la fondazione del primo stato federale della storia: gli Usa.

Etichette: , ,

 
, posted by vito.cirillo at 11.52
Di recente, Randal Keynes ha scritto Casa Darwin (Torino, Einaudi, 2007) che analizza il privato della vita dello scopritore dell'evoluzionismo (al quale viene contrapposto il creazionismo). Darwin, tranquillo casalingo, viene visto nella sua intimità familiare (il matrimonio con Emma Wedgwood, i rapporti col figlio William) oltre che nella sua dedizione alla causa scientifica.

Etichette: , , ,

 
, posted by vito.cirillo at 11.44
Lo scrittore austriaco Robert Musil (nato nel 1880 e morto nel 1942) è noto per il suo libro L'uomo senza qualità. Un altro libro, però, è degno di essere conosciuto: La guerra parallela.
Musil partecipò alla Prima guerra mondiale come ufficiale dell'Impero austro-ungarico. Per lui la guerra non fu solo un succedersi di eventi bellici, ma uno sfaldamento di idee precostituite e fu anche un'occasione, sia pur tragica, di guardare in modo diverso la realtà.
Da qui il suo essere "parallela": sconvolgimento della realtà storica e disorientamento interiore. Fu un'esperienza determinante sia sul piano collettivo sia su quello individuale.

Etichette: , ,

 
lunedì 23 giugno 2008, posted by roberto.bonuglia at 17.25
Marziale nacque a Biblis, in Spagna nel 40 d.C. Visse a Roma per 34 anni, cercando sempre di trovare protezione presso i potenti quando morì Domiziano, preferì ritornare a Biblis, dove poi morì nel 102.
Con i suoi epigrammi descrisse la vita quotidiana di Roma, soffermandosi, in particolare, sui vizi e spesso sulle oscenità che caratterizzavano i costumi dei romani. E' un disincatato realista, più che un moralista o un censore e fustigatore di costumi. Celebri i Cento epigrammi proibiti, con i quali, con arguzia viene descritta una certa "sessomania" di romane e romani antichi.

Etichette: , , , ,

 
, posted by vito.cirillo at 14.24

Tutti gli uomini per natura desiderano di sapere.

[Metafisica, di Aristotele, filosofo greco, 384-322 a.C.]

Gli Dei non hanno svelato ogni cosa ai mortali fin da principio, ma, ricercando, gli uomini trovano a poco a poco, il meglio.

[Frammenti, di Senofane, poeta e filosofo greco, 565-470 a.C.]

Etichette: , , , ,

 
, posted by vito.cirillo at 14.19
Non ti chiedere mai, perchè non si può, qual destino gli Dei abbiano pronto per me, per te, Leuconoe, né ti curar di oroscopi babilonesi.
Meglio quel che verrà, prender così com'è. Se molti inverni Dio ci darà, o sarà questo l'ultimo... Cogli il tuo tempo, meno che puoi fidarti del domani...

Etichette: , , ,

 
, posted by vito.cirillo at 13.37


...Se qualche impresa ti riesce difficile da compiere, non pensare subito che essa sia impossibile per l'uomo, piuttosto, quanto è possibile e naturale per l'uomo, giudicarlo ottenibile da te.


Sono frasi contenute nel sesto capitolo del libro Ricordi di questo saggio imperatore romano che nacque nel 121 e morì nel 180 d.C.

Etichette: , , ,

 
domenica 22 giugno 2008, posted by vito.cirillo at 12.44
Ogni uomo o donna ha una sua peculiare identità, che rappresenta la sua autentica unicità. I genitori, con intelligenza e acume devono prenderne coscienza e favorirne l'estrinsecazione. La scuola, a sua volta, deve cooperare e favorire questo processo di scoperta e perfezionamento di sé.
Un giusto processo di formazione della personalità fa venir fuori sempre più "l'umanità" dell'uomo. Si sviluppa, così, il senso do socialità, indispensabile per dar vita ad una società veramente umana.
Il senso di socialità fa sì che si sia consapevole che l'altro uomo è come te e, quindi, degno di rispetto, cosa che deve comportare il fargli del bene e non del male. Gesù Cristo disse: "Fate agli altri tutto ciò che vorreste che gli altri facessero a voi".
Nessun uomo vorrebbe che gli altri gli facessero del male (sarebbe un masochista e, quindi, un caso psicopatologico). Il senso di socialità porta a non discriminare l'altro, a non sopraffarlo, a non usargli la vita. Sviluppatosi il senso di umanità, si rispetta, inoltre, tutto ciò che vive, non solo gli uomini.

Etichette:

 
, posted by vito.cirillo at 8.12
Tutti sono d'accordo nel ritenere che vivendo in società è difficile essere immuni dai vizi, e allora, se non abbiamo altro mezzo per salvarci da essi, isoliamoci: già questo solo fatto ci renderà migliori.
D'altronde, chi ci impedisce, pur vivendo appartati, di avvicinare uomini virtuosi e di ricavare un esempio su cui modellare la nostra esistenza?

Etichette: , , ,

 
sabato 21 giugno 2008, posted by roberto.bonuglia at 17.00
Il Sole è l’astro luminoso per eccellenza, la sua luce e il suo calore favoriscono il ciclo del mondo naturale e permettono la vita stessa.
Sin dall’antichità più remota, il Sole ha rappresentato il limite tra due realtà: l’una luminosa che indica il simbolo della presenza spirituale messa in relazione con il principio benefico della vita, la seconda, dalla natura oscura che può essere assimilata alla notte ed alla morte.
Nei Rg Veda si afferma: “Noi adoriamo nel Sole visibile, quel Sole (invisibile) che ha acceso il Sole e le altre stelle nel Cielo”. Così le stagioni durante l’anno, o i momenti della giornata, hanno un riflesso esterno ed uno interno, che sono vere e proprie “analogie” del percorso della vita umana.
Numerosi miti descrivono il processo di decondizionamento dell’uomo dalla propria natura animale, come un viaggio che l’anima percorre dalla Terra sino al Sole passando per vari pianeti o stelle. Il cammino del Sole durante il giorno o l’anno, si suddivide in quattro fasi essenziali, la cui la luce assume diverse forme e significati.
Il primo momento è l’Alba e segna il luogo e il tempo in cui avviene la nascita visibile del Sole. Indica che il Sole sorge all’orizzonte e ciò che prima era nascosto ora torna ad essere di nuovo visibile. Il Sole nasce ad Est e nella fase annuale corrisponde all’equinozio di primavera. In questo giorno si ha equilibrio tra luce e notte, che hanno la stessa durata, da questo momento l’oscurità sarà minore lasciando il posto alla luce solare. La Natura si risveglia, tutto si rinnova e rifiorisce, ciò che è occulto si manifesta ed ha inizio una nuova vita. Per l’uomo è il momento migliore per manifestarsi tramite l’azione. Il secondo momento è il Mezzogiorno, cioè quando la luce del Sole è al culmine del suo splendore e della sua energia. Il Sole è allo Zenit, il punto più alto che nel suo cammino può raggiungere. Geograficamente il punto più caldo è il Sud a cui corrisponde il solstizio d’estate. E’ il giorno più lungo dell’anno in cui il Sole diviene il simbolo della vittoria della luce sulle tenebre e rappresenta lo splendore e la forza dello spirito. E’ questo il periodo in cui si raccoglie ciò che si è seminato in precedenza ed esso diviene il simbolo di fecondità e abbondanza. L’esterno e l’interno, l’essere e la natura, sono perfettamente uniti e armonizzati tra loro.
Secondo la legge ciclica ciò che ha raggiunto il massimo può solo decrescere, così la natura lentamente muore e si ritira e le giornate si accorciano, ha inizio così la fase discendente.
E’ il terzo momento del giorno, il tramonto, che indica il tempo e il luogo in cui avviene il ritiro del Sole. Come nell’alba il Sole si trova all’orizzonte, ma questa volta il suo cammino e il suo significato è contrario, la vita si ritrae in sé stessa. Il Sole tramonta ad Ovest e nella fase annuale corrisponde all’equinozio di autunno. Come in Primavera il giorno dell’equinozio rappresenta l’equilibrio tra la luce e la notte, avendo la stessa durata, ma da questo istante sarà la notte a divenire sempre più estesa rispetto al giorno. Anche visibilmente, con l’accorciarsi delle giornate e il letargo della Natura, si avverte che la luce e la vita si ritirano. Ciò che era visibile ora torna a nascondersi e progressivamente si avvicina la stagione oscura e fredda. In questo periodo, non a caso, si celebra la ricorrenza dei morti e le festività sono simboli di virilità, purezza e luce (S. Michele, S. Martino, l’Immacolata e S. Lucia). La luce dell’Essere si ritrae dall’esterno, come se vi fosse una lenta morte che avvolge tutta la Natura.
Il quarto e ultimo momento della giornata è la Mezzanotte, il punto in cui il Sole non è visibile e predomina il freddo e l’oscurità. Il ghiaccio e la neve richiamano le regioni fredde collocate al Nord, questo momento corrisponde al solstizio d’inverno. Questa è la notte più lunga dell’anno, il Sole raggiunge il punto più basso dell’orizzonte e la luce sembra essere sconfitta dalle tenebre. Ma ciò che tocca il fondo può solo risalire e iniziare a crescere, inizia così nuovamente la fase ascendente.
Le giornate si allungano, la luce riprende il sopravvento sulla notte e l’oscurità. Gradualmente la natura si risveglia e il clima torna di nuovo mite. Ancora una volta l’esterno tace nel freddo e nel silenzio e l’interno vive di luce propria. Il solstizio d’inverno è il punto critico, simbolo di una particolare drammaticità. Esso segna l’inizio del nuovo anno solare e di una nuova vita (ciclo) quale segno imperituro di rinascita e vittoria, il simbolo della forza della vita che vince la morte.
Come il Sole sorge vittorioso sulle tenebre così l’uomo deve vincere sulla sua natura mortale ed istintiva.

[Cfr. AA.VV., Il mondo della Tradizione, Roma, Raido, 1997, pp. 56-59. Il post di oggi è un omaggio a Manolo Diaz, Claudio Marsilio, Luca Consalvi, Luca Beltrami e Massimo Germani, indimenticati esempi di passione e militanza].

Etichette: , , , , ,

 
, posted by David.Rettura at 0.22
Sul Corriere della Sera del 20 giugno, a pagina 19, Michele Farina riferisce della decisione dell'Alta Corte del Sudafrica che ha finalmente stabilito che i cinesi del sudafrica, che da un secolo e più vivono nel paese, debbano essere assimilati a neri ed alle altre categorie ammesse, dalla caduta del sistema segregazionista alla metà degli anni '90, a godere di particolari agevolazioni in virtù delle restizioni subite durante il regime razzista.
Durante il regime dell'Apartheid i cinesi vennero lungamente, sino alla costituzione del 1984 che aprì spazi di democrazia ai numerosi abitanti di origine asiatica del Sudafrica, considerati razzialmente neri, con le nefaste conseguenze in termini di vita sociale, politica ed economica che ciò comportava. Paradossalmente però i pochi Giapponesi residenti in Sudafrica erano stati invece inseriti nella categoria privilegiata dei bianchi, così come gli originari del Taiwan, considerati Bianchi ad honorem.
Del dibattito intorno a tale problema, che nel Sudafrica razzista era imperniato sul supposto trattamento di favore riservato ai nipponici, aveva già riportato Walter Limp nel suo Anatomia dell'apartheid, testo del 1972 pubblicato in Italia nella Serie Politica della Einaudi (i librettini viola dove videro luce opere di Malcolm X, antologie delle Pantere Nere come libri di Basil Davidson, Frantz Fanon, Maxime Rodinson e Noam Chomsky). Secondo quanto riporta Limp, nella questione fu portato ad intervenire finanche Verwoerd, uno tra i più efficaci esecutori dell'Apartheid, parola il cui uso a lui si dovrebbe, primo ministro ricordato per aver portato L'Unione fuori dalla Commonwealth: alle argomentazioni degli ultraconservatori che lamentavano come i Giapponesi avessero ottenuto tale trattamento di favore per via della loro potenza economica, Verwoerd rispondeva che l'esiguità della comunità del Sol Levante li esentava dall'applicazione, mentre ciò non poteva applicarsi agli 8000 cinesi. Tali spiegazioni smontavano completamente tutto quell'armamentario ideologico, che tanto aveva pescato nella Bibbia ed in alcune delle sue metafore e delle sue contraddizioni, che pure l'Apartheid boero aveva saputo costruirsi in più secoli di dominio razziale delle popolazioni originarie del Sudafrica. Con la fine dell'odioso sistema i cinesi erano poi stati inseriti nel novero delle popolazioni non coloured non potendo così accedere a quelle agevolazioni previste a rivalsa cui abbiamo già accennato.

Nella foto, Ina Lu, vincitrice sudafricana del concorso di bellezza Miss China International del 2006.

Etichette: , , , , , ,

 
venerdì 20 giugno 2008, posted by roberto.bonuglia at 0.52
Il sentimento del sacro non può essere scisso dalla violenza. L’aldilà si presenta (o, meglio, tale lo si intuisce) come orrore e insieme delizia, quale negazione del mondo organizzato, produttivo, fatto di oggetti. La speranza che ogni uomo coltiva in fondo al cuore è di veder balenare l’alterità, e per questo in mille ambiti sacrali si fa ricorso a tecniche estatiche, magari con l’aiuto della droga e dell’ebbrezza ottenuta con la danza, il canto, la pirobazia (marcia sul fuoco), la meditazione eccetera.
Il tabù fonda l’essere, nel senso che segna i limiti oltre i quali si apre la landa sconfinata. E il passaggio dal gruppo umano spontaneo alla società organizzata, gerarchizzata, si fonda sulla proibizione anziché sul tabù, sulla sostituzione di questo con la legge, orale o scritta che sia; e le prime due proibizioni colpiscono il nomadismo (la società è costituita dall’obbligo di diventare agricoltori e meccanici, immobili e radicati, e pertanto controllabili) e il cannibalismo, vale a dire la partecipazione totale, l’essere-con, che comporta anche l’orrore (senza orrore non c’è senso del sacro).
Il potere nega ai sudditi l’accesso all’illimitato se non a comando, assolte le prescrizioni che permettono di “levare” il tabù di cui il potere si fa depositario e gestore (esattamente come fa con l’altra faccia della medaglia, il mito). In altre parole, il potere monopolizza la violenza, relega la sacralità in recondite pieghe, ne fa un mistero chiuso in fondo a santuari, inventa insomma la religione, riserba a se stesso l’atto cannibalico: solo al potere è lecito consumare la carne altrui per interposti strumenti bellici, e il potere decreta che vittima e carnefice siano per sempre divisi in due classi confuse soltanto nell’atto della ribellione cruenta. Cosi, il rischio nella società costituita (il rischio dell’irruzione dell’aldilà) viene in apparenza esorcizzato, i poteri sostengono di tenere i sudditi al riparo dalla violenza. E diverso il guerriero, che mira alla reciprocità, dal soldato, che è un “autorizzato”.
Il guerriero vuole abolire lo spazio che separa lui dall’altro. Risiede qui il fascino del samurai, guerriero in un mondo che andava riempiendosi di soldati e che avrebbe finito per mettere fuori legge la guerra come gioco per sostituirla con la guerra come fonte di nuovo potere, come conquista e affermazione dei valori della gerarchia. E' spontaneo raffigurarsi il guerriero, e il samurai ne è stato una delle incarnazioni a noi più vicine nel tempo (assieme a guerrieri africani come gli zulu o amazzonici come certe tribù decretate “selvagge”), impegnato in quella danza seria, cupa, controllata e frenetica che è il duello. Il quale non può che essere, inevitabilmente, basato sull’intuizione dell’istante, sulla “traduzione” della mano, del corpo, in arma che penetra e taglia. Per i samurai, il duello era, oltre che un rituale dell’onore personale, un modo di accostarsi all’aldilà, di giungere alle soglie del nulla.
La chiave dell’arte della spada consisteva nella capacità di agire come per istinto. Il duellante non progettava le proprie mosse, non le ragionava: il suo corpo, il suo braccio agivano senza l’intermediario della riflessione, del pensiero logico. E' lo stesso principio zen che presiede alla comprensione del reale mediante il superamento della facoltà analitica.
Il pittore zen si “carica” e a un certo punto “lancia” il pennello sulla tela o sulla carta di riso; e l’arciere zen scoccherà la freccia non in seguito a un calcolo, ma quando sarà “diventato il bersaglio”. Il samurai si “trasferisce”, insomma, nella spada e nell’arco, diviene tutt’uno con il bersaglio e il corpo da ferire.
E' una capacità alla quale si perviene facendo proprie le tecniche della “immedesimazione”, ottenendo la perfetta concentrazione zen, il distacco dalle contingenze, la quiete interiore. Per questo lo Zen è, oggi più che mai, una grande lezione: in un mondo dove gli oggetti, anzi l’Oggetto, la Merce, è diventato l’unica dimensione, e in cui gli aspetti contingenti hanno la meglio, si dimentica l’Utopia e si perde di vista la vera "sacralità".

Post dedicato a Roberto Fattorossi, indimenticato "maestro".

Etichette: , , , ,

 
, posted by roberto.bonuglia at 0.48
In un romanzo di Sutan Takdir Alisjahbana, (tra i fondatori della moderna letteratura indonesiana), esule negli ultimi anni del governo di Soekarno per la sua tendenza antinazionalista e filo-occidentale, in uno degli interessanti e innumerevoli dialoghi il protagonista, un esule indonesiano che rispecchia ovviamente le esperienze dell’Autore, discutendo di religione con la sua amica francese, dice fra l’altro queste parole: «Se è cosi come mi dici, non sono poi grandi le differenze fra il cristianesimo medievale e l’Islam. Anche i musulmani credono alla caduta dell’uomo dal paradiso, e che l’uomo deve vivere secondo i dettami del Libro Sacro per ottenere di nuovo la vita eterna in paradiso, dopo il Giudizio Finale. È chiaro che ambedue le religioni sono nate da una stessa fonte, e, forse, si potrebbe chiamarle due dialetti di una sola lingua. Le differenze sono solo di dettaglio, mentre identica è la loro essenza generale. Nell’Islam Gesù non è considerato come Figlio di Dio, ma come un normale Profeta; e nemmeno ha la funzione di redimere o riscattare i peccati degli uomini, ciascuno dei quali invece deve pregare e agire egli stesso per guadagnarsi il paradiso...».
Si potrebbe forse dire che la differenza attuale fra un cristiano moderno e un musulmano moderno sta, forse, ancor più che nelle giuste differenze sottolineate dai protagonista del romanzo, in quel considerarle di "dettaglio" da parte del musulmano mentre per il cristiano quelle differenze non sono di dettaglio ma sembrano anzi pressoché insuperabili.
Un ecumenismo troppo affrettato potrebbe, dalle due parti, creare più confusione che chiarezza. Per capirsi bisogna prima capire bene le differenze basilari e poi, semmai, cercare un modo per superarle, anziché insistere subito e, confessiamolo pure, alquanto ipocritamente sulle somiglianze, a tutti evidenti e numerosissime.
E' tuttavia diffuso anche in ambienti altamente qualificati, il pregiudizio comune che considera la civiltà moderna occidentale come frutto quasi esclusivo del «cristianesimo». In questo senso si può essere d'accordo col famoso modernista egiziano Muhammad ‘Abduh che, forse in modo un po’ sgradevole a qualcuno nella sua radicalità, dichiarava, in risposta a un'altrettanto infelice osservazione di un propagandista cristiano: «non c’è nessuna intima e reale connessione fra cultura moderna e cristianesimo. I soli veri cristiani che ancora esistono sono forse quegli avventisti americani che aspettano il ritorno di Cristo a Gerusalemme, mostrando cosi quanto lontano sia il cristianesimo essenziale e primitivo dalla mentalità scientifica moderna».
Dato lo scarso tempo a disposizione e presupponendo noti i punti di vista sostenuti dai cristiani nelle loro secolari polemiche contro l’Islam dal Medioevo ad oggi, si possono ricordare alcune idee essenziali propugnate dalla polemica tradizionale musulmana medievale contro il cristianesimo. Si tratta di «tesi» teologiche che in sostanza, con qualche variante, sono ripetute anche ora dai musulmani desiderosi di polemizzare con il cristianesimo.
La risposta medievale cristiana (per convincersi basta scorrere ladocumentazione raccolta da A. Malvezzi nel libro L’Islamismo e la Cultura Europea, pubblicato nel 1956) è in generale molto debole perché, a differenza di quella musulmana, basata su una buona conoscenza dei Vangeli e dell’Antico Testamento, è basata per lo più su leggende e su una quasi completa ignoranza del Corano. In epoca post-medievale le conoscenze aumentarono, ma il punto di vista teologico — almeno prima delle tendenze conciliari del Vaticano II— non sembra anche in campo cristiano troppo cambiato: in poche parole, se i teologi musulmani tradizionalmente ritengono assurdi i dogmi della trinità e dell’incarnazione (ma ritengono Gesù un grande Profeta) i teologi cristiani sono "costretti" dalla struttura stessa della loro teologia a considerare Maometto come un «falso Profeta».

Etichette: , ,

 
giovedì 19 giugno 2008, posted by vito.cirillo at 14.23

In questi giorni è scattata la tregua tra lo stato israeliano ed i capi di Hamas che si trovano a Gaza. Come ha già scritto ieri Roberto Bonuglia, il leader Haniyeh ha accettato la mediazione egiziana e quindi di è sbloccata una situazione che diventava sempre più grave. A Gaza vivono 1.500.000 palestinesi, 1.100.000 dei quali hanno un reddito pro-capite di 30 euro al mese. Dato il blocco israeliano Gaza era priva di elettricità, medicine, acqua e petrolio. Questa tregua permette finalmente ai palestinesi di Gaza di respirare.
Speriamo duri a lungo.

Etichette: , , ,

 
mercoledì 18 giugno 2008, posted by roberto.bonuglia at 10.31
La notizia di qualche minuto fa, è di quelle che fanno piacere leggere: il premier israeliano Ehud Olmert e il ministro della Difesa Ehud Barak hanno dato il loro accordo per una tregua con Hamas nella Striscia di Gaza. E' di questa notte la decisione presa da entrambi e resa pubblica dalla radio pubblica israeliana, poco dopo il rientro dal Cairo del generale Amos Gilad, consigliere politico del ministero della Difesa israeliano.
La notizia, anticipata dall'agenzia egiziana Mena (Middle East News Agency), è stata confermata all'Ansa da Ahmed Yusef, consigliere politico del premier Ismail Haniyeh, che ha aggiuto che tutte le diverse fazioni palestinesi hanno sottoscritto l'accordo.
L'accordo sarebbe stato raggiunto poche ore dopo l'uccisione di sei militanti palestinesi in un raid israeliano nella Striscia di Gaza: le vittime, tutti esponenti della Jihad Islamica, erano a bordo di un'auto centrata da un missile vicino alla città meridionale di Khan Younis. Poco dopo, in un secondo attacco è stata distrutta la macchina di un militante dell'Esercito dell'Islam, una formazione ideologicamente vicina ad al Qaeda, a Deir el Balah.
La tregua, che dovrebbe entrare in vigore domani mattina alle sei (alle 5 ora italiana), è in due fasi: la prima prevede una cessazione delle ostilità per tre giorni, terminati i quali Israele aprirà un varco con Gaza per permettere l'ingresso di materie prime dopo l’embargo dei mesi scorsi. La seconda fase si concentrerà invece sul rilascio di Gilad Shalit, il caporale israeliano rapito a Gaza il 25 giugno di due anni fa, in cambio del quale lo Stato ebraico riaprirà il varco di Rafah.
Gilad ha confermato questa mattina alla radio pubblica che «si tratta di un accordo su un cessate il fuoco totale di cui e' garante l'Egitto, e se si verificheranno nuovi lanci di razzi chiunque ne sia l'autore, si tratterà di una violazione di questi accordi». Il consigliere politico del ministero della Difesa israeliano ha poi aggiunto di aver ricevuto rassicurazioni dal Cairo sulla sua volontà di impedire il contrabbando di armi dal Sinai egiziano verso la Striscia di Gaza. A questo proposito, il capo di stato maggiore delle Forze armate israeliane (Idf), il generale Gaby Ashkenazi, ha dichiarato che «le Idf rispetteranno il cessate il fuoco, ma stanno anche preparandosi a una larga operazione nella Striscia di Gaza». Secondo il capo del settore Ricerche delle Idf,il generale Yossi Baidatz, Hamas intenderebbe continuare a introdurre armi a Gaza a dispetto della tregua, continuando anche a rafforzare le infrastrutture del terrore.
La notizia della tregua è stata confermata da una fonte del movimento di resistenza islamico che alla Bbc ha fatto sapere di essere fiduciosa sulla possibilità che tutti i gruppi militanti a Gaza rispettino l'accordo mediato dall'Egitto. Ulteriore conferma è poi arrivata da un portavoce del Movimento di resistenza islamico, Fawzi Barhoum, che, parlando con la Dpa, ha detto che Hamas farà in serata un annuncio ufficiale sulla cessazione delle ostilità con lo Stato ebraico.
Da Londra, il giornale arabo Al-Hayat scrive intanto che la tregua si articolerà in tre fasi. La prima, quella che inizia giovedì, vedrebbe la riapertura dei valichi di Rafah e di Karni. La seconda, dopo una settimana, vedrebbe Israele allentare l’embargo nei confronti di Gaza. La terza, sette giorni dopo ancora, darebbe l’avvio a «un nuovo meccanismo» per la gestione di detti varchi. Presumibilmente con il ritorno sulla scena di elementi fedeli al presidente dell’Anp, Abu Mazen.
Più cauto il portavoce del governo israeliano Mark Regev volato al Cairo che alla luce di un «cauto ottimismo» ha comunque fatto sapere: «Quello che è importante non sono solo le parole, ma i fatti […] se ci sarà un'assenza totale di attacchi terroristici da Gaza contro Israele, se si metterà fine al rafforzamento degli arsenali nella Striscia di Gaza e se ci saranno novità sulla questione dell'ostaggio Gilad Shalit, allora ci sarà una nuova realtà».

Etichette: , , , ,

 
, posted by roberto.bonuglia at 9.44
Un momento dell’educazione borghese, cui Marx dedicò particolare attenzione è il suo carattere imperialista antinazionale. Esempi di ciò sono la politica educativa prussiana in territorio polacco e la politica coloniale inglese in India.
Nel terri torio di Posen le autorità prussiane si sono servite delle scuole per rafforzare il loro dominio e assicurare gli interessi dei militaristi e degli Junker. Nella politica coloniale inglese il carattere di classe dell’istruzione borghese apparve in modo ancora più chiaro. «La profonda ipocrisia, l’intrinseca barbarie della civiltà borghese ci stanno dinanzi senza veli», scrive Marx, «non appena dalle grandi metropoli, dove esse prendono forme rispettabili, volgiamo gli occhi alle colonie, dove vanno in giro ignude».
In India gli imperialisti inglesi hanno distrutto la civiltà inidiana, «la distrussero frantumando le comunità indigene, sradicando l’industria indigena e livellando tutto ciò che, nella società indigena, era grande ed elevato».
Dopo che l’Inghilterra ebbe distrutto tutto ciò, non si preoccupò più dello sviluppo sociale e culturale del paese. Distrusse la cultura tradizionale senza però creare istituzioni educative e culturali moderne, nonostante che, anche secondo i più conservatori dei funzionari britannici, la popolazione indiana «possiede una notevole energia industriale, è atta quant’altra mai ad accumulare capitale, e si distingue per lucidità matematica e talento per le cifre e per le scienze esatte».
La politica educativa inglese si proponeva piuttosto un altro compito. Essa cercava infatti di isolare un certo numero di fanciulli indiani dalle masse e di educare in questo modo un nuovo strato di amministratori inglesi di un grande paese. «Dagli indigeni indiani educati contro la loro volontà e in piccolo numero sotto la sorveglianza inglese», scrive Marx, «emerge una nuova classe che possiede le qualità necessarie, per governare e ha assimilato la cultura europea». Questo carattere antinazionale dell’educazione è strettamente connesso con lo sforzo di mantenere la grande massa della popolazione indiana nell’ignoranza, nella superstizione e nell’abbandono di fronte alle nuove condizioni di vita che gli inglesi avevano introdotto.

[Cfr. B. Suchodolski, Fondamenti di pedagogia marxista, Firenze, La nuova Italia Editrice, 1957, pp. 174-175]

Etichette: , , ,

 
martedì 17 giugno 2008, posted by roberto.bonuglia at 3.14
Lo Zen consiste nell’eliminazione del superfluo, di tutto ciò che è “mentale”. Ciò non toglie che la dottrina zen, suppostamente a-verbale, sia stata accompagnata, durante tutta la sua storia, da volumi di koan (indovinelli), sutra e commentari.
Non sono mancate fin dall’inizio espressioni zen nelle arti figurative, per quanto attiene alla produzione poetica l’influenza della corrente si è fatta sentire soltanto quando la popolarizzazione dello Zen coincise con un fortunato periodo di sviluppo della tradizione poetica giapponese; allora autori del periodo Edo dell’era Tokugawa (1615-1868) elaborarono una forma di versificazione corrispondente alla pregnante semplicità dello Zen.
Gli haiku, così si chiamarono queste fulminee composizioni in versi, servono egregiamente a chiarire il principio al quale si informa tutta la visione zen delle cose.
Servono però a questo punto alcune osservazioni preliminari: il giapponese è una lingua sillabica in cui ogni sillaba termina con una vocale o una nasale n, e ne consegue che in tutto il patrimonio linguistico nipponico sono possibili soltanto cinque rime vere e proprie e non ci sono assonanze. Un’altra difficoltà è costituita dal fatto che il giapponese manca di accenti. I poeti italiani nel corso dei secoli superarono difficoltà affini (in inglese, in francese, in tedesco, le parole terminano con consonanti oltre che con vocali, e la rima in queste lingue è assai più facile che nella nostra) ricorrendo all’accentuazione ritmica. Questa è un cosa impossibile da farsi in giapponese, i cui poeti elaborarono un po’ alla volta un espediente che consiste nel sostituire la metrica con un sistema di sillabe fisse, cinque o sette, per ogni verso. (Ciò significa che a volte un verso è composto di un’unica parola.) Al posto della rima, impararono a orchestrare la tonalità delle singole vocali in modo da impartire un senso musicale alla composizione, donde l’estrema difficoltà di tradurre versificazioni giapponesi in lingue occidentali (e le traduzioni risultano quasi sempre più lunghe degli originali), e per gli stessi letterati giapponesi il metodo consistente nell’evocare musicalità senza rime nè assonanze è un compito assai duro.
Nel XII-XIII secolo, quando l’aristocrazia perdette il controllo politico del paese, sorsero forme poetiche note come renga, consistenti di sequenze di versi di 5, 7, 5 e 7, 7 sillabe per verso. Un passatempo molto diffuso all’epoca consisteva in gare di versificazione alle quali si dedicavano i samurai provinciali e i contadini, mentre gli aristocratici si attenevano alle classiche forme della waka piene di allusioni a poemi cinesi e caratterizzate da sottili atmosfere melanconiche.
Lo haiku fu, entro questo contesto, un contributo della classe mercantile: una forma “borghese”, dunque, e il suo più celebre, e forse primo coniatore, fu il grande maestro Basho (1644-1694), nato samurai e fino ai ventidue anni al servizio di un potente daimyo (signorefeudale); morto questi, Basho pensò di farsi monaco, ma poi decise di recarsi a Kyoto a studiarvi gli antecedenti dello haiku, cioè renga e waka. E verso i trent’anni elaborò composizioni di incredibile semplicità e potenza espressiva, fatte di pure “cose” e tali da toccare le più profonde regioni dell’animo umano.
Basho fece scuola, lo haiku fu considerato la più alta forma di poesia giapponese, e sulla scia del maestro sorsero altri grandi versificatori, come Buson (1715-1783).
Lo haiku rimase comunque una forma di poesia “astratta” nella accezione che in Occidente si attribuisce a un certo genere di arte figurativa, pittura e scultura, più di rado alla letteratura. Ciò non toglie che esprima profondi sentimenti sempre rattenuti e, verrebbe da dire, sublimati.

Etichette: , , , , ,

 
, posted by roberto.bonuglia at 2.39
Il tantrismo è un atteggiamento, un indirizzo religioso, non ricollegabile a una setta particolare, presente sia nell’Induismo che nel tardo Buddismo, ampiamente diffuso anche in Cina, in Giappone e nel Tibet.
Esso trova fondamento nei Tantra, un vocabolo che significa “libro”, e che in questo caso connota il nome del complesso dei testi canonici degli shakta, una delle principali sette dell’Induismo. Scritti in sanscrito, i testi sono legati al culto di Shiva e della sua consorte, Parvati (ovvero Durga), e per i fedeli hanno il valore di una vera e propria rivelazione divina; contengono molti elementi mistici e magici, oltre ad elementi esoterici ed a un simbolismo piuttosto complesso.
Il Tantrismo è, dunuqe, una fusione di norme magico-ritualistiche e yoga, in cui larga parte hanno (presso alcuni gruppi di aderenti), alcune pratiche erotiche cui si attribuiscono valori simbolici ed una più generica funzione perfezionatrice, in primo luogo il controllo delle emozioni e degli impulsi.

Etichette: , , ,

 
, posted by roberto.bonuglia at 1.50
Il vocabolo Lamaismo designa, nella più comune e diffusa accezione, il Buddismo tibetano.
Lama vuol dire “maestro”, e dai laici del Tibet i monaci, in quanto considerati maestri e guide spirituali ma anche sociali, ricevono questo appellativo, mentre tra i religiosi il titolo, considerato onorifico, è riservato unicamente a chi ha raggiunto un elevato grado di santità.
Il Lamaismo discende dalla dottrina buddista del Mahayana o del “Grande Veicolo”. Nella sua pratica, sono commisti tra loro elementi magici e superstiziosi in gran parte ricollegabili a riti e credenze della religione tibetana primitiva, il Bon ovvero Bon po. Nel Lamaismo, la mistica ha grande importanza in una con le pratiche yoga le quali consentono di raggiungere il samadhi, cioè quello stato di meditazione profonda e astratta in cui si attua l’assoluto distacco da ogni elemento esterno e fatto contingente.
Il Lamaismo ha conventi (lamaserie) e templi nei quali si praticano culti secondo rituali spesso molto complessi. Singolari le pratiche funerarie a essi connesse, come quella di esporre le salme su rocce perché vengano divorate da uccelli da preda, a volte spolpandole e unendo la carne a orzo abbrustolito e tritato. In tal modo, il morto contribuisce alla conservazione del cosmo sotto forma di cibo.

Etichette: , , ,

 
lunedì 16 giugno 2008, posted by roberto.bonuglia at 1.40
In sanscrito, nirvana significa «estinzione» ed è una parola che ricorre in molti scritti canonici delle correnti religiose indiane, soprattutto in quelli buddisti. Se applicato alla vita terrena, il Nirvana comporta l’estinzione delle passioni, se applicato in riferimento alla morte esso identifica la liberazione dal ciclo delle rinascite e, quindi, l’annientamento. Il Nirvana è, dunque, una felicità puramente negativa, che consiste nella cessazione di ogni sensazione, di ogni dolore.

Tuttavia, nel corso dei secoli, il concetto ha subito varie elaborazioni, la più significativa delle quali è probabilmente quella di Nagarjuna, vissuto nel Il secolo d.C., e che elaborò la dottrina della vacuità universale (shunyatavada). Essa è stata ritenuta una filosofia nichilista mentre in realtà il suo autore ha tentato semplicemente di affrancarsi dalle trappole del linguaggio. Nagarjuna, infatti, critica e rifiuta ogni sistema filosofico, sostenendo l’impossibilità di esprimere la Verità Ultima mediante il linguaggio. Ne consegue che tutte le elaborazioni teoriche sono vane, e siccome anche la differenza tra «chi è legato» e «chi è liberato» è una convenzione linguistica, il samsara (il mondo) e il Nirvana, pur non essendo la medesima cosa, in effetti sono “indifferenziati”. Il Nirvana è «una costruzione dello spirito», in quanto il vuoto (sunya) è inesprimibile, inconcepibile e indescrivibile. La Verità Ultima non è la scoperta di alcunché di esistente, di un Assoluto, ma è il modo di esistere cui perviene l’adepto allorché ottiene la completa indifferenza nei confronti delle “cose” e della loro fine. Non è dunque questione di “salvezza”, ma solo di raggiungere la serenità imperturbabile e la libertà. Nagarjuna ha portato alle estreme conseguenze la tendenza alla coincidentia oppositorum ben radicata nello spirito indiano, e la sua non-dottrina o anti-dottrina ricorda le conclusioni a cui giunse il pensiero greco, per esempio, con i tardi stoici: il principio dell’indifferenza, dell’«atarassia», bene espresso dall’episodio leggendario del filosofo Epitteto che, schiavo, venne ingiustamente punito dal padrone che prese a torcergli una gamba. Epitteto, allora, senza perdere la dignità e l’autocontrollo, gli disse: «Bada, se continui a torcerla, si romperà». Il crudele padrone, deciso a dimostrare la propria superiorità sullo schiavo tanto più sapiente di lui, continuò a torcerla; la gamba si ruppe, ed Epitteto: «Ecco, te l’avevo detto? Si è rotta».

Etichette: , , ,

 
, posted by roberto.bonuglia at 1.37
In sanscrito yoga significa “congiunzione” ed è un termine affine al latino iungere, che significa «congiungere», e iugurn, che significa «giogo», con riferimento all’unione mistica dell’uomo con la divinità.

Lo Yoga è un complesso di tecniche ascetiche, comuni sia al Buddismo che all’Induismo e ad altre correnti religiose e filosofiche indiane. Tutte si propongono di sottrarre l’individuo allo scorrere turbinoso e incessante degli stimoli fisici e psichici, esterni o interni che siano, portandolo a una condizione di totale integrità spirituale. Sistemato dottrinariamente verso il V secolo d.C. da Patafijali nello Yoga Sutra e dai suoi commentatori successivi, lo Yoga prevede, per chi lo pratica (yogin), un itinerario ascetico che comprende otto gradi fondamentali.

I primi due, ciascuno dei quali impone cinque proibizioni (non uccidere, non mentire, non rubare, non avere rapporti sessuali, non essere avaro) e cinque prescrizioni (pulizia, serenità, ascesi, studio della metafisica e sforzo continuo di vedere Dio come movente di ogni propria azione), sono soltanto preliminari ascetici allo Yoga vero e proprio. I due gruppi successivi, le regole della posizione del corpo e del ritmo del respiro, rientrano nella fisiologia dello Yoga, e mediante il controllo dei movimenti esterni e interni della struttura corporea rendono possibile un’ulteriore emancipazione dalla sensibilità agli stimoli esterni, fino a pervenire alla concentrazione, alla meditazione, e infine al samadhi, l’estasi vera e propria e vero e proprio culmine del «distacco». La sistemazione di Patafijali ha semplicemente portato entro i confini dell’ortodossia vedica e induistica pratiche e tecniche di uso antichissimo, note già nell’India prearia e del resto diffuse, in varie forme, in tutti gli ambiti sacrali (tecniche affini sono per esempio praticate dai gruppi koisan — ottentotti e boscimani — dell’Africa, oggi relegati per lo più nel deserto del Kalahari). La grande diffusione attuale della prassi yoga nelle sue manifestazioni popolari ne comprova l’origine panindiana.

In Occidente, lo Yoga oggi è divenuto sempre più una serie di attività ginniche e igienistiche le quali ben poco hanno a vedere con le funzioni ascetiche su cui si fondava in origine e su cui si fonda tuttora nei luoghi dove tale pratica fu originata.

Etichette: , , ,

 
, posted by roberto.bonuglia at 1.32
Il popolo Dravida

Dravida è il nome sanscrito di un popolo (o gruppo di popoli) della regione insediatosi lungo la costa sud-orientale del Deccan, passato poi a designare tutte le popolazioni di razza oggi detta appunto dravidica, che abitavano gran parte della penisola indiana prima dell’invasione aria. Dal punto di vista somatico, se ne parla come di un gruppo di tipo europoide, di pelle scura, dalla struttura fisica più esile degli ari.
Forse sarebbe però più esatta la definizione di tipo “indomelanide”. Oggi, i rappresentanti più puri di questa etnia sono le tribù dei Santal, Munda e Oraon, con una cultura di tipo non ariano come la coltura non acquatica del riso, l’uso dell’arco e della freccia unito a quello del boomerang, del rombo sonoro (con cui si produce, facendolo roteare, un suono simile a quello del vento o del tuono, usato anche dagli aborigeni australiani) e della ceramica fabbricata a mano (senza, cioè, il tornio del vasaio). Altri caratteri distintivi sono il matriarcato (o, meglio, l’organizzazione sociale matrilineare), la poliandria e il totemismo.
Tra le lingue dravidiche, la più nota è il tamil, parlato nella parte sudorientale dell’India e in certe zone di Ceylon (Sri Lanka); a nord del territorio tamil è diffuso il telugu. I Dravida sono ancora oggi considerati «inferiori» da molti indiani ari. Nello studio delle lingue dravidiche si evidenzia qualche affinità con quelle uralo-altaiche e, a quanto pare, con le australiane parlate dagli aborigeni. La cultura dravidica, salvo le enclaves di
cui si è detto, è stata praticamente distrutta dagli invasori ari, e le sue tracce sono reperibili soprattutto, in campo religioso, nell’adorazione per certe divinità dell’India meridionale.

Gli Ari

Il termine deriva dal sanscrito ariya, «signore», e sta a designare il vasto gruppo etnico portatore di lingue indoeuropee. Il vocabolo è sorto verso la metà dell’Ottocento, quando in Europa si diffuse la conoscenza del sanscrito. Questa era allora ritenuta la lingua originaria, perfetta, madre delle lingue indoeuropee, portata in India da un gruppo di tribù antropologicamente omogenee, emigrate in epoca protostorica dall’Europa centro-settentrionale. Siccome i popoli di lingua indoiranica usavano designare se stessi con l’appellativo di Ari («signori», «nobili»), il termine da alcuni studiosi tedeschi fu esteso a indicare il tipo etnico biondo nordeuropeo concepito come diretto discendente dell’antica e «pura» razza, quella appunto «nobile, eletta». L’equivoco, basato su due errori (l’identificazione di lingua e razza e il pregiudizio dell’esistenza di razze e lingue «pure»), incontrò il favore della propaganda nazista tedesca ed ebbe i ben noti sviluppi nel corso della Seconda guerra mondiale.

Etichette: , ,

 
domenica 15 giugno 2008, posted by roberto.bonuglia at 14.10
Stalin un giorno disse a Tito: «Compagno, cosa faresti se un tuo soldato si ostinasse a non andare al passo con la musica?». «Proverei a cambiare musica», rispose Tito.
Una risposta che dice molto della personalità del dittatore jugoslavo, l’uomo che, si diceva negli Anni Settanta «è riuscito a cambiare la musica quando tutta l’orchestra comunista, diretta dal Cremlino, suonava all’unisono lo spartito stalinista». Infatti, Tito, fin dal 1948 si rifiutò di “marciare inquadrato” all’ombra di Stalin, anticipando di fatto il movimento centrifugo che sarebbe poi scoppiato alla fine degli Anni Ottanta.
Tito conosceva molto bene i sovietici, la loro lingua, le loro qualità, i loro difetti: allo scoppio della prima guerra mondiale, quando la Jugoslavia non esisteva e la Croazia era soggetta all’impero austro-ungarico, il meccanico Josip Broz fu chiamato alle armi e inviato a combattere, con il grado di sergente, sul fronte russo, contro le truppe dello Zar. Il futuro Tito cadde prigioniero e durante la rivoluzione si unì ai bolscevichi. Tornò in Croazia con una moglie russa e un figlio. Nel 1928, a Zagabria, dove lavorava come operaio metallurgico, fu arrestato e condannato a 5 anni di lavori forzati per «cospirazione sovversiva». Posto in libertà prima che avesse finito di scontare la pena, si recò nell’Unione Sovietica, a perfezionare la sua preparazione di funzionario dell’Internazionale comunista.
Questa sua attività iniziò nel 1934. Prima a Praga, poi a Parigi, poi in Spagna dove prese parte alla guerra civile contro i franchisti. Le polizie di mezza Europa gli diedero inutilmente la caccia. Intorno ai suoi due pseudonimi (di Walter e di Tito) si formò quasi una leggenda. Si diceva che il vero Josip Broz fosse morto in carcere e che Tito, alias Walter, fosse in realtà un russo somigliante in tutto e per tutto al meccanico di Zagabria. Ma erano solo fantasie. Si capì subito che Tito non era un russo allorché si gettò nella lotta partigiana contro le truppe dell’Asse che avevano invaso la Jugoslavia. Era la primavera del 1941 e l’URSS non era ancora entrata in guerra.
Allora, è giusto ricordarlo, vigeva il patto di non aggressione Ribbentrop-Molotov. L’appello del comunista Tito che chiedeva le armi per difendere la libertà del suo Paese oppresso dal nazismo rimase inascoltato da Stalin finché anche l’Unione Sovietica non venne aggredita da Hitler. I primi aiuti giunsero invece da Churchill e da Randolph, il figlio del primo ministro conservatore, che si fece paracadutare fra i partigiani jugoslavi. Ecco come lo descrive Winston Churchill raccontando il loro incontro a Napoli il 12 agosto 1944, per discutere sull’avvenire della Jugoslavia: «Indossava una magnifica uniforme azzurra con alamari d’oro, molto accollata e decisamente poco adatta a quella giornata di caldo soffocante. L’uniforme gli era stata regalata dai sovietici, mentre il cordoncino dorato, a quel che appresi più tardi, veniva da gli Stati Uniti».
Sembra il preannuncio di quello che avverrà dopo la rottura fra Tito e Stalin: la Jugoslavia continuerà ad essere comunista, nella sua maniera particolare che si basava su una gelosa indipendenza nazionale e sulla ricerca di come conciliare il marxismo con la libertà individuale. Anche per questo, negli Anni Cinquanta e Sessanta, Tito otterrà dall’America - ansiosa di incoraggiare l’uscita della Jugoslavia dall’orbita sovietica - grano, crediti, sovvenzioni a fondo perduto. Anche l’appoggio che gli americani diedero, di fatto, a Tito piuttosto che a De Gasperi nella Questione di Trieste e la copertura di alcuni fatti tragici e vergognosi di cui furono vittima gli italiani (tra l’altro esuli, primi tra tutti gli istriani) come le foibe, vanno letti in questa direzione.
Con Stalin Tito fu protagonista, più volte, di scenate furibonde. Il dittatore jugoslavo aveva un temperamento irascibile e questo suo difetto, lo riconosceva: «Cerco sempre di non prendere le mie decisioni quando sono in collera». Le crisi epatiche di cui soffrì nel 1948 furono almeno in parte determinate dalle liti con il dittatore del Cremlino. Nel 1951 dovette farsi operare alla cistifellea. A un amico che era andato a far gli visita in ospedale, disse: «Come sarebbe stato contento Stalin se l’operazione non fosse riuscita. Sarebbe stato un modo facile di sbarazzarsi di me».

A differenza di Stalin Tito non perseguì con insistenza nel culto della personalità, il suo stile fu asciutto e severo perché pur con tutti i crismi del dittatore, la sua formazione risentiva del clima austriaco, concreto e realista, in cui visse nella prima giovinezza. Anche per questo Tito non credeva al panslavismo né al pancomunismo. Caduto Stalin e incominciato il disgelo, il titoismo è stato accettato o quanto meno tollerato dall’Unione Sovietica, che in quegli anni si trovò a che fare con uno scisma di ben altre proporzioni: quello della Cina di Mao Tse-Tung.
Conquistatosi un notevole prestigio internazionale grazie alla sua ribellione a Mosca e alla sua posizione intermedia (o meglio, non impegnata negli anni della guerra fredda), Tito si affermò come uno dei più ascoltati leader dei Paesi non allineati, quel Terzo Mondo che non intendeva legare i propri interessi all’uno o all’altro dei blocchi contrapposti. Ridottasi, con il disgelo USA-URSS, la forza ideologica del neutralismo, in parte indebolita dagli avvenimenti interni la posizione mondiale dell’India e della RAU, Tito rimase uno dei maggiori esponenti, forse il meno compromesso, del cosiddetto Terzo Mondo.
Sul piano interno Tito ha legato il suo nome alla progressi va liberalizzazione del regime jugoslavo; una liberalizzazione lenta che non ha però tollerato le fughe in avanti, le impazienze di chi voleva imprimere alla società jugoslava un ritmo di sviluppo economico o democratico più rapido. E in questo quadro che si inseriscono gli episodi di repressione anti-liberale, nel 1961 contro Gilas, nel 1966, non meno clamorosamente, contro Mihailov. Il primo, collaboratore di Tito e scrittore, condannò nella «Nuova Classe» la burocratizzazione dei quadri comunisti e propose la «grande riforma» economica che solo pochi anni dopo Tito stesso incomincerà ad attuare in Jugoslavia, imperniata sull’«autogestione» nelle fabbriche, che concedeva ampia autonomia di iniziativa alla giovane industria jugoslava e rappresentò un esperimento unico (se si eccettua quello della socializzazione delle fabbriche fortemente voluto da Mussolini nella Repubblica Sociale di Salò), di partecipazione operaia alle decisioni economiche e agli utili aziendali. Le idee di Gilas furono però considerate - da un Tito eccessivamente “geloso” - distruttive all’epoca in cui vennero espresse e Gilas pagò con cinque anni di carcere la sua ansia di rinnovamento. Uscito Gilas di prigione, a soli tre mesi di distanza esplose il caso Mihailov.
Il giovane scrittore e assistente universitario di Zara portò avanti le critiche di Gilas, denunciò il monopolio del potere nelle mani del partito comunista, chiese l’attuazione di una democrazia politica basata sulla libertà di stampa e di critica. Tito rispose che non si sarebbe potuti uscire dalla linea del partito, non chiuse ufficialmente la porta alle riforme democratiche ma le volle porre all’interno del sistema. Nonostante le dichiarazioni “costruttive”, in tre successivi processi Mihailov fu condannato a quattro anni e mezzo di prigione.
Contemporaneamente Tito non tollerò i freni e le nostalgie di marca stalinista. Più lungimirante ed elastico che negli altri Paesi comunisti fu anche l’atteggiamento di Tito nei confronti della Chiesa cattolica; dopo anni difficili, il presidente jugoslavo normalizzò negli Anni Settanta i rapporti con la Chiesa.
La meta di Tito, ha scritto un giornale liberale inglese all’epoca del caso Mihailov, sembra essere quella «di edificare una società comunista con libertà di dissenso». Ma le contraddizioni non mancavano certo: le condanne di Gilas e Mihailov ne erano un esempio.
Qualche piccolo gossip storico sul dittatore jugoslavo prima di chiudere: nato il 25 maggio 1892 a Kumrovec, in Croazia, il padre di Tito era un fabbro ferraio che lo avviò all’attività paterna. Fin da ragazzo si occupò di politica, senza privare però troppo tempo alla sua vita privata: Tito ebbe tre mogli: la prima, Polagia, era una contadina russa, molto bella e di 10 anni più giovane di lui. Nel 1939, dopo essere rimasto vedovo di Polagia, sposò Erta, una maestra slovena da cui poi divorziò per un idillio con Olga Nincic, figlia di un ministro iugoslavo. Nel 1952 arrivò il terzo matrimonio, con Jovanka, di 32 anni più giovane di lui. I genitori di Jovanka erano stati uccisi nel 1941 dagli ustascia e lei era fuggita in montagna a combattere con i partigiani. Dal primo matrimonio nacque Zarko che poi perse un braccio in un’azione di guerra contro i tedeschi; Zarko disapprovò suo padre per il contrasto con Stalin. Dalle seconde nozze nacque Sascia, nel 1941 che, dopo il divorzio dei genitori, andò a vivere con la madre.
Tra gli hobby di Tito c’era prima di tutto la caccia, praticata fino all’età di 75 anni. Quando era più giovane Josip Broz praticò equitazione e tennis. Fino all’ultimo fu, inoltre, un appassionato giocatore di scacchi. Amava leggere i romanzi francesi dell’Ottocento e, vale la pena ricordarlo, fu un autodidatta; nonostante questo, conosceva ben sei lingue. Odiava il jazz e la pittura astratta. Di se stesso spesso diceva: «Sono un uomo di un’altra generazione».

Etichette: , , , ,

 
, posted by vito.cirillo at 10.43
Il “disumanesimo” è il più grande nemico dell’uomo. Ne ha impedito e ne impedisce la scoperta della vera identità, l’appropriazione di sé, lo sviluppo di sé, la manifestazione del vero sé stesso. Lo scrittore tedesco Friedrich Von Schiller, nella sua opera L’accampamento di Wallenstein, disse: «In un cerchio ristretto, lo spirito si restringe; l’uomo cresce col cresce dei scopi».

«In un cerchio ristretto» nel quale è stato racchiuso l’uomo, ristretta e limitata è stata la crescita dell’uomo stesso. Quando si viene al mondo, si è uomini solo potenzialmente, nel senso che si è esseri umani la cui umanità deve manifestarsi e svilupparsi in un processo di giusta crescita affinché ciascuno possa porsi i suoi alti scopi, che sono latenti e che devono essere estrinsecati. A quest’opera devono concorrere tutte le componenti sociali: i genitori, la scuola, la società. Ai primi spetta il compito di individuare la potenziale e autentica identità del figlio (o della figlia) in modo da agevolarne la manifestazione ed evitare devianze, storture, repressioni, sterilità nella formazione dell’essere umano. Compito del genitore non è, dunque, solo quello di dar la vita ad una nuova creatura, ma far emergere da essa l’uomo (o la donna) secondo le proprie peculiarità.

Etichette:

 
sabato 14 giugno 2008, posted by roberto.bonuglia at 16.45
«Sto partendo per Teheran per presentare una generosa e complessiva offerta […] Con quest'offerta, la Ue e i paesi del “5+1” mostrano il desiderio di sviluppare una relazione costruttiva e collaborativa con l'Iran sul nucleare e in molti altri settori».

Questo è stato il passaggio più significativo della dichiarazione di intenti rilasciata ieri dall’alto diplomatico dell’Unione Europea Javier Solana prima di partire alla volta dell’Iran dove stamane ha incontrato Manouchehr Mottaki (ministro degli Esteri) e Saeed Jalili (capo negoziatore sul dossier nucleare) per invitare ufficialmente (a nome dell’Ue) il governo di Teheran a sospendere il programma di arricchimento dell’uranio offrendo in cambio all’Iran un nuovo pacchetto di incentivi da parte delle maggiori potenze europee.

Rispetto al 2006, quando Solana si era recato in Iran più o meno per gli stessi motivi, stavolta, il diplomatico europeo aveva portato con sé una lettera «politica» firmata dai ministri degli Esteri del “5+1” e nella quale questi si dichiaravano «convinti che sia possibile cambiare lo stato attuale delle cose sul nucleare iraniano e pieni di speranza che i leader iraniani abbiano la stessa ambizione». Nella lettera, inoltre, veniva di fatto riconosciuto «il diritto dell'Iran a sviluppare la ricerca, la produzione e l'uso dell'energia nucleare per scopi pacifici, d'accordo con quanto previsto dagli obblighi del Trattato per la non-proliferazione».

Al momento in cui scriviamo i colloqui sono ancora in pieno svolgimento ma sono filtrate le prime indiscrezioni sul probabile esito negativo della trattativa: il portavoce del governo iraniano, Gholamhossein Elham si è subito impegnato a sottolineare che «se nel pacchetto di proposte c’è la sospensione dell’arricchimento esso non è accettabile», aggiungendo che Teheran comunque, «studierà il documento ed esprimerà i suoi punti di vista».

Un’agenzia della Reuters, inoltre, ha ufficializzato i rumors che ritenevano, proprio come due anni fa, molto probabile l’ipotesi di un rifiuto iraniano. L’offerta, quindi, sarà rimandata al mittente, e ciò ha già provocato la delusione del presidente americano George W. Bush che pochi minuti fa, durante una conferenza stampa congiunta con il presidente francese Nicolas Sarkozy a Parigi, ha espresso tutta la sua amarezza: «Sono deluso del fatto che i leader iraniani abbiano respinto questa generosa offerta […] ciò significa che la leadership di Teheran vuole ulteriormente isolare il Paese.

D’altra parte, già alle 11.00 [ora italiana] prima dell’incontro tra Solana ed i vertici iraniani, alcuni ambienti diplomatici di Teheran avevano fatto capire che il Governo iraniano (al massimo) non si sarebbe pronunciato «sull’offerta di incentivi in cambio dello stop al programma di arricchimento dell’uranio, […] chiedendo che prima di tutto l’Occidente risponda in modo "logico" alla proposta avanzata un mese fa dal presidente Mahmoud Ahmadinejad».

E’ dunque evidente che Solana, al contrario di quanto solo pochi speravano, tornerà in Europa senza aver concluso nulla: la prima concreta iniziativa del 5+1 si è risolta in un nulla di fatto.

Etichette: , , ,

 
venerdì 13 giugno 2008, posted by roberto.bonuglia at 15.19
Pubblichiamo alcuni momenti tra i più significativi di quattro interviste fatte negli Anni Settanta da Oriana Fallaci, che rappresentano una testimonianza davvero eccezionale per il coraggio mostrato nel porre domande ai suoi importanti interlocutori che oggi, purtroppo, è difficile rinvenire nelle affollate conferenze stampa organizzate più per celebrare che conoscere l'intervistato.

A Ruhullah Musavi Khomeini (in “Corriere della Sera”, 26 settembre 1979)

La prego, Imam: devo chiederle ancora molte cose. Di questo “chador” ad esempio, che mi hanno messo addosso per venire da lei e che lei impone alle donne. Mi dica: perché le costringe a nascondersi come fagotti sotto un indumento scomodo e assurdo con cui non si può lavorare né muoversi? Eppure anche qui le donne hanno dimostrato d’essere uguali agli uomini. Come gli uomini si sono battute, sono state imprigionate, torturate, come gli uomini hanno fatto la rivoluzione...

Le donne che hanno fatto la rivoluzione erano e sono donne con la veste islamica, non donne eleganti e truccate come lei che se ne vanno in giro tutte scoperte trascinandosi dietro un codazzo di uomini. Le civette che si truccano ed escono per strada mostrando il collo, i capelli, le forme, non hanno combattuto lo Scià. Non hanno mai fatto nulla di buono quelle. Non sanno mai rendersi utili: né socialmente, né politicamente, né professionalmente. E questo perché, scoprendosi, distraggono gli uomini e li turbano. Poi distraggono e turbano anche le altre donne.

Non è vero, Imam. E comunque non mi riferisco soltanto a un indumento ma a ciò che esso rappresenta: cioè la segregazione in cui le donne sono state rigettate dopo la rivoluzione. Il fatto stesso che non possano studiare all’università con gli uomini, ad esempio, né lavorare con gli uomini, né fare il bagno in mare o in piscina con gli uomini. Devono tuffarsi a parte con il “chador’ A proposito, come si fa a nuotare con il “chador”?

Tutto questo non la riguarda. I nostri costumi non vi riguardano. Se la veste islamica non le piace, non è obbligata a portarla. Perché la veste islamica è per le donne giovani e perbene.

Molto gentile. E, visto che mi dice così mi tolgo subito questo stupido cencio da medioevo. Ecco fatto. Però mi dica: una donna che come me ha sempre vissuto tra gli uomini mostrando il collo e i capelli e gli orecchi, che è stata alla guerra e ha dormito al fronte con i soldati, è secondo lei una donna immorale, una vecchiaccia poco perbene?

A Yasser Arafat (in “L’Europeo” del 12 marzo 1970, ora in Intervista con la Storia, 1974)

Abu Ammar, lei non è un uomo giusto. Io sono qui e sto ascoltando lei. E dopo questa intervista riferirò parola per parola ciò che mi ha detto lei.

Voi europei siete sempre per loro. Forse qualcuno di voi incomincia a capirci: è nell’aria, si annusa. Ma in sostanza restate per loro.

Questa è la vostra guerra, Abu Ammar, non è la nostra. E in questa vostra guerra noi non siamo che spettatori. Ma anche come spettatori lei non può chiederci d’essere contro gli ebrei e non deve stupirsi se in Europa, spesso, si vuoi bene agli ebrei. Li abbiamo visti perseguitare, li abbiamo perseguitati. Non vogliamo che ciò si ripeta.

Già, voi dovete pagare i vostri conti con loro. E volete pagarli col nostro sangue, con la nostra terra, anziché col vostro sangue, con la vostra terra. Continuate a ignorare perfino che noi non abbiamo nulla contro gli ebrei, noi ce l’abbiamo con gli israeliani. Gli ebrei saranno i benvenuti nello Stato democratico palestinese: gli offriremo la scelta di restare in Palestina, quando il momento verrà.

Abu Ammar, ma gli israeliani sono ebrei. Non tutti gli ebrei si possono identificare con Israele ma Israele non si può non identificare con gli ebrei. E non si può pretendere che gli ebrei di Israele vadano un’altra volta a zonzo per il mondo onde finire nei campi di sterminio. È irragionevole.

Così, a zonzo per il mondo volete mandarci noi.

No. Non vogliamo mandarci nessuno. Tanto meno voi.

Però a zonzo ci siamo noi, ora. E se ci tenete tanto a dare una patria agli ebrei, dategli la vostra: avete un mucchio di terra in Europa, in America. Non pretendete di dargli la nostra. Su questa terra noi ci abbiamo vissuto per secoli e secoli, non la cederemo per pagare i vostri debiti. State commettendo uno sbaglio anche da un punto di vista umano. Com’è possibile che gli europei non se ne rendano conto pur essendo gente così civilizzata, così progredita, e più progredita forse che in qualsiasi altro continente?

A Reza Pahlavi (in “L’Europeo”, 1 novembre 1973; poi in Intervista con la Storia, 1974)

Forse mi sono spiegata male, Maestà. Io alludevo alla democrazia come la intendiamo noi in Occidente, cioè a quel regime che consente a chiunque di pensarla come vuole e si basa su un Parlamento dove anche le minoranze sono rappresentate...

Ma quella democrazia io non la voglio! Non l’ha capito? Io non so che farmene di una simile democrazia! Ve la regalo tutta, potete tenervela, non l’ha capito? La vostra bella democrazia! Ve ne accorgerete tra qualche anno dove conduce la vostra bella democrazia.

Be forse è un po’ caotica. Ma è l’unica possibile se si rispetta l’Uomo e la sua libertà di pensiero.

Libertà di pensiero, libertà di pensiero! Democrazia, democrazia! Coi bambini di cinque anni che fanno gli scioperi e sfilano per le strade. È democrazia questa? È libertà?

So che il mio libro sul Vietnam fu tolto dalle librerie quando Nixon venne qui e ci fu rimesso soltanto dopo che lui fu partito.

Come?

Sì, sì.

Ma lei non sarà mica sulla lista nera?

Qui a Teheran? Non so. Potrebbe darsi. Io sono sulla lista nera di tutti.

Uhm... Perché io la sto ricevendo a palazzo ed è qui, seduta accanto a me...

Certo. Però vorrei chiederle una cosa, Maestà. Vorrei chiederle: se, anziché essere italiana, fossi iraniana e vivessi qui e pensassi come penso e scrivessi come scrivo, cioè se la criticassi, lei mi butterebbe in galera?

È probabile. Se ciò che pensa e che scrive non andasse d’accordo con le nostre leggi, sarebbe processata.

A Muammar Gheddafi (in “Corriere della Sera”, 2 dicembre 1979)

Colonnello, colonnello! Scusi se la interrompo. Ma in tutta questa roba, c’è un posticino per la libertà?

La libertà?! Che libertà? È questa la libertà. L’unica, vera, reale libertà. Perché mi pone un quesito simile?

Perché ho letto che l’anno scorso ha fucilato quaranta ufficiali a cui non piace va la Jamahiriya. E poi ho letto che nel 1977 ne ha fucilati cinquantacinque per la stessa ragione. E poi ho letto che mesi fa a Bengasi ha impiccato sulla pubblica piazza un mucchio di studenti che si ribellavano al Libro Verde.

Ecco le cose che mi fanno perdere fiducia nell’Occidente. Ma perché scrivete queste cose non vere?

Chissà. Gente invidiosa, forse. Dica, colonnello: lei crede davvero che questo libretto verde cambierà il mondo?

Senza dubbio. Sì, non c’è dubbio. Il Libro Verde è il prodotto della lotta del genere umano, il Libro Verde è la guida nel viaggio dell’emancipazione dell’Uomo, il Libro Verde è il Vangelo. Il nuovo Vangelo. Il Vangelo della nuova era, l’era delle masse.

Lei non è molto umile, eh?

No, io non sono umile. Perché posso resistere agli attacchi del mondo intero e perché col Libro Verde ho risolto i problemi dell’Uomo e della società.

Colonnello, posso farle un’ultima domanda? Lei crede in Dio?

Ovvio! Certo! Perché mi chiede una cosa simile?

Perché credevo che Dio fosse lei.

Etichette: , , , ,

 
giovedì 12 giugno 2008, posted by roberto.bonuglia at 12.44
In otto anni di presidenza, per ben sei volte Bush è stato a Roma in visita ufficiale. L'Air Force One con a bordo il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, è atterrato alle 16.10 di mercoledì all'aeroporto di Roma-Ciampino. Ad accoglierlo, al suo arrivo, c'erano l'ambasciatore Usa a Roma, Ronald P. Spogli, con gli ambasciatori presso il Vaticano Mary Ann Glendon e presso la Fao, Gaddi Vasquez; per parte italiana l'ambasciatore a Washington, Giovanni Castellaneta e il capo del Cerimoniale diplomatico della Repubblica, ambasciatore Leonardo Visconti di Modrone.

Oggi, a quanto pare, solleciterà il premier Berlusconi a prendere un «impegno tangibile» sul programma nucleare iraniano e sulla presenza militare italiana in Afghanistan.

L’arrivo del presidente uscente statunitense è stata preceduta, lo abbiamo visto nei giorni scorsi, dalla dichiarata volontà di Bush di far entrare il nostro paese nel gruppo dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'Onu (Usa, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina), il cosiddetto “5+1”, dove il +1 è relativo al recente inserimento nel gruppo della Germania. La notizia è stata accolta con grande soddisfazione dagli ambienti diplomatici (e non solo) italiani ma, in queste ore, tale possibilità sembra essere molto meno scontata di quanto si potesse pensare e, comunque, subordinata agli «impegni tangibili» richiesti da Bush.

L’annunciato inserimento dell’Italia nel “5+1” è, in realtà, un’eventualità presa in considerazione dagli americani solo la settimana scorsa quando, cioè, gli States hanno molto gradito l’atteggiamento di netta chiusura verso Ahmadinejad tenuto dalla Farnesina e dal Governo italiano durante il vertice FAO. Ma per prenderla in considerazione questa eventualità, ora servono «fatti concreti» e «impegni precisi» da assumere nei confronti sia del “problema iraniano” sia dell’impegno italiano in Afghanistan. Come scrive Mario Calabresi su Repubblica.it, infatti: «Lo sforzo di Bush di aumentare le pressioni sull'Iran e sul suo programma nucleare dovrebbe essere uno dei punti caldi del colloquio con Berlusconi […] e l'altro tema di discussione sarà l'Afghanistan».

Nel primo caso, a quanto pare, le maggiori resistenze arrivano dalla Germania (soprattutto da Angela Merkel) che, inserita da poco nel gruppo, è ovviamente contraria a qualsiasi ulteriore allargamento del “5+1”. A confermarlo sono le parole di Judy Ansley, la numero due del Consiglio della sicurezza nazionale che, proprio ieri, ha rilasciato la seguente dichiarazione: «Chiaramente l'Italia vuole far parte dell'organismo, esiste una richiesta in tal senso fatta da molto tempo, anche dal governo precedente, e mi aspetto che la cosa venga discussa a Roma. Ma la Germania ha detto pubblicamente che desidera tenere la composizione del 5+1 così come è oggi. Gli italiani sono stati ovviamente inclusi in consultazioni collegate alla vicenda. Ma per quanto riguarda il far parte del gruppo, non so quanto sia realistico».

Nel caso dell’Afghanistan, la richiesta di Bush è abbastanza scontata: aumento delle truppe o dell’assistenza prestata nel “paese dell’oppio”, con un’evidente preferenza da parte statunitense, per una maggiore flessibilità italiana nell’impiego dei militari nelle zone dove i talebani sono più aggressivi. Ieri il ministro degli Esteri Frattini, in tal senso, ha voluto subito rassicurare gli americani: «Non sopportiamo più che si faccia la rappresentazione di un esercito che si tiene nelle retrovie […] rifiuto di leggere sulla stampa inglese che “le truppe italiane sono sempre dietro alle altre” […] l'opinione pubblica italiana non può accettare che i nostri soldati siano dipinti come quelli che sono disposti nelle zone tranquille, di non fare nulla e di evitare situazioni rischiose. Ne va della dignità delle nostre truppe».

Etichette: , , ,

 
mercoledì 11 giugno 2008, posted by vito.cirillo at 11.08
La leggendaria tribù di Toro Seduto, di Nuvola Rossa, di Cavallo Pazzo, i Sioux, è di nuovo sul piede di guerra contro il Governo federale statunitense.
Dopo che tanti trattati non sono stati rispettati "dall'uomo bianco", i Sioux hanno presentato a Washington un documento di secessione dagli Usa. Sono guidati da Russel Means, che ha recitato nel film L'Ultimo dei Mohicani. In tale decisione, ha prevalso l'ala dura degli Oglala Dakota, molto orgogliosi delle loro tradizioni.

Etichette: , ,

 
martedì 10 giugno 2008, posted by vito.cirillo at 14.07
I Tuareg sono beduini che vivono nelle regioni sahariane centrali. Si dedicano all'allevamento di cammelli e cavalli, dimorano in tende fatte di pelli.
Sono islamici, ma accanto alla religione islamica ci sono credenze animistiche. Parlano una loro propria lingua con una propria scrittura. Politicamente e socialmente osservano un sistema feudale con divisione in classi. Una loro particolarità rispetto agli altri popoli islamici è quella secondo cui i maschi hanno il volto velato e le donne portano il velo.

Etichette: , , , ,

 
lunedì 9 giugno 2008, posted by vito.cirillo at 17.26

Il 12 ed il 13 giugno, a Palazzo Vecchio di Firenze, si terrà un interessante convegno il cui tema principale sarà: "Ripensare il Mediterraneo. Un compito dell'Europa".
Nella mattinata del 12 giugno, a partire dalle 9.30, interverranno Leonardo Paggi, Luciana Castellina e Lapo Pistelli. Poi, alle 11.40, Antonio Prete presiederà l'incontro con Maurizio Bettini, Luciano Canfora, Isabella Camera d'Afflitto e Alberto Melloni sul tema: "Radici cristiane dell'Europa?". A questa domanda cercheranno di rispondere anche Roberto Venuti e Guido Mazzoni. Nel pomeriggio poi altri due incontri: "Politiche di potenza e modelli di modernità nel Mediterraneo di oggi" e "Italia e Mediterraneo". Il 13 giugno, inoltre, segnaliamo i dibattiti intorno ai temi, entrambi interessanti, di "Islam e democrazia" e "Il Mediterraneo nell'agenda politica dell'Unione Europea".

Etichette: , ,

 
domenica 8 giugno 2008, posted by roberto.bonuglia at 10.24
Nei prossimi giorni il presidente degli Usa, George W. Bush, verrà in Europa per una serie di appuntamenti e visite ufficiali. Una delle tappe di questa sua tournee istituzionale – dopo quelle di Lubiana e Berlino - è prevista anche in Italia, paese che Bush ha voluto ringraziare rilasciando un’intervista al TG1 mandata in onda proprio ieri sera.
A tre giorni di distanza dal vertice Fao (piuttosto deludente, in verità) sulla sicurezza alimentare durante il quale l’Italia ha condannato con fermezza Ahmadinejad ed i suoi attacchi a Israele tanto da rifiutare qualsiasi incontro ufficiale tra le due delegazioni, ai microfoni del “telegiornale nazionale” il presidente statunitense ha voluto ringraziare pubblicamente il nostro Paese per l’impegno svolto in Afghanistan e «per i sacrifici che fa in aiuto di questa giovane democrazia», nonché per il supporto dato agli americani in Medio oriente durante questi ultimi anni. Sono poi seguiti i complimenti rivolti al premier italiano Berlusconi verso il quale Bush ha riservato parole di stima e di amicizia: «Lo conosco, mi fido e mi piace […] il premier italiano è uno dei leader del mondo davvero interessanti».
Ma il passaggio più interessante dell’intervista rilasciata a Gianni Riotta è quella in cui Bush anticipa il sì degli Usa all’entrata dell’Italia nel 5+1 (cioè tra i membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu) che negozia sul problema del nucleare iraniano.
Sarà certamente questo uno degli argomenti che saranno affrontati nei colloqui tra Berlusconi e Bush l’11 e il 12 giugno visto che, ha fatto sapere quest’ultimo: «In questo mio viaggio insisterò sul pericolo militare iraniano […] l'Italia può essere una voce importante e davvero un importante protagonista nel negoziato con Teheran, nel convincere gli iraniani a non isolarsi. Sì, voi potete avere un ruolo chiave, devo verificare i dettagli, ma credo che l'Italia possa davvero essere un'importante protagonista […] il mondo libero deve continuare a mandare un segnale chiaro agli iraniani: non accetteremo che un programma di arricchimento dell'uranio costruisca un'arma nucleare. In questo mio viaggio insisterò sui pericoli del nucleare iraniano, non quello civile, naturalmente, ma un programma nucleare che miri al ricatto o alla distruzione».
Alla domanda più attesa, che ci eravamo posti anche noi qualche giorno fa, ossia se resti sul tavolo delle possibilità l'opzione di un prossimo intervento militare contro l'Iran, Bush ha risposto in modo inequivocabile: "Sì".

Etichette: , , ,

 
, posted by vito.cirillo at 7.25
Nel Giulio Cesare di William Shakespeare, c'è una significativa battuta: "Gli uomini, in certi momenti, sono padroni del loro destino".
L'attuale momento è quello in cui gli uomini devono cercare di essere padroni del loro destino, se vogliono che ci sia ancora un destino umano.
"Sono le difficoltà a mostrare gli uomini" diceva, nelle sue Dissertazioni, il filosofo greco Epitteto. Hanno gli uomini voglia di fronteggiare la difficile e critica situazione in cui stanno vivendo?
Se sì, lo dimostrino. Essere passivi non serve a niente. Fare del vittimismo alimenta solo l'impotenza. Abbandonarsi al fatalismo significa arrendersi. Bisogna trovare forza e operare con entusiasmo per far prevalere il neoumanesimo, una concezione che salvi l'uomo dall'abbrutimento e dal "disumanesimo". E' un entusiasmo salutare. Il filosofo americano Ralph Waldo Emerson, nei suoi Saggi, diceva: "Senza entusiasmo non si è mai compiuto niente di grande".

Etichette:

 
sabato 7 giugno 2008, posted by vito.cirillo at 17.14
Prima che Abramo e sua moglie Sara mettessero al mondo Isacco, nacque Ismaele. Egli fu concepito da Agar (che era la schiava di Sara) e da Abramo perché la moglie, essendo sterile, voleva a tutti i costi un figlio. Con la nascita di Isacco, uscito dal suo grembo, Sara rifiutò Ismaele e Agar che andarono a vivere nel deserto.
Da Ismaele discendono gli ismaeliti dei quali fanno parte gli arabi. Ismaele è, quindi, il loro progenitore, ma è, nel contempo, fratellastro di Isacco, uno dei patriarchi degli ebrei. Entrambi erano figli di Abramo, fratelli quindi.
Bisogna che israeliani e palestinesi non lo dimentichino.

Etichette: , ,

 
, posted by vito.cirillo at 17.07
Lo scienziato ebreo Albert Einstein, nacque a Ulm, in Germania, il 14 marzo 1879.
Essendo molto timido, preferiva studiare da solo non provando un grande trasporto per la scuola.
Gli piaceva suonare il violino ed era appassionato di matematica. Riteneva inoltre che dietro le cose "doveva esserci un qualcosa di nascosto". Per questo alimentò i suoi molteplici interessi (dalla politica alla filosofia).
Fu sempre un convinto pacifista e si distinse per molte coraggiose battaglie. Nel 1916, formulò la teoria della relatività generale che ebbe un'importanza che va al di là della semplice Fisica. Fu una rivoluzione concettuale che interessò molti campi, mettendo in discussione la percezione della realtà legata ai nostri sensi. Per tale immensa scoperta fu considerato la figura più rappresentativa della scienza moderna. Morì a Princeton (Usa) nel 1956.

Etichette: ,

 
venerdì 6 giugno 2008, posted by roberto.bonuglia at 15.07

Obama o McCain? A quanto pare questa sarà la domanda alla quale i cittadini statunitensi dovranno rispondere il prossimo novembre.

A nostro avviso [da leggersi come un presentimento, non come un auspicio], nonostante l’entusiasmo di questi giorni, il successo del primo rimarrà quello di aver superato la Clinton alle primarie democratiche e, probabilmente, per i repubblicani si profilerà una vittoria piuttosto netta.
Obama nei mesi scorsi ha promesso più volte, in caso di elezione, il ritiro delle truppe dall’Iraq ma, a quanto pare, questa promessa è destinata a rimanere tale anche nel caso in cui il nostro presentimento si riveli, a novembre, infondato.
Ad affermarlo è il giornalista Patrick Cockburn nell’articolo Revealed: Secret plan to keep Iraq under US control apparso ieri su The Indipendent che rivela l’esistenza di un vero e proprio «piano segreto» della Casa Bianca per l’occupazione a lungo termine del paese mediorientale: le truppe americane manterrebbero circa 50 basi militari sul territorio e sarebbe rinnovata per esse l’immunità dalle leggi irachene, la libertà di condurre operazioni militari e di poter arrestare le «persone sospette» senza dover consultare prima Baghdad.
L’articolo mette poi in risalto il fatto che George W.Bush voglia fermamente concludere tale accordo entro il 31 luglio [come previsto dalla «dichiarazione di principi» da lui firmata assieme al premier iracheno Nuri al Maliki il 26 novembre 2007], così da poter dichiarare nei tempi stabiliti la vittoria militare dopo la discussa invasione del 2003 e, di fatto, intascare il risultato prima della scadenza del suo mandato.
Così facendo il presidente uscente favorirebbe il candidato repubblicano alla Casa Bianca il quale, a differenza di Obama, non ha mai esplicitamente parlato di ritiro delle truppe dall’Iraq.
Facile, a questo punto, intuire le reazioni del governo iracheno: il primo ministro Nouri al Maliki ha condannato le premesse dell’accordo del quale, tra l’altro, non sono ancora noti i dettagli. Nonostante ciò, il premier sembra essere consapevole del fatto che, senza l’aiuto ed il supporto americano, il suo governo non potrebbe mantenere a lungo il controllo del Paese.
L’unica personalità dotata dell’autorità necessaria a bloccare l’accordo è, invece, l’ayatollah Ali al Sistami, leader spirituale della maggioranza sciita il quale, già nel 2003, costrinse gli Usa ad accettare che, a scrivere la nuova Costituzione, fosse un Parlamento espresso dal popolo in quanto “prodotto” di elezioni generali. Ma anche al Sistani sa bene che perdere in questo momento l’appoggio degli americani significherebbe indebolire notevolmente la posizione degli sciiti faticosamente consolidatasi nella neonata democrazia irachena.
Ben diverso, invece, l’atteggiamento del mullah Moqtada al-Sadr, che ha lanciato un appello a tutti i suoi seguaci invitandoli a protestare fermamente in massa ogni venerdì, dopo la preghiera, per pressare in tal modo il governo contro le nuove prospettive di occupazione che l’accordo aprirebbe: prime tra tutte, quella di destabilizzare la posizione dell’Iraq nel Medio Oriente ponendo, di fatto, le basi per un conflitto infinito all’interno del paese.
Anche Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, un politico considerato tra i più moderati, ieri ha fatto sapere che un accordo di questo tipo creerebbe in Iraq «una occupazione permanente […] trasformando gli iracheni in schiavi degli americani».
A complicare la già precaria situazione, ha poi contribuito la maggioranza dei parlamentari iracheni scrivendo una lettera al Congresso statunitense con la quale si respinge qualsiasi accordo a lungo termine tra Iraq e Usa se esso non verrà collegato all’impegno che Washington ritiri le sue truppe: alcuni brani di questa lettera sono stati resi noti alla stampa nella giornata di ieri da William Delahunt, un deputato democratico eletto in Massachuttes: «La maggioranza dei parlamentari iracheni rifiuta con forza qualunque accordo militare, di sicurezza, economico, commerciale, agricolo, di investimenti, o politico con gli Stati Uniti che non sia collegato a meccanismi chiari che obblighino le forze militari americane occupanti a ritirarsi completamente dall’Iraq». A detta di Delahunt, il documento porta la firma di poco più della metà dei deputati iracheni, due dei quali proprio ieri hanno testimoniato di fronte alla sottocommissione della camera dei rappresentanti di cui egli è presidente.
Anche Khalaf al-Ulayyan, sannita e leader del National Dialogue Council – che delle tre formazioni che compongono l’Iraqi Accord Front, la maggiore coalizione sannita rappresentata in parlamento, è quella decisamente contraria all’occupazione – ha detto ai membri del Congresso che qualunque trattativa fra Stati Uniti e Iraq per un accordo in materia di sicurezza deve essere sospesa finché le truppe Usa non si saranno ritirate.

Insomma, dopo la dura lotta con la Clinton nelle primarie democratiche, anche la corsa presidenziale per Obama non si prospetta propriamente come una passeggiata: ancora una volta, per il candidato afro-americano, la strada inizia in salita.

Etichette: , , ,

 
, posted by roberto.bonuglia at 11.00

Il Profeta disse: "Aiutate ogni vostro fratello, oppresso od oppressore che sia". Qualcuno allora gli domandò: "O Messaggero di Dio, va bene aiutare un fratello oppresso; ma come potremmo aiutarlo se è un oppressore?". Il profeta rispose: "Fermandolo".

***

Il Profeta disse: "Ogni giorno due angeli scendono tra gli schiavi di Dio. L'uno dice: O Dio, dà a ogni uomo generoso una ricompensa; l'altro dice: O Dio dà a ogni uomo avaro una punizione".

***

Il Profeta disse: "Verrà un tempo in cui gli uomini non si preoccuperanno se le loro conquiste saranno ottenute in modo giusto o ingiusto".

Etichette: ,

 
giovedì 5 giugno 2008, posted by David.Rettura at 21.54


"II diritto di voto dei cittadini degli Stati Uniti non potrà essere negato né misconosciuto dagli Stati Uniti, né da alcuno Stato, per ragioni di razza, colore o precedente condizione di schiavitù."
(Costituzione degli Stati Uniti d'America, XV° emendamento, sezione I°, 1870)

Etichette: , ,

 
mercoledì 4 giugno 2008, posted by vito.cirillo at 14.29

Un fatto di portata planetaria ha posto le sue radici in tante parti del pianeta: l'ascesa al potere di supermiliardari: a Silvio Berlusconi in Italia si sono aggiunti il messicano Carlos Slim, i super-ricchi petrolieri in Ucraina, in Russia ed altri ancora. L'influenza crescente di queste oligarchie economiche è stata favorita dagli stretti legami col potere politico. Tali oligarchie mettono in grave pericolo il sistema della concorrenza, restringendo gli spazi di libertà. I mercati vengono manipolati. Da qui l'ostacolo e talvolta perfino il blocco della concorrenza. E' la globalizzazione delle oligarchie.

[L'immagine del post è un'opera d'arte digitale di Lorenzo Brusadelli]

Etichette: , , , , ,

 
martedì 3 giugno 2008, posted by roberto.bonuglia at 17.13
Si è aperto questa mattina, con l’intervento del nostro Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano il Vertice della Fao sulla crisi alimentare che proseguirà fino a giovedì prossimo, il 5 giugno.

A Roma, già da ieri, per questo evento, sono arrivati molti noti e importanti leader politici accompagnati da centinaia di delegazioni: tra tutti, era attesissimo il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad che, nei giorni scorsi, aveva rilasciato – e questa non è certo una novità - dure dichiarazioni contro Israele auspicando la cancellazione dello Stato ebraico dalla «cartina geografica mediorientale». In risposta a tale provocazione, un gruppo di giovani ebrei ha organizzato già nella prima mattinata, una manifestazione simbolica lanciando dal Colosseo volantini con la scritta «non ti vogliamo»: facile intuire a chi si riferissero.

Prima di lasciare Teheran per recarsi a Roma, Ahmadinejad aveva dichiarato che l’Iran «come nazione influente in economia e agricoltura, ha soluzioni chiare, programmi e suggerimenti per la giusta produzione e distribuzione di cibo nel mondo» ma, arrivato a Ciampino, il leader iraniano non ha deluso le aspettative e si è subito scagliato contro i sionisti, dai quali, secondo lui, «i popoli europei hanno subito i maggiori danni», tenendo inoltre a precisare che «la gente davvero ama le mie dichiarazioni».

«Gli europei – queste le parole usate da Ahmadinejad - hanno subito il più grave danno dai sionisti e oggi il peso di questo regime artificiale, sia politico che economico, è sulle spalle dell'Europa».

Qualche giorno fa il presidente iraniano aveva previsto in un suo discorso che i musulmani sradicheranno i «poteri satanici» e ripetuto il suo controverso credo sulla sparizione di Israele dalle carte geografiche. Non è stato da meno nel suo intervento al Vertice della Fao di Roma, dove iniziando il suo discorso parlando in arabo e invocando «Dio e Khomenini» qualche ora fa Ahmadinejad ha criticato gli organismi decisionali dell’Onu, controllati, a suo dire, da paesi che «pensano solo ai loro interessi» e da «volontà varie mosse occasionalmente da motivazioni diaboliche».

Ricordando che è l’ayatollah Khomeni ad aver indicato a lui ed al suo popolo «la strada di una vita libera della morale, dell’onestà contro l’egoismo e l’ostilità», Ahmadinejad ha denunciato l’esistenza di una «coalizione contro lo sviluppo della produzione e del ricorso all'energia nucleare che è pulita ed economica […] Da una parte queste persone tengono artificialmente alti i prezzi del petrolio, dell'energia e delle tasse dei loro consumi ed incoraggiano i biocarburanti ricavati dai prodotti agricoli e dall’altra ne fanno il pretesto per aumentare i prezzi delle derrate alimentari. […] Nel campo dell’energia sono evidenti irresponsabili interferenze: è chiaro che mani, sia nascoste sia visibili, sono all’opera per controllare in modo menzognero i prezzi allo scopo di perseguire i loro intenti politici ed economici».

Etichette: , , , ,

 
, posted by roberto.bonuglia at 16.18

E’ di ieri la notizia della scomparsa di un grande storico, Dominique Chevallier che, alla conoscenza ed all’approfondimento del Medio Oriente, ha messo al servizio tutto il suo acume storiografico e la sua attività scientifica. Chevallier, spentosi ieri a 80 anni, è stato docente di storia contemporanea e di storia dei Paesi arabi insegnando prima in Tunisia e poi in Francia, a Parigi.

Fin dall’esordio aveva dimostrato le sue qualità: la sua tesi di dottorato sul Libano rappresenta ancora oggi un contributo fondamentale per conoscere la storia del Vicino Oriente e notevoli furono, negli anni successivi, i risultati delle sue ricerche (non molto conosciute in Italia) concernenti i fenomeni di urbanizzazione e delle tensioni in Medio Oriente. Tra i suoi volumi più interessanti vanno ricordati: Città e lavoro in Siria (1982), Oriente di inchiostro. Tra guerre e poteri (2003), Vapori di sangue. Il martirio del Medio Oriente (2008).

Etichette: , ,

 
lunedì 2 giugno 2008, posted by David.Rettura at 1.35

Prefando nel 1998 il volume di Roberto Niccolai, "Quando la Cina era vicina" che ripercorre le vicende dei movimenti politici italiani degli anni '60 e '70 che si ispiravano al pensiero di Mao, Renzo Rastrelli, dell'Università di Firenze ricordando il confronto tra Occidente e Cina nel XIX° secolo scriveva che: "Invece che un'incontro si produsse allora uno scontro e l'occasione di approfondire una reciproca conoscenza fu sostituita dalla sopraffazione della Cina e del disconoscimento della sua identità e dignità culturale" (p. 7). Questa frase mi ha colpito ed ho voluto parteciparvela in quanto ha stimolato in me svariate domande. Per prima cosa mi sono chiesto se gli incontri tra le civiltà non siano merce rara al contrario degli scontri, la cui natura è certo più cruenta ma talvolta più feconda? L'invasione Turca del mondo arabo non ha dato origine ad una civiltà ottomana originale fecondata poi dagli elementi positivi sopravvissuti in un mondo bizantino agonizzante? In un contesto proprio del mondo sinico le invasioni mongole hanno certo modificato la storia cinese in profondità e, solo per avvicinarsi a noi, non è certo sttovalutabile l'influsso che l'invasione napoleonica dell'Egitto ha avuto per conquistanti e conquistati.

In seconda istanza non sono del tutto certo del fatto che la cultura cinese fosse sottovalutata e sottostimata: certo si diffonde in occidente il mito del coolies che spinge il risciò, del vecchio fumatore di oppio instupidito come delle donne coi piedi bonsai, e certo negli Stati Uniti alla fine del secolo è presente la retorica del pericolo giallo, ma sono anche quelli in cui la cultura cinese comincia a diffondersi in Occidente attraverso le sete e le porcellane, all'interno di un sistematico interesse per l'Oriente in generale cui concorre anche la rinascita del Giappone Meiji che comincia anch'esso ad esportare sempre più in Europa e nel mondo, e di cui uno dei frutti più fecondi è certo l'influenza nell'arte impressionista e post-impressionista.

Da ultimo: Perchè in alcuni paesi, come appunto il Giappone Meiji o la Turchia di Ataturk le modernizzaazioni hanno funzionato, mentre in Cina e nell'Iran dello scià sono state possibili solo attraverso sistemi eterodossi e singolari?

Etichette: , , , , , , , , , , ,

 
domenica 1 giugno 2008, posted by vito.cirillo at 11.40
L'apostolo Paolo, nella Seconda epistola a Timoteo (Cap. III, versetti 2 e 3), scrisse:

Perché gli uomini saranno egoisti, superbi, bestemmiatori, disubbidienti ai genitori, ingrati, irreligiosi, senz'affezione naturale, mancatori di fede, calunniatori, intemperanti, spietati, senza amore per il bene.


Un bel quadro, non c'è che dire! Una società siffatta sarebbe il trionfo dell'antiumanesimo e la sconfitta del processo di perfezionamento di sé. Quella paolina è una profezia realistica dal momento che l'alienazione, il consumismo, la reificazione dell'uomo, le discriminazioni razziali, gli odi più forti, l'economicismo avido, l'intolleranza, gli egoismi sociali (e chi più ne ha più ne metta) sono radicati ed estesi.
E' necessario prendere coscienza dell'antidoto: una nuova e integrale conoscenza dell'uomo e degli strumenti che lo portino al perfezionamento di sé. Nel libro di Diogene Laerzio, Vite di filosofi, è attribuita a Socrate la seguente e condivisibile frase: C'è un solo bene, il sapere e un solo male, l'ignoranza".

Etichette:

 
Image Hosted by ImageShack.us