venerdì 31 agosto 2007, posted by roberto.bonuglia at 10.39
Il problema di uno stato islamico, propugnato dagli sciiti e anche da sunniti, soprattutto quelli di osservanza wahabita, non è tuttavia di facile realizzazione in un paese con una maggioranza sciita che si ispira al modello iraniano e una minoranza sunnita che invece guarda all'Arabia saudita. Resterebbero peraltro esclusi i cristiani ai quali Saddam aveva garantito la libertà confessionale. Ma sotto occupazione, con l'accelerazione del processo di islamizzazione, la vita per i cristiani è molto cambiata. Perché, sebbene sia difficile la realizzazione di uno stato islamico in un paese che era tra i più laici nel mondo arabo-musulmano, non c'è dubbio che la guerra e l'occupazione portata avanti in nome del fondamentalismo di Bush ha favorito, insieme, l'abbattimento del regime di Saddam e anche di quei valori che avevano segnato l'indipendenza del paese.

Brano tratto da G. Sgrena, Il fronte Iraq. Diario di una guerra permanente, Roma, Manifestolibri, 2004, pp. 82-83.

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giovedì 30 agosto 2007, posted by vito.cirillo at 09.52
Quest'estate, accogliendo l'invito di Benedetto XVI, 150 missionari cattolici comprendenti preti e cosiddetti "papa Boys", hanno percorso le spiagge italiane col fine di evangelizzare i turisti.
Nel Nord-Est d'Italia, poi, sono state organizzate serate di "dance cristiana". Accanto alla pista, c'erano sacerdoti pronti ad accogliere i giovani ed a dialogare con loro presentando la parola di Dio. A questo punto pare proprio che bisogni cercare le "pecorelle smarrite"
dovunque!

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mercoledì 29 agosto 2007, posted by vito.cirillo at 10.10
Un film che vale la pena di rivedere è indubbiamente Teresa Venerdì di Vittorio De Sica, girato nel 1941 in piena guerra. Il regista ne fu anche l'interprete principale. E' una storia delicata riguardante l'amore che sboccia fra un'orfana e un giovane medico tutt'altro che raccomandabile come tale. L'orfana e il medico, alla fine, si sposeranno. Tra episodi umoristici e situazioni caratterizzate da equivoci, traspaiono elementi neorealistici.

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martedì 28 agosto 2007, posted by roberto.bonuglia at 10.16

«L’antisemitismo è risorto ed è in crescita e purtroppo l’Italia è tra i primi paesi ad esserne teatro. Le cause sono le più disparate. Un sanguinoso filo rosso lega l’antisraelismo, antisionismo e l’antiebraismo. Oggi chi è contro Israele è in realtà contro l’ebraismo: fare differenze è o ipocrita o ignorante». Con queste parole l’ex-Presidente della Repubblica Francesco Cossiga ha voluto inviare una sua testimonianza in occasione della presentazione - svoltasi nello scorso maggio a Palazzo De Carolis – dell’ultimo libro di Giancarlo Elia Valori Antisemitismo, Olocausto e Negazione. La grande sfida del mondo ebraico nel ventunesimo secolo, [Milano, Mondadori, 2007].

Parole, quelle di Cossiga, che nascono dalla lettura di un libro davvero lodevole ed a tratti illuminante che ripropone una «questione» che non deve essere dimenticata: il sentimento di odio e persecuzione razziale, etnica e religiosa va costantemente misurato, controllato e soprattutto, viene da dire, prevenuto.

Il lavoro dell’economista e docente di Scienze della comunicazione nelle relazioni internazionali integra ed amplia il quadro già tracciato due anni fa nell’altro bel libro I giusti in tempi ingiusti [Milano, Rizzoli, 2005] nel quale, anche con testimonianze dirette, l’autore si soffermava sugli orrori dell’Olocausto ricordando però, al contempo, l’alto valore del sacrificio altruista a cui assursero i «giusti fra le nazioni» che, assumendo in prima persona i rischi di essere scoperti, salvarono dalla terribile sorte gli ebrei ai tempi della deportazione: la madre di Valori lo fece a Venezia, Raul Wallenberg e Giorgio Perlasca lo fecero a Budapest. In una attenta recensione del mensile 30giorni si dava atto all’autore di aver fornito, col libro del 2005 «una commovente testimonianza della nobiltà dell’animo umano messo di fronte a una prova estrema, che trasforma la gente comune in eroi ed eroine del nostro tempo» dando così prova e testimonianza che «la misericordia e la gentilezza non conoscono confini né di razza né di religione».

Purtroppo, però va tenuto conto che tali confini sono ignari anche all’odio e soprattutto a quello più antico, quello contro gli ebrei: dopo anni di pregiudizi, ghettizzazione e di persecuzione la tragedia dell’Olocausto ha dimostrato che gli errori del passato possono ripetersi e riproporsi in forme nuove e più temibili. Come ha scritto Fiamma Nirenstein «l’orrore dell’antisemitismo non è stato curato neppure dall’esperienza della shoah» e, infatti, nonostante i campi di sterminio, gli esperimenti di Mengele, il «progetto Madascar», la soluzione finale decisa durante la conferenza di Wannsee del 1942, l’uccisione di più di 6.000.000 di ebrei, oggi vi è ancora chi nega che tutto questo sia accaduto, che tutto questo sia esistito, che tutte quelle persone siano morte. Un nuovo diffuso e serpeggiante antisionismo, infatti, sta prendendo corpo semplificando e riassumendo - come osservato acutamente da Angela Rolletta nell’ultimo numero della rivista trimestrale della Prefettura Per Roma - tutti i caratteri ed i «falsi miti» di quello tradizionale: «dall’ebreo nemico della nazione, idea comune delle destre, alla tematica dell’ebreo come capitalista-usuraio che controlla l’economia mondiale, luogo comune dell’antisemitismo di estrema sinistra». Ed è proprio questo il punto che ha spinto, probabilmente, Giancarlo Elia Valori a scrivere queste pagine: sottolineare quanto l’odierno antisemitismo con le sue nuove e violente forme di propaganda sia più pericoloso del vecchio ma in totale continuità con esso e che, «dal caso Dreyfus alle mostre negazioniste di Teheran» - per dirla con Luca Telese -, i risultati potrebbero essere altrettanto dolorosi.

Molti sono gli attuali tentativi messi in campo per screditare Israele agli occhi della comunità internazionale: vengono ripubblicati i già dimostrati falsi – è bene ricordarlo – Protocolli dei Savi Anziani di Sion; il presidente iraniano Ahmadinejad non nasconde nemmeno un po’ il suo più rozzo antisemitismo; gli Stati Uniti vengono considerati in Medio Oriente il «Paese invasore dell’Iraq» ma anche e soprattutto come «alleati di Israele nel disegno geopolitico sionista»; storici di successo come David Irving propongono liberamente le proprie teorie negazioniste della Shoah; e la lista potrebbe continuare a lungo.

Valori ricorda inoltre che oggi, il negazionismo sulla Shoah si propone dei precisi scopi politici: «in primo luogo disattivare le difese europee e occidentali contro l’Islam radicale, visto come nuova potenza anticapitalista globale. E subito dopo indebolire, e possibilmente bloccare, l’economia occidentale rendendola dipendente dai cicli del petrolio e del gas di area islamica, con la parziale eccezione dell’Arabia Saudita, il cui interesse è oggi evitare l’egemonia iraniana».

Va poi ricordato, come ben fa Gerardo Piccardo, che l’attuale propaganda antisionista «punta al relativismo razziale» rimettendo «in scena antichi spettri» che fondano le proprie radici sulla riproposizione di antichi pregiudizi attualizzati nel mutato contesto culturale, religioso e, soprattutto, geopolitico del «dopo 11 settembre». E’ perciò il «revival religioso delle tematiche antiebraiche nell'Islam contemporaneo, sia sciita che sunnita, che decofica e indica gli ebrei come dichiarati “nemici dell'Islam” fin dall'inizio della predicazione del Profeta» a rappresentare quello che Alain Elkann sulle colonne de La Stampa ha ricordato essere un antisemitismo «diversamente presente ma in certi luoghi latente, in altri più esplicito» e, aggiungiamo noi, ugualmente pericoloso.

Una attenta prevenzione di questa nuova deriva antisemita va perciò non solo tentata ma condotta senza esitazioni anche perché l’ebraismo è - e deve essere - parte integrante e non secondaria dell’identità europea perche di essa condivide ed anticipa riferimenti culturali irrinunciabili dei quali l’Europa ha un forte bisogno quali il liberalismo, l’autonomia individuale e la promozione del progresso tecnico e scientifico.

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venerdì 24 agosto 2007, posted by roberto.bonuglia at 11.52
Gli Arabi, sono meno intolleranti di quel che si crede. Nel tempo stesso, non hanno simpatia per chi è o mostra di essere fuori di ogni religione o vive come se ne fosse fuori. Chi crede in Dio e lo dimostra, sia esso giudeo o cristiano, merita per loro maggiore rispetto di chi non vi crede. Non possederà tutta la verità, ma sì anche esso un po' la verità; ed anche esso sarà felice in questa vita; anche esso avrà la sua parte maggiore o minore di ricompensa nell'altra...

Brano tratto da G. Volpe, Egitto ed Italiani d'Egitto, in Id., Guerra Dopoguerra Fascismo, Venezia, La Nuova Italia, 1928, pp. 171-172.

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venerdì 17 agosto 2007, posted by roberto.bonuglia at 17.17
Diciassette minuti [...] Animone [...] mi spiegò essere numero odiato dai Pitagorici, e da loro chiamato "l'ostacolo" per il fatto di cadere fra il sedici, che è un quadrato, e il diciotto, che è un rettangolo, i soli fra i numeri a formare figure piane aventi il perimetro uguale all'area (il diciassette fra loro si pone come un ostacolo, separandoli uno dall'altro, e spezzando la proporzione di uno e un ottavo in disuguali intervalli). Aggiunse poi che il diciassette veniva tradizionalmente considerato sfortunato, in quanto l'anagramma del suo romano numero, ossia XVII, è VIXI, che significa "ho vissuto", cioè "io sono morto". Inoltre, secondo la Bibbia, proprio il diciassette sarebbe iniziato l'universale diluvio, e di venerdì diciassette sarebbe morto Gesù Cristo.

Brano tratto da I. Santacroce, V.M. 18, Roma, Fazi Editore, 2007, p. 351.

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mercoledì 15 agosto 2007, posted by roberto.bonuglia at 04.07

La nuvolaglia che copriva da giorni la valle si era incupita in una nebbia
pallida ma fitta, mentre mio padre stava partendo per non so che incombenza [...] non feci in tempo a raggiungerlo, aveva già preso la via delle campagne. Lo inseguii con la mia auto. La strada deserta si incuneava tra avvallamenti silenziosi e alberi radi che affioravano con sagome spettrali. Con l'autunno che avanzava era diventato tutto spoglio. Qua e là si materializzavano casupole di lamiera e ondulina, silos e case coloniche in rovina, al centro di poderi e frutteti. Era tutto in abbandono. I coloni li avevano avuto in assegnazione dai governi democristiani negli anni Cinquanta e avevano pian piano abbandonato case e campi, fuggendo verso Settentrione, in Germania, in Piemonte e in Lombardia. Dal vecchio mondo di contadini erano nati paesi improvvisati di metalmeccanici e impiegati.


Tra le vigne in abbandono, con l'uva e le olive marcite per terra, più che guardare, ripensavo a questo nostro Far West nato dal rifiuto della terra per il cui possesso era stato versato sangue. Una volta, raccontava mia madre, attraversando quelle campagne si sentiva cantare; cantavano i vignaioli, i mietitori, le lavandaie chine sulla riva dell'Ofanto, i carrettieri: era tutta un'armonia di voci. Questo accadeva prima che lì piombasse il silenzio e a tenere concerto fossero trattori, camions e automobili. Mia madre, ne parlava con nostalgia, come di un bene perduto, come se all'improvviso fossero spariti dagli alberi gli uccelli canterini. E mi chiedeva: "Tu non senti tristezza a scoprire che queste cose belle sono sparite?". Io mi stringevo nelle spalle, non avevo mai sentito cantare i contadini, e poi avevo solo voglia di cantare io, libero e ubriaco di vento, lanciato a centocinquanta all'ora in una strada notturna.

Brano tratto da Raffaele Nigro, Ombre sull'Ofanto, Milano, Camunia, 1992.

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sabato 11 agosto 2007, posted by roberto.bonuglia at 14.16
Qualche giorno fa, il 7 agosto per essere precisi, l’agenzia internazionale Reuters riferiva, riprendendo la notizia direttamente da Washington, che il numero dei soldati statunitensi di stanza in Iraq aveva raggiunto la cifra record di 162.000 unità. Mai come oggi numerosi nel paese mediorientale, l’aumento dei militari Usa era stato motivato dal portavoce del Pentagono Bryan Whitman a causa del «normale avvicendamento» tra vecchi e nuovi contingenti che, inevitabilmente, comporta «la presenza contemporanea sul campo di diverse unità che in realtà si alternano» sul campo.
Escluso perciò dalla Casa Bianca un ulteriore e significativo rafforzamento delle forze Usa dopo quello di 30.000 militari fortemente voluto dal Presidente George W. Bush nel gennaio scorso, la situazione sarebbe dovuta in questi giorni tornare alla “normalità” il che, in termini numerici, significherebbe una presenza militare statunitense stimata tra le 156.000 e le 157.000 unità.

Il giorno dopo, come aveva già fatto nel maggio 2005, il vicepresidente americano Dick Cheney ha dichiarato che, anche e soprattutto grazie alla strategia militare del generale Petraeus «la situazione in Iraq sta migliorando ed a breve sarà chiaro che l’esercito americano sta ottenendo progressi significativi». L’occasione è stata poi utile per ricordare quanto l’intervento in Iraq sia stato «una decisione giusta e sensata» e per confermare il proprio parere negativo alla chiusura del carcere di Guantanamo dove, a suo dire, non sarebbero state mai praticate torture ma solo «tecniche d'interrogatorio rinforzate».
L’intervento del vicepresidente è stato accompagnato dall’ormai scontato silenzio di Bush sulle vicende irachene alle quali, infatti, non fa più cenno da qualche tempo. Egli è in trepidante attesa del Rapporto Petraeus. Il documento che certamente evidenzierà i meriti dell’intervento americano non potrà però omettere un preoccupante dato: da quando le forze a guida americana hanno invaso l’Iraq nel 2003, tra soldati statunitensi e civili iracheni ben 3.680 persone hanno perso la vita.

A due giorni dell’intervista rilasciata da Cheney, l’Onu ha fatto sapere che è necessario «l’ampliamento del ruolo delle Nazioni Unite in Iraq» come testimonia la nuova risoluzione del Consiglio che, presentata il 1° agosto e fortemente sponsorizzata da Stati Uniti e Gran Bretagna è stata ieri approvata all'unanimità. La risoluzione n°1770 autorizza l'Unami (la Missione di assistenza Onu) a promuovere, su richiesta del governo di Baghdad, colloqui politici tra le varie parti irachene e, di fatto, ne proroga di un altro anno il mandato (che sarebbe scaduto il prossimo venerdì) ampliandolo dall’ambito prevalentemente umanitario a quello politico.

Infatti la risoluzione ‒ voluta anche dall’Italia che figurava con Usa e Gran Bretagna tra i Paesi proponenti ‒ prevede la nomina di un nuovo «inviato speciale» di alto profilo, in sostituzione di quello attuale (il diplomatico pakistano Ashraf Jehangir Qazi, in carica dal luglio 2004) che dovrà, «ove le circostanze lo permettano», fornire «consiglio, sostegno e assistenza» al governo iracheno in diversi settori, soprattutto quelli concernenti i problemi umanitari, i diritti dell’uomo e le questioni relative al rimpatrio dei profughi.

Visibilmente soddisfatto per il voto del Consiglio delle Nazioni Unite, Bush sta comunque pensando a ripristinare la leva obbligatoria in un paese nel quale, giova ricordarlo, era stata abolita nel 1973 da Nixon alla fine della guerra in Vietnam. Se così fosse, è difficile non pensare che una reintroduzione della leva non porti come conseguenza, pressoché immediata, un aumento del contingente americano in Iraq ed in Afghanistan.

Inoltre, come riportano nelle ultime ore alcuni siti (tra tutti quelli de L’Unità e de L’Occidentale) l’idea di Bush ha già trovato, tra gli altri, il generale Douglas Lute molto favorevole, come conferma la sua intervista alla National Public Radio durante la quale ha dichiarato: «Ha certamente un senso considerare l'ipotesi della leva» rivelando, inoltre, che essa «è sempre stata un’opzione sul tavolo». Secondo l'alto ufficiale incaricato dal presidente Bush di coordinare gli sforzi bellici in Iraq e Afghanistan, le forze militari statunitensi riescono con difficoltà a far fronte all'impegno continuo nei due Paesi.

Lute ha perciò confermato la volontà del suo Presidente ma, così facendo, entrambi smentiscono probabilmente in modo inconsapevole, quanto affermato solo due giorni fa dal vicepresidente Cheney: forse le cose in Iraq per gli statunitensi non stanno andando così bene come qualcuno vorrebbe far credere.

L'immagine del post è stata realizzata da Behzad Bashu il cui sito invitiamo a consultare cliccando qui

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mercoledì 8 agosto 2007, posted by roberto.bonuglia at 11.08
L’ultima volta che la stampa inglese aveva (purtroppo) riservato una certa attenzione alla situazione politico-economica italiana fu alla fine del 2005. Era il 26 novembre e l’Economist pubblicava un’approfondita inchiesta sul nostro Paese dall’inquietante, quanto indicativo, titolo: Addio, Dolce Vita. Giova ricordarlo: erano i mesi dell’affare Fazio (ex-governatore di Bankitalia) e l’immagine che la politica nostrana dava all’opinione pubblica della «perfida Albione» era quella di un qualcosa «difficile da capire».
Ora è il Newsweek ad occuparsi nuovamente di noi ma i toni ed i modi sono, per fortuna, radicalmente diversi da quell’autunno pre-elettorale. E’ la novità della politica nostrana stavolta ad interessare gli inglesi che risultano, potremo dire, positivamente incuriositi dalle nostre cronache. Questa novità della quale Barbie Nadeau si occupa nel suo articolo è il «moderato» e «pragmatico» Walter Veltroni, l’uomo che «potrebbe rappresentare la svolta per l’Italia».

L’Inghilterra che aveva criticato, come gli altri Peasi europei, l’Italia per l’elevata età media dell’elite politica e per il suo scarso, per non dire inesistente, ricambio, ora si trova a guardare con rinnovato interesse e fiducia «la crescita di questo centrista convinto, largamente a favore del mercato e relativamente filoamericano» che, in chiave europea, appare oltremanica come un «ulteriore tassello nella marcia verso il potere di politici moderati come Angela Merkel in Germania e Nicolas Sarkozy in Francia». In realtà, va ricordato che, proprio come loro, Veltroni basa la sua credibilità − e la sua ancor solo potenziale leadership ‒ su un certo «status di outsider della politica» che lo fa considerare ai più un volto nuovo nonostante la sua trentennale esperienza politica.

Ma rispetto agli altri leader europei, Veltroni aveva, ed ha tuttora, qualcosa in più. Qualcosa di importante. E’ stato infatti il primo a pensare e credere in un progetto nuovo che può essere tale non solo per la nostra Penisola, ma anche in una prospettiva europea.
Ad esempio, quando Blair, appena giunto al governo nel maggio 1997, cercò una sponda europea − per sottrarre Londra all'isolamento in cui l’avevano cacciata i conservatori − in Germania trovò un diffidente Kohl ed in Francia Jospin, il «meno liberista dei socialisti». Ben diverso fu allora l’atteggiamento di Veltroni che, già l'anno prima, al congresso di Blackpool, fu l’unico straniero a sostenerlo dichiarando: «Il governo Prodi ha le stesse idee che animano Clinton e la sfida di Blair».

Qualche mese dopo (maggio 1998), seguì la proposta veltroniana di un Forum internazionale di centro-sinistra: sui quotidiani di allora (italiani e non solo) si parlava dell’imminente nascita di un «Ulivo mondiale» con lo stesso Veltroni trovatosi, non a caso, a fare da cerniera tra quel governatore dell'Arkasnas − che aveva visitato l'Italia nel 1987 per conoscere i distretti industriali − che ora era Presidente degli Usa e Romano Prodi, a sua volta capo del governo del quale l’ex-direttore de L’Unità era Vice-Premier. Già nel 1994, a Detroit, durante il vertice del G-7 sull'occupazione, Clinton citò il modello italiano della piccola impresa e, quattro anni dopo, fu anche e soprattutto grazie alla regia veltroniana che avvenne l’abbraccio alla Casa Bianca tra Prodi e Clinton del 6 maggio 1998. A suggellare questa originale intesa italo-americana all’insegna del riformismo democratico furono gli inviti per il seminario della Terza via, che si sarebbe tenuto il successivo 21 settembre alla New York University ma, un mese dopo, il governo Prodi cadde e ad esso subentrò D'Alema, il quale considerò, senza troppi preamboli ‒ è bene ricordarlo ‒, quella dell’Ulivo mondiale «un'idea provinciale».

La ricerca della Terza via era stata iniziata − e fortemente voluta − proprio dall’emergente dirigente pidiessino teorico della linea ulivista che, di lì a poco, si sarebbe trovato, per una serie di vicende, anziché protagonista della politica nazionale, «solo» sindaco di Roma. A dieci anni di distanza, però, il progetto di allora sta prendendo forma segno che le idee giuste, prima o poi, fortunatamente si impongono per quello che sono.

Ecco allora che, oggi come ieri, suonano come attualissime le parole che Veltroni usò nel 1998 per spiegare il progetto della Terza via. Esse ben si prestano a spiegare anche lo spirito che sta animando la costruzione del Partito Democratico: «Sta nascendo qualcosa di nuovo, che non si contrappone all'Internazionale socialista ma punta a essere il crocevia delle diverse culture che compongono il campo democratico in questa fine secolo: da quella cattolica democratica a quella ambientalista a quella della sinistra riformista. Non sarà una sinistra più moderata, ma un campo di forze riformiste unite da una convergenza di programmi, di valori e di esperienze di governo. Non è un caso se noi, Blair e Clinton parliamo lo stesso linguaggio. Stiamo andando verso una riorganizzazione del bipolarismo politico di fine secolo, dal popolari-socialisti che per 50 anni è stato il bipolarismo delle democrazie europee, si va verso un processo di trasformazione che riguarda tutti e due i campi».

Sembrano parole pronunciate oggi e che facilmente potrebbero essere attribuite ad un Clinton italiano o ad un Blair mediterraneo. Ma a noi piace sperare che stavolta sia l’Italia a costruire qualcosa di nuovo che possa essere copiato dagli altri e magari assunto a modello in Europa.

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lunedì 6 agosto 2007, posted by vito.cirillo at 13.15

La mia giornata paziente
a te consegno, Signore,
non sanata infermità,
i ginocchi spaccati dalla noia.

M'abbandono, m'abbandono;
ululo di primavera,
è una foresta
nata nei miei occhi di terra.

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, posted by vito.cirillo at 13.04
Non più la dolce voce
del tuo canto di sera
dona la tua figura
all'aria, ch'era fiorita
con la speranza al vano
del tuo balcone.
Finita
la leggera canzone,
mentre senza un saluto,
senza un cenno d'addio
mi muore il giorno, e anch'io
dentro il cuore m'abbuio,
te ne sei andata, e il buio
di te più non s'adorna,
più la tua cara cera
la tenebre non aggiorna.

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sabato 4 agosto 2007, posted by roberto.bonuglia at 15.08
La visita in Cisgiordania del segretario di Stato statunitense Condoleeza Rice ha cercato di rappresentare agli occhi dell’opinione pubblica mondiale uno sforzo compiuto dall’Amministrazione Bush – accusata dai più di «pensare» solo alla situazione irachena – nel processo di creazione di uno stato palestinese.
Dopo aver chiesto, durante una conferenza stampa, «un approfondimento del dialogo tra palestinesi e israeliani di tutte le questioni che porteranno alla fondazione dello stato palestinese», la Rice ha confessato, l’altro ieri, di essere rimasta favorevolmente «impressionata» dalla serietà mostrata in questi giorni da Ehud Olmert e da Mahmoud Abbas nel cercare di predisporre le basi per una concreta risoluzione del problema palestinese ed, allo stesso tempo, di superare gli ostacoli che fino ad ora hanno impedito la creazione effettiva dei due stati nella regione mediorientale.
Questa favorevole «impressione» hanno convinto gli Usa a stanziare ben 80 milioni in favore delle forze di Abbas che – dopo aver perso in favore di Hamas la striscia di Gaza – stanziano tuttora in Cisgiordania e che sono incaricate di garantire la «sicurezza» della zona e per una più ampia riforma dei servizi di sicurezza nonché per l’addestramento degli agenti che gli Usa garantiranno ai palestinesi dell’Anp.
La Rice ha inoltre ricordato – nel corso della conferenza stampa congiunta con Tzipi Livni –, che la presa del potere con la forza da parte di Hamas nella striscia di Gaza è da considerarsi a tutti gli effetti come un fatto avvenuto «chiaramente contro le legittime istituzioni del popolo e dell'Autorità palestinese». Anche per questo, ha proseguito Condoleeza, «gli Stati Uniti non abbandoneranno la popolazione palestinese di Gaza e continueranno a operare perché essa continui a ricevere assistenza umanitaria».
Ma il risultato più importante ottenuto dalla missione della Rice è, senza dubbio alcuno, quello di aver ottenuto il «tacito consenso» del leader saudita Bandar Faisal di partecipare alla conferenza internazionale di Pace sul Medio Oriente proposta il 16 giugno scorso dal Presidente George W. Bush che si dovrebbe tenere a Washington nel prossimo mese di novembre. Inizialmente, infatti, l’elite politica saudita aveva espresso i propri dubbi sulla reale validità e serietà dell’incontro proposto da Bush mentre, in questi giorni, il principe ha fatto sapere tramite il suo Ministro degli Esteri Saud al Faisal che il suo governo «considera da vicino e attentamente una possibile partecipazione se la conferenza affronterà questioni di sostanza e non soltanto formali». Una prospettiva questa che amplificherebbe non poco il senso dell’iniziativa statunitense e regalerebbe prestigio internazionale al premier israeliano Olmert che si presenterebbe all’appuntamento non da solo ma con una preziosa «sponda» nel rilanciare la questione del riconoscimento collettivo d’Israele.
Ma l’inaspettata «apertura» saudita è stata seguita anche da un’altra importante novità politica: il superamento di una certa ostilità che Faisal aveva mostrato nei riguardi del governo iracheno del premier Maliki. Un vero e proprio «cambio di rotta» della propria politica estera che non è certo frutto del caso: come ha ricordato Daniel Mosseri in un articolo scritto per Il Velino, infatti, proprio in questi giorni, la Rice con l’Arabia Saudita ha concluso un accordo da 20 miliardi di dollari, che Riad verserà a Washington in cambio di ingenti forniture militari. In altre parole, spiega Mosseri, «la famiglia reale al Saud rafforza la propria leadership nella regione del Golfo persico e conferma, aprendo alla conferenza proposta da Bush, il proprio ruolo in seno alla Lega araba quale promotore di un accordo di pace a livello regionale con Israele. L’eventuale partecipazione dell’Arabia Saudita al meeting regionale per la pace, spiana la strada all’intervento di altri paesi del Golfo quali Oman, Bahrein e Qatar. Proprio a Doha si recò nel febbraio 2007 Shimon Peres, allora vicepremier, oggi capo dello stato in Israele».

Sottovalutata da molti degli osservatori internazionali, forse è proprio questa la novità ed il risultato più rilevante della «Missione Rice».
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venerdì 3 agosto 2007, posted by roberto.bonuglia at 23.59
Nelle ultime ore il sito del progetto, o meglio della community creata a sostegno del candidato principale alla guida del Partito Democratico [www.lanuovastagione.it] ha registrato, per il mese di agosto, un'insolito e quasi inaspettato successo di visite: circa 15.000 accessi. Come richiestoci da alcuni lettori, il Khayyam's Blog ricorda un articolo scritto quasi un anno fa dall'attuale sindaco di Roma per La Stampa nel quale Veltroni interveniva nel dibattito sulla condanna a morte di Saddam Hussein e che ben riassume alcune dei suoi orientamenti in politica estera che ci sentiamo di condividere.

I confini della giustizia. Saddam non va ucciso
di Walter Veltroni

Lo dico nel modo più semplice: spero che Saddam Hussein non venga giustiziato. L’ex dittatore iracheno si è macchiato di colpe orrende, crimini gravissimi contro l’umanità. E’ necessario che sia punito. E però ritengo che una condanna a morte sarebbe ingiusta e sbagliata.

Ingiusta e sbagliata. I due termini si tengono, si caricano ciascuno del significato dell’altro. Mi pare infatti che la questione non sia soltanto quella della «moralità» della pena di morte, della sua giustificabilità alla luce di una qualsiasi ragion di stato o di un qualsiasi, preteso, interesse superiore di una società nazionale o della comunità internazionale. Su questo piano di nuovo c’è davvero poco da dire: pur tra mille contraddizioni e con vistose, e dolorosissime, eccezioni (tra cui la democrazia più grande e il Paese più popolato del mondo) il concetto della assoluta non liceità dell’«assassinio di Stato» si è fatto strada, e non solo dalle nostre, privilegiate, regioni del pianeta. Poiché a Roma abbiamo la tradizione di segnalare con una illuminazione speciale del Colosseo ogni passo in avanti sulla via dell’abolizione della giustizia (giustizia?) capitale, siamo in grado forse di accorgerci meglio di altri di quanto la pena di morte sia effettivamente in regressione in tutti i continenti. In tempi crudeli come questi, in cui terrorismo e guerra, fame e malattie rendono routine la contabilità della morte di migliaia di persone ogni giorno, è un segno, un contorto.

C’è più da dire, invece, sull’altro elemento dell’endiadi ingiusto-sbagliato. Non ho nulla da aggiungere agli argomenti, indiscutibili, con cui i promotori dell’appello «Nessuno tocchi Saddam» dimostrano come la pena di morte sia, al di là di tutte le altre considerazioni, «inutile», nel senso che non ha alcuna funzione di deterrenza. Per quanto riguarda la sicurezza interna degli Stati è un fatto dimostrato da tutte le statistiche sulla criminalità e non si vede perché dovrebbe essere diversa la situazione in un caso, come quello di Saddam Hussein, che ha pure forti riflessi di giustizia internazionale e un inevitabile impatto sull’opinione pubblica dei Paesi islamici, anche la meno ben disposta verso Saddam e il baathismo. E’ più che probabile, anzi, che l’uccisione del dittatore ne farebbe un martire e rafforzerebbe l’idea che il suo processo non sia stato tanto un atto di giustizia per le migliaia di morti provocati da lui e dal suo regime, per le sofferenze imposte al suo stesso popolo, ma una vendetta perpetrata dai «vincitori» sui «vinti». Questo determinerebbe un paradosso del quale forse non si coglie la pericolosità.

Io, come moltissimi (compresa ormai la maggioranza dell’opinione pubblica americana), ritengo che la guerra in Iraq sia stata un grave errore dell’Amministrazione Bush. Però debbo assumere che, almeno negli scopi dichiarati se non nelle intenzioni vere, quella guerra è stata fatta nel nome di qualcosa: non solo la necessità di contrastare la pericolosità della politica aggressiva di Saddam e le sue (presunte) connivenze con il terrorismo, ma anche la volontà di liberare il popolo iracheno, la maggioranza sciita, i curdi, gli stessi Sunniti estranei alla «nomenklatura» e ai ceti privilegiati, da una sanguinosa e umiliante dittatura. C’è molto da discutere sulla praticabilità, morale e politica, della «esportazione della democrazia» e però credo che esista e sia moralmente e politicamente fondato un principio di «ingerenza umanitaria» che comincia a trovare solidi ancoraggi anche nel diritto internazionale e che è sancito dall’esistenza di un Tribunale Penale Internazionale. Che colpo riceverebbe quel principio se, con l’uccisione «legale» di Saddam, si sancisse che proprio chi agisce per affermare i diritti della libertà e della vita è pronto a rinunciarci, e oltretutto in nome d’una pretesa giustizia dei popoli? Qualcuno obietterà che il paradosso non riguarda solo gli iracheni e il destino di Saddam, visto che il peso micidiale della contraddizione sulla pena di morte se lo porta dietro proprio il Paese che ha promosso la guerra per «liberare» l’Iraq. E’ vero, e noi europei (e noi italiani figli, come ci piace dire, di Beccaria) dovremmo forse sentirla un po’ più nostra, quella contraddizione, ma è un discorso che ci potrebbe portare lontano.

Torniamo a noi, invece, scendendo dal cielo dei grandi principi alla terra delle ragioni e dei sentimenti più semplici. Quando ho ricevuto la richiesta di aderire all’appello mi sono tornate in mente due cose. Una è una frase di Leonardo Sciascia: «Se tutto questo, il mondo, la vita, noi stessi, altro non è, come è stato detto, che il sogno di qualcuno, questo dettaglio infinitesimo del suo sogno, questo caso di cui stiamo discutendo, l’agonia del condannato, la mia, la sua, può anche servire ad avvertirlo che sta sognando male, che si volti su un altro fianco, che cerchi di aver sogni migliori. E che almeno faccia sogni senza la pena di morte». L’altra è il ricordo delle pagine della Peste in cui Albert Camus parla dell’ingiustizia della morte. Non l’ingiustizia, ovvia, della morte degli innocenti, ma l’ingiustizia che di fronte alla morte rende la vita cattiva e colpevole, perché la vita non può mai fare i conti con l’irreparabilità della morte e nessuna morte può essere «giusta». Camus fu, con Sartre e molti altri intellettuali del suo tempo, un accanito e saggio avversario della pena capitale. Sostenne, con argomenti laici, la grande verità di principio delle chiese cristiane, contrarie alla pena di morte non solo perché la loro dottrina contempla il perdono, ma perché considerano la privazione di un dono di Dio come la vita, quale che sia la ragione che la determina, una empietà irreparabile. Esistono pochi problemi di coscienza in cui le ragioni della fede e quelle del pensiero laico coincidano con tanta coerenza: «Se credessi in Dio – diceva Elias Canetti – mai potrei perdonargli la morte degli uomini».

Ecco allora che anche il caso di Saddam Hussein, l’assassino della sua stessa gente, il dittatore senza pietà che non esitò a far usare le armi chimiche contro i villaggi di curdi, che scatenò una guerra che sarebbe costata un milione di morti, ci costringe a guardarci dentro, perché è un problema anche nostro, di ognuno di noi, cercare dov’è il confine della giustizia umana. Ci dice, mi pare, o dovrebbe dirci, che esistono limiti e tabù e che esiste anche un obbligo alla moderazione. Non uccidere Saddam Hussein, oltre che la risposta a un principio, che noi crediamo universale ma altri non considerano tale, sarebbe un atto di buon senso «politico» sul quale tutti, a ben vedere, potrebbero convergere. Una scelta di guardare avanti piuttosto che al passato. Il mondo, e specialmente quella parte di mondo, ha un disperato bisogno che si abbassino i toni, che si esercitino pazienza, saggezza e disponibilità ai dialogo invece di esibire muscoli e incrollabili certezze dei propri diritti. Va garantita anche con la forza, la sicurezza contro il terrorismo, ma se la forza si fa ragione di se stessa il terrorismo non verrà mai sconfitto perché non si starà cercando giustizia, ma vendetta.

Uno scrittore israeliano fece, qualche tempo fa, una proposta tristissima nella sua paradossale sensatezza. Da una parte e dall’altra – disse – smettiamo di celebrare i funerali: scordiamo i morti, almeno pubblicamente, perché la morte chiama la morte e la spirale, così, non si potrà chiudere mai. Saddam Hussein sia punito per i suoi crimini, ma non gli si dia la soddisfazione di creare, con la sua morte, altri morti.

Articolo pubblicato da La Stampa, venerdì 28 luglio 2006.
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