venerdì 27 luglio 2007, posted by roberto.bonuglia at 10.54
Ovviamente la bellezza comprende la bellezza delle forme; ma senza bellezza interiore, il mero apprezzamento sensuale della bellezza delle forme conduce al degrado, alla disintegrazione. C’è bellezza interiore soltanto quando sentite vero amore per la gente e per tutte le cose della terra; e insieme a quell’amore ecco sorgere un senso enorme di considerazione per gli altri, di attenzione, di pazienza.
Potete padroneggiare perfettamente la tecnica del canto o della poesia, potete saper dipingere o accostare armoniosamente le parole, ma se non avete dentro questa bellezza creativa, il vostro talento avrà assai poco significato.
Purtroppo, in maggioranza ci stiamo trasformando in semplici tecnici. Superiamo esami, apprendiamo questa o quella tecnica allo scopo di guadagnarci da vivere; ma apprendere una tecnica o sviluppare certe capacità senza prestare attenzione alla propria condizione interiore genera bruttezza e caos nel mondo.
Se risvegliamo dentro di noi la bellezza creativa, essa si esprimerà anche fuori di noi e dunque ci sarà ordine. Ma è molto più difficile che apprendere una tecnica, poiché significa abbandonarsi completamente, non avere paure, vincoli, resistenze, difese; e ci si può abbandonare in questo modo solo quando c’è austerità, un senso di grande semplicità interiore. Esternamente possiamo anche essere semplici, possedere pochi indumenti e accontentarci di un solo pasto al giorno; ma quella non è austerità. C’è austerità quando la mente è capace di esperienza infinita (quando ha esperienza) e, tuttavia, rimane estremamente semplice. Ma tale stato può realizzarsi soltanto quando la mente non pensa più in termini di «tanto più, tanto meglio», in termini di acquisire o diventare qualcosa col tempo.
Ciò di cui sto parlando può forse risultarvi difficile da capire, ma in effetti è piuttosto importante. Vedete, i tecnici non sono creativi; e ci sono sempre più tecnici nel mondo, persone che sanno cosa fare e come farlo, ma che non sono creative. In America esistono calcolatori capaci di trovare in pochi minuti la soluzione a problemi matematici che un uomo impiegherebbe cent’anni a risolvere. Si lavora per sviluppare ulteriormente queste macchine straordinarie, che però non potranno mai essere creative mentre gli esseri umani diventano sempre più simili a macchine. Anche quando si ribellano, la loro ribellione resta entro i limiti del funzionamento meccanico e dunque non è vera ribellione.
E’ molto importante, perciò, scoprire che cosa vuol dire essere creativi. Si può essere creativi solo lasciandosi andare ossia, quando non c’è alcun senso di coazione, alcuna paura di non essere, non ottenere, non arrivare. Ci sono allora grande austerità e semplicità e, con esse, c’è amore. L’insieme di tutto ciò è bellezza, lo stato di creatività.


Vi siete mai chiesti perché col passare degli anni le persone sembrano perdere ogni gioia di vivere? In questo momento voi, che siete giovani, siete in maggioranza piuttosto felici; certo, avete i vostri piccoli problemi, gli esami vi preoccupano, ma nonostante queste difficoltà nella vostra vita c’è una certa gioia, non è così? C’è un’accettazione della vita spontanea e naturale, un guardare alle cose con leggerezza, allegramente. E perché, allora, con il passare degli anni sembriamo perdere quella gioiosa intuizione di qualcosa che va oltre, di qualcosa di significato più ampio?
Perché tanti di noi, nel raggiungere la cosiddetta maturità, diventano ottusi, insensibili alla gioia, alla bellezza, ai cieli aperti, alle meraviglie della terra?

Sapete, quando ci si pone questa domanda, molte sono le spiegazioni che si affacciano alla mente. Siamo così concentrati su noi stessi. Lottiamo per diventare qualcuno, per raggiungere e mantenere una certa posizione; abbiamo figli e altre responsabilità, e dobbiamo guadagnarci da vivere. Tutti questi fattori esterni cominciano ben presto a pesare su di noi, e così perdiamo la gioia di vivere. Guardate i volti delle persone adulte intorno a voi, vedete quanto sono tristi, in maggioranza, quanto sono ansiosi e malati, chiusi in sé, distanti e a volte nevrotici, incapaci di sorridere. Non vi chiedete perché? E anche quando ci chiediamo il perché, la maggior parte di noi sembra accontentarsi di semplici spiegazioni.
Ieri sera ho visto una barca risalire il fiume a vele spiegate, spinta dal vento dell’ovest. Era una barca grande, che trasportava un pesante carico di legna da ardere destinata alla città. Il sole stava tramontando, e la barca che si stagliava contro il cielo era di stupefacente bellezza. Il barcaiolo si limitava a controllare la rotta, senza alcuno sforzo, perché il vento faceva tutto il lavoro. Allo stesso modo, se ognuno di noi riuscisse a comprendere il problema della lotta e del conflitto, allora pensochè saremmo capaci di vivere senza sforzo, felicemente, con il sorriso sulle labbra.
Penso che lo sforzo — questa lotta in cui siamo impegnati quasi in ogni momento della nostra esistenza — ci distrugga. Se guardate gli adulti intorno a voi, vedrete che per la maggior parte di loro la vita consiste in una serie di battaglie con se stessi, con il proprio coniuge, con le persone vicine, con la società; e questa mischia incessante dissipa energia. Coloro che sono gioiosi, realmente felici, non sono impegnati in alcuno sforzo. L’assenza di sforzo non implica stagnazione, ottusità, stupidità; al contrario, solo i saggi, coloro che sono straordinariamente intelligenti, sono davvero liberi dallo sforzo, dalla lotta.
Ma, vedete, quando sentiamo parlare di assenza di sforzo, desideriamo anche noi conseguire uno stato simile, in cui non esistano lotta o conflitto; e così facciamo di questo il nostro fine, il nostro ideale, e ci affanniamo per realizzarlo, condannandoci in tal modo a perdere la gioia di vivere. Ancora una volta ci troviamo intrappolati nello sforzo, nella lotta. L’oggetto del contendere può variare, ma ogni lotta è essenzialmente identica. Si può lottare per riformare la società, o per trovare Dio, o per creare un rapporto migliore fra sé e il proprio coniuge, oppure fra sé e il prossimo; ci si può sedere sulla riva del Gange, prostrarsi in adorazione ai piedi di un guru, e così via. Tutto ciò è sforzo, è lotta. Ciò che è importante, dunque, non è l’oggetto della lotta, bensì comprendere la lotta stessa.
Ma è possibile per la mente avere non solo la consapevolezza occasionale di non essere, in un determinato momento, impegnata in alcuna lotta, bensì di essere del tutto libera da conflitti, sempre, in modo tale da arrivare a scoprire uno stato di gioia in cui non ci sia alcun senso del superiore e dell’inferiore?
La nostra difficoltà sta nel fatto che la mente si sente inferiore ed è per questo che lotta per essere o diventare qualcosa, oppure per trovare un compromesso fra i suoi desideri, vari e contraddittori. Ma non cerchiamo di spiegare perché la mente è piena di conflitti. Ogni essere pensante sa perché esiste conflitto fra l’interno e l’esterno. L’invidia, l’avidità, l’ambizione, la competitività che conduce a un’efficienza spietata: sono questi gli ovvi fattori che ci spingono a lottare, sia in questo mondo sia nel mondo che verrà. Non vi è bisogno di studiare i libri di psicologia per sapere perché lottiamo; e quel che è importante, senza dubbio, è scoprire se la mente può essere totalmente libera dal conflitto.
Dopo tutto, quando lottiamo, il conflitto è fra ciò che siamo e ciò che dovremmo o vorremmo essere. Orbene, senza fornire spiegazioni, è possibile comprendere l’intero processo della lotta affinché possa avere termine? Può la mente essere libera dallo sforzo, come la barca spinta dal vento? Certamente è questo l’interrogativo cruciale, e non come sia possibile conseguire uno stato in cui non ci sia conflitto. Lo stesso sforzo per conseguire tale stato è già in sé un processo di lotta, e dunque rende di fatto irraggiungibile quello stato. Ma se osservate attimo per attimo come la mente resta presa in una lotta perenne — se vi limitate a osservare questo dato di fatto senza cercare di alterarlo, senza cercare di imporre alla mente quella condizione che voi chiamate pace — allora scoprirete che la mente cessa spontaneamente di lottare; e in quello stato può imparare moltissimo. L’apprendimento non consiste dunque nella mera raccolta di informazioni, ma nella scoperta delle immense ricchezze che giacciono oltre i confini della mente; e per la mente che fa tale scoperta, c’è gioia.
Osservate voi stessi e vedrete come lottate da mattina a sera e come la vostra energia sia sprecata in questa lotta. Se vi limitate a cercare di spiegare perché lottate, vi perdete nelle spiegazioni e la lotta continua; se invece osservate la vostra mente molto tranquillamente, senza fornire spiegazioni, se lasciate che sia consapevole della propria lotta, vi accorgerete ben presto che, così facendo, sopravviene uno stato in cui non c’è affatto lotta, bensì una straordinaria attenzione. In questo stato di estrema attenzione non c’è alcun senso del superiore e dell’inferiore, non esistono il grand’uomo e il poveraccio, non ci sono guru. Tutte queste assurdità svaniscono, perché la mente è pienamente consapevole; e la mente che è pienamente consapevole è gioiosa.

La prima immagine del post riproduce una caricatura di Jiddu Krishnamurti fatta da Nick O'Sullivan del quale rimandiamo al suo sito [http://www.blognow.com.au/caricature/] per apprezzarne la bravura e l'originalità.

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giovedì 26 luglio 2007, posted by roberto.bonuglia at 11.28
Pubblichiamo una bella e interessante recensione di Irene Bignardi apparsa oggi su La Repubblica [p. 44]del libro autobiografico di Irfan Orga, Una famiglia turca scritto nel 1950 e pubblicato a giugno dall'editore fiorentino Passigli.

Sappiamo, più o meno, come eravamo. Sappiamo poco come erano: come erano i nostri vicini, le culture che si sono sviluppate, si sono agitate e si sono trasformate alle porte di un’Europa e di un Occidente spesso troppo indifferenti e impermeabili a conoscere quello che gli altri sono, sentono, vivono, a come gli altri hanno attraversato, dal lato opposto delle frontiere, le stesse tragedie collettive, le guerre, il passaggio da un tipo di società all’altra.
Una famiglia turca spalanca, con la semplicità di un memoir non sofisticato e la precisione di dettagli (come suggerisce una vecchia recensione) «delle miniature che adornano il palazzo di Topkapi», un mondo perduto, radicato tuttavia alle spalle e alla fonte delle contraddizioni, dei tormenti, dei problemi di quella moderna Turchia che stiamo cominciando a conoscere attraverso il suo cinema, at traverso il cinema dei suoi emigrati, attraverso il provvidenziale Nobel a Orhan Pamuk.
Una famiglia turca venne scritto da Irfan Orga, all’epoca esule in Gran Bretagna, direttamente in inglese, e venne pubblicato per la prima volta negli anni Cinquanta in Inghilterra e negli Stati Uniti, dove è diventato celebre, assieme al suo autore, che di libri ne ha scritti molti altri, compresi alcuni classici sulla cucina turca. L’edizione italiana (Passigli Editori, pagg. 364, euro 19,50) è accompagnata da una postfazione a firma di Ates Orga, figlio di lrfan. Ed è la cornice struggente e tenera al memoir del padre: perché la storia dello splendore e della decadenza della famiglia di Irfan (che, tiene a precisare il figlio, in turco significa conoscenza, illuminazione, cultura, «e mio padre ha portato questo nome a testa alta»), il lungo e affascinante resoconto di una splendida infanzia felice, a poco a poco, nel lento decadere della borghesia turca e con l’arrivo della Grande Guerra, diventa una giovinezza tragica e poi una maturità piena di problemi e di drammi, e quindi culmina in un esilio britannico –per amore - che corrode e pesa sulle vite di tutti. Il piccolo Irfan, dunque, è il figlio di una grande famiglia alto borghese di Istanbul negli ultimi anni dell’Impero Ottomano.
Ha due genitori, giovanissimi, che si amano, una grande e bella casa, due fratellini. Ma il padre parte per la guerra e ci muore, terribilmente. La giovane madre, chiusa nel suo dolore, si dà da fare come può e sa per mantenere le famiglia dopo una serie di disgrazie che li espropriano di tutto. La nonna, matriarca terribile e prepotente, un po’ la combatte un po’ la asseconda. E attorno, nel clima delle retrovie della guerra, assistiamo a scontri e violenze.
Quando la casa di famiglia viene bruciata, in una tragica notte di terrore che Irfan Orga descrive con una straordinaria sapienza, gli Orga si riducono a vivere in un appartamentino in una zona povera della città - che però la madre, formidabile personaggio, donna bellissima e dura sotto l’apparente fragilità, tenace tessitrice di tecniche di sopravvivenza, ma sempre profondamente infelice -, riesce a rendere una vera casa. Ma una casa in cui, come in tutta Istanbul, si fa la fame, si vendono gli ultimi beni (ma non i diamanti della nonna), si cambiano classe sociale e convinzioni. Attorno, il mondo in fermento della fine dell’impero, i gruppi etnici che si scontrano (e qui Irfan Orga si lascia sfuggire su ebrei, curdi e armeni qualche aggettivo politicamente scorretto,che riflette, con la stessa precisione delle altre descrizioni, il sentimento dell’epoca e dell’appartenenza etnica dello scrittore), l’arrivo in scena di Kemal Atatürk, la nuova repubblica, i fez che scompaiono, i veli gettati alle ortiche.
Ancora durante la guerra Irfan e suo fratello vengono spediti, nella speranza che li si nutra, in un collegio militare dove continueranno a fare la fame e ad affrontare una assurda mancanza di istruzione e di direttive. Ne escono per entrare nell’esercito in una nuova, diversa Turchia. Non così diversa da non rendere la vita impossibile a Irfan quando si innamora di una signora inglese in attesa di divorzio, incinta di Ates. E la ragione dell’esilio di Irfan in Inghilterra che tuttavia, pur più tollerante, non sarà molto generosa con lui. E la postfazione di Ates, piena di pietas e di devozione filiale, diventa così il complemento necessario a questa storia che comincia ai confini orientali d’Europa, in un altro, remoto mondo, per chiudersi vicino a noi, attraverso un vorticoso arco di tempo, di costumi, di sentimenti, di tragedie e di culture.

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sabato 21 luglio 2007, posted by vito.cirillo at 13.54
Il bostoniano Ralph Waldo Emerson (nato nel 1803, morto nel 1882) può essere considerato, senza tema di smentite, lo stimolatore della letteratura americana delle origini e il moralista principale per quanto riguarda la formazione della coscienza morale nordamericana dell’Ottocento. I suoi semi, per così dire, sono ancor oggi presenti nella cultura e nella civiltà americana.
L’eredità morale e culturale di Emerson lievita tuttora nell’intimo della spritualità
americana, promuovendo prese di coscienza, azioni e comportamenti ricchi di valori
e di ideali. Non sembri un paradosso ma, ad esempio, il «Watergate», lo scandalo che ha «chiuso» la vita politica di Richard Nixon è stato il prodotto di certa moralità, di stampo fortemente emersoniano, che alimenta i giudizi di valore dell’americano medio. Certo moralismo della propaganda di Jimmy Carter, e in genere degli uomini politici americani, è dovuto alla domanda inconscia, che sale dal popolo americano, di pulizia morale e di coerenza di comportamenti, sulle quali ha avuto una grandissima influenza il pensiero di Emerson.

Attraversò le opere Uomini rappresentativi e La guida della vita, Emerson combatte il positivismo e afferma che solo nelle energie attive dello spirito, parte divina che è nell’uomo, si può trovare la risoluzione della vita. Secondo Emerson, ognuno deve cercare in sè, nella sua coscienza, una legge di azione, tagliando i ponti con le morte civiltà del passato.

L’opera più conosciuta di Emerson è, però, Essays (Saggi), scritta tra il 1841 e il
1844. Sono saggi che, nella prima parte, hanno per argomento la storia, la fiducia in se stessi, la compensazione, le leggi spirituali, l’amore, l’amicizia, la prudenza, l’eroismo, la superanima, i circoli, l’intelletto, l’arte. Nella seconda parte, gli argomenti sono: la poesia, l’esperienza, il carattere, le maniere, i doni, la politica, il nominalismo e il realismo.

Secondo Emerson «il mondo esiste per l’educazione di ogni uomo» e l’esistenza dello Stato trova giustificazione esclusivamente nel fatto che la sua funzione ed il suo scopo sono rivolti a formare e ad educare «l’uomo saggio», «l’uomo intero» come disse nel suo discorso The American Scholar, Emerson nei Saggi ha posto l’accento su un argomento fondamentale: l’uomo deve avere fiducia in se stesso, non deve mai disperare per quanto riguarda le sue possibilità che sono illimitate. È una visione fondamentalmente ottimistica, intrisa di grande fiducia e di irriducibile speranza. Anche la politica deve essere in funzione dell’individuo, finalizzata alla piena estrinsecazione delle potenzialità individuali. Deve, cioè, poter emergere ciò che Emerson definisce il «carattere» dell’individuo. Il «carattere» non è altro che «l’anima individuale»; le varie «anime individuali» sono collegate fra loro mediante la legge morale: «tutte le cose sono morali». La morale, quindi, è il «cemento» che unisce gli uomini fra loro e che inoltre li unisce all’anima universale, in ultima analisi a Dio. Poichè le anime individuali sono soggette alla ineluttabile legge dell’infiacchimento dell’ottenebramento e della caduta morale, Emerson teorizza la figura ideale del genio-eroe, di colui cioè che ha il compito di tenere deste in sè e negli altri le qualità creative e la fiducia in se stessi. Il genio-eroe deve far prevalere la verità, la forza spirituale che è in lui, combattendo ogni forma di conformismo e di acquiescenza passive, ogni forma di rinuncia a far emergere le proprie individuali energie creative, il proprio «carattere». Scrive Emerson: «Chiunque vuole essere uomo deve essere non conformista».

Il tipico genio-eroe, per Emerson, è l’intellettuale, in particolare lo scrittore, il quale deve sempre sintonizzarsi con le cose, che divengono continuamente, e non deve, perciò cadere nel passatismo: deve avere «orrore di ciò che è vecchio». Bisogna essere, secondo Emerson, «ricercatori all’infinito» della verità, sperimentando sempre, non cessando mai di perseguire il raggiungimento della verità «perchè Dio offre a ogni mente la sua scelta tra verità e riposo». Bisogna cioè essere di continuo «in uno stato di guerra» ossia pronti all’azione, alla ricerca, senza mai scoraggiarsi e desistere.

Quanto alla politica in particolare, per Emerson è fondamentale la libertà: «La mancanza di libertà addormenta le coscienze. La legge del linciaggio prevale soltanto dove c’è un maggiore ardimento e dove i capi sono autosufficienti. Una folla non può essere costretta in una condizione costante; l’interesse di ognuno richiede che ciò non esista, e solo la giustizia soddisfa tutti». Libertà e giustizia, quindi, come sostanza d’ogni programma politico e come finalità inderogabili che ogni partito, che abbia realmente a cuore il destino dell’uomo, deve perseguire. Quando la politica insieme con l’educazione sarà riuscita a formare gli uomini «saggi» ossia dei veri «caratteri», allora lo Stato non avrà ragion d’essere. «Lo Stato esiste per educare l’uomo saggio, e con l’apparizione dell’uomo saggio, lo Stato muore. L’apparizione del carattere rende lo Stato non necessario. L’uomo saggio è lo Stato. Egli non ha bisogno di eserciti, di forti, di marina, egli ama troppo gli altri uomini; niente corruzione nè feste o palazzi per attirare a sè gli uomini; nessun terreno vantaggioso o favorevole […] egli non ha bisogno di nessuna chiesa, perchè egli è un profeta; di nessuno statuto perchè egli è un legislatore; di nessun denaro, perchè egli è il valore; di nessuna strada, perchè egli è a casa dovunque vada». È la descrizione di una condizione di «anarchia». In effetti, in Emerson sono presenti intuizioni e riflessioni che ricordano sia l’anarchia sia lo stadio finale della storia umana teorizzato da Karl Marx.

L’influenza di Emerson, oltrechè negli Stati Uniti, s’è fatta sentire anche in Europa. Pur essendo disorganico e frammentario - le sue erano soprattutto conferenze, prediche, come è comprovato dalla forma, che è molto discorsiva - il pensiero di Emerson si fonda su tre pilastri o concetti di fondo: la natura, l’individuo; la superanima o anima universale. Tali concetti avranno modo di riflettersi - anche se in maniera più organica e filosofica - in Federico Nietzche che riconobbe in Emerson uno dei suoi maestri.

La mentalità pionieristica nordamericana ha trovato nel pensiero di Emerson la sua sublimazione; così come tale pensiero ha alimentato e continua ad alimentare quell’individualismo attivo che resta il connotato principale ed essenziale dell’anima americana.

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domenica 15 luglio 2007, posted by vito.cirillo at 10.03
Nessuno può a lungo avere una faccia per se stesso e un'altra per la folla senza rischiare di non sapere più quale sia quella vera.
[Nathaniel Hawthorne, scrittore americano]
Tutti i vizi sono conditi dalla superbia, sì come le virtù sono condite e ricevono vita dalla carità.

[Caterina da Siena, santa e scrittrice italiana]
Avendo il minimo dei desideri si è più vicini agli dei.
[Socrate, filosofo greco]
Il carattere dell'uomo è il suo demonio.
[Eraclito, filosofo greco]
I mali che fuggi sono in te.
[Seneca, filosofo latino]


Nell'immagine del post il maestro Botero posa con i suoi nuovi quadri ispirati dalle sevizie scoperte nel carcere di Abu Graib

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sabato 14 luglio 2007, posted by vito.cirillo at 10.13
La libertà economica è la condizione necessaria della libertà politica.
[Luigi Einaudi, economista italiano]

Il modo più sicuro di prevenire le rivolte è di eliminare la miseria.
[Francis Bacon, filosofo inglese]

Nessuno è in grado di governare un altro senza il suo consenso.
[Abramo Lincoln, presidente degli Stati Uniti, discorso del 1854 a Peoria]

Impara ad ubbidire prima di comandare.
[Solone, politico greco, 640-560 a.C.]

Il potere non sazia, anzi è come la droga e richiede sempre dosi maggiori.
[Luciano De Crescenzo, scrittore italiano]

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venerdì 13 luglio 2007, posted by vito.cirillo at 17.31
E' facile amare l'umanità, difficile è amare il prossimo.
[Luciano De Crescenzo, scrittore italiano]

A Roma tutto si compra.
[Giovenale, poeta latino]

I ladri di beni privati passano la vita in carcere e in catene, quelli di beni pubblici nelle ricchezze e negli onori.
[Catone il Censore, politico e scrittore latino]

La democrazia è agile e a piantarci sopra troppe bandiere si sgretola.
[Enzo Biagi, giornalista italiano]

Non si fa politica con la morale, ma nemmeno senza.
[Andrè Malraux, scrittore francese]

Abbiate fiducia in Dio, ragazzi, e tenete la polvere da sparo all'asciutto.
[V. Backer, militare inglese del XIX secolo]

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giovedì 12 luglio 2007, posted by roberto.bonuglia at 18.45

Il fine estremo dell'uomo è la realizzazione di Dio e tutte le sue attività sociali, politiche e religiose devono lasciarsi guidare dal fine ultimo della visione di Dio. Il servizio immediato di tutti gli esseri diventa una parte necessaria di tale sforzo semplicemente perchè la sola via di trovare Dio è di vederlo nella sua creazione e sentirsi una cosa sola con essa. Questo è possibile solo servendo tutti. Sono una parte integrante del tutto e non posso trovare Dio separato dal resto dell'umanità.


Riflessione del 29 agosto 1936.

Il trionfo dell'uomo consisterà nel sostituire alla lotta per l'esistenza la gara per l'aiuto reciproco. La legge della libertà sarà destituita dalla legge dell'uomo.


Riflessione del 29 giugno 1935.

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mercoledì 11 luglio 2007, posted by vito.cirillo at 22.52


Io divido gli uomini in due categorie di persone: gli uomini e i caporali. Quella degli uomini è la maggioranza; quella dei caporali, per fortuna, è la minoranza. Gli uomini sono quelli costretti a lavorare come bestie tutta la vita,nell'ombra di un'esistenza misera.
I caporali sfruttano, offendono, maltrattano, sono esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno. Li troviamo sempre a galla, sempre al posto di comando, spesso senza avere l'autorità, l'abilità e l'intelligenza per farlo, con la sola bravura delle loro facce di bronzo, pronti a vessare l'uomo qualunque.


[dal film Siamo uomini o caporali?, regia di Camillo Mastrocinque, del 1955]


Chi parla di voti inutili è totalitario e in malafede, i voti inutili possono essere utili se servono ad eleggere qualcuno e questo qualcuno di cui sopra sono io. Io, concittadini di Roccasecca, io umile servitore di questa Rocca, Secca per modo di dire, Antonio La Trippa. Antonio La Trippa, votantonio, votantonio, votantonio......


[Dal film Gli onorevoli, di Sergio Corbucci, del 1963]

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, posted by vito.cirillo at 10.40

A costituire il valore dell'uomo è non la verità di cui chicchessia sia in possesso, o pretenda di esserlo, bensì l'impegno sincero che l'uomo ha profuso per scoprirla. E' attraverso la ricerca della verità, e non col possesso di essa che le sue forze si fanno più grandi, e solo in questo consiste la sua sempre progrediente perfezione.

G.E. Lessing (filosofo tedesco, 1729-1781)

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martedì 10 luglio 2007, posted by vito.cirillo at 23.47



Ogni società che pretende di assicurare agli uomini la libertà, deve cominciare col garantire loro l'esistenza.

Leon Blum (politico francese, 1872-1950)

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lunedì 9 luglio 2007, posted by vito.cirillo at 17.40

La vita di una persona consiste in un insieme di avvenimenti di cui l'ultimo potrebbe anche cambiare il senso di tutto l'insieme.

Italo Calvino, scrittore italiano, 1923-1985.

L'amore e l'amicizia sono come l'eco: danno tanto quanto ricevono.

A.J. Herzen, scrittore russo, 1812-1870.

Generalmente ciò che detestiamo negli altri lo detestiamo perchè lo sentiamo anche nostro. Non ci danno fastidio i difetti che noi non abbiamo.

Miguel De Unamuno, scrittore e filosofo spagnolo, 1864-1916.

Si odiano gli altri perchè si odia se stessi.

Cesare Pavese, scrittore italiano, 1908-1950.

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, posted by vito.cirillo at 17.21
Sembra che il grande drammaturgo inglese, William Shakespeare, e la geografia non andassero tanto d'accordo. Per la precisione, non conosceva la geografia riguardante l'Italia. Secondo Shakespeare, per andare da Verona a Milano si poteva ricorrere alle navi. Nel Mercante di Venezia, poi, Venezia non è quella che si conosce, ma rassomiglia molto a Londra.
Ai geni, però si possono perdonare anche queste inesattezze.

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domenica 8 luglio 2007, posted by vito.cirillo at 11.27

Eccellente modo di fare il bene è la ferma risoluzione di combattere il male.

Cesare Cantù, scrittore italiano.

Chiunque può sbagliare, ma nessuno, se non è uno sciocco, persevera nell'errore.

Cicerone, scrittore latino.

Prima di tutto, dì a te stesso chi vuoi essere; poi, fà ogni cosa in maniera conseguente.

Epitteto, filosofo greco.

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sabato 7 luglio 2007, posted by vito.cirillo at 23.36

Dunque la psicoanalisi insegna: ogni sogno ha un senso, la sua stranezza dipende da deformazioni eseguite sulla manifestazione del suo significato, la sua assurdità è voluta, la sua incongruenza non ha valore per l'interpretazione.

Brano tratto da Storia del movimento psicoanalitico, di Sigmund Freud (psicoanalista, 1856-1939

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venerdì 6 luglio 2007, posted by vito.cirillo at 8.42
Qualche settimana fa è passata la riforma islamica in Turchia.
Il Capo dello Stato, però, potrà ancora sottoporre la legge a referendum popolare.
Il Primo Ministro Erdogan, quindi, è riuscito a imporre l'elezione diretta del presidente. L'opposizione turca, però, farà ricorso alla Corte Costituzionale perchè ritiene illegale la votazione con cui la riforma è stata approvata. Le truppe turche, inoltre, sono stata rafforzate al confine con l'Iraq nel timore del terrorismo curdo.

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giovedì 5 luglio 2007, posted by vito.cirillo at 8.42
L'Italia segue con grande interesse gli sviluppi del continente africano.
Nel 2006, ben 59 milioni di elettori di 10 Paesi africani hanno partecipato alle elezioni dei rispettivi Paesi. L'evoluzione in senso democratico è ciò che l'Italia si augura e, a tal fine, non manca di fornire preziosi consigli, quando richiesti. E' importante che l'UA (l'Unione Africana, che ha sostituito l'OUA), cresca e si rafforzi sempre più. E' necessario che i conflitti interafricani diminuiscano e si rafforzino gli sforzi di collaborazione tra i diversi Paesi del continente africano.
L'Europa può svolgere un ruolo importante, a questo proposito.

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mercoledì 4 luglio 2007, posted by vito.cirillo at 18.07
E' in atto in Cina un processo di notevole avvicinamento dei giovani alle religioni tradizionali più importanti. Si parla di grande diffusione del cristianesimo, dell'islamismo, del buddismo, dei taoismo. E' un desiderio di spiritualità con cui sivuole sostituire l'ideologismo di carattere quasi religioso (con forme di vero e proprio culto), quale il maoismo che ha caratterizzato la recente storia cinese. Questo risveglio di autentica spiritualità sembra non trovare ostacolo da parte delle autorità politiche.

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martedì 3 luglio 2007, posted by vito.cirillo at 20.40

Molti giovani israeliani si recano in India, ogni anno, per riflettere e per rompere quel senso di continuo assedio con cui vivono.
Soprattutto dopo aver terminato il servizio militare (3 anni per i ragazzi, 2 per le ragazze), i giovani israeliani guardano all'India come luogo per ritrovare se stessi e per trovare un pò di pace. Molti giovani israeliani con problemi di droga [circa giovani,600 all'anno] fanno tesoro dell'esperienza indiana per risolvere i loro problemi di disadattamento.

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lunedì 2 luglio 2007, posted by vito.cirillo at 23.30

Nessuno conosce le proprie possibilità finchè non le mette alla prova

da Sentenze di Publilio Siro, poeta latino, primo secolo a.C.

Niente senza gran fatica la vita concede ai mortali

Da Satire di Orazio, pooeta latino, 65-8 a.C

Un uomo che ha piegato se stresso, non potrà mai raddrizzare gli altri.

Da Il libro di Mencio di Mencio, filosofo cinese, 371-289 a.C.

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, posted by vito.cirillo at 11.35
Da alcuni mesi, Michail Gorbaciov va dicendo che si sta ritornando alla "Guerra Fredda".
I fatti cominciano a dargli ragione: i rapporti tra Stati Uniti e Russia si sono raffreddati ed il Presidente russo Vladimir Putin ha ripreso a condurre un tipo di politica da grande potenza in competizione con quella americana.
Recentemente è arrivato ad accusare di imperialismo la politica di Bush. I russi non si rassegnano ad essere "gregari": vogliono essere protagonisti sulla scena mondiale, memori del ruolo di grande potenza svolto non solo dall'Unione Sovietica ma, prima ancora, della Russia degli Zar.

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domenica 1 luglio 2007, posted by vito.cirillo at 7.21

Il "ricordo" di Dio, che cantiamo nel salmo, è semplicemente la riscoperta, nella profonda compunzione del cuore, che Dio si ricorda di noi. In un certo senso, Dio non può essere ricordato, ma solo scoperto. Lo conosciamo perchè Egli ci conosce...
La nostra conoscenza di Lui è l'effetto della sua conoscenza di noi.

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