giovedì 29 settembre 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 09:46
Questa estate l’Italia si è trovata in una fase di grande incertezza politica che ha avuto ripercussioni anche oltre confine, che ha contribuito a indebolirla nei mercati finanziari e quindi a mettere in subbuglio il resto della zona euro.
Il capo del governo, Silvio Berlusconi, sta bevendo fino in fondo l’amaro calice. Lui che nel 2008 aveva vinto facilmente le elezioni, che godeva di una maggioranza parlamentare assoluta e che poteva approfittare di un’opposizione lacerata, si è presto disilluso. La crisi finanziaria ha aggravato notevolmente gli scadenti risultati economici di cui soffre la Penisola da più di un decennio. Le rivelazioni sulla sua vita privata a partire dal 2009 l’hanno indebolito e hanno allentato il forte legame che si era creato tra lui, la Chiesa e i cattolici praticanti. Il conflitto con il suo ex-alleato, l’attuale Presidente della Camera dei deputati Gianfranco Fini, che ha lasciato il partito fondato da entrambi nel 2010, l’ha danneggiato.
La popolarità del Cavaliere è in caduta libera, come testimoniano i sondaggi e le sconfitte elettorali subite nelle primarie nella primavera scorsa, in particolare la clamorosa perdita della “sua” città, Milano, e il suo fallimento nei referendum che hanno abrogato le leggi appoggiate dal suo governo e per le quali aveva invitato gli italiani ad astenersi. Nel suo stesso partito da tempo si fanno sentire alcune voci un po’ discordanti, ed è di dominio pubblico il conflitto tra Silvio Berlusconi e il suo ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, uomo che gode di grande fama negli ambienti economici italiani e mondiali, e di cui [il premier N.d.T.] attualmente non può fare a meno.
Il suo alleato, la Lega Nord, ottenuti anch’essa deludenti risultati elettorali, alza i toni e gli invia chiari avvertimenti – per esempio votando in favore della sospensione dell’immunità parlamentare di Alfonso Papa, uomo del partito del capo di governo accusato di corruzione anche se il Presidente del Consiglio si era opposto a questa richiesta – oppure contestando certe misure di austerità che mirano a penalizzare una parte del suo elettorato popolare.
La maggioranza, guidata da due leader anziani dall’autorità barcollante, dà l’impressione di navigare a vista. Inoltre è continuamente divisa sulle questioni economiche: nel giro di alcune settimane il governo ha presentato almeno 5 piani anti crisi, spesso in contraddizione tra di loro, cosa che ha contribuito a sminuire ancor di più la sua credibilità, già molto debole, in Italia e nell’Unione Europea, sia sui mercati che nelle agenzie di rating. Quindi la questione della successione di Silvio Berlusconi diventa veramente impellente, tanto più che questi ha annunciato di non volersi ricandidare a fine legislatura nel 2013.
Nell’attesa, il premier è sempre al timone, ma fa sempre più fatica ad indicare una rotta che non sia quella di salvaguardare i propri interessi e sfuggire alle varie inchieste giudiziarie che lo riguardano e che lo minacciano. E questo proprio mentre la situazione economica e finanziaria è disastrosa. Il suo partito, il Popolo delle Libertà, guidato da Angelino Alfano nominato d’urgenza da Berlusconi che lo ha designato quale suo delfino, si sforza di organizzarsi per rendersi autonomo dal suo creatore.
Il secondo vecchio leader, Umberto Bossi, non riesce più a governare con il pugno di ferro la sua Lega Nord, ormai divisa nelle scelte strategiche tra una parte di seguaci che vorrebbero far crollare velocemente il governo per paura di perdere ancora voti e quelli che prima vorrebbero ottenere ciò che reclamano da tre anni, da quando sono entrati a far parte del governo, ossia il decreto per ottenere il federalismo fiscale.
Per il momento, la maggioranza parlamentare resta in piedi, anche se il cattivo umore di alcuni suoi rappresentanti si esprime con voti contrari a certi progetti di legge presentati in parlamento e attraverso grandi manovre per preparare il dopo-Berlusconi. Ma si rivela incapace di proporre riforme importanti che, tuttavia, la situazione molto preoccupante del paese esigerebbe, in particolare per rilanciare la crescita. Soprattutto, il fascino berlusconiano, già fortemente intaccato, si affievolisce sempre più. L’egemonia dei valori che il Presidente del Consiglio aveva instaurato si screpola senza che altri peraltro si facciano avanti; i suoi appoggi in seno alla società si sgretolano; sono sempre più numerosi, per esempio, gli imprenditori e i manager delusi dal berlusconismo.
I vari emendamenti finanziari adottati durante l’estate, che dovrebbero generare più di 54 miliardi di euro di risparmi, provocano l’aumento delle tasse e lo slittamento in avanti dell’età pensionabile, suscitano una vasta incertezza e numerose proteste. Il momento è quello dell’austerità, del rigore, e l’opinione pubblica è sul piede di guerra soprattutto quando scopre che la classe politica si è tenuta a debita distanza dai sacrifici, cosa che non fa che alimentare la sfiducia nei suoi confronti.
L’opposizione non approfitta automaticamente del malessere della maggioranza e dell’impopolarità del Cavaliere. Il Partito Democratico certo gode di una situazione interna migliore, dato che avanza dal punto di vista elettorale e nelle intenzioni di voto, senza ostentare peraltro un certificato di sana e robusta costituzione. In effetti, il vincitore delle elezioni amministrative di Milano, Giuliano Pisapia, non era il candidato prescelto dalla direzione del partito per le primarie, ma un outsider; a Napoli, il nuovo sindaco ed ex magistrato Luigi De Magistris, fa parte dell’Italia dei Valori, partito dell’ex giudice Di Pietro. Il Partito Democratico non è stato neanche il promotore dei referendum abrogativi di giugno. In uno sprazzo di responsabilità nazionale invocata dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che è sceso in prima linea sui temi economici ed ha contribuito ad orientare la politica di governo, la formazione del centro-sinistra non è ricorsa alle abituali procedure parlamentari per rallentare l’adozione in luglio di una prima serie di misure drastiche di risparmio, denunciando apertamente il loro contenuto – in particolare le forti disparità sociali che esse creano – e votando contro.
Anche se reclama le dimissioni del governo e le elezioni anticipate, il PD resta diviso sulle alleanze e non sempre ha adottato un progetto innovatore e convincente. Pierluigi Bersani ha imposto in parte la sua autorità, anche se Walter Veltroni – leader del partito dal 2007 al 2009 – non ha rinunciato a riproporsi in campo, prospettiva che tuttavia non entusiasma. La formazione è messa a confronto con l’avanzata di Italia dei Valori, partito dell’ex giudice Antonio Di Pietro, che tenta di occupare più spazio possibile presentandosi a volte come formazione intransigente verso il governo o viceversa come interlocutore responsabile. La sinistra radicale tenta di riorganizzarsi attorno al Governatore della Puglia, Nichi Vendola. Riuscire ad offrire uno sbocco politico alla straordinaria dinamica di un parte delle forze vive del Paese – soprattutto i giovani e le donne, che possiedono un livello di istruzione elevato, che usano i social network e le grandi manifestazioni di piazza per organizzare mobilitazioni cittadine – costituisce una delle scommesse prioritarie delle tre grandi forze dell’opposizione. Tanto più che alcuni degli elementi di questa galassia si sono già lanciati in politica formando delle liste civiche che ottengono talora risultati sostanziali.
Infine, il terzo polo dello scacchiere politico, quello dei centristi, che riunisce numerosi leader politici – Pierferdinando Casini, Gianfranco Fini, Francesco Rutelli e il presidente della Ferrari, Luca Cordero di Montezemolo – si sforza di influire nelle ricomposizioni politiche che si stanno creando e che nei prossimi mesi aumenteranno certamente.
Questi incerti giochi politici sono in contrasto con una società italiana sempre più preoccupata, non solo per la sua situazione materiale in rapido degrado, ma anche per il destino comune [della Nazione, N.d.T.]. E’ attraversata da movimenti in contraddizione, alcuni che spingono decisamente verso la divisione e la frammentazione, altri che cercano di reinventare nuove forme di solidarietà e di rivitalizzare la democrazia. Senza dubbio non è un caso che il Presidente della Repubblica emerga come figura della moderazione, della serietà, dell’unità e di un’italianità aperta all’Europa e al mondo e goda di una popolarità eccezionale. Mentre l’Italia celebra, con una certa enfasi, il 150° anniversario della sua unità, la questione della ricostruzione dei fondamenti del vivere comune è più che mai attuale.[original version]
 
mercoledì 28 settembre 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 08:59
L’Italia è un paese meraviglioso, abitato in gran parte da persone amabili. Secondo i canoni teutonici, sono talvolta troppo rumorosi e pesanti, però nonostante ciò, anno dopo anno, una serie interminabile di centinaia di migliaia di persone si muove per venire in Italia e godere della sua ospitalità. Il clima dolce è un’ulteriore attrattiva, per i tedeschi, che appaiono agli occhi dei goliardici italiani, troppo imbronciati e votati al dovere e a cui manca la leggerezza del sud.
L’Italia purtroppo ha anche un altro grosso svantaggio, cioè il suo governo con l’ imbarazzante primo ministro Silvio Berlusconi alla sua guida, che porta quasi alla disperazione la maggior parte della popolazione dalle Alpi alla Sicilia. In breve: questo bellissimo paese è governato in maniera pietosa. Ma il colmo è il fatto che il capo del governo, in una telefonata con l’editore di un quotidiano online, Valter Lavitola, ha definito il suo paese un “paese di merda”. Non solo, Berlusconi sarebbe stato ricattato da Lavitola e dall’imprenditore Giampaolo Tarantini. Potremmo continuare a chiederci perché? Si tratta di nuovo naturalmente di festini, ragazze di facili costumi e sesso e anche “Bunga Bunga”. Il silenzioso osservatore è arrabbiato e si chiede: Ma chi governa davvero? Naturalmente è un primo ministro che, – detto chiaramente – non è proprio all’altezza dei suoi compiti. Berlusconi direbbe: un capo di governo di m… con cui … poter s …scopare, ndt]
Nel frattempo il leader del governo di centro destra è diventato il principale problema dell’Italia. L’italiano medio non si meraviglia davvero più di quest’uomo. Lo lascia indifferente, dove, quando e come il 74enne ha fatto sesso o quanti trapianti di capelli si è fatto fare. Prende solo atto, con rassegnazione, delle innumerevoli cronache che parlano degli scandali berlusconiani e delle uscite del “cavaliere”. Siede su una delle poltrone più prestigiose d’Europa, ma viene a malapena considerato per la carica che riveste.
Fai e disfai il pacchetto austerità
E’ un disastro, poiché la repubblica italiana ha davvero grossi problemi da risolvere. Una crisi profonda scuote il paese; l’Italia subisce le conseguenze di un debito gigantesco pari al 120% del prodotto interno lordo (PIL) – il secondo per ammontare nell’Eurozona dopo la Grecia. A Roma con gran clamore è stata varata un’ulteriore manovra di tagli alle spese per un ammontare di 48 miliardi di euro, che ne seguiva una precedente di 40 miliardi di euro, approvata dalle due camere in gran fretta. Ma nella seconda sono stati decisamente allentati i lacci. Quindi c’è poco da meravigliarsi se i primi elementi della manovra sono già andati persi.
Così il governo ha cancellato il previsto contributo di solidarietà. Berlusconi ha preso come pretesto, che il suo alleato di governo, l’agguerrita Lega Nord, con il suo ancor più agguerrito leader Umberto Bossi, ha silurato questa tassa. Berlusconi non è riuscito neanche a far passare la prevista manovra sulle pensioni.
Fra le altre cose gli amanti del calcio italiani possono essere contenti, poiché sta per iniziare il campionato di serie A, dato che questi professionisti multimilionari si sono messi nuovamente in movimento grazie alla compiacenza di Berlusconi. Ma chi ne trae vantaggio? Naturalmente Silvio Berlusconi, che tra l’altro possiede – oltre a varie aziende e partecipazioni societarie – anche la squadra del AC Milan.
Tuttavia i tifosi e i loro concittadini – tra cui molti con stipendi ridotti o addirittura disoccupati – hanno capito nuovamente la verità. I saldi della manovra finanziaria devono rimanere invariati, altrimenti la Commissione EU e il Presidente della BCE Jean-Claude Trichet daranno una lavata di capo agli italiani. A Bruxelles e a Francoforte sono già estremamente nervosi ed esigono dal governo Berlusconi più autorevolezza nello sforzo economico. Quindi Roma ora sta considerando, di aumentare di un punto l’IVA. Il tifoso semplice, che certo ora può guardarsi di nuovo le partite di calcio, è quello che resta fregato. Quindi la sua gioia iniziale lascia l’amaro in bocca.
Tutta la faccenda comunque non ha nulla a che fare con la politica finanziaria seria. Ma poi, si può parlare di cose serie con Berlusconi? L’Italia e l’Europa devono – nella peggiore delle ipotesi – avere a che fare con lui ancora fino al 2013. A meno che non dia le dimissioni. Per l’Italia sarebbe la soluzione, perché a Berlusconi non importa proprio un bel niente del suo paese. [original version]
 
martedì 27 settembre 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 08:30
Il 24 Giugno 1340 le onde del Mare del Nord si tingono di rosso sangue. La battaglia di Sluis, nell’odierna Olanda, è la prima battaglia importante nella guerra dei Cent’Anni tra Inghilterra e Francia. Ce lo raccontano romanzi e film.
Sette anni dopo, nell’autunno del 1347, due navi passano nella città portuale di Messina, in Sicilia. A bordo ci sono uomini con macchie scure sulla pelle. Le prime vittime della peste, che in Europa farà 25 milioni di morti. Monumenti e dipinti ricordano la Morte Nera.
Nel 1349 il poeta italiano Giovanni Boccaccio inizia a lavorare alla raccolta di novelle Il Decamerone, una delle opere più importanti della letteratura mondiale. Il nome del Boccaccio si trova in tutti i libri di storia che riguardano il XIV secolo.
Ma delle strane cambiali che da quel periodo in poi si diffondono in Italia e poi in tutta Europa, nelle cronache si parla di rado. La loro invenzione appare insignificante se paragonata a tutte le guerre e malattie, opere d’arte e disastri del tardo Medioevo.
Ma questi titoli al portatore – per come sono poi andate le cose – hanno molta più importanza rispetto a molti altri accadimenti di allora. Secoli più tardi, nell’anno 1789, diventeranno uno dei motivi che portarono in Francia allo scoppio della rivoluzione. Consentiranno poi il trionfo della democrazia in tutto il mondo e innescheranno, nel 2010, la crisi dell’euro.
Nell’Italia medievale questi documenti cartacei presero il nome di cambiali o prestiti.Oggi sono chiamati buoni del Tesoro. Sono gli strumenti con cui si continuano a finanziare quasi tutti i paesi del mondo, sempre più indebitati. I soli stati della Zona Euro hanno accumulato un debito di sette miliardi di euro; e nessuno è in grado di dire chi potrà mai saldarlo.
Tutto cominciò allora, nel XIV secolo. Se si vuole comprendere l’origine dell’attuale forma del debito pubblico, dobbiamo raccontare di tre uomini. Di un papa, un banchiere e di un giovane artigiano di nome Hawkwood, che voleva cambiare mestiere.
Hawkwood nasce tra il 1320 e il 1323 nella contea inglese dell’Essex, uno dei sette figli di un conciatore. Va a prendere lezioni da un sarto. Hawkwood si sarebbe, probabilmente, guadagnato da vivere per tutta la vita con ago e filo, se il re Edoardo III non avesse iniziato quella guerra contro la Francia che durò cent’anni.
Edoardo ha bisogno di combattenti e si presenta il giovane Hawkwood. Il sarto diventa soldato. Dopo la fine della campagna, questi rimane in Francia spostandosi poi verso l’Italia. Lì, raccontano le cronache del tempo, Hawkwood incontra anni dopo due monaci. “Monsignore, che Dio vi dia pace!” , gli dissero. Hawkwood rispose: “Voi non sapete che la pace mi ha distrutto?” John Hawkwood ora si guadagna da vivere col sangue. Il soldato è diventato un mercenario. “Io vivo di guerra, come voi vivete di elemosina.” Così rispose ai monaci.
L’Italia di quel tempo è un luogo ideale per l’arte di uccidere. Nel sud c’è il re di Napoli, al centro c’è il papa, mentre al nord il potere se lo spartiscono le grandi città. Firenze, Venezia e Genova sono i centri economici del mondo occidentale. Qui governano i commercianti, non i re. Se fanno le guerre, non le combattono mai in prima persona, ma comprano gente come Hawkwood .
Così accade che Firenze combatte contro Genova e Venezia contro Pisa, ma solo pochi fiorentini o veneziani brandiscono la spada. Mercenari uccidono e muoiono “schiere selvaggie di esuli, banditi e avventurieri in bancarotta, tedeschi, burgundi, italiani, catalani, fiamminghi, francesi e svizzeri”, come scrive la storica americana Barbara Tuchman nel suo libro “Uno specchio lontano. Un secolo di avventure e calamità. Il Trecento” (edito da Rizzoli, 1999. Ndt.)
Il Papa considera peccato gli interessi, ma i banchieri superano la Chiesa in astuzia
I comandanti di queste truppe saranno salvatori o demoni, lodati o maledetti da cronisti e poeti del tempo. Ma un nome ricorre nei libri più spesso di altri: John Hawkwood. Divenuto capo di un piccolo esercito, la Compagnia Bianca, alcuni contemporanei lo descrivono come insolitamente ambiguo, altri come incredibilmente saggio. Quel che è certo è che Hawkwood è il condottiero pagato più profumatamente di tutti, come dicevano i comandanti dei mercenari in Italia.
Ha quasi 60 anni, quando i governanti di Firenze decidono di assoldarlo. I mercanti fiorentini che combattono le guerre, ma che non vogliono battersi in prima persona, hanno bisogno di soldi, un sacco di soldi per pagare il comandante dell’esercito. Più denaro di quel che possiedono.
Dove possono prenderlo?
I primi interessi prendono il nome di provvigioni. Così le banche fregano la Chiesa.
I governanti potrebbero aumentare le tasse. Ci sono persone benestanti a sufficienza a Firenze. Ma i commercianti delle città-stato italiane vedono le imposte patrimoniali come un affronto alla loro libertà. Le tasse come le conosciamo oggi, sono un’invenzione dell’età moderna. A quel tempo a Firenze si pagavano solo le tasse sul commercio del sale e del vino. Alla città resta perciò una sola cosa da fare: farsi prestare i soldi. E’ questo il momento in cui la storia dei mercenari diventa una storia di debiti.
Oggigiorno indebitarsi non è difficile. Ad ogni angolo si trovano pubblicità di istituti di credito con le loro offerte. Nel medioevo però è una faccenda complicata, perché chi presta denaro vuole incassare gli interessi. Ma questo ai cristiani è proibito. « Non devi prendere interessi da tuo fratello, né interessi per denaro né per le granaglie, né interessi per nient’altro, da cui si prendono interessi ». Così è scritto nella Bibbia, libro 5° capitolo 23.
In realtà c’è anche scritto: “Non uccidere!” Ma mentre la Chiesa interpreta in modo flessibile il quinto comandamento e i papi conducono tranquillamente guerre, ovviamente con l’aiuto di mercenari, continua ad avere difficoltà a prestar denaro.
Per secoli questo sembra aver dato poco fastidio agli uomini. La maggior parte della gente nell’Europa feudale vive da contadino, artigiano o nobile. Sono ricchi di nascita o poveri allo stremo. Il fenotipo dell’imprenditore, che migliora il suo status sociale prestando soldi per fare altro denaro, si diffonde solo nel tardo medioevo. Da Genova partono navi che raggiungono il Mar Nero, commercianti da Venezia viaggiano sino alla foce del Volga e nell’Europa Settentrionale fiorisce la Lega Anseatica. Il mondo cresce, il commercio anche. Più tardi gli storici definiranno “capitalismo commerciale” questa forma primigenia di moderna economia di mercato, la cui principale materia prima è il denaro. Alla Chiesa è proibito l’impiego della dottrina sugli interessi. Ma per per quanto ancora?
Il 16 ottobre 1311 nella città di Vienne, nella Francia sudorientale, si riuniscono circa 200 vescovi e dignitari. Discutono per mesi della legittimità delle crociate e di altre questioni teologiche del tempo. Enclavi di questo tipo non hanno più avuto luogo da quasi quarant’anni e il prossimo ci sarà soltanto nel 1414.
Il concilio di Vienne viene guidato da Papa Clemente V, al secolo Bertrand de Got, allora più o meno cinquantenne, un uomo consapevole del proprio potere, che si sentiva a casa ovunque si trovasse.. Clemente mantiene una maitresse amante del lusso, nomina parenti cardinali e vescovi e fa torturare a morte appartenenti all’ordine dei Templari. Tutte cose normali per un papa del tempo. Considerato senza regole, verrà poi soprannominato dal poeta italiano Dante Alighieri “pastor senza legge”e inserito nell’Inferno.
Solo per quel che riguarda il denaro Clemente V resta fedele al precetto biblico: “Se qualcuno dovesse di fatto cadere nell’errore, di osare affermare con ostinazione, che prendere interessi non sia peccato, allora noi concordiamo, che questi sia da condannare come eretico” Così ordina il papa, così decide il Concilio di Vienne.
E poiché a quel tempo la parola della Chiesa era legge, ora i governanti della città hanno un problema. Dove possono procurarsi il denaro di cui hanno così urgentemente bisogno per pagare Hawkwood e per portare avanti le loro guerre?
Solo pochi anni prima sarebbe stato più facile per loro procurarselo. Nel cuore di Firenze a quel tempo c’erano alcuni dei più grandi cessori di credito d’Europa. Scaltri uomini d’affari, che avevano trovato la loro attività prestando denaro senza comunque perdere la benedizione di Dio. Questi primi banchieri del mondo non esigevano interessi e, comunque, non li chiamavano così. Parlavano di imposte, sovrapprezzo o provvigione. I clienti erano contenti, i cardinali anche. Il capitalismo l’aveva fatta in barba alla Chiesa.
Una delle due più grandi banche di Firenze era la Peruzzi. L’azienda aveva filiali in quasi tutte le principali città italiane, ma anche a Londra, Brügge, Parigi e Tunisi, a Maiorca, Rodi e Cipro. Una fonte di denaro ideale per la città di Firenze.
Nel marzo 1338 l’imprenditore Bonifacio di Tommaso si recò in Inghilterra. Il banchiere, un uomo spavaldo, pensò di fare dell’attività la sua vita. Il re Edoardo aveva bisogno di denaro per la guerra contro la Francia. Bonifacio glielo prestò e la vittoria fu grandiosa.
Ma l’apparenza ingannava. Le battaglie erano care e rendevano un magro bottino. “Il re Edoardo sarebbe finito in bancarotta se avesse dovuto accollarsi i costi; invece li trasferì su altri “, scrive la storica Tuchman.
Gli altri sono i banchieri italiani.
Dato che il re non pagava i suoi debiti, i Peruzzi fallirono. E con loro i Bardi, l’altra grande banca fiorentina, che aveva investito – come i Peruzzi – in Inghilterra. Firenze sperimentò il primo crack finanziario della storia. «E a differenza di oggi non c’era nessuno a salvare le banche», dice lo storico di Bamberga Heinrich Lang.
Da allora a Frenze non c’è più nessuno che presti denaro disponendo di riserve degne di questo nome. I governanti della città hanno così due possibilità per liberarsi dall’indigenza economica: risparmiare duramente, rinunciando alle guerre, oppure seguire un’altra via, scavalcando il divieto di usura della Chiesa per ottenere nuovo capitale.
Niente più soldi per la corona spagnola, ma per la repubblica olandese.
Alla fine i fiorentini ci riescono. Analogamente anche Venezia e Genova attuano un sistema di imposte da restituire. I cittadini pagano, ricevendo quindi indietro il loro denaro con guadagno. Dato che si tratta di un’imposta obbligatoria, la Chiesa non ha nulla da eccepire a che i cittadini incassino un indennizzo. Un interesse legale.
Le guerre si fanno con i titoli di stato
Ora i soldi affluiscono nuovamente nelle casse statali. Pagando i mercenari si combattono le battaglie. I fiorentini si prestano il capitale da soli. “Un’idea rivoluzionaria che avrebbe cambiato il mondo per sempre”, come dice lo storico britannico Niall Ferguson, autore di “The Ascent of Money”.
Come ricevuta del pagamento, ogni cittadino riceve una cambiale: un titolo di Stato. Chi lo possiede, riceve indietro la somma pagata più gli interessi. Questi documenti valgono quindi denaro, e non passa molto tempo che le persone cominciano a vendersi i titoli gli uni con gli altri. Il valore dei titoli dipende da quanto i cittadini si fidano che la città paghi i propri debiti. Se il debito è basso e le entrate alte, aumentano le possibilità di rimborso e quindi cresce il valore dei titoli, in caso contrario precipita. Un meccanismo che si applica ai titoli di stato greci e americani di oggi. “Gli italiani hanno inventato il commercio dei titoli”, scrive lo storico americano James MacDonald, autore di un libro sulla storia del debito nazionale.
Dall’Italia il prestito statale si diffonde in Europa. Sono gli olandesi i primi ad adottare il sistema. Inizialmente la cosa non colpisce, ma poi, nel 1568, essi insorgono contro i dominatori spagnoli. Un popolo di quasi mezzo milione di persone va in guerra contro una potenza mondiale, che conta più di venti milioni di persone, e ne esce vincitore.
La vittoria ha molte ragioni. Ma una delle principali è che i piccoli Paesi Bassi concedono prestiti con assiduità e per questo possono competere finanziariamente con la grande Spagna. E questo nonostante anche i re spagnoli non si lascino intimorire dai debiti. Anzi. Prendono denaro a prestito da mezza Europa come un tempo Edoardo d’Inghilterra. E proprio come Edoardo si prendono la libertà di non restituire il denaro. Un re non mette nessuno in carcere per debiti. Ma la conseguenza di una siffatta gestione finanziaria è che la corona spagnola fatica ad ottenere altro credito. Nessuno vuole più prestare i propri soldi ai potenti governanti dai colletti bianchi. Il re spagnolo Filippo II dichiarerà nel 1580: “Non sono mai riuscito a capire questa faccenda di prestiti e interessi.”
Gli olandesi, invece, hanno capito da molto tempo. I mercanti di Amsterdam e Rotterdam hanno capitale in abbondanza. Così il governo prende il capitale per la guerra in prestito dai propri cittadini. Non più costringendoli, come un tempo a Firenze, ma liberamente, come oggi. Il divieto di interesse non ha più grande importanza. I cittadini pagano volentieri. Sono quelli che nella giovane repubblica hanno la parola. In definitiva, prestano i soldi per quelle stesse armi che portano il loro paese alla vittoria.
Così il prestito statale diventa l’arma monetaria del governo del popolo e la Francia assolutista la sua vittima più celebre. Nel 1788, il Re di Francia Luigi XVI dovette dichiarare la bancarotta, l’anno successivo il popolo insorse e prese la Bastiglia. La cosa strana è che l’Inghilterra in quel periodo, in termini di performance economica, ha tre volte il debito della Francia. Ma il paese è solvente. Il Regno borghese attinge denaro dalla sua gente attraverso i titoli di Stato .Ma a Parigi un alto funzionario scrive frustrato alcuni anni prima in una lettera: “Se la gente continua a considerare il re un tiranno, diventa impossibile ottenere prestiti.”
Oggi, più di duecento anni dopo, i governi del mondo non hanno più molti tiranni da mostrare. Tanto meno quando si tratta di debiti. Americani, inglesi, tedeschi non si prestano più da un pezzo il denaro da soli. Il patrimonio di una singola nazione non è più sufficiente a finanziare uno Stato. Oggi sono le banche, le assicurazioni e i fondi di investimento in giro nel mondo, i principali acquirenti di titoli di Stato.
Ma si tratta sempre di ricchi investitori che prestano i loro soldi ai paesi del mondo perché ritengono di poterlo riavere indietro con profitto. E questi paesi temono ancora, soprattutto, una cosa: che gli investitori cambino idea.
Il consigliere politico americano James Carville, ex manager della campagna elettorale del presidente Bill Clinton, usò queste parole: “Prima pensavo che, se c’è una seconda vita, voglio tornare sulla terra come presidente o papa o stella del baseball. Però ora vorrei rinascere mercato dei titoli di Stato. Così da poter allontanare ogni paura “. [original version]
 
lunedì 26 settembre 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 10:21
Il Presidente del consiglio Berlusconi, in un videomessaggio ad alcuni membri del suo partito, ha chiarito che con la sua manovra correttiva di bilancio ha salvato l’Italia e che negli ultimi tempi sono state diffuse sul suo conto solo sporche falsità. Lunedì però i mercati lo hanno smentito ancora una volta. Lo spread, il differenziale tra i premi di rischio dei titoli di stato italiani e quelli tedeschi, è salito da 376 a 382 punti base.
Questo significa non solo il livello più alto dall’8 agosto, quando la BCE ha iniziato i suoi discutibili acquisti di sostegno, pretendo in cambio dall’Italia una manovra finanziaria convincente. I premi di rischio delle obbligazioni italiane si sono attestati lunedì attorno ai 30 punti base sopra quegli spagnoli. Si delinea la stessa forbice anche nei CDS [credit default swap, un derivato che permette di ridurre i rischi di un possibile default, ndt].
Evidentemente il correttivo della manovra di bilancio del governo Berlusconi non tranquillizza i mercati. Non c’è da stupirsi. Infatti la manovra correttiva che il parlamento dovrebbe definitivamente varare tra mercoledì e giovedì non rappresenta per niente il pacchetto austerità draconico per cui Berlusconi ha cercato di spacciarla.
Questo perché quasi l’85% delle misure si basa su maggiori entrate fiscali – mentre paesi come la Gran Bretagna, l’Irlanda, la Spagna, e il Portogallo si preoccupano anzitutto di ridurre le spese, come aveva dichiarato recentemente in un’intervista ad un quotidiano italiano [Intervista ad Alesina e Giavazzi] il professor Alberto Alesina docente all’Università di Harvard. E un collega di Alesina, il prof. Francesco Giavazzi docente di economia all’università Bocconi, ha fatto considerare che la “morfina” della BCE [ossia gli acquisti di sostegno di titoli di stato, ndt] dovrebbe aver indebolito ulteriormente la volontà di risparmio del governo.
Sia la commissione europa che il presidente della BCE Trichet, invece, la settimana scorsa avevano elogiato la manovra correttiva di bilancio definendola “un segno della volontà di risparmio” e “un passo nella direzione giusta ”. Questo apprezzamento tuttavia era solo un goffo tentativo, indice di grande nervosismo, di tranquillizzare i mercati. Nota bene: in passato sia Bruxelles che Francoforte avevano sempre insistito perché l’Italia sanasse le sue finanze pubbliche tagliando soprattutto le sue spese eccessive. In questa insistenza si teneva conto soprattutto del fatto che l’Italia già soffriva di una pressione fiscale che bloccava la sua crescita.
Ma il governo Berlusconi, indebolito politicamente, era molto più restio ai tagli alle spese che agli attuali aumenti fiscali da record. Risparmiando sulle spese dello stato si colpiscono di norma gruppi ben organizzati politicamente, che possono quindi creare immediatamente difficoltà al governo. Il giro di vite fiscale rischia invece di far precipitare di nuovo la terza economia dell’eurozona in una tenace recessione, minacciando seriamente il consolidamento del bilancio. Non a caso la commissione dell’EU lunedì è tornata a sottolineare la necessità di nuove misure correttive.
Fine dell’unione monetaria?
Nella coalizione di governo si moltiplicano le voci secondo cui Berlusconi dovrebbe dimettersi per il bene del paese e tendere una mano ad un governo di transizione che operi riforme radicali. Ma il “cavaliere” questo fine settimana ha nuovamente respinto l’invito e sembra continuare a non voler riconoscere la gravità della situazione. [original version]
 
giovedì 22 settembre 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 09:39
Per combattere la mafia ci sono due tipi di aule da considerare: l’aula bunker e  l’aula universitaria. Si tratta di una novità degli ultimi anni, la nascita di corsi accademici dedicati alla storia e alla sociologia delle organizzazioni criminali.
L’argomento può sembrare troppo pesante e poco attraente per le generazioni più giovani. Tuttavia la caratteristica comune, e in realtà sorprendente, è che le aule sono piene di studenti; l’attenzione durante le lezioni è molto alta, così come la passione e l’impegno civile degli astanti.
Accade in questi giorni a Milano, dove nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università pubblica è iniziato un corso su “L’ impresa mafiosa. Prospettive di analisi e strategie di contrasto”. 80 richieste per 35 posti disponibili, che sono diventati 50 perché, spiega Nando Dalla Chiesa – scrittore esperto in crimine organizzato e figlio del generale Carlo Alberto assassinato dalla mafia nel 1982 – “tutti avevano valide e concrete motivazioni per voler partecipare: è un segnale di interesse e di continuo bisogno di formzione”.
Patrocinato dal Comune di Milano, dalla Commissione parlamentare antimafia e dall’associazione Libera, il corso è arrivato “dopo aver osservato dalle recenti inchieste la profondità di penetrazione delle imprese criminali all’interno dell’economia lombarda – ha spiegato Dalla Chiesa – trovando tra l’altro ben poche resistenze da parte del sistema e un alto grado di omertà da parte degli imprenditori”.
La penetrazione della mafia nel Nord Italia
Membro del Parlamento per quattro legislature nelle file della sinistra, Nando Dalla Chiesa ha sempre avuto un unico obiettivo: rompere il legame tra la mafia e la politica. “Ma nessuno aveva pensato che la mafia potesse rivendicare qualcosa al Nord? Veramente i politici immaginavano di poter governare per 20 anni senza dover spiegare per quale motivo i clan calabresi erano stati in grado di realizzare case e affari in totale impunità?”. Vale a dire che più di 20 anni fa Cosa Nostra e la ‘Ndrangheta arrivarono al Nord, fecero buoni affari grazie all’apertura della società e sopratutto delle istituzioni politiche, sebbene molti continuino a negare la loro esistenza.
“La forza della mafia si trova fuori dalla mafia. E’ impossibile comprendere la lunga storia delle relazioni tra lo Stato e la mafia se non si accetta questa tesi. Vanno entrambe nella stessa direzione, non necessariamente perché si è giunti a un accordo attorno a un tavolo, ma perché le strategie mirano a un solo risultato”, dice Nando Dalla Chiesa.
La penetrazione dei clan in Lombardia è impressionante. Secondo le ultime cifre, 500 persone risultano affiliate alla ‘Ndrangheta, 180 detenzioni dal  giugno dell’anno scorso, 15 omicidi – tra cui quello della collaboratrice di giustizia Lea Garofalo, scolta nell’acido -, 160 imprese sono state vittime di estorsioni, 15 famiglie gestiscono affari illegali.
E tutto questo nel silenzio delle istituzioni e degli imprenditori. Prima e dopo l’estorsione. “Tuttavia, il problema è che il Nord non ha pagato il prezzo più alto della mafia e ci si inganna credendo di non doverlo pagare”, ha detto il presidente del corso. Lo conferma la Direzione Investigativa Antimafia che nel suo rapporto annuale parla di un vero fenomeno di “colonizzazione” e di infiltrazioni nell pubblica amministrazione.
Il fronte antimafia
E i cittadini di Milano? Sono complici? “No – ribatte Nando Dalla Chiesa -. Tuttavia non si rendono conto che c’è un nemico che opera senza ostacoli. Se vogliono realmente combattere la mafia bisogna iniziare da qui. Dalle aule universitarie. E adesso nella coscienza comune esiste un movimento che sente questa necessità”. Il fronte antimafia “è nato dopo l’assassinio di mio padre, dice Dalla Chiesa. E’ stata la prima figura nazionale legata al Nord assassinata da Cosa Nostra. Ora ci sono molti studenti e ricercatori che lottano contro questo fenomeno. Tuttavia, c’è un lungo cammino da percorrere”. Ma come far fronte a questa visione collettiva? “C’è un allarme Nord. Siamo realisti. Un’emergenza che deve essere fronteggiata con rapidità. Ma prima di tutto bisogna dire che il nemico si trova lì. Ebbene sì, la mafia esiste anche al Nord. Adesso siamo obbligati ad assumerci le nostre responsabilità”. [original version]
 
martedì 20 settembre 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 10:49
L’Italia è sull’orlo del baratro. Il Belpaese, la meta preferita dei tedeschi per le vacanze, scricchiola sotto 1,9 mila miliardi di Euro di debiti, pari al 119% del PIL italiano. Quasi un quarto del debito della zona Euro pesa sul paese governato da Silvio Berlusconi. Con l’aggravarsi della crisi europea del debito all’inizio dell’estate e con Grecia, Irlanda e Portogallo che si riparavano sotto il fondo di salvataggio europeo, anche l’Italia si è vista stringere sempre di più dalla morsa del debito pubblico. Da quel momento, giorno per giorno, gli economisti osservano con ansia l’andamento dei tassi di interesse dei bond italiani, ormai saliti oltre il 6%. Da quel momento è evidente: anche in Italia lo stato deve risparmiare.
Tuttavia, come già successo in Grecia, anche in Italia montano le proteste. Martedì scorso uno sciopero generale ha portato decine di migliaia di persone a manifestare nelle grandi città, molte fabbriche sono rimaste vuote, molti aerei a terra. E come nel caso della Grecia, verrebbe da pensare che “gli italiani” semplicemente non vogliano capire che devono risparmiare.

Ma chi crede questo fa un grosso torto agli italiani che scendono in piazza. Chi protesta non si oppone al fatto che lo stato risparmia. Ma a come intende farlo. La manovra da 54 miliardi elaborata dal governo colpisce più duramente chi ha meno colpe per il disastro del debito pubblico italiano. Berlusconi ha dichiarato che il suo cuore “gronda sangue” nel mettere le mani nelle tasche degli italiani. Il suo governo vuole alzare l’IVA, tagliare sulle agevolazioni fiscali per le famiglie e sui servizi degli enti locali. Nelle proprie tasche, però, Berlusconi non mette le mani: il suo debito personale con il fisco italiano è di 500 milioni di euro. Altri evasori fiscali, che grazie allo scudo fiscale hanno fatto rientrare dall’estero i propri capitali, pagheranno una tassa irrisoria del 5%, mentre in Germania e in Gran Bretagna è previsto il 30%. Il governo Berlusconi non vuole mettere mano ai privilegi della classe politica, da molti ormai chiamata solo “la Casta” per via degli stipendi astronomici – in Italia alcuni consiglieri comunali guadagnano più della cancelliera Merkel – e dell’abuso talvolta spudorato di privilegi finanziati con soldi pubblici quali voli gratuiti e macchine di lusso. Il governo dichiara di alleggerire il voluminosissimo apparato statale italiano – ma quasi nessuno crede che effettivamente si faranno tagli alla pubblica amministrazione dominata da corruzione e nepotismo, in cui troppo spesso vengono piazzati parenti o amanti.
Se si intervenisse su questi punti, l’Italia potrebbe raggiungere i suoi obiettivi di risparmio – quello che manca è la volontà politica. I vertici politici di Roma sono troppo coinvolti in un sistema inefficiente, che tutela soprattutto gli interessi privati. Un sistema che il premier Berlusconi rappresenta più di ogni altra persona. Berlusconi rimane in politica solo per sottrarsi alle sue responsabilità giudiziarie. I reati a lui imputati – tra cui concorso in prostituzione minorile, abuso d’ufficio, corruzione di giudici – squalificherebbero a vita qualsiasi politico dalla possibilità di lavorare al servizio del popolo.

Recentemente Berlusconi, parlando al telefono, ha definito l’Italia un “paese di merda”, da lasciare al più presto. Ed è proprio il governo presieduto da quest’uomo a imporre al popolo italiano una manovra “lacrime e sangue”, che colpisce i più deboli e i più onesti e risparmia gli imbroglioni. E’ questa ingiustizia inaudita che a milioni di italiani fa provare non solo rabbia, ma umiliazione. Ed è questo sentimento che ora li fa scendere in piazza. [original version]
 
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