Questa estate l’Italia si è trovata in una fase di grande incertezza
politica che ha avuto ripercussioni anche oltre confine, che ha
contribuito a indebolirla nei mercati finanziari e quindi a mettere in
subbuglio il resto della zona euro.
Il capo del governo, Silvio Berlusconi, sta bevendo fino in fondo
l’amaro calice. Lui che nel 2008 aveva vinto facilmente le elezioni, che
godeva di una maggioranza parlamentare assoluta e che poteva
approfittare di un’opposizione lacerata, si è presto disilluso. La crisi
finanziaria ha aggravato notevolmente gli scadenti risultati economici
di cui soffre la Penisola da più di un decennio. Le rivelazioni sulla
sua vita privata a partire dal 2009 l’hanno indebolito e hanno allentato
il forte legame che si era creato tra lui, la Chiesa e i cattolici
praticanti. Il conflitto con il suo ex-alleato, l’attuale Presidente
della Camera dei deputati Gianfranco Fini, che ha lasciato il partito
fondato da entrambi nel 2010, l’ha danneggiato.
La popolarità del Cavaliere è in caduta libera, come testimoniano i
sondaggi e le sconfitte elettorali subite nelle primarie nella primavera
scorsa, in particolare la clamorosa perdita della “sua” città, Milano, e
il suo fallimento nei referendum che hanno abrogato le leggi appoggiate
dal suo governo e per le quali aveva invitato gli italiani ad
astenersi. Nel suo stesso partito da tempo si fanno sentire alcune voci
un po’ discordanti, ed è di dominio pubblico il conflitto tra Silvio
Berlusconi e il suo ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, uomo che
gode di grande fama negli ambienti economici italiani e mondiali, e di
cui [il premier N.d.T.] attualmente non può fare a meno.
Il suo alleato, la Lega Nord, ottenuti anch’essa deludenti risultati
elettorali, alza i toni e gli invia chiari avvertimenti – per esempio
votando in favore della sospensione dell’immunità parlamentare di
Alfonso Papa, uomo del partito del capo di governo accusato di
corruzione anche se il Presidente del Consiglio si era opposto a questa
richiesta – oppure contestando certe misure di austerità che mirano a
penalizzare una parte del suo elettorato popolare.
La maggioranza, guidata da due leader anziani dall’autorità
barcollante, dà l’impressione di navigare a vista. Inoltre è
continuamente divisa sulle questioni economiche: nel giro di alcune
settimane il governo ha presentato almeno 5 piani anti crisi, spesso in
contraddizione tra di loro, cosa che ha contribuito a sminuire ancor di
più la sua credibilità, già molto debole, in Italia e nell’Unione
Europea, sia sui mercati che nelle agenzie di rating. Quindi la
questione della successione di Silvio Berlusconi diventa veramente
impellente, tanto più che questi ha annunciato di non volersi
ricandidare a fine legislatura nel 2013.
Nell’attesa, il premier è sempre al timone, ma fa sempre più fatica
ad indicare una rotta che non sia quella di salvaguardare i propri
interessi e sfuggire alle varie inchieste giudiziarie che lo riguardano e
che lo minacciano. E questo proprio mentre la situazione economica e
finanziaria è disastrosa. Il suo partito, il Popolo delle Libertà,
guidato da Angelino Alfano nominato d’urgenza da Berlusconi che lo ha
designato quale suo delfino, si sforza di organizzarsi per rendersi
autonomo dal suo creatore.
Il secondo vecchio leader, Umberto Bossi, non riesce più a governare con
il pugno di ferro la sua Lega Nord, ormai divisa nelle scelte
strategiche tra una parte di seguaci che vorrebbero far crollare
velocemente il governo per paura di perdere ancora voti e quelli che
prima vorrebbero ottenere ciò che reclamano da tre anni, da quando sono
entrati a far parte del governo, ossia il decreto per ottenere il
federalismo fiscale.
Per il momento, la maggioranza parlamentare resta in piedi, anche se
il cattivo umore di alcuni suoi rappresentanti si esprime con voti
contrari a certi progetti di legge presentati in parlamento e attraverso
grandi manovre per preparare il dopo-Berlusconi. Ma si rivela incapace
di proporre riforme importanti che, tuttavia, la situazione molto
preoccupante del paese esigerebbe, in particolare per rilanciare la
crescita. Soprattutto, il fascino berlusconiano, già fortemente
intaccato, si affievolisce sempre più. L’egemonia dei valori che il
Presidente del Consiglio aveva instaurato si screpola senza che altri
peraltro si facciano avanti; i suoi appoggi in seno alla società si
sgretolano; sono sempre più numerosi, per esempio, gli imprenditori e i
manager delusi dal berlusconismo.
I vari emendamenti finanziari adottati durante l’estate, che
dovrebbero generare più di 54 miliardi di euro di risparmi, provocano
l’aumento delle tasse e lo slittamento in avanti dell’età pensionabile,
suscitano una vasta incertezza e numerose proteste. Il momento è quello
dell’austerità, del rigore, e l’opinione pubblica è sul piede di guerra
soprattutto quando scopre che la classe politica si è tenuta a debita
distanza dai sacrifici, cosa che non fa che alimentare la sfiducia nei
suoi confronti.
L’opposizione non approfitta automaticamente del malessere della
maggioranza e dell’impopolarità del Cavaliere. Il Partito Democratico
certo gode di una situazione interna migliore, dato che avanza dal punto
di vista elettorale e nelle intenzioni di voto, senza ostentare
peraltro un certificato di sana e robusta costituzione. In effetti, il
vincitore delle elezioni amministrative di Milano, Giuliano Pisapia, non
era il candidato prescelto dalla direzione del partito per le primarie,
ma un outsider; a Napoli, il nuovo sindaco ed ex magistrato Luigi De
Magistris, fa parte dell’Italia dei Valori, partito dell’ex giudice Di
Pietro. Il Partito Democratico non è stato neanche il promotore dei
referendum abrogativi di giugno. In uno sprazzo di responsabilità
nazionale invocata dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano,
che è sceso in prima linea sui temi economici ed ha contribuito ad
orientare la politica di governo, la formazione del centro-sinistra non è
ricorsa alle abituali procedure parlamentari per rallentare l’adozione
in luglio di una prima serie di misure drastiche di risparmio,
denunciando apertamente il loro contenuto – in particolare le forti
disparità sociali che esse creano – e votando contro.
Anche se reclama le dimissioni del governo e le elezioni anticipate,
il PD resta diviso sulle alleanze e non sempre ha adottato un progetto
innovatore e convincente. Pierluigi Bersani ha imposto in parte la sua
autorità, anche se Walter Veltroni – leader del partito dal 2007 al 2009
– non ha rinunciato a riproporsi in campo, prospettiva che tuttavia non
entusiasma. La formazione è messa a confronto con l’avanzata di Italia
dei Valori, partito dell’ex giudice Antonio Di Pietro, che tenta di
occupare più spazio possibile presentandosi a volte come formazione
intransigente verso il governo o viceversa come interlocutore
responsabile. La sinistra radicale tenta di riorganizzarsi attorno al
Governatore della Puglia, Nichi Vendola. Riuscire ad offrire uno sbocco
politico alla straordinaria dinamica di un parte delle forze vive del
Paese – soprattutto i giovani e le donne, che possiedono un livello di
istruzione elevato, che usano i social network e le grandi
manifestazioni di piazza per organizzare mobilitazioni cittadine –
costituisce una delle scommesse prioritarie delle tre grandi forze
dell’opposizione. Tanto più che alcuni degli elementi di questa galassia
si sono già lanciati in politica formando delle liste civiche che
ottengono talora risultati sostanziali.
Infine, il terzo polo dello scacchiere politico, quello dei
centristi, che riunisce numerosi leader politici – Pierferdinando
Casini, Gianfranco Fini, Francesco Rutelli e il presidente della
Ferrari, Luca Cordero di Montezemolo – si sforza di influire nelle
ricomposizioni politiche che si stanno creando e che nei prossimi mesi
aumenteranno certamente.
Questi incerti giochi politici sono in contrasto con una società
italiana sempre più preoccupata, non solo per la sua situazione
materiale in rapido degrado, ma anche per il destino comune [della
Nazione, N.d.T.]. E’ attraversata da movimenti in contraddizione, alcuni
che spingono decisamente verso la divisione e la frammentazione, altri
che cercano di reinventare nuove forme di solidarietà e di rivitalizzare
la democrazia. Senza dubbio non è un caso che il Presidente della
Repubblica emerga come figura della moderazione, della serietà,
dell’unità e di un’italianità aperta all’Europa e al mondo e goda di una
popolarità eccezionale. Mentre l’Italia celebra, con una certa enfasi,
il 150° anniversario della sua unità, la questione della ricostruzione
dei fondamenti del vivere comune è più che mai attuale.[original version]





























