Minacciato dal degrado, uno dei monumenti più famosi d’Italia è immagine dell’impoverimento di uno Stato consumato dai debiti. Ormai incapace di assicurare la manutenzione del suo patrimonio, Roma si rivolge ai mecenati per compensare i tagli ai bilanci della cultura.
Chi non ha sognato di penetrare un giorno fra i meandri del Colosseo? Di vagare nei corridoi dove quasi duemila anni fa ruggivano i leoni e tremavano i gladiatori prima del combattimento? Quest’estate i turisti che arrivano a Roma a frotte hanno la fortuna di poter scendere, di notte, nei sotterranei del monumento “più famoso del mondo”, come dichiara il sindaco Gianni Alemanno. Nell’ambito di una mostra su Nerone, scoprono i meccanismi azionati dagli schiavi che permettevano agli ascensori dell’epoca accedere all’arena. Le guide multilingue del ventunesimo secolo sono prolisse, le spiegazioni solenni. Per un attimo, si potrebbe credere che le antiche mura abbiano ritrovato il loro lustro d’un tempo.Ma non è così. In realtà, il Colosseo sta male. Anzi malissimo. Causa i tagli sui bilanci, non è più mantenuto come meriterebbe. Dal lato del Palatino se la passa ancora bene, sembra che le antiche mura siano un po’ più pulite e solide. Dal lato dell’Esquilino, invece, i blocchi di travertino sembrano sgretolarsi, anneriti dai gas di scarico delle auto che circolano proprio ai suoi piedi. Nel maggio 2010 sono stati trovati a terra dei pezzi di muratura e le autorità si sono svegliate. Tre mesi dopo è stato lanciato un appello a livello internazionale per convincere un mecenate a mettere mano al portafoglio. E’ stato scelto il turbolento Diego Della Valle, produttore delle scarpe Tod’s. Ed è così che la Roma bene si è ritrovata il 22 giugno scorso al centro dell’arena.
L’appuntamento è fissato per la fine del pomeriggio. Un sole cocente cala all’orizzonte. Hanno fatto le cose in grande stile: non capita tutti i giorni che un imprenditore metta sul tavolo 25 milioni di euro, quando il Colosseo ha diritto normalmente, anno più anno meno, a 500 mila euro da parte dello Stato e del Comune! “Stiamo assistendo alla nascita di nuove forme di valorizzazione del nostro patrimonio” afferma con entusiasmo l’architetto Roberto Cecchi. Direttore generale del patrimonio al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, è lui che ha condotto l’operazione. “Il Colosseo è un catalizzatore, dobbiamo riappropiarcene per creare nuove ricchezze economiche” ha dichiarato in un’intervista.
Tre anni di lavoro
Pubblicate le gare d’appalto, i lavori dovrebbero iniziare a fine settembre. Senza interrompere l’apertura al pubblico – 5 milioni di visitatori all’anno (contro i 6,5 milioni della Tour Eiffel) – gli operai avranno a disposizione tre anni per pulire 24.000 metri quadri di facciata, sostituire le inferriate del piano terra, riparare le passerelle e i corridoi sotterranei, e spostare la biglietteria, la libreria e i bagni all’esterno dell’anfiteatro. “Vorrei che fosse un giorno di grande orgoglio per tutti gli italiani” prosegue il sindaco. “La risposta non poteva provenire che dalla società civile, e mi fanno rabbia quelli che la considerano una cosa scandalosa”. Di fronte ai suoi concittadini, Gianni Alemanno va oltre: “A Roma c’è un sacco di gente che non ha mai voglia di fare nulla … Per favore, per una volta che c’è qualcuno pronto a fare qualcosa, lasciatelo in pace!”. Secondo il sindaco, ex iscritto del partito post-fascista di Alleanza nazionale ed oggi membro del PdL di Silvio Berlusconi, il Colosseo è “il simbolo di un paese rigoroso e interventista”.
Nella sala si accenna qualche sorriso. Come non vedere in queste proposte, invece, una parabola del vicolo cieco in cui si trova l’Italia? Un’Italia governata da un uomo che presto festeggerà i settantacinque anni e che vede la fine del suo regno brillare più per scandali di ogni tipo che per la sua azione politica. Un’Italia minacciata dalla bancarotta a causa di un debito che supera di gran lunga il PIL (120%). E che non ha più un soldo per sostenere economicamente il suo patrimonio.
Presente anch’egli alla festa organizzata da Tod’s, il ministro della Cultura Giancarlo Galan dà i numeri. Pur appartendendo alla maggioranza di destra al governo, che nel corso del decennio scorso è stata al potere per otto anni, si lamenta che il bilancio del suo ministero è passato da 2,2 miliardi di euro nel 2011 a 1,7 miliardi nel 2009. Inoltre, ma omette di precisarlo, il budget è stato ancora tagliato ed ora ammonta a soli 1,4 miliardi, compresi il finanziamento per l’audivisivo e i contributi allo spettacolo dal vivo.
Nel 2001 la cultura rappresentava lo 0,37% del budget totale dello Stato, nel 2009 soltanto lo 0,23%. In confronto al PIL, questa è diminuita dello 0,11%. Una goccia nel mare, per un paese che tra l’altro possiede la più grande ricchezza culturale del mondo, secondo uno studio di PricewaterhouseCoopers, con 34.000 musei e 45 monumenti patrimonio dell’Unesco, ossia il 5% del patrimonio mondiale (e non il 50% come dichiara Silvio Berlusconi) a cui si aggiungono, secondo il MiBAC, 6.000 siti archeologici e 46.000 monumenti storici! La situazione è aggravata da una particolarità tutta italiana, cioè l’inserimento nella Costituzione della tutela della cultura da parte dello Stato. “E’ l’idea molto ambiziosa, per non dire utopistica, che il patrimonio sia uno strumento di identità nazionale”, spiega Paola Budini, direttrice del centro di ricerca dell’università milanese Bocconi che si occupa di questioni culturali. Tre anni fa, la Costituzione è stata modificata per trasferire progressivamente agli enti locali i costi di mantenimento. In seguito, lo Stato ha preteso dagli stessi Comuni tagli drastici. La crisi economica lo impone, i sindaci sono tenuti a tagliare le spese generali per 18 miliardi di euro. “La situazione è ulteriormente confusa dal fatto che la nozione di patrimonio non è stata precisata nei testi” evidenzia Stefano Baia Curioni, professore di storia economica alla Bocconi. “Prima di parlare di finanziamenti, bisognerebbe chiarire le competenze”.
Magro sostegno dal settore privato
Altro paradosso, mentre il governo ha appena adottato un nuovo piano anti-crisi, Giancarlo Galan ritiene che “non ci si può permettere di ignorare le richieste del privato in favore di una diminuzione della tassazione”. Il suo collega, ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, aveva previsto in primavera di aumentare l’IVA, il cui tasso normale è del 20%? Galan pensa che l’IVA ridotta al 10% per i lavori di restauro sia “insostenibile” e che occorre abbassarla ulteriormente. Di fatto, il sostegno del settore privato resta insufficiente. Dozzine di fondazioni bancarie sparse nella penisola dedicano al settore dell’arte e della cultura un terzo dei finanziamenti che distribuiscono ogni anno, ovvero appena 400 milioni di euro. Quanto alle donazioni dei privati, sono sicuramente in aumento, ma arrivano solo a 24 milioni all’anno. “Il problema è che gli operatori privati non si fidano più dell’amministrazione per il buon impiego dei fondi. E l’idea stessa di fare beneficenza senza secondi fini pecuniari è oggi incomprensibile per l’italiano comune” fa notare Peter Glidewell, commerciante d’opere d’arte ed ex consigliere del MiBAC. “Qui le persone non hanno l’abitudine di investire nella cultura come gli Anglosassoni. Credono sia un argomento che riguardi esclusivamente l’ambito pubblico.” “Viceversa, è difficilissimo trovare dei politici di spicco che siano aperti ad un’idea di intervento da parte del privato”, aggiunge il milanese Salvatore Carrubba, presidente dell’Accademia di Belle Arti di Brera. A riprova, la gaffe del ministro della Cultura che racconta di aver scoperto “con stupore”, in occasione di un suo recente viaggio in Cina, che il produttore tedesco di detersivi Henkel aveva finanziato dei lavori sulla Grande Muraglia: “Mi sono detto che noi politici dobbiamo convertirci a queste misure di intervento intelligente”. A Roma una multinazionale giapponese, la Nippon Television Network, ha finanziato il restauro degli affreschi di Michelangelo nella Cappella Sistina qualche anno fa. A Napoli, la fondazione Hewlett-Packard ha fatto una donazione al sito archeologico di Ercolano. Agli occhi di Giancarlo Galan, il gesto di Diego Della Valle nei confronti del Colosseo è “un gesto straordinario, la prova di ciò che la popolazione civile può fare quando è sensibile alle questioni del patrimonio artistico”.
“Mi sono buttato in questa avventura per mostrare che l’Italia sa prendere in mano la situazione” precisa il proprietario di Tod’s “La crescita economica langue all’ 1%, un giovane su tre è disoccupato, conto sui miei amicli imprenditori per restituire un po’ dei loro profitti e permettere al paese di andare un po’ meglio”. C’è del lavoro da fare. In questi ultimi mesi, i romani hanno assistito impotenti alla chiusura del celebre cinema Metropolitan, poi a quella del prestigioso Teatro Valle. All’inizio di luglio, i gestori della villa dell’imperatore Adriano hanno avvertito dell’imminente pericolo di crolli dell’edificio, mentre è caduto un pezzo di cornicione del tetto della Scala, a Milano. “Siamo al limite dello stato di emergenza, ma se il privato è fondamentale, occorre assolutamente mantenere un quadro scientifico pubblico affinchè il nostro patrimonio sia gestito con intelligenza” sostiene Bartolomeo De Marchi, direttore del museo di arte contemporanea di Roma e docente alla LUISS. A Pompei, dove alla fine del 2010 è crollata la casa dei Gladiatori, sono i francesi che potrebbero dare un grosso aiuto. La fondazione per lo sviluppo della Défense, a Parigi, stima di investire 200 milioni di euro. Sono in corso le trattative.
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Chi non ha sognato di penetrare un giorno fra i meandri del Colosseo? Di vagare nei corridoi dove quasi duemila anni fa ruggivano i leoni e tremavano i gladiatori prima del combattimento? Quest’estate i turisti che arrivano a Roma a frotte hanno la fortuna di poter scendere, di notte, nei sotterranei del monumento “più famoso del mondo”, come dichiara il sindaco Gianni Alemanno. Nell’ambito di una mostra su Nerone, scoprono i meccanismi azionati dagli schiavi che permettevano agli ascensori dell’epoca accedere all’arena. Le guide multilingue del ventunesimo secolo sono prolisse, le spiegazioni solenni. Per un attimo, si potrebbe credere che le antiche mura abbiano ritrovato il loro lustro d’un tempo.Ma non è così. In realtà, il Colosseo sta male. Anzi malissimo. Causa i tagli sui bilanci, non è più mantenuto come meriterebbe. Dal lato del Palatino se la passa ancora bene, sembra che le antiche mura siano un po’ più pulite e solide. Dal lato dell’Esquilino, invece, i blocchi di travertino sembrano sgretolarsi, anneriti dai gas di scarico delle auto che circolano proprio ai suoi piedi. Nel maggio 2010 sono stati trovati a terra dei pezzi di muratura e le autorità si sono svegliate. Tre mesi dopo è stato lanciato un appello a livello internazionale per convincere un mecenate a mettere mano al portafoglio. E’ stato scelto il turbolento Diego Della Valle, produttore delle scarpe Tod’s. Ed è così che la Roma bene si è ritrovata il 22 giugno scorso al centro dell’arena.
L’appuntamento è fissato per la fine del pomeriggio. Un sole cocente cala all’orizzonte. Hanno fatto le cose in grande stile: non capita tutti i giorni che un imprenditore metta sul tavolo 25 milioni di euro, quando il Colosseo ha diritto normalmente, anno più anno meno, a 500 mila euro da parte dello Stato e del Comune! “Stiamo assistendo alla nascita di nuove forme di valorizzazione del nostro patrimonio” afferma con entusiasmo l’architetto Roberto Cecchi. Direttore generale del patrimonio al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, è lui che ha condotto l’operazione. “Il Colosseo è un catalizzatore, dobbiamo riappropiarcene per creare nuove ricchezze economiche” ha dichiarato in un’intervista.
Tre anni di lavoro
Pubblicate le gare d’appalto, i lavori dovrebbero iniziare a fine settembre. Senza interrompere l’apertura al pubblico – 5 milioni di visitatori all’anno (contro i 6,5 milioni della Tour Eiffel) – gli operai avranno a disposizione tre anni per pulire 24.000 metri quadri di facciata, sostituire le inferriate del piano terra, riparare le passerelle e i corridoi sotterranei, e spostare la biglietteria, la libreria e i bagni all’esterno dell’anfiteatro. “Vorrei che fosse un giorno di grande orgoglio per tutti gli italiani” prosegue il sindaco. “La risposta non poteva provenire che dalla società civile, e mi fanno rabbia quelli che la considerano una cosa scandalosa”. Di fronte ai suoi concittadini, Gianni Alemanno va oltre: “A Roma c’è un sacco di gente che non ha mai voglia di fare nulla … Per favore, per una volta che c’è qualcuno pronto a fare qualcosa, lasciatelo in pace!”. Secondo il sindaco, ex iscritto del partito post-fascista di Alleanza nazionale ed oggi membro del PdL di Silvio Berlusconi, il Colosseo è “il simbolo di un paese rigoroso e interventista”.
Nella sala si accenna qualche sorriso. Come non vedere in queste proposte, invece, una parabola del vicolo cieco in cui si trova l’Italia? Un’Italia governata da un uomo che presto festeggerà i settantacinque anni e che vede la fine del suo regno brillare più per scandali di ogni tipo che per la sua azione politica. Un’Italia minacciata dalla bancarotta a causa di un debito che supera di gran lunga il PIL (120%). E che non ha più un soldo per sostenere economicamente il suo patrimonio.
Presente anch’egli alla festa organizzata da Tod’s, il ministro della Cultura Giancarlo Galan dà i numeri. Pur appartendendo alla maggioranza di destra al governo, che nel corso del decennio scorso è stata al potere per otto anni, si lamenta che il bilancio del suo ministero è passato da 2,2 miliardi di euro nel 2011 a 1,7 miliardi nel 2009. Inoltre, ma omette di precisarlo, il budget è stato ancora tagliato ed ora ammonta a soli 1,4 miliardi, compresi il finanziamento per l’audivisivo e i contributi allo spettacolo dal vivo.
Nel 2001 la cultura rappresentava lo 0,37% del budget totale dello Stato, nel 2009 soltanto lo 0,23%. In confronto al PIL, questa è diminuita dello 0,11%. Una goccia nel mare, per un paese che tra l’altro possiede la più grande ricchezza culturale del mondo, secondo uno studio di PricewaterhouseCoopers, con 34.000 musei e 45 monumenti patrimonio dell’Unesco, ossia il 5% del patrimonio mondiale (e non il 50% come dichiara Silvio Berlusconi) a cui si aggiungono, secondo il MiBAC, 6.000 siti archeologici e 46.000 monumenti storici! La situazione è aggravata da una particolarità tutta italiana, cioè l’inserimento nella Costituzione della tutela della cultura da parte dello Stato. “E’ l’idea molto ambiziosa, per non dire utopistica, che il patrimonio sia uno strumento di identità nazionale”, spiega Paola Budini, direttrice del centro di ricerca dell’università milanese Bocconi che si occupa di questioni culturali. Tre anni fa, la Costituzione è stata modificata per trasferire progressivamente agli enti locali i costi di mantenimento. In seguito, lo Stato ha preteso dagli stessi Comuni tagli drastici. La crisi economica lo impone, i sindaci sono tenuti a tagliare le spese generali per 18 miliardi di euro. “La situazione è ulteriormente confusa dal fatto che la nozione di patrimonio non è stata precisata nei testi” evidenzia Stefano Baia Curioni, professore di storia economica alla Bocconi. “Prima di parlare di finanziamenti, bisognerebbe chiarire le competenze”.
Magro sostegno dal settore privato
Altro paradosso, mentre il governo ha appena adottato un nuovo piano anti-crisi, Giancarlo Galan ritiene che “non ci si può permettere di ignorare le richieste del privato in favore di una diminuzione della tassazione”. Il suo collega, ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, aveva previsto in primavera di aumentare l’IVA, il cui tasso normale è del 20%? Galan pensa che l’IVA ridotta al 10% per i lavori di restauro sia “insostenibile” e che occorre abbassarla ulteriormente. Di fatto, il sostegno del settore privato resta insufficiente. Dozzine di fondazioni bancarie sparse nella penisola dedicano al settore dell’arte e della cultura un terzo dei finanziamenti che distribuiscono ogni anno, ovvero appena 400 milioni di euro. Quanto alle donazioni dei privati, sono sicuramente in aumento, ma arrivano solo a 24 milioni all’anno. “Il problema è che gli operatori privati non si fidano più dell’amministrazione per il buon impiego dei fondi. E l’idea stessa di fare beneficenza senza secondi fini pecuniari è oggi incomprensibile per l’italiano comune” fa notare Peter Glidewell, commerciante d’opere d’arte ed ex consigliere del MiBAC. “Qui le persone non hanno l’abitudine di investire nella cultura come gli Anglosassoni. Credono sia un argomento che riguardi esclusivamente l’ambito pubblico.” “Viceversa, è difficilissimo trovare dei politici di spicco che siano aperti ad un’idea di intervento da parte del privato”, aggiunge il milanese Salvatore Carrubba, presidente dell’Accademia di Belle Arti di Brera. A riprova, la gaffe del ministro della Cultura che racconta di aver scoperto “con stupore”, in occasione di un suo recente viaggio in Cina, che il produttore tedesco di detersivi Henkel aveva finanziato dei lavori sulla Grande Muraglia: “Mi sono detto che noi politici dobbiamo convertirci a queste misure di intervento intelligente”. A Roma una multinazionale giapponese, la Nippon Television Network, ha finanziato il restauro degli affreschi di Michelangelo nella Cappella Sistina qualche anno fa. A Napoli, la fondazione Hewlett-Packard ha fatto una donazione al sito archeologico di Ercolano. Agli occhi di Giancarlo Galan, il gesto di Diego Della Valle nei confronti del Colosseo è “un gesto straordinario, la prova di ciò che la popolazione civile può fare quando è sensibile alle questioni del patrimonio artistico”.
“Mi sono buttato in questa avventura per mostrare che l’Italia sa prendere in mano la situazione” precisa il proprietario di Tod’s “La crescita economica langue all’ 1%, un giovane su tre è disoccupato, conto sui miei amicli imprenditori per restituire un po’ dei loro profitti e permettere al paese di andare un po’ meglio”. C’è del lavoro da fare. In questi ultimi mesi, i romani hanno assistito impotenti alla chiusura del celebre cinema Metropolitan, poi a quella del prestigioso Teatro Valle. All’inizio di luglio, i gestori della villa dell’imperatore Adriano hanno avvertito dell’imminente pericolo di crolli dell’edificio, mentre è caduto un pezzo di cornicione del tetto della Scala, a Milano. “Siamo al limite dello stato di emergenza, ma se il privato è fondamentale, occorre assolutamente mantenere un quadro scientifico pubblico affinchè il nostro patrimonio sia gestito con intelligenza” sostiene Bartolomeo De Marchi, direttore del museo di arte contemporanea di Roma e docente alla LUISS. A Pompei, dove alla fine del 2010 è crollata la casa dei Gladiatori, sono i francesi che potrebbero dare un grosso aiuto. La fondazione per lo sviluppo della Défense, a Parigi, stima di investire 200 milioni di euro. Sono in corso le trattative.
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Etichette: archeologia, Cultura, italia

































