mercoledì 31 agosto 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 10:53
Minacciato dal degrado, uno dei monumenti più famosi d’Italia è immagine dell’impoverimento di uno Stato consumato dai debiti. Ormai incapace di assicurare la manutenzione del suo patrimonio, Roma si rivolge ai mecenati per compensare i tagli ai bilanci della cultura.

Chi non ha sognato di penetrare un giorno fra i meandri del Colosseo? Di vagare nei corridoi dove quasi duemila anni fa ruggivano i leoni e tremavano i gladiatori prima del combattimento? Quest’estate i turisti che arrivano a Roma a frotte hanno la fortuna di poter scendere, di notte, nei sotterranei del monumento “più famoso del mondo”, come dichiara il sindaco Gianni Alemanno. Nell’ambito di una mostra su Nerone, scoprono i meccanismi azionati dagli schiavi che permettevano agli ascensori dell’epoca accedere all’arena. Le guide multilingue del ventunesimo secolo sono prolisse, le spiegazioni solenni. Per un attimo, si potrebbe credere che le antiche mura abbiano ritrovato il loro lustro d’un tempo.Ma non è così. In realtà, il Colosseo sta male. Anzi malissimo. Causa i tagli sui bilanci, non è più mantenuto come meriterebbe. Dal lato del Palatino se la passa ancora bene, sembra che le antiche mura siano un po’ più pulite e solide. Dal lato dell’Esquilino, invece, i blocchi di travertino sembrano sgretolarsi, anneriti dai gas di scarico delle auto che circolano proprio ai suoi piedi. Nel maggio 2010 sono stati trovati a terra dei pezzi di muratura e le autorità si sono svegliate. Tre mesi dopo è stato lanciato un appello a livello internazionale per convincere un mecenate a mettere mano al portafoglio. E’ stato scelto il turbolento Diego Della Valle, produttore delle scarpe Tod’s. Ed è così che la Roma bene si è ritrovata il 22 giugno scorso al centro dell’arena.

L’appuntamento è fissato per la fine del pomeriggio. Un sole cocente cala all’orizzonte. Hanno fatto le cose in grande stile: non capita tutti i giorni che un imprenditore metta sul tavolo 25 milioni di euro, quando il Colosseo ha diritto normalmente, anno più anno meno, a 500 mila euro da parte dello Stato e del Comune! “Stiamo assistendo alla nascita di nuove forme di valorizzazione del nostro patrimonio” afferma con entusiasmo l’architetto Roberto Cecchi. Direttore generale del patrimonio al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, è lui che ha condotto l’operazione. “Il Colosseo è un catalizzatore, dobbiamo riappropiarcene per creare nuove ricchezze economiche” ha dichiarato in un’intervista.

Tre anni di lavoro

Pubblicate le gare d’appalto, i lavori dovrebbero iniziare a fine settembre. Senza interrompere l’apertura al pubblico – 5 milioni di visitatori all’anno (contro i 6,5 milioni della Tour Eiffel) – gli operai avranno a disposizione tre anni per pulire 24.000 metri quadri di facciata, sostituire le inferriate del piano terra, riparare le passerelle e i corridoi sotterranei, e spostare la biglietteria, la libreria e i bagni all’esterno dell’anfiteatro. “Vorrei che fosse un giorno di grande orgoglio per tutti gli italiani” prosegue il sindaco. “La risposta non poteva provenire che dalla società civile, e mi fanno rabbia quelli che la considerano una cosa scandalosa”. Di fronte ai suoi concittadini, Gianni Alemanno va oltre: “A Roma c’è un sacco di gente che non ha mai voglia di fare nulla … Per favore, per una volta che c’è qualcuno pronto a fare qualcosa, lasciatelo in pace!”. Secondo il sindaco, ex iscritto del partito post-fascista di Alleanza nazionale ed oggi membro del PdL di Silvio Berlusconi, il Colosseo è “il simbolo di un paese rigoroso e interventista”.

Nella sala si accenna qualche sorriso. Come non vedere in queste proposte, invece, una parabola del vicolo cieco in cui si trova l’Italia? Un’Italia governata da un uomo che presto festeggerà i settantacinque anni e che vede la fine del suo regno brillare più per scandali di ogni tipo che per la sua azione politica. Un’Italia minacciata dalla bancarotta a causa di un debito che supera di gran lunga il PIL (120%). E che non ha più un soldo per sostenere economicamente il suo patrimonio.
Presente anch’egli alla festa organizzata da Tod’s, il ministro della Cultura Giancarlo Galan dà i numeri. Pur appartendendo alla maggioranza di destra al governo, che nel corso del decennio scorso è stata al potere per otto anni, si lamenta che il bilancio del suo ministero è passato da 2,2 miliardi di euro nel 2011 a 1,7 miliardi nel 2009. Inoltre, ma omette di precisarlo, il budget è stato ancora tagliato ed ora ammonta a soli 1,4 miliardi, compresi il finanziamento per l’audivisivo e i contributi allo spettacolo dal vivo.

Nel 2001 la cultura rappresentava lo 0,37% del budget totale dello Stato, nel 2009 soltanto lo 0,23%. In confronto al PIL, questa è diminuita dello 0,11%. Una goccia nel mare, per un paese che tra l’altro possiede la più grande ricchezza culturale del mondo, secondo uno studio di PricewaterhouseCoopers, con 34.000 musei e 45 monumenti patrimonio dell’Unesco, ossia il 5% del patrimonio mondiale (e non il 50% come dichiara Silvio Berlusconi) a cui si aggiungono, secondo il MiBAC, 6.000 siti archeologici e 46.000 monumenti storici! La situazione è aggravata da una particolarità tutta italiana, cioè l’inserimento nella Costituzione della tutela della cultura da parte dello Stato. “E’ l’idea molto ambiziosa, per non dire utopistica, che il patrimonio sia uno strumento di identità nazionale”, spiega Paola Budini, direttrice del centro di ricerca dell’università milanese Bocconi che si occupa di questioni culturali. Tre anni fa, la Costituzione è stata modificata per trasferire progressivamente agli enti locali i costi di mantenimento. In seguito, lo Stato ha preteso dagli stessi Comuni tagli drastici. La crisi economica lo impone, i sindaci sono tenuti a tagliare le spese generali per 18 miliardi di euro. “La situazione è ulteriormente confusa dal fatto che la nozione di patrimonio non è stata precisata nei testi” evidenzia Stefano Baia Curioni, professore di storia economica alla Bocconi. “Prima di parlare di finanziamenti, bisognerebbe chiarire le competenze”.

Magro sostegno dal settore privato

Altro paradosso, mentre il governo ha appena adottato un nuovo piano anti-crisi, Giancarlo Galan ritiene che “non ci si può permettere di ignorare le richieste del privato in favore di una diminuzione della tassazione”. Il suo collega, ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, aveva previsto in primavera di aumentare l’IVA, il cui tasso normale è del 20%? Galan pensa che l’IVA ridotta al 10% per i lavori di restauro sia “insostenibile” e che occorre abbassarla ulteriormente. Di fatto, il sostegno del settore privato resta insufficiente. Dozzine di fondazioni bancarie sparse nella penisola dedicano al settore dell’arte e della cultura un terzo dei finanziamenti che distribuiscono ogni anno, ovvero appena 400 milioni di euro. Quanto alle donazioni dei privati, sono sicuramente in aumento, ma arrivano solo a 24 milioni all’anno. “Il problema è che gli operatori privati non si fidano più dell’amministrazione per il buon impiego dei fondi. E l’idea stessa di fare beneficenza senza secondi fini pecuniari è oggi incomprensibile per l’italiano comune” fa notare Peter Glidewell, commerciante d’opere d’arte ed ex consigliere del MiBAC. “Qui le persone non hanno l’abitudine di investire nella cultura come gli Anglosassoni. Credono sia un argomento che riguardi esclusivamente l’ambito pubblico.” “Viceversa, è difficilissimo trovare dei politici di spicco che siano aperti ad un’idea di intervento da parte del privato”, aggiunge il milanese Salvatore Carrubba, presidente dell’Accademia di Belle Arti di Brera. A riprova, la gaffe del ministro della Cultura che racconta di aver scoperto “con stupore”, in occasione di un suo recente viaggio in Cina, che il produttore tedesco di detersivi Henkel aveva finanziato dei lavori sulla Grande Muraglia: “Mi sono detto che noi politici dobbiamo convertirci a queste misure di intervento intelligente”. A Roma una multinazionale giapponese, la Nippon Television Network, ha finanziato il restauro degli affreschi di Michelangelo nella Cappella Sistina qualche anno fa. A Napoli, la fondazione Hewlett-Packard ha fatto una donazione al sito archeologico di Ercolano. Agli occhi di Giancarlo Galan, il gesto di Diego Della Valle nei confronti del Colosseo è “un gesto straordinario, la prova di ciò che la popolazione civile può fare quando è sensibile alle questioni del patrimonio artistico”.

“Mi sono buttato in questa avventura per mostrare che l’Italia sa prendere in mano la situazione” precisa il proprietario di Tod’s “La crescita economica langue all’ 1%, un giovane su tre è disoccupato, conto sui miei amicli imprenditori per restituire un po’ dei loro profitti e permettere al paese di andare un po’ meglio”. C’è del lavoro da fare. In questi ultimi mesi, i romani hanno assistito impotenti alla chiusura del celebre cinema Metropolitan, poi a quella del prestigioso Teatro Valle. All’inizio di luglio, i gestori della villa dell’imperatore Adriano hanno avvertito dell’imminente pericolo di crolli dell’edificio, mentre è caduto un pezzo di cornicione del tetto della Scala, a Milano. “Siamo al limite dello stato di emergenza, ma se il privato è fondamentale, occorre assolutamente mantenere un quadro scientifico pubblico affinchè il nostro patrimonio sia gestito con intelligenza” sostiene Bartolomeo De Marchi, direttore del museo di arte contemporanea di Roma e docente alla LUISS. A Pompei, dove alla fine del 2010 è crollata la casa dei Gladiatori, sono i francesi che potrebbero dare un grosso aiuto. La fondazione per lo sviluppo della Défense, a Parigi, stima di investire 200 milioni di euro. Sono in corso le trattative.

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martedì 23 agosto 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 11:39
Gli ultimi sono stati tre giorni cruciali a Tripoli dove gli insorti hanno sferrato sabato scorso l'attacco finale al cuore regime. Domenica sera i ribelli libici sono entrati nella capitale, fino alla Piazza Verde, accolti da una folla in festa.


La Guardia repubblicana di Gheddafi si è arresa, così come tre dei figli del Colonnello. «Siamo pronti a negoziare col Cnt (il governo dei ribelli con sede a Bengasi, città di quella Cirenaica da sempre ostile al colonnello ndr)», dice un portavoce del regime stamane. «A patto che Gheddafi se ne vada» la risposta del governo ribelle.

Del raìs nessuna traccia, anche se fonti dei ribelli su Twitter riferiscono che il Colonnello sarebbe stato catturato nell'ospedale dell'oasi di Tagiura. Continuano i combattimenti attorno alla sua residenza: il regime parla di 1.300 morti. Il 29 agosto finisce il Ramadan, i ribelli hanno giuriato che il regime del colonnello finirà prima del 1° settembre, giorno della Rivoluzione che ha portato il rais al potere nel 1969.

Ieri sera Barack Obama in vacanza a Marthàs Vineyard, in Massachusetts, ha fatto sapere in un messaggio che la situazione in Libia «è ancora molto fluida, ma voglio essere chiaro: il regime di Muammar Gheddafi sta arrivando alla fine» e «anche se la lotta non è ancora finita, i giorni di Gheddafi al potere sono contati». «Il futuro del Paese è nelle mani della sua popolazione» ha detto Obama, ricordando che «dopo mesi di combattimenti, la situazione è arrivata a un punto cruciale». Secondo Obama, che ha detto di essere in stretto contatto con gli alleati della Nato, «resta in certa misura incertezza e ci sono ancora elementi del regime che rappresentano una minaccia». Nel frattempo il figlio maggiore del Colonnello Gheddafi, Mohammad, è fuggito dagli arresti domiciliari con l'aiuto di combattenti lealisti. È quanto riporta il canale satellitare Al Jazira. Mohammad era stato catturato ieri sera dai ribelli.

Non cessano, infine, le drammatiche azioni dei sostenitori di Gheddafi: a Tripoli non risparmiano neanche i bambini. Secondo quanto riporta la rete britannica SkyNews almeno due bambini, uno di undici e uno di tre, sono stati colpiti dai tiratori del Colonnello, rispettivamente alla testa e allo stomaco. I due sono stati ricoverati nel principale ospedale della città e sono in fin di vita. La struttura si trova in una zona a rischio, a metà strada tra il bunker di Gheddafi, Bab al-Aziziya e l'hotel Rixos, dove si trovano i reporter stranieri. Un colpo di mortaio è caduto stamane nel cortile dell'ospedale.

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, posted by khayyamsblog@gmail.com at 09:12
L’attuale crisi economica dell’Europa del sud, per quanto possa essere negativa per gli investitori, si sta di certo dimostrando letale per i leader politici della zona. Lo scorso marzo José Sócrates, presidente del consiglio portoghese, si è dimesso dopo molte pressioni. Di lì a poco, anche la sua controparte spagnola, Josè Luis Rodriguez Zapatero, ha dichiarato di volersi dimettere. A giugno, George Papandreou, premier greco, ha rischiato l’espulsione nel corso di un duro dibattito sulle misure finanziarie d’austerity.

Così lo scorso 3 agosto, una volta pronto a pronunciare in Parlamento il primo di due discorsi a lungo attesi, il premier italiano Silvio Berlusconi potrebbe essersi sentito nella scomoda posizione del tassello di un domino già allineato. Anche se così fosse, nulla nel suo stile o contenuti, l’ha suggerito. Inoltre nulla ha indicato che si fosse reso conto dell’imponente crisi incombente sull’euro o della necessità di prendere decisioni drastiche per affrontarla.

Secondo gli esperti, la crisi dell’euro non ha speranze di essere risolta da nessuno dei leader coinvolti. Ma l’Italia è determinante. E’ il paese più importante tra quelli in difficoltà e i suoi 1,8 migliaia di miliardi di di euro di debito fanno impallidire i debiti delle altre nazioni appartenenti all’eurozona. Lo scialbo e quasi incurante discorso di Berlusconi è apparso come una mancata opportunità di cambiare il corso degli eventi.

Ha tenuto il suo discorso dopo che la borsa di Milano aveva chiuso in ribasso per il quarto giorno consecutivo e i tassi di interesse avevano superato il record della storia della moneta unica.
Alcune ore prima del discorso, il rendimento dei bond del tesoro decennali, usati in Italia come riferimento, aveva toccato il 6,25% prima di ridursi leggermente. Giulio Tremonti, Ministro dell’economia, è stato convocato in Lussemburgo per un incontro di emergenza con Jean-Claude Juncker, capo dei Ministri dell’economia dell’eurozona.

Non che l’Italia fosse la sola. Il giorno prima, anche i tassi di interesse della Spagna avevano toccato livelli record. L’Italia e la Spagna devono affrontare la minaccia di un timore autoalimentato dei mercati, secondo cui anche loro potrebbero finire per trovarsi in un’emergenza finanziaria simile a quella greca.

Il mese scorso, subito dopo il coinvolgimento dell’Italia nella crisi dilagante, è stato organizzato uno speciale vertice nell’eurozona che ha velocemente calmato i nervi degli investitori. Ma i dubbi sono rimasti, legati all’efficacia delle misure finanziarie di risparmio per 48 miliardi di euro, passate velocemente in parlamento a metà luglio.

Una successiva fase di preoccupazioni riguardo le due più importanti nazioni dell’Europa mediterranea si è aperta lo scorso 29 luglio, quando l’agenzia di rating Moody ha minacciato di dover effettuare un declassamento del debito spagnolo. La resa dei bond spagnoli ha cominciato così ad impennare, seguita poco dopo dal ritorno sul debito italiano.

Entrambi i paesi hanno sfiorato la soglia del 7%, la stessa che decretò il salvataggio di Grecia, Irlanda e Portogallo. Ma se anche si riuscisse a gestire la Spagna, con la sua spaventosa presenza sui mercati internazionali di debito l’Italia resterebbe di certo troppo imponente per essere salvata. Sebbene una porzione stranamente ampia di conti e bond del tesoro è nelle mani degli italiani, gli stranieri posseggono ancora quote per circa 700 miliardi di euro.

Mentre scatta l’allarme, José Manuel Barroso, capo della Commissione Europea, ha diffuso una circolare per invitare i leader a prendere posizione. Ma il miliardario premier italiano sembrava soddisfatto mentre dichiarava ai suoi deputati: “State ascoltando un imprenditore che ha tre aziende in borsa e che quindi è nella trincea finanziaria consapevole ogni giorno di quel che accade sui mercati”. Gli investitori stanno compiendo un grosso sbaglio, ha insinuato: le basi economiche dell’Italia sono solide; le sue banche al sicuro (e le sue azioni sottovalutate, ha aggiunto).

Berlusconi non ha neppure aggiunto di voler irrigidire le misure di risparmio approvate il mese scorso, nè di voler promuovere scelte impopolari la cui attuazione verrà poi lasciata al governo successivo. La sua proposta più radicale è stata fatta per la revisione di una legge sul lavoro (se riesce a persuaderne lavoratori e sindacati).

Sebbene gli investitori temano soprattutto la diffusione del contagio nel mercato, sono anche preoccupati per la stabilità politica. Durante il suo discorso al parlamento Berlusconi ha ribadito di voler rimanere in carica fino al 2013. Nonostante sia evidente che lui è parte del problema.

Lo stesso si può dire di Tremonti, la cui enfasi sul rigore fiscale fino a qualche tempo fa è stata sempre considerata cruciale dagli investitori. Il Ministro dell’Economia resta comunque vulnerabile, a causa di uno scandalo su un suo ex consulente accusato di associazione a delinquere. Marco Milanese, che è anche un deputato, ha messo a disposizione per il suo capo un appartamento in una delle zone più ricercate di Roma. Tremonti ribatte di avergli pagato l’affitto, ma in contanti – una spiegazione strana per una persona che ha il compito di assicurarsi che gli Italiani paghino le tasse.

Ancora più importante è la vulnerabilità di Belusconi stesso, in aumento da quando i suoi sostenitori hanno iniziato a piangere il declino della sua popolarità. La sua credibilità diminuisce: la finanziaria di luglio si basa in particolare sull’aumento di tasse che lui stesso ha spesso promesso di voler evitare. E sembra apatico: prima della sua apparizione in Parlamento di questa settimana, in quasi un mese si è pronunciato poco e nulla sulla crisi finanziaria dell’Italia.

Il principale alleato di Berlusconi, il leghista Umberto Bossi, il cui elettorato assicura il potere al Presidente del Consiglio, non era presente al suo discorso. C’era uno dei più fedeli collaboratori di Bossi, il Ministro dell’Interno Maroni che, stranamente, ha deciso di sedere tra i membri del suo partito, piuttosto che tra quelli del governo.

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lunedì 22 agosto 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 15:59
La crisi economica che ha investito l’Europa, portando la Grecia sull’orlo del caos, fa un’altra vittima: l’Italia. Con il crollo di azioni e titoli di stato delle ultime settimane, i Ministri dell’economia europei si sono radunati in riunioni d’emergenza e, con fronti corrugate e sopracciglia inarcate, hanno messo sotto pressione i governanti italiani, che in risposta hanno annunciato un piano di austerity che prevede tagli per quasi 68 miliardi di dollari.

Come per l’economia, un’altra crisi, sebbene di minor risalto all’estero, sta investendo il paese: gli antichi monumenti e il patrimonio culturale italiano stanno crollando. Venezia affonda, il Duomo di Firenze mostra crepe e si sfalda, mentre in Sicilia le antiche chiese Normanne sono barricate con assi.

Che antiche strutture si degradino con il passar del tempo non è una novità. Ma le sventure italiane non si fermano al travertino. Dal 2008 ci sono state ben 15 gravi emergenze archeologiche nell’area di Pompei e molte altre nel resto nel paese, causate da negligenza e tagli di bilancio. Il tetto della Domus Aurea di Nerone a Roma ha ceduto, distruggendo una galleria e un soffitto dorato. Nel Colosseo, tre grandi pezzi di malta sono caduti al suolo poche ore prima che il monumento aprisse al pubblico. E l’antica città che il vulcano non cancellò completamente, potrebbe essere finita dalla mancanza di fondi: a novembre la bimillenaria “Schola Armaturarum” di Pompei è crollata in un cumulo di macerie.

Sebbene l’Italia possegga il maggior numero di siti UNESCO al mondo, il bilancio per la cultura è stato dimezzato negli ultimi tre anni da 603 milioni a 340 milioni di dollari, sufficienti appena per la manutenzione o la preservazione. “Chi dice che il taglio al bilancio per la cultura in un paese come l’Italia è la giusta soluzione non capisce niente”, sostiene il Ministro della Cultura Giancarlo Galan e avverte che altri tagli al bilancio non solo metteranno in pericolo le opere d’arte e i tesori artistici, ma faranno cattiva pubblicità all’estero.

Poche settimane fa l’associzione per la protezione del patrimonio nazionale italiano, Italia Nostra, ha lanciato un segnale di emergenza, richiedendo all’UNESCO di inserire Venezia nella sua lista di siti in pericolo, per cercare di fermarne la distruzione. “Se volete Venezia senza le lagune, allora continuate a tagliarci i fondi” dice Lidia Fersuoch, presidente della sezione veneziana di Italia Nostra. “Abbiamo un turismo incontrollato a Venezia (…) e il Canal Grande è diventata un autostrada per le barche. Allo stesso tempo nessuno investe in restauri o manutenzione. Di questo passo non rimarrà più niente.”

In gioco non vi è solo l’attaccamento sentimentale ai monumenti nazionali. I millenni di ricchezze dell’Italia attraggono più di 45 milioni di visitatori ogni anno, facendo del turismo l’industria primaria del paese, che contribuisce l’8,6% al prodotto interno lordo. L’Italia, come marchio, non denota solo qualità e bellezza, ma produce anche euro. Poche persone comprendono il potere del marchio come Diego Della Valle, capo dell’azienda di prodotti in pelle di lusso Tod’s, e il suo amico Luca Cordero di Montezemolo, presidente della Ferrari. Come versioni moderne dei Medici nel rinascimento, si danno da fare per salvare il patrimonio italiano attraverso donazioni, sponsorizzazioni e le loro conoscenze sociali.

In un pomeriggio d’estate al Teatro La Scala di Milano, il rumore di martelli e motoseghe echeggiavano fra i muri in un allegro fortissimo mentre Della Valle sedeva sotto il palco in una poltrona di velluto rosso. Questi suoni, molto più rumorosi di un brusio emesso da invisibili strumenti a fiato che suonano da qualche parte dietro le quinte, era musica per le sue orecchie; il magnate delle scarpe ha donato più di 7 milioni di dollari al teatro dell’opera, la più grande donazione dei suoi 233 anni di storia, un regalo che permetterà ai cantanti di esibirsi ancora per qualche stagione a scapito di un taglio del bilancio che minaccia il patrimonio culturale italiano. “La Scala è uno dei primi 10 simboli dell’eccellenza culturale italiana,” commenta Della Valle. “Ciò ne fa una parte vitale della nostra immagine globale. Chiuderlo sarebbe come mandare un messaggio al resto del mondo che all’Italia non importa niente.” La generosità dei magnati è una necessità perché il paese cade a pezzi.

Montezemolo ha, naturalmente, dei gusti impeccabili e senso dell’umorismo. Accarezzando un motore Ferrari in esposizione nel suo sontuoso ufficio romano, si concede solo una strizzata d’occhio ad un giornalista mentre dice: “Dobbiamo parlare di più che solo di scarpe. L’Italia è eccellenza. Dalla nostra storia e archeologia fino ai tramonti di Capri. Nessun altro paese al mondo ha un catalogo da offrire come il nostro. Quando vedo come lo stiamo buttando via, mi si spezza il cuore.”

Le ragioni sono in parte egoistiche. I loro successi dipendono dal prestigio che l’Italia gode per i suoi beni di qualità, giudizio estetico e cultura. Un prestigio minacciato dalla fatiscenza del paese e, sotto il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, dalla reputazione di corruzione e scandali sessuali.

“Un monumento che rappresenta l’Italia nel mondo deve essere restaurato,” dice Della Valle, che ha donato più di 36 milioni di dollari per salvare il Colosseo dopo che il Ministero della cultura riconobbe di non poter far fronte agli enormi costi di gestione. “Per il nostro gruppo, che vive sulla reputazione ‘Made In Italy’, non è una scelta. E’ una cosa che dobbiamo fare.” Non vi è mai stato nessun coinvolgimento privato di così larga scala in Italia prima d’ora perché lo stato possiede i beni culturali del paese, ed è quindi il loro presunto custode. Ma con le casse del governo in rosso, questi uomini d’affari stanno adottando monumenti e incoraggiano altri a fare altrettanto.

A giugno Montezemolo ha lanciato un’iniziativa chiamata “Italia Futura” con l’obbiettivo di sponsorizzare progetti nel paese e spingere a contribuire altri che dipendono dalla reputazione dell’Italia. Si compiace nel ricordare ai suoi pari che “Made in Italy” non significa niente se le prime pagine dei giornali mostrano solo muri fatiscenti e impalcature. “La cultura è il cuore dei nostri affari” dice Montezemolo. “Se non investiamo, non abbiamo futuro.”

Italia Futura è in parte un gruppo di esperti, una comunità sociale, il cui scopo è fondere politica, filantropia, economia e cultura. Molti in Italia speculano che questo sia solo un primo passo per la creazione di un partito politico comandato da Montezemolo. Per adesso, però, serve a raccogliere fondi per alcuni dei progetti più urgenti nel paese, come la rivitalizzazione del porto di Genova.

Mentre la forza di Montezemolo è nel raccogliere fondi, Della Valle ha donato molto denaro privatamente, più di 40 milioni di dollari, senza aspettarsi pubblicità e lasciando piena libertà su come debbano procedere le restaurazioni. La sua azienda sta inoltre finanziando un restauro di due anni del Colosseo, un’impresa non facile visto i 2000 anni di storia dell’anfiteatro. I lavori dovrebbero iniziare quest’autunno e includono pulizia, manutenzione e l’aggiunta di alcune strutture per facilitare l’accesso a disabili e anziani. Della Valle pianifica anche di sponsorizzare gite a Roma per chi non potrebbe altrimenti visitare il monumento. Della Valle confessa di avere ragioni sentimentali per accollarsi un tale lavoro. “Ricordo di aver visto il Colosseo per la prima volta quando ero un ragazzino e mi ha impressionato molto.”

Di corporatura robusta e con uno sguardo vivace dietro gli occhiali a montatura rotonda, Della Valle ha l’eleganza e il fascino di uno statista. La sua famiglia viene dalle Marche, dove il nonno faceva il calzolaio. Il padre espanse il giro d’affari, producendo scarpe per grandi magazzini di lusso come Saks e Neiman Marcus. Della Valle prese la guida della società nel 1978, lanciando il marchio della famiglia con il nome J.P. Tod, trovato in un elenco del telefono di Boston. Nacquero così le famose scarpe da guida con la suola a gommini e Della Valle in breve tempo tramutò il marchio in uno dei più prestigiosi d’Italia. La casa in cui vive con la moglie e un figlio 12enne è un monastero del XVII secolo a Casette d’Ete, vicino alla fabbrica di scarpe, un palazzo che vale 60 milioni di dollari e pieno di arte. E come si addice a un magnate, Della Valle ha case a Capri, Roma, New York e Parigi. È proprietario di uno yacht di mogano (appartenuto a John F. Kennedy), un elicottero Dolphin e un aereo jet Falcon 2000, e anche, naturalmente di una Ferrari. Ma lui condivide la sua ricchezza con altri. I suoi impiegati mangiano gratis nella mensa comune, e i loro figli vanno gratis nell’asilo appartenente alla scuola che suo figlio ha frequentato.

Montezemolo, al contrario, è un playboy ruspante, una specie di Richard Branson italiano. Magro, instancabile con i capelli lunghi e un profilo regale, è come un fiume in piena, energetico e apparentemente inarrestabile, salta di palo in frasca spesso in una stessa frase. Nato a Bologna da una famiglia aristocratica, per un breve periodo di tempo è stato un pilota professionista di auto da corsa, ma ha anche studiato Giurisprudenza alla Columbia University prima di ritornare in Italia, dove velocemente è arrivato alla vetta dell’impero Fiat. Nonostante non confermi né neghi alcuna ambizione politica, si dice che abbia messo gli occhi su qualche posizione politica del dopo-Berlusconi; inoltre ha avuto un ruolo di primo piano nella creazione della prima linea ferroviaria privata italiana, la NTV che verrà lanciata nei prossimi mesi. Affascinante e misterioso, vive a Roma, ma confida che in un mondo ideale vorrebbe dividere il suo tempo fra l’Italia e New York. È stato sposato 3 volte, di recente con una donna 29enne che ha sposato quando lui aveva 52 anni, e ha 3 figli.

I due uomini, che si sono conosciuti all’università, sono la quintessenza dell’italianità, l’impersonificazione del gusto e del fare del marchio “Made in Italy”. (L’azienda di Della Valle ha persino progettato le scarpe per auto, fatte apposta per guidare la Ferrari dei suoi amici, vendute esclusivamente nei negozi Ferrari). Naturalmente, molti marchi di lusso in Italia e nel mondo devolvono soldi per cause filantropiche e umanitarie. Bulgari, ad esempio, ha donato 15 milioni di dollari ricavati dalle vendite di un anello appositamente creato per i progetti “Save the children” in Afghanistan e Africa. Gucci ha donato 9 milioni di dollari dai profitti delle sue borse UNICEF per il progetto African Schools. Negli Stati Uniti Ralph Laurent ha donato 10 milioni di dollari per restaurare l’originale Star-Spangled Banner, e in Francia Giorgio Armani ha devoluto 170 mila dollari per rinnovare la pittoresca chiesa di Parigi di St-Germain.

Ciò che distingue la situazione italiana è che la lista di tesori nazionali in pericolo è troppo lunga e la situazione attuale veramente triste. Il Ministero della Cultura italiano ha le mani legate in termini di fondi, visto che il governo negli ultimi 6 anni ha dimezzato il budget annuale per la cultura e a giudicare dalle più recenti notizie economiche, si prevedono ulteriori tagli. In aggiunta a tutto ciò, ultimamente il Ministero ha subito generiche accuse di inadeguatezza e di cattiva gestione. Sandro Bondi, il predecessore dell’attuale Ministro della Cultura Galan, si è dimesso l’anno scorso in seguito alle accuse di non aver saputo gestire il sito archeologico di Pompei. A luglio, un rapporto negativo stilato dalla corte italiana degli uditori ha condannato il Ministero per gestione insufficiente e mancanza di trasparenza, e ha concluso che le necessità culturali dell’Italia “eccedono di molto le risorse disponibili, nonostante non ci sia dubbio che l’adeguata conservazione e promozione del suo patrimonio avrebbe un impatto positivo sull’industria turistica”.

Della Valle dice che non vuole iniziare a criticare indiscriminatamente sui motivi per cui le cose vanno così male: “È controproducente iniziare a analizzare cosa è andato storto”, dice. “Le nostre energie dovrebbero essere impiegate a capire cosa possiamo fare da questo momento per andare avanti e concentrarci su come riparare ciò che abbiamo. Lo abbiamo adesso, non possiamo perderlo”.

Sebbene dica che l’Italia non è in vendita, Galan è un sostenitore dell’iniziativa privata. In effetti il Ministero ha iniziato ad affidarsi agli imprenditori e adesso spera che un donatore privato salvi la villa dell’Imperatore Adriano, vecchia di 1800 anni, che si trova fuori Roma e che necessita di almeno 3,5 milioni di dollari per restare aperta ai suoi 250000 visitatori annuali.

Naturalmente, siccome siamo in Italia, tutto deve essere fatto col miglior gusto possibile. Non ci saranno placche visibilmente pacchiane o uno sponsor popolare. Il restauro del Colosseo ha regole molto precise: Tod’s non può ricoprirlo con il suo marchio aziendale. “Sono sicuro che tutti pensano che io abbia la chiave del Colosseo adesso”, dice Della Valle. “Ma stiamo facendo questo senza alcuna speranza di guadagno. Se voglio visitarlo, devo comprare un biglietto come tutti.” Montezemolo, da parte sua, è rapido nel fare la distinzione fra sponsorizzare un restauro e trasformare un sito in un parco tematico. “Non voglio che Pompei diventi una Disney World”, dice. “Ma non voglio neanche che scompaia del tutto”. Trovare l’equilibrio tra queste due visioni sarà un colpo da maestro: salvare il paese senza venderne l’anima.

I due magnati del lusso sperano che i loro colleghi li aiutino a salvare le gemme culturali del paese, ma Della Valle crede che ci vorrà una generazione prima che le persone inizino a capire l’importanza di preservare gli antichi artefatti e di investire nella reputazione dell’Italia. “È importante che il mondo veda che ci occupiamo di ciò che abbiamo”, afferma. “Spero che anche altri facciano lo stesso.”

Il suo amico Montezemolo esprime il concetto in termini persino più patriottici: “Io sono davvero orgoglioso di essere italiano. Non posso immaginare che chiunque si ritenga italiano non voglia fare qualunque cosa in suo potere per salvare posti come questo.”

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lunedì 15 agosto 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 09:16

AUGURI di BUON FERRAGOSTO
a tutti VOI dal nostro STAFF.

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venerdì 5 agosto 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 10:26
Chiusura in profondo rosso per Wall Street: il Dow Jones perde il 4,31% a 11.383,91 punti, il Nasdaq cede il 5,08% a 2.556,39 punti mentre lo S&P 500 lascia sul terreno il 4,78% a 1.200,10 punti. Indici statunitensi in caduta libera nonostante dal fronte dell'occupazione siano arrivati dati positivi con le richieste iniziali di sussidi di disoccupazione negli Stati Uniti calate nel corso dell'ultima settimana di 1.000 unità a quota 400mila. Il dato è migliore delle attese degli analisti che si attendavano un rialzo di 7mila unità. Ciononostante, seguendo una serie precedente di dati macroeconomici deludenti, il dato è stato interpretato dagli investitori come indice che il mercato del lavoro americano rimane statico. E, secondo il Los Angeles Times, «alcuni investitori stanno vendendo per proteggere i loro investimenti, anticipando la pubblicazione del rapporto generale sulla disoccupazione atteso per domani».

Il rifugio dei T-Bond
Gli investitori vendono azioni e si rifugiano nei T-Bond. I prezzi delle obbligazioni governative trentennali statunitensi sono saliti, con il rendimento che è sceso al 3,85% dal 3,90% della serata di ieri. I rendimenti non scendevano cosi rapidamente in una settimana dai tempi della crisi finanziaria globale del 2008. I timori legati alla debolezza della ripresa economica hanno spinto al rialzo i prezzi anche dei T-Bond decennali, consentendo al rendimento di scendere fino al 2,58% dal 2,63% di mercoledì.

Focus Piazza Affari: 11 titoli in asta di volatilità
Chiusura fantasma a Milano che ha terminato gli scambi senza il calcolo degli indici, sospesi intorno alle 17 (come era già accaduto il 22 febbraio). Al momento della sospensione Piazza Affari segnava un ribasso del 3,23 per cento. Parigi, dove anche il calcolo è stato bloccato come per gli indici del circuito Nyse-Euronext per poi riprendere nel finale, ha perso il 4%. Francoforte e Londra il 3,4%. Il calcolo dei listini a Milano è stato bloccato, ma non le contrattazioni sui titoli. Poco prima delle 17,30 Piazza Affari è stata investita da una raffica di sospensioni. Sono 11 i titoli che non riescono a fare prezzo per asta di volatilità: Intesa Sanpaolo (-2,48% teorico), Unicredit (-7,06%), Mediobanca (+0,09%), Azimut (-4,94%), Fondiaria - Sai (-4,81%), Saipem (-4,54%), Impregilo (-4,76%), Fiat Industrial (-4,60%), Fiat (-10,03%), Exor (-4,74%) e Luxottica (-3,74%). In chiusura Intesa Sanpaolo ha indossato la maglia nera, con un calo del 10,35%, poco dietro a Fiat (-10,03%) e Unicredit (-9,33%). Forte tensione anche su Fiat Industrial(-9,15%), Pirelli & C (-6,53%) ed Exor (-4,9%), mentre Italcementi (+1,26%) è stato l'unico titolo del paniere di riferimento a muoversi in controtendenza.

Spread record
Tensione anche sul mercato obbligazionario con gli spread in netta risalita. Lo spread Btp-Bund supera il record di 390 punti base toccati ieri e arriva a quota 394 Gli Oat francesi sfondano la soglia precedente di 84 punti arrivando sino a 86,6. La Spagna ha annullato le aste mentre sul secondario lo spread ha raggiunto i 400 punti base.

Consob e Borsa Italiana al lavoro per spiegare il tilt
Borsa Italiana, che gestisce il la piazza azionaria milanese, e Consob, l'authority che vigila sul mercato sono in contatto in questi minuti per cercare di capire cosa sia successo e spiegare l'incidente, anche fosse solo di natura tecnica. Il momento è concitato perchè l'indice è andato in tilt a circa mezz'ora dalla fine degli scambi e in una giornata di forte turbolenza e nervosismo su tutti i mercati in tutta Europa.

Euro giù dopo Trichet
Chiusura in deciso calo per l'euro che ha risentito delle parole pronunciate in conferenza stampa dal presidente della Bce Jean Claude Trichet. Il presidente dell'Eurotower ha infatti annunciato il ripristino di un'asta straordinaria a sei mesi e ammontare illimitato e ha ufficialmente riaperto il programma di acquisti di titoli di Stato di paesi periferici. Due misure che confermano la gravità del momento e che mettono in primo piano i timori di una brusca frenata dell'economia causa la crisi del debito. In chiusura un euro vale dunque 1,4143 dollari contro gli 1,43 dell'ultima rilevazione di ieri. L'euro ha terminato in ribasso anche rispetto al franco svizzero, a 1,0857 da 1,0948 ieri sera, e alla sterlina, a 0,8679 da 0,8720 ieri sera.

Oro record
In quest'altra giornata da tempesta finanziaria gli investitori si rifugiano sull'oro che ha aggiornato il record a 1.681 dollari.

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martedì 2 agosto 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 11:18
Sono 24 le persone uccise ieri dalle forze di sicurezza in diverse città della Siria. Dieci delle quali hanno perso la vita al termine della preghiera della sera nel primo giorno di Ramadan. Lo ha riferito Rami Abdel Rahmane, capo dell'Osservatorio siriano dei diritti dell'Uomo. Nel frattempo, al Consiglio di Sicurezza dell'Onu, la Russia frena ogni iniziativa tesa a sanzionare il regime di Bashar el Assad.

Testimoni oculari hanno riferito di aver visto carri armati siriani bombardare un quartiere residenziale vicino ad Hama, città ribelle dove ieri più di cento persone erano state uccise dai militari. L'Unione europea "ha deciso di imporre ulteriori sanzioni contro il regime di Damasco dopo il massacro che sempre ad Hama ha fatto ieri almeno 136 vittime. Bruxelles pensa a un congelamento dei beni e dei visti per cinque persone coinvolte nelle violente repressioni della città ribelle". Lo ha detto in un comunicato stampa l'Alta rappresentante Ue per la Politica estera e di sicurezza Catherine Ahston. «Vorrei ricordare alle autorità siriane - ha aggiunto Ashton - le loro responsabilità nella protezione della popolazione.



La prima a invocare un intervento internazionale è stata stamattina la diplomazia britannica, che auspicava una maggiore pressione internazionale, ma ha escluso un intervento militare sotto l'egida delle Nazioni Unite, come quello avvenuto in Libia grazie alla risoluzione 1973. Per un intervento militare - ha spiegato a radio Bbc il ministro degli Esteri britannico, William Hague - ci vorrebbe, infatti, un chiaro mandato Onu che le attuali divisioni all'interno del Consiglio rendono «alquanto difficile» ottenere. «Vogliamo ulteriori sanzioni (contro il regime siriano) e una più forte pressione internazionale» ha dichiarato Hague, specificando che «affinchè l'aumento della pressione su Damasco sia efficace non deve limitarsi alle nazioni occidentali, ma deve includere i Paesi arabi, in particolare la Turchia che si è data molto da fare per convincere Assad ad attuare le riforme». Hague ha rivelato che l'Unione europea ha già concordato «una nuova serie di sanzioni contro Damasco che verranno annunciate entro questa settimana» ed auspica anche «una risoluzione dell'Onu di condanna delle violenze e a favore del rilascio dei prigionieri politici» ma ammette che «le divisioni in seno al Consiglio» rendono questa prospettiva «molto difficile» e la situazione «molto frustrante».

Nel frattempo il presidente siriano Bashar al Assad, si è congratulato con l'esercito in un discorso pronunciato in occasione del 66esimo anniversario della sua fondazione, defininendolo "patriottico" e simbolo dell'orgoglio nazionale. «Saluto ciascun (soldato) e con lui mi congratulo in occasione del 66esimo anniversario della creazione dell'esercito arabo siriano (...) che difende i suoi diritti di fronte ai piani aggressivi che ci riguardano oggi e domani», ha affermato Assad.

ll Consiglio di sicurezza dell'Onu potrebbe affrontare oggi il caso Siria in una riunione d'urgenza richiesta ieri sera il ministro degli Esteri italianoFranco Frattini e confermata dal portavoce della delegazione tedesca all'Onu Alexander Eber. La Germania ha ceduto proprio oggi la presidenza di turno del Consiglio Onu all'India.

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lunedì 1 agosto 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 11:42
In Somalia è carestia: cosi affermano il Food Security and Nutrition Analysis Unit e il Famine Early Warming Systems Network. Piu di 3.7 milioni di somali, meta dell’intera popolazione del paese, necessitano di assistenza umanitaria: in alcune aree del Centro-Sud piu della meta della popolazione è denutrita e piu di un quarto è in condizioni di grave malnutrizione. Si tratta di piu del doppio rispetto alla soglia di emergenza umanitaria e il più alto tasso di malnutrizione a livello mondiale. Circa un quarto della popolazione somala è rifugiata. La situazione è destinata a peggiorare fino a gennaio 2012: adesso servono cibo, acqua pulita, servizi igienici, assistenza sanitaria, mezzi di sostentamento, protezione e un luogo in cui potersi rifugiare.

Nelle regioni di Gedo e Lower Shabelle, dove il COSV gestisce programmi alimentari e sanitari, centri di salute materno-infantile, interventi idrici e progetti di educazione primaria, i livelli di malnutrizione sono tra i più gravi del Paese, con un bambino su quattro estremamente denutrito. Il conflitto esaspera la situazione, impedendo agli aiuti umanitari di raggiungere la popolazione.

L’impatto della crisi sulla sicurezza alimentare, la nutrizione, la salute e l’educazione è devastante, come hanno comunicato gli operatori COSV in Somalia. Se le condizioni legate al commercio del bestiame e dei mezzi di sussistenza non miglioreranno in tempi rapidi, l’insicurezza alimentare è destinata a peggiorare: si prevede un rapido deterioramento dello stato di nutrizione delle persone nell’arco di un mese. Nell’ospedale di Elwak (Regione di Gedo) i casi di profonda malnutrizione crescono giornalmente. L’effetto peggiore si ripercuote sui bambini, aumentando esponenzialmente la loro vulnerabilità ai problemi sanitari e nutrizionali.

Gli ospedali locali non riescono a coprire tutte le necessita di sanita di base, anche perché l’instabile situazione politica ha interrotto la fornitura di servizi sanitari tra l’aprile e il maggio 2011. Nei villaggi di Elbanda e Qabanwa (Regione di Gedo) nessuna struttura sanitaria è risultata operativa e i bambini, a causa delle pessime condizioni igieniche, sono colpiti dal freddo, diarrea e infezioni della pelle. La grave carenza di acqua sta peggiorando la situazione: nei pozzi la poca acqua disponibile non è adatta al consumo e cresce il rischio di una diffusione di epidemie.

Questa crisi è andata oltre alle possibilita della comunita di far fronte alla situazione e bisogna agire in fretta per rispondere all’emergenza. Il COSV sta rafforzando gli interventi già in atto per fronteggiare la crisi, con distribuzione di generi di prima necessità, aumento degli aiuti sanitari e ampliamento dei programmi alimentari nelle scuole.

Nel Centro di Salute Materno Infantile che l’ong sostiene nell’area di KM 50 (distretto di Merka) e nell’adiacente campo sfollati, costituito dalle autorita’ locali per contenere il gran numero di rifugiati, è iniziata una distribuzione integrativa di generi di prima necessita. Il numero di nuclei familiari che si e’ riversato nelle ultime settimane nella citta’ di Merka è aumentato da 2.450 - registrati da COSV nel corso della visita dell’ 8 luglio - a 6.000 (30,000 persone circa) e nel campo mancano totalmente beni e servizi primari. La stessa situazione si presenta a Deemay, Brava e Kurtunwarey (Lower Shabelle) – dove il COSV gestisce tre centri sanitari, al momento sovraffollati: gli operatori stanno lavorando per realizzare nell’immediato attivita’ integrative di supporto in ambito salute e nutrizione.

Occorre intervenire tempestivamente su diversi fronti: aiuti alimentari, per stabilizzare l’insicurezza alimentare e ridurre il numero di bambini sotto i 5 anni denutriti; accessibilità all’acqua pulita; rafforzamento del servizio sanitario nei centri di salute primaria locali, con la fornitura di farmaci di base e con nuove cliniche mobili; beni agricoli e attività lavorative immediate per i rifugiati e le comunità che li ospitano.

In parallelo, per rispondere alla crisi alimentare, da maggio 2011 il COSV ha attivato un programma di alimentazione di emergenza in sette scuole primarie nelle città di Merka, nel Lower Shabelle, con il sostegno dell’Emergency Response Fund dell’Ufficio di Coordinamento per gli Affari comunitari delle nazioni Unite. Ad oggi più di 2000 studenti, 112 insegnanti e 44 persone tra il personale non docente stanno ricevendo una razione giornaliera di cibo. Le famiglie sono in tal modo incoraggiate a mandare a scuola i bambini, in particolare le ragazze e gli orfani. L’importanza del programma è legato anche alla costruzione di una coesione sociale e al ripristino di un senso di normalita, necessari per poter affrontare al di fuori della scuola lo stress del conflitto e dei disastri.

E’ necessario ora intensificare il piano di alimentazione di emergenza, estendendolo ai bambini in età scolare nei nuovi insediamenti di sfollati a Merka. Occorre inoltre riuscire a garantire una remunerazione minima agli insegnanti, che hanno un ruolo chiave nel fornire un’educazione ai bambini in situazioni di emergenza e sono importanti modelli all’interno e al di fuori delle classi. Nelle sette scuole del programma, gli insegnanti dipendono dal contributo della comunità o dai piccoli incentivi che il COSV riesce a fornire: senza un salario, la crisi umanitaria sta mettendo a dura prova anche il loro impegno.

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