Molti critici d’arte, visibilmente imbarazzati, si tenevano alla larga dal padiglione italiano della Biennale di Venezia, inaugurata con una pornostar. Qui si tratta di un pesante attacco all’arte contemporanea – e allo stesso tempo una lezione su cosa tiene unita l’Italia di Silvio Berlusconi.E’ una apertura: alla malignità e alla grettezza, all’intrigo e al risentimento politico. Chi l’ha visitata ha visto la fine dell’arte contemporanea, in senso letterale. E tutto in un solo luogo, ma si sa, la Biennale è una delle piazze centrali. Dopo questa esperienza il visitatore potrebbe non essere più in grado di andare alla Art Basel [mostra d’arte che avrà luogo a Basilea dal 13 al 17 giugno 2012 ndt], senza la consapevolezza che qualcuno è venuto qui a Venezia per scippare le basi fondamentali del mestiere e sapendo che questo attentato all’arte è riuscito. Allo stesso tempo il visitatore ha ricevuto una lezione su cosa tiene unita l’Italia di Silvio Berlusconi
Opere di duecentosessanta artisti sono esposte nei lunghi capannoni sulla riva nordest dell’Arsenale, in un caotico guazzabuglio, che vede artisti di fama collocati accanto a perfetti sconosciuti – e a tutti viene assegnata la dovuta importanza, sia mediante l’organizzazione della mostra, che attraverso la sua presentazione. Il merito di aver ottenuto questo risultato, che rappresenta un’intera nazione coinvolta nello sforzo estetico, è del politico ed esperto d’arte nonché intrattenitore televisivo Vittorio Sgarbi, il sedicente curatore della mostra.
Sul modello di programmi TV scadentiAnche se non è dipeso da lui, diffamare volutamente l’arte contemporanea [presentandola] come pretenziosa, vanitosa, ed inutile smanceria – egli vuole piuttosto presentarla al pubblico come manifestazione della personale ambizione e delle sue sconfitte, prendendo spunto dagli spettacoli a buon mercato, di cui campa la televisione italiana,
E’ stato quest’uomo, uno storico fedelissimo del presidente del consiglio, che ha dato al padiglione della Biennale il titolo di “L’arte non è cosa nostra” e lo ha reso il fulcro di centinaia di mostre d’arte, che si svolgono contemporaneamente in tutto il paese.
Il titolo è ambivalente poiché “cosa nostra“ è un’espressione che si riferisce alla mafia. E la formula indica proprio questo, cioè che l’arte non è “cosa nostra”, come se finora fosse stata nelle mani di una (metaforica) mafia da cui ora è stata liberata. La mafia però in Italia non è una metafora, bensì un problema di autorità pubblica.
Se il titolo della mostra contiene il vocabolo mafia e se Vittorio Sgarbi, attacca frequentemente e direttamente due illustrissimi rappresentanti della critica artistica – Germano Celant, una delle figure centrali dell’arte povera, e Achille Bonito Oliva, uno dei più importanti curatori d’arte contemporanea – egli così ne criminalizza i rappresentanti e il movimento. Questi attacchi ad personam danno un nuovo carattere al rifiuto populista dell’arte contemporanea, come spiega Marco de Michelis, storico e docente di architettura IUAV di Venezia.
Quindi ecco la mafia – che in questo caso sono i curatori, gli esperti, gli intellettuali e soprattutto, tutto il pubblico erudito. Essi sono la croce, su cui, – come illustra una scultura, collocata in fondo alla gigantesca sala – viene inchiodata l’Italia vivente rappresentata da una massa sanguinante.
Il progetto trae la sua forza da questo risentimento sia partecipativo che contrario dal punto di vista spirituale, e per illustrarla [la forza ndt], Vittorio Sgarbi inaugura il padiglione italiano assieme ad una amica, la pornostar Vittoria Risi. Per dieci giorni questa si è dimenata su un trono fatto di colorate e vistose camere d’aria gonfiate [che facevano bella mostra di sé ndt] mentre Vittorio Sgarbi ai suoi piedi spiegava, che l’Italia ha avuto da sempre molti più artisti che in tutte le altre nazioni del mondo.
Tutti sono corrottiPer estirpare la mafia dall’arte, Vittorio Sgarbi ha eliminato la principale figura del settore: il curatore. Di fatto, molto più di un direttore di teatro o di un intendente, questa la motivazione conclusiva addotta, un curatore ha l’ultima e definitiva scelta. Il curatore fa dell’arte – secondo la definizione moderna che vuole che tutta l’arte sia arte astratta, e perciò bisognosa di spiegazioni – un’arte in sé.
Più si procede in maniera selettiva, più le opere scelte devono essere eccelse. “La selezione fa la qualità” dichiara il filosofo e artista Wolfgang Schleppe che vive a Venezia. Quindi viceversa significa che il curatore deve assegnare sempre anche un parere favorevole sull’importanza di tutte le opere da lui scelte e presentate, almeno all’interno della sua cerchia, dell’ambiente dell’arte. Nel momento in cui però, la sensibilità e il senso civico verso l’arte non sono più sostenibili, quando il diritto ad un arte universalmente importante non è più credibile, questo sistema si sgretola. Vittorio Sgarbi è sulla stessa identica linea/è completamente d’accordo.
Migliaia di personalità italiane, note e meno note, sportivi, stilisti e filosofi, su invito di Vittorio Sgarbi, si sono messi al posto del curatore e hanno scelto, secondo dei criteri noti solo a loro, ciascuno un artista. Così il lontano parente, il nipote del collega di lavoro, l’amico di gioventù della nonna, si sono trasformati improvvisamente in presunti famosi artisti italiani grazie un decreto apparentemente democratico. Così famosi, che le loro opere sono esposte alla Biennale.
Performance politicaOra a tutti loro arriva la soddisfazione, di vedere la propria richiesta respinta, per cui l’insuccesso di molti di loro viene attribuito presumibilmente a questa esclusione: la congiura dei giudici curatori, la “mafia” del settore artistico. Il risultato visibile di questa performance politica, in cui gli artisti hanno solo il ruolo di materiale indifferenziato, offre una panoramica sconcertante delle regole del settore: senza il benestare delle autorità – cioè le istituzioni definite mafiose –non c’è modo di ottenere l’approvazione del pubblico che visita le mostre. E il passaggio da opera significativa a opera di valore – una connotazione economica – non conta nemmeno in occasione dell’Art Basel, che segue immediatamente a ruota la Biennale di Venezia
Come risarcimento per la lunga esclusione subita, gli artisti prescelti possono presentarsi al pubblico all’interno di un gruppo che dà spazio anche al peggior dilettante – sono talmente ammassati, in fila per cinque, che nessuna opera d’arte può ricevere il giusto risalto. Tutti sono stati promossi, per finire ad un livello ancora inferiore a quello che possedevano, prima almeno potevano sperare di essere prescelti dai critici.
E nonostante ci possano essere intellettuali che hanno fatto la loro scelta secondo coscienza, tuttavia ora sono danneggiati tutti – e tra essi ci sono personaggi di spicco, Giorgio Agamben, Umberto Eco, Claudio Magris, Riccardo Muti o Mario Botta, poiché la regia è passata al nepotismo. Gira e rigira sembrano tutti corrotti.

Ciò che è esposto alla Biennale sembra per lo più una collettiva d’arte di provincia – una pornografia più o meno insipida, un paio di panoramiche di metropoli illuminate con luci colorate, qualche paesaggio con fattorie in stile cubista, ridicoli lavoretti di bricolage, i tanto in tanto un pizzico di innocua blasfemia e un bel po’ di opere vivaci come richiede lo stile espressionista, il cui motivo e contenuto sono difficili da individuare – in breve, lavori che imitano le opere più famose, senza assumerne la valenza estetica. Al centro di questo guazzabuglio sono appesi belli in alto un ritratto di Vittorio Sgarbi e uno di Silvio Berlusconi.
E poi nella stessa sala, è esposta una mostra documentaristica sulle atrocità della mafia, una sinistra camera di tortura della criminalità organizzata. La sua posizione così immediatamente contigua alla mostra vuole significare: così è la mafia, e la mafia è ciò che impedisce all’artista del popolo di essere veramente se stesso
Il sistema è molto efficace, è il suo stesso soggetto che colpisce, proprio perché gli artisti di fama e i loro discepoli sono così simili nel campo dell’arte contemporanea – e perché è davvero difficile giudicarli.
Che nell’ambito di varie opere, così come soprattutto nel campo dell’arte contemporanea, si tratti di un qualcosa di “Multiforme” e “Complesso”, lo dicono tutti i curatori, anche il più famoso, e di solito non viene chiarito, in cosa consista questa complessità. Ma resta il vocabolo, un’inutile espressione priva di significato – a cui, e non si può fare diversamente, deve corrispondere una insignificante autorità. La parola esige per l’arte una continua riflessione, di cui si può soltanto percepire la presenza, poiché non si può misurare una riflessione. Quindi l’arte contemporanea presuppone tra tutti coloro che sono interessati (e la relativa conferma attraverso il denaro, vedi il mercato dell’arte) un accordo di tutt’altro tipo, rispetto alla vecchia arte.
Attentato all’arte contemporaneaPer questo l’arte mantiene un atteggiamento sensibile verso la critica (tenta persino, attraverso il curatore, di sbarazzarsene). Per questo l’arte resta così sguarnita di fronte all’attacco di Vittorio Sgarbi, che non riconosce né l’esigenza del significato né l’esigenza dell’autorità, e nessuna voce autorevole si leva in tutta Italia in sua difesa (e a critica di Sgarbi). Allora chi ha voluto muoversi contro la corruzione, se però da ogni parte tutti sono coinvolti?

E che ne è della tradizione, dove sono finiti i “cinquemila artisti” italiani del passato che, come Vittorio Sgarbi spesso rinfaccia ai critici stranieri, si contrappongono a uno sparuto gruppetto di opere straniere realizzate nel tardo Medioevo?
All’ingresso della Biennale sono esposti tre dipinti del Tintoretto, del giovane brillante pittore, un maestro nell’arte di impressionare l’osservatore attraverso colori e spazialità. Sono stati collocati in questa posizione poiché anche Tintoretto è un “outsider”, osserva la storica dell’arte svizzera Bice Curiger, la curatrice di tutta la rassegna. Effettivamente i tre dipinti non solo pongono il problema della continuità storica, ma conferiscono la loro importanza alle opere che sono esposte alla Biennale, anche quando questo rilievo avesse scarsa risonanza.
In questo senso svolgono la stessa funzione che svolge la momunentalità preindustriale degli spazi dell’Arsenale, gli antichi cantieri navali della Repubblica di Venezia, cioè quella di conferire autorità alle opere d’arte che vi sono esposte; lo stesso ruolo che ha l’architettura del padiglione tedesco, che punta tutto sull’imponenza. E alla consacrazione ci era arrivato anche Vittorio Sgartbi, all’importanza del significato ottenuta in circoli ristretti ma apertamene approvata; perché lui la vuole distruggere in nome di una volontà popolare.
AutoesposizioneMa perchè queste persone, gli artisti e ancor più le personalità di spicco e gli intellettuali (questi ultimi almeno dovrebbero saperla lunga) si sono prestati ad una simile autoesposizione? Poiché, soprattutto quelli tra di loro che sono di sinistra, sono decisamente contrari alle elite.
Amano l’uguaglianza, e crollano a causa di Silvio Berlusconi, poichè quest’ultimo ha fatto di questa uguaglianza uno dei suoi punti programmatici – cioè l’indifferenza nei confronti di tutte le distinzioni tranne quelle per denaro.L’arte italiana dovrebbe al contrario essere come lui: impertinente, deriso dall’establishment per il suo status, uno che fa quello che tutti vorrebbero fare, solo che lui lo ammette, mentre gli altri nascondono il proprio egoismo, il proprio materialismo e la propria brama di potere dietro la retorica del superiore interesse comune.
La delusione degli artisti finora esclusi da tutte le grandi esposizioni coincide inoltre con la delusione del sensibile pubblico escluso da tutte queste mostre, che non vede apprezzato il suo gusto semplice per l’arte in quegli ambiti ristretti che dominano il settore.
Ma questa dichiarazione di guerra all’estraneità delle élite, intesa come atteggiamento antielitario di un popolo che è in grado di decidere da solo per il suo gusto artistico, cozza contro tutti quegli ideali di sinistra di cui ci narra la storia degli idilli bucolici delle feste de l’Unità, con tutto il loro strascico di vino, donne e canzoni.
„L’abolizione di cultura e istruzione in Italia realizza quindi l’ideale del gruppo parlamentare egalitario all’interno dell’opposizione, per cui voi non crescete più” dichiara Wolfgang Scheppe. Alla fine di questa storia perciò non si farà alcuna rivolta, nessun governo migliore e per giunta nessuna migliore arte, anzi ci sarà bancarotta/sarà il disastro.
Le istituzioni dell’arte vanno e vengono, viene obiettato, e così anche la Biennale. Quanto importante deve essere l’azione di un singolo, per scardinare davvero l’arte contemporanea dalla sua rocca? Ebbene non deve precipitare troppo drasticamente: il dubbio, una volta liberata dalle catene delle proprie istituzioni, crea nell’arte lo stesso effetto accaduto un tempo con la religione. E’ come l’acqua sotto gli edifici di Venezia, che un giorno trascinerà via con sé anche lo sfarzo soprastante
L’opera più impressionante dell’arte italiana è esposta nel padiglione centrale ed è di Maurizio Cattelan: consiste in duemila colombe, che assieme a dello sterco finto sono tutte ammassate ed appollaiate sui tubi del riscaldamento, sulle ringhiere e sulle sporgenze dei muri. Però – Maurizio Cattelan aveva già una volta esposto questa opera alla Biennale, nel 1997.
Questa riproposta però contraddice tutto ciò che la Biennale vuole essere: la novità nell’arte, la prima linea del progresso estetico, l’eccesso per eccellenza. Maurizio Cattelan quindi non riconosce più l’assoluta ricerca dell’originalità. Non si considera più un artista – e traccia la conseguenza dall’attentato di Vittorio Sgarbi all’arte contemporanea, prima ancora che abbia fatto danni.
Original VersionEtichette: arte, biennale, Cultura, italia, Venezia