domenica 24 luglio 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 11:45
La tanto attesa manovra finanziaria approvata dal governo Berlusconi il 30 Giugno scorso insinua la possibilità di ricorrere a nuove elezioni generali per l’inizio dell’anno prossimo.

Le riforme hanno come obiettivo il deficit economico italiano. Il Ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha scovato almeno 50 miliardi di euro attraverso misure fiscali in grado di scongiurare il pericolo che l’Italia segua lo stesso destino della Grecia.

Tuttavia, dopo i risultati disastrosi raccolti dalla destra nel corso delle recenti elezioni locali nonchè del referedum, Umberto Bossi, leader della Lega Nord e alleato del governo Berlusconi, ha invocato un taglio delle tasse per recuperare la popolarità del governo, ormai in declino.

Da alcune indiscrezioni sulla bozza approvata dal consiglio dei ministri sembra che Tremonti abbia avuto l’ultima parola, ma che i risparmi da lui considerati non potranno essere disponibili presto. Soltanto 1 miliardo e mezzo di euro potrà essere recuperato entro quest’anno; altri 5.5 miliardi si aggiungerebbero l’anno prossimo e i restanti 40 tra il 2013 e il 2014.
Questo ritardo renderà ancora più difficile a Tremonti il compito di rinsaldare i mercati attraverso una solidità di base. Il mese scorso l’agenzia Moody aveva accennato alla possibilità di declassare il debito italiano. Adesso potrebbe farlo.

I cambiamenti immediati sono incredibilmente modesti: un aumento sul bollo per le auto di lusso; tagli di personale all’interno di un ente dedicato al commercio con l’estero/ICE e restrizioni sull’utilizzo degli arei ufficiali. In futuro, saranno disponibili “solo” per il Presidente della Repubblica, il Presidente del consiglio, i Presidenti delle camere, il capo della corte costituzionale e tutti i ministri che viaggiano all’estero per motivi ufficiali.

Bossi potra’ consolarsi con le briciole, comunque. Ha ottenuto una struttura per le tasse semplificata, su tre fasce e, secondo il governo, più cittadini pagheranno di meno (sebbene la dinamica resti piuttosto oscura: il governo ha infatti previsto di tagliare anche un ampio numero di agevolazioni e benefici). Ma la riforma non verrà messa in atto prima di altri tre anni.

Nel frattempo è stata prevista una “revisione graduale” dell’IVA di modo che il guadagno andato perso per lo stato venga sostituito attraverso un abbassamento della tassa sul reddito.
Solamente un paio di misure si riferiscono alla lenta crescita italiana: sospensione delle tasse per giovani imprenditori e una promessa liberalizzazione degli orari, notoriamente restrittivi, delle attività commerciali nelle località turistiche.

Forse un’ancora più significativa riduzione dei salari dei politici verrà proposta nel corso della prossima legislatura. La questione di quando questa avrà luogo è divenuta ora fondamentale per la politica italiana: poichè il bilancio di questa settimana rinvia la maggior parte dei sacrifici al 2013, alcuni osservatori politici hanno cominciato a parlare di elezioni per l’inizio dell’anno prossimo.

Decisamente molto prima di quello che vorrebbe Berlusconi. Sotto processo in tre casi differenti, con un tasso di popolarità al di sotto del 30%, il Presidente del consiglio è alla disperata ricerca di più tempo possibile per recuperare la sua posizione.

Ma questa settimana, il suo modo di affrontare un problema complesso potrebbe avergliene procurato dell’altro.

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sabato 16 luglio 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 13:15
Molti critici d’arte, visibilmente imbarazzati, si tenevano alla larga dal padiglione italiano della Biennale di Venezia, inaugurata con una pornostar. Qui si tratta di un pesante attacco all’arte contemporanea – e allo stesso tempo una lezione su cosa tiene unita l’Italia di Silvio Berlusconi.

E’ una apertura: alla malignità e alla grettezza, all’intrigo e al risentimento politico. Chi l’ha visitata ha visto la fine dell’arte contemporanea, in senso letterale. E tutto in un solo luogo, ma si sa, la Biennale è una delle piazze centrali. Dopo questa esperienza il visitatore potrebbe non essere più in grado di andare alla Art Basel [mostra d’arte che avrà luogo a Basilea dal 13 al 17 giugno 2012 ndt], senza la consapevolezza che qualcuno è venuto qui a Venezia per scippare le basi fondamentali del mestiere e sapendo che questo attentato all’arte è riuscito. Allo stesso tempo il visitatore ha ricevuto una lezione su cosa tiene unita l’Italia di Silvio Berlusconi

Opere di duecentosessanta artisti sono esposte nei lunghi capannoni sulla riva nordest dell’Arsenale, in un caotico guazzabuglio, che vede artisti di fama collocati accanto a perfetti sconosciuti – e a tutti viene assegnata la dovuta importanza, sia mediante l’organizzazione della mostra, che attraverso la sua presentazione. Il merito di aver ottenuto questo risultato, che rappresenta un’intera nazione coinvolta nello sforzo estetico, è del politico ed esperto d’arte nonché intrattenitore televisivo Vittorio Sgarbi, il sedicente curatore della mostra.

Sul modello di programmi TV scadenti

Anche se non è dipeso da lui, diffamare volutamente l’arte contemporanea [presentandola] come pretenziosa, vanitosa, ed inutile smanceria – egli vuole piuttosto presentarla al pubblico come manifestazione della personale ambizione e delle sue sconfitte, prendendo spunto dagli spettacoli a buon mercato, di cui campa la televisione italiana,

E’ stato quest’uomo, uno storico fedelissimo del presidente del consiglio, che ha dato al padiglione della Biennale il titolo di “L’arte non è cosa nostra” e lo ha reso il fulcro di centinaia di mostre d’arte, che si svolgono contemporaneamente in tutto il paese.

Il titolo è ambivalente poiché “cosa nostra“ è un’espressione che si riferisce alla mafia. E la formula indica proprio questo, cioè che l’arte non è “cosa nostra”, come se finora fosse stata nelle mani di una (metaforica) mafia da cui ora è stata liberata. La mafia però in Italia non è una metafora, bensì un problema di autorità pubblica.

Se il titolo della mostra contiene il vocabolo mafia e se Vittorio Sgarbi, attacca frequentemente e direttamente due illustrissimi rappresentanti della critica artistica – Germano Celant, una delle figure centrali dell’arte povera, e Achille Bonito Oliva, uno dei più importanti curatori d’arte contemporanea – egli così ne criminalizza i rappresentanti e il movimento. Questi attacchi ad personam danno un nuovo carattere al rifiuto populista dell’arte contemporanea, come spiega Marco de Michelis, storico e docente di architettura IUAV di Venezia.

Quindi ecco la mafia – che in questo caso sono i curatori, gli esperti, gli intellettuali e soprattutto, tutto il pubblico erudito. Essi sono la croce, su cui, – come illustra una scultura, collocata in fondo alla gigantesca sala – viene inchiodata l’Italia vivente rappresentata da una massa sanguinante.

Il progetto trae la sua forza da questo risentimento sia partecipativo che contrario dal punto di vista spirituale, e per illustrarla [la forza ndt], Vittorio Sgarbi inaugura il padiglione italiano assieme ad una amica, la pornostar Vittoria Risi. Per dieci giorni questa si è dimenata su un trono fatto di colorate e vistose camere d’aria gonfiate [che facevano bella mostra di sé ndt] mentre Vittorio Sgarbi ai suoi piedi spiegava, che l’Italia ha avuto da sempre molti più artisti che in tutte le altre nazioni del mondo.

Tutti sono corrotti

Per estirpare la mafia dall’arte, Vittorio Sgarbi ha eliminato la principale figura del settore: il curatore. Di fatto, molto più di un direttore di teatro o di un intendente, questa la motivazione conclusiva addotta, un curatore ha l’ultima e definitiva scelta. Il curatore fa dell’arte – secondo la definizione moderna che vuole che tutta l’arte sia arte astratta, e perciò bisognosa di spiegazioni – un’arte in sé.

Più si procede in maniera selettiva, più le opere scelte devono essere eccelse. “La selezione fa la qualità” dichiara il filosofo e artista Wolfgang Schleppe che vive a Venezia. Quindi viceversa significa che il curatore deve assegnare sempre anche un parere favorevole sull’importanza di tutte le opere da lui scelte e presentate, almeno all’interno della sua cerchia, dell’ambiente dell’arte. Nel momento in cui però, la sensibilità e il senso civico verso l’arte non sono più sostenibili, quando il diritto ad un arte universalmente importante non è più credibile, questo sistema si sgretola. Vittorio Sgarbi è sulla stessa identica linea/è completamente d’accordo.

Migliaia di personalità italiane, note e meno note, sportivi, stilisti e filosofi, su invito di Vittorio Sgarbi, si sono messi al posto del curatore e hanno scelto, secondo dei criteri noti solo a loro, ciascuno un artista. Così il lontano parente, il nipote del collega di lavoro, l’amico di gioventù della nonna, si sono trasformati improvvisamente in presunti famosi artisti italiani grazie un decreto apparentemente democratico. Così famosi, che le loro opere sono esposte alla Biennale.

Performance politica

Ora a tutti loro arriva la soddisfazione, di vedere la propria richiesta respinta, per cui l’insuccesso di molti di loro viene attribuito presumibilmente a questa esclusione: la congiura dei giudici curatori, la “mafia” del settore artistico. Il risultato visibile di questa performance politica, in cui gli artisti hanno solo il ruolo di materiale indifferenziato, offre una panoramica sconcertante delle regole del settore: senza il benestare delle autorità – cioè le istituzioni definite mafiose –non c’è modo di ottenere l’approvazione del pubblico che visita le mostre. E il passaggio da opera significativa a opera di valore – una connotazione economica – non conta nemmeno in occasione dell’Art Basel, che segue immediatamente a ruota la Biennale di Venezia

Come risarcimento per la lunga esclusione subita, gli artisti prescelti possono presentarsi al pubblico all’interno di un gruppo che dà spazio anche al peggior dilettante – sono talmente ammassati, in fila per cinque, che nessuna opera d’arte può ricevere il giusto risalto. Tutti sono stati promossi, per finire ad un livello ancora inferiore a quello che possedevano, prima almeno potevano sperare di essere prescelti dai critici.

E nonostante ci possano essere intellettuali che hanno fatto la loro scelta secondo coscienza, tuttavia ora sono danneggiati tutti – e tra essi ci sono personaggi di spicco, Giorgio Agamben, Umberto Eco, Claudio Magris, Riccardo Muti o Mario Botta, poiché la regia è passata al nepotismo. Gira e rigira sembrano tutti corrotti.

Ciò che è esposto alla Biennale sembra per lo più una collettiva d’arte di provincia – una pornografia più o meno insipida, un paio di panoramiche di metropoli illuminate con luci colorate, qualche paesaggio con fattorie in stile cubista, ridicoli lavoretti di bricolage, i tanto in tanto un pizzico di innocua blasfemia e un bel po’ di opere vivaci come richiede lo stile espressionista, il cui motivo e contenuto sono difficili da individuare – in breve, lavori che imitano le opere più famose, senza assumerne la valenza estetica. Al centro di questo guazzabuglio sono appesi belli in alto un ritratto di Vittorio Sgarbi e uno di Silvio Berlusconi.

E poi nella stessa sala, è esposta una mostra documentaristica sulle atrocità della mafia, una sinistra camera di tortura della criminalità organizzata. La sua posizione così immediatamente contigua alla mostra vuole significare: così è la mafia, e la mafia è ciò che impedisce all’artista del popolo di essere veramente se stesso

Il sistema è molto efficace, è il suo stesso soggetto che colpisce, proprio perché gli artisti di fama e i loro discepoli sono così simili nel campo dell’arte contemporanea – e perché è davvero difficile giudicarli.

Che nell’ambito di varie opere, così come soprattutto nel campo dell’arte contemporanea, si tratti di un qualcosa di “Multiforme” e “Complesso”, lo dicono tutti i curatori, anche il più famoso, e di solito non viene chiarito, in cosa consista questa complessità. Ma resta il vocabolo, un’inutile espressione priva di significato – a cui, e non si può fare diversamente, deve corrispondere una insignificante autorità. La parola esige per l’arte una continua riflessione, di cui si può soltanto percepire la presenza, poiché non si può misurare una riflessione. Quindi l’arte contemporanea presuppone tra tutti coloro che sono interessati (e la relativa conferma attraverso il denaro, vedi il mercato dell’arte) un accordo di tutt’altro tipo, rispetto alla vecchia arte.

Attentato all’arte contemporanea

Per questo l’arte mantiene un atteggiamento sensibile verso la critica (tenta persino, attraverso il curatore, di sbarazzarsene). Per questo l’arte resta così sguarnita di fronte all’attacco di Vittorio Sgarbi, che non riconosce né l’esigenza del significato né l’esigenza dell’autorità, e nessuna voce autorevole si leva in tutta Italia in sua difesa (e a critica di Sgarbi). Allora chi ha voluto muoversi contro la corruzione, se però da ogni parte tutti sono coinvolti?

E che ne è della tradizione, dove sono finiti i “cinquemila artisti” italiani del passato che, come Vittorio Sgarbi spesso rinfaccia ai critici stranieri, si contrappongono a uno sparuto gruppetto di opere straniere realizzate nel tardo Medioevo?

All’ingresso della Biennale sono esposti tre dipinti del Tintoretto, del giovane brillante pittore, un maestro nell’arte di impressionare l’osservatore attraverso colori e spazialità. Sono stati collocati in questa posizione poiché anche Tintoretto è un “outsider”, osserva la storica dell’arte svizzera Bice Curiger, la curatrice di tutta la rassegna. Effettivamente i tre dipinti non solo pongono il problema della continuità storica, ma conferiscono la loro importanza alle opere che sono esposte alla Biennale, anche quando questo rilievo avesse scarsa risonanza.

In questo senso svolgono la stessa funzione che svolge la momunentalità preindustriale degli spazi dell’Arsenale, gli antichi cantieri navali della Repubblica di Venezia, cioè quella di conferire autorità alle opere d’arte che vi sono esposte; lo stesso ruolo che ha l’architettura del padiglione tedesco, che punta tutto sull’imponenza. E alla consacrazione ci era arrivato anche Vittorio Sgartbi, all’importanza del significato ottenuta in circoli ristretti ma apertamene approvata; perché lui la vuole distruggere in nome di una volontà popolare.

Autoesposizione

Ma perchè queste persone, gli artisti e ancor più le personalità di spicco e gli intellettuali (questi ultimi almeno dovrebbero saperla lunga) si sono prestati ad una simile autoesposizione? Poiché, soprattutto quelli tra di loro che sono di sinistra, sono decisamente contrari alle elite.

Amano l’uguaglianza, e crollano a causa di Silvio Berlusconi, poichè quest’ultimo ha fatto di questa uguaglianza uno dei suoi punti programmatici – cioè l’indifferenza nei confronti di tutte le distinzioni tranne quelle per denaro.L’arte italiana dovrebbe al contrario essere come lui: impertinente, deriso dall’establishment per il suo status, uno che fa quello che tutti vorrebbero fare, solo che lui lo ammette, mentre gli altri nascondono il proprio egoismo, il proprio materialismo e la propria brama di potere dietro la retorica del superiore interesse comune.

La delusione degli artisti finora esclusi da tutte le grandi esposizioni coincide inoltre con la delusione del sensibile pubblico escluso da tutte queste mostre, che non vede apprezzato il suo gusto semplice per l’arte in quegli ambiti ristretti che dominano il settore.

Ma questa dichiarazione di guerra all’estraneità delle élite, intesa come atteggiamento antielitario di un popolo che è in grado di decidere da solo per il suo gusto artistico, cozza contro tutti quegli ideali di sinistra di cui ci narra la storia degli idilli bucolici delle feste de l’Unità, con tutto il loro strascico di vino, donne e canzoni.

„L’abolizione di cultura e istruzione in Italia realizza quindi l’ideale del gruppo parlamentare egalitario all’interno dell’opposizione, per cui voi non crescete più” dichiara Wolfgang Scheppe. Alla fine di questa storia perciò non si farà alcuna rivolta, nessun governo migliore e per giunta nessuna migliore arte, anzi ci sarà bancarotta/sarà il disastro.

Le istituzioni dell’arte vanno e vengono, viene obiettato, e così anche la Biennale. Quanto importante deve essere l’azione di un singolo, per scardinare davvero l’arte contemporanea dalla sua rocca? Ebbene non deve precipitare troppo drasticamente: il dubbio, una volta liberata dalle catene delle proprie istituzioni, crea nell’arte lo stesso effetto accaduto un tempo con la religione. E’ come l’acqua sotto gli edifici di Venezia, che un giorno trascinerà via con sé anche lo sfarzo soprastante

L’opera più impressionante dell’arte italiana è esposta nel padiglione centrale ed è di Maurizio Cattelan: consiste in duemila colombe, che assieme a dello sterco finto sono tutte ammassate ed appollaiate sui tubi del riscaldamento, sulle ringhiere e sulle sporgenze dei muri. Però – Maurizio Cattelan aveva già una volta esposto questa opera alla Biennale, nel 1997.

Questa riproposta però contraddice tutto ciò che la Biennale vuole essere: la novità nell’arte, la prima linea del progresso estetico, l’eccesso per eccellenza. Maurizio Cattelan quindi non riconosce più l’assoluta ricerca dell’originalità. Non si considera più un artista – e traccia la conseguenza dall’attentato di Vittorio Sgarbi all’arte contemporanea, prima ancora che abbia fatto danni.

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martedì 12 luglio 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 11:59
La voce tagliente dei fratelli Enzo e Lorenzo Mancuso è un crogiuolo di culture così come la Sicilia stessa. “Non sappiamo leggere le note e perciò impariamo tutto a memoria”.

Mentre la Sardegna riceve molta attenzione e riconoscimento al livello internazionale in quanto è rappresentata da gruppi come i Tenores di Bitti e il Tenore e Cuncordu de Orosei, la Sicilia desta interesse soprattutto per mezzo di produzioni dal sapore kitsch preparate ad hoc come ad esempio Musica della mafia, uno spettacolo di teatro e musica, che qualche anno fa ha fatto il giro dell’Olanda con l’immancabile tam tam mediatico, ma che in realtà dà soprattutto un’immagine caricaturale della musica tradizionale siciliana.



Chi invece fa la conoscenza con la musica dei fratelli Enzo e Lorenzo Mancuso (insieme, il duo Fratelli Mancuso) si accorge immediatamente di un livello molto alto. Il loro canto ipnotico, da un lato melodioso e dolce, dall’altro duro e tagliente, pare, grazie al suo carattere esotico, essere legato ad altri suoni di isole come la Sardegna e la Corsica.

Enzo Mancuso, con i suoi 54 anni il più giovane dei due, scuote la testa: “non puoi paragonare la Sicilia alla Sardegna e alla Corsica. Loro hanno una cultura omogenea, grazie a secoli di relativo isolamento. La Sicilia è in realtà appena un’isola e ha di conseguenza un carattere più continentale. Oltretutto è già due migliaia di anni un crogiuolo di culture: anticamente i greci, poi i bizantini, gli arabi, i normanni e gli spagnoli. La considero la fucina della cultura italiana, sia al livello politico che letterario, e certamente musicale. Che la nostra musica a volte faccia pensare alla Sardegna è dato dal carattere arcaico delle voci, qualcosa che abbiamo in comune. Ma nei sardi il tragico riveste un ruolo minore, mentre nei siciliani è incorporato nel profondo, non tanto per le condizioni di vita spesso misere degli ultimi cento anni, ma già a partire dalla Grecia antica”.

Lorenzo (59): “La nostra musica è un crogiuolo di culture così come lo è la Sicilia stessa. L’uso della voce stridula che è così caratteristico del nostro stile, lo abbiamo noi stessi sviluppato per proiettare le nostre voci e rendere più ricco e pieno il canto insieme, per farlo sembrare maggiormente un coro. Eppure la nostra musica rimane profondamente siciliana, perché noi siamo cresciuti con le lamentazioni, i canti che la popolazione povera delle campagne, e i canti della carrettiera, canti che appartenevano al mestiere dei trasportatori e che durante il lavoro venivano intonati. Le nostre fonti sono sì tradizionali, ma a partire da quelle abbiamo sviluppato uno stile proprio. Ci muoviamo liberi nella tradizione e non temiamo l’esperimento, nonostante rimaniamo fedeli allo spirito siciliano della musica”.

Non è stato difficile imparare a utilizzare quello stile, in cui il canto a due si risolve in terzine parallele, eseguito in sincronia perfetta malgrado i glissandi molto lunghi, quasi senza misura?
Enzo: “Per noi no, ma noi siamo fratelli e ci sentiamo d’istinto. Onestamente, credo che non lo si può imparare. Ciò che rende possibile tutto ciò è il fatto che disponiamo di un orecchio assoluto, che ci permette di agire senza strumenti.

Quegli strumenti ci sono già, spesso provenienti da luoghi lontani dalla Sicilia. I Fratelli oltre alla chitarra, la viola e l’harmonium, la vecchia gironda medioevale, la baclama turca (liuto a collo lungo), e tamburi a cornice che sono stati acquistati nelle varie tournée internazionali. Già a partire dall’inizio della loro carriera, a metà degli anni Ottanta i Fratelli Mancuso collaborano con musicisti jazz. Attualmente stanno lavorando ad un progetto con due compositori siciliani, Marco Betta e Salvatore Sciarrino. Come procede la collaborazione? Enzo: “Loro sono affascinati dal nostro carattere senza tempo, nel quale si può riconoscere qualcosa di medioevale, ma anche qualcosa del bel canto e forse perfino di avanguardia. Per noi si tratta soprattutto di una grande sfida, perché entrambi non sappiamo leggere una sola nota e dobbiamo perciò imparare tutto a memoria”.

Oltre ad una carriera musicale, i fratelli Enzo e Lorenzo Mancuso hanno anche alle spalle una breve carriera da attori. Il regista Anthony Minghella, per il proprio film, Il talento di mister Ripley (1999), non si è limitato a inserire dei loro pezzi come parte della colonna sonora, ma ha fatto interpretare ai Fratelli Mancuso delle parti nel film.

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lunedì 4 luglio 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 12:10
È grazie al sostegno dei piani alti della società che la mafia riesce ad espandersi, sostiene il giornalista italiano Francesco Forgione. Secondo Lars Linder, il suo libro ci fa riflettere amaramente su quanto il confine tra legalità e illegalità vada sempre più assottigliandosi.

Il re voleva solo spassarsela un po’. Un bel giorno, però, si è trovato davanti Mille Markovic con una foto in mano. (Il riferimento è a una biografia non autorizzata del re Karl Gustav uscita a novembre 2010, n.d.t.)

Una spiacevole coincidenza? Non solo. Quando si hanno interessi abbastanza grandi in comune con il bel mondo della criminalità – in questo caso il circuito dei locali, con tanto di lusso e ragazzine disponibili – è piuttosto probabile che le due strade prima o poi si incrocino. Del resto, l’ambigua luce gettata sulla corte è prefigurata da tempo nei libri di Jens Lapidus, che raffigurano appunto l’incontro tra i piani alti della società e il mondo dell’illegalità, nella dolce vita intorno a Stureplan. (Stureplan è una piazza del centro di Stoccolma, n.d.t.)

Dietro quei malaugurati approcci c’è però una struttura più grande. In tutto il mondo ci sono infiltrazioni quando la criminalità organizzata e i pezzi grossi della finanza giocano sullo stesso campo. I loro interessi sembrano infatti coincidere: somme enormi devono essere piazzate con la massima discrezione nelle attività più belle e redditizie a disposizione. Così non solo si condivide l’amore per segreti bancari e paradisi fiscali, ma ci si frequenta più o meno volontariamente in locali, discoteche e hotel di lusso.

Le tre grandi organizzazioni criminali mafiose operanti in Italia hanno un giro d’affari pari a quello di un piccolo paese dell’UE. Ma solo la metà dei guadagni viene subito reinvestita nell’attività criminale, il resto filtra nell’economia legale e viene investito in terreni, immobili, locali di lusso e hotel. Un’attività in espansione, che avrebbe potuto essere almeno frenata se non fosse stato così terribilmente complicato mettersi d’accordo con gli altri protagonisti del mondo dell’economia per promuovere una legislazione che rendesse difficile l’evasione fiscale e il riciclaggio di denaro sporco a livello internazionale.

Nel libro ”Mafia export” lo scrittore e giornalista Francesco Forgione mostra nel dettaglio come la mafia italiana vada cancellando a livello globale i confini tra bianco e nero, legale e illegale, favorendo la prosperosità delle zone grigie. La sua rappresentazione comincia là dove finiva “Gomorra” di Saviano. Se Saviano avvertiva che la Camorra aveva cominciato ad assumere sempre più la forma di una ben organizzata impresa di import-export, Forgione ne mostra le conseguenze globali: come le famiglie mafiose, principalmente quelle della ‘Ndrangheta, si sono diramate nel mondo.

E arrivano in paesi insospettabili o ciechi quali la Stoccolma dei figli di papà. Qui l’Italia – tanto per cambiare – è avanti anni luce. Dopo la guerra aperta degli anni ’90 con la Cosa Nostra siciliana, il sistema giudiziario italiano si è rafforzato e sono state approvate dure leggi che hanno reso illegale qualsiasi legame con la mafia.

Si tratta di qualcosa che pochi altri paesi hanno fatto, ed è anche per questo, secondo Forgione, che le strade della cocaina corrono soprattutto attraverso la Spagna, dove i mafiosi italiani sfuggono alla severa polizia di casa e dove oggi tutta la Costa del Sol (“Costa Nostra”) è piena delle strutture turistiche in cui hanno investito i loro soldi. Ma il fiume di cocaina scorre anche attraverso Amsterdam e la Germania nord-occidentale, dove l’omicidio di 6 malviventi, a Duisburg, ha aperto gli occhi al mondo mostrandogli cosa sta succedendo in Europa – a quel punto la ‘Ndrangheta si era già insediata anche in Europa dell’est, Canada, Australia e Sudafrica.

Buongiorno, mondo.

Forgione sa di cosa parla. Dal 2006 al 2008 ha guidato la commissione antimafia del parlamento italiano. Il suo libro vuole anche fornire una documentazione molto dettagliata, forse persino troppo: l’autore rimane spesso impigliato in tutte le inchieste e le intercettazioni che esamina, facendo sì che il lettore si perda facilmente tra tutti i boss, i clan e le operazioni di polizia che gli scorrono davanti. Un disordine rafforzato da una traduzione linguisticamente incerta.

Ma il suo libro è l’ennesimo inquietante promemoria dell’instancabile opera pervasiva della criminalità globale. È anche un atto d’accusa contro politici e funzionari che si girano dall’altra parte e stanno zitti – o si lasciano comprare. Senza il silenzioso appoggio dei piani alti la mafia non esiste, afferma Forgione.

Il prefetto della regione di Stoccolma, Carin Götblad, rimarcava recentemente qualcosa di simile in un articolo su DN (17/6) in cui descriveva la criminalità organizzata come un’attività a diversi livelli, con una base fortemente criminosa e piani superiori fatti di strutture semilegali di funzionari e giuristi che collaborano. In cima alla catena alimentare stanno quelli che non hanno nessun contatto con la criminalità: quelli che semplicemente comandano e fanno soldi.

La sua conclusione era pressappoco la stessa di Forgione: perché la società possa riuscire a sconfiggere la criminalità globale, devono partecipare tutti, a tutti i livelli. Non ci si può lasciar corrompere né far regalare droga (o ragazze). E occhio alle scintillanti zone grigie, soprattutto intorno a Stureplan.

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