domenica 29 maggio 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 12:02
Infierendo un duro colpo agli stereotipi, alcune recenti analisi hanno dimostrato che il rischio povertà è maggiore nel nord Italia piuttosto che nelle regioni del sud, da sempre tacciate di lentezza economica. Nel considerare il costo della vita, due terzi delle province più povere d’Italia risultano essere in Nord Italia, secondo la ricerca pubblicata giovedì scorso da Sintesi, gruppo di esperti con sede a Venezia.

Città come Milano, Brescia e Como hanno in comune i più alti livelli di povertà, ha sottolineato Michele Bacco, tra gli autori della ricerca. Circa il 20% dei cittadini di Brescia, spesso descritta come roccaforte di industriali e banchieri, ha un reddito al di sotto della soglia di povertà, a Milano sono il 17.5%. La media nazionale è solo al 12.2%, e la maggior parte delle città di provincia con le percentuali più basse si trova nel Mezzogiorno, come viene chiamato il sud Italia.

Ad eccezione di una, tutte le 10 località con il più basso rischio di povertà si trovano al Sud.

I ricercatori di Sintesi ha seguito i medesimi parametri dell’Istat, l’Istituto di Ricerca Nazionale – secondo cui un nucleo familiare di due persone è considerato povero quando il suo potenziale d’acquisto risulta minore rispetto a quello medio nazionale – ma riadattandoli ai livelli di spesa locali anzichè nazionali. Secondo Bacco, alti livelli di povertà indicano un più ampio numero di persone che guadagnano meno rispetto la media locale, maggiore in città come Milano, il cui reddito disponibile medio di 35.194 euro è il più alto del paese. A Milano, più di una persona su sei guadagna meno di 12.423 euro, la soglia locale di povertà.

I risultati offrono supporto ad un’eventuale riforma delle tasse in Italia, dove il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti, con l’appoggio del partito pro-devolution della Lega Nord, sta tentando di far passare il “federalismo fiscale” così da variare le tasse e i livelli di reddito sulla base della produttività locale.

Le resistenze maggiori si sono avute soprattutto da parte dei politici che hanno un forte elettorato nel sud. Secondo le ricerche dell’Istat, solo il 44% degli Italiani in età adulta lavora nel sud, contro il 65% del nord. E il prodotto interno pro capite è di un terzo inferiore nel sud.

Insieme alle scoperte della Sintesi che hanno sovvertito alcuni luoghi comuni, ai primi di maggio anche le ricerche della Svimez, gruppo organizzato dal governo per promuovere lo sviluppo economico nel sud, hanno rilevato una tendenza all’evasione fiscale molto più frequente nelle regioni del nord Italia.

Lo studio compiuto da Franca Mora ha scoperto che i cittadini del nord evadono circa il 19% delle tasse contro il 18% del sud. Secondo la Mora, in questo caso il ribaltamento di un clichè nazionale è dovuto al fatto che “l’evasione fiscale è compiuta in piccole proporzioni da un maggior numero di persone nel sud, mentre un minor numero di cittadini del nord evade le tasse in proporzioni maggiori. L’evasione fiscale è perpetrata ai fini della sopravvivenza nel sud, mentre al nord serve a creare patrimoni”.

Original version

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lunedì 23 maggio 2011, posted by giovanni.larosa at 16:03


Sono passati trent’anni dalla scomparsa prematura di un uomo che aggiunse dei valori all'arte della musica, attraverso una sensibilità, che fu espressione di pace e di amore, rivolta a Dio, alla natura e alla gente.



Robert Nesta Marley, nei 36 anni della sua intensa vita, dedicò tutto se stesso verso gli altri, riassumendo la sua esistenza in questo concetto: «La mia vita è importante solo se posso aiutare molte persone; se la mia vita sono io e la mia sicurezza, io non la voglio! La mia vita è per la gente… io sono questo».



Ebbe le idee molto chiare sul modo di vivere, sin da giovane; fu un uomo dal carattere forte; un rivoluzionario e un militante al tempo stesso. L’11 maggio del 1981 lasciò il mondo terreno e con i funerali svoltisi il 21 maggio di fronte a tutta la sua gente proveniente dalla Giamaica e dal mondo, con una cerimonia istituzionale come per un Capo di Stato, si diede vita al “mito” Bob Marley.



Il suo punto debole si sviluppo dal piede un po’ come avvenne per il “personaggio mitologico”; morì in un ospedale di Miami, a causa di un tumore sviluppatosi dal piede destro, più volte contuso, che in breve gli pervase gli organi vitali e che i suoi convincimenti religiosi gli impedirono di poter curare. Nacque allora, una “star della musica” proveniente dal Terzo Mondo, che si unì ai simboli di liberazione degli oppressi.



Ambasciatore del mondo della musica “reggae” e della spiritualità “rasta”, riuscì a far diventare la sua voce espressione di emancipazione, di vittoria, di rivincita della propria razza di origine africana null'affatto inferiore, di liberazione, di rispetto, di insegnamento, un uomo che pare sembrasse antichissimo con oltre tre mila anni di storia, che a partire dal suo villaggio in Giamaica invece, riuscì a parlare al mondo intero: dalla Nuova Zelanda alla Svezia, dal Sud Africa al Canada. Nacque nella baia Nord di St. Ann, si dice in Nine Mile il 6 febbraio 1945, nel villaggio di Rodhen Hall, ma la data non fu certificata; nell’Isola caraibica dove si rifugiò nella sua tana di Port Royal allora la capitale, il leggendario pirata Henry Morgan, dove il colonialismo europeo importò numerosi schiavi dall'Africa e dove il suffragio universale e una virtuale autonomia dalla depredatrice Inghilterra si ebbe solo nel 1944, divenendo Nazione indipendente il 6 agosto 1962.



La sua storia fu avventurosa sin dalla tenera età, in cui rimase orfano del padre Norval Sinclair Marley, un sessantenne ufficiale di origini inglesi che conobbe la diciassettenne di colore Cedella Booker e questa sua personale situazione ebbe una notevole incidenza sulla vita futura. Le difficoltà imposte dalle regole sociali, obbligarono infatti, da una parte, la famiglia Marley alla diseredazione di Norval, che non sposò una donna della sua razza e dall’altra il risentimento della comunità nera, portando il padre un graduale allontanamento, sino a giungere all’abbandono di Cedella incinta, già nel 1944: «Mio è padre bianco, mia madre è nera, mi considerano un emarginato. Io... non sto dalla parte di nessuno, né dei neri, né dei bianchi. Io sto dalla parte di Dio!».



Le credenze animistiche pervadenti la Giamaica dei villaggi rurali, nonché la povertà del luogo dove visse la sua infanzia, ma che lo misero presto in contatto con la natura, furono argomenti che segnarono il suo percorso religioso e musicale. Amò la campagna e tutto ciò che la comprendesse, grazie anche al contatto che ebbe con essa già da bambino, iniziando col mungere le capre prima di andare a scuola; inoltre, sin dalla tenera età, si pensò che fosse pervaso da misticismo, per via della sua capacità di leggere la mano e di prevedere il futuro, indovinandone peraltro, le previsioni. Una sensibilità che lo accompagnò per tutta la vita e che accrebbe maggiormente a causa dei continui abbandoni: il primo nel 1950 a cinque anni, quando il padre lo portò nella capitale Kingston e lo lasciò da Miss Gray, fu l'ultima volta che lo vide e solo dopo un anno la madre lo trovò e lo riportò a Nine Mile: «Io sono nato senza padre. Mia madre lavorava a tredici scellini al giorno per mandarmi a scuola. Non avevamo nessuna educazione... avevamo solo l'ispirazione».



Al termine della scuola obbligatoria, nel 1957, la madre Ciddy lo portò a Trench Town, una zona molto povera della capitale, ma non potendovi sopravvivere, lei dovette trasferirsi negli Stati Uniti alla ricerca di un lavoro. Alle porte dell’adolescenza, per Bob Marley la vita divenne molto dura tra la miseria del “ghetto” e non avendo neanche da che mangiare, spesso andò nel cortile dove c'era il chiosco di Vincent Ford Tartar, per assopire i morsi della fame con qualche povero piatto offertogli, a base di polenta d’avena. Un'occasione che portò i due, al calar del buio, a studiare i libri per imparare a suonare la chitarra e mentre Marley si esercitava a suonare, Tartar girava “i fogli”. Stava accrescendo in Bob la passione per la musica, già iniziata a coltivare da piccolo dopo il primo abbandono del padre.



Nacque da un episodio che videro i due, la famosissima canzone “No, woman no cry”, quando una donna, nello stesso cortile pubblico, si vide arrivare la polizia che le portò via il figlio, iniziando allora, a piangere; come pure la presenza dell'amico George Robinson, con i suoi gesti quotidiani, fu inserito nel testo della stessa canzone. Per Bob Marley fu questo il modo di cantare: descrivere storie di vita quotidiana.



Nel ghetto di Trench Town, tra vita di strada e violenza, le giornate scorsero ascoltando la musica alla radio, ma anche all'insegna di grandi fumate di ganja la marijuana giamaicana, nel cutchie apposita pipa in terracotta: momenti di aggregazione utili per dare sfogo alla meditazione e soprattutto all'ispirazione musicale. La creazione dei testi appartenne a tutti, soprattutto dopo l'indipendenza del 1962, essa divenne uno strumento per esprimere parole di riscatto, che diede vita a nuovi generi musicali, come ad esempio lo “ska”, ispirato alla musica tradizionale giamaicana, al blues e al soul provenienti dal Sud degli Stati Uniti e all'imperante rock&roll: «Non avevamo i soldi per comprare i dischi e perciò ascoltavamo la radio e sentivamo tutto quello che passavano».



Il ritmo veloce dello ska, pare che nella calda estate del 1966 diede vita ad una nuova melodia, che iniziò a trasmettersi tra gli appassionati: legenda vuole, far risalire a questo motivo la nascita del “reggae”, con un ritmo più lento in levare e “ripetuto”. Stava nascendo per i giamaicani, uno “stile di vita” ed anche un'opportunità per uscire dalla povertà.



Nel 1960 Bob Marley, quindicenne, conobbe Peter Tosh e Bunny Wailer; la loro amicizia li portò a provare numerosi brani insieme:«Gli Wailers si sono formati intorno al 1960, abbiamo provato per tre anni; il primo disco è del 1963. A quel tempo c'erano Beverley Kelso, Cherry, Peter, Bunny e io... era fantastico! Era la prima esperienza con la musica e lavorando con grandi musicisti cercavamo di trovare le giuste armonie».



L'obiettivo fu quello di aprire una propria etichetta discografica, ma i soldi scarseggiarono e allora decise di andare negli Stati Uniti, dove fece anche l'operaio della Chrysler nei turni di notte, a Wilmington nel Delaware. Non amò affatto gli USA e i suoi ritmi di vita; non c'era un posto dove poter stare tranquilli: a contatto col profondo Sud, dove la presenza del Ku Klux Klan fu pressante, pronto sempre a rimarcare le differenze tra “white” e “colored”. Le manifestazioni per la libertà dei diritti con a capo Martin Luter King o Malcom X, lo incisero molto, facendogli crescere una profonda coscienza politica.



La sua storia agli inizi degli Anni Sessanta ebbe anche un’altra svolta, quando conobbe Alpharita Constantina Anderson, di cui si innamorò e sposò il 10 febbraio 1966 e da cui poi nacquero tre figli: Cedella, David e Damian. Bob aveva ventuno anni e Rita diciannove. Al ritorno dagli USA, alla fine degli Anni Sessanta, aprì la sua casa discografica come sperato, ma una nuova aria sembrò “respirarsi”; nei ghetti, una nuova filosofia di vita iniziò a diffondersi, che però creò per i seguaci una sorta di emarginazione ulteriore: il rastafarianesimo. Interpretazioni dei scritti biblici, che tra l'altro videro nella marijuana la “fonte di saggezza”, arrivando ad una più intima visione religiosa. A tal proposito Bob Marley non diede molta importanza agli effetti del ganja, fumandone con moderazione: «La marijuana è una pianta... voglio dire, le erbe sono buone per curare tante cose. Perché... perché tutte queste persone che vogliono fare del bene a tutti, si autodefiniscono governi. Perché dicono che non devi usare l'erba? Dicono non la usare, non la devi usare, perché... perché ti rende ribelle?».



La filosofia “rasta” fu intrapresa agli inizi del Novecento in Giamaica da Marcus Garvey, il più noto ambasciatore del panafricanismo, la cui missione fu quella di sconfiggere le superstizioni, sostituendole con la “rivelazione di Jah Rastafari“ l'incarnazione di Dio in terra, individuato nell'imperatore dell'Etiopia Hailè Selassiè, salito al trono nel 1930 e capace, secondo Garvey, di ricondurre in Africa tutti i discendenti degli schiavi africani sparsi nel mondo. A quell'epoca l'Etiopia fu uno dei Paesi africani non ancora occupati dai colonizzatori europei, ma le mire espansionistiche dell'Italia fascista non tardarono, in quanto, il nuovo territorio sarebbe servito come sfogo ai gravi problemi finanziari italiani ed inoltre, individuato come soluzione al problema di sovraffollamento della Penisola.



I rasta degli inizi Anni Settanta, si individuarono per la loro folta capigliatura a forma di “criniera di leone”, creatasi lasciando ingarbugliare e attorcigliare naturalmente le loro ciocche, in dreadlocks; 'esasperata interpretazione dei versi della Bibbia, che indicò di non procurare calvizie, né di accorciare le barbe e né di tagliare mai la propria carne. Anche a Bob Marley il rastafarianesimo lo ricongiunse al mondo arcaico della sua Africa, alla memoria della schiavitù e l'Etiopia per lui rimase la terra promessa:«Non ho religione, io sono come sono e sono un rastamen. Non si tratta di religione, questa è la vita».



Nel 1973 Marley, nonostante la popolarità raggiunta in Giamaica, al di fuori della sua Isola caraibica non godette della stessa notorietà: motivo per convincersi di lasciare la musica definitivamente. In quell'epoca andò a Londra ed ebbe modo di conoscere un giamaicano di origine inglese, Chris Blackwell produttore musicale, che intuì il talento di Bob e dei Wailers. Nacque l'album “Catch a fire” e fu epocale. La conquista dei cinque Continenti fu costruita con duro lavoro, nel rispetto delle convinzioni filosofiche giamaicane; una missione per conto di Dio, che Bob Marley alimentò quotidianamente. Una popolarità, che oltre alla musica fu accresciuta nella sua terra, per la bontà d'animo nei confronti di chi aveva bisogno; oltre tre mila persone furono aiutate da un umile Bob Marley, nel suo momento di massimo splendore artistico:«Il reggae esiste da sempre, ma quello che rende così importante questa musica, sono le parole. Capire i testi è indispensabile; le parole hanno un significato, magari c'è gente che sa di cosa parlano quei testi, gente invece, che non si è mai trovata in situazioni simili. Ma c'è moltissima gente che soffre, il popolo soffre e questa musica deriva dal popolo».



Aveva una grande aspirazione: vedere neri, bianchi, cinesi vivere tutti insieme, abbracciati. Era ormai un leader e quello che avesse detto o fatto iniziò a preoccupare anche la politica locale. Al punto che nel 1976, alla vigilia di un concerto per la sua gente a Kingston, subì un attentato assieme a sua moglie Rita e al suo manager; i giornali titolarono “Gunmen's night raid leaves Wailers manager Don Taylor, I-Threes' Rita Marley wounded”; fu “Ambush in the night”, nel rispetto del suo metodo musicale, a riportare i fatti di quel giorno, con il ritmo reggae: «Cerchiamo davvero di portare la pace; sappiamo... che non si risolvono i problemi con la guerra. Che cosa si risolve uccidendo qualcuno. A chi risolvi un problema, uccidendo qualcuno... Capisci quello che dico... Davvero io credo che l'unica soluzione sia la pace».



Dopo l'attentato fu invitato ad allontanarsi dalla Giamaica e andò “in esilio” a Londra fino al 1978, quando tornato nella sua Isola, riuscì a far compiere un gesto di democrazia, quello di fare stringere la mano in pubblico ai due contendenti politici Michael Manley ed Edward Seaga, che diverrà poi Primo Ministro.




I 27 giugno 1980 allo stadio San Siro di Milano, davanti ad un mare di gente, si dirà circa centomila spettatori, concluse la sua carriera artistica, raggiungendo l'apice del successo.



Questo piccolo uomo con la chitarra riuscì a lasciare dei messaggi di solidarietà molto profondi, che rimasero impressi per molto tempo nelle menti delle persone che lo seguirono in vita. Bob Marley non fu solo musica.






Fonte Rai Storia; per ulteriori approfondimenti cfr. T. White, “Bob Marley. Una vita di fuoco”, Feltrinelli, Milano 2002. Per vedere il servizio di Rai Uno del giorno del concerto a Milano del 27.6.1980, cliccate qui

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sabato 21 maggio 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 11:13
I manifestanti della Puerta del Sol di Madrid sfidano le autorità che hanno imposto un bando alle loro attività a partire dalla mezzanotte di oggi, per 24 ore, in vista delle elezioni amministrative di domenica.

Nella tarda serata, la Commissione elettorale ha infatti posto un divieto a manifestazioni e altri eventi collettivi per consentire la "pausa di riflessione" pre elettorale. Una decisione accolta dai ragazzi e non che da domenica scorsa occupano la piazza pacificamente con attivita' spontanee, spettacoli, giochi e seminari, con fischi e da tre striscioni srotolati dall'edificio piu' alto: "Democrazia", "la lotta nelle strade, non alle urne", "europei, sollevatevi!".

Proteste simili canalizzate in un movimento che si fa chiamare M-15, per 15 maggio, il giorno appunto in cui ha preso vita, sono iniziate anche a Barcellona, Saragoza, e numerose altre citta' del Paese. I ragazzi protestano contro il sistema politico spagnolo, a loro dire corrotto e al servizio delle banche e del capitale, chiedendone una riforma radicale. Il movimento si e' consolidato su Internet nei mesi scorsi, in risposta alla grave crisi economica che ha colpito il paese, portando il tasso di disoccupazione al 20 per cento, una cifra molto piu' alta fra il giovani.

Il primo ministro spagnolo Jose Luis Rodriguez Zapatero ha invitato i dimostranti spagnoli a rispettare sabato una giornata di riflessione e ha dichiarato che è sensibile alle preoccupazioni dei giovani che affrontano un tasso di disoccupazione oltre il 40%. Ma il premier ha aggiunto che la Spagna è passata attraverso altri momenti di crisi in passato e ha invitato gli spagnoli a non perdere la speranza, nonostante riconosca che ci vorranno anni per abbassare in maniera significativa il tasso di disoccupazione.

Con i manifestanti che affermano sempre più la loro esasperazione nei confronti del sistema politico spagnolo nel suo complesso, Zapatero ha detto che si sente il principale bersaglio delle ire della gente. "Senza ombra di dubbio, in qualita di primo ministro mi devo sentire come la persona pi· esposta alle critiche", ha detto Zapatero.

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giovedì 19 maggio 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 11:09
Fellini la sapeva lunga. Una delle sue numerose opere prime, il film “Roma” del 1972, è un ritratto della città per metà documentario e per metà ricordi autobiografici. Nel film il grande cineasta italiano riuscì a inserire un’intera sequenza surrealista, sempre con l’accompagnamento musicale del suo geniale partner, Nino Rota. Una sequenza che all’epoca, ci scommetto, invece di far discutere fu proibita in alcuni paesi.

Posso garantire, questo sì, che la sequenza integrale, che dura quasi 10 minuti, si può trovare su Youtube con quasi 200 mila accessi, e merita di essere vista più volte. Si trattava né più né meno di una sfilata di modelli ecclesiastici per i membri delle diverse gerarchie ecclesiastiche.

Se fossi un uomo timorato direi che la vita imita l’arte. Ebbene, lo penso e lo scrivo: la vita imita l’arte. Vediamo come.

Lunedì scorso nell’isola vulcanica di Pantelleria, nella stessissima e maschilista Sicilia che partorì la Mafia, ha avuto luogo quello che quattro decenni fa molti definirono un delirio felliniano. Sulle sponde del Mediterraneo si sono tenute le prove per una sfilata di moda ecclesiastica, grazie allo spirito da precursore del vescovo Domenico Mogavero, 64 anni, e all’impareggiabile creatività dello stilista Giorgio Armani, che nell’isola possiede una lussuosa residenza degna della sua griffe.

Ora si chiarisce il fatto che l’evento silistico è stato riconosciuto dalla Chiesa Cattolica come una specie di via crucis che finirà sulle passerelle del mondo intero, con l’obiettivo, si suppone, di raggiungere tutto il clero del pianeta. Una specie di Nike con sacrestani, turiboli, candele e tutto il restante armamentario cattolico.

Un dettaglio importante: la comunità religiosa siciliana, anche se non ha emesso sospiri e gridolini, non ha applaudito né ha scattato foto coi cellulari, ha gradito molto l’abbigliamento del vescovo, che da quattro anni esercita il mandato sacerdotale nella regione di Mazzara del Vallo.

Il sacerdote fotomodello ha usato, per l’occasione più che d’avanguardia, una tunica di seta verde decorata con i simboli dei prodotti che hannno reso celebre l’isoletta (e che cambieranno): vigne, grano, conchiglie e stelle marine. Tutto sotto la sagace direzione di Armani.

Il vescovo Mogavero ha dichiarato alla comunità parrocchiale e alla stampa che il fatto, in senso lato, non aveva niente a che vedere con il tentativo di portare le firme nella Chiesa o di introdurre l’uso della moda e degli stilisti. Secondo lui la cosa era più semplice: “usare qualcosa di bello per rendere omaggio a Dio”.

E, come se stesse concedendo un’intervista a un giornale di quel genere che dice di non frequentare, ha proseguito: “le vesti sono del miglior gusto possibile, fatte di un tipo di seta delle più sobrie, e danno un’idea della solennità dell’occasione”. L’occasione, nello specifico, era l’inaugurazione di una nuova chiesa locale.

Giorgio Armani, meno accessibile ai giornalisti del vescovo Mogavero, non ha avuto nulla da aggiungere, tranne il fatto che sono 37 anni che trascorre le vacanze nella regione, avendo perciò deciso di costruirvi la sua villa. Anche la villa, con ogni probabilità, è del miglior buon gusto possibile.

Un giornale italiano ha ricordato il fatto che il vescovo era un libero pensatore nelle materie sacre, e che in precedenti occasioni aveva veementemente invitato il primo ministro Silvio Berlusconi a dare le dimissioni per i vari coinvolgimenti negli scandali sessuali, e aveva rimproverato i siciliani incitandoli ad una maggiore tolleranza nei confronti dei fratelli immigrati, generalmente tunisini. La loro patria, la Tunisia, è proprio là davanti, dall’altra parte del Mediterraneo, molto più vicina alla Sicilia che al continente italiano.

Mancano di fondamento le voci secondo cui, come Clóvis Bornay, Evandro de Castro Lima e altre leggendari personaggi del nostro sacro Carnavale del tempo che fu, il vescovo o altri membri della sua comunità stiano pensando a dare un nome ai nuovi paramenti, del tipo “Cattedrale Sommersa”, “Sinfonia vulcanica”, o similari.

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domenica 15 maggio 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 11:16
I confini interni all’UE devono essere di nuovo sottoposti a controllo? La Francia e l’Italia vogliono arginare così l’ondata di profughi – ciò è causa di accese critiche in Germania da parte dei convinti sostenitori dell’Europa. La cancelliera Merkel dovrebbe immediatamente bloccare il progetto, chiedono i politici del governo e dell’opposizione.

Berlino – La cancelliera si è trovata ultimamente in continuo contrasto con Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy. Una volta si è trattato del conflitto in Libia, una volta del salvataggio dell’Euro. Ora si paventa un nuovo motivo di contrasto: il tentativo del capo di governo italiano e del presidente francese di porre dei limiti al trattato di Schengen provoca in Germania una massiccia resistenza, sia nelle fila del governo che da parte dell’opposizione.

L’appello alla Merkel viene da tutti i partiti: il governo federale deve fare tutto il possibile affinchè resti inviolata la libertà di circolazione all’interno dell’UE. “Via le mani da Schengen”, è lo slogan.

Berlusconi e Sarkozy nelle prossime settimane vogliono convincere la maggioranza degli stati dell’UE sulla necessità della modifica del trattato di Schengen – l’iniziativa comune si basa sulla loro interpretazione della preoccupante situazione dei profughi in Italia e Francia. Entrambi i paesi, che si affacciano sul Mediterraneo, sono particolarmente coinvolti nell’ondata di immigrazione proveniente dal Nord Africa. Tuttavia il tentativo di Roma e Parigi sembra essere motivato anche da strategie di potere, poiché sia Berlusconi che Sarkozy sono fortemente sotto pressione a casa loro. Vogliono “recitare il ruolo di paladini dei confini territoriali”, scrive in un articolo su Spiegel Online il parlamentare europeo dell’FDP Alexander Graf Lambsdorff.

Finora il trattato di Schengen ha avuto solo delle restrizioni transitorie: “in caso di eventi programmati”, come i mondiali di calcio del 2006 o il vertice del G8 nel 2007. Oppure nel caso in cui “siano messi in pericolo l’ordine pubblico e la sicurezza” – Roma e Parigi vogliono ridurre questi ostacoli.

L’approvazione di Berlino appare finora del tutto possibile – in ogni caso il ministro degli interni Hans-Peter Friedrich questa settimana si è mostrato abbastanza favorevole alla modifica dello stato di fatto. Il politico del CSU ha chiesto in compenso, di allentare le misure restrittive in vigore. In casi estremi, ha dichiarato Friedrich, dovrebbe essere possibile, negli stati europei, poter di nuovo fare dei controlli al confine. Il portavoce del governo Steffen Seibert si è espresso in maniera più pacata, definendo Schengen” un grande successo a livello europeo”, che il governo tedesco vuole chiaramente difendere. E il ministro degli esteri, attuale leader dell’FDP, Guido Westerwelle, ha avvertito persino che è in gioco la libertà di circolazione. In ultimo: solo dalla cancelliera stessa manca una parola chiara a favore di Schengen.

Ruprecht Polenz, uomo della CDU: “L’Unione Cristiano Democratica deve essere all’altezza della sua fama”.

Secondo il deputato della CDU Ruprecht Polenz la faccenda è chiara: „Schengen è uno degli aspetti positivi della vita quotidiana di un sacco di milioni di europei, anche di milioni di francesi ed italiani”. Bisogna fare attenzione “se si vuole cambiare qualcosa nel trattato di Schengen”, afferma il presidente del comitato per gli esteri. “Non bisogna abbattere la scure sul pilastro portante dell’europeismo”. Polenz ritiene che il suo partito, e quindi anche la cancelliera Merkel, si debba sentire chiamato in causa in prima persona: “La CDU deve essere all’altezza della sua fama di partito europeista”. Il governo federale dovrebbe” chiarire che la Germania non condivide i tentativi di Sarkozy e di Berlusconi”.

Anche dai partner di coalizione arrivano parole chiare. “Non c’è nessuna necessità di una presa di posizione su Schengen” dichiara il deputato della FDP e esperto di questioni interne Hartfrid Wolff – questi non vede “alcun bisogno di interventi correttivi”. Il regolamento vigente è sufficiente a gestire la situazione dei profughi. Wolff si augura che da parte del ministro agli interni Friedrich “arrivi maggior obiettività nel trattare la questione”.

L’opposizione è sul chi va là, esige un chiaro riconoscimento del principio dell’abolizione delle frontiere. “Il tentativo da parte degli italiani e dei francesi è uno spettacolo condotto da due politici stressati” dichiara Martin Schulz, capogruppo parlamentare dei socialisti al parlamento europeo. ”Il trattato di Schengen prevede sufficienti strumenti per tali questioni. Non si può sostituire un documento politico, insufficiente con continue discussioni sul trattato.” Il governo tedesco inoltre non assume una chiara posizione. “ Esso dovrebbe compensare una messa in scena con la politica e opporsi al tentativo.” Anche il vice capogruppo parlamentare del governo Axel Schäfer pretende un chiaro no dalla Merkel. “Non c’è assolutamente alcuna necessità di limitare la libera circolazione tra gli stati dell’UE”. Chi reagisce così alla crescente pressione della immigrazione, agisce in modo del tutto spropositato, ha dichiarato il politico della SPD.

„Ora si vuole opporre un inasprimento delle regole alla carenza della politica della UE, con un occhio di riguardo alla situazione dei profughi,” ha affermato il capogruppo parlamentare dei verdi Jürgen Trittin in riferimento al tentativo italo-francese. “Non si può dare uno scrollone al trattato di Schengen” – al governo tedesco è stato consigliato saggiamente di non sacrificarlo per appianare un meschino diverbio politico interno da parte della Francia e dell’Italia”. Attacca duramente il ministro degli interni Friedrich. “La CSU sembra diventare sempre più una propaggine tedesca della Lega Nord”. La leader dei verdi Claudia Roth esige:” Il governo federale deve prendere chiaramente le distanze dai progetti di Sarkozy e di Berlusconi – tutto il resto sarebbe politicamente irresponsabile.

Situazione non certo piacevole per la cancelliera. Tanto più che i tempi stringono: già il 4 maggio la commissione UE vuole un rapporto sull’argomento – e potrebbe essere messo all’ordine del giorno nel prossimo vertice degli stati membri il 24 giugno. La Merkel deve decidersi presto sul rischio del doppio conflitto con Roma e Parigi.

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