sabato 30 aprile 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 11:21
L’Italia e la Francia vogliono modificare Schengen, in modo da dover accogliere il minor numero di profughi possibile. Lo scopo è riallacciare un rapporto di buon vicinato in pezzi – e rispondere al populismo di destra in entrambi i paesi.

La tanto proclamata amicizia tra francesi ed italiani in questi giorni ha bisogno di molte attestazioni verbali per appianare le enormi questioni sui profughi nordafricani, sull’intervento militare in Libia e sulle aspre acquisizioni economiche che oltrepassano i confini dell’economia privata.

Nicolas Sarkozy è stato costretto martedì a Roma a dare dimostrazione della „immensa gioia“ che lo travolge, quando viene in Italia, questa “terra ospitale” che è nel cuore di ogni francese, terra così culturalmente vicina al presidente francese. E l’ospite Silvio Berlusconi buttava qua e là, alla fine della conferenza stampa, un “Si Nicolas!” oppure un “Sono d’accordo!”, con quel francese senza accento che ha appreso quando da giovane faceva il cantante sulle navi da crociera. Tuttavia l’armonia era tutta una farsa. Il vertice di ieri è da considerarsi una seduta anticrisi, convocata frettolosamente, per mitigare il calo dei voti della settimana scorsa.

Apertamente sotto pressione della destra

Particolarmente acceso è stato lo scontro sulla vicenda dei migranti dal Nord Africa – con quei circa 26.000, in maggioranza profughi tunisini, che, in genere con mezzi di fortuna e a rischio della propria vita, sono sbarcati negli ultimi tre mesi sull’isola di Lampedusa. Se consideriamo le storiche sommosse in territorio arabo non sono poi molti. Tuttavia i governi italiano e francese, entrambi di destra, sembrano essere apertamente sotto pressione da parte degli altri partiti ancora più a destra e hanno paura ad accogliere migranti in questo periodo di crisi: Berlusconi deve confrontarsi con le richieste xenofobe della Lega Nord; e le possibilità di rielezione di Sarkozy nel 2012 sono in calo mentre il Fronte Nazionale di Marine Le Pen continua ad incontrare un largo consenso nei francesi.

Naturalmente non vogliono mostrare il proprio lato debole. Quando l’Italia ha iniziato due settimane fa a concedere dei permessi temporanei, per l’accesso in tutta la zona Schengen dei tunisini, che per la maggior parte aspirano ad arrivare in Francia, sono stati soprattutto i “fratelli” francesi ad irritarsi. Sarkozy ha fatto bloccare nella stazione ferroviaria di Nizza i tunisini che provenivano con il treno regionale dalla vicina Ventimiglia e li ha rispediti subito in Italia.

Una mano lava l’altra

Alla fine si sono messi d’accordo per cambiare bersaglio e smetterla di scontrarsi tra loro. Nella dichiarazione congiunta inviata alla commissione europea di Bruxelles, essi invitano i membri europei a rivedere con urgenza il trattato di Schengen. Si tratterebbe, per quanto possibile, di poter effettuare in “circostanze particolari” controlli alla frontiera dei paesi della zona Schengen. Non si tratterebbe di sospendere il trattato, ma solo appianare le difficoltà. Forza motrice di questa riforma è il presidente francese. “E’ assolutamente normale voler fare dei cambiamenti”, ha dichiarato Sarkozy, “noi certamente crediamo alla libera circolazione delle persone, ma c’è bisogno di nuove regole”.

L’accordo tra fratelli sulla questione dei profughi e l’attacco a Bruxelles, che è piaciuto soprattutto a Parigi, è stato ricompensato con un altro favore: Sarkozy appoggerà in cambio la candidatura di Mario Draghi, Governatore della Banca d’Italia, a Governatore della Banca Centrale Europea. L’Italia da parte sua parteciperà all’intervento militare in Libia, così come auspicavano gli iniziatori dell’operazione, cioè i francesi. A Roma quindi si sono ringraziati reciprocamente di tutti i favori con tanti paroloni. Un’impressione troppo entusiastica per sembrare vera.
 
venerdì 29 aprile 2011, posted by roberto.bonuglia at 12:29
Si è conclusa lo scorso 24 aprile la mostra “Quando i fili diventano quadri” allestita nella suggestiva location del Forte Sangallo e svoltasi con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura ed alla Pubblica Istruzione della Città di Nettuno.


L’Artista che ha impreziosito i locali del Forte con le sue geometriche e colorate opere è Sandro Battiloro: aquilano adottato da Nettuno dopo il sisma che ha distrutto la sua città natale due anni fa. L’originalità del percorso espositivo era assicurata dalla cura e dalla precisione con la quale ogni realizzazione poteva essere goduta dal visitatore grazie anche alla complicità dei giochi di luce e degli arredi del Forte, in simbiosi perfetta con le forme plasmate dall’Artista.

Una sorpresa sono stati anche i materiali usati da Battiloro: chiodi e fili di cotone fissati su tavole di legno usati per dare forma a studi geometrici di cui si potevano in taluni casi apprezzare anche i bozzetti su carta millimetrata.

L’Arte può essere astratta, simbolica, realistica, ma anche geometrica e in questo senso la mostra che dal 18 al 24 aprile ha ospitato l’ultimo comune a sud della provincia di Roma è stata davvero significativa.

La String Art – alla quale le opere di Battiloro appartengono – è si avvale di materiali e tecniche semplicissimi, per creare disegni leggeri, aerei e trasparenti, strutture soltanto apparentemente complesse e forme geometriche perfezionate che superano i confini tradizionali dell’arte e diventano tridimensionali.

Questa forma artistica, in Italia, è stata ripresa verso la fine degli anni sessanta «da un gruppo di artisti, i quali, con l’aggiunta di colori e altri materiali, riescono a creare delle opere che vanno oltre il valore didattico» e, come in questo caso, suggestionano anche con materiali del tutto originali e in tema con la location (un esempio su tutti, l’uso delle conchiglie) il visitatore e l’utente finale.

E lo fanno con una immediatezza che rende fruibile l’opera in modo semplice e diretto ossia nel modo migliore per trasmettere emozioni, come l’obiettivo dell’arte impone.

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domenica 24 aprile 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 09:09

A tutti i nostri lettori, auguri di Buona Pasqua da parte di tutta la redazione del
Khayyam's Blog

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mercoledì 20 aprile 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 12:31
A Las Vegas i giocatori pesanti – quelli che potrebbero sbancare il casinò o finire al verde – sono chiamati “le balene”. Per l’Unione Europea, la balena è l’Italia.
Il degrado economico e i debiti transalpini hanno raggiunto tali livelli che la moneta unica e la UE dipendono in larga misura dal suo futuro.

La settimana scorsa il Portogallo è stato l’ultimo paese a soccombere alla crisi del debito europeo e a chiedere aiuto estero. La differenza è che questa richiesta è stata ben accolta dalle autorità europee visto che è un pesce piccolo rispetto al’Italia. Nel caso di un pesce grosso come la Spagna voglio sperare che l’UE potrà, nonostante tutto, gestire il suo eventuale deficit. L’Italia, tuttavia, è troppo grande per essere riscattata.

Il “circo” di Berlusconi ha distratto l’opinione pubblica italiana allontanando lo sguardo dall’economia reale, ma nell’ambiente imprenditoriale e finanziario si ritiene che la crisi del debito finirà per coinvolgere il paese. Il debito italiano attualmente arriva a circa il 120% del PIL, un valore superiore a quello che avevano Grecia, Irlanda e Portogallo quando sono stati obbligati a chiedere aiuto.

L’Italia è riuscita a contenere gli interessi sul debito e a finanziarsi sui mercati internazionali, ma c’è chi sostiene che la situazione attuale sia gestibile solo in un contesto di bassi tassi di interesse. Si stima che ogni rialzo di mezzo punto del tasso di interesse aggiunge 10 miliardi di euro al costo annuale degli interessi sul debito. Nel frattempo la Banca Centrale Europea ha aumentato il tasso d’interesse di 25 punti base, decisione che secondo i più pessimisti può gettare il paese nell’austerità e rendere il debito assolutamente intollerabile.

La soluzione ottimista è possibile. L’Italia ha livelli di debito alti, ma ha anche un livello di risparmio elevato. La maggior parte del debito italiano continua ad essere comprato dal paese stesso e le banche italiane si sono mostrate più prudenti delle loro consorelle tedesche o britanniche. È importante sottolineare che l’Italia ha livelli di debito elevati da vari decenni e che il deficit si mantiene moderato, cioè poco al di sopra del 4% del PIL.

L’Italia, come il primo ministro Silvio Berlusconi, sembra essere sempre sull’orlo del disastro, ma il motto del Cavaliere ha prevalso: “C’è sempre una via d’uscita”. Finora la ragione è stata dalla sua parte, ma attualmente i teorici si dividono. Berlusconi è a favore dell’introduzione di restrizioni, mentre il governo preferisce la via dell’inflazione. Il futuro di Berlusconi è nelle mani degli elettori e dei giudici italiani, mentre l’economia italiana potrà diventare ostaggio degli investitori stranieri, dei banchieri centrali di Francoforte e dei politici di Berlino.

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martedì 19 aprile 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 14:16
Il Segretario Generale Ban-Ki-moon ha affermato, mentre chiedeva ancora una volta l’immediata cessazione dei combattimenti, che gli inviati delle Nazioni Unite in Libia hanno raggiunto un accordo con le autorità per istituire una presenza umanitaria nella capitale Tripoli.

Quasi mezzo milione di persone hanno lasciato il paese nelle recenti settimane da quando sono scoppiati gli scontri tra le forze governative e i ribelli per cercare di cacciare il Colonello Mummar Al Gheddafi. Inoltre circa 330.000 persone sono state sfollate a causa dei disordini cominciati all'inizio di quest’ anno.

È assolutamente necessario che le autorità libiche smettano di combattere, e di uccidere persone", ha detto Il Segretario Generale durante una conferenza stampa congiunta a Budapest con il Presidente ungherese Pál Schmitt, ribadendo che la prima priorità consiste nel raggiungere un cessate il fuoco immediato ed efficace. La seconda priorità, ha aggiunto, è quella di estendere l'assistenza umanitaria delle Nazioni Unite alle persone bisognose.

L'accordo per stabilire una presenza umanitaria a Tripoli è stato raggiunto nel corso di una visita nella capitale da parte del Vice Segretario Generale dell’ONU per gli affari umanitari Valerie Amos e l’Inviato Speciale del Segretario Generale, Abdel Elah al-Khatib. Le Nazioni Unite hanno già stabilito una presenza umanitaria nella città in mano ai ribelli di Bengasi.

Durante la loro visita Abdel Elah al-Khatib e Valerie Amos hanno incontrato gli alti funzionari governativi, compresi il Primo Ministro Mahmoud Al-Baghdadi e il Ministro degli Esteri Abdel Ati Al-Obeidi.

Il Vice Segretario Generale e l’Inviato Speciale dell’ONU hanno ribadito la forte condanna da parte della comunità internazionale dell'uso della forza contro i civili e hanno esortato le autorità libiche a fermare immediatamente gli attacchi militari contro tutte le parti del paese, soprattutto a Misurata, dove si ritiene che le condizioni siano molto pesanti, e a facilitare la consegna dell’assistenza umanitaria a tutti i bisognosi.

Ban Ki-moon ha avvertito la scorsa settimana che, secondo lo scenario peggiore, ben 3.6 milioni di persone potrebbero eventualmente richiedere l'assistenza umanitaria, sottolineando la necessità di mobilitare tutti i mezzi a disposizione della comunità internazionale, compresi i militari, per ottenere aiuti a coloro che ne hanno bisogno.

Le Nazioni Unite e i suoi partner hanno lanciato un appello per 310 milioni dollari per fornire un assistenza umanitaria vitale per le persone colpite dalla crisi in Libia. Finora ha ricevuto il 41 per cento dei finanziamenti necessari.

Il combattimento in Libia iniziato come protesta contro il regime di Gheddafi, fa parte di un più vasto movimento pro-democrazia in tutto il Nord Africa e del Medio Oriente che ha portato alla caduta dei regimi di lunga data in Tunisia e in Egitto.

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mercoledì 13 aprile 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 10:49
La valanga di rifugiati arabi verso l’Italia destabilizza la UE tra l’impotenza e l’egoismo nazionale

Se l’Unione Europea non ha una politica estera né una politica della difesa comune, non ci si può stupire che non l’abbia neanche quando una miriade di nordafricani cerca di raggiungere le sue coste, in questo caso l’isola di Lampedusa e il sud Italia.

Sono già circa 25.000 i disperati che nelle ultime settimane hanno raggiunto la relativa sicurezza di un campo italiano, fuggendo dalla violenza scatenata intorno alle rivolte popolari di Tunisi e della Libia.

E continuano ad arrivare. Roma sostiene, comprensibilmente, che il problema deve essere considerato in un’ottica generale europea. Oggi (11 Aprile 2011, N.d.T.) il Consiglio dei Ministri degli Interni della UE tratterà l’argomento in Lussemburgo, ma la poca fretta nel convocare la riunione non fa presagire accordi né soluzioni generose.

Le negoziazioni si muoveranno su due piani ben conosciuti: accordi con i Paesi dai quali proviene la fiumana di persone, che consistono in pratica solo in un pedaggio a fondo perduto affinché il Paese in questione renda difficile o impedisca il transito, e la ripartizione tra gli Stati membri degli immigrati arrivati di recente.

Tuttavia le prospettive sono cupe. La Francia nega il permesso d’ingresso ai rifugiati senza documenti – tutti gli attuali – sebbene abbiano ottenuto il permesso di permanenza temporanea in Italia, cosa che vìola l’accordo di Schengen secondo il quale una volta entrato legalmente nella UE, qualsiasi extracomunitario ha diritto di spostarsi liberamente all’interno del territorio dei Ventisette.

L’unica cosa su cui Roma e Parigi sono stati in grado di trovare un accordo sino ad oggi è la pratica di pattugliamento navale congiunto nel Mediterraneo centrale al fine di sbarrare l’accesso a questa immigrazione indesiderata. In entrambi i casi vi sono obiettivi elettorali poco graditi: in Francia le presidenziali del 2012 e in Italia le amministrative di quest’anno.

Ai dirigenti delle principali potenze europee – tra cui la Spagna – è stata riempita la bocca con dichiarazioni retoriche sull’appoggio concesso alle rivolte democratiche del mondo arabo. Un modo di prestare aiuto sarebbe accogliere questi rifugiati in forma equa tra gli Stati cooperando nel frattempo con i Paesi coinvolti affinché la stabilizzazione della situazione ne permetta quanto prima il rientro.

Così forse si eviterebbero tragedie come quella della barca libica che mercoledì scorso si è capovolta ad alcune miglia da Lampedusa, con la perdita di più di 200 vite. La UE non può guardare dall’altra parte.

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martedì 12 aprile 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 11:11
Bulgari continuerà ad avere il suo negozio più grande in via Condotti, dove i suoi gioielli brillano da un secolo, ma i romani si dovranno abituare all’idea che non è più una griffe italiana ma francese. Comunque, se è persa la guerra per l’italianità dell’insegna, l’Italia si prepara a difendere un’altra grande impresa, la Parmalat. Al governo non è piaciuto il fatto che la Lactalis comprasse le azioni e acquisisse la maggioranza nell’industria di latticini, e ha chiamato l’ambasciatore francese al Ministero degli Esteri per avere spiegazioni. Non si deve pensare che sia un’altra polemica di Berlusconi per rinfocolare la rabbia antifrancese al fine di distogliere l’attenzione dai suoi scandali. Anche Romano Prodi, rivale di Berlusconi in alcune elezioni e due volte capo di un governo di centrosinistra, è favorevole a una legislazione in difesa dell’italianità di determinati marchi.

Non è un fenomeno nuovo questo mutamento di nazionallità di marchi mitici. Molti americani ancora si riconderanno dello choc di vedere nel 1989 la Columbia, casa di produzione di film come Il ponte sul fiume Kwai, passare nelle mani della Sony. E le auto della Volvo già da molto tempo non sono più svedesi (la prima fu la Ford), ora appartengono ai cinesi di Geely. Ancora. Nel 2010 i sudditi britannici hanno dovuto accettare che la Cadbury fosse comprata dalla Kraft, la rivale americana. Creata nel secolo XIX, l’impresa aveva conquistato il cuore del paese quando la regina Vittoria la dichiaro’ fornitrice di cioccolato della Corona. Gli stessi francesi non poterono fare nulla in difesa della Yoplait, e ora il gigante dello yogurt appartiene all’americana General Mills.

Ma se non tutte le guerre possono essere vinte in questa economia globale, non significa che non ci siano armi per difendersi. Il capo della diplomazia italiana ha già dichiarato che studierà la legislazione del mondo intero. Tremonti dice di aver scoperto che il Canada dal 1986 possiede una legge che protegge le imprese strategiche dall’avidità dei vicini. E gli stessi Stati Uniti hanno creato anche loro una muraglia di leggi, come è provato dalle obiezioni del Congresso nei confronti dell’acquisto dell’impresa tecnologica 3Leaf dai cinesi di Huawey. Oltre al fatto che si tratta di un affare di appena 2 milioni di dollari, basta una telefonata della Huawey ai militari per avere minaccia di veto.

Nel caso di Bulgari è stata la LVMH, che vende (marchi di lusso), dalle valigie Louis Vuitton agli champagne Möet & Chandon, a pagare 3,7 milioni di euro per il marchio creato da un immigrato greco. I discendenti di Sotiris Vulgaris sono rimasti soci di minoranza, ma questo per l’Italia non conta molto. Il fatto è che il paese ha capito che, anche in tempo di crisi, spesso vendere di fretta gli anelli non sempre salva le dita.

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domenica 10 aprile 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 11:35
Supponiamo che in Europa venga a mancare la volontà politica di salvare l’euro. Il Financieele Dagblad ha intervistato otto esperti e qui delinea lo scenario.

Il Portogallo traballa, gli irlandesi protestano per ottenere uno sconto sugli interessi del loro prestito d’emergenza, il debito greco sembra inarrestabile e la Spagna affronta un enorme problema bancario. Il vertice europeo di giovedì e venerdì avrebbe dovuto trovare una soluzione definitiva per la crisi dell’euro, ma i problemi non sono affatto risolti.

Finora, i leader della UE sono sempre riusciti a trovare una soluzione all’ultimo momento. Ma cosa succederebbe se prima o poi non riuscissero? Grecia e Irlanda sono già attaccati alla flebo. Supponiamo che si aggiunga il Portogallo e poi la Spagna, e che la cassa del fondo comune si svuoti. Supponiamo anche che Belgio e Italia continuino a non far niente riguardo ai loro altissimi debiti pubblici. Infine supponiamo che l’Italia inizi a sperimentare acute difficoltà di finanziamento. Il premier Berlusconi ha bisogno di decine di miliardi. Cosa succederebbe se durante un’ennesima emergenza i capi di governo, riunitisi prima del fine settimana, concordassero sulla necessità di salvare l’euro, ma non riuscissero a raggiungere un accordo politico? Quale scenario si svilupperebbe?

Nel periodo che precede questo disastroso vertice d’emergenza, i tassi d’interesse pagati dai Paesi del Sud Europa sono aumentati, l’euro ha incassato dei duri colpi e ora oscilla intorno a $1,20, e cresce il numero delle banche che si preparano a uno scenario d’emergenza. Gli elettori tedeschi si agitano, il cancelliere Angela Merkel è impavido. Il premier Mark Rutte è andato a Bruxelles molto di mala voglia. Il vertice sta per concludersi e la soluzione è ancora lontana.

Domenica ore 23:00 Wellington, Nuova Zelanda
Apre il primo mercato. Gli investitori leggono relazioni pessimistiche sul vertice d’emergenza e prevedono un esito negativo. L’euro viene immediatamente attaccato. Dalla sua sede di Hong Kong, la banca d’affari Goldman Sachs inonda il suo agente sul posto di ordini di vendita. Gli investitori vogliono dollari. La piazza di Wellington è piccola, perciò il danno è ancora limitato.

Lunedì ore 0:50 Bruxelles
Nel palazzo Justus Lipsius, tra i capi di governo regna un’atmosfera ostile. È da venerdì che cercano una soluzione, ma il rifiuto da parte di Berlusconi di effettuare drastici tagli di bilancio e di pagare un pesante tasso d’interesse sugli aiuti di emergenza ha suscitato collera. I leader politici sono divisi. In precedenza tutti tendevano a voler salvare l’euro ad ogni costo, ma ora non c’è più margine d’azione. Merkel, Berlusconi e gli altri si rendono conto che durante i prossimi giorni avrà luogo un dramma finanziario. Fra pochi minuti apriranno i mercati finanziari asiatici. La sala di riunione è pressoché vuota. Nei corridoi, i capi di governo parlano febbrilmente al telefono con i loro ministri e con le autorità di controllo dei mercati finanziari nazionali. Fra un paio d’ore aprono le Borse in Europa. Non sarebbe meglio tenerle chiuse? Le azioni delle banche quotate in borsa e delle compagnie assicuratrici cadranno in picchiata, sicuramente quelle italiane, spagnole e belghe. A Francoforte è da un po’ che vedevano arrivare la crisi. La Banca Centrale Europea (ECB) farà tutto il possibile per mantenere in vita la moneta unica, la sua ragion d’essere.

ore 1:00 Tokyo
Le cattive notizie si sono diffuse rapidamente grazie alle agenzie di stampa Reuters, Bloomberg en Dow Jones: il vertice è fallito. L’Italia non riceverà aiuti e l’Europa è sprofondata in una grave crisi politica. Il calo dell’euro continua con sempre maggiore velocità e scende sotto il limite di guardia di 1$. Gli investitori che ancora vogliono investire nell’Eurozona ora lo fanno solo in forma di titoli di stato tedeschi o olandesi. Gli investitori cercano di liberarsi di tutte le altre obbligazioni europee, nei limiti della domanda ancora esistente per queste ultime. La BCE compra tutto quello che le viene a tiro. Anche la Federal Reserve americana, la Bank of Japan e le banche centrali cinese e russa comprano euro e vendono altre riserve monetarie nel tentativo di sostenere l’euro. Le Borse asiatiche affondano. Sono soprattutto i titoli bancari a cadere in disgrazia.

ore 6:30 Amsterdam
Il nuovo presidente dell’Autorità Mercati Finanziari olandese (AFM), Roland Gerritse, si consulta febbrilmente con il Ministero dell’Economia e con la Banca Centrale Olandese (DNB), sull’eventuale chiusura dei mercati. Chiuderli è un passo molto drastico, poiché disturba enormemente i mercati finanziari. Ma anche aprire comporta rischi enormi, poiché i titoli bancari potrebbero crollare completamente. Con tutte le conseguenze del caso che ciò comporterebbe.

ore 9:30 Amsterdam
I mercati vengono infine aperti. Le autorità di vigilanza teme temono che altrimenti avrebbe luogo un fiorente commercio al di fuori della Borsa, commercio che sarebbe impossibile tenere sotto controllo se le Borse venissero chiuse.

ore 9:30 Francoforte
Dal suo bunker, la BCE controlla attentamente il mercato dei titoli di Stato e il mercato monetario. I derivati sui titoli di Stato schizzano in alto, l’euro perde ulteriormente valore e i tassi d’interesse sul debito di quasi tutti i Paesi europei raggiungono livelli record. Nessuno vuole continuare a fare da garante per i Paesi deboli della UE. Gli investitori cercano in massa modi per coprire i loro rischi. Si rifugiano soprattutto in titoli americani a breve termine.

ore 10:30 Francoforte
Il mercato delle obbligazioni di Stato di Paesi europei è totalmente fermo. Si negoziano solo i titoli di Stato tedeschi e olandesi. I tassi d’interesse su titoli tedeschi e olandesi raggiungono il minimo storico. Le banche sono immediatamente nei guai. Nelle loro transazioni reciproche usano le obbligazioni di Stato come garanzia, e queste ultime sono ormai invendibili. Le banche europee si rivolgono alla BCE per ottenere liquidità. Nel corso di una riunione d’emergenza, la direzione della BCE decide di aprire le chiuse e di assicurare liquidità illimitata. Il proposito di operare con neutralità senza aumentare la quantità di moneta viene abbandonato. Non vengono più imposti vincoli di garanzia.

ore 11:30 Parigi
Come previsto, le azioni bancarie crollano in tutta Europa. La loro caduta di valore è così drammatica che le transazioni vengono temporaneamente bloccate in modo automatico per BNP Paribas e altre banche. Anche altrove in Europa il la negoziazione di azioni bancarie procede a singhiozzo.

11:30 Berlino
Il Cancelliere Angela Merkel tiene una conferenza stampa. Cerca di porre freno al panico crescente. È però costretta a difendere la posizione intransigente da lei tenuta al vertice di crisi. Merkel suggerisce che l’Italia potrebbe uscire dall’euro. Stazioni televisive di tutto il mondo interrompono le loro trasmissioni regolari e trasmettono ininterrottamente notizie sul crollo dei mercati finanziari in Europa. In tutti i Paesi europei è possibile seguire in diretta la conferenza stampa del presidente della BCE, Jean-Claude Trichet. Quest’ultimo annuncia che la banca centrale offrirà sostegno illimitato alle banche per evitare il crollo del sistema finanziario

ore 12:00 Bruxelles
Il Presidente della Commissione Europea, José Barroso, entra in sala stampa. Esprime fiducia in merito alla risoluzione della crisi. Sottolinea di essere in contatto continuo con Merkel, con il Presidente francese Nicolas Sarkozy e con il premier Berlusconi.

ore 12:30 Amsterdam
Le azioni bancarie trascinano nella loro caduta l’intera Borsa. Sono in forte ribasso soprattutto le compagnie assicurative. I dirigenti di compagnie assicurative e di fondi pensionistici si riuniscono per consultazioni d’emergenza. Vedono il valore dei loro portafogli d’investimento crollare a tutta velocità. Dick Sluimers, presidente del maggiore fondo pensionistico olandese, APG, si mette in contatto con Nout Wellink, presidente dellla DNB (Banca Centrale Olandese, N.d.T.) e con il ministro per gli Affari Sociali, Henk Kamp. Sluimers è molto preoccupato perché riesce a malapena a coprirsi da ulteriori movimenti dei prezzi verso il basso sul mercato. L’ideale per lui sarebbe vendere le obbligazioni di Stato di tutti i Paesi del Sud Europa per comprare in massa titoli di Stato tedeschi. Ma nessuno vuole comprare i suoi ‘titoli spazzatura’.

ore 14:30 Bologna
La televisione italiana mostra immagini di lunghe file davanti alle banche. Gli italiani più fortunati riescono a prelevare i propri risparmi e si mettono subito in macchina verso la Svizzera. Appena arrivati provano ad aprire un conto in franchi per parcheggiare i propri soldi al sicuro oltre confine. Le file davanti alle filiali delle banche si allungano anche ad Atene, Madrid, Lisbona e Bruxelles.

ore 15:30 Amsterdam
Gerritse, capo della AFM (Autorità per i Mercati Finanziari, N.d.T.) annuncia che la Borsa olandese sta per essere chiusa. La teleconferenza con i suoi colleghi europei si è appena conclusa, e le Borse degli altri Paesi europei chiuderanno nello stesso istante. Persino lo Stock Exchange londinese chiuderà i battenti. Le borse apriranno però a New York, trasferendo così il massacro finanziario negli Stati Uniti.

ore 20:00 Hilversum
Il premier Mark Rutte è ospite del telegiornale delle otto. Cerca di convincere i telespettatori a non cadere preda del panico. Secondo lui, i problemi riguardano soprattutto i Paesi del Sud Europa e non c’è motivo di dubitare della solvenza di ABN Amro, ING, Rabo e delle altre banche e degli assicuratori olandesi. Rutte ‘non vuole speculare’ sul tema delle garanzie pensionistiche. In primo luogo bisogna risolvere questa crisi severa in modo positivo. Dopo questa intervista, un pannello di esperti finanziari delinea uno scenario molto cupo. Secondo loro gli interventi illimitati della BCE faranno aumentare l’inflazione a velocità altissima. Questo eroderà rapidamente il valore dell’euro.

ore 20:58 New York
Gli investitori vedono che gli istituti per il conio virtuali operano a pieno ritmo a Francoforte. L’euro perde valore e scende a $ 0,81, il valore minimo mai raggiunto. Gli speculatori spingono il cambio ulteriormente al ribasso. Vendono allo scoperto, una transazione a breve termine che specula su un ulteriore deprezzamento. Sul canale France 2, il Presidente Sarkozy accusa gli speculatori – ‘privi di morale’ – di distruggere l’euro. Agitate consultazioni telefoniche tra i ministri delle Finanze dei paesi dell’euro si susseguono per il resto della serata.

Martedì ore 09:30 Amsterdam
Le Borse europee restano chiuse. I funzionari della DNB osservano che vengono prelevati più soldi del solito. Gli uffici olandesi della Citybank americana e della USB svizzera ricevono molte richieste di cittadini olandesi che vogliono depositare i loro risparmi in conti in dollari o in franchi. Alcuni siti internet di banche diventano irraggiungibili per l’eccesso di traffico di utenti che vogliono spostare in massa i loro soldi dal conto di risparmio al conto corrente. Il presidente della DNB, Wellink, spiega a Radio 1 che la situazione è seria, ma che le banche sono in grado di far fronte all’aumento di richiesta. In Italia, Grecia, Spagna e Portogallo la situazione è molto più grave. Le autorità di questi Paesi decidono di chiudere le filiali delle banche fino a nuovo ordine, per paura che le banche falliscano. Ormai i governi non hanno più fondi per risarcire i risparmiatori.

ore 11:50 Francoforte
L’unità di crisi della ECB telefona in continuazione ai vari contatti presso le banche. Questi ultimi riferiscono che ora ci sono pesanti problemi anche per il commercio di obbligazioni tedesche e olandesi. Sembra che entrambi i Paesi, nonostante il loro rating AAA, non siano più considerati un ‘porto sicuro’. Gli investitori cercano di fuggire dall’eurozona in massa. Dubitano su cosa fare. Le loro strategie d’investimento impongono di fare una scelta: quale parte dell’eurozona resterà all’interno della moneta unica, e quali Paesi invece ne usciranno? È un compito impossibile, perché nessuno sa come la crisi si svilupperà. Il dubbio che questa insicurezza genera all’interno del mercato ha come risultato l’incremento degli interessi sulle obbligazioni statali tedesche e olandesi. L’Agenzia del Tesoro osserva con orrore che nemmeno l’Olanda viene più considerata un porto sicuro dagli investitori. Il responsabile per l’emissione dei titoli olandesi sul mercato informa immediatamente il suo Ministro.

ore 13:50 L’Aia
Il premier Rutte e il Ministro De Jager si affrettano verso il Parlamento per un dibattito d’emergenza. Dalla macchina, De Jager telefona al suo collega tedesco Wolfgang Schäuble. Essere trascinati dalla caduta dei Paesi membri del Sud non piace per niente a nessuno dei due ministri. Speculano apertamente sulla fine dell’euro. De Jager assicura al suo collega che seguirà sempre la posizione tedesca. Quando, poco dopo, squilla il telefono e il nome del Ministro delle Finanze spagnolo, Elena Salgago, appare sulla schermata, De Jager schiaccia il pulsante per rifiutare la chiamata. La scorsa domenica era il momento di fare affari, ora non più.

ore 15:40 L’Aia
Il dibattito d’emergenza è terminato. I deputati di GroenLinks (il partito dei verdi, N.d.T.) e D66 (partito liberal-progressista, N.d.T.) sono attoniti che tutto sia potuto andare così storto. Chiedono al governo che venga forzata una soluzione europea al più presto. SP (partito socialista, N.d.T.) e PVV (partito popolare, N.d.T) esigono che l’Olanda esca immediatamente dall’euro. È interessante notare che anche VVD (partito liberale, N.d.T.), CDA (partito cristianodemocratico, N.d.T.) e PvdA (partito laburista, N.d.T.) sono molto critici. Sembra che siano poco interessati a salvare l’euro ad ogni costo. La tensione si può tagliare a fette. Il governo ha chiesto al Parlamento di accordare fiducia alla sua ‘volontà di cercare una soluzione nell’interesse dell’Olanda’.

ore 16:20 Amsterdam
Nell’ufficio del banchiere della RBS Jeroen Kremers, nella Zuidas di Amsterdam, squilla il telefono. È il Ministro. De Jager gli chiede di assumere immediatamente l’incarico di rappresentante speciale per lo Stato olandese. Si chiede all’ex funzionario del Ministero delle Finanze e veterano del FMI di andare a Berlino per rimanere in continuo contatto con la Cancelleria e con il Ministero delle Finanze tedeschi. De Jager spiega che l’Olanda vuole seguire da vicino il dibattito sull’euro del governo tedesco. La posizione olandese consiste nella scelta di seguire la Germania sempre e comunque, uscendo dall’euro se necessario.

ore 16:30 Roma
Il commento della Merkel sulla possibilità che l’Italia esca dall’euro ha fatto arrabbiare gli italiani. Una folla inferocita assedia l’ambasciata tedesca a Roma. Gli italiani sono appena stati informati che potranno prelevare al massimo 50 euro al giorno dai loro conti in banca. Il premier Berlusconi dice in TV che si sente tradito dalla Germania di Angela Merkel.

ore 17:25 Bruxelles
Herman Van Rompuy, Presidente del Consiglio Europeo, tenta disperatamente di convocare una riunione d’emergenza. Il suo giro di telefonate con il leader europei non ha successo. Sarkozy sarebbe ancora disposto a discutere con il belga (Van Rompuy, N.d.T.). Ciò però non servirebbe a niente. Dopo molti tentativi, Van Rompuy finalmente riesce a parlare con la Merkel. La Cancelliera gli dice che è disposta a tutto pur di salvare l’euro, ma che consultazioni supplementari sono utili solo nel caso in cui si intraveda un compromesso. La contrapposizione tra Paesi deboli e Paesi forti al Vertice di Bruxelles rimane invece invariata. Anche il Presidente americano Obama chiama la Merkel. Obama insiste perché venga rapidamente trovata una soluzione. È molto preoccupato a causa della grave instabilità finanziaria.

Mercoledì, ore 7:30 Amsterdam
Il presidente della DNB, Wellink, telefona a De Jager. L’autorità di vigilanza bancaria esorta a tenere chiuse tutte le banche in giornata. Vuole impedire una corsa al prelievo di risparmi. Il ministro discute con Wellink i vari possibili scenari di crisi che le loro squadre di esperti hanno individuato. Così, ad esempio, hanno messo nero su bianco come l’Olanda può implementare la propria moneta. Wellink avverte il ministro che questa sarebbe un’operazione quasi impossibile da realizzare dal punto di vista logistico. De Jager a malapena reagisce alle obiezioni di Wellink.

ore 9:30 Amsterdam
La Borsa rimane chiusa, ma il commercio in euro, in obbligazioni di Stato e in derivati continua. È chiaro che gli investitori prevedono la fine dell’euro. Alla televisione, gli analisti speculano su quale sarà il primo Paese a uscire dalla moneta unica.

ore 9:48 Berlino
Merkel telefona a Berlusconi. Gli dice che l’uscita dell’Italia dall’euro è l’unica soluzione alla crisi. Gli spiega che in questo modo avrebbe la possibilità di ristrutturare l’enorme debito pubblico italiano e di svalutare pesantemente la nuova lira, risolvendo buona parte dei problemi del Paese in un solo colpo. Il premier italiano non ha bisogno di tempo pensarci su. La sua risposta è: dovrete passare sul mio cadavere. Berlusconi è convinto che l’economia italiana non sopravviverebbe a una separazione dall’euro.

ore 11:30 Francoforte
Un aereo del governo olandese atterra a Francoforte. A bordo c’è una delegazione composta da De Jager, Wellink e l’ex ministro delle Finanze Gerrit Zalm. Il plenipotenziario Kremers li aspetta nella sede della Bundesbank. Insieme ai tedeschi, metteranno in cantiere una nuova unione monetaria. Delegazioni dalla Finlandia e dall’Austria si uniranno a loro fra poche ore. I Paesi con forti capitali sanno di godere di molta fiducia da parte dei mercati. La loro uscita sarà complicata dal punto di vista logistico, ma dal punto di vista finanziario-economico è quasi impossibile che si riveli un passo falso. L’importante è liberarsi immediatamente di quell’euro infetto.

Dichiarazione: questo articolo è stato in parte realizzato sulla base di interviste a otto esperti attivi in politica, nel settore bancario e delle autorità di vigilanza. Tutti gli intervistati hanno accettato di collaborare previa garanzia di anonimità.

I protagonisti:

Angela Merkel
Il Cancelliere tedesco si batte a favore dell’euro, ma vuole impegni precisi da parte dei Paesi dell’area dell’euro che non hanno le proprie finanze pubbliche sotto controllo. Nella maggiore economia europea le elezioni regionali sono alle porte. Gli elettori si lamentano di dover sopportare i tagli, mentre il problema non ha niente a che fare con loro. Il padre politico della Merkel, Helmut Kohl, ha fatto entrare la Germania nell’euro. La sua pupilla difenderà la moneta unica ad ogni costo?

Jean-Claude Trichet
Il principale compito del presidente della Banca Centrale Europea è quello di vigilare sulla stabilità dei prezzi nell’Eurozona. Tutte le misure d’emergenza finora prese per sostenere l’euro hanno messo sotto significativa pressione il valore della moneta unica. La colpa è più dei capi di governo europei che di Trichet. Questi ultimi operano con irresolutezza mentre il presidente francese della banca chiede azioni rapide e incisive. Ma le tasche della BCE sono davvero abbastanza profonde per poter sostenere la moneta unica?

Nicolas Sarkozy
La volontà del presidente francese di salvare l’euro è forse più solida di quella di Merkel, la sua controparte nella potente asse franco-tedesca. Quando l’euro ancora non esisteva, la Francia ha vissuto in prima persona quello che un attacco di speculatori valutari significa. Di solito, l’asse franco-tedesco è determinante nelle decisioni importanti sulla scena europea. Ma riuscirà Sarkozy a tenere Frau Kanzlerin a bordo, o le due potenze si allontaneranno l’una dall’altra?

Silvio Berlusconi
Il premier italiano governa uno dei Paesi fondatori dell’Unione Europea, ma l’Italia è un Paese gravato da un enorme debito pubblico. I mercati finanziari hanno perso fiducia che l’esuberante Berlusconi riesca a salvare le finanze dello Stato, senza aiuto da parte dei suoi amici europei. Ma questi ultimi sarebbero disposti a sacrificare i loro introiti fiscali per un Paese del Sud Europa che ripetutamente rifiuta di mettere in ordine i suoi conti?

Jan Kees de Jager
Proprio come la Germania, il Ministro delle Finanze olandese continua a imporre dure condizioni in cambio di aiuti di emergenza ai Paesi europei più deboli. Ma poiché sempre nuovi Paesi fanno richiesta di aiuti di emergenza, il sostegno politico per l’ennesimo salvataggio si sta sgretolando in Olanda. Dal momento che ha la minoranza in Parlamento, il governo non è una squadra tra le più forti. Lo Stato ha investito fondi pubblici nelle banche. Verso quale soluzione Jager guiderà i Paesi Bassi?

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sabato 9 aprile 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 11:22
Una notizia di primo piano pubblicata dall’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) è passata del tutto inosservata: il picco della produzione del petrolio è stato raggiunto nel 2006 . Mentre la domanda mondiale continuerà a crescere di pari passo con il potere dei paesi emergenti (Cina, India e Brasile), la produzione di petrolio convenzionale subirà un declino inesorabile dopo aver raggiunto i massimi livelli. Al momento la crisi economica nasconde questa realtà.

Essa tuttavia graverà su un’eventuale ondata di crescita. L’aumento dei costi di esplorazione e di produzione farà sorgere tensioni alquanto forti. Lo sfruttamento del carbone e delle riserve fossili non tradizionali richiederà investimenti massicci e progressivi che non consentiranno di allentare la morsa dei prezzi in breve tempo. I costi legati all’energia saranno dunque destinati a salire.

Il silenzio e l’ignoranza di gran parte della classe politica in merito alla questione non sono di certo più rassicuranti. Senza tenere conto del fatto che emetteremo e continueremo a disperdere nell’atmosfera l’anidride carbonica accumulata per millenni… Assisteremo a continue crisi petrolifere fino al crollo e al pericolo climatico. Ecco dunque su quale sentiero ci conducono i potenti che fanno finta di non vedere. La catastrofe di Fukushima contribuirà a rendere ancora più difficile la questione energetica.

Tali osservazioni generano spesso grandi malintesi. Le obiezioni individuano e denunciano fin da subito i profeti della sventura come il sintomo di una società in declino e che non crede più nel progresso. Tali strategie “del far finta di non vedere” sono assurde. Affermare che la nostra epoca sia caratterizzata da una certa “epistemofobia” o dalla ricerca del rischio zero è un grave errore di analisi: essa cela la causa di questi forti cambiamenti dietro le reazioni ai processi di adattamento.

Ciò che cambia radicalmente le carte in gioco è il fatto che la nostra vulnerabilità deriva oggigiorno dall’incredibile estensione del nostro potere. L’”Indisponibilità” all’azione degli uomini), il terzo intoccabile, sono oramai concetti modificabili attraverso sia l’azione collettiva (i nostri consumi accumulati) o sia quella dei singoli individui (i cosiddetti biohacker). Le nostre democrazie sono impotenti di fronte a due aspetti di ciò che abbiamo reso disponibile: la minaccia ai meccanismi regolatori della biosfera e ai substrati biologici della condizione umana.

Tale situazione fa apparire lo “spettro minaccioso della tirannia” evocato dal filosofo tedesco Hans Jonas. Poiché le nostre democrazie non sono state capaci di prevenire i propri eccessi, esse rischiano di cadere in uno stato di eccezione cedendo così alle derive totalitariste. Prendiamo ad esempio la controversia climatica. Come suggerito dal confronto tra gli studi della storica delle scienze Naomi Oreskes e quelli del politologo Jules Boykoff, l’evoluzione del sistema mediatico svolge un ruolo di primo piano in tale ambito. Mentre la prima non critica direttamente l’origine antropica del riscaldamento globale all’interno delle riviste scientifiche peer review (soggette a revisione paritaria), il secondo ha accertato che nel corso del periodo preso in esame il 53% degli articoli di interesse generale pubblicati dalla stampa americana mettevano in discussione le conclusioni scientifiche.

Tale divario è dovuto al fatto che la volontà di fornire un’informazione rigorosa è stata sostituita dalla volontà di assecondare il gusto della spettacolarità. I temi scientifici complessi sono affrontati in modo semplicistico (pro o contro). Ciò spiega in parte i risultati dello studio condotto dall’Agenzia per l’ambiente e il controllo dell’energia (ADEME), a cui fa capo Daniel Boy, in merito alle rappresentazioni sociali dell’effetto serra, il quale evidenzia un forte calo della percentuale di francesi che ritengono che i mutamenti climatici siano dovuti alle attività dell’uomo (il 65% nel 2010 contro l’81% nel 2009). Tali cambiamenti, facendo sorgere dubbi e scetticismo tra la popolazione, consentono agli attuali dirigenti, la cui scarsa conoscenza in ambito scientifico è preoccupante, di giustificare la loro non-azione.

Il vertice di Cancun ha salvaguardato i negoziati, riuscendo oltretutto a far partecipare i principali paesi emergenti. Tuttavia la strada per raggiungere degli accordi vincolanti che siano all’altezza degli obiettivi dei secondi è ancora lunga. Qualora le cose stiano realmente così, la colpa va attribuita ai dirigenti del pianeta (fatta eccezione per alcuni) che hanno deciso di negare le conclusioni scientifiche per liberarsi delle proprie responsabilità. Come possono credere alla catastrofe senza fare nulla, o comunque troppo poco, per evitarla?

Presa in ostaggio dalle scadenze elettorali a breve termine e dai tempi mediatici, la politica si è a poco a poco trasformata nella mera gestione degli affari. Essa è ormai incapace di effettuare valutazioni a lungo termine. La crisi ecologica modifica una percezione del progresso in cui il tempo gioca a nostro favore. Poiché creiamo i mezzi per l’impoverimento della vita sulla terra e neghiamo la possibilità della catastrofe, siamo noi a renderla credibile.

Non è possibile sapere quando raggiungeremo il punto di non ritorno. In compenso, di certo il rischio di superarlo è inversamente proporzionale alla rapidità della nostra reazione. Non possiamo aspettare e tergiversare in merito alla controversia climatica fino al punto di non ritorno, vale a dire il momento in cui il moltiplicarsi delle catastrofi naturali dissiperà i restanti dubbi. Allora sarà troppo tardi. Nel momento in cui gli oceani si saranno riscaldati, non potremo fare più nulla per raffreddarli.

La democrazia sarà la prima vittima dell’alterazione delle condizioni di vita universali che stiamo programmando. Le catastrofi ecologiche che si stanno sviluppando su scala mondiale in un contesto di crescita demografica, le disuguaglianze legate alla carenza idrica locale, la fine dell’energia ad un buon prezzo, la scarsità di svariati minerali, il degrado della biodiversità, l’erosione ed il degrado del suolo, i fenomeni meteorologici estremi…produrranno gravi disuguaglianze tra coloro che per un certo periodo disporranno dei mezzi per difendersi, e coloro che saranno costretti a subirli. Tali catastrofi distruggeranno gli equilibri geopolitici e comporteranno dei conflitti.

La portata delle catastrofi sociali che esse potrebbero comportare ha in passato fatto sì che intere società scomparissero. Si tratta di una realtà storica oggettiva. A tutto ciò si dovrà aggiungere il fatto che nuove tecnologie, sempre più facilmente accessibili, forniranno armi di distruzione di massa a portata di tutte le tasche e di tutte le menti, anche quelle più disturbate.

Mentre il collasso della specie apparirà come una possibilità reale, l’emergenza non saprà cosa farsene dei nostri processi decisionali. Preso dal panico, l’Occidente violerà i propri valori di libertà e giustizia. Per essersi spinte fino a limiti fisici estremi, le società si rimetteranno alla violenza degli uomini. Nessuno può negare a priori il rischio che le democrazie cedano sotto il peso di tali minacce.

La fase finale consisterà nell’autodistruzione del genere umano, sia dal punto di vista fisico che attraverso l’alterazione biologica. Il processo di convergenza delle nuove tecnologie darà ai singoli un potere incredibile capace di dar vita a nuove sottospecie. L’unità del genere umano sarà minacciata. Non si tratta del futuro, ma del presente. I cyborg non sono più personaggi cinematografici, ma esseri reali creati in laboratorio, poiché ora è possibile, grazie a dei fondi pubblici, associare delle cellule neuronali umane a dei dispositivi artificiali.

L’ideologia del progresso ha fatto una pessima fine. Le attuali disuguaglianze planetarie farebbero rivoltare nella tomba persino i fautori del pensiero moderno, Bacon, Cartesio o Hegel. Nel corso dell’Illuminismo, in tutto il mondo non vi erano zone, al di là di quelle abitate dai popoli vernacolari, in cui la ricchezza media pro capite non fosse il doppio rispetto a quella di un’altra zona. Oggi, il rapporto è di 1 a 428 (ad esempio tra Zimbabwe e Qatar).

I continui fallimenti delle conferenze ONU dimostrano che siamo ben lontani dall’unire le nazioni di fronte alla minaccia e dal depassare gli interessi immediati e egoistici degli Stati e dei singoli. La sfida, tanto per i governi internazionali e nazionali che per l’avvenire macroeconomico, sta nel renderci liberi dal culto della competitività, della crescita che ci logora e della civilizzazione della povertà nello spreco.

Il nuovo paradigma deve emergere. Abbiamo a nostra disposizione tutti gli strumenti concettuali necessari, come ad esempio il prezioso lavoro del britannico Tim Jackson o del premio Nobel per l’economia nel 2009, l’americana Elinor Ostrom, così come le numerose iniziative della società civile.

Le nostre democrazie devono rinnovarsi, rendere più democratica la cultura scientifica e assumere il controllo del presente, che contraddice la consapevolezza del tempo a venire. Possiamo ancora trasformare la minaccia in una promessa auspicabile e credibile. Ma se non agiamo ora saremo di certo esposti alla barbarie. Per questa ragione, rispondere alla crisi ecologica è un dovere morale assoluto. I nemici della democrazia sono coloro che tardano a reagire alle sfide ecologiche.

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giovedì 7 aprile 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 12:13
Ho letto in una rivista scolastica l’intervista ad un bambino di padre spagnolo e madre italiana che descriveva la differenza tra i due Paesi: “In Spagna le cose funzionano meglio, ma in Italia c’è più arte”. Mi è sembrata di una precisione che solo i bambini riescono a raggiungere.

Comunque gli Italiani, per quanto la situazione sia complicata, trovano sempre una via d’uscita ispirata e creativa ai problemi. Abbiamo molto da imparare da loro. Vanno a braccetto con la profezia secondo cui nei periodi difficili le persone che dovrebbero essere serie si renderanno ridicole, mentre i pagliacci diranno cose serie. Roberto Benigni ha esemplificato il concetto durante la celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia.



Mentre il caos, la caciara e il tono da avanspettacolo regnano nella vita politica, i comici come Benigni, Nanni Moretti ed altri che hanno trasformato la loro indignazione in buffoneria, si vedono forzati ad essere presi sul serio. Benigni ha girato per l’Europa recitando cinque canti della Divina Commedia in uno spettacolo che elevava il commento del testo ad arte d’intrattenimento. E’ un raggio di speranza per la sopravvivenza della cultura.

E’ tornato a farlo per la commemorazione patriottica. Festeggiare l’unificazione imbarazzava il governo, perché ha bisogno dei voti dei separatisti e questo indebolisce sempre le spinte patriottiche. Lo sappiamo bene noi in Spagna, un paese che si divide in funzione di chi lo governa.

Al Festival di Sanremo, trasmesso dalla RAI, Benigni ha recitato e commentato l’inno nazionale, che fu scritto da Goffredo Mameli in pieno Risorgimento, prima di morire a 22 anni combattendo a fianco di Garibaldi, agli albori dell’unificazione.

Il contesto dello spettacolo gli ha permesso di spaziare tra i versi dell’inno. Il testo di Fratelli d’Italia inizia con un’esortazione: L’Italia s’è desta. Benigni è andato oltre al suo solito parlare burlesco affermando che, affinché i sogni si avverino, bisogna sempre svegliarsi.

Commentando i tempi di Cavour, Mazzini e Garibaldi, si è limitato a ricordare che uscirono dalla politica più poveri di come vi erano entrati, ma dopo aver arricchito il Paese. Il fatto è che a volte la lettura dell’inno è un atto sovvversivo, ed il pagliaccio è l’unico a parlare sul serio.

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mercoledì 6 aprile 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 14:30
Mentre il primo ministro italiano si prepara ad affrontare un processo per prostituzione di minori nelle feste battezzate “bunga bunga”, le due parole fanno il giro del mondo e del web. Stanno diventando terribilmente famose e si stanno trasformando in una marca, un timbro ed una moda che permette di aumentare le vendite. Avventurieri di ogni tipo si lanciano a pubblicizzare i propri prodotti con l’annesso “bunga bunga”, dai venditori di afrodisiaci su Internet fino a venditori di quadri su Ebay.

Uno di questi offre, per esempio, un quadro intitolato Baccanale (da Bacco, il dio romano del vino, associato alle orge) e lo presenta come una “versione antica del bunga bunga”. Ma uno dei prodotti piú curiosi è un gioco da tavolo ispirato alle feste che, a quanto sembra, Silvio Berlusconi teneva nella sua residenza ad Arcore. Inventato dai due comici fiorentini Gaetano Gennai e Davide Tafuni, il gioco somiglia a Monopoli e i personaggi che vi partecipano sono “escort”, “cittadini” e “politici”. Bunga bunga, l’unico gioco in cui vinci se Ruby [in italiano, NdT] dice sul coperchio. Ma in realtá la parola Ruby, scritta in maiuscolo, si riferisce alla ragazza di origine marocchina con la quale teoricamente Berlusconi ha avuto relazioni sessuali quando lei era minorenne, fatto per il quale sará processato il 6 aprile. Il gioco avrebbe venduto finora circa 5000 copie.

Le canzoni intitolate “Bunga bunga”, che fanno riferimento al Cavaliere e all’Africa, pullulano su Internet. Gli sketch o i video, anche con personaggi che portano una maschera di Berlusconi, non sono da meno. C’è una tale varietá che uno potrebbe restare a guardare per ore.

Uno con il ballo del bunga bunga è stato montato come una notizia, con la giornalista che canta mentre mostra il bunga bunga come se fosse un servizio televisivo. Un altro, con un tema musicale intotolato “Bunga bunga parla con me”, di un gruppo abbastanza conosciuto – Elio e le storie tese – è una presa in giro del primo ministro e delle sue feste, ed è diffusa sulla terza rete della TV di Stato. Su internet e soprattutto su You Tube si puó trovare di tutto riferito al bunga bunga, dalla satira ai disegni animati, dai passi di ballo alle Teen-shirt. Un po’ di storia permette capire perché queste parole sono diventate cosí famose in breve tempo.



Mesi fa la giovane Ruby, durante gli interrogatori dei giudici sulle feste ad Arcore, ha raccontato che Berlusconi le aveva detto di aver copiato la formula del bunga bunga da Muammar Gheddafi, poiché era un rito del suo harem africano. A quanto sembra, la storia in realtà si riferisce ad una barzelletta che si racconta da alcuni anni negli ambienti politici italiani.

Un’altra ragazza con la quale Berlusconi è stato in contatto, Noemi Letizia, finita sulle prime pagine dei giornali perché in qualche modo ha avuto a che vedere con il divorzio del Cavaliere dalla sua seconda moglie Veronica Lario, ha raccontato la vecchia barzelletta ascoltata dalla bocca di “papi”, come lo chiamava.

“Due ministri del governo di Romano Prodi (di centrosinistra, precedente e oppositore di Berlusconi) vanno in viaggio in Africa, in un’isola deserta. Cadono in mano ad una tribú. Il capo della tribú interroga il primo prigioniero e gli chiede “Bunga bunga o morte?”. L’uomo sceglie il bunga bunga e viene violentato. L’altro politico, dopo aver visto quanto accaduto, quando è il suo turno sceglie “morte”.Il capo della tribú gli risponde “Bene, peró prima bunga bunga”.

Alcuni si chiedono se la moda del bunga bunga riflette quello che pensano gli italiani su Silvio Berlusconi. Alcuni lo prendono come uno scherzo, come si puó vedere in rete. Altri, forse perché si identificano con il premier o perché vorrebbero avere il suo potere, accusano i giudici di immischiarsi nella vita privata della gente, per aver intrapreso il processo Ruby e aver reso pubblici i dettagli sulle feste di Arcore. Coloro che lo giustificano sono soprattutto uomini. Molte donne, offese dal bunga bunga, hanno manifestato in tutto il paese per riventicare la propria dignitá.

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