lunedì 31 gennaio 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 17:03
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Roberto Bonuglia, Geopolitica del Terzo Millennio

Roberto Bonuglia, Genitori senza figli. Adozione e affidamento in Italia

Roberto Bonuglia, Carlo Vallauri, Marcello Colitti,
Economia e politica da Camaldoli a Saragat

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sabato 22 gennaio 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 10:55
Durante la guerra fredda gli Stati Uniti temevano che il Partito Comunista Italiano importasse in Europa occidentale il sistema sovietico. Nel XXI secolo i complessi rapporti bilaterali tra Russia e Italia, e soprattutto le intense relazioni private tra il Primo Ministro russo Vladimir Putin e il suo omologo italiano Silvio Berlusconi, sono diventati una nuova ossessione per l’amministrazione e la diplomazia statunitense.

I documenti segreti del Dipartimento di Stato analizzati da questo giornale rivelano che Washington respinge e diffida dell’amicizia tra Berlusconi e Putin, ritenendola “corrosiva” per gli interessi occidentali, perché determina la politica estera italiana e “mette in pericolo la sicurezza energetica europea “.

I cabli affermano che gli Stati Uniti ritengono che Berlusconi, comportandosi da “mediatore tra l’Occidente e la Russia”, spesso difende a spada tratta gli interessi della Russia al di sopra di quelli della NATO, degli Stati Uniti e dell’Europa , “minando i valori umani e democratici promossi dall’OCSE”.

Tra maggio 2002 e febbraio 2010 almeno 102 documenti rilasciati dal Governo e dalle ambasciate estere degli Stati Uniti (12 dei quali classificati come segreti e il resto come confidenziali) hanno cercato di interpretare e neutralizzare ciò che l’ambasciatore a Roma Ronald P. Spogli ha definito in un cablogramma del 26 gennaio 2009 una “torbida relazione”.

L’inquietudine degli Stati Uniti si manifesta in due diversi cablogrammi, inviati a Roma e Mosca dal segretario di Stato Hillary Clinton. Nel primo, del 12 giugno 2009 (cablogramma 211 902), Washington richiedeva “tutte le informazioni circa i rapporti personali” tra Putin e Berlusconi, e domandava “Quali investimenti personali, se esistenti, hanno realizzato (Putin e Berlusconi) che possano determinare la loro politica estera o economica”.

Pochi mesi prima, il 26 gennaio 2009, l’allora ambasciatore a Roma, Ronald P. Spogli (nominato dall’amministrazione Bush), aveva dichiarato in un cablo classificato Segreto/noforn (”non consegnabile a paesi esteri”) che il primo ministro italiano e i suoi amici stavano “lucrando”, con accordi energetici bilaterali firmati dai giganti dell’energia ENI (30% di proprietà dello Stato italiano) e Gazprom.

Il dispaccio, che fu inviato con priorità “immediata” alla Segreteria di Stato, alla Casa Bianca e ai rappresentanti degli Stati Uniti nella NATO e nell’Unione europea, diceva: “I contatti dell’ambasciata, sia dell’opposizione di centro-sinistra che del partito di Berlusconi, il Popolo delle Libertà, ci dicono che esiste una torbida relazione tra i due primi ministri. Sostengono che Berlusconi ei suoi amici (’compari’) traggono profitti personali e disinvolti, con molti degli accordi energetici firmati tra Italia e Russia “.

Il documento era un rapporto dettagliato di 13 pagine preparato dalle sezioni di Economia e Politica dell’ambasciata di Via Veneto. Piú avanti Spogli dichiarava: “Il mix di simpatia, dipendenza energetica, assenza di influenza istituzionale e i rapporti personali tra Putin e Berlusconi offrono alla Russia un partner affidabile, disposto a lavorare all’interno dell’UE a favore della Russia”.

“Nessuno lo contraddice”

Il dispaccio tracciava un’analisi storica, economica e strategica sulla relazione tra Italia e Russia. Tra le altre considerazioni, dà particolare risalto al personalismo di Berlusconi, citando il suo “desiderio di essere visto come un importante leader europeo nella politica estera”, cosa che secondo Spogli ” lo porta in posti dove altri non osano andare.”

Il cablo aggiunge: “Tutti i nostri interlocutori – al ministero degli Esteri, nell’ufficio del primo ministro, nel Popolo della Libertà e persino all’ENI – ci dicono che Berlusconi determina da solo la politica italiana nei confronti della Russia, senza chiedere né accettare consigli. Praticamente tutti sono restii a contraddirlo, anche quando si comporta nel modo peggiore riguardo alla Russia”.

L’ambasciatore ricordava che nel novembre del 2008, “dopo una conferenza stampa disastrosa in cui, tra le altre cose, (Berlusconi) descrisse l’espansione della NATO, il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo e il sistema di difesa missilistica come ‘provocazioni americane’ verso la Russia, i dirigenti del governo italiano eseguirono il classico “archivia e dimentica” .

E spiegava: “In risposta alle nostre obiezioni, lo staff del Ministero degli Esteri e del primo ministro ci inviò di malo modo dal primo ministro per evitare di dare loro stessi la sgradevole notizia che aveva sconvolto non solo gli americani ma anche altri membri del Gruppo di Contatto dei Balcani, per non parlare dei cechi e dei polacchi”.

“Anche il ministro degli Esteri Franco Frattini ammette di non avere alcuna influenza su Berlusconi verso la Russia”, scriveva ancora l’ambasciatore Spogli. “Durante una visita nel settembre scorso, l’ex Vice Presidente Dick Cheney avvisò Frattini della posizione molto evidente e inefficace in Italia riguardo al conflitto in Georgia. Un Frattini molto spento ha dichiarato che, nonostante lui avesse il suo parere sulla questione, erano ordini inappellabili del primo ministro “.

“Determinare chi è in grado di influenzare la politica di Berlusconi verso la Russia non è un compito facile”, ha ammesso l’ambasciatore. “Una cosa tuttavia è certa: gli organi istituzionali del governo italiano per la politica estera non hanno influenza”. Secondo Spogli, Frattini è “solo il messaggero di tale politica”.

I dubbi di Clinton …

Il 12 giugno 2009, poco prima del primo incontro a Washington tra Barack Obama e Silvio Berlusconi, Hillary Clinton aveva espresso preoccupazioni circa l’influenza dell’Italia sulla politica russa nei confronti degli Stati Uniti. “I leader politici ed economici italiani hanno influenzato la politica russa contro gli interessi degli Stati Uniti, e se sì, in che modo?” Chiedeva un cablo inviato a Roma e Mosca.

ll cablogramma rivelava che il governo degli Stati Uniti non solo diffida dei rapporti di Berlusconi con Putin, ma osserva anche con la lente di ingrandimento il presidente russo Dmitry Medvedev. Clinton chiedeva “in cosa si differenziano i rapporti tra Putin e Berlusconi da quelli tra Berlusconi e Medvedev”.
Sei mesi dopo, il 28 gennaio 2010 (cablo 246008) il Segretario di Stato ha di nuovo chiesto alle ambasciate europee di fornire “qualsiasi informazione” circa il rapporto tra Berlusconi e il presidente russo.

Il dispaccio si conclude con la domanda, anche se mancava molto tempo allo scoppio della guerra civile all’interno del Popolo della Libertà, “in che modo Mosca avrebbe cercato di alterare il suo rapporto con l’Italia se Berlusconi avesse cessato di essere primo ministro”.
Inoltre il Segretario di Stato ha chiesto informazioni sul “rapporto tra i dirigenti dell’ENI, tra cui l’amministratore delegato (Paolo Scaroni) e i membri del Governo Italiano, in particolare il premier Berlusconi e il ministro degli Esteri (Franco Frattini)”.

E ha richiesto “esempi, se possibile, di qualsiasi istanza in cui il Governo Italiano ha preso le decisioni a vantaggio di imprese italiane o di interessi commerciali, a scapito delle preoccupazioni (degli Stati Uniti) sulla politica energetica”.
La legazione di Mosca ha risposto al cablo di Clinton il 5 febbraio 2010, con un report classificato segreto che conferma che Putin e Berlusconi “hanno un collegamento diretto”.

Il comunicato 247415 è firmato dall’ambasciatore John R. Beyrle, che lasciava questo commento finale: “Nelle questioni importanti sembra che le relazioni economiche tra la Russia e l’Italia siano guidate dai primi ministri, che hanno un collegamento diretto e controllano alcune delle più importanti risorse delle rispettive economie. Come vengano destinate queste risorse, è probabile che non dipenda solo da calcoli commerciali o di profitto “, ha aggiunto Beyrle, che ha concluso citando un informatore segreto:” Secondo il nostro contatto “sembra che tutto ciò che accade a livelli più bassi sia semplice messinscena . ”

…E le certezze dell’informatore Italiano

Il documento rivelava l’identità del ‘contatto’ che informa gli americani. Si tratta di un funzionario dell’ambasciata italiana a Mosca, che il cablogramma identifica per incarico, nome e cognome, seguiti da una parentesi che dice: “proteggere”.

Il “contatto” esprimeva la sua “frustrazione”, perché l’intimità tra Putin e Berlusconi “relega l’ambasciata nell’oscurità”. E ha spiegato: “La stessa ambasciata e il ministro degli Esteri Franco Frattini, spesso vengono a conoscenza dei colloqui tra Berlusconi e Putin solo dopo che hanno avuto luogo, e con dettagli e background molto limitati”.

Inoltre, l’informatore proseguiva, “se è necessario prendere provvedimenti, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio incarica il ministro degli Esteri o l’ambasciata senza fornire indicazioni sul contesto, semplicemente commentando che Berlusconi e Putin hanno deciso di farlo.”

Secondo il diplomatico italiano, “sebbene questa stretta relazione non sia ideale dal punto di vista burocratico e sia più dannosa che vantaggiosa, a volte può risultare utile”.

Ed illustrava la sua tesi con un esempio: durante il negoziato sulla vendita da parte di Eni a Gazprom del 20% della filiale russa Gazpromneft, l’impresa russa intendeva pagare a Eni le azioni “per molto meno rispetto al prezzo di mercato, ma finì per pagare il valore di mercato dopo che Berlusconi trattò direttamente con Putin”.

Un’altra rivelazione di questo cablogramma è che, secondo l’informatore italiano, “sebbene (il progetto del gasdotto) South Stream si sia accaparrato quasi tutta l’attenzione, il principale obiettivo di Eni in Russia è l’acquisto del gas”.

Secondo il cablogramma l’ambasciata italiana si apprestava a visitare la piattaforma petrolifera Severenergia, una società costituita da Gazprom, Eni e l’italiana Enel, e l’informatore ha dichiarato che “Eni ed Enel avevano montato Severenergia al solo scopo di comprare le attività di Yukos nella subasta fallimentare dell’azienda petrolifera.

Enel ha l’obiettivo di aumentare i suoi investimenti in Russia fino a 9 miliardi di euro, aggiunge il cablogramma, che conclude affermando che l’amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni, e il governo italiano “si tengono abitualmente in contatto con Igor Sechin, vice primo ministro russo e ‘zar’ dell’energia”.

“Una vera seccatura”

La lettura di altri cablogrammi svelati da Wikileaks rivela l’irritazione di Washington per il rapporto tra Putin e Berlusconi. Nell’ottobre del 2008 un cablogramma (172335) dell’ ambasciatore del governo Bush a Roma, Ronald P. Spogli, aveva chiesto al presidente di approfittare del suo imminente incontro con Berlusconi per “ottenere il suo impegno a comportarsi più responsabilmente nei confronti della Russia”.

Nei comunicati successivi il rappresentante a Roma dell’amministrazione Bush, che arrivò nella città nel 2001, cercò di spiegare a Washington i punti chiave della relazione tra Putin e Berlusconi. “Berlusconi ammira lo stile di governo macho, determinato e autoritario di Putin, perché pensa che assomiglia al suo”, scrive Spogli alla Casa Bianca nel gennaio 2009, quando Obama era stato appena nominato presidente.

“Le basi della loro amicizia sono difficili da definire”, continuava, “ma molti interlocutori ci dicono che Berlusconi è convinto che Putin, miliardario come lui, si fidi di lui più di ogni altro leader europeo”. E Spogli aggiungeva, tra parentesi: “Un contatto nell’ufficio del primo ministro ci dice che decorano i loro frequenti incontri con doni di gran lusso.”

“La relazione bilaterale tra gli Stati Uniti e l’Italia è eccellente e comprende una grande collaborazione a più livelli e su vari fronti. Sfortunatamente”, riassumeva, “gli sforzi di Berlusconi per ‘aggiustare’ la relazione tra l’Occidente e la Russia (che secondo quanto disse all’ambasciatore “gli rimane sullo stomaco come una massa indigesta”), minacciano la sua credibilità e lo rendono un fastidio reale per le nostre relazioni”.

Sullo stesso concetto insiste un dispaccio del 9 giugno 2009 (172335), inviato da Roma al presidente Obama: “Purtroppo Berlusconi tratta la politica verso la Russia come fa con gli affari di politica interna: tatticamente e di giorno in giorno”, diceva. “Il suo grande desiderio è quello di rimanere sotto la buona stella di Putin, e diffonde spesso opinioni che gli trasmette direttamente Putin. Un solo esempio: dopo la crisi in Georgia, Berlusconi ha cominciato (e continua) a insistere sul fatto che la Georgia fosse l’aggressore e il suo governo era responsabile della morte di centinaia di civili in Ossezia del Sud”.

L’ambasciata suggeriva possibili soluzioni: “Possiamo aiutare (Berlusconi) a tornare sulla retta via inviandogli un segnale chiaro secondo cui gli Stati Uniti non hanno bisogno di un interlocutore per le loro importanti relazioni bilaterali con la Russia, e che la sua insistenza nel minare strutture e canali basati sugli interessi comuni e i valori condivisi all’interno dell’alleanza (NATO) in cambio di stabilità a breve termine non è una strategia che vuole seguire Washington”.

Un piano (fallito) per “mitigare la nefasta influenza”

Il livello di preoccupazione di Washington per l’equidistanza di Berlusconi è talmente elevato che l’ambasciata a Roma mise in moto un “piano per alleviare il problema e contrastare la nefasta influenza” dell’amicizia tra Putin e Berlusconi.

“Abbiamo lanciato un’offensiva diplomatica con figure chiave all’interno e all’esterno del Governo italiano, diceva Spogli nel dispaccio del gennaio 2009. Con un duplice obiettivo: “Educare i nostri interlocutori sulle attività russe e costruire un contrappeso di opinioni dissenzienti dalle politiche russe, soprattutto all’interno del partito di Berlusconi.”

“L’ambasciata ha operato con capi di governo in modo aggressivo ed a tutti i livelli”, aggiungeva. “Consulenti politici ed economici hanno lavorato con i membri del partito (PDL) e del governo, think tanks e stampa per fornire un discorso alternativo all’insistenza di Berlusconi sul fatto che la Russia è un paese stabile e democratico che è stato provocato dall’Occidente”.

“Lo sforzo sembra funzionare”, giudicava l’ambasciatore. “L’opposizione ha cominciato a chiedere spiegazioni a Berlusconi dipingendolo come colui che ha scelto di stare dal lato sbagliato della staccionata. Alcuni membri del Popolo della Libertà hanno cominciato ad avvicinarsi in privato per dirci che vorrebbero parlare di più con noi a proposito della Russia, e ci hanno manifestato il loro interesse per calmare la frenesia di Berlusconi con Putin “.

Il “portavoce di Putin” critica Medvedev

La conclusione della relazione è agrodolce: “Mentre noi abbiamo una lunga strada per cambiare il racconto, purtroppo abbiamo un aiuto nella forma di un primo ministro che appare sempre più come il portavoce di Putin”, dice Spogli.
Ironia della sorte pochi mesi dopo, il 18 settembre 2009, lo stesso Berlusconi confermò di persona al nuovo ambasciatore del governo Obama, David H. Thorne, che non aveva intenzione di smettere di esercitare il ruolo da leader di Putin.

In un dispaccio confidenziale del 21 settembre (226129), Thorne descrive la sua prima visita al primo ministro italiano e dice: “Il primo ministro ci ha offerto un lungo e cordiale discorso sulle molte qualità (a suo parere) meravigliose di Putin come leader “.
E poi: “Ha detto che con l’ex presidente Bush e ora con il presidente Obama è riuscito a svolgere un utile ruolo di mediazione nelle relazioni USA-Russia grazie alle sue relazioni eccezionalmente strette con Putin, il vero centro del potere in Russia” .

Durante questo colloquio iniziale con Thorne, Berlusconi definisce il presidente russo Dmitry Medvedev “con una certa condiscendenza, come un apprendista di Putin,” osserva l’ambasciatore.
Solo tre mesi dopo, il 30 dicembre, Berlusconi riceve Thorne con Letta a Milano. Pochi giorni sono passati dall’aggressione al primo ministro in Piazza del Duomo a Milano, il volto di Berlusconi è “bendato” e, secondo Gianni Letta, che prende parte al pranzo di tre ore, “ha avuto una depressione dopo l’attacco: è un uomo d’affari e vuole che tutti lo amino. ”

Il parere del Primo Ministro su Mevdeved sembra essere cambiato: “Sulla Russia”, scrive Thorne nel suo dispaccio segreto del 1 gennaio 2010 (242287), “Berlusconi pensa che Putin e Medvedev vadano d’accordo, si rispettino reciprocamente ed abbiano una relazione efficiente. In realtà”, dice Thorne, “i saluti alla fine del pranzo sono stati inaspettatamente interrotti da una chiamata in arrivo da Putin”.

Alta tensione sulla Georgia

Il momento di maggiore tensione nelle relazioni tra gli USA e il governo di Silvio Berlusconi ha si ebbe durante la crisi in Georgia nell’agosto del 2008. Un cablogramma riservato (166086) dettato dall’Ambasciatore Ronald P. Spogli, intitolato “L’ambasciatore invita l’Italia a chiedere il ritiro russo” mostra una scena degna di un film di Hollywood.

Spogli incontra Gianni Letta, il numero due nel governo di Berlusconi e suo braccio destro, e gli spiega che il suo paese è in possesso di informazioni di attacchi militari russi a Gori, e che è “essenziale che le truppe russe si ritirino dalla Georgia e tornino in Ossezia del Sud il più presto possibile “.

L’ambasciatore fa appello al governo italiano affinché “spinga la Russia a consentire l’ingresso immediato di osservatori internazionali e di aiuti umanitari.” Letta risponde che trasmetterà le richieste a Berlusconi che è, scrive Spogli, “nella stanza accanto”.
L’ambasciatore comunica a Letta che Washington “non è contento” della risposta italiana all’attacco russo, ed è “particolarmente perplesso” per il comportamento di Franco Frattini, ministro degli Esteri.

Spogli aggiunge che l’”attuale politica (italiana) di equidistanza (tra Stati Uniti e Russia) sembrerà inadatta una volta che i fatti siano stati completamente analizzati”. Letta risponde che aveva già previsto che agli Stati Uniti non sarebbe piaciuta la posizione italiana e che consegnerà il messaggio al primo ministro “il più presto possibile”.

Sono giorni tumultuosi, segnati dall’irritazione palpabile degli Stati Uniti. Il 12 agosto Spogli informa Washington (cablogramma 165759 ) che l’Italia rifiuta di condannare l’intervento russo, e deplora il comportamento del ministro Frattini (che aveva chiesto “senso di equilibrio” all’Unione europea di fronte all’attacco della Russia, mentre era in vacanza alle Maldive ed era riluttante a tornare a Roma).

“Il governo italiano sarà con ogni probabilità inutile presso la sede del Consiglio Nord Atlantico (organo esecutivo principale della NATO)”, scrive Spogli. “Berlusconi e Putin hanno già parlato e crediamo che la Russia cercherà di sfruttare il rapporto personale tra i due per spingere l’Italia a far fallire gli sforzi per condannare l’azione di Mosca”.
L’ambasciatore riferisce a Washington che ha minacciato, in modo diplomatico, il governo italiano: “Abbiamo messo in chiaro che l’atteggiamento favorevole tenuto verso il nuovo governo Berlusconi nei suoi primi mesi di attività potrebbe scomparire se non garantisce la sua credibilità su questo tema”.

Il tono riflette una profonda sfiducia verso l’Esecutivo Italiano. “Nella migliore delle ipotesi, l’Italia eviterà di rilasciare pesanti dichiarazioni o di fare pressioni alla Russia. Nel peggiore dei casi, l’Italia potrebbe lavorare per distruggere la determinazione degli altri alleati nelle sedi internazionali, tra cui la NATO e l’Unione europea”, aggiunge Spogli.

“Mette a rischio il ruolo dell’OSCE”

Diversi cablogrammi indicano che i dubbi degli Stati Uniti su Berlusconi, diversamente da quanto emerge dalle dichiarazioni ufficiali di questi giorni, non sono diminuiti con il tempo. Un rapporto dell’ambasciata di Roma (210920) inviato al Presidente Obama il 9 giugno 2009, riassumeva così la situazione. “La dipendenza dall’energia russa, gli accordi commerciali spesso non trasparenti e redditizi tra Italia e Russia, e il rapporto molto stretto e personale tra Berlusconi e Putin hanno distorto la visione del primo ministro italiano al punto che (Berlusconi) pensa che molte delle frizioni tra l’Occidente e la Russia siano state causate dagli Stati Uniti e dalla NATO “.

Berlusconi, anticipava l’ambasciata a Obama “ci ha proposto di mediare nel suo rapporto con il presidente russo Medvedev e spera che lei gli dia un segno, anche piccolo, che ha il suo beneplacito a farlo”.

“Al contrario”, suggerisce il cablogramma firmato da Elisabeth L. Dibble, allora massima autorità (ad interim) dell’ambasciata, “può fargli sapere che crediamo che le questioni di sicurezza concernenti la comunità transatlantica devono essere condotte dal gruppo dell’Alleanza, e che gli Stati Uniti non vogliono sacrificare valori in cambio di una stabilità a breve termine sulla base di promesse russe di buon comportamento. E che reagiremo, – e aspettiamo da coloro che condividono questi valori, che lo facciano allo stesso modo – , se la Russia dovesse attraversare la linea rossa, ad esempio minacciando la sovranità degli Stati vicini. ”

Un altro dispaccio successivo dell’ambasciata di Roma del 13 gennaio 2010, scritto prima di una visita del Ministro Frattini negli Stati Uniti (243419), insisteva su quest’idea ed elencava i problemi creati dal Cavaliere: “Berlusconi crede che comportandosi come un mediatore, possa ripristinare lo spirito di dialogo e di cooperazione tra Europa, USA e Russia, ma (pensa) molto in termini russi, rinviando sine die l’avvicinamento della NATO ad Ucraina e Georgia, rendendo vani gli sforzi dell’Europa per promuovere la democrazia in Bielorussia e minando l’importante ruolo dell’OSCE nel difendere i valori umani e democratici in Europa”.

“Una politica estera progettata per non negare nulla alla Russia”

Era questo il titolo del paragrafo 16 del documento segreto (data) che Spogli inviò a Washington nel gennaio 2009, che riassumeva in un elenco alcuni temi “fastidiosi” per la Russia, in cui l’Italia le ha fornito il supporto in sedi internazionali: Pressione presso l’OSCE per ignorare le violazioni della Russia sui “conflitti congelati” che sono legalmente vincolati a Istanbul; Sostegno debole o addirittura opposizione agli sforzi della NATO di costruire legami più stretti con la Georgia e l’Ucraina; Debole appoggio iniziale per sostenere gli sforzi internazionali volti a riconoscere l’indipendenza del Kosovo; Osservazioni poco collaborative sui piani di difesa missilistica con la Polonia e con la Repubblica Ceca; Supporto ai piani del presidente russo Medvedev per ridefinire l’architettura della sicurezza europea, escludendo l’OSCE e la NATO; Appoggio alla Russia nello svilire le iniziative di Unione Europea e Stati Uniti volte a fornire più sicurezza energetica all’Europa.

Valentini, l’uomo nell’ombra

Se c’è qualcosa che intriga i diplomatici statunitensi nel rapporto Putin-Berlusconi è il ruolo di uno stretto collaboratore di Berlusconi, Valentino Valentini. I dispacci dimostrano che la diplomazia straniera pensa che “questo deputato e figura nell’ombra”, che “agisce senza staff e senza nemmeno una segretaria” sia ” l’uomo chiave di Berlusconi in Russia”.
Valentini, spiegava l’ex ambasciatore Ronald P. Spogli nel gennaio 2009, “parla russo (tra le altre lingue), si reca in Russia diverse volte al mese, e spesso appare accanto a Berlusconi quando si incontra con i leader del mondo”.

L’ambasciata ha ammesso che “non è chiaro” quello che Valentini fa durante le sue frequenti visite in Russia, ma ha osservato: “Si rumoreggia che curi gli interessi di Berlusconi”. Aggiungendo: “I nostri contatti lo descrivono in modo univoco vicino a Berlusconi in tutto ciò che ha a che fare con la Russia, ma non come un politico”.

In realtà, Valentini lavora come assistente personale e interprete per Berlusconi da molto tempo. All’età di 23 anniX,X ha completato (fece) un master in Publitalia, la società presieduta Dell’Utri, senatore siciliano e co-fondatore di Forza Italia, ora condannato per associazione mafiosa, e presto ha cominciato a lavorare con il Cavaliere.

L’immenso potere politico dell’ENI

Le espressioni utilizzate dal servizio diplomatico rivelano che gli Stati Uniti sono diffidenti nei confronti dell’ENI e ritiengono che il colosso energetico italiano abbia “un immenso potere politico”. Più cablogrammi rivelano che gli USA hanno esercitato forti pressioni sull’Italia almeno dal 2008. L’obiettivo era fare in modo che non portasse avanti il progetto del gasdotto South Stream con Gazprom, e far sì che abbandonasse l’idea di costruire un altro gasdotto dai giacimenti iraniani di Pars alla Turchia, come aveva proposto il governo iraniano ad all’ENI.

Un comunicato emesso dall’ambasciata a Roma il 13 Gennaio 2010 afferma che la visione dell’ENI in merito alla situazione energetica europea è inquietantemente simile a quella di Gazprom e del Cremlino, a volte si adorna con antologie di retorica che ricordano il linguaggio a doppio senso dell’era sovietica “. Un altro cablogramma dell’ambasciata di Roma precedente a una visita negli Stati Uniti del ministro Frattini affermava: “Il governo italiano è ambivalente sull’appoggio al gasdotto europeo Nabucco, mentre l’ENI è disposto ad aiutare Gazprom a costruire gasdotti nel Mar Nero e nel Mar Baltico cosa che aumenterebbe solo la dipendenza dell’Unione europea verso la Russia. Spesso l’ENI sembra dettare la politica energetica del governo, e usa il suo potere per ostacolare i piani di liberalizzazione del mercato europeo dell’energia”. Un cablo del Dipartimento di Stato del 2 maggio 2008, inviato dal Sottosegretario Reuben Jeffery III a 20 delegazioni e uffici (154 742), racconta di un incontro teso tra questi e l’amministratore delegato di ENI Paolo Scaroni a Washington.

Quando Jeffery chiede “perché l’Italia sostiene il progetto South Stream, Scaroni risponde bruscamente: “L’Europa ha bisogno del gas russo. È meglio avere il gas direttamente dalla Russia ed evitare future controversie tra Russia e Ucraina “. Il documento segreto citato, del 26 Gennaio 2009, analizza l’influenza politica interna del colosso energetico italiano creato nel 1953 dal leggendario Enrico Mattei, morto nel 1962 in un incidente aereo sospetto e mai chiarito, dopo aver discusso il primato delle “sette sorelle” nel mercato mondiale del petrolio. “Il governo italiano ha sostenuto gli sforzi dell’ENI e di altri giganti dell’energia per creare una società unica con la Russia e Gazprom e collaborare a lungo termine (fino al 2035)”, scrive Spogli. “ENI, la parastatale più importante nell’ambito dell’energia, ha un immenso potere politico, la sua strategia di business si concentra su complessi contesti geopolitici, generalmente percepiti come un rischio troppo elevato per i suoi concorrenti internazionali”. “Gli sforzi dell’ENI per incalzare ‘faccia a faccia’ il governo italiano sono più fondati rispetto alla maggioranza delle delegazioni di Governo”, aggiunge il comunicato. “Ha un consulente diplomatico assegnato dal Ministero degli Esteri. A giudicare solo dalla stampa, si direbbe che Berlusconi offre al suo amministratore delegato, Paolo Scaroni, lo stesso accesso che dà al suo ministro degli Esteri.”

“Il direttore commerciale di ENI ci ha detto di recente che si incontra con Gianni Letta, equivalente ad un consigliere per la sicurezza nazionale e confidente di Berlusconi, una volta alla settimana”, continua. “I membri di entrambi gli schieramenti politici ci dicono che l’ENI è uno dei più grandi promotori dei numerosi “think-tanks” italiani’, molti dei quali organizzano dibattiti pubblici sull’importanza delle relazioni Italia-Russia. Ci sono anche sospetti che l’ENI abbia dei giornalisti sul libro paga “. Il rapporto rivela inoltre che “l’ENI non limita il suo dialogo con il Governo sulle questioni energetiche, e la sua presenza in Russia supera quella dell’ambasciata, che è a corto di personale e, secondo un membro del Partito Democratico, molti messaggi politici passano spesso attraverso quei canali commerciali ed economici”. L’ambasciatore conclude osservando: “Secondo l’ENI, la vera minaccia alla sicurezza energetica dell’Europa occidentale non è la Russia – è l’Ucraina”. La soluzione all’insicurezza energetica, secondo ENI, “sono più connessioni di tubature dai giacimenti russi di gas e la necessità di non farli passare per l’Ucraina, cosa che sarebbe razionale nel caso di Nord Stream e South Stream”.

South Stream, il gioiello della alleanza?

Nonostante gli sforzi per evitare danni collaterali, i comunicati presentano che gli Stati Uniti comprendono molto bene che l’Italia ha bisogno dell’energia russa. “Teoricamente senza riserve interne di energia, senza energia nucleare sul territorio nazionale e con un’ambiziosa azienda energetica parastatale (ENI), la principale preoccupazione bilaterale dell’Italia è la ricerca di garanzie di approvvigionamento energetico a lungo termine”, ha scritto nel 2009 l’Ambasciatore Spogli.

Parallelamente, i comunicati certificano che gli affari bilaterali tra la Russia e l’Italia sono cresciuti con grande forza dopo la caduta del muro di Berlino. Tra il 1998 e il 2007, le esportazioni italiane in Russia sono aumentate del 230%, passando da 2.700 milioni a 9.500 milioni di euro. Le ambasciate a Roma e Mosca spesso analizzano i progressi e le retrocessioni del gasdotto South Stream, considerato il fiore all’occhiello dell’accordo ENI-Gazprom.

Secondo Gazprom, il gasdotto avrà un costo di 8.600 milioni di euro ed esporterà gas in Europa aggirando l’Ucraina sotto il Mar Nero ed arrivando attraverso la Turchia, in due diramazioni, una a nord dall’Ungheria verso l’Austria, e un’altra a sud dalla Grecia all’Italia. Il gasdotto dovrebbe essere pronto per il 2015, secondo Gazprom, anche se la diplomazia di Washington si mostra scettica e in due comunicati dubita persino che il gasdotto “sia terminato in quella data, se mai si farà". In tempi recenti, l’amministrazione USA ha espresso preoccupazione per la triangolazione dell’asse Roma-Mosca a Tripoli. Il dispaccio inviato da Hillary Clinton il 28 gennaio di quest’anno chiedeva alle sue legazioni a Roma e Mosca: “Quali sono le opinioni dei funzionari del Governo italiano e di ENI sulla politica energetica con la Russia e sul progetto South Stream, con particolare riguardo alla Libia e ai Balcani?".

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mercoledì 19 gennaio 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 10:47
Luca Sanna è morto. Il militare era stato colpito alla testa. E si sono improvvisamente aggravate le condizione di Luca Barisonzi, l'altro alpino ferito nello scontro a fuoco. Secondo quanto si appreso nella serata di martedì la pallottola è entrata dalla spalla e avrebbe compromesso una parte del midollo spinale. La notizia di ieri segue quella del 31 dicembre scorso quando nel distretto di Gulistan, nell'ovest dell'Afghanistan, l'alpino Matteo Miotto, caporal maggiore di 24 anni, è morto in circostanze ancora non del tutto chiarite, mentre era di guardia alla postazione, una torretta, denominata "Snow".

Sanna era caporalmaggiore dell'VIII reggimento alpini. Aveva 33 anni ed era originario di Oristano. Sposato, aveva già compiuto un'altra missione in Afghanistan ed era ritenuto un militare «esperto» come ha detto il ministro della Difesa parlando con i giornalisti nella sede del ministero. La vittima era impegnata presso l'avamposto Highlander, uno dei distaccamenti che costituiscono la cornice di sicurezza intorno a Bala Murghab. Dall'inizio della missione ora sono 36 militari italiani morti in Afghanistan.

L'alpino «è stato ucciso da un terrorista in uniforme dell'esercito afghano», ha poi spiegato nel corso di una conferenza stampa il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che oggi alle 16 riferirà alla Camera. Secondo La Russa, sono due le ipotesi ancora al vaglio degli investigatori: o che il terrorista non fosse un militare ma indossasse l'uniforme, oppure - «meno probabile» - che fosse un infiltrato nell'esercito afgano, arruolatosi proprio per compiere azioni di questo tipo.

Nel frattempo, a quanto pare, anche per sviare l'opinione pubblica dagli scandali privati Berlusconi pensa a una strategia per il ritorno «dei nostri ragazzi». «Ci chiediamo se serve restare» in Afghanistan. Lo ha detto proprio Berlusconi, al termine della riunione con i parlamentari avvocati del Pdl. Il governo, ha aggiunto il premier, sta valutando una «strategia per il ritorno dei ragazzi. [...] Stiamo addestrando le forze afghane, e speriamo che il governo afghano sia presto in grado di garantire la sicurezza e la stabilità con le proprie forze».

Ieri pomeriggio, invece,La Russa, ha ribadito che l'uccisione del caporal maggiore è un «tragico evento» che non precluderebbe il proseguimento della missione militare italiana. «Non mettiamo in discussione la bontà delle ragioni che ci inducono a perseguire gli scopi della missione», ha detto il Ministro fornendo alcuni dettagli sulle circostanze che hanno portato alla morte dell'alpino italiano. «Ma questo non ci impedisce di valutare di volta in volta le condizioni in cui i nostri militari possono e debbono essere impiegati», ha sottolineato.

«Sul senso, sulla durata e sulla qualità della nostra permanenza in Afghanistan occorrerebbe interrogarsi nelle sedi opportune ossia quelle parlamentari e non crediamo invece sia utile risolvere con una battuta in strada davanti ai giornalisti che mette in dubbio il senso della nostra permanenza lì», ha affermato Emanuele Fiano, responsabile Sicurezza e Difesa del Pd. «Se il governo sulla nostra missione ha cambiato opinione - ha aggiunto - venga a dirlo in Aula: instillare dei dubbi mentre i commilitoni di Luca Sanna rimangono sul fronte afghano a rischiar la vita ogni giorno non è serio».

«Si tratta purtroppo di un ulteriore, carissimo contributo pagato dai nostri soldati nella loro quotidiana lotta contro il terrorismo internazionale», ha dichiarato invece il Ministro degli Esteri Franco Frattini esprimendo il suo personale dolore e cordoglio e quello della Farnesina per la tragica scomparsa di un militare italiano e il grave ferimento di un secondo avvenuta quest'oggi, nei pressi di Bala Murghab, in Afghanistan. «Il tragico episodio odierno è un ulteriore motivo per proseguire nello sforzo di stabilizzazione dell'Afghanistan ed ancor più accelerare il processo, già avviato, di transizione ed afghanizzazione che consentirà di trasferire all'esercito ed alla polizia afgani le responsabilità di sicurezza del proprio Paese», ha concluso il Ministro.

L'ultima reazione degna di nota è quella di Margerita Boniver: «Quest'ennesimo lutto che ci colpisce con la perdita di un giovane militare impegnato in Afghanistan deve continuare a farci riflettere sull'impegno della Comunità internazionale in un teatro di guerra sempre più pericoloso. È necessario da un lato una forte iniziativa per un armistizio tra le parti, talebani e governativi e dall'altro una cooperazione sempre più efficace per poter permettere all'Afghanistan di avere piena responsabilità della propria sicurezza». Lo ha detto Margherita Boniver, deputato del PDL e Presidente del Comitato Schengen. D'altra parte, se l'Italia decidesse, sensatamente, di avviare il ritiro delle truppe, non può che farlo concertandosi con le altre forze internazionali.

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sabato 15 gennaio 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 11:36
Un passaggio di staffetta ideale dopo il 2010, dichiarato anno internazionale della biodiversità. Lo scopo di queste proclamazioni è quello di accrescere la consapevolezza sulla sostenibilità, la conservazione della natura e di tutti i tipi di foresta. Governi, associazioni ed aziende programmano eventi ed iniziative. In Italia il perno sarà il Corpo Forestale dello Stato.
52000 km2. Ogni anno scompare la Namibia
Tra il 2000 e il 2010 l'area mondiale coperta da foreste è diminuita a un tasso di 5,2 milioni di ettari all'anno, secondo il 2010 Global Forest Resources Assessment: una superficie paragonabile a quella di un'intero stato dell'atlante geografico.
L'80% della biodiversità e 1,6 miliardi di persone. Il ruolo delle foreste
Le foreste custodiscono l'80% della biodiversità mondiale, sostengono circa 1,6 miliardi di persone, riducono la CO2 in atmosfera.
191 stati. La classifica mondiale
La FAO ha censito gli stati con la maggiore percentuale di foreste al mondo entro il proprio territorio: Suriname (94.7% del suo territorio coperto da foreste) | Guiana francese 91.5% | Micronesia 90.6% | Samoa 89.0% | Palau 88.3% | Seychelles 87.0% | Gabon 84.4% | Bhutan 83.8% | Guyana, 76.7% | Isole Salomone 74.8%.
Il primo paese europeo è la Finlandia, con il 74% del territorio coperto da foreste, ma ben piazzati tutti i paesi scandinavi e l'Austria (47%). L'Italia è 86esima (con il 34%).
2 febbraio 2011. La data
Il lancio ufficiale è il 2 febbraio 2011, nel corso della 9a Sessione dello United Nations Forum on Forests, quartier generale Onu di New York.

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venerdì 14 gennaio 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 11:06
Oggi alle 18.30 nei locali della Libreria Rinascita di Largo Agosta 36
Presentazione del libro
ORIANA FALLACI: la scrittrice, la giornalista, la donna
di Lucia Peronti


Interverranno, insieme all’autrice

Roberto Bonuglia Consulente editoriale Nuova Cultura
Cristiana Lardo
Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”
Gian Mario Quinto
Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”
Piera Constantino
Responsabile della biblioteca Gianni Rodari
Gianmarco Palmieri
Presidente del VI Municipio Stefano Veglianti Assessore ai Lavori Pubblici del VI Municipio
Cecilia Fannunza
Presidente della Commissione Scuola e Cultura del VII Municipio


«Ogni libro, saggio, articolo o resoconto è, inevitabilmente, la quintessenza dell’animo del suo autore». E’ racchiuso in questa frase il significato dell’opera e della personalità di Oriana Fallaci. La grinta, il coraggio, la determinazione, la disubbidienza e la straordinaria professionalità sono le caratteristiche peculiari della scrittrice fiorentina secondo Lucia Peronti, giovane insegnante autrice di un saggio critico sull’indimenticabile giornalista.
Dalla passione per l’informazione a quella per Alekos Panagulis, dall’amore per la “sua” Firenze a quello per la letteratura, in Oriana Fallaci: la giornalista, la scrittrice, la donna, ripercorre la vita della pasionaria del giornalismo italiano analizzandola nel profondo, con il proposito di condurre il lettore alla conoscenza autentica dell’Oriana donna e della Fallaci scrittrice.

Info e contatti
www.nuovacultura.it
Gennaro Guerriero Direttore generale T (+39) 06 97613088
gennaroguerriero@nuovacultura.it; skype: gennaro.guerriero

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giovedì 13 gennaio 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 09:54
L’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, Navi Pillay, ha sollecitato il governo tunisino a garantire che le forze di sicurezza cessino l’uso eccessivo di forza contro i dimostranti e ad avviare indagini trasparenti e credibili sui decessi avvenuti durante le recenti proteste contro gli aumenti dei prezzi, le scarse opportunità di occupazione, la presunta corruzione e le limitazioni dei diritti e delle libertà fondamentali.

Ventuno sono le persone uccise tra l’otto e il nove gennaio, secondo cifre ufficiali governative, anche se le organizzazioni per i diritti umani parlano perfino di un numero maggiore. Se è vero che la situazione è precipitata durante il fine settimana, tuttavia decessi si erano già registrati nelle settimane precedenti. Le manifestazioni, iniziate il 17 dicembre, continuano in tutto il paese.

“Qualunque sia il numero totale, sono estremamente preoccupata per l’elevato numero di persone uccise in Tunisia durante le ultime settimane,” ha affermato Navi Pillay. “E’ essenziale che ci si conformi con urgenza e in maniera rigorosa alle norme fondamentali internazionali sui diritti umani, e ai principi guida in materia di utilizzo delle armi da fuoco.”

“I resoconti indicano che la maggior parte delle proteste sia stata di natura pacifica, e che le forze di sicurezza abbiano reagito con eccessiva forza in violazione degli standard internazionali. È imperativo che il Governo avvii un’inchiesta trasparente, credibile e indipendente su violenze e uccisioni. Se si prova che membri delle forze di sicurezza hanno utilizzato forza eccessiva, o hanno perpetrato uccisioni extra-giudiziali, essi devono essere arrestati, processati e, se ritenuti colpevoli di reato, puniti conformemente alla legge. E’ essenziale che si faccia giustizia, e che il pubblico ne sia consapevole.”

Navi Pillay ha inoltre espresso preoccupazioni circa resoconti su una vasta ondata di arresti, tra cui quelli dei difensori dei diritti umani e dei blogger che invocano principi fondamentali dei diritti umani come la libertà di espressione, come pure a proposito a proposito di notizie su tortura e maltrattamenti inflitti ai detenuti in Tunisia. “Se è giusto che le persone vengano arrestate se vi è la prova che queste abbiano commesso crimini come violenze e incendi dolosi, nessuno dovrebbe essere arrestato o molestato per aver levato la propria voce a sostegno dei diritti umani”. “I difensori dei diritti umani e i blogger, arrestati esclusivamente per le loro attività pacifiche, devono essere liberati immediatamente”, ha detto.
Navi Pillay ha sollecitato il governo a dare una risposta alle cause che sono alla base dei disordini e a dare attuazione a politiche in grado di alleviare le difficoltà economiche ed eliminare le pesanti limitazioni sulla libertà di associazione, opinione ed espressione, come quella di associazione.

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martedì 11 gennaio 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 18:57
Il referendum d’indipendenza del Sudan meridionale, che potrebbe dividere in due il paese più grande dell’Africa e dare vita al 193mo stato membro delle Nazioni Unite, è iniziato con una grande affluenza alle urne, secondo quanto affermato dal Presidente della Commissione di osservazione elettorale ONU. Al contempo, l’ONU si dice estremamente preoccupata dalle notizie di scontri e vittime nella contesa regione di Abyei, che costituisce la zona di confine tra il nord e il sud, e che viene considerata una polveriera di potenziali nuovi conflitti tra i due territori.

La Commissione nominata dal Segretario Generale Ban Ki-moon, e presieduta dall’ex Presidente della Tanzania Benjamin Mkapa, sta continuando a visitare i centri elettorali, recandosi in tre stati, incontrando gli elettori, così come i funzionari del governo e delle autorità elettorali. “L’affluenza registrata il primo giorno è stata eccezionale, ma le autorità l’hanno gestita benissimo e ci congratuliamo per questo”, ha affermato Mkapa, in visita a Bor, nello stato di Jonglei, dove ha incontrato la stampa locale.

“La nostra speranza è che, quando le elezioni si concluderanno, il 15 gennaio, i risultati vengano pubblicati il prima possibile, in modo che l’elettorato e la comunità internazionale possano accettare risultati credibili e definitivi”.

Il Segretario Generale Ban Ki-moon ha lodato il Governo Nazionale e l’Autorità Regionale del Sudan meridionale per gli sforzi compiuti affinché il voto si svolgesse in un’atmosfera di pace e cooperazione, e nel suo ultimo rapporto al Consiglio di Sicurezza sulla Missione UNMIS, ha espresso soddisfazione per le dichiarazione di conciliazione, rilasciate da entrambe le parti, circa la volontà di rispettare l’esito del referendum. Allo stesso tempo, ha messo in guardia sulle disastrose conseguenze umanitarie di un nuovo conflitto, dichiarando che l’ONU ha preparato un piano di emergenza per il periodo fino a giugno, e ha previsto un possibile rinforzo di UNMIS per prevenire ogni deterioramento delle condizioni di sicurezza. “Nell’eventualità in cui il referendum dia luogo a nuove violenze, circa 2,8 milioni di persone potrebbero trovarsi nella condizione di rifugiati e 3,2 milioni potrebbero essere vittime degli inevitabili scompensi commerciali e di erogazione dei principali servizi sociali”, ha affermato Ban Ki-moon. “In questo caso, circa sessantatré millioni di dollari potrebbero essere necessari per fornire assistenza umanitaria a chi ne avrà bisogno”.

“Siamo fortemente preoccupati dagli scontri nell’area di Abyei e dalle morti che hanno causato”, ha affermato il portavoce ONU Martin Nesirky a New York, aggiungendo che UNMIS si sta impegnando per contenere la situazione dal punto di vista politico, aumentando il pattugliamento e incoraggiando l’impegno dei leader di entrambi gli stati.

“Le agenzie umanitarie ONU si stanno preparando ad affrontare ogni evenienza. Il Programma Alimentare Mondiale ha preparato abbastanza scorte in cento luoghi di interesse strategico, per poter distribuirlo a circa un milione di persone per sei mesi, ed è pronto a far fronte a un possibile flusso di ritorno verso il nuovo stato indipendente, così come allo spostamento coatto di nuove persone. Poiché gli avvenimenti dei primi giorni del 2011 saranno unici nella storia del Sudan, chiedo a tutti i partner coinvolti di intensificare i propri sforzi e fornire supporto a tutti i sudanesi, per assicurare che il referendum si svolga con successo e che la volontà della popolazione venga rispettata, attraverso l’adozione e l’implementazione del suo risultato”, ha affermato Ban Ki-moon.
 
lunedì 10 gennaio 2011, posted by khayyamsblog@gmail.com at 11:57
Secondo il magistrato Roberto Scarpinato la mafia internazionale spinge la criminalità nazionale fuori dal mercato. Il giudice antimafia è dell’opinione che i Paesi europei “così civili” non abbiano ben compreso quanto è rapida la criminalità organizzata nell’aggiudicarsi il potere. Cancro o termiti. A Scarpinato non importa, purché la metafora riesca in qualche modo a render chiaro ciò che intende: il fatto che si propaga lentamente, che all’inizio si può ancora combattere, ma che si è già irrimediabilmente perduti se si interviene troppo tardi.

Scarpinato è uno dei più importanti magistrati antimafia in Italia. Negli anni novanta è stato Pubblico Ministero nel clamoroso processo contro il vecchio premier Giulio Andreotti e si è specializzato negli intrecci tra clan mafiosi, imprenditori e politica. Dopo tutte le inchieste e i rapporti, dopo migliaia di telefonate intercettate, ha un ammonimento per “i Paesi civili come l’Olanda, la Germania ed il Lussemburgo, dove la gente pensa che a loro non capiterà”: imparate dall’Italia e capite che la mafia sta minando le basi della convivenza civile. Scarpinato è in visita per parlare del suo libro sulla mafia tradotto di recente [in olandese] Il ritorno del Principe.

Il termine ‘mafia’ in realtà non è corretto più, afferma il magistrato. Non si tratta di Cosa Nostra in Sicilia, della ‘ndrangheta in Calabria, della Camorra a Napoli. Non si tratta nemmeno del crimine ‘made in Italy’. Ciò che vede Scarpinato è un fenomeno mondiale: i gruppi mafiosi ottengono potere in sempre più Paesi e, partendo da posizioni di monopolio nazionali, collaborano tra loro, a mo’ di cartello del crimine al livello mondiale. O per spiegare meglio, nascono sistemi criminali che superano le frontiere nazionali. Ma l’analisi suona di nuovo troppo sociologica. Torniamo quindi a parlare semplicemente di mafia.

“E’ un meccanismo complesso” dice Scarpinato. “La mafia è una organizzazione commerciale. Offre droghe, prodotti e servizi illegali, prostitute, traffico di esseri umani ridotti in schiavitù. Per questo tipo di offerta esiste un mercato di normali cittadini europei. In Europa ci sono milioni di utilizzatori di cocaina, milioni di uomini che vanno a prostitute, milioni di imprenditori che chiedono forza lavoro sottopagata. Ci sono centinaia di aziende che cercano di smaltire in modo illegale i propri rifiuti tossici. Tutto ciò rappresenta una domanda di servizi illegali. I criminali mafiosi sono lo specchio dei vizi nascosti di moltissime persone normali”.
Questa non è un’analisi sconvolgente. Ma a partire dal 1989 la scala si è molto ingrandita. “La mafia come fenomeno commerciale è cresciuta in maniera esplosiva. Inizialmente esisteva un mercato illegale solamente nei Paesi dove c’era un mercato libero, in Europa, Australia, Giappone. Con la fine della guerra fredda il mercato è diventato uno solo, legale e illegale.
Il magistrato dà due esempi. Prima del 1989 la prostituzione era nelle mani soprattutto di gruppi criminali locali. I gruppi internazionali hanno in seguito preso potere, in Nigeria e Slovenia per esempio, e i Paesi occidentali sono stati subissati di donne dall’Europa dell’Est e dall’Africa. Qualcosa di simile accade con le droghe. “In Cina i nuovi ricchi che vogliono la cocaina sono centinaia di milioni. Nel 2020 potrebbero essere 250 milioni. Un fenomeno criminale che era rimasto relativamente limitato all’Occidente, ora è divenuto globale. La piccola criminalità organizzata viene estromessa dal mercato, così come è accaduto nell’economia legale, nel settore dell’energia, delle telecomunicazioni”.



Scarpinato mette in guardia dal fatto che la criminalità penetra in maniera via via sempre maggiore. In Paesi come Russia, Bulgaria, Romania, ma anche Nigeria, Colombia e Messico il potere della criminalità organizzata è enorme e spesso completamente visibile.
“La maggior parte dei Paesi in Europa non è consapevole del ruolo crescente che la mafia giuoca anche da loro nell’economia normale. Dapprima diviene potere economico. Poi controllo sociale e infine corrompe la politica. L’Europa ha sempre più difficoltà nel parlare di mafia nei documenti ufficiali. L’opinione pubblica è indietro di vent’anni, comprende solo con ritardo ciò che accade”.
Il magistrato accenna appena a possibili esempi internazionali concreti. Ne Il ritorno del Principe invece descrive con molti esempi come la società italiana sia stravolta. C’è una mafia ‘militare’, di assassini e taglieggiatori e una mafia ‘borghese’: imprenditori, notai, medici, architetti, politici. Le due sono strettamente legate.

“Sottovalutare la mafia, come è accaduto per anni in Italia, comporta un danno enorme. Se ci fossimo impegnati a fondo venti, trenta anni fa, avremmo avuto più successo. Nel frattempo la camorra e la ‘ndrangheta sono diventate troppo potenti. E’ come il cancro. Se fai la diagnosi per tempo, puoi guarire. Se il male avanza, le metastasi intaccano tutto il corpo sociale”.
L’Europa deve difendersi in due modi, dice Scarpinato. Innanzitutto: comprendere che la mafia non è roba da pizzaioli e contadini, assassini folcloristici e rapinatori ma da gente con molti soldi che lentamente si compra una posizione nella società. Nessun settore è al riparo: due mesi fa Scarpinato ha svelato un progetto milionario della criminalità organizzata nel campo dell’energia eolica.

Come seconda cosa: pensare con lo stesso metro della mafia. Che è perlomeno europeo. “Dobbiamo fare in modo da avere un unico diritto penale contro la mafia, un’unica magistatura, un’unica polizia che circoli liberamente all’interno dello spazio europeo tanto quanto la criminalità”. Ma il nostro Stato di Diritto e la nostra democrazia non offrono in questo senso nessuna resistenza contro quello che il magistrato descrive come “la scuola del crimine”? Scarpinato solleva le spalle. “E’ un mercato di domanda e offerta. Se non si interviene in modo energico, se come politici non si è estremamente attenti ai pericoli, la mafia, come un termitaio, scaverà dal di dentro tutte quelle meravigliose istituzioni”.

Mafia e politica

Roberto Scarpinato, 58 anni, ha svolto inchieste su importanti affari di mafia e politica in qualità di Pubblico Ministero nel capoluogo siciliano. E’ ora Procuratore Generale presso la Corte d’appello nella sua città natale, Caltanissetta. Il suo ultimo libro è ora tradotto in olandese.

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