martedì 30 novembre 2010, posted by khayyamsblog@gmail.com at 11:57
La Casa dei Gladiatori e i suoi affreschi che crollano completamente, domenica 7 novembre, a Pompei, in mancanza di una manutenzione costante. Il tappeto rosso del Festival del cinema di Roma invaso da centinaia di manifestanti che protestano, il giorno dell’inaugurazione, contro i tagli alla cultura. Il Museo d’Arte Moderna di Napoli che non riesce più a pagare le bollette dell’elettricità e minaccia di ridurre gli orari di apertura. Il Teatro dell’Opera [di Roma] che ha dovuto ridurre i contratti dei tecnici. Tutti questi avvenimenti rivelano “lo stato di catastrofe culturale” che minaccia oggi l’Italia.

La politica di rigore di bilancio decretata dal governo (29 miliardi di euro di risparmi nel 2011 e 2012) si tradurrà in una riduzione di 58 milioni di euro per il settore della valorizzazione dei beni culturali, e di più di 100 milioni per il Fondo Unico per lo Spettacolo (FUS). La situazione è altrettanto difficile per gli enti locali: non potranno spendere più del 20% delle somme stanziate in passato dallo Stato per l’organizzazione di eventi culturali.

“Queste restrizioni sono un vero disastro”, si lamenta Umberto Croppi, assessore alla Cultura del Comune di Roma. “Una mostra come quella di quest’anno a Roma sul Caravaggio, non sarà più possibile. Si pensi che ha attirato 500 000 visitatori, e fruttato 30 milioni di euro, di cui 15 milioni allo Stato.” Ma questo non persuade il governo: “La cultura non si mangia” risponde Giulio Tremonti, Ministro dell’Economia di un Paese che conta il maggior numero di siti (45) classificati come patrimonio dell’Unesco.

Cuore dell’attività dell’Italia

Per protestare contro i tagli di bilancio, numerosi musei, biblioteche e siti archeologici erano rimasti chiusi venerdì 12 novembre, altri erano rimasti aperti gratuitamente. Il 22 novembre, attori, registi, sceneggiatori e tecnici del cinema sono ugualmente chiamati dai sindacati ad uno sciopero generale. “Quando un’azienda è in difficoltà, si concentra sul cuore della sua attività e il cuore dell’attività dell’Italia è la cultura”, spiega l’assessore alla Cultura del Comune di Genova, Andrea Ranieri. “La cultura non è la ciliegina sulla torta, è la torta”, rincara la dose il presidente dell’Associazione dei Comuni Italiani. La torta è mal ridotta. Al di là della polemica, è tutta la gestione del patrimonio culturale italiano ad essere in causa. La sua salvaguardia e l’economia che ne deriva. “Non è solamente una casa che crolla a Pompei” si preoccupa Maria Pia Guermandi, membro della direzione dell’associazione Italia Nostra, ma la credibilità del Paese. Noi non siamo più in grado di gestire tutto questo.”

“Mancanza di denaro”

L’arte e la cultura, che dovrebbero essere tra le principali risorse dell’Italia, ricevono scarsi investimenti, quando il turismo rappresenta il 12% del PIL. Dai 7 miliardi di euro del 2008, anno dell’elezione di Silvio Berlusconi, il bilancio della cultura è sceso a 5 miliardi nel 2010, ovvero lo 0,21% del bilancio della nazione.
Musei di provincia quasi vuoti, siti archeologici che ricevono pochi visitatori al giorno: l’Italia soffre di troppe ricchezze, e di troppo poco denaro per conservarle in buono stato e attirare pubblico. “La valorizzazione dell’eccezionale patrimonio sembra lontana dall’essere ottimale”, conclude un rapporto della Fondazione Ambrosetti, presentato il 12 novembre nel quadro della manifestazione Firenze 2010, dedicata alla valorizzazione del patrimonio.

Da parte sua Sandro Bondi, Ministro della Cultura, si dibatte tra l’intransigente Ministro dell’Economia e gli ambienti culturali allo stremo. Per manifestare la sua opposizione alle riduzioni di bilancio, ha snobbato un Consiglio dei Ministri. Difende però lo spirito della riforma, denunciando la “cultura dell’assistenza” che è prevalsa fino ad allora. Il suo progetto? Moltiplicare le fondazioni pubbliche e private per conservare in buono stato i grandi siti e i musei, sul modello del Museo Egizio di Torino.

Ma il crollo della Casa dei Gladiatori potrebbe portare un colpo fatale al Ministro della Cultura. Dopo avere incautamente dichiarato che il sito era crollato a causa della mancanza di denaro per conservarlo, ha accusato le infiltrazioni di acqua di essere la causa di tale disastro, cosa che è in parte esatta. “Mi dimetterei se fossi responsabile”, ha ripetuto, mercoledì 10 novembre, in Parlamento. L’opposizione dovrebbe presentare una mozione di sfiducia nei confronti di colui che si è ormai guadagnato il soprannome di “ministro dei mali culturali”.

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sabato 27 novembre 2010, posted by khayyamsblog@gmail.com at 11:20
Il direttore Claudio Piccari offre con orgoglio il corposo vino rosso. Si chiama “Le sette mandate”. Come il “Recluso”, con le grate stilizzate sull’etichetta, proviene dalla cantina del carcere di Velletri, nel Lazio. Le viti crescono sulle terre vicino al carcere, una catena di supermercati vende il vino. Tutto ciò sembra un nuovo sistema di detenzione.Eppure Velletri è afflitto dagli stessi problemi di cui soffrono gli altri 206 istituti di pena presenti in Italia e per tutti loro è scattato lo stato di emergenza.

I penitenziari sono sovraffollati: in totale ci sarebbe posto solo per 44’612 detenuti, in realtà ne contengono ben 68’527. Ciò significa che in media per ogni 100 posti disponibili le carceri ospitano in realtà 152 detenuti, quando la media europea è di 107. Troppi detenuti da un lato e poche guardie dall’altro, con conseguenze negative per tutti. “Siamo in una fase critica” dice Franco Ionta, capo della polizia giudiziaria e commissario per lo stato di emergenza nelle carceri. “Il sistema è al limite della sopportazione“. Nel suo nuovo report l’organizzazione Antigone constata che nelle prigioni sovraffollate hanno la meglio condizioni illegali. Dal 1998 e per conto del ministero della giustizia Antigone osserva l’andamento delle pene detentive. “Ci sono prigioni in cui il detenuto vive in meno di 3 metri quadrati” dice Patrizio Gonnella, presidente di Antigone. Antigone ha contato 1300 ricorsi alla Corte Europea riguardanti l’articolo 3 della convenzione sui diritti dell’uomo: il divieto a punizioni umilianti o inumane.

La morte di Simone L. nel carcere romano di Regina Coeli ha recentemente destato attenzione: il ragazzo alla fine pesava 45 kg per 180 cm. Soffriva di problemi psichici. Era stato arrestato per piccoli reati di droga, ma non era stato condannato. Ora si indaga sul motivo per cui non abbia ricevuto sufficienti cure mediche. Un altro grosso caso è stato quello di Stefano C. Dopo soli 6 giorni di detenzione a Regina Coeli, anch’egli per piccoli reati di droga, è stato trovato morto. Secondo le indagini, sarebbe stato maltrattato e malamente assistito.

Potrebbe trattarsi di casi estremi, forse, ma il sovraffollamento delle carceri ne favorisce alcuni. Anche i suicidi fanno riflettere. Nel 2009, si sono uccisi 72 detenuti; nei primi 9 mesi di quest’anno sono 55. A Velletri la situazione è meno drammatica, ma l’assistente del direttore afferma che ogni giorno succede qualcosa. Dal tetto dell’ala centrale si vedono appese a tutte le celle magliette colorate, scarpe, asciugamani. Il motivo per il quale i detenuti le mettano lì, è evidente dando uno sguardo nella cella. Nei 10 metri quadrati di spazio si trovano 2 letti di ferro, un paio di sedie, un tavolino e un cucinino. Dove sono rinchiusi due detenuti, dovrebbe essercene solo uno. Il sorvegliante capo ammette che, fortunatamente, le celle non sono più alte altrimenti sarebbero stati montati letti a castello per far posto ad altre persone. L’edificio è stato progettato per accogliere 250 persone, ma ne ospita, in realtà, 380.

La prigione non ospita solo mafiosi o criminali: questi sono solo una piccola parte. 30’000 detenuti non sono stati condannati o non lo sono ancora in via definitiva, un record in Europa. I processi possono durare anni. Secondo stime, la metà dei prigionieri viene assolta. 28’154 persone sono in carcere per reati legati alla droga. Sono così tanti perché, da qualche anno, non c’è differenza tra essere in possesso di droga pesante o leggera. C’è un continuo via vai di gente, che vengono arrestate per reati di poco conto e rilasciate poco dopo e che intasa le case circondariali. Lo stesso commissario Ionta afferma che determinati reati dovrebbero essere depenalizzati e i processi velocizzati.

Questi spera nella parità del sistema giudiziario all’interno dell’Unione Europea. Se le sentenze vengono reciprocamente legittimate, i detenuti possono scontare la pena nel paese d’origine. Un terzo abbondante dei detenuti è straniero, ma non tutti provengono da paesi della comunità europea. Il commissario speciale afferma che il governo ha introdotto dei provvedimenti per la stabilizzazione del sistema carcerario, ma non ha voluto dichiarare di aver ricevuto soldi dal governo. L’anno scorso il ministro della giustizia Alfano ha annunciato la costruzione di 24 nuove carceri e ha promesso 2000 funzionari in più. Dovrebbero essere testate anche delle alternative al carcere, come gli arresti domiciliari, ma gli addetti ai lavori fanno sapere che la spesa derivante dai controlli sarebbe troppo elevata. Il ministro della giustizia ha parlato all’inizio di 1,4 miliardi di euro da destinare al progetto, poi di 600 milioni in quanto il bilancio statale si è stato notevolmente ridotto. In ogni caso, anche se venissero confermati gli stanziamenti per le nuove costruzioni, queste saranno pronte solo tra qualche anno.

Nel frattempo crescono emergenze e assurdità. Vicino all’istituto di Velletri c’è una costruzione quasi identica, un carcere nuovo di zecca. Il direttore Piccardi spera che non entri in funzione. Non c’è personale. 40 celle sono vuote, senza motivo apparente. Vuota è anche la maggior parte della giornata dei detenuti. Mentre in Germania il 90% dei detenuti lavora, in Italia la percentuale è solo del 10%. Il reinserimento nella società è, quindi, più difficile. Questo perché c’è un continuo via vai dei detenuti: non vale la pena reinserirli. Ci sono però altri motivi. All’istituto di Velletri, oltre la cantina per la produzione di vino, c’è anche una serra per la coltivazione dei funghi che, però, non viene utilizzata e in cui marciscono piante di pomodoro. Non ci sono abbastanza funzionari che possano controllare questi posti. Per i datori di lavoro, i detenuti non sono considerati una forza lavoro conveniente. Ricevono la paga base e costano come dei normali lavoratori. La produzione vinicola a Velletri dà lavoro solo da 4 a 8 detenuti, e’ cosi’ lavorano solo circa 35 persone, soprattutto in campagna, su 380.

Noia e sovraffollamento rendono i detenuti più aggressivi sia tra loro che con i loro sorveglianti. Giovanni Battista De Blasis, segretario del sindacato Sappe, definisce la condizione dell’istituto esplosiva. Sappe, con 15’000 aderenti, è il più grande sindacato della polizia penitenziaria/ Lo stress dei 38’000 sorveglianti si riflette in una indennità di malattia del 30 per cento, dice De Blasis. Molti di loro richiedono il pensionamento anticipato. Per coloro che possono essere sostituiti velocemente, la formazione professionale viene ridotta. Andrea Quattrocchi, comandante della polizia giudiziaria di Velletri, è in servizio da 36 anni. Il siciliano sembra tranquillo, ma ora che tra qualche giorno andrà regolarmente in pensione, dice: “Per prima cosa devo disintossicarmi da tutto ciò che ho vissuto qui”. Dal 2001 il numero dei funzionari è diminuito di 6000 unità, attualmente è in servizio un funzionario per ogni 80-90 detenuti. Il sindacato Sappe fa sapere che mancano almeno 7000 poliziotti giudiziari, i quali vengono addestrati anche per l’uso di armi nei centri di formazione come quello di via Aurelia poco fuori Roma. Lì si possono vedere poliziotti che si allenano nel corpo a corpo con manganelli e scudi per essere pronti in caso di manifestazioni e rivolte.

Anche il Gruppo Operativo Mobile (GOM) ha qui la sua base, un’unità speciale di 600 uomini. Sorvegliano i boss mafiosi che si trovano nell’ala di massima sicurezza, scortano giudici che hanno ricevuto minacce di morte. Il loro lavoro è duro. Al massimo ogni sei mesi vengono sostituiti per evitare minacce o tentativi di corruzione. Il personale del GOM guadagna sui 1300 euro mensili, non più degli altri funzionari. I loro colleghi tedeschi guadagnano in media 2000 euro. Il segretario della Sappe, Donato Capece, ha scritte in faccia tutte le preoccupazioni. Afferma che non solo i detenuti, ma anche i funzionari hanno dovuto assuefarsi a questi disservizi. Vengono loro chiesti grossi sacrifici. Recentemente si è lamentato con il ministro della giustizia e con Ionta perchè alle promesse non sono subentrati i fatti: né aumenti di stipendio, né formazione, né riconoscimento per il contributo dato alla polizia giudiziaria per la loro sicurezza.

Il giurista e presidente di Antigone, Gonnella, è stato lui stesso un direttore di carceri. Conosce gli inconvenienti che derivano da un reinserimento in società troppo rapido o il problema degli istituti di cura che restano mezzi vuoti, mentre i tossicodipendenti affollano le carceri. Crede che al commissario Ionta manchi la copertura politica per rispondere alle emergenze, quella che ha permesso di costruire in Germania dei container per ovviare il problema dell’emergenza posti. Da qui si evincerebbe che in Italia i diritti umani non vengono considerati. Gonnella ricorda come qui, lo sconto della pena, funzionasse bene fino agli anni 90; invece, dalla fine del vecchio sistema partitico in cui attacchi arrivavano sia dai cattolici che dalla sinistra, il tema delle carceri non attrae più i politici, perché molte persone credono che in tempi difficili ci siano cose più importanti da finanziare prima delle carceri.

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venerdì 26 novembre 2010, posted by khayyamsblog@gmail.com at 16:54
Da oggi, in tutta Italia, nelle edicole, c'è un nuovo settimanale: The Week.


La rivista ha un progetto chiaro: far sentire alta e forte la voce di chi è nato dopo il 1 gennaio 1970. E scusate se è poco...di questi tempi soprattutto, in un Paese come il nostro soprattutto.
Ma ci sono tanti altri motivi per comprarlo oltra alla pura e semplice curiosità. Il Direttore, Mario Adinolfi, li ha riassunti così:

1. Bisogna comprare The Week perché è l'unico giornale pensato, diretto e scritto da italiani nati dopo il 1 gennaio 1970.

2. Bisogna comprare The Week perché non ha chiesto alcuna forma di finanziamento pubblico, neanche un euro, eppure fare un settimanale cartaceo costa molto, dunque se non venderemo, chiuderemo. E' il mercato e sarebbe un peccato.

3. Bisogna comprare The Week perché è utile a tutti dimostrare che era una cosa che si poteva fare e non fare è spesso il principale dei motivi per cui gli under 40 di questo paese si ritrovano nel baratro.

4. Bisogna comprare The Week perché nel primo numero ci sono gli annunci per 3.069 posti lavoro veri e verificati in istituzioni e aziende (Tar, Consiglio di Stato, Unione europea, Kpmg, Barclays, Eni, Geox, Gruppo Cremonini, Zucchetti, Piaggio...) oltre ad un articolo per tutte le modalità per diventare giornalisti professionisti in Italia e gli annunci "segreti" dei casting per il cinema e la tv, dal prossimo film di Verdone alla fiction Rai Agrodolce.

5. Bisogna comprare The Week perché nel primo numero pubblichiamo l'elenco dei venticinque grandi vecchi italiani che detengono il potere politico, economico, bancario, editoriale, finanziario e anche culturale in una disamina anche numerica della rappresentanza dei nati dopo il 1 gennaio 1970 nei luoghi che contano, praticamente nulla con qualche eccezione. Di qui il grido di copertina: Siete Vecchi.

6. Bisogna comprare The Week perché solo sul primo numero di The Week troverete notizie esclusive su Finmeccanica e Guarguaglini, Boffo e Bagnasco, Bersani e Geloni, Marrazzo e Serdoz, Tanzi e Scaroni, sulla crisi di governo e il nuovo simbolo del Pdl. E presentiamo la manifestazione di sabato 27 novembre della CGIL per i diritti dei giovani, con quattro pagine anche critiche, ma che non troverete su nessun altro giornale.

7. Bisogna comprare The Week perché nel primo numero indichiamo il luogo preciso dove, secondo un confidente dei magistrato Capaldo, vive Emanuela Orlandi.

8. Bisogna comprare The Week perché nel primo numero c'è un reportage eccezionale di Antonio Aloisi sui volontari delle notti milanesi e si scopre che sono tutti e solo ragazzi; bisogna comprarlo anche per l'altro reportage eccezionale, di Roberto Bonuglia, sulla pena di morte in Iran che falcidia i giovani a centinaia, anche minorenni e le foto che corredano il pezzo valgono l'acquisto.

9. Bisogna comprare The Week perché nella controcopertina del primo numero, nella sezione Poker Week che è il primo settimanale italiano dedicato al texas hold'em, c'è l'intervista esclusiva al ventisettenne cagliaritano Filippo Candio, che ha battuto settemila concorrenti, ha giocato il tavolo finale delle WSOP e appena vinto $ 3.092.447.

10. Bisogna comprare The Week perché sul primo numero abbiamo pubblicato in esclusiva i primi due capitoli del nuovo libro di Alessandro Rimassa, "quello di" Generazione 1000euro.

Dieci buoni motivi per cercarlo e trovarlo in edicola, in tutt'Italia, a partire da oggi.

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giovedì 25 novembre 2010, posted by khayyamsblog@gmail.com at 18:01
Ci uniamo ai milioni di donne e uomini, gruppi della società civile, reti per i diritti umani delle donne, partner governativi, parlamentari, operatori del settore sanitario e insegnanti che hanno fatto del 25 novembre – la Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne – un giorno per riunirsi e rinnovare il nostro comune impegno a porre fine alla pandemia mondiale della violenza sulle donne.

In tutto il mondo, donne e ragazze continuano a subire violenze fuori e dentro le parete domestiche, spesso da parte del proprio compagno o di persone in cui hanno fiducia. La violenza di genere, in particolare la violenza sessuale, è divenuta una pratica preoccupante e perdurante in situazioni di conflitto armato. Porre fine alle violazioni dei diritti delle donne costituisce un imperativo morale, per raggiungere il quale dobbiamo combattere insieme. Non possiamo permettere che l’impatto di tale flagello sulla società – psicologico, fisico ed economico – aumenti. Arginando questa continua violazione si può inoltre porre un freno all’impatto economico (bassa produttività e maggiori costi sanitari) – provocato dal calo dei finanziamenti.

La Campagna del Segretario Generale “UNiTE - per porre fine alla violenza sulle donne” ha dato nuovo impulso agli sforzi attuati per l’eliminazione della violenza perpetrata sulle donne. Sebbene oggi più di 130 paesi contemplino nel proprio sistema giuridico norme contro la violenza domestica, è necessario compiere ulteriori progressi per attuarle e per contrastare l’impunità.

Un crescente numero di uomini e organizzazioni a carattere maschile si stanno unendo alla campagna per porre fine alla violenza su donne e ragazze; tuttavia, è necessario combattere atteggiamenti e comportamenti che permettono o additittura incoraggiano tale violenza. Sono necessari servizi di assistenza ii milioni di donne e ragazze che sopravvivono ogni anno agli abusi, così come è altrettanto necessario garantire che sia fatta giustizia. Occorre che i colpevoli siano consegnati alla giustizia, oltre che intensificare la prevenzione, in modo che in futuro non si renda più necessario l’incontro del 25 novembre per l’appello a porre fine alla violenza sulle donne.

Contribuire a porre fine alla violenza è responsabilità di ciascun individuo. Governi, settore privato, gruppi della società civile, comunità e singoli cittadini possono collettivamente apportare il proprio importante contributo. Uomini e ragazzi devono attivarsi per promuovere il rispetto nei confronti del genere femminile e garantire tolleranza zero per atti di violenza contro le donne. I capi culturali e religiosi possono contribuire alla divulgazione di chiari messaggi sul valore di un mondo scevro dalla violenza perpetrata contro le donne.

La nostra responsabilità in tal senso deve essere quella di fornire le risorse necessarie. Finora, un tale investimento non è stato adeguato. Lo scorso anno, il Fondo fiduciario delle Nazioni Unite per porre termine alla violenza sulle donne ha accolto solo il 3 % delle richieste pervenute per lo sviluppo di programmi di fondamentale importanza per lo sviluppo. Il Fondo ha un obiettivo finanziario annuo di 100 milioni di dollari che tutti noi possiamo sforzarci di realizzare. Tali finanziamenti saranno destinati a governi, gruppi della società civile e agenzie delle Nazioni Unite in prima linea nella lotta contro la violenza di genere. Possiamo gradualmente unire le nostre forze per costruire un avvenire migliore in cui le donne siano libere dalla violenza e possano esprimere appieno il proprio potenziale in quanto agenti per società prospere e pacifiche.

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mercoledì 24 novembre 2010, posted by khayyamsblog@gmail.com at 10:57
L’Alto Commissario per i Diritti Umani Navi Pillay ha rinnovato le proprie preoccupazioni per il destino dei difensori dei diritti umani in Iran, in particolare per Nasrin Sotoudeh - eminente avvocato dei diritti umani coinvolta nella difesa di casi di alto profilo - arrestata il 4 settembre e da allora reclusa in isolamento poiché accusata di reati contro la sicurezza nazionale.

"Avvicinandoci al 10 dicembre, Giornata Internazionale dei Diritti Umani*, l’attenzione del mondo si concentrerà sulle situazioni in cui gli attivisti dei diritti umani sono privati della libertà di manifestare”, ha detto L’Alto Commissario, che ha aggiunto di essere “molto preoccupata che il caso di Nasrin Sotoudeh costituisca parte di una più ampia repressione e che la situazione dei difensori dei diritti umani in Iran stia diventando sempre più difficile. Esorto le autorità iraniane a riesaminarne urgentemente il caso e ad accelerarne il rilascio”.

Il 13 novembre 2010, cinque avvocati sono stati arrestati a Tehran, due dei quali sono stati successivamente rilasciati, mentre si ritiene che gli altri tre siano ancora sotto custodia cautelare.

Nei mesi scorsi sono stati arrestati o condannati alcuni membri di altre organizzazioni, singoli avvocati, attivisti e studenti appartenenti al Comitato per la Difesa dei Prigionieri Politici in Iran e al Comitato Reporter sui Diritti Umani. L’Alto Commissario ha esortato le autorità iraniane a riesaminare anche questi casi.

“Le libertà di parola e di assemblea sono sancite dal diritto internazionale e,cosa ancora più importante, sono iscritte nel Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, un trattato giuridicamente vincolante ratificato anche dall’Iran”, ha affermato Navi Pillay.

Il 1 e il 2 dicembre l’OHCHR – l’Ufficio dell’Alto Commissario – terrà un incontro di natura giudiziaria con oltre trenta giudici e avvocati iraniani su questioni relative al diritto a un processo equo processo e al trattamento dei detenuti. All’incontro parteciperanno esperti e giudici internazionali per condividere norme internazionalmente riconosciute ed esperienze sulle modalità di tutela legale dei diritti umani.

“Si tratta di un’opportunità importante per il diretto coinvolgimento dei giudici iraniani su questioni di importanza fondamentale e per la promozione delle norme internazionali riguardanti la gestione della giustizia”, ha concluso l’Alto Commissario.

* Il tema per la Giornata dei Diritti Umani del 10 dicembre è “Azione dei difensori dei diritti umani per combattere la discriminazione.”

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, posted by khayyamsblog@gmail.com at 10:20
Qui il mare è ovunque. I mari, più precisamente. L’Adriatico e lo Ionio, che avvolgono nelle loro onde questa punta del Sud Italia, a lungo così lontana da tutto: la Puglia. Scogliere calcaree, colline sommerse da ulivi e lecci, spiagge di sabbia fine… Alla fine della strada c’è sempre la promessa di quella gamma di blu intensi che danno l’impressione di nuotare ora in un Matisse, ora in un Klein. Quando il vostro aereo sarà atterrato a Bari, puntate sul Gargano, una delle più belle foreste d’Italia, abbarbicata su di un promontorio. Per arrivarci si attraversano le città costiere di Vieste, Manacore, Peschici, le cui periferie industriali sono ruvide come il guscio di un’ostrica, ma che racchiudono tutte, al loro interno, un dedalo di strade medievali, come tante piccole perle. Tra due tappe, il mare disseminato di scogli e grotte sottomarine (numerose le gite da fare in barca) svela nei suoi anfratti un rosario di insenature dalla sabbia chiara. Un invito a fare il bagno. Marittima certamente, ma anche contadina: così è la Puglia, che, con più di 50 milioni di ulivi, assicura i due terzi della produzione nazionale di olio.

Percorrendo le pianure dell’entroterra, dietro i muretti a secco, si stagliano i profili enormi di questi alberi, spesso plurisecolari, che punteggiano il paesaggio con un regolarità da metronomo. Nella cittadina più piccola, ci si stupisce nello scoprire, una, due, persino tre chiese dalla facciata barocca, una basilica o addirittura una cattedrale quando la popolazione è [numericamente] importante. Di questo lungo fiume di pietre, il gioiello incontestabile resta Matera, città della Basilicata, regione confinante con la Puglia.

Immaginate un immenso burrone sulle cui pendici, come in un set cinematografico (non è un caso che più di trenta film siano stati girati qui…), le abitazioni, scavate nella stessa roccia, si sovrappongono e si incastrano come pezzi di un Meccano completamente folle. Dal neolitico, le grotte di questi quartieri, chiamati Sassi, hanno ospitato fino a 20.000 persone. Considerata oggi patrimonio dell’umanità dall’Unesco, Matera conserva una forza ipnotica per i suoi visitatori: vicoli intricati, rampe ripide, case semi-abbandonate. Come se si percorresse un’incredibile città fantasma. Qui, il turismo non ha del tutto fagocitato i luoghi, e questo ha permesso di preservarne l’anima.

Non si può dire altrettanto di Alberobello, la città pugliese famosa per i suoi trulli, piccole torri in pietra a secco dai tetti appuntiti, un tempo abitate dai contadini. Cartoline, souvenir kitsch in sei lingue, creme solari: le strade della città sono piene di bancarelle… che vi spingono a fuggire! Per ammirare i veri trulli, perdetevi piuttosto nelle campagne circostanti, nella valle d’Itria soprattutto. È qui che, fra appezzamenti di terra rossa e campi di mandorli, rivedrete quelle piccole case, talvolta abbandonate, ma nel loro ambiente autentico. E l’autenticità è esattamente quello che si viene a cercare in Puglia. Vittorio Muolo lo ha capito benissimo. Figlio del paese (la sua famiglia abita da generazioni un palazzo nella città portuale di Monopoli) ha, da parte sua, restaurato nella pianura che costeggia l’Adriatico, due vecchie cascine fortificate, due masserie, che ha trasformato in hotel di lusso. Il centro termale è invisibile, nascosto in una grotta sotto il frutteto, il tetto terrazzato, invaso da cuscini bianchi, è il rifugio dove si viene ad approfittare degli ultimi raggi di sole e, soprattutto, il ristorante è diventato il ritrovo obbligato, dove si accomodano a tavola, in incognito, le celebrità in villeggiatura, da Miuccia Prada a Eric Cantona.

Agnello arrosto, pesce pescato nella notte, pasta fresca come le orecchiette: tutto questo accompagnato da verdure dell’orto e da vini locali, come il Negroamaro, dal colore rubino e dal profumo di ciliegia appena un po’ brioso. Per comprare una bottiglia di questo vino locale o di Malvasia, perché non puntare su Lecce, piccola città barocca, persa fra i vigneti, all’estremità dello stivale? Sarebbe un peccato non farvi un giro, perché come non soccombere al fascino di questo gioiello, al sortilegio delle sue facciate dorate, scolpite da cima a fondo di fiori, uccelli e figure umane? Lungo le piazze e i vicoli, i palazzi si succedono alle chiese in un incredibile lusso decorativo ma l’apoteosi si raggiunge infine solo quando si scorge, in fondo a via Umberto, la straordinaria chiesa di Santa Croce.

Rosone, balcone, colonne, telamoni, angeli, cariatidi: tutto si intreccia qui in un delirio affascinante. Un puro spettacolo. Prendendo la strada per l’aeroporto di Brindisi sentiamo che, di questi paesaggi ai confini dell’Italia, conserveremo nella memoria il riflesso metallico delle foglie degli ulivi luccicanti sotto al sole e questa ricchezza architettonica che non immaginavamo. Seduttrice la Puglia? Eccome! D’altra parte, non è forse qui che nacque, nel 1895, il più mitico fra i latin lover, Rodolfo Guglielmi… che probabilmente conoscerete meglio col nome di Rodolfo Valentino?

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martedì 16 novembre 2010, posted by khayyamsblog@gmail.com at 11:23
Promuovere la cultura dello zafferano per sostituire il papavero: questa è la sfida che vogliono lanciare i soldati italiani in Afghanistan. Nella regione di Herat, controllata dagli italiani, sono state già distribuite alle popolazioni locali sessanta tonnellate di bulbi di zafferano. In tutta la regione, sono stati piantati duemila ettari di terreno mentre i campi di papavero sono passati in cinque anni da 2000 a meno di 500 ettari. Nei pressi di Ghurian, circa 480 donne riunite all’interno di una cooperativa, si preparano a raccogliere i preziosi pistilli del fiore viola. Lo zafferano assicura loro un reddito di 9000 dollari all’anno per ettaro, tre volte più del papavero.

Bisogna dire che i talebani e i trafficanti di droga non vedono di buon occhio la sua diffusione. In una valle isolata, sono stati incendiati due camion che trasportavano bulbi e i conducenti assassinati. In alcune zone l’esercito italiano assicura le consegne in elicottero. “Lo zafferano rappresenta il futuro dell’Afghanistan”, dichiara l’alto rappresentante dell’ONU Staffan de Mistura. Al salone delle Biodiversità che si svolge a Torino, alcuni soldati del primo reggimento di artiglieria da montagna, da poco rientrati da Herat, per spiegare la loro iniziativa hanno aperto uno stand molto visitato. “Questo progetto è fondamentale per lo sviluppo di questo paese”, afferma il tenente Silvia Guberti, coordinatrice del progetto per le donne afghane.

Versione originale dell'articolo su www.lefigaro.fr

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lunedì 15 novembre 2010, posted by khayyamsblog@gmail.com at 15:12
Le nazioni più ricche del mondo devono tener presente le necessità delle popolazioni più povere e vulnerabili, nei loro piani per il rafforzamento della ripresa economica mondiale. Si tratta di uno dei messaggi chiave del Segretario Generale Ban Ki-Moon, nei confronti del Vertice del G-20, di Seoul.

“La ripresa economica dalla crisi resta fragile: 64 milioni di persone sono diventate povere quest’anno. Ovunque, assistiamo a insicurezza economica e ansia circa lo stato dell’occupazione”, ha affermato il Segretario Generale. “Non possiamo permetterci di pensare in modo limitato allo sviluppo ed alla crescita economica”.

Ban Ki-moon ha parlato di fronte al Club di Seoul dei Corrispondenti Esteri, dopo aver incontrato i leader della Repubblica di Corea, che ospita il G-20, il primo in un paese che non appartiene alle otto maggiori economie del mondo (G8). Il Segretario Generale ha enfatizzato l’importanza dello sviluppo e ha ribadito la necessità di mantenere le promesse legate agli Obiettivi del Millennio, per poter andare incontro alle necessità dei più bisognosi. Ha anche enfatizzato il bisogno di compiere investimenti strategici e di canalizzare risorse a tal fine, e di compiere progressi nella lotta al cambio climatico. “Pagheremo caro ogni ritardo”, ha affermato Ban Ki-moon. “Tramite azioni comuni, apriremo invece le porte alla prosperità, alla creazione d’impiego, alla crescita economica. Preparandoci ad affrontare un futuro più lontano, prospereremo nel presente”. Alle domande sulla crisi valutaria e sugli squilibri commerciali, nonché sulla possibilità che i membri del G-20 raggiungano un accordo su queste tematiche, il Segretario Generale si è detto preoccupato per i possibili risultati, ricordando però che “è necessario che i leader del G-20 restino uniti e coordino le loro politiche. Questo è il tempo per l’unità”.

“Sono fiducioso che in occasione del vertice del G-20 si riuscirà a discutere non solo dell’attuale crisi finanziaria ed economica, ma anche di problematiche legate allo sviluppo e al cambio climatico, nonché agli squilibri commerciali, ridando speranza a molti paesi poveri e vulnerabili”, ha affermato. Ban Ki-moon ha affermato, dinanzi al Presidente coreano Lee Myung-bak, dichiarando che si impegnerà personalmente nel gestire il dibattito su questi punti, discutendone per telefono con vari leader politici.

Durante il suo meeting con il Presidente Lee, il Segretario Generale ha rilevato il ruolo della Repubblica Coreana nel fare da intermediario tra i paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo, e ha accolto con soddisfazione l’iniziativa del governo di includere lo sviluppo internazionale nell’agenda del G-20. I due hanno anche affermato che il ruolo del G-20 e quello dell’ONU sono complementari e dovrebbero, dunque, rafforzarsi reciprocamente. Infine sono stati discussi temi concernenti il cambio climatico e la situazione della penisola coreana. Ban Ki-moon ha anche incontrato il Primo Ministro, Kim Hwang-sik, con cui ha conversato su vari punti per una futura collaborazione tra la Repubblica di Corea e l’ONU, specialmente per quanto riguarda lo sviluppo internazionale e gli Obiettivi del Millennio, nonché della situazione relativa alla sicurezza regionale nell’Asia nord-orientale, della pirateria in Somalia e della sicurezza nucleare.

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giovedì 11 novembre 2010, posted by roberto.bonuglia at 10:54

Le Nazioni Unite hanno pubblicato uno studio sui pericoli d’abuso e di sfruttamento per i bambini migranti, soprattutto dell’America Latina e caraibica, e hanno lanciato un appello per una maggiore protezione dei loro diritti umani.

L’autore dello studio “Infanzia e migrazioni internazionali nell’America Latina e caraibica”, pubblicato dall’UNICEF e dalla Commissione ONU per l’America Latina e caraibica (ECLAC), rileva che l’emigrazione può creare opportunità di studio e lavoro per i bambini, ma puntualizza che esistono aspetti negativi legati alla migrazione. Questi si verificano, ad esempio, quando i genitori emigrano, affidando i propri bambini alle cure di altre persone, o quando i bambini sono esposti ad abusi e violazioni dei loro diritti, durante la migrazione da un paese all’altro.

Circa sei milioni di persone dell’America Latina e caraibica sono emigrati all’interno della regione, mentre circa 25 milioni si sono trasferiti in Europa e negli Stati Uniti. Secondo i dati riferiti nello studio, malgrado non si conosca il numero esatto di bambini migranti, circa 1 su 5 è esposto ad abusi di vario genere. “Milioni di bambini sono state vittime di gravi violazioni dei diritti umani, a causa del loro status d’emigrante”, hanno dichiarato gli autori dello studio, presentato in occasione di una conferenza sulla migrazione a Puerto Vallarta, in Messico. In occasione del 4° Forum Mondiale su Migrazioni e Sviluppo, iniziato ieri ed a cui stanno partecipando circa 150 paesi, si sta discutendo proprio di tematiche legate ai diritti umani ed alle migrazioni clandestine.

Lo studio sottolinea, inoltre, che politiche migratorie particolarmente severe, xenofobia, razzismo e traffico di esseri umani sono solo alcuni dei pericoli a cui i migranti vanno incontro, soprattutto se illegali. Una delle principali sfide per i governi delle regioni interessate dal fenomeno consiste nel garantire il rispetto dei diritti economici, sociali e culturali, specie dei bambini.
Tra le raccomandazioni contenute nello studio vi sono il diritto all’identità al momento della nascita, ed il divieto di detenzione per i bambini e gli adolescenti migranti che entrano clandestinamente in un paese.

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, posted by khayyamsblog@gmail.com at 10:43
La crescente piaga della pirateria al largo delle coste della Somalia richiede molto più di semplici sforzi militari, ha affermato B. Lynn Pascoe, Vice Segretario Generale ONU per gli Affari Politici di fronte al Consiglio di Sicurezza, sollecitando l’attuazione di azioni simultanee su tre fonti per combattere il fenomeno: sicurezza, stato di diritto e sviluppo. “La pirateria costituisce una minaccia, che cresce più rapidamente degli sforzi compiuti dalla comunità internazionale per combatterla”, ha ricordato Pascoe sottolineando che le cifre sono spaventose.

Secondo i dati diffusi dall’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO), circa 438 tra marinai e passeggeri e 20 navi sono stati intercettati dai pirati, dall’inizio di novembre, per un incremento di circa 100 rapimenti in meno di un mese. Presentando l’ultimo rapporto del Segretario Generale Ban Ki-moon, Pascoe ha affermato che l’utilizzo di navi da guerra non è di per sé sufficiente a risolvere il problema della pirateria. “Bisogna continuare a lottare in una maniera più ampia, che includa la ricerca di deterrenti al fenomeno, la promozione della sicurezza e dello stato di diritto e l’identificazione d’alternative economiche valide per la gioventù somala”.

Pascoe ha rilevato che, finché la pirateria sarà così lucrativa, con pagamenti di riscatti che raggiungono milioni di dollari, e finché le altre opzioni economiche non saranno percorribili, la situazione non cambierà. “La riabilitazione economica e la creazione di mezzi di sussistenza alternativi, tra cui lo sviluppo e la riabilitazione della pesca costiera, devono costituire l’aspetto centrale della lotta alla pirateria.” Nel suo rapporto, il Segretario Generale nota altresì che, nonostante le pattuglie navali al largo delle coste somale siano riuscite a limitare le attività dei pirati, e molti banditi siano stati arrestati e processati, l’aumento del livello di pirateria e violenza usate dai criminali dei mari, è sconcertante.

Ban Ki-moon ha espresso particolare soddisfazione per gli sforzi compiuti nella lotta alla pirateria dal Kenya e dalle isole Seychelles, così come da altri stati, che hanno contribuito a intercettare e arrestare i pirati. Il Segretario Generale però, ha sottolineato che resta da fare molto nella lotta alla pirateria, ad esempio per quanto riguarda la maniera in cui le indagini sono condotte dopo gli arresti. Ė necessario, infine, trovare una soluzione di lungo termine, che consenta di debellare il fenomeno.

Il Direttore dell’agenzia ONU per la Droga e la Criminalità (UNODC), Yuri Fedotov, ha annunciato l’inaugurazione di un programma anti-pirateria per fornire assistenza ai singoli stati membri, nella lotta contro questa piaga sociale. “Ė chiaro che l’unica soluzione duratura per combattere la pirateria somala consiste nel ripristinare la legge e la sicurezza nel paese e nelle sue acque territoriali. Ciò richiederà del tempo, ma anche uno sforzo coordinato e concertato da parte della comunità internazionale”, ha affermato Fedotov. Il Consiglio di Sicurezza ha espresso il suo apprezzamento per la collaborazione da parte di tutti coloro che sono impegnati nella operazioni navali finalizzate all’eliminazione della pirateria, ma ha ribadito l’importanza di complementare tali operazioni con un impegno più specifico a favore dello sviluppo socio-economico e della sicurezza nei paesi d’origine dei pirati stessi.

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martedì 9 novembre 2010, posted by khayyamsblog@gmail.com at 10:48
Considerando la perdurante fragilità delle condizioni di sicurezza lungo il confine israelo-palestinese, il Segretario Generale Ban Ki-moon ha invitato entrambe le parti a passare dallo stato attuale di cessazione delle ostilità allo stato di cessate il fuoco permanente come stabilito nel mese di agosto 2006.

Nella sua ultima relazione al Consiglio di Sicurezza sull'attuazione della risoluzione n. 1701, Ban Ki-moon ha affermato che gli ultimi mesi sono stati segnati da un aumento di tensioni politiche in Libano.
Quattro anni fa, la risoluzione n. 1701 sancì la fine del conflitto tra Israele e Hezbollah, imponendo il rispetto della cosiddetta Linea Blu che separa Israele dal Libano, il disarmo di tutte le milizie operative in Libano e la fine del contrabbando di armi all'interno dell'area.
Per la prima volta in quattro anni, lo scontro diretto tra forze armate libanesi (LAF) e le forze di difesa israeliane (IDF) è scoppiato il 3 agosto, causando vittime su entrambi i fronti.

Questo incidente, il più grave avvenuto dalla cessazione delle ostilità, ha evidenziato la fragilità delle condizioni di sicurezza lungo la Linea Blu e ha suscitato timori riguardo a una seria intensificazione delle ostilità tra le parti coinvolte", ha affermato Ban Ki-moon, che ha continuato raccomandando alle parti di fare tutto il possibile per garantire che questo incidente rimanga un evento isolato e di cooperare strettamente con la Forza ad Interim delle Nazioni Unite in Libano (UNIFIL) al fine di evitare il ripetersi di un tale evento.

Ban ha aggiunto: "esorto entrambe le parti a fare del proprio meglio per evitare eventuali violazione della Linea Blu, ad agire con la massima cautela e ad astenersi dall'intraprendere ogni misura vicina alla Linea Blu che potrebbe condurre a ostilità o che potrebbe essere percepita dall'altra parte come provocatoria".
"La situazione continua a essere instabile e le parti devono ancora impegnarsi molto per realizzare la completa attuazione della risoluzione n. 1701", ha aggiunto il Segretario Generale, che ha inoltre affermato che sono necessari sforzi sostanziali per garantire che l'area tra la Linea Blu e il fiume Litani sia libera da ogni contingente armato, materiale o armi diversi da quelli appartenenti al governo libanese e all'UNIFIL, conformemente alla risoluzione n. 1701.

"Un'altra priorità consiste nel risolvere la questione della continua occupazione da parte dell'IDF della parte nord del paese di Ghajar e dell'area adiacente a nord della Linea Blu", ha proseguito Ban Ki-moon, esortando Istraele a ritirare le proprie forze come imposto dalla risoluzione del 2006. Si invita Israele a rispettare la sovranità del Libano bloccando immediatamente i sorvoli del territorio libanese che aggravano le tensioni nel sud del Libano ed esercitano un impatto negativo sulla credibilità del LAF e dell'UNIFIL.

Esprimendo preoccupazione per le crescenti tensioni politiche in Libano e per le recenti sfide all'autorità statale da parte di Hezbollah e di alcuni dei suoi alleati, Ban Ki-moon ha poi auspicato che i rappresentanti di governo libanesi continuino a impegnarsi per evitare una crisi politica che alcuni in Libano temono potrebbe sfociare in violenza. Inoltre, il Segretario Generale ha espresso grande preoccupazione per la "vasta proliferazione" di armi in Libano e per la continua presenza di gruppi armati all'interno del paese che operano senza il controllo statale minacciando così la capacità del governo di esercitare la piena sovranità e il pieno controllo sul territorio violando la risoluzione n. 1701.

La definizione e la demarcazione del confine tra Libano e Siria è fondamentale affinché il Libano possa estendere il proprio controllo ed esercitare la piena sovranità su tutto il territorio è necessario. Il Segretario Generale ha invitato entrambi i paesi a impegnarsi maggiormente su questi aspetto e accoglie le loro rinnovate intenzioni di delineare un confine comune. Infine, Ban Ki-moon ha riferito che intende continuare a impegnarsi per la risoluzione della questione delle fattorie Shab’a, un'altra area contesa, esortando ancora una volta Istraele e Siria a inviare le proprie proposte per la designazione provvisoria dell'area.

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lunedì 1 novembre 2010, posted by giovanni.larosa at 23:32
Nella tradizione siciliana la commemorazione dei defunti, nonostante sia un momento di ricordo doloroso, è comunque, un’occasione rivolta alla valorizzazione della vita. Una contrapposizione “forte”, ma vincolata; un tao, che riesce a vedere sempre una speranza, di fronte all’appuntamento a cui non possiamo disattendere.

Nella notte tra il 1° e il 2 novembre, tutti i bambini siciliani aspettano i regali dai “morticini”; una rievocazione dell’immaginario collettivo, dei propri nonni, genitori, fratelli che ormai hanno lasciato questo mondo… di sofferenze. Un’antica attenzione che i genitori mettono nei confronti dei loro bambini, forte del voler rivedere in loro la “riscossa” della vita; bambini che riempiono la vita della famiglia con i loro pianti, i capricci, i perché, i bisogni, la loro crescita in genere.

A livello sociale, ancora oggi, questo Paese non riesce ad aprirsi alle tante novità, elaborate quotidianamente dalle nuove generazioni: vulcani in continua eruzione, fonte di catarsi dalla stagnazione, cui siamo abituati e verso cui non riusciamo a distaccarci.

Nonostante il livello di scolarizzazione raggiunto dalla società italiana, non si vuole riconoscere il valore della risorsa umana a disposizione, non riuscendo a puntare su di essa. Un forte egoismo, che pervade la nostra quotidianità, sicuramente dettato dall’incertezza cui diuturnamente ci troviamo, che ci fa rinchiudere a riccio e che ci rappresenta fuori dai confini come “un popolo di risparmiatori”, difficilmente aperti alle novità. Ripercorrere la nostra storia ci spiegherà il perché, del fatto che dal Medioevo siamo una “non-nazione”.

Un egoismo familiare, in cui i figli italiani sono riconosciuti come il sociotipo di “mammoni”; un aspetto che si protrae, per così dire, per tutta la vita, ma che solo in numero minoritario riescono a riscattarsi, anche se ciò bene è delineato dalle parole di questi versi, scritti in un’altra epoca da
Gibran Khalil Gibran, ma che sicuramente ancora oggi, devono fare riflettere:


I vostri figli non sono figli vostri: sono i figli
e le figlie della forza stessa della vita.
Nascono per mezzo di voi ma non da voi.
Dimorano con voi
tuttavia non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro amore
ma non le vostre idee.
Potete dare una casa al loro corpo
ma non alla loro anima, perché la loro anima
abita la casa dell’avvenire che voi non potete
visitare nemmeno nei vostri sogni.
Potete sforzarvi di tenere il loro passo
ma non pretendere di renderli simili a voi,
perché la vita non torna indietro
né può fermarsi a ieri.
Voi siete l’arco dal quale, come frecce vive,
i vostri figli sono lanciati in avanti.
L’Arciere mira al bersaglio sul sentiero
dell’infinito e vi tiene tesi con tutto
il suo vigore affinché le sue frecce
possano andare veloci e lontane.
Lasciatevi tendere con gioia
nelle mani dell’Arciere poiché egli ama
in egual misura le frecce che volano
e l’arco che rimane saldo.

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