
Dopo il clamore suscitato dal
caso Ocalan la “questione curda” è progressivamente sfumata, fino a scomparire del tutto, dalle colonne dei nostri quotidiani e da molti siti di informazione italiani. Pochi sanno, ad esempio, che solo due giorni fa,
il 22 maggio, 4 membri del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (
PKK) hanno perso la vita e che altri 5 sono stati feriti nel corso di un raid aereo nel Nord dell’Iraq. Durante le operazioni 20 aerei dell’aviazione turca hanno colpito una cinquantina di “obiettivi” nella zona di
Zap Kharkurk. Un fatto non isolato che, come altri, non ha trovato spazio nei nostri media sebbene dei bombardamenti turchi si siano occupati, nelle scorse settimane, alcuni quotidiani internazionali –
Le Monde,
The Long War Journal,
Today’s Zaman,
Hurriyet Daily News - e delle agenzie di stampa accreditate (
AFP,
UPI,
Bianet).
E’ stata perciò molto utile - e ben riuscita - l’iniziativa dell’
Associazione Europa Levante che il 21 maggio ha organizzato alla Camera dei Deputati, presso la Sala delle Colonne di Palazzo Marini il convegno “
La questione curda. Tra Europa e Medioriente: democrazia ed autonomia, pace e diritti umani”. L’incontro ha avuto l’indubbio merito di porre al centro del dibattito e degli interventi non solo l’analisi geopolitica dell’annosa e drammatica diaspora del popolo curdo, ma anche le non meno rilevanti “questioni” del riconoscimento dei diritti della minoranza curda in Turchia, del nuovo assetto dell’Iraq e della regione autonoma del Kurdistan e della tutela dei diritti umani in Siria e Iran.

Il
Kurdistan - è bene ricordarlo, pur se brevemente –, è un’area mediorientale di circa 450.000 Kmq situata tra la Siria, l’Iran, l’Iraq e la Turchia. Dei 450.000 Kmq ben 230.000 Kmq si trovano in Turchia. L’intera regione curda è considerata da sempre “strategica” per le sue risorse idriche e petrolifere. Ma la “centralità geopolitica” del
Kurdistan non è stata mai una risorsa per il suo popolo. Ciò piuttosto ha rappresentato una sorta di “condanna” segnando negativamente la vicenda umana del «popolo senza Stato» più numeroso oggi esistente al mondo. Fin dalle battute iniziali l’incontro organizzato in occasione della IX Assemblea annuale di Europa Levante ha fatto luce sulla specificità della “questione curda”.
Alessandro Forlani – Componente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati - ad esempio, ha ricordato che «nessun trattato e nessun assetto geopolitico hanno finora contribuito a risolvere la questione di un popolo – quello curdo – disperso in più paesi in ognuno dei quali ha subito repressioni e persecuzioni».
Può sembrare paradossale ma, in effetti, nel Terzo Millennio il riconoscimento dei diritti fondamentali e di autodeterminazione dei popoli sono una conquista ancora da raggiungere per interi popoli. Uno di essi è proprio quello curdo. La storia curda, antichissima, è da sempre - e soprattutto nel corso del Novecento - una storia di esodi, di sogni infranti, di ferite profonde e tuttora aperte, di lotte e di ingiustizie. Nel secolo scorso la prima di esse fu quella del
Trattato di Sèvres (10 agosto 1920) che pur contemplando come possibile «la creazione di uno Stato curdo» - riaccendendo la speranza nei curdi di una prospettiva autonoma di autogoverno - nella sua versione finale (1923) non contenne nessuna citazione in proposito lasciando nella diaspora un popolo dalle tradizioni millenarie e con un solo desiderio: vedere riconosciuti i propri diritti. Un desiderio che, ieri come oggi, anima ancora quel popolo come ha ricordato
Rezan Hama Salih Qadir Agha, rappresentante del Governo regionale curdo iracheno in Italia: la speranza curda continua ad essere quella di avere «una regione autonoma in cui poter esercitare i propri diritti e riconoscere quelli degli altri» perché «vivere in pace significa lasciare e far vivere in pace gli altri» visto che «con la pace e la democrazia si può ottenere tutto». Il modo col quale ottenere il riconoscimento dei diritti è stato il punto centrale dell’intervento di
Ramon Mantovani del PRC che ha ricordato e spiegato le posizioni del PKK che chiede con la propria azione – che nulla ha di fondamentalistico – il riconoscimento dell’autonomia e dei diritti del popolo e dei lavoratori curdi. Ancora oggi divisi tra i quattro paesi, per i curdi la situazione più grave è attualmente quella in Turchia dove l’esercito condiziona puntualmente l’azione del Governo con un vero e proprio “potere di veto”.

Nella Penisola anatolica è dunque quanto mai auspicabile «aprire un negoziato politico per risolvere la questione curda così come è stato fatto in Irlanda o in Spagna» per superare i conflitti preesistenti con le minoranze etniche e/o religiose.
La situazione attuale dei curdi in Turchia è stata ben descritta da
Gulten Kisanak (nella foto), co-presidente del
Partito della Pace e della Democrazia (BDP) la cui testimonianza è stata il momento più toccante di tutto l’incontro: «In Turchia sta iniziando un nuovo conflitto armato. Da ieri la Turchia ha bombardato la zona autonoma curda. La questione curda così rischia di tornare alle criticità degli Anni Novanta riproponendo la frattura tra turchi e curdi». Alle azioni dell’aviazione turca, infatti, si aggiungono le repressioni che quotidianamente si registrano nel paese. L’università è teatro di scontri in cui gli studenti curdi hanno la peggio. Nonostante il successo elettorale del BDP – che ha eletto quasi 100 suoi rappresentanti – sindaci, esponenti del partito e dei movimenti giovanili e femminili hanno subito e subiscono intimidazioni, rappresaglie, arresti. La strada delle riforme, molto pubblicizzata dall’esecutivo turco ai fini della sua entrata nell’Unione Europea è ben lontana dal sortire gli effetti sperati e la questione dei diritti civili nel paese è ancora tutta da risolvere.

In altre parole, ha proseguito Kisanak, «in Turchia il potere non vuole confrontarsi con la questione curda e non vuole la democrazia»: solo nei giorni scorsi alcuni militanti curdi minorenni - soltanto per aver espresso la propria opinione - sono stati arrestati riportando condanne di 15/20 anni. Pene, cioè, a volte maggiori della loro stessa età anagrafica.
Di fronte a un tale scenario è dunque lecito chiedersi - come ha fatto
Dario Rivolta, parlamentare PDL e consigliere per l’Iraq del Vice-Ministro al Commercio Estero italiano – se la Turchia voglia entrare veramente nell’UE. O se, invece, la maggioranza di governo non voglia «fare le modifiche costituzionali che l’Europa chiede non per il suo ingresso nell’UE ma per modificare gli equilibri interni». E’ dunque di fondamentale importanza - come ha sottolineato
Hishyar Abid del Movimento del Cambiamento del Kurdistan – attivarsi insieme alla comunità internazionale per «arginare il culto della personalità» diffuso in molte regioni mediorientali, per «superare la diversità nell’applicazione delle leggi di tutela dei diritti fondamentali» e, infine, per «sostenere e difendere la verità dell’informazione che spesso è imbavagliata».
Dall’incontro di venerdì scorso, è dunque emerso il monito di un popolo che, per dirla con Abid, ha «sempre seguito, quando ha potuto, la via democratica per ottenere i propri diritti». E non c’è molto altro da fare se non promuovere un incontro tra le parti in causa e cercare, incoraggiandolo, il dialogo. Kisanak ha quindi ragione quando afferma che «il governo turco deve parlare con i curdi se l’esecutivo vuole davvero avviare una serie di riforme positive e reali». Questa sembra essere l’unica via d’uscita per una situazione che è da troppo tempo al limite della sopportazione e che rischia di precipitare. D’altra parte, intervenire tempestivamente è fondamentale non solo per la risoluzione della questione curda, ma per l’intero assetto geopolitico mediorientale: «se la Turchia effettua una “svolta democratica” – ha sostenuto Kisanak – Ankara può incentivare anche altri paesi mediorientali a “svoltare” nella stessa direzione».
E ciò sarebbe una conquista non solo per il popolo curdo, ma per tutta la comunità internazionale visto che la “questione curda” è, oggi più di ieri, una “questione internazionale” che, come tale, deve essere affrontata quanto prima con coraggio. E il primo passo è parlarne, come si è fatto venerdì e scriverne come, nel nostro piccolo, abbiamo fatto.
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