domenica 30 maggio 2010, posted by vito.cirillo at 13:12
Nella vita politica italiana, si è diffuso uno strano fenomeno. Secondo qualche osservatore, la stampa italiana è divisa in due campi: quella che parla sempre bene di Berlusconi e quella che parla sempre male del Partito Democratico.

E' diventato quasi un tiro a segno nei confronti del PD. Si dice che non ha identità, che non fa proposte, che è quasi assente e non fa nulla per risollevarsi e per trovare la sua identità. Proprio quelli che simpatizzano per la sinistra fanno quest'opera di svalutazione e di critica eccessiva e senza indulgenza nei confronti del PD. Certamente questo partito, che è stato fondato solo due anni fa, ha dei difetti e delle carenze. Ma si dimentica che ha ottenuto un terzo dei voti degli elettori italiani, vale a dire tanti milioni di voti. E' più realistico perciò valutare il PD in base a quello che fa e che spesso non è fatto conoscere dai mezzi di informazione nella giusta misura.
Non è vero che il partito non ha avanzato e non avanza proposte: basta seguire i lavori parlamentari. Bene ha fatto perciò il segretario Bersani, nella trasmissione Anno Zero di Santoro, a reagire con forza e passione a questo tipo di accuse, invitando tutti al rispetto per il PD e per il suo programma che mette al centro i problemi del lavoro, della disastrosa riforma governativa della scuola e dell'Università, della ricerca, della legalità, del rinnovamento culturale, della difesa della Costituzione. Va bene la critica, ma l'autolesionismo è troppo...

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mercoledì 26 maggio 2010, posted by Sara Bilotti at 18:24
"Arianna, Claudia, Bianca, Sara, Rita sono donne vere
che combattono con i problemi quotidiani per superare gli ostacoli che si presentano nel loro cammino".

"Qualcuna di loro ha un destino non solo difficile, ma anche tragico. Qualcuna riesce a trasformare questo percorso e a trovare la luce, un sole che spunta ed emerge improvvisamente"

"Sono tutte storie appassionanti, dense di avvenimenti,
belli o brutti che siano, in cui il lettore può ritrovarsi e
cominciando a leggere non può fare altro che continuare ad immergersi in questa realtà".

Sabato 29 Maggio presso il Circolo S. Giorgio,
in Via Viggiano 155
l'Associazione Culturale Endymion
organizza una serata speciale in cui le storie di Arianna, Claudia, Bianca, Sara e Rita saranno rievocate e potranno far emozionare e appassionare.

Per il programma della serata, clicca sull'immagine a destra. Il volume di Rita D'Andrea è pubblicato per i tipi di Nuova Cultura.

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martedì 25 maggio 2010, posted by roberto.bonuglia at 01:40
Dopo il clamore suscitato dal caso Ocalan la “questione curda” è progressivamente sfumata, fino a scomparire del tutto, dalle colonne dei nostri quotidiani e da molti siti di informazione italiani. Pochi sanno, ad esempio, che solo due giorni fa, il 22 maggio, 4 membri del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) hanno perso la vita e che altri 5 sono stati feriti nel corso di un raid aereo nel Nord dell’Iraq. Durante le operazioni 20 aerei dell’aviazione turca hanno colpito una cinquantina di “obiettivi” nella zona di Zap Kharkurk. Un fatto non isolato che, come altri, non ha trovato spazio nei nostri media sebbene dei bombardamenti turchi si siano occupati, nelle scorse settimane, alcuni quotidiani internazionali – Le Monde, The Long War Journal, Today’s Zaman, Hurriyet Daily News - e delle agenzie di stampa accreditate (AFP, UPI, Bianet).

E’ stata perciò molto utile - e ben riuscita - l’iniziativa dell’Associazione Europa Levante che il 21 maggio ha organizzato alla Camera dei Deputati, presso la Sala delle Colonne di Palazzo Marini il convegno “La questione curda. Tra Europa e Medioriente: democrazia ed autonomia, pace e diritti umani”. L’incontro ha avuto l’indubbio merito di porre al centro del dibattito e degli interventi non solo l’analisi geopolitica dell’annosa e drammatica diaspora del popolo curdo, ma anche le non meno rilevanti “questioni” del riconoscimento dei diritti della minoranza curda in Turchia, del nuovo assetto dell’Iraq e della regione autonoma del Kurdistan e della tutela dei diritti umani in Siria e Iran.

Il Kurdistan - è bene ricordarlo, pur se brevemente –, è un’area mediorientale di circa 450.000 Kmq situata tra la Siria, l’Iran, l’Iraq e la Turchia. Dei 450.000 Kmq ben 230.000 Kmq si trovano in Turchia. L’intera regione curda è considerata da sempre “strategica” per le sue risorse idriche e petrolifere. Ma la “centralità geopolitica” del Kurdistan non è stata mai una risorsa per il suo popolo. Ciò piuttosto ha rappresentato una sorta di “condanna” segnando negativamente la vicenda umana del «popolo senza Stato» più numeroso oggi esistente al mondo. Fin dalle battute iniziali l’incontro organizzato in occasione della IX Assemblea annuale di Europa Levante ha fatto luce sulla specificità della “questione curda”. Alessandro Forlani – Componente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati - ad esempio, ha ricordato che «nessun trattato e nessun assetto geopolitico hanno finora contribuito a risolvere la questione di un popolo – quello curdo – disperso in più paesi in ognuno dei quali ha subito repressioni e persecuzioni».

Può sembrare paradossale ma, in effetti, nel Terzo Millennio il riconoscimento dei diritti fondamentali e di autodeterminazione dei popoli sono una conquista ancora da raggiungere per interi popoli. Uno di essi è proprio quello curdo. La storia curda, antichissima, è da sempre - e soprattutto nel corso del Novecento - una storia di esodi, di sogni infranti, di ferite profonde e tuttora aperte, di lotte e di ingiustizie. Nel secolo scorso la prima di esse fu quella del Trattato di Sèvres (10 agosto 1920) che pur contemplando come possibile «la creazione di uno Stato curdo» - riaccendendo la speranza nei curdi di una prospettiva autonoma di autogoverno - nella sua versione finale (1923) non contenne nessuna citazione in proposito lasciando nella diaspora un popolo dalle tradizioni millenarie e con un solo desiderio: vedere riconosciuti i propri diritti. Un desiderio che, ieri come oggi, anima ancora quel popolo come ha ricordato Rezan Hama Salih Qadir Agha, rappresentante del Governo regionale curdo iracheno in Italia: la speranza curda continua ad essere quella di avere «una regione autonoma in cui poter esercitare i propri diritti e riconoscere quelli degli altri» perché «vivere in pace significa lasciare e far vivere in pace gli altri» visto che «con la pace e la democrazia si può ottenere tutto». Il modo col quale ottenere il riconoscimento dei diritti è stato il punto centrale dell’intervento di Ramon Mantovani del PRC che ha ricordato e spiegato le posizioni del PKK che chiede con la propria azione – che nulla ha di fondamentalistico – il riconoscimento dell’autonomia e dei diritti del popolo e dei lavoratori curdi. Ancora oggi divisi tra i quattro paesi, per i curdi la situazione più grave è attualmente quella in Turchia dove l’esercito condiziona puntualmente l’azione del Governo con un vero e proprio “potere di veto”. Nella Penisola anatolica è dunque quanto mai auspicabile «aprire un negoziato politico per risolvere la questione curda così come è stato fatto in Irlanda o in Spagna» per superare i conflitti preesistenti con le minoranze etniche e/o religiose.

La situazione attuale dei curdi in Turchia è stata ben descritta da Gulten Kisanak (nella foto), co-presidente del Partito della Pace e della Democrazia (BDP) la cui testimonianza è stata il momento più toccante di tutto l’incontro: «In Turchia sta iniziando un nuovo conflitto armato. Da ieri la Turchia ha bombardato la zona autonoma curda. La questione curda così rischia di tornare alle criticità degli Anni Novanta riproponendo la frattura tra turchi e curdi». Alle azioni dell’aviazione turca, infatti, si aggiungono le repressioni che quotidianamente si registrano nel paese. L’università è teatro di scontri in cui gli studenti curdi hanno la peggio. Nonostante il successo elettorale del BDP – che ha eletto quasi 100 suoi rappresentanti – sindaci, esponenti del partito e dei movimenti giovanili e femminili hanno subito e subiscono intimidazioni, rappresaglie, arresti. La strada delle riforme, molto pubblicizzata dall’esecutivo turco ai fini della sua entrata nell’Unione Europea è ben lontana dal sortire gli effetti sperati e la questione dei diritti civili nel paese è ancora tutta da risolvere. In altre parole, ha proseguito Kisanak, «in Turchia il potere non vuole confrontarsi con la questione curda e non vuole la democrazia»: solo nei giorni scorsi alcuni militanti curdi minorenni - soltanto per aver espresso la propria opinione - sono stati arrestati riportando condanne di 15/20 anni. Pene, cioè, a volte maggiori della loro stessa età anagrafica.

Di fronte a un tale scenario è dunque lecito chiedersi - come ha fatto Dario Rivolta, parlamentare PDL e consigliere per l’Iraq del Vice-Ministro al Commercio Estero italiano – se la Turchia voglia entrare veramente nell’UE. O se, invece, la maggioranza di governo non voglia «fare le modifiche costituzionali che l’Europa chiede non per il suo ingresso nell’UE ma per modificare gli equilibri interni». E’ dunque di fondamentale importanza - come ha sottolineato Hishyar Abid del Movimento del Cambiamento del Kurdistan – attivarsi insieme alla comunità internazionale per «arginare il culto della personalità» diffuso in molte regioni mediorientali, per «superare la diversità nell’applicazione delle leggi di tutela dei diritti fondamentali» e, infine, per «sostenere e difendere la verità dell’informazione che spesso è imbavagliata».

Dall’incontro di venerdì scorso, è dunque emerso il monito di un popolo che, per dirla con Abid, ha «sempre seguito, quando ha potuto, la via democratica per ottenere i propri diritti». E non c’è molto altro da fare se non promuovere un incontro tra le parti in causa e cercare, incoraggiandolo, il dialogo. Kisanak ha quindi ragione quando afferma che «il governo turco deve parlare con i curdi se l’esecutivo vuole davvero avviare una serie di riforme positive e reali». Questa sembra essere l’unica via d’uscita per una situazione che è da troppo tempo al limite della sopportazione e che rischia di precipitare. D’altra parte, intervenire tempestivamente è fondamentale non solo per la risoluzione della questione curda, ma per l’intero assetto geopolitico mediorientale: «se la Turchia effettua una “svolta democratica” – ha sostenuto Kisanak – Ankara può incentivare anche altri paesi mediorientali a “svoltare” nella stessa direzione».

E ciò sarebbe una conquista non solo per il popolo curdo, ma per tutta la comunità internazionale visto che la “questione curda” è, oggi più di ieri, una “questione internazionale” che, come tale, deve essere affrontata quanto prima con coraggio. E il primo passo è parlarne, come si è fatto venerdì e scriverne come, nel nostro piccolo, abbiamo fatto.

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venerdì 21 maggio 2010, posted by khayyamsblog@gmail.com at 11:42
Centro commerciale, crocevia di strade, piste e ferrovie. I segni del tempo e delle dominazioni subite - ittiti, persiani, macedoni, romani, arabi, bizantini e turchi - quasi un milione di abitanti che vivono tra imponenti resti archeologici e archittetonici: le mura risalenti ai Seleucidi, il tempio romano di Zeus - poi trasformato nel V secolo in cattedrale bizantina e poi, nel XII in scuola coranica - la moschea del Gelso, la Grande Moschea, la Madrasa del Paradiso, la cittadella turca, il Museo Archeologico e la biblioteca ricca di manoscritti islamici. Tutto questo è Aleppo (Halab), città della Siria ricca di fascino e storia ma anche e soprattutto di cultura e culture. Oggi il Khayyam's Blog propone di questa città un'istantanea intensa e avvolgente di Alessia Arcolaci. [Roberto Bonuglia]

La città indaffarata. Aleppo (Halab) è una delle più antiche città del mondo. Vanta quasi 8mila anni di vita ed è stata abitata ininterrottamente dall'antichità. Occupa infatti una posizione strategica a metà strada tra il mare e l’Eufrate, che l'ha destinata, sin dai tempi dei romani, a città di commercio e punto d'incontro tra numerose culture.

Oggi vi abitano arabi, turchi, armeni che unendo e mescolando diverse religioni, la arricchiscono e le donano un fascino magico ed unico. Al mio arrivo, dopo il viaggio in treno da Damasco, la stazione mi accoglie tra tassisti e guide che si offrono di trovarmi alloggio ed accompagnarmi a visitare la città. Resto subito incantata dai colori innumerevoli che la disegnano, dal via vai spensierato di artigiani, contadini, tessitori, mercanti, donne e bambini. Ognuno con la sua merce, spesso trasportata da asini o esili cavalli, su calessi o dorsi di mulo, ognuno diretto al sud. Ognuno pronto per gli affari della giornata. Il sud di questa città è uno dei più belli ed antichi del Medio Oriente, centinaia di stradine impregnate di profumi speziati, oli profumati, incensi, lo descrivono. Ciò che lo rende particolarmente coinvolgente sta probabilmente nel fatto che la maggior parte delle attività commerciali degli abitanti si svolge ancora qui. Casalinghe, artigiani, bambini, tutti trovano al sud ciò di cui necessitano. Appena mi inoltro in questo meraviglioso melting pot di odori, colori, sguardi e sorrisi, subito mi rendo conto che turisti e visitatori, qui, sono ancora una minoranza. Passeggio tra bancarelle di tessuti, narghilé, incensi, saponi all’olio di oliva, oro, spezie deliziose e in pochi istanti, vengo invitata da numerosi commercianti a fermarmi per un tè ed assaggiare dolci locali. Accetto e in una lingua mista arabo-inglese inizio ad ascoltare le storie e i racconti di anziani e giovani venditori, per un attimo mi sento trasportata in una delle avventure raccontate dalla meravigliosa principessa Shahrazàd al suo sultano. Un brivido mi risveglia rendendomi sempre più consapevole ed affascinata. Mi rialzo, Yacoub mi ha raccontato di non essere mai uscito dalla Siria, di non esserne interessato, di amare la sua terra in maniera viscerale nonostante tutte le sue contraddizioni e di aver imparato a parlare perfettamente inglese grazie ai numerosi turisti che hanno accettato di sorseggiare un tè insieme a lui. Ci diamo appuntamento al giorno seguente, tornerò per ritirare alcune stoffe ricamate a mano.

Si può restare immobili ad ammirare tutta la città di Aleppo dalla cittadella arroccata sulla sommità di un’altura, una collina, utilizzata in origine come luogo di culto. E’ un diverso punto di vista, quello dei tetti, dei panni stesi, delle antenne e dei minareti. Delle luci verdi che ricordano la sacralità dei luoghi di culto e di questa terra lontana. Un punto di vista privilegiato, da cui lo sguardo può spaziare e correre da un tetto all’altro lungo tutta la città. Attraversarla e perdersi in essa.

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mercoledì 12 maggio 2010, posted by vito.cirillo at 15:44
Tempo fa, il Presidente americano Obama, riguardo la situazione afghana, parlò e di "ritiro". Sottolineò che riteneva ovviamente urgente risolvere quanto prima "il problema afghano" ma con l'obiettivo di ritirarsi dal territorio lasciando agli afghani l'organizzazione del proprio futuro politico e amministrativo.

Spetterà perciò agli afghani decidere. La loro decisione sarà importante. Di certo non potrà essere un ritorno al periodo "talebano", quello vissuto con angoscia tra il 1996 ed il 2001 da loro stessi e da tutta la comunità nazionale. D'altra parte, pur se ancora presenti, i talebani sanno che non potranno avere più il predominio totale del paese. Dovranno perciò accontentarsi di essere una componente, sia pur consistente, del mondo politico afghano come lo sono da tempo gli Hezbollah in Libano. Le altre etnie, maggioritarie e minoritarie, dovranno trovare un accordo che armonizzi le varie esigenze e necessità. L'Afghanistan, insomma, dovrà sconfiggere il tribalismo che ha impedito all'Afghanistan di essere una vera nazione e dovrà trovare le proprie identità minori che finora non ha avuto se non formalmente.

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martedì 11 maggio 2010, posted by vito.cirillo at 13:06
Nei primi giorni della terza decade di aprile, il Golfo Persico è stato teatro di alcune manovre militari iraniane. A svolgerle sono stati i pasdaran, ossia i guardiani della rivoluzione islamica che furono costituiti nel 1979 dall'Ayatollah Khomeini. Essi si distinsero nella guerra tra Iran e Iraq, subendo tra l'altro molte perdite. I pasdaran sono giovani, spesso studenti che si sono consacrati alla causa della rivoluzione islamica. Le suddette manovre sono state generali perché hanno interessato forze di terra, navali e aree.

L'intento è stato quello di dimostrare che l'Iran non ha paura delle sanzioni che gli Usa chiedono alle Nazioni Unite di applicare. Gli Stati Uniti, del resto, hanno annunciato la fabbricazione di una super bomba intelligente di ultima generazione che si avvale delle tecnologie più avanzate nel campo degli armamenti. L'Iran, però, persiste ostinatamente nel suo intento di dotarsi di armi nucleari adducendo la giustificazione che anche Israele è una potenza nucleare e che perciò anche l'Iran ha tutto il diritto di diventarlo...

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, posted by vito.cirillo at 12:56
Nell'amministrazione Obama stanno emergendo due correnti riguardo l'atteggiamento da tenere nei confronti dell'Iran.
In un memorandum di qualche mese fa, il ministro della difesa, Robert Gates, ha fatto rilevare che l'Iran non vuole fermarsi nell'intento di acquisire capacità nucleari. Il procedere con una politica morbida spinge gli iraniani a continuare nella politica di potenziamento nucleare poichè non temono per nulla le sanzioni - minacciate e non attuate - degli americani.

Il presidente Obama ha un atteggiamento più flessibile e vuole tentare ogni strada pur di far desistere l'Iran dal suo intento. Egli, perciò, non rinuncia, se vi è costretto dalle circostanze, ad atteggiamenti più duri che possano sfociare nell'opzione militare, ventilata e auspicata da alcuni militari statunitensi. Per questo motivo Obama contratta con Cina e Russia affinché pressino l'Iran spingedolo a desistere dal suo "intento nucleare".
Le sanzioni potrebbero essere attuate molto presto, se Cina e Russia arriveranno a giustificarle. E poi, va ricordato che, dal canto suo, Israele è comunque pronto a l'eventuale opzione militare....

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, posted by vito.cirillo at 12:17
Nel dicembre 2001 terminò l'emirato talebano in Afghanistan. Dall'ottobre al dicembre le forze alleate dell'ISAF ebbero ragione sui Talebani. Il loro capo, il Mullah Omar, nel gennaio 2002, riuscì a scappare su una motocicletta sfuggendo alla cattura. Per ben 7 anni non si è saputo più nulla.

Nel novembre 2009, si è rifatto vivo con un messaggio nel quale faceva rilevare che le forze alleate non erano riuscite a sconfiggere i Talebani, che erano ancora molto forti.
Il capo di Al Qaeda, Osama Bin Laden, che aveva posto le sue basi sul territorio afghano, riuscì anch'egli a fuggire evitando la cattura. Qualcuno disse che essendo egli malato gravemente di diabete sarebbe in realtà morto non avendo potuto fare le cure necessarie per il suo stato di salute precario. Nel 2007, però, Benazir Bhutto rivelò che Bin Laden era stato ucciso dallo sceicco pachistano Omar. Dopo qualche mese, la Bhutto fu assassinata. Impossibile, dunque, confermare o meno la sua versione sulla fine presunta di Bin Laden.

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lunedì 10 maggio 2010, posted by roberto.bonuglia at 13:17
Il rating di cui tanto si parla in questi giorni non è altro che «un metodo utilizzato per classificare sia i titoli obbligazionari che le imprese in base alla loro rischiosità». Esistono, infatti, delle agenzie specializzate nell’indicizzazione di titoli e aziende secondo tali criteri. Le più importanti sono la Standard&Poor's, la Moody’s e la Fitch Ratings. Queste tre agenzie, nonostante siano in pochi a saperlo, svolgono un ruolo strategico nei mercati internazionali globalizzati senza precedenti e di fondamentale importanza: distribuiscono pagelle, danno voti sulla solvibilità dei debiti sovrani, innalzano o declassano nazioni intere applicando ad esse una vera e propria “classificazione di qualità” secondo tre gradi di giudizio che loro stesse hanno ideato (A, B, o Junk bond).

Ma chi sono e da dove vengono queste tre sorelle che arbitrano i destini e le fortune di mezzo mondo? Prima di tutto è giusto ricordare che le tre agenzie non sono né enti morali né associazioni a scopo benefico, bensì «società private a scopo di lucro». Quella di James Moody, ad esempio,nacque nel 1909 come guida di oltre 200 compagnie ferroviarie americane: ne passò al setaccio i bilanci, ne studiò gli investimenti e diede loro un voto basato sull’affidabilità. Un baedeker utilissimo, dunque, imitato 7 anni dopo dalla Standard Company (che in seguito si fonderà con la Poor’s) e, poco più tardi, dalla Fitch. In America, dopo la crisi del ’29, il rating sulle obbligazioni divenne obbligatorio: da quel momento in poi, le banche poterono acquistare solo titoli certificati dalle tre agenzie. Per “le tre sorelle” fu l’inizio di un’ascesa che non si è più arrestata: da decenni, «chiunque voglia piazzare sul mercato un’obbligazione per autofinanziarsi (un’azienda, una banca, una compagnia di assicurazione, un fondo comune, uno Stato) deve cercare di strappare un voto positivo alle tre agenzie; senza quel voto, è sostanzialmente impossibile raccogliere denaro sul mercato».

Nell’applicazione dei criteri di rating, quindi, le agenzie possono produrre delle vere e proprie tempeste nei mercati nazionali ormai sempre più uniti dalla globalizzazione economica delle borse e dei loro operatori. Ed è successo proprio questo nei giorni scorsi quando è stata diffusa una vera e propria “graduatoria” dei paesi dell’eurozona che sono stati classificati in base al grado di rischiosità insito nei propri sistemi finanziari: la Grecia - declassata solo 15 minuti prima della chiusura delle Borse e fanalino di coda di questa classifica - era di poco staccata da altri tre paesi sull’orlo della crisi (Portogallo, Italia e Irlanda) a loro volta preceduti da Belgio e Spagna in piena impasse economica.

Per capire la rilevanza di tali agenzie può essere utile ricordare che solo la pubblicazione di tale classifica ha prodotto un vero e proprio dissesto finanziario che ha interessato non solo la povera Grecia, ma anche quei paesi che erano stati dichiarati solamente “a rischio” per il 2010. La nostra Piazza Affari, ad esempio, è crollata proprio lo scorso giovedì esponendosi - come succede sempre in questi casi -, alla speculazione finanziaria dei broker internazionali. Fin qui, date le regole della finanza mondiale, tutto nella norma se non fosse palese il conflitto di interesse che caratterizza proprio il mondo del rating e, in modo specifico, l’azione delle tre agenzie prima citate. Esse, infatti, pubblicano i rating ma, al contempo, svolgono attività di “banca di investimenti”. Ciò significa che è molto elevato “il rischio” (N.d.R) di un uso strumentale del rating che “potrebbe” essere strumentalizzato nell’interesse della banca ovvero dei propri clienti – soprattutto quelli che detengono nell’istituto di credito ingenti patrimoni - per attività speculative in Borsa, o per l’acquisizione di asset a prezzi di realizzo.

Un declassamento del rating di aziende o soggetti pubblici particolarmente indebitati, ha dunque la conseguenza a breve termine di provocare un rialzo degli interessi applicati ai prestiti in corso e, di fatto, un aumento – anch’esso a breve termine - degli oneri finanziari. Di fronte ad una tale situazione il debitore potrebbe cedere beni immobili e mobili di sua proprietà a prezzi di realizzo allo scopo di evitare un peggioramento del rating. E chi se non le stesse agenzie di rating sono di solito pronte a rilevare ed acquistare tali beni?

Ecco che il cerchio si chiude e si rivela «il grande potere concentrato nelle mani di pochi» che in ogni momento, con le proprie decisioni, possono condizionare le borse e, dunque, le sorti di intere economie nazionali. Va poi considerato che le tre agenzie sono tutte americane e private mentre gli “effetti” della loro azione si ripercuotono quasi sempre in Europa e indistintamente sia nei soggetti pubblici che in quelli privati operanti nei nostri mercati. Facile, quindi, pensare che dietro la loro azione si celi una sorta di speculazione americana sui paesi dell’eurozona, colpiti ogni qualvolta “alzino la testa” e/o rendano le proprie economie potenzialmente “indipendenti”: non è forse un caso che Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda avessero vissuto solo qualche anno fa, momenti di grande espansione economica? Come è possibile che dopo un lasso così breve di tempo si trovino agli ultimi posti delle classifiche di rating? Come mai alle tre sorelle, così attente alle contraddizioni insite nelle economie europee sfuggì la rischiosità dei mutui subprime, “splendida invenzione” tutta americana e una delle cause principali del crac del 2008? E’ troppo malizioso pensare che la Standard&Poor's, la Moody’s e la Fitch Ratings in realtà orientino la propria azione per aiutare Wall Street a scommettere al ribasso contro il ventre molle dell’Unione Europea e contro l’euro?

E’ una domanda che in molti si sono posti dopo l’ultima crisi tanto che il francese Michel Barnier - Commissario europeo alle finanze - ha aggiunto che dovrebbe esistere anche una grande agenzia di rating europea e che non sarebbe sbagliato, in linea di massima, pensarla come un soggetto di natura “pubblica” piuttosto che privata. Barnier questa settimana visiterà Washington e New York per discutere proprio di questo con il Ministro del tesoro americano Timothy Geithner, il Governatore della Fed Ben Bernanke, il Presidente della Goldman Sachs Lloyd Blankfein e altri “addetti ai lavori”. Vedremo cosa succederà e quali saranno gli esiti di questi incontri. Per il momento c’è solo da leggere con attenzione e con una certa preoccupazione le notizie riportate nelle pagine finanziarie dei nostri quotidiani.

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sabato 8 maggio 2010, posted by roberto.bonuglia at 15:33
Dopo Le ragioni dell’aragosta e Viva Zapatero! da ieri è tornata in 101 sale italiane – tra cui anche il Movieplex de L’Aquila - Sabina Guzzanti con Draquila. L’Italia che trema il film-documentario sul «business della ricostruzione» del dopo-terremoto. Tra qualche giorno - il 13 maggio, alle 19:30 – la pellicola varcherà anche i confini del nostro Paese e sarà proiettata “fuori concorso” nella Selezione Ufficiale del prossimo Festival di Cannes. Tra gli spettatori, è notizia di queste ore, non ci sarà il Ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi che ha espresso proprio stamattina tutto il proprio «rincrescimento e sconcerto per la partecipazione di una pellicola di propaganda, Draquila, che offende la verità e l’intero popolo italiano».

Ideato e pensato dalla “Sabna Guzz”, nonostante il parere di Bondi, il film documenta in modo intelligente e puntuale il modo col quale si sono concretizzati gli interventi governativi nei giorni immediatamente successivi la tragedia aquilana. «Azioni da vampiro» condotte consapevolmente da un Premier – all’epoca assediato dal gossip e in vistoso e consistente calo di popolarità – che preoccupatosi immediatamente di conferire «poteri speciali all’uomo speciale» [Bertolaso N.d.R.] non ha nemmeno mai pensato di “consultare” i cittadini colpiti dalla disgrazia sul proprio destino e quello di una splendida ma “difficile” città.

Un’ora e mezza di interviste, immagini e racconti che danno voce – questo il merito incontestabile del lavoro di Sabina – a tutti, indistintamente: dai militanti di sinistra che osteggiano in tutto e per tutto l’operato del Governo, ai profughi tendopolizzati soddisfatti della tempestività con cui gli aiuti sono arrivati; dal politico locale che denuncia l’invadenza decisionale della Protezione Civile «venuta a comandare» nel proprio territorio, all’entusiastica adorazione del Premier di quanti hanno ricevuto, in meno di un anno, una casa nuova con tutti i comfort; dall’amarezza del giornalista locale escluso dalla sala stampa perché privo dell’autorizzazione governativa, all’anziano terremotato “smistato” in riviera a 300 km dalla propria abitazione; dagli esperti che criticano i criteri della ricostruzione, al giornalista pentito per aver creduto e fatto credere – anche ai propri figli, persi sotto le macerie del sisma – ai “tranquillanti” avvisi della Protezione Civile dopo i primi sciami sismici registrati prima della tragedia. Su tutte, a dire il vero, la quasi commovente testimonianza del Prof. Raffaele Colapietra (nella foto) che alla veneranda età di 79 anni decide di restaurare – a proprie spese – la sua abitazione nel dimenticato centro storico de L’Aquila mettendo così al riparo i suoi libri pur di continuare a scrivere nel proprio studio immerso nel silenzio di una città deserta.

Una sorta di sorprendente equilibrio nel raccontare i fatti che fanno di Draquila un film assolutamente da vedere senza pregiudiziali. Di nessun tipo. Senza l’attesa entusiastica di trovare una dura e acritica denuncia contro l’operato di un Governo che ha avuto senz’altro il merito di “fare” qualcosa e di “risolvere” l’emergenza, ma al contempo, senza l’acredine di voler stroncare a tutti i costi un faticoso lavoro di selezione e di ricerca svolto dalla troupe della Guzzanti che si è dovuta misurare quotidianamente con evidenti difficoltà (permessi non ricevuti dalle Autorità, interviste promesse e mai rilasciate, ostilità delle forze dell’ordine locali e del personale della protezione Civile, etc.) per mettere in evidenza i “costi” che l’intervento d’urgenza ha comportato.

In altre parole, è senza dubbio «utile» e «opportuno» andare al cinema e vedere Draquila perché fornisce comunque un ritratto diverso di come l’emergenza terremoto è stata fin qui proposta da telegiornali, talk show e quotidiani. Nessuno, ad esempio, aveva mai parlato: della dichiarazione scritta che i destinatari delle casette di legno hanno dovuto firmare, sancente «l’impegno a riconsegnare la fornitura domestica in buono stato e a non piantare neppure un chiodo sulle pareti»; della proibizione agli attendati di bere alcol, caffè e persino Coca Cola; del divieto di assemblea pubblica proclamato e fatto rispettare con una certa fermezza nelle tendopoli; l’ingresso alle telecamere ed alle persone (sic!) vietato in certi campi profughi…

Inoltre è opportuno ricordare la notizia più importante – a nostro avviso - che il documentario di Sabina Guzzanti fornisce al suo pubblico. Il rapporto tra Protezione Civile e Governo - salito alle cronache a causa degli scandali sessuali e amministrativi che hanno impedito la trasformazione dell’Ente in S.p.A. - viene infatti spiegato nei minimi particolari. Su tutti, l’ambigua attribuzione, tra i compiti della Protezione Civile, dell’organizzazione dei cosiddetti “Grandi Eventi”: poco o nulla “straordinari” poiché programmati e organizzati da tempo secondo un dettagliato calendario che tra essi pone manifestazioni assolutamente «fuori contesto». E’ il caso dei “Grandi Eventi Religiosi” come la Canonizzazione di Padre Pio da Pietrelcina (3/05/2002) e quella del “beato” Josemaria Escrivà (12/08/2002), il IV Centenario della nascita di San Giuseppe da Copertino (7/05/2004), l’Incontro nazionale dell’Azione Cattolica (14/05/2004), l’esposizione delle esequie di papa Giovanni Paolo II (5/04/2005), il monitoraggio delle elezioni del pontefice (5/04/2005), l’organizzazione dell’Anno giubilare paolino (16/07/2008)o il supporto organizzativo fornito, anch’esso con i fondi pubblici destinati alla Protezione Civile, del Congresso europeo delle famiglie numerose svoltosi nel 2008.

Stesso discorso potrebbe farsi per i “Grandi Eventi Sportivi” come i Giochi olimpici di “Torino 2006” o i Mondiali di Nuoto “Roma 2009” e per i “Vertici e Celebrazioni Nazionali” come l’ultimo Semestre di Presidenza italiana dell’Unione Europea o la più recente organizzazione del G8 previsto nell’arcipelago della Maddalena e poi spostato in fretta e in furia a L’Aquila (per il quale sono in pieno svolgimento delle indagini su presunte irregolarità coinvolgenti esponenti di prima fila del Governo in carica).
Una lista di “Eventi”, dunque, che è molto più lunga e che il lettore più volenteroso potrà consultare cliccando qui. Un elenco di situazioni in cui i “Grandi Eventi” sono stati un modo per aggirare procedure di gara e bandi pubblici per la fornitura di servizi primari ed accessori affidata alla protezione Civile facendo così – vecchio vizio italico… - lievitare il prezzo di ogni singolo bene, dalla bottiglietta dell’acqua minerale al segnaposto d’argento del tavolo dei conferenzieri.

Sarà pure un’inchiesta faziosa quella della Guzzanti, ma senza ombra di dubbio essa ha il merito di dare allo spettatore-cittadino - che con le proprie tasse contribuisce alla copertura di queste spese -, la possibilità di sapere. Per poi decidere in modo consapevole se criticare l’operato del Governo o apprezzarne la tempestività di intervento in condizioni di urgenza.

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venerdì 7 maggio 2010, posted by roberto.bonuglia at 12:49
Da qualche settimana Gad Lerner è tornato in libreria con un’autobiografia che ha il merito di “usare” la memoria come «sostanza per attivare una modalità nuova di rilettura dei grandi nodi storici». Una chiave interpretativa, questa, che mostra al lettore il Medio Oriente in un modo nuovo e, quello che più conta, inedito.

L’ultimo lavoro del giornalista de La7, infatti, ha un taglio «intimo, poetico e quasi da romanzo». Lo dimostra lo stesso incipit di “Scintille. Una storia di anime vagabonde”: la vicenda che Lerner racconta fornisce un ritratto di sé stesso che non risulta, nemmeno per un attimo, scontato o frivolo.

Quelli di Lerner sono 55 anni vissuti tra il Medio Oriente ed il Vecchio Continente che in questo caso rappresentano entrambi estremi geopolitici e, al contempo, genealogici visto il dna cosmopolita dell’«Infedele» nato, infatti, da padre askenazita e da madre libanese. Ma non solo la premessa biografica dell’Autore appare peculiare, anche il titolo del volume è significativo: Carlo Feltrinelli lo ha voluto fortemente rispetto a “Gilgul”, quello che Lerner aveva inizialmente pensato per identificare il suo viaggio letterario.

In ebraico “gilgul” identifica il vagabondaggio, il giro dantesco dell’inferno delle anime dannate. Il termine ha - non a caso - la stessa radice di “galùth”, parola che identifica la diaspora millenaria del popolo ebraico. Come parte di questo popolo anche l’Autore si autodefinisce «coscritto fra le anime in eterno gilgul, nostalgiche di corpi cui non faranno ritorno». D’altra parte le “scintille” cui si fa riferimento altro non sono che piccole luci sprizzanti dalle anime dei defunti perse nella «mischia di instabilità e frenesia che fa bussare alle porte dei vivi gli spiriti dei morti di morte dolorosa o ingiusta».

Ma per ogni viaggio c’è un punto di partenza. E quello di Lerner non è univoco. Con lui si parte alla ricerca delle sue identità perdute ripercorrendo più luoghi: Vilnius, Boryslaw, il Libano. E il merito maggiore di Lerner è quello di non limitarsi a ricordarli com’erano… ma soprattutto di descriverli – senza accantonare del tutto la lente della memoria - come sono oggi.
E’ questo il caso, ad esempio, della pagina più toccante del volume, quella in cui si descrivono i luoghi del Libano nei quali Lerner si sofferma a recitare il Kaddish per omaggiare la memoria di due giovani morti in guerra: i figli di David Grossman e di Manuela Dviri. Scrittore il primo e giornalista-pacifista la seconda, entrambi amici di Gad e accumunati dal triste destino di aver perso per sempre i propri figli in una guerra infinita quanto drammatica.

In questa e in altre pagine di “Scintille” ogni “storia” raccontata rimanda alla “Storia” qua talis e i problemi mediorientali finiscono per ritrovarsi inseriti in un ciclo di avvenimenti che finiscono per riguardare non solo i ricordi e gli affetti di Lerner, ma – almeno potenzialmente – quelli di ciascuno di noi. E ciò è possibile perché la «ricerca del passato» condotta dall’Autore non è mai vendicativa, malinconica o negativa.

Sembra poco o niente… invece è proprio questo che rende il lavoro di Lerner una delle letture più edificanti che si possano trovare in libreria di questi tempi.

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