venerdì 26 febbraio 2010, posted by roberto.bonuglia at 01:53
Di tutti gli illuministi o ‘filosofi’ del ‘700, Diderot è forse il più caratteristico: autore di un’opera copiosa, che va dal romanzo al teatro, dalla critica d’arte al trattato filosofico, dal divertimento alla prosa scientifica. Era un intellettuale nato per scombussolare ogni sistema dei critici e di polemisti avversi, come confermano le sue prese di posizione, spesso in apparenza discordi fra loro, eppure tutte perfettamente pertinenti alla funzione di rischiarare le coscienze e le menti, volte a denunciare gli errori, a castigare i costumi, ad aiutare l’evoluzione del pensiero umano e dei suoi atteggiamenti in tutti i campi dal sociale al religioso, dallo scientifico al fantastico, dal sentimentale al quotidiano. Ma dopo il successo ottenuto presso i contemporanei, l’opera di Diderot, nell’800, cadde in vero e proprio periodo di oscurità; nel ‘900, invece, la sua presenza è tornata alla ribalta.

Nato a Langres (Haute-Marne) il 5 ottobre 1713 e figlio di un agiato artigiano di cui ricordò sempre affettuosamente la severa bontà, Denis Diderot compì i primi studi presso il collegio dei gesuiti di Langres, poi nel 1728 a Parigi, al collegio Louisle-Grand e nel 1732 fu accolto all’Università di Parigi, dove seguì, senza però condurli a termine, gli studi di diritto. Poi alcuni anni oscuri, durante i quali sbarcò il lunario con lezioni e traduzioni. Nel ‘41 conobbe Antoinette Champion, cucitrice in bianco, che, contro il volere dei propri genitori lo sposò segretamente due anni più tardi.

In quegli anni la sua fama cominciava a consolidarsi, tanto da essere dichiarato, da un rapporto della polizia, “un uomo molto pericoloso”. E nel 1749, in seguito alla pubblicazione di una sua famosa Lettera sui ciechi, Diderot fu imprigionato per alcuni mesi a Vincennes, dove ricevette la visita di Rousseau, da questo ricordata con tanto entusiasmo nelle Confessioni. Nel 1751 si pubblicava il primo volume dell’Enciclopedia, che doveva tenere occupato lo scrittore fino al compimento dell’opera (1772). Ma non per questo egli rallentò la sua attività. Nella sua vita privata si susseguivano al contempo le costanti baruffe con la moglie; la relazione con Madame de Puisieux; la nascita (nel ‘53) della piccola Angelica, per la quale fu padre tenerissimo, tanto da accompagnarla nei primi passi, da guidarla nei giochi e negli studi, fino a portarla al matrimonio, avvenuto nel ‘72, con Abel F.N. Carollion de Vandeul appartenente a una buona famiglia di Langres.

Se Diderot visse e operò nel mondo degli enciclopedisti, come confermano i suoi rapporti con Voltaire. La sua opera fu originale, varia e sempre di assoluta qualità stilistica e di contenuto: dalla traduzione di Shaftesbury, fino all’ultimo Saggio sulla vita di Seneca (1778), è un continuo susseguirsi di opere, alcune minori, molte fondamentali, ora drammatiche, ora volutamente lievi, ora ponderate e massicce, ora diabolicamente saltellanti e argute; fondatore della critica d’arte attraverso il Saggio sulla pittura (1765) e i Saloni, resoconti delle esposizioni biennali al Louvre, dal ‘59 all’ ‘81; creatore del teatro realistico, con Il figlio naturale (1757) e Il padre di famiglia (1760), mediante cui giustifica la sua critica al teatro convenzionale; introduttore del realismo nel romanzo, come testimoniano ancor oggi le pagine de “La monaca” (1760) e “Giacomo il fatalista” (1773), quest’ultimo in parte ispirato al Tristram Shandy di Sterne rivelando anche qualche parentela col Tom Jones di Flelding.

Le sue opere dimostrano una costante aderenza alle angosce del tempo, anche se queste son vissute e dipinte con quell’eleganza e quell’apparente distacco che sono peculiari del migliore ‘700. Anatole France diceva a proposito di lui: «Fu li migliore degli uomini nel migliore dei secoli... Conoscere per amare fu lo sforzo costante della sua vita. Egli amava gli uomini e le opere pacifiche degli uomini». E non è fuori luogo ricordare quel passo della lettera di Voltaire a lui diretta, che dice: “Vi considero come un uomo necessario al mondo, nato per illuminarlo e per schiacciare il fanatismo e l’ipocrisia. Con la quantità di conoscenze che avete, e che potrebbe rendervi arido il cuore, il vostro è rimasto sensibile». Pare poco, ai tempi d’oggi….

Ma la sua terribile vivacità non gli consentì di mostrare sempre la stessa faccia: un della lezione di Erasmo lo accompagna e gli addita spunti diversi e qualche volta acrobatici. Come quando il frequentatore del Procope e del Palais Royal segue attento e divertito i tipi curiosi, bizzarri, utili o inutili che affollavano quei luoghi che poi vediamo ricomparire in tanti tratti sparsi per le sue opere, ma soprattutto nel magistrale Nipote di Rameau: splendido impasto di teatro raccontato e di racconto dialogato che destò l’ammirazione di Goethe, che non a caso ne fu primo traduttore e diffusore.

Perché Diderot ancora oggi suscita interesse, ammirazione e assoluto rispetto? Perché era presente in tutte le questioni del tempo, e lo era in un modo talmente vivo e unico, da essere perpetuamente attuale: ora autorevole, ora satirico, ora scherzoso, ora patetico, in tutto egli ficcava il naso e in tutto lavorava a modo suo, per ogni domanda aveva una risposta. Se alla moda del libri di viaggi egli risponderà col Supplemento al viaggio di Bouganville (1772), a quella dei racconti orientali, che il pubblico ‘adora’, egli aveva risposto con i Gingilli indiscreti.

Ma di questa opera magnifica diremo in seguito, molto molto presto….

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mercoledì 24 febbraio 2010, posted by roberto.bonuglia at 21:09
Alla vigilia del termine del suo mandato, il Rappresentante speciale delle Nazioni Unite in Afghanistan ha richiamato l’attenzione sul fatto che la massiccia operazione militare condotta dagli Stati Uniti contro la roccaforte dei Talebani nella provincia meridionale di Helmand non è in grado da sola di portare pace e stabilità al Paese. Kai Eide, infatti, Rappresentante speciale del Segretario Generale, ha aggiunto che l’offerta di incentivi economici ai miliziani per persuaderli ad abbandonare le armi in favore di un processo di reintegro nella società civile, potrebbe al contrario creare ulteriore risentimento e rinforzare la resistenza.

Nell’ultima Conferenza di Londra, più di 70 Paesi ed organizzazioni hanno concordato la creazione di un fondo fiduciario, per contribuire al reinserimento dei Talebani e degli altri rivoltosi disposti a fermare le ostilità. Non sono ancora stati stabiliti i dettagli sul funzionamento del fondo, sulle caratteristiche dei beneficiari e su come verranno procurati gli incentivi.

“Non dobbiamo sottostimare il numero di coloro che combattono per questioni ideologiche, per risentimento o per senso di umiliazione, e che vanno ad aggiungersi agli elementi criminali” ha sottolineato ancora Eide, il cui incarico si concluderà all’inizio di marzo. “Spesso tali motivazioni derivano da una combinazione tra la convinzione che il governo è corrotto e incapace di garantire la legge e l’ordine, e la sensazione di essere stati invasi – non solo in termini militari – ma anche nel senso della mancanza di rispetto nei confronti della cultura, dei valori e della religione dell’Afghanistan” ha affermato.

Eide ha proposto una serie di misure che testino il terreno in vista di un processo politico più vasto, tra cui la rimozione di alcuni individui dalla lista di sanzioni delle Nazioni Unite e il rilascio di detenuti da strutture quali il centro di detenzione USA di Bagram. Questi passi avanti dovranno essere seguiti da successivi impegni da parte dei talebani nell’astenersi dall’attaccare strutture sanitarie o scuole, così da poter facilitare l’assistenza umanitaria. Eide ha ricordato che “il leader dei talebani, Mullah Omar, ha affermato d’essersi impegnato a fornire un’adeguata educazione a tutti gli afghani. I talebani dovrebbero dimostrare che questa affermazione è seria, fermando ogni genere di attacco alle scuole.” La comunità internazionale deve quindi supportare, in termini finanziari e politici, questo processo quando sarà avviato, aggiungendo che non verrà avviato nell’immediato e che non ci sarà neanche un drammatico attacco notturno. “Richiederà un’attenta gestione da parte di attori chiave” capeggiati da autorità afghane senza alcun tipo di imposizione da parte di civili e militari internazionali.

Per Eide è importante includere le donne negli sforzi fatti dal Presidente Hamid Karzai verso una “pace jirga”, finalizzata a forgiare un consenso nazionale intorno ad un processo politico, nel tentativo di evitare un’ulteriore frammentazione delle linee etniche nella società afghana, e per sollecitare la riconciliazione fra leader religiosi e sociali. “Il coinvolgimento di stati confinanti, in particolar modo il Pakistan, sarà critico”, ha concluso Eide. E non era certo facile ritenere il contrario...

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sabato 20 febbraio 2010, posted by roberto.bonuglia at 11:42
In quella che è la maggiore richiesta di fondi della sua storia per le conseguenze di un disastro naturale, le Nazioni Unite e i suoi partner hanno lanciato un appello per raccogliere quasi 1,5 miliardi di dollari per assistere i tre milioni di haitiani – un terzo della popolazione del paese – nel dopo-terremoto.

A circa 1,2 milioni di persone occorrono urgentemente alloggi di emergenza e servizi igienico-sanitari, mentre almeno due milioni di abitanti hanno bisogno di assistenza alimentare dopo il sisma di magnitudine 7.0 che ha colpito Haiti il 12 gennaio.

La richiesta di 1,44 miliardi è stata lanciata il 18 febrraio dal Segretario Generale Ban Ki-moon, insieme a John Holmes, Vice Segretario Generale per gli affari umanitari e coordinatore dei soccorsi d’emergenza, Bill Clinton, ex presidente americano e inviato ONU per Haiti, e l’ambasciatore haitiano Leo Mérorès.

Rendendo omaggio alle doti di pazienza, solidarietà e determinazione del popolo haitiano, Ban Ki-moon ha rinnovato il proprio impegno in favore della ripresa e della ricostruzione del paese.
Prima del terremoto, esisteva un piano di lungo periodo a sostegno di sviluppo e ricostruzione del paese. Ora, secondo il Segretario Generale, si tratta di dover riedificare Haiti in modo migliore.
“Se gestita correttamente, la tragedia può convertirsi in un’opportunità”, e l’aiuto internazionale in un investimento nel futuro di Haiti, ha aggiunto Ban, che ha anche colto l’occasione per ringraziare Bill Clinton per l’energia e lo spirito dimostrati.

Il nuovo appello segue quello di 77 milioni di dollari emesso a pochi giorni dal terremoto, inizialmente volto a coprire un periodo di sei mesi. L’appello è stato rivisto ed esteso per soddisfare le esigenze nell’arco di un anno, in previsione dell’arrivo della stagione degli uragani e delle piogge; la sua dimensione è proporzionale alla catastrofe e prende in considerazione la necessità di un pronto aiuto per la ripresa del paese. L’appello originario ha avuto una risposta di finanziamento per più del 100 per cento, lasciando scoperti per il nuovo appello 768 milioni di dollari.

Tra i vari settori, l’appello intende sostenere agricoltura, educazione, alloggi d’emergenza, telecomunicazioni, sanità e cibo. Un terzo dei finanziamenti è destinato agli aiuti alimentari.
I fondi verranno inoltre utilizzati per l’iniziativa “cash-for-work”, uno schema delle Nazioni Unite per aiutare gli haitiani a ricostruire il loro paese, che attualmente impiega 75.000 persone al giorno e prevede di coinvolgerne molte altre.

“Pagando gli haitiani per lavorare, mettiamo soldi nelle mani della gente” per nutrire famiglie, far ripartire l’economia e aiutare a creare una rete di sicurezza e benessere sociale, ha commentato il Segretario Generale. Secondo l’Ufficio per il Coordinamento degli Aiuti Umanitari (OCHA), la fase di emergenza delle operazioni di aiuto durerà ancora per molti mesi. Sebbene siano stati fatti progressi nell’assistenza di chi necessita di cibo e di cure, i bisogni restano ancora alti. Finora la maggiore richiesta di fondi in seguito a un disastro naturale era stata nel 2005 dopo lo tsunami nell’Oceano Indiano, quando le Nazioni Unite e i suoi partner avevano chiesto 1,41 miliardi di dollari.

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mercoledì 17 febbraio 2010, posted by antonella zatti at 21:24
Priorità ambiente e ricerca di energie rinnovabili. Temi non alieni all’architettura di avanguardia o, come si dice ormai, sostenibile; coniugare la qualità del vivere con materiali e tecnologie in grado di raggiungere l’agognata "emissione zero". Questa la mission dell'architettura del Terzo Millennio.

È una rivincita per Paolo Soleri, profeta novantenne dell’architettura ecologica, allievo di Frank Lloyd Wright, operante ad Arcosanti, Arizona, mitica città-comunità-laboratorio ecologico, un po’ new age, da lui costruita negli anni Settanta. Wright parla di «frugalità elegante» in un mondo che tra pochi anni vedrà il 75% della popolazione vivere in città e di saggezza come antidoto delle costose e inquinanti scorciatoie della tecnica. È quella che da noi cercano molti degli adepti di Paolo Pejrone, erede di Russeli Page, grande giardiniere british del Novecento, che con tocchi più classici sfida la jungla verticale di Patrick Blanc, botanista francese del Musée du Quai Branly di Parigi.

Ma è anche il caso di Nicoletta Fiorucci, coltivatrice di un "orto-giardino" sulla via Appia che le consente in casa un’economia sostenibile; a Milano, Rajendra M. Shende, il capo della divisione tech dell’Unep (l’Unesco dell’ambiente), ha chiesto a Mario Occhiuto - l’architetto cosentino che a Pechino ha consegnato al mkinistero dell’Ambiente cinese il suo 4C Building, sede ad alta sostenibilità, - di progettargli (per la sua proprietà in Kerala, India) una villa piena di soluzioni che ne faranno un vero esempio.

È dunque vero, ormai il dialogo con la natura tanto bistrattata si è fatto più serrato e rispettoso. Sembra dimostrarlo il primo anno di apertura del «museo più verde degli Stati Uniti», come è stato definito alla presentazione alla stampa, il California Academy of Sciences. Un vero gioiello, firmato da Renzo Piano, in cui la tecnologia si allea con la natura per coniugare poesia, valore educativo e, soprattutto, emissioni zero. Una reale speranza per garantire un futuro pieno di abitanti felici in città sostenibili. Ma saranno anche sopportabili?

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martedì 16 febbraio 2010, posted by roberto.bonuglia at 01:35
Ernest Ungman (poi Ingmar) Bergman è nato a Uppsala in Svezia nel lontano 14 luglio 1918: «Sono cresciuto – raccontava lui stesso - in una casa vecchia, grande, rispettabile e terribilmente noiosa. Mio padre era un pastore evangelico e io crebbi non sentendo parlare d’altro che di morte o di diavoli. Ho ascoltato centinaia e centinaia di orazioni funebri, ho assistito a centinaia e centinaia di uffici religiosi. Le parole dei sermoni entravano nella mia mente con violenza, agitando tutto un mondo fantastico che ancora oggi accompagna la mia esperienza creativa. I miei genitori si sono sempre occupati pochissimo di me e io non oso dire, sinceramente, di averli amati. Ma oggi mi accorgo che ho avuto da loro qualcosa: il sentimento di Dio e del diavolo, il senso della vita e quello della morte». Nel 1924 la famiglia Bergman si trasferì a Stoccolma, dove il padre era stato nominato vicario, ma anche qui la vita trascorreva triste e monotona. Ingmar passava il tempo proiettando film e mettendo in scena, con i suoi burattini, opere di Ibsen e di Strindberg. Nel 1937 si iscrisse alla Facoltà di lettere, ma non dedicò mai molto tempo allo studio, preferendo consacrarsi al teatro: scrisse una commedia, «La morte di Punch» che portò in tournée di villaggio in villaggio con un gruppo di filodrammatici. Dopo altre esperienze nel teatro universitario e (come assistente alla regia) al Teatro di Mäster-Olofsgarden, nel 1944 era regista al Teatro municipale di Hëlsingborg: oltre che al repertorio classico si interessava agli autori francesi contemporanei, da Anouilh a Camus, continuando intanto a scrivere romanzi e commedie, dai quali trarrà il soggetto di alcuni suoi film. A Gamla Stan, il quartiere che è il Montmartre di Stoccolma, Bergman faceva parte di quel gruppo di un centinaio di giovani ribelli che pretendevano di incarnare la «coscienza» della Svezia. Il loro capo spirituale era il poeta Still Dagermann. Quando egli morì, il suo posto fu preso dal giovane Ingmar. Un giorno il produttore Carl Anders Dymling scese in una taverna di Gamla Stanper cercare Bergman, di cui aveva sentito parlare, e proporgli di preparare un soggetto per un film. Così, nel 1944 Bergman fece il suo ingresso nel mondo del cinema: il film, «Tormenti», venne diretto da Alf Siöberg, che Bergman considerava suo maestro: era la storia del professor Caligola, un insegnante di latino che perseguitava sadicamente i suoi allievi e una prostituta.

L’anno dopo girò il suo primo film di cui, oltre che la regia, aveva curato sceneggiatura e dialoghi: «Crisi» narrava la lotta implacabile di due donne tiranniche, una madre naturale e una madre adottiva, per conquistare la figlia; straziata dalle due arpie. Nei film che seguirono Bergman sembrava soprattutto influenzato dalle atmosfere del cinema francese di ante-guerra; «Piove sul nostro amore», «Musica nelle tenebre» (la triste storia di un pianista che diventa cieco), «Città portuale», «La prigione», «La sete» sono popolati “poveri diavoli” quali prostitute, vagabondi, relitti umani di ogni genere che si muovono in un mondo senza speranza; come in alcune opere di Marcel Carné (ad esempio «Alba tragica» ma anche «Il porto delle nebbie») e di Duvivier, il fato regola la vita dei personaggi, immersi in un clima di disfacimento morale. A poco a poco l’analisi psicologica si affinò, Bergman diventò padrone del suo linguaggio, di un suo universo i cui temi ricorrenti saranno i dubbi e le angosce di origine religiosa, la nevrosi sessuale spesso esemplificata in maniera arditissima, la difficoltà di esistere.

Fu soltanto nel 1956, al Festival di Cannes, che Bergman diventò qualcuno per la critica internazionale presentando «Sorrisi di una notte d’estate», un film fresco, brillante, con quel tanto di cinismo e di amarezza che il regista ha messo anche nei suoi film leggeri, tutti ispirati al mondo femminile, alle sue civetterie, alle sue menzogne, alla sua implicita disonestà. Il Bergman più vero si rivelava però nelle inquietanti manifestazioni del dubbio religioso e nell’ossessione del sesso: le tenebre del medioevo, i flagellanti, i roghi, la peste e la morte che gioca a scacchi nel «Settimo sigillo»; l’ibrida mescolanza della magia e della fede nel «Volto»; la raffigurazione di un dio mostruoso e l’incesto in «Come in uno specchio»; le donne inibite e contorte del «Silenzio», l’amore profano di «Luci d’inverno».

In queste opere si evince quello che per Bergman era la donna: «arida, egoista, sconvolta da un groviglio di passioni ambigue». Costante è dunque la presenza della donna, quasi ossessivamente presente in tutta la biografia artistica del regista, ma anche l’amore occupa un posto “importante” con tutti i suoi tormenti e la sua redenzione. Tutto ciò non era casuale: le radici di questa sfiducia affondavano nella complicata vita sentimentale del Maestro. Bergman aveva 22 anni quando si sposò con Else Fischor, una ballerina di cabaret: gli amici di quegli anni di bohème si stupirono dell’improvviso matrimonio e, pochi anni dopo, dell’altrettanto improvviso divorzio, di cui Bergman non diede a nessuno alcuna spiegazione. Else, di cui il marito aveva rivelato il talento, divenne una famosa coreografa nonché direttrice della migliore scuola di ballo di Stoccolma.

Alla fine della guerra, il secondo matrimonio: con Ellen Lundstrom, regista teatrale. Anche questa unione finì con un divorzio; e ancora una volta Bergman non confidò a nessuno le ragioni del fallimento. Un terzo matrimonio, nel 1951, con Gun Gryt, laureata in lingue e giornalista nel più importante settimanale svedese, non ebbe miglior fortuna. Da queste tre unioni nacquero sei figli: il regista mantenne con loro affettuosi rapporti; una figlia della prima moglie, Lena, ha collaborato con lui alla regia. Nel 1959, quarto matrimonio, con la pianista estone Käbi Laretei, che aveva abbandonato per lui il marito direttore d’orchestra. Ma anche Käbi è stata abbandonata da Bergman, fuggito in Norvegia con Liv Ullman, moglie di un medico di Oslo e interprete con Bibi Andersson, del film «Persona».

Se Bergman è stato sempre molto discreto per quanto riguarda la vita amorosa, i suoi biografi citano al proposito una sua famosa frase: «Il mondo delle donne è il mio universo. Mi interessano tutte, ma più come animali da esperimento che come esseri umani. Qualcuna mi piacerebbe ucciderla. Da altre vorrei essere ucciso». E si ricordano anche le frasi delle eroine dei suoi film, interpretate come una confessione del regista: «Una volta ci amavamo» dice Annette in «Per non parlare delle donne», «ma adesso che cosa siamo diventati? Due piccoli cinesi da paravento che si fanno le riverenze. Mi rifiuto di accettare questa decadenza».
A parte le avventure coniugali, si sono attribuiti a Bergman infiniti flirt con le sue attrici. Certo è che Harriet Andersson, Mai Zetterling, Anita Biork, Maj Britt Nilsson, Ingrid Thulin e, ultima, Liv Ullman, non sono mai state così perfettamente donne come nei suoi film: nelle tentazioni e nell’erotismo, nelle deviazioni e nel sacrificio, nel mistero e nell’amore. Bergman ha sempre dato loro una dimensione magica, anche quando le avviliva e le offendeva con la vergogna di sentimenti indegni, come la povertà, come la sporcizia.

Benché il cinema gli abbia dato una risonanza mondiale, Bergman continuò sempre a sentirsi un uomo di palcoscenico. «Il mio mestiere è il teatro», ripeteva sempre. «Prima di ogni altra cosa sono un regista teatrale». Quando, nella primavera del 1967, ha abbandonato il Dramaten - il teatro nazionale di Stoccolma di cui era direttore - non lo ha fatto per questioni di compenso, ma solo perché non riusciva a concretare il grande sogno della sua vita: offrire spettacoli gratuiti ad alto livello a tutti gli svedesi. Per farlo, gli occorrevano un miliardo e 200 milioni di lire. Non è sceso a compromessi: ha preferito andarsene a Oslo, con Liv Ullman, per prepararvi la messa in scena dei «Sei personaggi in cerca d’autore».

Vocazione: «Avevo 10 anni», racconta Bergman, «quando ebbi per le mani una lanterna magica. E’ stata una scoperta meravigliosa e ricordo ancora con tenerezza l’odore del metallo bollente. A 11 anni mi regalarono un primitivo proiettore per film a 8 mm e più tardi un teatrino. Furono gli unici passatempi della mia infanzia e quando ripenso a quegli anni mi accorgo che furono più di un passatempo. Furono il centro della mia esistenza, il punto di confluenza di tutta la mia confusa esperienza infantile».

Opinioni: «Quando ero più giovane», confessò Bergman, «il lavoro era per me un gioco eccitante; ora si è trasformato in amaro combattimento. Desidero fare film che contengano stati d’animo, emozioni, immagini e suoni che porto in me. Esprimo me stesso attraverso il cinema. Girare dei film è per me una necessità, un bisogno comparabile alla fame e alla sete. Certuni, per esprimersi, devono scrivere libri, compiere ascensioni, picchiare i bambini, ballare la samba. Io devo girare film».

Giudizi: disse Erik Nordgren, suo musicista di fiducia: «Ingmar Bergman è un autentico uomo del medioevo capitato per un errore inspiegabile nel nostro mondo. Io credo che si occupi di cinema perché il cinema, fra le varie arti, è quella più vicina alla stregoneria. Come al diavolo, a Bergman piace fare collezione di anime».

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giovedì 11 febbraio 2010, posted by roberto.bonuglia at 12:23
Chi non ricorda Audrey Hepburn sfrecciare a bordo della Vespa in Vacanze Romane? O Sting in Quadrophenia che sfida le bande di Brighton a cavallo di una super accessoriata Vespa GS in autentico stile Mod? La Vespa è molto più di un mezzo di locomozione a due ruote. E’ un pezzo di storia d’Italia esportato in tutto il mondo. Erano i primi anni Cinquanta. L’Italia, piegata dalla guerra, era un paese ferito ad economia prevalentemente rurale. L’industria stentava a decollare e il mercato dei beni di largo consumo era una realtà ancora sconosciuta. Economicamente, il nostro paese beneficiava dei sostegni dei piani di ricostruzione promossi dagli alleati, ma lo sviluppo era vincolato, in particolare, da trattati che inibivano la libera concorrenza.

Queste premesse configurarono un panorama in cui fu la piccola industria a potersi esprimere maggiormente, avvantaggiandosi dell’iniziativa di giovani imprenditori agguerriti capaci di anticipare la domanda, preconizzando modelli di consumo che si svilupperanno con maggior vigore negli anni del boom economico.

La prima a svilupparsi non fu l’industria automobilistica, bensì le aziende che espressero le proprie competenze tecniche nella progettazione di piccoli mezzi di locomozione a due ruote. Nacque lo scooter che, da stereotipato mezzo militare, diventò dinamico veicolo a basso consumo adatto per la città.

Nel 1945 Corrado D’Ascanio, ingegnere aeronautico, progettò per la Piaggio la prima Vespa, scooter a carrozzeria portante. Appena due anni dopo, la Innocenti lanciò sul mercato la Lambretta, diretta concorrente della Vespa, ma con struttura tubolare portante.
«Sembra una Vespa!» esclamò Enrico Piaggio quando vide il prototipo, per via del suono che il motore produceva entro un corpo di carrozzeria che si ispirava alle “curve” femminili. L’innovazione principale in questo modello fu la sostituzione del telaio con la carrozzeria che avvolge integralmente il motore e le parti meccaniche, guadagnando sicurezza, eleganza e aerodinamicità. La posizione del motore, inoltre, rinunciò alla catena a favore della trasmissione diretta del cambio alla ruota posteriore.

L’introduzione sul mercato della Vespa coincise con il primo incentivo di massa alla motorizzazione in Italia, grazie alla possibilità di rateizzare il pagamento. Per questo essa si può considerare il primo scooter con aspirazioni autenticamente “popolari”. La prima Vespa aveva il motore a due tempi, funzionante con miscela di benzina e olio e il cambio a 3 o4 marce. Con questo modello si inaugurò la caratteristica posizione di guida con le gambe non più separate dal serbatoio ma poggiate su di un’ampia pedana posizionata dietro lo scudo di protezione. Morfologia che innoverà tutti i modelli successivi di produzione di scooter, fino a quelli più recenti.

Questo rivoluzionario veicolo rimane in assoluto uno degli esempi di design industriale di maggior successo internazionale. La sua linea, pur nella incredibile varietà di modelli elaborati, conserva intatte le sue caratteristiche principali, divenute ormai “classiche”. A tal punto che esso è tutt’oggi uno status symbol di straordinario fascino e non solo per i fanatici del vintage e per gli appassionati dei raduni Mod... La Vespa è uscita dai listini ufficiali di produzione della Piaggio nel gennaio 2008 ma difficilmente la vedremo scomparire dalle strade del mondo. Se questo dovesse accadere sarebbero in molti a soffrirne.

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venerdì 5 febbraio 2010, posted by roberto.bonuglia at 04:07
L’esperto indipendente delle Nazioni Unite su debito estero e diritti umani, Cephas Lumina (nella foto) ha chiesto la cancellazione immediata del debito che Haiti ha con i creditori multilaterali, e la concessione di una donazione svincolata da condizioni, piuttosto che “di nuovi prestiti, qualunque ne sia il grado di agevolazione”.

Lumina ha accolto con favore il recente annuncio del Club di Parigi – un gruppo informale composto da 19 nazioni creditrici – che i suoi membri cancelleranno il debito che Haiti ha verso di loro di 214 milioni di dollari. Ciò nonostante, l’esperto ha messo in guardia sul fatto che “la decisione è insufficiente ad assicurare lo sforzo di ripresa sostenibile del Paese, dato che il grosso del suo debito esterno è dovuto a creditori multilaterali”.

Haiti deve circa 890 milioni di dollari ai creditori internazionali. Circa il 70% del suo debito esterno totale è dovuto a creditori multilaterali, principalmente alla Banca Inter-Americana di Sviluppo (41%) e alla Banca Mondiale (27%).

“Occorre un’immediata moratoria sull’impegno di debito, come l’UNCTAD e altre organizzazioni hanno recentemente spiegato”, ha dichiarato Lumina, incaricato dal Consiglio dei Diritti Umani di monitorare gli effetti che debito estero e altre obbligazioni internazionali finanziarie collegate degli stati hanno sul pieno godimento di tutti i diritti umani, in particolar modo quelli economici, sociali e culturali. “Inoltre”, ha affermato, “il restante debito multilaterale di Haiti deve essere cancellato incondizionatamente come questione di estrema urgenza al fine di fornire il necessario spazio fiscale ad un Paese che si riprenda dalla devastazione del recente terremoto e si avvii verso la ricostruzione”.

Lumina ha attirato l’attenzione sulla recente approvazione da parte del Fondo Monetario Internazionale di un prestito 'altamente agevolato' e 'senza interessi' di 114 milioni di dollari ad Haiti, il cui rimborso è dovuto dopo un periodo di grazia di cinque anni e mezzo. Il prestito del FMI costituisce un potenziamento degli esistenti programmi di Haiti da 178 milioni dollari della Extended Credit Facility.

"Cio’ di cui Haiti ha bisogno è un’urgente e incondizionata concessione di aiuti, non di nuovi prestiti - qualunque ne sia il grado di agevolazione – e di una partecipazione locale garantita nell’agenda politica nazionale. Un nuovo accumulo di debito insostenibile deve essere evitato ", ha detto Lumina , rilevando che valutazioni indipendenti indicano che ci vorranno almeno dieci anni perché il paese possa riprendersi dagli effetti del terremoto.

"L'estensione del programma di prestiti per Haiti, in circostanze in cui l'FMI riconosce l’alto rischio di forte indebitamento per il paese, e in particolare in considerazione del fatto che l'economia del paese è crollata e la sua capacità di servizio del debito è inesistente, è in contrasto con la politica del FMI ed è profondamente inadeguata,” ha commentato l'esperto ONU. Nel luglio 2009, l'FMI dichiarò che il rischio di forte indebitamento per Haiti sarebbe rimasto alto anche dopo la cancellazione del debito e che, pertanto, occorrerebbe cautela nell’adottare politiche di nuovi prestiti.

"Non è realistico aspettarsi che in cinque anni il popolo di Haiti possa raccogliere le risorse per avviare il rimborso del debito . È anche inappropriato chiedere ad Haiti di ripagare l'assistenza ricevuta durante l'emergenza", ha detto l'esperto indipendente." Gli Haitiani negli anni dall’indipendenza a oggi, hanno già sofferto molto, a causa di repressioni, mancanza di una classe politica e di un’agenda nazionale adeguate, povertà, disastri naturali e livelli di debito insostenibili.

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Incontrando la stampa a New York in occasione del suo incontro con il Consiglio di Sicurezza, il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha fatto il punto sulla difficile situazione in cui versa Haiti dopo il terremoto. "La situazione è in gran parte tranquilla. La distribuzione di cibo si fa ogni giorno più scorrevole, e attualmente abbiamo raggiunto circa un milione di persone. Banche, mercati e scuole cominciano a riaprire.
Particolare attenzione è stata prestata sul ruolo che l'ex presidente statunitense sta svolgendo proprio in questi giorni: "L’Inviato Speciale delle Nazioni Unite ad Haiti, Bill Clinton, ha accettato di assumere un ruolo ancora maggiore nel coordinamento del nostro sforzo di aiuto internazionale. In particolare, egli fornirà consulenza strategica nel nostro lavoro sia per la ripresa immediata sia per la ricostruzione a lungo termine di Haiti, con enfasi particolare sulla mobilitazione del supporto e della raccolta di fondi internazionali".

Sono piuttosto chiare le priorità che la missione deve far sue: "Abbiamo concordato che uno dei bisogni più urgenti in questo momento sia un riparo per i terremotati. La stagione delle tempeste è ormai vicina. Per quanto importanti, le tende da sole non saranno sufficienti. Per rispondere a questa e ad altre esigenze, siamo d’accordo sulla necessità di mobilitarci con la massima urgenza per sviluppare una strategia chiara che mobiliti tutte le agenzie delle Nazioni Unite e i loro partner, compresi governi nazionali, ONG e settore privato".
Ovviamente tutto ciò non può non tirare il ballo la questione dei fondi destinati e da destinare alle operazioni di soccorso: "La nostra strategia comprende l’aumento rapido dei fondi per il programma di UNDP “Contanti in cambio di lavoro”. Finora, i donatori hanno impegnato 23 milioni di dollari, e abbiamo impiegato 30mila haitiani in attività di ricostruzione. Immaginate cosa si potrebbe raggiungere se avessimo una somma di denaro dieci volte superiore".

"Ho chiesto - ha proseguito il Segretario Generale - direttamente al Presidente Clinton di lanciare una versione rivista dell’appello finanziario il 17 febbraio per prolungare gli aiuti umanitari per l'intero l'anno. Questo servira’ anche a preparare la prossima conferenza dei donatori che si terra’ a New York, presso le Nazioni Unite. Inutile dire che Clinton è partito in quarta. Sarà ad Haiti già venerdi".

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giovedì 4 febbraio 2010, posted by khayyamsblog@gmail.com at 23:55
di Vito Kahlun

Nelle ultime settimane, in vista delle prossime elezioni regionali si è fatto un gran parlare di alleanze. Casini con il centrodestra in alcune regioni e con il centrosinistra in altre; Di Pietro che "alla fine" rimane alleato del PD; ll PDL che sembra pronta ad un'alleanza con Storace e tutta una serie di partiti e partitini che invece decide "di regione in regione" con chi andare.

Per vincere le elezioni però non basta avere l’alleanza che su carta disponga della percentuale più alta, anche perché come dimostra la realtà di ogni singola elezione, sono gli indecisi a fare la differenza. Ciò nonostante i partiti politici, sempre più attenti ai sondaggi di opinione, non sembrano tener conto di questo elemento. Se infatti in una fase pre-elettorale, quando il governo (nazionale o locale) è ancora in carica ma la campagna elettorale ancora non ha avuto inizio, i sondaggi di opinione offrono un quadro chiaro di quella che è la rappresentatività di ogni singolo partito. Con l'apertura delle danze elettorali il cambiamento si inizia subito a palesare attraverso un costante aumento del numero degli indecisi. Un primo fattore che all’apparenza potrebbe incidere sull’indecisione di parte dell’elettorato è senz’altro legata al leader candidato alla presidenza. Sembrerebbe innegabile una certa influenza di questa scelta sull’elettorato. Come già affermato da eminenti sociologi o politologi si possono affermare diversi tipologie di leader e di leadership a seconda del periodo storico-politico che la società vive in quel determinato periodo.

Altro elemento che potenzialmente incide sulla scelta finale dell’elettore è la coalizione partitica che affianca il candidato alla Presidenza. Se è vero che molto spesso sono gli indecisi a fare la differenza, e se è vero che ogni elettore è un essere pensante, allora bisognerebbe chiedersi cosa porta quest’essere pensante a votare per uno schieramento piuttosto che per un altro. La forza del centrosinistra a livello locale non era un caso.

Come già accennato un primo elemento è la leadership del candidato/a alla Presidenza. Leadership non necessariamente carismatica, burocratica, economica o di derivazione militare purché si tratti di una leadership rispecchiante il periodo storico che la società sta vivendo. Un secondo elemento determinante nella valutazione dell’elettore “chiave” sta nella valutazione della coalizione che sostiene il leader. Nell’ambito di questa coalizione l’elettore pensante considera i partiti alleati sotto un profilo oggettivo e sotto un profilo soggettivo. Da entrambi i punti di vista egli valuterà quale siano i partiti compatibili con la coalizione, con il suo punto di vista politico e con il programma. Valutando oggettivamente la compatibilità tra le proposte e la coalizione che sostiene un candidato presidente, e soggettivamente quello che è il suo giudizio su ogni singolo partito. Il nostro amato elettore passerà poi a valutare quali siano i partiti incompatibili e dannosi per la coalizione stessa sotto entrambi i profili. Se da un punto di vista soggettivo questa incompatibilità può essere intesa come disprezzo per un certo partito e per la sua classe dirigente, da un punto di vista oggettivo questa incompatibilità può essere vissuta come incompatibilità tra i programmi (proviamo ad immaginare un’alleanza tra PDL e PCI). Un elettore di centrodestra proveniente da una realtà in cui l'antifascismo è molto sentito difficilmente voterà una coalizione di centrodestra inclusiva di partiti come "La Destra" o il "Forza Nuova". Allo stesso modo un elettore simpatizzante per il centrosinistra farà valutazioni secondo quelli che sono i suoi parametri soggettivi. Sia tuttavia chiaro che non vi è sempre coincidenza tra l’elemento soggettivo e quello oggettivo.

Un esempio interessante può essere quello delle elezioni comunali del 2007 nella città di Roma. In quell’occasione nonostante l’attuale Sindaco fosse sfavorito nei sondaggi uscì poi vincitore dalle urne. C’è chi attribuisce quella vittoria alla scelta coraggiosa del sindaco di escludere taluni partiti dalla coalizione, anche in fase di ballottaggio, e chi invece l’attribuisce alla debolezza del candidato Rutelli e della mancante omogeneità politica della coalizione di centrosinistra. Probabilmente concorsero entrambi gli elementi alla vittoria del Sindaco, che di fatto vinse alleandosi con diverse liste civiche ed un partito storicamente antifascista: il PRI.

Al di là di quelle che possono essere teorie su come l'elettore decida di votare chi fa politica dovrebbe avere chiaro che l'elettore ha un cervello. Sono pochi quelli che ormai vivono l'appartenenza politica come si poteva vivere il legame con gli USA o con l'URSS ai tempi della guerra fredda. Se la guerra fredda era il periodo dell'antitesi questo è il periodo di una sorta di sintesi centrista in cui la moderazione sembra essere un imperativo categorico. Verrebbe da chiedersi allora quale sia la tesi, ma ad essere sincero non saprei dar risposta a questa domanda.

Tornando all'attualità non v'è dubbio che le prossime regionali saranno un terreno su cui i diversi partiti dovranno iniziare a confrontarsi non più partendo da valutazioni tattiche, ma muovendo il loro agire da decisioni strategiche. Se a determinare la vittoria non sarà solo la sommatoria delle percentuali possiamo supporre che la capacità di offrire una sintesi credibile ed una visione politica coerente sarà determinante nel favorire la vittoria di un candidato piuttosto che di un altro. Sarà forse il caso che gli allenatori prima di decidere quale sia la squadra da mandare in campo facciano valutazioni prima qualitative e poi quantitative?

Io credo di si. Ad ogni modo i giochi sono aperti. Vinca l'Italia!!!

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mercoledì 3 febbraio 2010, posted by vito.cirillo at 15:47
Nikolaj Vasil'evič Gogol non ebbe una lunga vita. Nacque nel 1809 e morì nel 1852. E' uno dei più grandi scrittori della letteratura russa.
Fu l'iniziatore del realismo russo. Il suo realismo, però, è caratterizzato dall'ironia e dal grottesco. Alcuni critici hanno sostenuto che egli fa ridere attraverso il pianto... Nella sua non lunga vita, Gogol trascorse molto tempo in Italia, a Roma. Egli amò fortemente il nostro Paese e la cultura italiana. Nel suo soggiorno italiano scrisse anche la sua opera più conosciuta "Le anime morte".
Questo poema, però, non fu mai portato a compimento. Molto belli sono anche i "Racconti di Pietroburgo" dei quali molto conosciuti sono "Il naso" e "Il cappotto". Anche il teatro di Gogol è di notevole qualità.

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, posted by vito.cirillo at 13:59
Uno dei più grandi scrittori europei del 900 è stato senza dubbio il francese Albert Camus.
Il suo romanzo "Lo straniero" è tipico della sua poetica basata sul male di vivere, sulla alienazione, sull'estraniamento da sè, sull'assurdità e sull'iniquità dell'ordine politico e sociale.
Il protagonista del romanzo commette un assurdo delitto, uccidendo una persona senza alcun motivo. Camus analizza con grande acutezza le spinte al male che sono insite nell'esistenza umana. indimenticabili sono i tentativi che un sacerdote mette in atto per convertire l'omicida in prigione. Tentativi che risultano vani.
Il grande regista italiano Luchino Visconti trasse da questo romanzo un memorabile e suggestivo film, interpretato egregiamente da Marcello Mastroianni.

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