sabato 31 ottobre 2009, posted by vito.cirillo at 19:48

Il 23 ottobre si è spento il regista Guido Zurli. Regista di film, opere teatrali, trasmissioni televisive.
Aveva girato una trentina di film di vario genere: dal western all'horror. Era molto conosciuto all'estero dove aveva numerosi club di ammiratori (soprattutto in Turchia e nei Paesi balcanici). Era un uomo affabile e cordiale. Dotato di un grande senso di professionalità amava scrivere le sceneggiature dei suoi film. Era un uomo che non amava la vanità e preferiva la modestia. Aveva un grande senso dell'amicizia. Recentemente i suoi film hanno avuto molto successo tra i giovani. Non è riuscito a realizzare un film a cui aveva pensato molto: "la situazione palestinese".
Il suo film avrebbe voluto essere un contributo alla pace in Medio Oriente.

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, posted by antonella zatti at 15:42
Sull’Isola di Rügen, nel nord-est della Germania, tra le pinete adiacenti al Mar baltico, oggi come ieri campeggia il complesso balnerare di Prora: avrebbe dovuto ospitare 20.000 villeggianti e 2.000 dipendenti. Ma non è un flop della moderna azienda turistica. Tutt’altro. E’ una vera e propria opera d’arte architettonica arrivata fino a noi dagli Anni Trenta: a gestirlo, infatti, la cosiddetta Kraft durch Freude” (KdF = forza attraverso la gioia), l’organizzazione del dopolavoro controllata dal fronte dei lavoratori tedeschi, il braccio sindacale del partito nazista.

11.463 camere con vista, ognuna identica all’altra e tutte incastonate in un immenso edificio di 4,5 km di lunghezza. Si avete letto bene, 4 kilometri e mezzo… Una gigantesca barriera di cemento armato, una monotona e grigia serpentina di edifici che fa da cerniera tra il Mar Baltico e la foresta di pini dell’isola di Rügen, nei pressi di Binz, la città che ispirò a suo tempo i quadri di caspar David Friedrich. Il complesso era stato progettato nel 1936 e Adolf Hitler in persona aveva ordinato la realizzazione di questo primo prototipo di villaggio turistico di dimensioni industriali, precursore di un «turismo di massa» che sotto l’egida della dittatura nazista «serviva anche da valvola di sfogo per un popolo in procinto di marciare alla conquista del mondo».

Ma l’imponente opera d’arte architettonica di turista non ne ha visto nemmeno uno. Quando, nel settembre del 1939, le truppe della Wehrmacht invasero la Polonia innescando la Seconda Guerra Mondiale, il villaggio turistico non era ancora completamente ultimato e i suoi operai e muratori vennero dirottati negli stabilimenti bellici o direttamente al fronte. Solo dopo la disfatta della Germania nazista, Prora venne riscoperta e adibita a una funzione forse più attinente alla sua mole architettonica: a caserma dell’Armata Rossa e a campo di addestramento per i suoi soldati.

Un storia davvero incredibile, quindi…

Ma cos’era la KdF? La KdF era uno dei più importanti ingranaggi nella perfetta macchina propagandistica dei nazisti: gestiva il tempo libero dei tedeschi, dalle attività sportive e culturali allargate alle masse dei lavoratori, fino alle vacanze «per tutti», e questo in un’epoca nella quale le ferie erano ancora un privilegio riservato «a pochi eletti». Ancora oggi in Germania sono molti gli anziani che ricordano con piacere le numerose attività offerte dalla KdF: le crociere a bordo dei transatlantici nel Mediterraneo, le escursioni di gruppo nelle Alpi o le serate nei grandi teatri dell’opera divenute finalmente abbordabili anche per le classi più umili del popolo.
Ogni singolo cittadino all’epoca, infatti, aveva l’illusione di essere parte integrante del popolo eletto e di poter accedere a tutti i suoi privilegi, dimenticando anche i lati meno piacevoli imposti dal regime totalitario e dalle sue restrizioni alle libertà personali. Grazie alla KdF (che nei suoi anni migliori organizzò le vacanze di 9.000.000 di persone, facendo partecipare altri 34.000.000 a spettacoli teatrali e 7.000.000 a manifestazioni sportive), il regime aveva a disposizione un ottimo strumento di controllo e di manipolazione delle masse.

Tra i villeggianti mandati in ferie c’erano anche gli agenti della Gestapo che sorvegliavano comportamenti sospetti e identificavano le persone potenzialmente pericolose… quelle che si sottraevano al canto in gruppo dell’inno nazionale, al saluto nazista quando salpava un transatlantico, o che non partecipavano alle proiezioni dei film propagandistici nel corso delle escursioni. Le attività della KdF, inoltre, non servivano soltanto al relax o a uno svago fine a se stesso del popolo, ma anche al suo rafforzamento fisico e morale in vista di missioni ben più importanti. «Voglio un popolo con i nervi ben saldi, perché solo così si possono perseguire grandi obiettivi politici», dichiarò in un suo discorso programmatico il gerarca nazista Robert Ley. Le ferie come addestramento alla guerra: anche questo era un compito della KdF e la funzione di un albergo-caserma come quello realizzato a Prora era proprio questo...

Le stanze dell’immenso villaggio turistico non erano molto grandi, perché pensate solo per il riposo notturno. Erano lunghe cinque metri e larghe due e mezzo. Vista l’impossibilità d’intrattenersi in stanza, gli ospiti del complesso sarebbero così confluiti automaticamente nelle strutture comunitarie del villaggio: nei suoi caffè con 2.000 posti, lungo i vialoni e le scalinate trionfalistiche che collegavano tra loro i singoli edifici e la stessa spiaggia, nell’immenso palazzo congressi che avrebbe contenuto 20.000 spettatori.

Una fabbrica vacanziera funzionale ed efficiente per la quale gli architetti di Hitler progettavano anche un collegamento diretto alla rete ferroviaria e una linea di trasporti interni da far scorrere sotto il rettilineo di edifici. Fino a oggi, Prora è rimasta la più grande costruzione in cemento armato mai realizzata in Germania… una cattedrale nel deserto che, dopo la partenza dell’Armata Rossa dalla Germania, è stato completamente abbandonata. Urbanisti e autorità locali discutono da tempo su un suo possibile utilizzo futuro e le idee spaziano dall’ospizio di massa alla colonia per bambini orfani. In realtà, nessuno se la sente di mettere le mani su di un rudere storicamente così controverso. Ma è un gran peccato perché un’opera d’arte come questa non dovrebbe essere lasciata in pasto alle cicogne, alle rondini ed ai gabbiani…

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sabato 24 ottobre 2009, posted by roberto.bonuglia at 12:54
All'ombra di Anna Maria Ortese, vincitrice del Premio Strega nel 1967 col suo "Poveri e semplici", pochi ricordano che si consumò una lotta "durissima" e del tutto "particolare" tra due scrittori "romani" d'adozione: Ercole Patti e Sandro De Feo. I due, all'epoca, erano inseparabili amici da più di trent'anni, lucenti stelle delle notti romane, ascoltati protagonisti delle chiacchierate al caffè, ottimi "tavolieri" delle trattorie romane all’aperto. Quelli della migliore Roma felliniana, insomma.

I due scrittori nel 1967 erano fra i cinque finalisti del premio Strega che la sera del 4 luglio fu assegnato ad una Ortese in "grande spolvero": il miraggio di uno dei più prestigiosi premi letterari italiani non riuscì, però, a renderli nemici, a invischiarli nelle polemiche, nelle lotte elettorali che rispuntavano puntuali a giugno come (poteva allora sentirsi, in una capitale senza smog) il profumo dei tigli.

Ma chi erano Patti e De Feo, autori "minori" alla Flaiano, "indegni" di essere conosciuti al grande pubblico ancora oggi (De Feo non ha nemmeno una voce in Wikipedia...), esiliati in quel limbo letterario che pone alcuni grandi autori fuori dai programmi scolastici?

In una intervista del 1967 Patti inquadrò subito la "concorrenza leale" che avrebbe vissuto in quella "bella estate", una sorta di derby letterario consumato all'ombra dei platani di Via Veneto tra Campari e patatine: «Ho finito di scrivere il mio romanzo “Un bellissimo novembre”, e l’ho presentato allo Strega. Intanto De Feo stava dando gli ultimi ritocchi al suo, ”I cattivi pensieri”. Io sapevo che teneva in modo particolare a questo libro. Ne parlammo e decidemmo che, amici come siamo, potevamo anche giocare allo stesso gioco. Vedremo se qualcuno di noi arriverà al traguardo».

Tra i due "litiganti", come sappiamo, "godè" l'Ortese ma tra Patti e De Feo nulla cambiò. Continuarono a telefonarsi, a vedersi quasi ogni sera, a discutere sul fatto che quest'ultimo non avesse mai sonno e che, invece, il catanese Patti ne avesse eccome tanto da voler andare, ogni sera, a dormire presto. Timida volontà, però, quella di Patti: finiva sempre col seguire De Feo nelle "peregrinazioni" notturne. «Sono un mite», diceva Patti di sè stesso, «anzi un remissivo»...

Patti e De Feo: tutti e due provinciali - uno venuto dalla Sicilia (Catania) l’altro da Bari (precisamente dal paese Modugno) -, tutti e due con le ambizioni intellettuali dei giovani arrivati a Roma con molti soldi e una gran voglia di sfondare. Entrambi negli Anni Trenta frequentavano insieme le salette (specialmente la "terza") del Caffè Aragno, cercando di farsi notare dai «grandi», scrittori e critici già affermati, (ma oggi anch'essi, puntualmente dimenticati): Vincenzo Cardarelli, Renato Barilli, Emilio Cecchi, Antonio Baldini.

Patti aveva solo un anno di più di De Feo. Veniva da Catania, era arrivato a Roma giovanissimo e ogni sei mesi tornava in Sicilia per dare gli esami all’Università per far contento suo padre che lo voleva avvocato. «Quando però ci fu veramente da decidere che cosa avrei fatto nella vita capii che mi piaceva solo una cosa, scrivere».

Patti e De Feo furono per almeno vent'anni, nella vita intellettuale di Roma, quelli che oggi si userebbe dire, usando il termine nella sua accezione più positiva, due "personaggi". Le loro abitudini, che collimavano nella vita notturna, erano invece molto diverse durante la mattinata. Patti si svegliava prestissimo. Alle 6 era già in piedi, mezz’ora dopo stava già lavorando nel suo studio ingombro di carte al settimo piano del palazzone sul Lungotevere della Vittoria dove viveva dall'inizio degli Anni Quaranta. Andava avanti fino a mezzogiorno. A quell’ora smetteva: incominciava la sua "mondanità".

De Feo, invece, la mattina dormiva: «Sono abituato al lavoro nei giornali, la mattina, per un giornalista, non esiste». Per la verità giornalisti erano tutti e due e tutti e due avevano, per uno scherzo del destino, la laurea in legge. Entrambi facevano, sui giornali, la critica: teatrale De Feo, cinematografica Patti. Quest'ultimo non perdeva mai un festival.

La critica, per molti anni, li ha salvati dall’occuparsi di politica. «Con il fascismo c’erano due sole scappatoie, fare i critici o viaggiare», diceva Patti. Lui, già negli Anni Sessanta, era stato in Cina, India, Giappone, inviato della «Gazzetta del Popolo». De Feo, negli stessi anni, lavorava con Longanesi, insieme al quale aveva fondato «Omnibus» e «Oggi». E scusate se è poco....

Uno era goloso, l’altro era un "salutista" al 100% capace di diete feroci. De Feo e Patti trovarono anche a tavola un punto d’incontro. De Feo, il goloso, aveva una passione «sfrenata» per gli olii toscani. Patti, il salutista, credeva agli olii verdi e prima di versarli sulle verdure non mancava mai di controllarne la trasparenza. Tutti e due a tavola perdevano ore: un boccone e 100 parole, ogni pranzo diventava una seduta interminabile.

Oltre a quella degli olii avevano però in comune anche un'altra passione, più "consona" per due scrittori del loro calibro...quella per Proust. «La prima volta che lo lessi», disse De Feo, «avevo 18 anni, era d’inverno e io stavo molto male a letto. Leggevo e leggevo senza riuscire a smettere». A primavera De Feo era "guarito" dalla febbre ma Proust gli piaceva tanto che finse ancora per un pò di non sentirsi bene per continuare a leggerlo. «Per poterlo rileggere tranquillo, stando a letto». Un'ode alla pigrizia fisica ed al godimento letterario....

Tra i due vi era però una grande differenza letteraria: Patti aveva cominciato a scrivere nel 1933. De Feo il suo primo libro l’ha pubblicato solo nel 1962. Per trent’anni ha discusso dei libri di Patti, poi si è deciso. Patti ha sempre scritto del mondo in cui ha vissuto, prima Roma, poi la Sicilia. Libri in cui ha descritto tutto: i visi, vestiti, le case, i soprammobili, persino i cibi. Di Patti si è detto e scritto che i suoi romanzi fossero una specie di «Baedeker dei paesaggi e degli stati d’animo».

De Feo invece diceva: «Il mio problema è l’alternativa dell’intellettuale nei confronti della vita: se bisogna conoscerla o soltanto viverla». Diceva anche:«In letteratura ognuno ha la sua tematica. Credo che Petrarca abbia scritto sempre lo stesso sonetto e Balzac sempre lo stesso romanzo. Insomma uno scrittore non riesce a staccarsi dal suo problema». Il libro "I cattivi pensieri", quello selezionato per lo Strega del 1967, contava sulla presentazione di Eugenio Montale e di Carlo Emilio Gadda: due testimonial d'eccezione. In quelle pagine De Feo raccontava la storia di Angelo, chiuso nella sua cultura, che non riesce a farsi amare da Ottavia «perché non può scendere al livello di concreta umanità con lei».

Patti, invece, anche nei libri era un "naturista". «La natura è tutto, con le sue forze, i suoi odori, i rapporti che crea tra gli uomini». La Sicilia fa da sfondo ai suoi ultimi romanzi, anche a «Un bellissimo novembre», il libro che non fu capace di vincere lo strega pur contando sulla presentazione di altri due "grandi": Elsa Morante e Mario Pannunzio. In quello che da tutti viene considerato il suo romanzo più bello, l’azione si svolge nel 1925. Di quel libro Patti una volta disse: «È una Sicilia in costume, vista come in un quadro di un’altra epoca».

«Un bellissimo novembre» è stato scritto in 50 giorni, nella casa che Patti aveva a Pozzillo, vicino a Catania. Era il suo rifugio. Ci andava ogni estate, si chiudeva là dentro, scriveva, non frequentava nessuno. E finalmente andava a letto quando tramontava il sole. Non c'erano i reality, non aveva il cellulare, non usava internet. E scriveva capolavori di stile. Si può, oggi, non invidiarlo?

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martedì 20 ottobre 2009, posted by roberto.bonuglia at 11:17
E' nella Biblioteca Nazionale di Stoccolma che si trova il Codice Gigas, il più grande manoscritto medioevale esistente (92 x 50 cm, 75 Kg di peso...). Ma la sua mole cartacea non è la sola particolarità del volume. Il Codice, infatti, contiene una immagine del diavolo a tutta pagina (nella foto in basso) e, secondo la leggenda, sarebbe stato scritto in una sola notte da un monaco benedettino di un monastero della Boemia meridionale nei primi anni del XIII secolo. L'aura di mistero che avvolge la vicenda dal Codice Gigas è talmente intensa da far pensare che quel monaco abbia composto l'imponente lavoro (per il quale sarebbero serviti circa 25/30 anni) dopo aver venduto la propria anima al diavolo in persona. E' per questo che il Codice è anche conosciuto come la Bibbia del Diavolo: il volume, infatti, costituirebbe una sorta di versione integrale della Bibbia con la sola esclusione del libro delle Rivelazioni (l'Apocalisse).

Gli esperti che hanno studiato con attenzione il manoscritto sostengono che sia stato scritto da una sola persona e che essa abbia utilizzato un inchiostro particolare ricavato dagli insetti. Nello scorso mese di aprile, anche il National Geographic si è occupato della vicenda: secondo alcuni i disegni contenuti nell'imponente volume non sarebbero affatto conformi ai canoni grafici medioevali allora invalsi. E ciò varrebbe sia per la succitata immagine a tutta pagina di Satana sia per quella del paradiso anch'essa contenuta (in antitesi all'altra...) nella Bibbia del Diavolo.

La suggestiva vicenda del Codice Gigas è l'incipit dell'ultimo lavoro di Richard Dubell: romanziere tedesco molto stimato in Germania e tradotto ormai in una dozzina di lingue. L'edizione italiana de La Bibbia del Diavolo è stata tradotta da Helen Verardo e pubblicata dalle Edizioni Piemme.
La storia inizia proprio in Boemia dove il piccolo Andrej assiste suo malgrado al massacro attuato da un monaco impazzito che "si scaglia come una furia su un gruppo di donne e bambini" rifugiatisi inconsapevolmente nel monastero dove era conservata la copia originale del Codice Gigas. Esso era stato redatto quattro secoli prima del massacro: fu allora che il monaco benedettino, nel disperato tentativo di redigere un'opera riassuntiva della sua saggezza, si era fatto murare vivo in una cella. Ma cedendo alla disperazione di questa folle impresa egli aveva poi venduto la propria anima al Diavolo per riuscire nell'intento. Satana allora, completando il libro al posto del monaco, in quella notte maledetta, aveva distorto completamente il contenuto del volume, nella speranza di inaugurare il dominio del Maligno sulla terra.

Da quella notte, per evitare che il Codice potesse circolare e cadere in mani sbagliate sette monaci benedettini giurarono di tenere nascosto il frutto di quella follia, dicendosi pronti a tutto pur di riuscire nell'intento. E nella storia scritta da Dubell è proprio il piccolo Andrej la figura che diventa centrale: unico superstite del massacro, suo malgrado viene a conoscere il "segreto" di quel monastero legando così nel bene e nel male il suo destino a quello della Bibbia del Diavolo. E a quello di coloro che spinti dal desiderio di modificare il destino del mondo e della propria storia avrebbero di lì a poco cercato di trovare la copia del manoscritto.

Le vicende della storia costruita dallo scrittore tedesco muovono dunque i loro primi passi sullo sfondo di uno scenario davvero suggestivo e molto intrigante, proponendo al lettore, come scrive il Die Welt, "un mix perfetto di Storia, suspense e avventura". E Dubell nel tessere la tela della sua narrazione usa - rendendone conto al lettore all'inizio del volume - una alternanza di personaggi storici esistiti (Rodolfo II d'Asburgo, Melchior Khlesl, Urbano VII, Gregorio XIV, Innocenzo IX, Clemente VIII, Giovanni Scoto) e non (Agnes Wiegant, Jarmila Andel, Sebastian Wilfing). E tra questi, di sicuro, la figura più suggestiva è proprio quella di Andrej von Langenfels, che i lettori certamente apprezzeranno alla pari della lettura di un libro davvero ben scritto e tradotto con attenzione e precisione.

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domenica 18 ottobre 2009, posted by vito.cirillo at 21:50
In tutte le culture e in tutti i paesi del mondo esistono forme più o meno diffuse di superstizione. C'è la superstizione per cui si tenta di accattivarsi la buona sorte; c'è la superstizione per cui si tenta di allontanare la sfortuna e il malocchio.
Dovunque, maghi, cartomanti, indovini, oroscopisti sono presenti e spesso si arricchiscono alle spalle dei creduloni. Ci sono numerosi amuleti e talismani che vengono abbondantemente prodotti e commercializzati a causa della superstizione. In Occidente, corni e ferri di cavallo. Nei paesi islamici è invece diffuso l'occhio di Maometto. Anche certi numeri (il 13, o come ricordava Roberto Bonuglia qualche tempo fa, il 17) possono portare fortuna o sfortuna. Spesso anche i poveri animali non scampano alle credenze: il gatto nero porta sfortuna quasi dovunque, tranne che in Inghilterra.
Si tratta di persistenti residui duri a morire, provenienti da un passato magico e pagano contro cui la ragione e la vera fede non sono ancora riusciti a prevalere.

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martedì 13 ottobre 2009, posted by David.Rettura at 00:49

Il sessantennio trascorso dalla Cina sotto il dominio del Partito Comunista ha avuto in Occidente ed in Italia molti raccontatori ed anche svariati cantori, entusiasti senza dubbi della grandezza di un esperimento sociale che sembrava essere unico e prometteva risultati strabilianti in termini di progresso sociale.
Per molti anni recarsi in Cina è stato estremamente difficoltoso e solo pochi selezionatissimi ospiti poterono avere il privilegio di visitare il grande paese asiatico e ne lasciarono, tutti o quasi delle impressioni entusiaste e spesso acritiche.
Dal 1966 in avanti la produzione di propaganda filocinese ed ancor più filomaoista divenne estremamente abbondante e se aumentarono le voci critiche le adorazioni del pensiero di Mao, in linea con la Grande Rivoluzione Culturale e le sue basi dogmatiche, divennero innumerevoli, e di questo ho già accennato recensendo La Cina non era vicina, di Stefano Ferrante.
Dopo il 1978 e l'inizio dell riforme cominciò a delinearsi una schiera di corrispondenti da Pechino tra i quali spiccarono Siegmund Ginzberg, che se non erro fu lì per l'Unita e cui dobbiamo un volume sintetico di scritti di Deng di materia economico sociale (Socialismo alla cinese : scritti e interventi 1977-1984) , e Tiziano Terzani, destinato a concludere presto ed in maniera traumatica, come lui stesso ha raccontato (La porta proibita) la sua esperienza cinese ed a farsi pian piano cantore dell'Asia tutta.
In anni più recenti, e certo sempre dimenticando tanti nomi che pure andrebbero ricordati e limitandomi a pensare ai soli corrispondenti dei principali quotidiani, la Stampa si è affidata al da me pluricitato Francesco Sisci, mentre Repubblica ha fatto si che i suoi lettori si giovassero delle analisi di Federico rampini, mentre il Corriere della Sera si è avvalsa prima ai commenti di Fabio Cavalera ed oggi a quelli di Marco Del Corona. Ognuno di questi analisti ci ha lasciato uno o più testi sulla loro esperienza cinese e tutti sono stati, per parte loro, stimolanti e gradevoli, ma il titolo migliore, che sintetizza un'epoca, l'ha scelto Fernando Mezzetti, firma sinica del Giornale, che scelse il meraviglioso Da Mao a McDonald.

--L'ideogramma nell'immagine (da La scuola a colori), significa pace. Speriamo--

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lunedì 12 ottobre 2009, posted by roberto.bonuglia at 11:39
E’ un condominio di Montesacro – il quartiere romano costruito nel 1924 sul modello urbanistico delle «città giardino» inglesi – il luogo del delitto. Il palcoscenico di una storia intensa e ben ritmata pensata da Patrizia Licata, freelance all’esordio letterario.

La donna nella vasca, edita dalla Laurum Editrice, è uno di quei noir in cui traspare - dalla prima all’ultima pagina - il “trasporto” verso “il giallo” di chi ha scritto. Una passione per il giallo televisivo, certo, ma anche e soprattutto nei confronti del giallo d’Autore. Lo rivelano i particolari della storia, così minuziosamente scelti per arricchire e descrivere le situazioni. Lo conferma la trama narrativa, costruita con creatività e fantasia. Anche i personaggi delle vicende che ruotano intorno alla storia risentono del potenziale creativo che ogni esordio, quasi inevitabilmente, porta con sé: l’ispettore Maglio, il detective Cosmo e l’eccentrica Penelope sono perfettamente «in linea» con gli ambienti e le situazioni che si rivelano nella lettura di questo noir italiano.

La Licata in una recente intervista parlando del suo lavoro ha tenuto a precisare che, in fondo, «per scrivere un giallo si parte dalla fine, dal cuore della storia». E, infatti, così ha fatto nel concepire la storia - e le storie - del romanzo: La donna nella vasca, come ogni giallo che si rispetti, parte da un delitto. Una ragazza avvenente, dai lunghi capelli rossi - l’eccentrica Penelope, appunto – medita il suicidio in uno degli appartamenti del condominio romano. Ma mentre questi pensieri si agitano nella mente dell’avvenente “rossa”, la morte bussa alla porta di un’altra donna, «anziana e forse sola»: la signora Ines Pirotti, una «innocua e insospettabile» inquilina viene uccisa. E la polizia bussa alla porta di Penelope trasformandola, fin dalle prime pagine, nell’assoluta protagonista della storia. Una storia che la vedrà «suo malgrado, o forse segretamente spinta dal desiderio di improvvisarsi piccola investigatrice» parte integrante dell’indagine e della ricerca dell’assassino.

E in questo modo il noir della Licata si tinge di rosso, quel rosso che fa di Penelope una donna così particolare, tanto da non passare mai inosservata, tanto da colpire – subendone al contempo il fascino – il detective Cosmo. L’incipit della storia, il mancato suicidio della ragazza mentre muore invece qualcuno di così vicino è qualcosa di ben congeniato che la stessa Penelope nei suoi pensieri rivela a se stessa: «Quell’assurda idea di suicidarsi… Neanche lei sapeva come le era venuta. Semplicemente per non vivere più, per non provare questo senso di inutilità davanti a giornate sempre uguali l’una all’altra; la sensazione di essere un parto del caso, che navigava nel caso stesso e nella più completa solitudine». Ma di fronte a questi pensieri nichilisti una persona muore davvero, uccisa… «E […] c’era da chiedersi perché, perché. La ragione sembrava ancora più assurda da trovare» rispetto alla ricerca di un’utilità della propria esistenza.

Dal ritrovamento del cane della signora Pirotti ai primi sospetti che si addensano sulla persona sbagliata La donna nella vasca racconta una vicenda mai scontata che si fa leggere con grande interesse. E che questo interesse sia calamitato dall’affascinante rossa o dal seducente detective non importa, in ogni caso si sarà compiuto un viaggio noir di tutto rispetto che non sarà privo di sorprese…

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domenica 11 ottobre 2009, posted by roberto.bonuglia at 13:35
A 8 anni il suo divertimento preferito era «giocare alla politica», l’argomento di cui sentiva parlare continuamente in famiglia. La piccola Indira saliva su un tavolo e arringava i domestici, tuonando contro il dominio britannico. Poi allineava le bambole, fingeva cortei di protesta e zuffe tra dimostranti e polizia, e alle bambole più brutte destinava la parte di agenti inglesi.
Ogni tanto una pattuglia arrivava davvero nella ricca casa di Indira e arrestava suo padre, l’avvocato Nehru, uno dei principali collaboratori del mahatma Gandhi nella lotta per l’indipendenza. Anche la madre di Indira fu arrestata diverse volte; in prigione si ammalò di tubercolosi e vane furono poi le cure in un sanatorio elvetico.

Quando Indira compì 13 anni, suo padre cominciò a scrivere per lei, durante uno dei tanti periodi trascorsi in carcere, una specie di storia universale, divisa in capitoli che erano altrettante «lettere di prigionia». Il carattere di Indira si è formato su questo epistolario che è alla base del sodalizio politico-spirituale e della reciproca devozione che hanno legato padre e figlia per trent’anni.

Ma, contemporaneamente, la piccola Indira era anche incitata all’azione. Fu lei a organizzare un piccolo gruppo di coetanei, chiamato «la banda delle scimmie», specialista nel far filtrare messaggi e documenti clandestini tra le maglie della sorveglianza britannica, nel boicottare i negozi indiani che vendessero articoli inglesi, nello svolgere mille incarichi di fiducia per conto dei membri del Congresso Panindiano, che conduceva la campagna di resistenza passiva alle autorità britanniche.

Nel 1936 Indira andò in Inghilterra, studiò storia ad Oxford, s’iscrisse al Partito Laburista e subì profondamente l’influenza di Krishna Menon, un giovane e vulcanico esponente comunista. La salute malferma e lo scoppio della guerra la costrinsero a interrompere gli studi e a rientrare in India. Ciò avvenne nel ‘41. L’anno dopo, perseguitata dalla polizia britannica perché figlia del cospiratore Nehru, e perché appartenente alle organizzazioni clandestine, la donna finì in prigione insieme all’uomo che aveva appena sposato, Feroze Gandhi.

Indira impiegò i 13 mesi di carcere a insegnare a leggere e a scrivere alle detenute analfabete. Una volta libera, si stabilì col marito ad Allahabad, dove nacquero due figli, Raijv e Sajay. Finita la guerra mondiale e avviata l’India alla piena indipendenza, Nehru fu eletto Primo Ministro. Toccò a Indira il delicato ruolo di fargli da segretaria e consigliera. Separatasi dal marito, Indira prese i figli e si trasferì a Nuova Delhi, per dedicarsi completamente al suo nuovo compito.

Così, a 30 anni, Indira fu iniziata ai segreti dell’amministrazione pubblica ed ebbe occasione di conoscere alcuni tra i personaggi più rappresentativi della politica mondiale. Incontrò Ciu En-lai alla conferenza di Bandung, Tito a Belgrado, Bulganin a Mosca. Nel ‘55, era già così influente ed esperta che gli amici la convinsero ad accettare l’incarico di far parte della segreteria del Partito del Congresso, la formazione politica che governava l’India dal giorno dell’indipendenza. Nel ‘59 era matura per la presidenza del Partito del Congresso: la seconda carica, in ordine di importanza, dopo quella di capo del governo. In un anno, Indira si fece una reputazione come organizzatrice politica. Licenziò i funzionari inefficienti, promosse i giovani capaci, e non badò ad ostacoli pur di dare una unità al partito. Rimasta vedova a 43 anni, ancora bella e con il fascino di una donna coltivata ed elegante, preferì non risposarsi. «L’India», disse, «ha bisogno di me». Si dedicò quindi ad aiutare e a curare il padre, sempre più debole e malato. Quando Nehru, una notte del gennaio 1964, svenne alla fine di un congresso del partito a Bhubaneswar, Indira era lì a prestargli i primi soccorsi. Per mesi il Pandit giacque incosciente, mentre la donna assolveva in pratica i compiti di un Primo Ministro. Nehru morì nel maggio e Indira partecipò con grande coraggio alle onoranze funebri, curando personalmente la dispersione delle ceneri del padre al vento.

Indira allora decise di riprendere gli studi di antropologia. Ma Lal Bahadur Shastri, il successore di Nehru nella carica di Primo Ministro, le offerse il ministero degli Affari Esteri. Indira rifiutò ostinatamente e cedette alle insistenze di Shastri solo al patto di ricoprire un incarico meno importante. Come Ministro delle Informazioni e delle Telecomunicazioni, la figlia di Nehru introdusse alcune notevoli innovazioni: raddoppiò le ore di trasmissione radiofonica e aprì i programmi ai membri dei partiti di opposizione e ai commentatori indipendenti: una novità sensazionale per il pubblico indiano abituato ad ascoltare solo la verità «ufficiale».
Ma per Indira il momento delle grandi decisioni venne il 1° gennaio del ‘66. Quel giorno, morto Shastri, i dirigenti del Partito del Congresso dovevano scegliere il successore. Il più anziano e influente di loro, Kamaraj Nadar, non ebbe esitazioni: la figlia di Nehru era l’unica persona in grado di garantire l’unità del partito e di raccogliere la maggioranza del consenso popolare. L’elezione fu una pura formalità: la notte prima Indira sgomberò il suo tavolo di Ministro delle Telecomunicazioni e preparò la stanza per fare la conferenza stampa di prammatica per ogni capo di governo neoeletto. Come Primo Ministro, Indira dovette subito affrontare i problemi tradizionali di un Paese sovrappopolato, povero di risorse, preda di credenze religiose che sfiorano il fanatismo. Prima di tutto, il problema della fame. Nehru diceva:

«Come posso risolvere il problema della fame in un Paese che si rifiuta di mangiare carne bovina?».

Negli ultimi mesi del 1966, Indira Gandhi dovette fronteggiare gravi tumulti causati dai tentativi di far capire al suo popolo che era ormai tempo di superare tali superstizioni. Fanatici fachiri in trance, il corpo ignudo e cosparso di cenere, guidarono la folla all’assalto del Parlamento. La polizia sparò e si ebbero dei morti. Durante la campagna elettorale nel febbraio ‘67, un «adoratore delle vacche» scagliò un sasso in faccia alla «sacrilega» Indira, che dovette essere ricoverata in ospedale e operata al setto nasale.

Rimediati i problemi più urgenti (la ricorrente carestia, con i massicci aiuti degli Stati Uniti e dell’Europa, la guerra di confine col Pakistan per l’intervento dell’Unione Sovietica), Indira poté perfezionare un programma di politica internazionale equidistante tra il blocco sovietico e quello occidentale e una politica interna di pacificazione che mise a dura prova le simpatie politiche della sua prima gioventù. «I comunisti, sbagliano tutto», disse durante una visita allo Stato di Kerala nell’India sudoccidentale, retto da un’amministrazione che nei libri di testo per le scuole aveva sostituito Lenin e Mao a Gandhi e Nehru. Il suo obiettivo era quello di trasformare gradualmente l’antichissima India in un Paese moderno per mezzo di un laburismo all’inglese. L’efficienza amministrativa e la giustizia sociale della formula britannica erano il suo modello, come lo erano state per suo padre nonostante le dure lotte sostenute contro gli inglesi per l’indipendenza. «Noi ci siamo battuti contro il colonialismo» diceva Indira «non contro la vera civiltà inglese».
Ma, per raggiungere questo obiettivo - dicevano i suoi avversari in Parlamento - non bastava l’equidistanza, non bastava costruire acciaierie con sovvenzioni russe o americane. La popolazione indiana cresceva più dell’aumento del reddito. Le vacche sacre continuavano a scorrazzare nelle città. In questa situazione, l’estrema destra (i ricchissimi latifondisti) ed i comunisti aumentavano i loro voti. Il Partito del Congresso, che al tempo di Nehru e del suo successore Shastri godeva di una stragrande maggioranza in Parlamento, perse nei primi anni del governo di Indira un centinaio di seggi. Ma Indira respinse sempre le critiche. Non dimenticò che un Alto Commissario inglese, al tempo delle lotte per l’indipendenza, disse: «Il migliore uomo dell’India è una donna: la figlia di Nehru».

Ed ebbe ragione: nel gennaio del 1980, Indira tornò alla ribalta come leader di un nuovo Partito del Congresso 'I' (come Indira) e riuscì a costituire una nuova maggioranza governativa. Quando Sanjay morì in un disastro aereo, nel giugno dello stesso anno, Indira avviò alla carriera politica il figlio maggiore, Rajiv Gandhi, destinato a succederle. Il 31 ottobre 1984, dopo aver ordinato di reprimere con la forza un'insurrezione dei sikh e di distruggere il sacro Tempio d'Oro di Amritsar, Indira Gandhi fu uccisa da un sikh che faceva parte delle sue guardie del corpo.

Fu questa la triste fine di una grande donna.

Gossip politico:

Famiglia: a 18 anni, mentre studiava a Londra, s’innamorò di un compagno, Feroze Gandhi (che non aveva nessuna parentela con il mahatma Gandhi) e lo sposò nel 1942. Fu un matrimonio contrastato. Lo stesso Nehru si era dichiarato contrario: Feroze apparteneva alla minoranza dei «Parsi » di origine irachena, osteggiata per motivi religiosi (e di casta) dai veri Indu, quali erano i Nehru. Fu anche un matrimonio infelice: nel ‘47 i due si separarono. Nel ‘60 Feroze Gandhi morì. Dal matrimonio sono nati due figli: Sajay e Raijv, ambedue lavorarono come ingegneri in Gran Bretagna.

Abitudini e gusti: colta e brillante, Indira parlava meglio l’inglese del dialetto della sua regione. Il suo orario di lavoro era quello dello spartano Nehru: sveglia alle sei di mattina con un bicchiere di latte, leggera colazione alle 7 e mezzo e poi inizio delle udienze a tutti coloro che chiedono la darshan, la «comunione». Aveva un’eccellente cultura musicale: i suoi gusti andavano dalle melodie popolari indiane ai grandi classici occidentali.

Attività: fu eletta il 19 gennaio 1966 Primo Ministro indiano, governando così mezzo miliardo di uomini, che disponevano, all’epoca, in media, di 41.000 lire annue a testa, parlavano 15 lingue e 845 dialetti tribali, professavano 6 religioni diverse.

Origini: nata il 19 novembre 1917 ad Allahabad, nell’Uttar Pradesh, uno dei sedici Stati dell’Unione Indiana. Il nome completo originario era Indira Priyadareshini Nehru. Era, infatti, figlia di Jawaharlal Nehru, il grande uomo politico che fu Primo Ministro dell’India dal 1947 al 1964. La madre di Indira, invece, morì in un tubercolosario svizzero nel 1936.

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venerdì 9 ottobre 2009, posted by vito.cirillo at 10:26
Un detto popolare sostiene che volere è potere. Si mette così in rilievo il primato della volontà nell'agire degli uomini. Chi non usa la volontà diventa abulico e spesso anche apatico. La volontà quindi è fondamentale nella vita umana.
Il grande drammaturgo italiano Vittorio Alfieri, nella sua biografia intitolata "Vita", così si espresse: "Volli, sempre volli, fortissimamente volli". Con questo tipo di volontà egli riuscì a vincere anche quando le situazioni sembravano scoraggiare ogni tentativo.

Il grande pensatore italiano Antonio Gramsci, nei "Quaderni" che scrisse in carcere (dove il fascismo lo aveva rinchiuso) coniò l'espressione: "il pessimismo della ragione, l'ottimismo della volontà". Quando le cose intorno a noi alimentano soltanto il pessimismo e inducono allo scoraggiamento, bisogna appropriarsi dell'ancora della volontà per ritrovare la speranza e per agire in modo da far evolvere le cose in modo positivo. Quando anche la volontà muore, allora sì che l'oscurità diventa profonda e insuperabile.

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, posted by vito.cirillo at 10:21
In una lettera Carlo Emilio Gadda scrisse la seguente frase:

"Per tirare avanti con la penna bisogna consumarsi, appartarsi, macerarsi".


E' una frase che rivela lo stato d'animo dello scrittore nel comporre. Indica sofferenza e lacerazione. Indica altresì un profondo senso di solitudine: lo scrittore si apparta dagli altri, vive con se stesso e con i personaggi della sua fantasia.
Dopo tutta questa sofferenza e solitudine, lo scrittore diviene consapevole degli ingranaggi di una macchina editoriale e commerciale che riduce l'arte a mestiere di scrivere... E questo accentua ancor più le sofferenze e la solitudine di uno scrittore che partorisce con dolore, dando tutto se stesso, la propria opera.

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, posted by vito.cirillo at 10:13
Il poeta inglese John Donne scrisse che "Nessun uomo è un'isola".
Lo scrittore cristiano Thomas Merton gradì tanto questa frase da metterla come titolo di un suo famoso libro. Donne, in quella frase, colse un aspetto fondamentale dell'uomo: egli non è un'isola e non può vivere isolato. L'uomo è noto per essere una creatura sociale, che non può condurre la propria esistenza ignorando gli altri. Ognuno può aver bisogno dell'altro e la cosa è, ovviamente, reciproca. E' insita nell'essere umano la tendenza alla coesistenza ed alla socialità. Da qui nasce l'esigenza di essere solidali e altruisti: l'egoismo è contro natura.
L'etica della socialità solidale non deve più essere sottovalutata e limitata. Solo l'attuazione piena di esse può far sperare in un futuro migliore per tutta l'umanità.

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lunedì 5 ottobre 2009, posted by roberto.bonuglia at 10:19
E' da pochi giorni che sulla piattaforma You Tube è possibile guardare l'unico filmato esistente di Anna Frank, la ragazza che col suo indimenticabile diario ha raccontato a intere generazioni la tragedia della Shoah in modo diretto, coinvolgente, drammatico. Il canale sul quale è possibile vedere il filmato è quello del Museo della Casa di Anna Frank di Amsterdam.
Il Khayyam's Blog è orgoglioso di mostrare ai propri lettori questo eccezionale documento:




Il filmato dura circa 20 secondi. E' stato girato in occasione del matrimonio di un vicino della famiglia Frank. Era il 22 luglio 1941: Anna per vedere l'uscita degli sposi si affaccia ad una finestra. Non sarebbe passato troppo tempo da quella "giornata particolare" prima che lei e la sua famiglia fossero costretti alla clandestinità per sfuggire alle persecuzioni perpetuate contro gli ebrei durante l’occupazione nazista dei Paesi Bassi nella Seconda guerra mondiale.

Il canale di Anna Frank contiene anche una ricostruzione virtuale tridimensionale della casa in cui la sua famiglia si nascose per 25 mesi nell'inutile tentativo di evitare la deportazione. Lo ricordiamo ai più giovani: Anna Frank morì di tifo nel marzo 1945 nel campo di concentramento tedesco di Bergen-Belsen. A soli 15 anni.
Due settimane dopo, le truppe britanniche e canadesi liberarono il campo.

Se non lo avete ancora fatto, leggete il suo diario.

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, posted by vito.cirillo at 09:36
Lo storico tedesco Robert Sommer ha scritto un libro intitolato Il bordello nel campo di concentramento. Si tratta di un argomento poco conosciuto, che aggiunge orrore ai tanti orrori perpetrati dal razzismo.

Nel 1942, infatti, Heinrich Himmler concepì una balzana idea: per aumentare la produttività degli internati nei campi di concentramento, decise di creare dei bordelli in dieci campi. Il più grande di questi fu quello di Auschwitz.

I bordelli rimasero in attività fino al 1945. Furono prescelte, fra le internate, 200 ragazze che erano tedesche, polacche e ucraine. Non c'era nessuna ragazza ebrea in quanto le ebree erano considerate di razza inferiore. Alle ragazze veniva promessa la libertà dopo sei mesi di esercizio della prostituzione. La promessa, però, non fu mantenuta. Ne dovevano beneficiare i funzionari dei campi, soprattutto, in sorveglianti.

Lo scopo di accrescere la produttività, però, non fu conseguito. Dopo la liberazione, nel 1945, alle ragazze non fu dato alcun riconoscimento. Si preferì tenere nascosta quest'altra pagina vergognosa del regime nazista.

Foto di santacroceisabella

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, posted by vito.cirillo at 09:27
Nel 2009 ricorrono due anniversari: quello della Cina comunista e quello di Cuba castrista. Nel 1949, esattamente 60 anni fa, Mao Tse Tung fondò la Cina comunista. Attualmente il regime è rimasto intatto dal punto di vista politico ma si è trasformato per quanto concerne l'economia. La Cina è infatti una grande potenza e si sta avviando a contendere il primato mondiale agli Stati Uniti.

Nel 1959, inoltre, 50 anni fa, Fidel Castro portò a compimento la cosiddetta "rivoluzione cubana" sostenuta dall'argentino Che Guevara. Attualmente Fidel ha dato il potere al fratello Raul ma è evidente che dietro le quinte sia ancora lui a gestire la situazione. Anche Cuba, oggi, non è la stessa rispetto a 50 anni fa e sta cercando di facilitare liberalizzazioni e modernizzazioni in economia e in altri settori.

Il punto dolente, però, che riguarda anche la Cina, è quello dei diritti umani che sono, in entrambi i paesi, continuamente violati.

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domenica 4 ottobre 2009, posted by vito.cirillo at 11:56
L'evangelista Luca, che ha scritto il terzo Vangelo, ha scritto anche il libro intitolato "Fatti o Atti degli Apostoli". Esso è contenuto nel Nuovo Testamento. E' un libro straordinario che racconta episodi fondamentali della storia del Cristianesimo primitivo. Inizia con l'ascenzione di Gesù al cielo e prosegue, nel secondo capitolo, con la discesa dello Spirito Santo nel giorno della pentecoste. Luca racconta la nascita della Chiesa e la trasformazione degli Apostoli da uomini litigiosi e timidi in uomini coraggiosi e amorevoli. Splendido, in tal senso, è l'episodio della morte di Stefano, il primo martire del Cristianesimo.

Nei suoi 28 capitoli, Luca dedica molto spazio a Saulo di Tarso, che verrà chiamato Paolo. Comincia con la conversione sulla via di Damasco e termina con la permanenza a Roma prima che Paolo fosse decapitato nel 66 d.C., all'età di 47 anni. Mirabili sono anche le pagine che descrivono i vari viaggi missionari di Paolo. Di straordinaria bellezza, poi, è il discorso che paolo tenne ad Atene nell'Areopago, ai filosofi ateniesi, per la maggior parte di ispirazione stoica. Uno di questi, Dionigi, convinto da Paolo, diventò cristiano. Luca dimostra di essere uno storico attento e preciso, scrivendo in uno stile talora perfino elegante (d'altra parte, è bene ricordare che Paolo era un medico, quindi, possedeva una certa formazione culturale).

Nella foto, un'opera di Nsimambote Narcisse

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, posted by vito.cirillo at 11:49
Secondo quanto è scritto nella Bibbia, il primo Tempio fu costruito dal terzo Re di Israele, Salomone, figlio di Davide. Il Tempio fu distrutto dai Babilonesi nel 587 a.C. e sarà restaurato, alcuni decenni dopo, da Zorobabele. Il secondo Tempio fu costruito da Erode il Grande (è il Tempio in cui Gesù si recò varie volte). Questo Tempio fu distrutto dai romani nel 70 d.C.
Secondo le profezie bibliche verrà ricostruito un "Terzo Tempio" nel quale l'Anticristo manifesterà la grande apostasia dicendo di essere Dio.
Ci sono già i piani per la ricostruzione di questo Tempio, che non sarà edificato sulla spianata dove si trovano le due moschee. Nel 2005 nello Stato di Israele è stato ricomposto il Sinedrio, l'organismo che presiedeva alla vita religiosa degli antichi ebrei. Sarà il Sinedrio a deliberare riguardo ai tempi in cui dovrà essere ricostruito il Terzo Tempio.

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sabato 3 ottobre 2009, posted by vito.cirillo at 12:08
Secondo il racconto biblico, Davide è stato il secondo Re di Israele (il primo fu Saul). Secondo molti libri della Bibbia fu un grande re guerriero, ma anche un grande profeta e poeta (scrisse più della metà dei Salmi che sono in tutto 150).
Molti critici hanno sempre messo in dubbio l'esistenza storica di Davide, sostenendo che di lui si parli solo nel Vecchio Testamento. Essi affermano che non ci siano prove in altri documenti storici o archeologici della sua reale esistenza.
Nel 1993, però, è stata ritrovata dagli archeologi una iscrizione nella quale un re della Siria si vanta di avere sconfitto il re israelita di nome Davide. Questa scoperta è una conferma importante della veridicità del racconto biblico riguardo alla storicità del personaggio Davide, il cui figlio Salomone su suo ordine edificherà il meraviglioso Tempio di Gerusalemme nel quale era contenuta l'Arca del Patto.

Nella foto, un'opera di Harry Rosenthal

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venerdì 2 ottobre 2009, posted by roberto.bonuglia at 07:19
Il 2 ottobre 1869 nasceva una "grande anima". La ricordiamo riproponendo uno dei suoi discorsi più belli:



Cliccando qui potrete ascoltare il file audio della Conferenza di Gandhi. Quello che segue è il testo in italiano di quell'intervento, tradotto da Elena Tebano e Marco De Masi.


Discorso tenuto da Gandhi alla Conferenza delle relazioni interasiatiche, New Delhi, 2 aprile 1947

Signora Presidente, amici,

non credo di dovermi scusare con voi per il fatto che sono costretto a parlare una lingua straniera. Mi chiedo se con questi microfoni la mia voce arrivi all’estremità più lontana di questo vasto pubblico. Quelli di voi che sono lontano, possono alzare le mani se sentono quello che dico? Sentite, perfetto. Bene, se la mia voce non arriva, non sarà colpa mia, sarà colpa di questi microfoni.

Quello che vi stavo dicendo è che non ho bisogno di scusarmi. Non oso, se tutti i delegati che si sono riuniti qui dalla varie zone dell’Asia, e gli “osservatori” – ho imparato questa parola dalle labbra di un amico americano, che ha detto “non sono un delegato, sono un osservatore”. Pensando che lui è venuto dalla Persia […] Ed ecco che mi trovo davanti un americano, e gli ho detto “Io ho paura di te, vorrei che mi lasciassi in pace”. Immaginate che un americano mi avrebbe lasciato da solo? Non lui, e per questo dovetti parlargli. Vi stavo dicendo che la mia parlata provinciale, che è la mia lingua madre, voi non potete capirla; e io non voglio insultarvi insistendo [a parlare] in questa parlata provinciale. La lingua nazionale, l’industani, so che ci vorrà molto tempo prima che possa competere nei discorsi ufficiali. Se c’è rivalità, c’è rivalità tra francese e inglese. Per il commercio internazionale, senza dubbio l’inglese occupa la prima posizione; per le conversazioni diplomatiche e la corrispondenza, quando studiavo da ragazzo sentivo dire che il francese era la lingua della diplomazia, e che se si voleva andare da un’estremità all’altra dell’Europa bisognava provare a imparare un po’ di francese, e così provai a imparare qua e là qualche parola di francese per essere capace di farmi capire. A ogni modo, se può esserci qualche rivalità, potrebbe sorgere tra il francese e l’inglese. Quindi, dato che è l’inglese che mi hanno insegnato, naturalmente devo far ricorso a questa lingua internazionale per parlare con voi.

Mi chiedevo di cosa avrei dovuto parlarvi. Volevo raccogliere i miei pensieri, ma lasciatemi confessare che non ho avuto tempo, eppure vi avevo promesso ieri che avrei provato a dirvi qualche parola. Mentre venivo con Badshah Khan, ho chiesto un piccolo pezzo di carta e una matita. Ho avuto una penna al posto della matita. Ho provato a scarabocchiare qualche parola. Vi spiacerà sentirmi dire che quel pezzo di carta non ce l’ho con me. Ma questo non è niente, mi ricordo di cosa volevo parlarvi, e mi sono detto: i tuoi amici non hanno visto la vera India, e tu non partecipi a una conferenza in mezzo alla vera India.

Delhi, Bombay, Madras, Calcutta, Lahore – tutte queste sono grandi città, ormai influenzate dall’Occidente, anche costruite, forse a parte Delhi, ma non Nuova Delhi, anche costruite dagli inglesi. Ho quindi pensato a un piccolo saggio – credo che lo dovrei chiamare così – che era in francese. Mi fu tradotto da un amico anglo-francese, e lui era un filosofo, era anche un uomo modesto e disse che era diventato mio amico senza che io lo avessi conosciuto, perché lui era sempre stato dalla parte della minoranza e io ero, così è, miei compatrioti, in una minoranza senza speranza, non solo minoranza senza speranza, ma anche minoranza disprezzata. Se gli europei del Sud Africa mi perdoneranno per aver detto questo, noi eravamo tutti “coolie” [termine dispregiativo per indicare gli indiani che lavoravano come servi in Sud Africa]. IO ero un insignificante avvocato “coolie”. A quell’epoca non avevamo ‘coolie’ dottori, non avevamo ‘coolie’ avvocati. Fui il primo nel campo. Tuttavia, un ‘coolie’. Voi sapete forse cosa si intende con la parola ‘coolie’, ma questo amico – il suo nome era Krof: sua madre era una francese, suo padre un inglese – mi disse: “Voglio tradurre per te una storia francese”. Mi perdoneranno quelli di voi che conoscono la storia se nel ricordarla faccio degli errori qua e là, ma non ci saranno errori nel fatto principale.

C’erano tre scienziati e questi – chiaramente è una storia di fantasia – tre scienziati andarono fuori dalla Francia, andarono fuori dall’Europa in cerca della Verità. Questa è la prima lezione che la storia mi ha insegnato, che se bisognava la ‘verità’, non andava fatto sul suolo europeo. Di conseguenza, senza dubbio neppure in America. Questi tre grandi scienziati andarono in posti diversi dell’Asia. Uno di loro riuscì ad arrivare in India e cominciò la sua ricerca. Arrivò nelle cosiddette città di quei tempi. Naturalmente, questo succedeva prima dell’occupazione britannica, prima ancora del periodo Mughal – così l’autore francese ha illustrato la storia – ma comunque andò nelle città, vide la gente della cosiddetta casta superiore, uomini e donne, finché alla fine non entrò in un’umile casupola, in un umile villaggio, e quella casupola era una casupola Bhangi – e lì trovò la “verità” di cui era in cerca, in quella casupola Bhangi, nella famiglia Bhangi, uomo, donna, forse due o tre bambini. Dico questo facendo dei cambiamenti, l’autore a questo punto descriveva come l’uomo la trovò. Tralascio tutto questo. Voglio legare questa storia con quello che voglio dirvi, che se volete realmente vedere l’India al suo meglio dovete trovarla in un’abitazione Bhangi, in un’umile casa Bhangi, o in villaggi di questo genere che, come ci insegnano gli storici inglesi, sono 700 mila. Poche città qua e là, non contengono molte decine di milioni di persone, ma i 700 mila villaggi contengono quasi 40 crore [400 milioni] di persone. Dico quasi, perché si potrebbe forse togliere un crore [circa 10 milioni], forse due nelle città, ma ce ne sarebbero ancora 38. E allora io mi sono detto, se questi amici sono qui senza trovare la loro vera India, che cosa ci sono venuti a fare? Quindi ho pensato di chiedervi di immaginare quest’India, non dalla prospettiva che offre questo vasto pubblico ma di immaginare come sarebbe. Vorrei che leggeste una storia come questa dei francesi o altre cose. Guardate, forse qualcuno di voi, alcuni dei villaggi dell’India, e allora troverete la vera India. Oggi confesserò anche che non sarete affascinati dalla vista.
Dovrete andare a grattare sotto quei mucchi di letame che sono oggi i villaggi. Non pretendo di dire che prima fossero luoghi di paradiso. Ma oggi sono davvero mucchi di letame; non erano così, prima, di questo sono certo abbastanza. Perché non parlo dal punto di vista storico, ma a partire da quello che ho visto con i miei occhi in carne e ossa, dell'India - e ho viaggiato da un'estremità dell'India all'altra, ho visto questi villaggi, ho visto quei miseri esemplari dell'umanità, occhi spenti - eppure loro sono l'India, eppure in quelle misere casupole, tra quei mucchi di letame si trovano gli umili Bhangi, dove si troverà un'essenza concentrata di saggezza. Come? Questa è una bella domanda.

Bene, allora voglio mettervi di fronte a un'altra scena. Di nuovo, io ho studiato dai libri, libri scritti dagli storici inglesi, tradotti per me. Tutta questa copiosa conoscenza, mi dispiace dirlo, arriva a noi in India attraverso libri inglesi, attraverso storici inglesi. Non che non abbiamo storici indiani, ma anche loro non scrivono nella loro lingua madre, o nella lingua nazionale, l'industani, o se preferite definirle due lingue, l'hindi e l'urdu, due forme della stessa lingua. No, ci danno quello che hanno studiato nei libri inglesi, magari negli originali, ma sempre inglesi e in lingua inglese - questa è la conquista culturale dell'India, che l'India ha subito. Ma ci dicono che la saggezza è arrivata all'Occidente dall'Oriente. E chi erano questi uomini saggi? Zoroastro. Lui apparteneva all'Oriente. È stato seguito da Buddha. Apparteneva all'Oriente, apparteneva all'India. Chi ha seguito Buddha? Gesù, ancora una volta dall'Asia. Prima di Gesù c'era Mosa, Mosè, anche lui appartenente alla Palestina - ho controllato con Badshah Khan e Yunus Saheb, ed entrambi mi hanno confermato che Moses apparteneva alla Palestina, nonostante fosse nato in Egitto. E poi è venuto Gesù, e poi è venuto Maometto. Tutti questi li tralascio. Tralascio Krishna, tralascio Mahavir, tralascio le altre luci - non le chiamerò luci più flebili, ma sconosciute all'Occidente, sconosciute al mondo letterario. Anche così, non conosco una sola persona capace di eguagliare questi uomini dell'Asia. E poi, cosa è successo? Il cristianesimo è stato sfigurato quando ha raggiunto l'Occidente. Mi dispiace doverlo dire, ma questa è la mia interpretazione. Non vi imporrò oltre questi temi. Vi racconto questa storia per incoraggiarvi, e per farvi capire, se il mio povero discorso può farvi capire, che quello che vedete dello splendore e di tutto ciò che le città dell'India hanno da mostrarvi non è l'India. Certamente, la carneficina che avviene proprio sotto i vostri occhi, mi dispiace, vergognoso che sia, come ho detto ieri, dovete seppellirla qui. Non portate il ricordo di questa carneficina oltre i confini dell'India. Ma quello che voglio che capiate, se potete, è che il messaggio dell'Oriente, il messaggio dell’Asia, non può essere imparato attraverso gli occhiali dell'Occidente, attraverso gli occhiali occidentali, non imitando i fili argentati dell'Occidente, la polvere da sparo dell'Occidente, la bomba atomica dell'Occidente.
Se volete di nuovo dare un messaggio all'Occidente, deve essere un messaggio di 'amore', deve essere un messaggio di 'verità'. Ci deve essere una conquista (APPLAUSI), per favore, per favore, per favore. Questo interferirà con il mio discorso, e interferirà anche con la vostra capacità di comprenderlo. Voglio catturare i vostri cuori, non voglio ricevere i vostri applausi. Fate battere i vostri cuori all'unisono con quello che dico e, credo, avrò compiuto il mio lavoro Perciò voglio che ve ne andiate da qui con il pensiero che l'Asia deve conquistare l'Occidente. Poi, la domanda che mi ha chiesto ieri un amico: se credessi davvero in un mondo unito. Certo che credo in un mondo unito. E come potrei fare altrimenti, se sono un erede del messaggio d'amore che questi grandi, irraggiungibili maestri ci hanno lasciato? Potete portare ancora quel messaggio, adesso, in questa epoca di democrazia, in questa epoca di risveglio dei più poveri tra i poveri, potete portare di nuovo questo messaggio con la più grande enfasi. Allora voi, voi compirete la conquista dell'intero Occidente, non per vendetta del fatto che siete stati sfruttati - e nello sfruttamento, naturalmente, voglio includere l'Africa, e spero che la prossima volta che vi incontrerete in India, ci sarete tutte; che voi nazioni sfruttate della terra vi incontrerete insieme, se a quell'epoca ci saranno ancora nel mondo nazioni sfruttate. Sono così fiducioso che se metterete insieme i vostri cuori, non soltanto le vostre teste, ma i vostri cuori insieme, e capirete il segreto del messaggio che questi uomini saggi dell'Oriente ci hanno lasciato, e che se noi davvero diventiamo, meritiamo e siamo degni di quel grande messaggio, allora capirete che la conquista dell'Occidente sarà completa, e che lo stesso Occidente amerà quella conquista.
Oggi l'Occidente anela alla saggezza. Oggi l'Occidente è disperato per la proliferazione delle bombe atomiche, perché una proliferazione delle bombe atomiche significa terribile distruzione, non soltanto per l'Occidente, ma sarà una distruzione del mondo intero, così che la profezia della Bibbia si avvererà e ci sarà un vero e proprio diluvio universale. Non voglia il cielo che ci sia quel diluvio, e non per i torti dell'uomo contro se stesso. Sta a voi liberare il mondo intero, non solo l'Asia, ma il mondo intero, da quella malvagità, da quel peccato. Questa è la preziosa eredità che i vostri maestri, i miei maestri ci hanno lasciato.

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giovedì 1 ottobre 2009, posted by vito.cirillo at 09:42
E' uscita l'autobiografia di uno storico e giornalista autonomo e controcorrente: Francois Fejto.
Il libro si intitola Ricordi di Budapest a Parigi. L'autore nacque nel 1909, in Ungheria.
Era ebreo, ma poi si convertì al messaggio di Gesù Cristo, dopo aver letto il Vangelo. Conservò, però, sempre un grande amore per l'Ebraismo (la sua famiglia fu sterminata dai nazisti nei campi di concentramento).
Inizialmente simpatizzò con il comunismo ma poi fu un severo critico di esso. Egli detestava ogni forma di totalitarismo. Per questo condannava fermamente anche il fascismo. Entrambe le ideologie totalitarie, infatti, erano secondo lui "speculari" nel senso che opprimevano l'uomo nella sua dignità. Per questo motivo non fu simpatico alla destra alla sinistra comunista. Egli apprezzò invece la nascita dello Stato d'Israele e ne fu un convinto sostenitore. Ammirò sinceramente scrittori come Albert Camus e Ignazio Silone ma anche filosofi come il francese Raymond Aron.
Scrisse anche per il quotidiano La Voce di Indro Montanelli e per il mensile socialista Mondoperaio diretto da Luciano Pellicani e all'epoca fortemente "rivalutato" per volontà di Bettino Craxi.

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, posted by vito.cirillo at 09:32
Chi lo avrebbe mai immaginato?
Negli Stati Uniti, la patria del capitalismo, è stata eretta una statua al fondatore della Cina comunista Mao Tse Tung.
La statua, che vedete nella foto a sinistra, si trova esattamente a New York, a Park Avenue.
Quale può essere il motivo di questo insolito riconoscimento? Molto semplice: il Presidente Obama vuole stringere rapporti sempre maggiori con la Cina. Vuole dar vita ad una vera e propria alleanza bilaterale col Paese che, in un futuro non lontano, competerà con gli Usa per il primato economico (e forse politico) mondiale.
D'altra parte la Cina possiede già una grande quantità di Buoni del Tesoro americani ed è quindi interesse dell'amministrazione americana tenere buoni i rapporti con "l'Impero celeste". Inoltre, la Cina è la maggiore inquinatrice dell'atmosfera a causa dell'enorme smog prodotto e dell'uso massiccio di carbone come risorsa energetica.
E' interesse degli Usa, quindi, venire a patti con essa per ridurre l'inquinamento atmosferico, dal momento che trovava difficoltà a trovare una sintonia con l'India (l'altra nazione in forte ascesa politico-economica) sullo stesso argomento: una statua di mao forse, potrà aiutare....

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, posted by David.Rettura at 02:42

Dopo il 1989 la Cina riprese, superato un momento di freddezza internazionale di durata tutto sommato breve, la sua corsa verso lo sviluppo economico, in una danza rapsodica di successi che continua ancor oggi ad un ritmo che, pur rallentato da una crisi profonda e forse, nel caso della Cina anche strutturale, appare ancora oggi elevato e destinato a fermarsi si, ma senza poter fare previsioni davvero realistiche.
Nonostante i sinofobi sottolineano spesso quanta sia ancora la strada da fare e come l'approccio cinese allo sviluppo non sia scevro di aspetti negativi per la Cina ed i cinesi ma altresì per il resto del mondo, il quale si troverebbe ad affrontate un partner che cerca in ogni modo una situazione di asimmetria contrattuale da sfruttare a proprio vantaggio, e che politicamente non esita a sfruttare i malumori anti-occidentali ed anti-giapponesi che ancora attraversano la società cinese, la Cina rimane oggi un partner imprescindibile dello scacchiere economico e come della geopolitica contemporanei, come dimostrano i dati macroeconomici di queste ultime settimane.
Dal punto di vista della libertà personale, il definitivo superamento del pauperismo di epoca maoista ha aperto la porta a fenomeni di accumulazione capitalista di ampio valore quantitativo ed è certo cambiata la percezione del privato per moltissimi cinesi che vivono lungo la fascia costiera; ciò nonostante lo spazio politico è ancora occupato in maniera ingombrante dal partito comunista, e si intavvedono pochi spazi di manovra all'esterno di esso, come puntualmente dimostrano i periodici attacchi al dissenso, sotto qualsivoglia forma. Gli analisti sono al riguardo divisi tra quanti vedono il partito come immutabile, in fase di trasformazione o diviso al suo interno.
La Cina, ed abbiamo visto sfilare contentissimi i taikonauti nella parata del primo ottobre, è comunque lanciata verso un futuro che oggi più che mai è determinata e cosciente di poter influenzare a proprio piacimento.

Immagine da wikipedia

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