mercoledì 30 settembre 2009, posted by David.Rettura at 17:10

Se il viaggio di Nixon contribuì a sgelare i rapporti tra Cina rossa e Stati Uniti dopo un venticinquennio di muro contro muro i cui momenti più acuti erano da considerarsi quelli della guerra di Corea quando i cinesi erano intervenuti a dare man forte all'esercito comunista di Kim Il Sung, quello che il nuovo uomo forte di Pechino, Deng Tsiaoping, doveva compiere negli Stati Uniti durante la presidenza Carter non fu meno importante in quanto permise al grande pubblico americano di familiarizzare con quello che era stato un quasi semi-secolare nemico, che aveva innestato l'anticomunismo della società americana post-bellica in quel terrore del Pericolo giallo, che aveva avvelenato i rapporti americani con l'Asia ed in particolare col Giappone ed aveva portato a leggi migratorie estremamente restrittive nei confronti dei popoli che arrivavano in America dall'altrea sponda del pacifico.
Deng implementò molto rapidamente svariate riforme, che legò all'idea di quattro modernizzazioni. Queste dovevano essere la base per quel processo di cambiamento che ha fatto, partendo da Shenzen e dilagando poi lungo la fascia costiera, della Cina la più dinamica realtà economica del pianeta, capace di presentarsi prima ai blocchi di partenza di quella che sembra, ad alcuni, la coda della crisi.
Certo alcuni chiesero una quinta modernizzazione, la democrazia, ma furono duramente repressi già nel 1978.
Gli anni ottanta furono per la Cina una marcia verso nuovi traguardi economici ed essa cominciò, ma sempre con giudizio, ad aprirsi al mondo anche attraverso il turismo.
Deng nominò quali suoi delfini Hu Yaobang a Zhao Zihiang, ed essi divennero presto molto autonomi, ma quando Hu Yaobang morì deflagrò la protesta che covava sotto la cenere e iniziò quella che ora viene chiamata Primavera di Pechino.
Questo movimento doveva guadagnare prepotentemente la scena ma uscire dal palcoscenico ancora più dramamticamente con l'episodio di Piazza Tienanmen che tutti conoscono.

Immagine da storiaxxisecolo.it

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, posted by vito.cirillo at 10:22
Il capo carismatico dei talebani, il mullah Omar, ha conferito il comando della strategia militare talebana a un nuovo stratega, Abdul Ghani Baradar.

Questi appartiene alla più numerosa etnia afghana, quella dei pashtun, di cui fa parte anche il Presidente Karzai. Baradar sta dimostrando una notevole abilità e risulta quasi inafferrabile perchè si sposta continuamente da un posto all'altro. Egli attua una tattica che ebbe già successo con i sovietici durante l'invasione sovietica del paese negli Anni Ottanta. Egli prende di mira con successo i rifornimenti della Nato. Inoltre, ha un notevole seguito fra i pashtun. Questo rende ancor più preoccupante la situazione e rende sempre più difficile il tentativo di sconfiggere i talebani.

Del resto, tempo fa, lo stesso presidente Karzai cercò di intavolare trattative con la parte meno oltranzista dei talebani, rendendosi conto dell'enorme difficoltà di estirpare i talebani dal territorio afghano.

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, posted by vito.cirillo at 10:01
Ad agosto si sono svolte le elezioni politiche per l'elezione dei deputati (480) della camera bassa del Giappone. Da ben 54 anni il potere politico giapponese era detenuto dal partito liberaldemocratico. In queste elezioni, però, c'è stato un vero e proprio rinnovamento: ha vinto il partito democratico, che formerà una coalizione di governo di centrosinistra con il partito popolare e il partito socialdemocratico. Si potrebbe dire che, con tutta la prudenza del caso, il Giappone stia andando a sinistra dopo che la destra abbia governato il Paese per oltre mezzo secolo.
Il caso curioso è dato dal fatto che fu Romano Prodi a suggerire ad alcuni politici giapponesi di formare un partito democratico sul modello dell'Ulivo italiano. Questo avvenne nel 1998. I nuovi politici giapponesi sono perciò riconoscenti nei confronti dell'ex presidente del Consiglio, al contrario di quanto avviene in Italia, dove il ricordo lasciato dal suo ultimo governo non è per nulla positivo...




L'altro dato che emerge da queste elezioni è che il Giappone, seconda potenza economica mondiale, dal punto di vista politico, si allinea con la prima potenza mondiale, gli Usa del Presidente Obama.

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, posted by vito.cirillo at 09:11
Le recenti elezioni in Iran sono state vinte dal Presidente Mahmud Ahmadinejad, ma sono state contestate dagli altri candidati, soprattutto da Mir-Hussein Moussavi che ha parlato di brogli elettorali chiedendo nuove elezioni. Ci sono state numerose proteste da parte degli iraniani che si riconoscono nel candidato sconfitto. Molti sono stati uccisi e un gran numero è stato imprigionato. Il regime degli Ayatollah comincia a mostrare crepe e contraddizioni interne.
La stessa Guida Suprema, Kamenei, è criticato e osteggiato da altri importanti Ayatollah come l'ex Presidente Rafsanjani che sta cercando di portare dalla sua parte, per metterlo in minoranza, il maggior numero dei membri del Consiglio degli Esperti. Come facilmente comprensibile, è in atto un contrasto fra laici, appoggiati da importanti esponenti religiosi, e il clero islamico dominante. E' una situazione piena di fermenti, da seguire con molta attenzione.

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martedì 29 settembre 2009, posted by David.Rettura at 20:18

Il fallimento del Grande Balzo in avanti e poi la carestia degli ultimi anni '50 ebbero l'effetto di mettere Mao in difficoltà crescente all'interno delle establishment della Cina popolare. ed i primi anni '60 furono connotati da un timidissimo riformismo economico sociale i cui esponenti di maggior rilievo furono Liu Sciao Chi e Deng Tsiaoping.
Ma nel 1966, attraverso un'abile manovra, Mao riuscì ad invertire la tendenza, e facendo leva sul culto della personalità ancora vivo in Cina, riuscì attraverso slogan e campagne di cui la giovane generazione, che non aveva conosciuto altra Cina che quella Rossa e non aveva dunque partecipato allo sforzo rivoluzionario ma era il prodotto finito di quasi venti anni di propaganda assillante sulla singolarità e sulla bontà dell'esperimento sociale comunista, a riprendere saldamente il potere, coadiuvato dalla ultima moglie, Jiang Ching (che appare nella foto che accompagna questo post) e da quelli che insieme a lei sarebbero stati poi definiti La banda dei quattro.
Cominciava così, accompagnata da slogan come Bombardate il quartier generale, opera dello stesso Mao, il più grande esperimento sociale della storia cinese contemporanea, con le Guardie Rosse, giovanissime e devote a Mao ed al suo messaggio con un fervore religioso che ebbe effetti devastanti, che chiusero università e scuole, tappezzarono la Repubblica Popolare di dazibao ad alto tasso di radicalismo e sottoposero ad una demolente critica tutto l'operato della generazione precedente; attraverso l'applicazione su larghissima scala delle procedure di rieducazione che fino ad allora erano state quasi appannaggio esclusivo del laogai, dove i controrivoluzioanri e i cosiddetti asociali venivano rinchiusi in condizioni inumane a tempo stesso indefinito, migliaia di persone furono sommariamente processate e profondamente umiliate, a cominciare dagli odiati Liu Sciao Chi e Deng Tsiaoping. Ma pochi furono risparmiati, e dei dirigenti di prima fila i soli, apparte ovviamente Mao ed il suo delfino Lin Piao, ad evitare umiliazioni pubbliche furono Zhou Enlai e Chu Teh, il cui alone di rispettabilità era troppo ampio anche per lo stesso Mao.
Chen Kaige, il premiato regista cinese ha raccontato in svariate occasione di come egli, durante il fervore della Rivoluzione Culturale, fosse arrivato, in numerosa compagnia, a denunciare il suo stesso padre come controrivoluzionario.
In Occidente, a svariati militanti dell'estrema sinistra, sembrò di aver trovato nel maoismo e nella Rivoluzione Culturale un nuovo faro di politica, ed in Italia, con il movimento Servire il Popolo, si arrivò ad una scimmiottatura dell'atmosfera cinese da avere addirittura matrimoni maoisti, come ho ricordato in una recensione al bel libro di Stefano Ferrante La cina non era vicina scritta per il Khayyam's blog.
Anche moltissimi intellettuali e politici non marxisti, in tour per la Cina in quegli anni, rimasero affascinati dal fervore rivoluzionario e dagli effetti scenici (parate e simili) che questo comportava.
Ben presto i giovani contestatori vennero inviati dallo stesso Mao nelle campagne, ufficialmente per imparare dai contadini, ma in realtà per allontanarli dalle città dove il loro attivismo stava divenendo molesto.
Eppure in questa situazione che doveva perdurare lungo tutto un decennio e trovare la fine solo in quel luttuoso 1976 in cui al terremoto più mortifero della storia dovevano aggiungersi la morte di Chu Teh, Zhou Enlai e Mao Zedong, avvenene lo storico riavvicinamento tra Cina e USA, fortemente cercato da Kissinger in chiave antisovietica ed avallato dalla Cina per la stessa ragione.
Con la morte di mao doveva cadere la Banda dei Quattro e, dopo il breve interregno di Hua Guofeng, delfino incolore del Grande Timoniere, tornare al potere ben saldo Deng Tsiaping.

Immagine da Facts and Details

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, posted by roberto.bonuglia at 10:57
Nell'800, ebbe una grande importanza l'Enciclica di Leone X, la Rerum Novarum, che evidenziò la posizione della Chiesa sui problemi concernenti la "questione sociale" di cui si dibatteva in quegli anni. Il documento esortò i cattolici a non trascurare proprio quei problemi per i quali il nascente socialismo (inteso come pensiero più che come partito) si batteva. Nel 900, grande scalpore suscitò l'Enciclica di Giovanni XXIII, la Pacem in Terris, con la quale la posizione della Chiesa riguardo le guerre divenne inequivocabile: vennero condannate fermamente invitando i governanti, al contempo, ad adoperarsi per la costruzione di una "vera" pace nel mondo. Entrambe, è evidente, toccarono temi che ancora oggi, a distanza di anni, rimangono di estrema attualità.

Per il decennio che viviamo, invece, è di grande importanza la recente Enciclica di Benedetto XVI, la Caritas in Veritate. Essa si rifà alla frase di San Paolo: Veritas in Caritate. Con questa Enciclica la Chiesa ritiene fondamentale una nuova etica del lavoro che si ponga il problema di risolvere i problemi dei più deboli del mondo. Questo si potrà fare soltanto se si favoriranno le condizioni per il sorgere di un nuovo modo di intendere (e di volere...) l'economia. Essa, infatti, non deve essere più considerata una "scienza esatta" basata sulla competitività sopraffatrice bensì una "scienza morale" attenta ai valori umani della solidarietà e volta non solo al profitto ma ad una più equa ripartizione delle risorse economiche del mondo.

D'altra parte, i risultati a cui hanno portato vent'anni di "economia globalizzata" sono sotto gli occhi di tutti. Il mondo è fatto di persone, non di numeri e questo anche l'economia del terzo millennio dovrebbe iniziare a prenderlo in considerazione...

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, posted by vito.cirillo at 09:48
Il discorso tenuto qualche tempo fa in Egitto dal Presidente Obama ha chiarito, una volta per tutte, quale sia la sua posizione nei riguardi dell'Islam.

Obama distingue fra l'Islam moderato - per il quale ha parole di sincero apprezzamento e rispetto - e l'Islam fondamentalistico, per il quale nutre dei dubbi riguardanti la possibilità che esso sbocchi nel terrorismo.
Il presidente statunitense ritiene però necessario dialogare anche con i fondamentalisti islamici per impedire che essi possano divenire preda del terrorismo islamico di cui Osama Bin Laden è, ancora oggi, l'esponente più pericoloso e temuto. Questo perché Obama è convinto che il terrorismo islamico sia un pericolo per l'Islam in sè e per sè.
Secondo Obama il pensiero di Maometto era finalizzato alla costruttività e non alla distruttività che caratterizza il terrorismo che invece non distingue tra donne, uomini, bambini, anziani. E' interesse, perciò, dello stesso islam combattere il terrorismo che si dice "islamico".

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, posted by vito.cirillo at 08:31
Ormai si può considerare sorpassato il G8, l'ultimo è stato quello tenuto a L'Aquila.

Sono più di otto, infatti, i Paesi che meritano di far parte del gruppo delle potenze economiche mondiali. Qualcuno, per la verità, vorrebbe estromettere l'Italia ed inserire al suo posto la Spagna, ritenuta più meritevole per la sua capacità manifestata negli ultimi anni di "crescere".
Stanno emergendo, però, anche altre nuove realtà economiche che, fino a poco tempo fa, erano inimmaginabili.

Prima di tutto, la Cina e l'India che sono destinate a occupare i primi posti fra le potenze mondiali del futuro. Sono poi ormai realtà importanti il Brasile, il Sudafrica, la Corea del Sud. Anche il Messico sta facendo progressi.
Come si vede, molti sono Paesi dell'America latina, dell'Africa e dell'Asia, continenti prima ai margini dell'economia mondiale. Ciò non può non confortare in un epoca in cui si sta delineando una nuova globalizzazione basata su regole ispirate alla solidarietà ed all'operosità. Forse un nuovo mondo non è del tutto utopistico...

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, posted by David.Rettura at 01:10

In questi giorni si ricorda la nascita di Confucio, il saggio filosofo cinese la cui dottrina è stata per millenni al centro dello sviluppo della cultura sinica.
Ma durante la storia della Repubblica Popolare Cinese, il suo sistema aristocratico di norme morali che prevedevano la sottomissione al potere e che erano state alla base del sistema mandarinale, ritenuto, non del tutto a torto, tra gli elementi che più avevano contribuito all'incancrenimento del sistema politico e sociale della Cina imperiale con tutto quello che ne era conseguito, fu duramente avversato e vi fu il tentativo di superarlo.
A lungo la Cina, ancor prima della febbre causata a tutto il paese dalla Grande Rivoluzione Culturale del 1966, ha tentato, con la sua classe dirigente, rigettare gran parte del sapere, della storia e della cultura tradizionali, con campagne di sradicamento dei valori tradizionali che non sempre hanno dato i frutti sperati ma che almeno epidermicamente hanno connotato il volto del paese a lungo di un aspetto differente.
Il quindicennio che precedette la Rivoluzione Culturale fu quello dell'edificazione del socialismo in Cina con tutto quello che ne conseguì per la società.
Questa annoverò successi importantissimi, specie nel campo dell'educazione come dell'emancipazione femminile, mentre molte minoranze riuscirono a migliorare le proprie condizioni, anche se ciò non può essere detto per tutte quante.
E' questo il periodo delle ormai famose campagne contro i cani, gli insetti e gli uccelli, come di altre numerose campagne più ideologicamente mirate. Il maggiore esempio di queste è certo la Campagna dei Cento Fiori: nel 1956 Mao suggerì, con una delle frasi sibilline, tra l'altro molto debitrici al sapere classico tanto aborrito ufficialmente, che gli erano congeniali e che mandarono in delirio un intera generazione in tutto il mondo, che Cento fiori sboccino, cento scuole fioriscano. Era il 1956 della destalinizzazione e Mao tentò in questo modo una timida apertura, salvo poi tornare sui suoi passi coi fatti d'Ungheria e dopo aver realizzato che una distinzione ideologica avrebbe finalmente reso possibile quell'emancipazione dall'URSS che tanto la gran parte delal dirigenza cinese, memore del comportamento di Stalin nell'epoca repubblicana, vagheggiava. Il costo di questa campagna fu poi pagato da tutti quegli intellettuali, poi definiti destristi, che osarono approfittarne per muovere timide critiche al regime. Il prezzo, ha ricordato anche Harry Wu, fu il Laogai, anima del sistema concentrazionario cinese mutuato entusiasticamente dall'esperienza sovietica.
Dal punto di vista dell'economia, gli anni '50 furono gli anni del Grande Balzo in avanti, che avrebbe dovuto trasformare, in puro spirito leninista, la Cina in un paese industriale in un numero di anni estremamente limitato. Conseguenza di questo fallito programma fu la gigantesca carestia del 1958-1960, quella che costò milioni di morti, quella dei bambini bolliti (forse).
Con il suo abituale spirito rude che aveva ereditato dalle proprie origini contadine (essendo figlio di un piccolissimo proprietario, ed un racconto avvincente della sua infanzia ed adolescenza ce lo ha fatto Edgar Snow in Stella rossa sulla Cina), per comunicare il fallimento di queste iniziative, Mao ebbe a dire: Compagni, abbiamo sbagliato. Chi deve scoreggiare scoreggi, e non pensiamoci più

Imamgine da chineseposters

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lunedì 28 settembre 2009, posted by vito.cirillo at 10:19
Soltanto alcuni decenni fa, l'Italia era famosa per offrire in vari campi personaggi di alto livello che assurgevano al ruolo di veri e propri maestri.

Nella filosofia si distingueva Nicola Abbagnano. Nella letteratura, tra gli altri, Alberto Moravia, Carlo Cassola, Giuseppe Marotta, Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo. Nello spettacolo, per quanto riguarda il cinema si distinguevano Roberto Rossellini, Luchino Visconti, Vittorio De Sica, Federico Fellini. Per quanto riguarda il Teatro, emergeva la straordinaria figura di Edoardo De Filippo. Anche nel mondo universitario erano molti i docenti che, nei rispettivi settori, potevano essere definiti dei veri e propri "maestri". Ma ora, dove sono i maestri? Se ci si guarda intorno, non c'è di che essere allegri.

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, posted by vito.cirillo at 10:06

Se si guarda alla situazione generale della cultura italiana degli ultimi tempi, non si può tacere un profondo sconforto. C'è un immiserimento della cultura nei suoi vari aspetti: letteratura, spettacolo, televisione.

Rispetto agli Anni Cinquanta e agli anni seguenti fino agli Anni Ottanta, si è verificata una caduta di valori culturali e artistici. Nel campo della narrativa e della poesia, il quadro è rattristante. Mancano scrittori di qualità e di profondità. Anche nel mondo dello spettacolo mancano autori e registi di qualità che si possano avvicinare ai de Sica, ai Rossellini, ai fellini degli Anni felici del cinema italiano.

Gli spettacoli televisivi sono spesso caratterizzati da superficialità e involgarimento. Non è certamente un bel mondo quello attuale nel quale vivono i giovani privi, come sono, di personalità di alto livello che possano essere i loro punti di riferimento.

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domenica 27 settembre 2009, posted by David.Rettura at 14:17

Il primo ottobre 1949, sulla Piazza Tienanmen, Mao Zedong proclamava la nascita della Repubblica Popolare Cinese.
Mentre venivano vinte le ultime resistenze dei nazionalisti nell'estremo sud del paese ed i leader del Kuomintang si rifugiavano a Taiwan con il sogno, che doveva sbiadire giorno dopo giorno, di tornare sul continente, i comunisti mettevano fine ad un periodo travagliato della storia cinese che datava al 1911 se non alla guerra dell'oppio.
Nel 1911 Sun Yat Sen ed altri politici ed intellettuali cinesi erano riusciti a sovvertire l'ordine imperiale che datando a tempi immemorabili era sembrato essere immutabile, ed avevano proclamato la Repubblica di Cina.
Ma la Repubblica si era molto presto dimostrata incapace di arginare al putrefazione della società cinese che si dimostrò travolta dalle influenze straniere che la percorrevano in lungo ed in largo, con la zona costiera in decadenza ed il retroterra dove il feudalesimo riversava sui contadini l'incapacità di uscire da uno stato di letargia economica.
Alla fine degli anni '20 il partito comunista era radicato solo a Shanghai ed in pochi altri centri beneficiati, se possiamo dire così, e negli anni '30 fu a più riprese messo in difficoltà dalle continue offensive politico-militar.-poliziesche del Kuomintang, il quale non seppe mai risolversi ad una politica di collaborazione piena con i comunisti. Questo atteggiamento allungò sicuramente la guerra di liberazione dall'invasore nipponico e, complice il disinteresse di Stalin che invece aveva con Chiang Kai Scheck un rapporto cordiale, impresse al comunismo cinese prima uno spirito autonomistico di cui avrebbe dato prova negli anni seguenti alla conquista del potere, e poi una capacità organizzativa che avrebbe, dopo l'epica impresa della lunga marcia, fatto la differenza rispetto al campo nazionalista.
Dopo la fase dei primi anni '40, dove si riuscì a dar luogo ad uno sforzo comune per battere i giapponesi, la lotta per l'egemonia nazionale doveva riprendere e volgere velocemente a vantaggio della fazione comunista.


Immagine da wikipedia

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giovedì 24 settembre 2009, posted by roberto.bonuglia at 09:48
Orson Welles fu un ragazzo prodigio: caricaturista a 6 anni, a 8 anni conferenziere e autore di una storia universale del teatro, poi pittore e violinista; a 14 anni vincitore di un premio di recitazione, regista e direttore della filodrammatica della Todd High School di Woodstock. L’appellativo di enfant terrible gli è rimasto "per sempre" e lo ha spinto a impegnarsi continuamente in qualcosa di nuovo e di sensazionale: «E' naturale che io sia andato sempre peggiorando», ha detto, «sono partito dalla cima e non potevo far altro che scendere».

Come attore professionista debuttò a 15 anni, a Dublino, nella parte del duca in «Suss l’ebreo» e fece parte prima della compagnia del teatro «Gates» poi di quella dell’«Abbey». Scadutogli il permesso di soggiorno, tornò in America e a 18 anni, grazie all’aiuto del commediografo Thornton Wilder, entrò nella compagnia di Katherine Cornell, una delle maggiori attrici drammatiche dell’epoca. Recitò a Broadway, partecipò alla fondazione del «Mercury Theatre», sempre attivissimo come attore, organizzatore di spettacoli, regista, con un repertorio vastissimo che andava da Marlowe, a Shakespeare a Shaw. Il 25 dicembre 1934 sposò una compagna di lavoro, Virginia Nicholson, diciottenne, appartenente a una ricca famiglia di Chicago. L’anno dopo nacque una bambina, Christopher, alla quale i genitori diedero questo nome maschile perché aspettavano un maschio (!). Da come era partito si capiva che non fu un matrimonio bene assortito e...infatti finì cinque anni dopo con un divorzio.

Intanto Welles era diventato uno degli uomini più famosi degli Stati Uniti. La clamorosa affermazione la ottenne nel 1938 seminando il panico fra i radioascoltatori con una versione troppo realistica della «Guerra dei mondi» di H. G. Wells: i marziani stavano invadendo gli Stati Uniti, esercito, aviazione e marina non riuscivano a respingerli, il radiocronista, colpito dal raggio della morte, spirava rantolando davanti al microfono. Tra gli ascoltatori ci furono episodi di terrore, persino qualche suicidio, le chiese si riempirono di fedeli in preghiera. «Orson Welles atterrisce l’America» scrivevano il giorno dopo tutti i quotidiani. La RKO, approfittando della straordinaria pubblicità che Orson si era creata, gli offrì un contratto. Welles accettò, a condizione che per quel primo film gli lasciassero la più completa libertà: egli ne sarebbe stato interprete, produttore, sceneggiatore e regista.

Abbandonata l’idea di portare sullo schermo un soggetto tratto da un romanzo di Conrad, scrisse lui stesso il copione, «Citizen Kane» (Quarto potere), la storia di un magnate della stampa in cui era facile individuare William R. Hearst, padrone della più grande catena di giornali degli Stati Uniti. Realizzato con tecnica arditissima, pieno di impeto drammatico, il film fu un successo non effimero. In un referendum fra critici di tutto il mondo, «Quarto potere» è stato incluso fra i 12 migliori film di ogni tempo. Non fu, tuttavia, un grande successo commerciale. La guerra era alle porte e i mercati europei erano perduti. Welles girò un film di propaganda bellica, «Terrore sul mar Nero», non privo tuttavia di toni ironici e di trovate sorprendenti. Nel 1942 diede il suo secondo capolavoro «L’orgoglio degli Amberson», di cui aveva curato la produzione, la sceneggiatura e la regia, senza apparirvi come attore. Era la storia di una famiglia in una città di provincia del Sud americano, all’inizio del secolo: fu un altro insuccesso commerciale e la casa produttrice tolse a Welles ogni credito.

Il regista, che aveva già girato 30.000 metri di pellicola di un trittico dedicato al Brasile e al Messico, con brani documentari alla Flaherthy (che figurava al suo fianco come sceneggiatore), lasciò incompiuto il suo lavoro e si mise a recitare in mediocri film altrui, come «La porta proibita», tratto dal romanzo «Jane Eyre», e «Paloma nera». Nel 1943 (si era parlato nel frattempo di un suo fidanzamento con Dolores del Rio) Welles sposò invece un'altra bella donna: Rita Hayworth. La coppia fu subito soprannominata «la bella e la mente». Nel 1944 nacque una bambina, Rebecca (nella foto accanto), ma, come già ai tempi del primo matrimonio di Orson, si cominciava a parlare di incompatibilità fra i due coniugi: «Tutti gli amici di mio marito», diceva Rita, «mi guardano come se fossi una stupida». Nel 1946 fu offerta a Welles una nuova occasione di cimentarsi come regista e interprete con un film di suspense, «Lo straniero», che narrava la caccia a un criminale nazista rifugiatosi negli Stati Uniti. In sede di montaggio il film venne massacrato perché giudicato troppo intellettualistico. Dopo un paio d’anni di silenzio Welles realizzò quello che è probabilmente il suo film più sconcertante, «La signora di Shangai», interprete femminile Rita Hayworth: fu un saggio curioso di virtuosismo tecnico, derivato dalle esperienze dell’espressionismo tedesco. L’insuccesso del film affrettò il divorzio con Rita, dalla quale Orson si separò nel novembre del 1947.

In seguito, come regista, girò alcune riduzioni cinematografiche di famosi testi teatrali come «Macbeth» e «Otello» nel cui impianto obbligato seppe immettere il suo gusto bizzarro, con originali soluzioni cinematografiche. Girò anche «Rapporto confidenziale», un esempio brillante di thriller, che però non si distaccava molto dalla media del genere. In uno degli ultimi film che portano la sua firma, «L’infernale Quinlan», (1957), Welles tratteggiava il personaggio del poliziotto corrotto. Trasferitosi in Europa, sposò nel 1958 la contessina italiana Paola Mori di Girfalco che gli ha dato una figlia, Beatrice. Continuava intanto a interpretare ogni genere di film: dal polpettone storico («Cagliostro») alla fantascienza "di cartapesta" («Mondo perduto») accettando anche ruoli brevissimi, come l’apparizione in «Moby Dick » di John Huston, nelle vesti di un barbuto predicatore: le sue interpretazioni rimanevano sempre colorite, versatili, divertenti.

Anche quando la sua attività cinematografica era meno intensa, Welles continuava a dedicare il suo tempo alle più svariate forme di spettacolo: nel 1953 ideò il libretto, le scene e i costumi del balletto «The Lady in the Ice», di Roland Petit; nel 1955 mise in scena a Londra una riduzione teatrale rivoluzionaria del «Moby Dick» di Melville; l’anno dopo, a New York fu il regista di «Re Lear». Negli anni ‘60 tornò alle scene come regista e attore shakespeariano e infine portò sulle scene «I rinoceronti», interpretato da Laurence Olivier. Nel 1962 Welles ha diretto un film ispirato a Kafka, e «Il processo», dove ancora una volta la tecnica strabiliante e una atmosfera attentamente ricostruita erano al servizio dell’abituale versatilità mistificatoria. Un'altra "fatica" degna di nota è stata il «Falstaff»... un Falstaff sanguigno, straordinariamente moderno, ricco di umori sarcastici e geniali.

I fflm che Orson Welles ha cercato di realizzare senza riuscirci, sono probabilmente assai più numerosi di quelli che ha effettivamente diretto. Non passava mese senza che venisse annunciato un suo progetto, che rimaneva non di rado solo allo stato di idea. «Per girare un film», ha detto, «non bastano il copione e gli attori, ci vuole anche la predisposizione. La regia è come la poesia, i versi non possono uscire a comando, Bisogna aspettare l’ispirazione». Del resto anche i film che ha realizzati sono stati quasi tutti arbitrariamente manomessi, tagliati, modificati in sede di montaggio dalle case produttrici, senza il suo consenso. É un po’ il destino che toccò a un altro enfant terrible dello schermo, Eric von Stroheim, al quale Welles è stato paragonato per le sue provocatorie bizzarrie.

Orson Welles, la moglie Paola e la figlia Beatrice hanno abitato in una villa di campagna nei dintorni di Madrid: «Amo la Spagna», disse Welles, «perché i miei amici abitano qui e sono gente che non parla mai di cinema». Tuttavia si spostava spesso per recarsi in Francia, in Italia e in Svizzera, da vero cosmopolita che parla le lingue di tutti questi Paesi abbastanza bene per mettere a suo agio la gente che incontra.

Gossip Cinematografico

Origini: è nato a Kenosha, nel Wisconsin il 6 maggio 1915. La madre, Beatrice Ives, si interessava di politica ed era una pianista di discreta fama. Morì quando Orson aveva 8 anni.

Opinioni:
«Fare un film è un mistero affascinante. Sembra quasi che la macchina da presa si formi dei pareri suoi, che certi attori le piacciano e altri no. Quando la macchina da presa si innamora di un attore, ecco che questo diventa una stella dello schermo: Spencer Tracy, Gary Cooper, James Dean, Marlene Dietrich, Marilyn Monroe non erano necessariamente grandi attori, ma grandi stelle. Non è nemmeno una questione di incassi dei loro film: Gianni e Pinotto incassavano miliardi, Buster Keaton no. Ma chi era la vera stella?».

Abitudini: beveva molto e non si curava del peso, raggiunse anche i 120 chili. Fumava ogni giorno 15 sigari da 1.200 lire l’uno. Era appassionato di corride e di musica folkloristica. Leggeva molto: storia, memorie, filosofia, antropologia. Vestiva come gli capitava e per questo figurò a lungo... in un elenco dei "10 uomini meno eleganti del mondo".




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lunedì 21 settembre 2009, posted by giovanni.larosa at 08:00
La fortuna del ricco commerciante tessile Isaia Levi, ha permesso di far giungere fino a noi degli oggetti d’arte, con un marchio che rappresenta lo stile italiano nel mondo.
Ricorre il 90° anniversario della “Aurora”, nome quanto mai adatto a esprimere le speranze e i sentimenti del popolo Italiano, ancora oggi la primaria azienda nazionale nel settore.

Era il 1919 e nasceva a Torino, nella sede storica in Via della Basilica 9, la Fabbrica Italiana di Penne a Serbatoio “Aurora, mentre l’Italia era percorsa da una fase di rivolte, che fu denominata “il biennio rosso”.
Tra la fine del 1918 e l’estate del 1920 il movimento operaio sorretto dai socialisti, tra cui il sindacalista Fiom Bruno Buozzi, diede corso a un imponente periodo di agitazioni che gli consentì di migliorare i livelli retributivi; fra l’altro si ottenne la riduzione dell’orario alle “otto ore giornaliere a parità di salario”.
«Fare come in Russia!» divenne la parola d’ordine, indicando lo stato bolscevico russo come un modello da seguire, però, questa fu l’epoca in cui i prezzi continuavano ad aumentare oltre il 30% annuo.
Il caro viveri si faceva avanti ed anche il mondo agrario insisteva sul programma della “socializzazione delle terre”, supportato dalle leghe rosse comuniste e dalle leghe bianche d’estrazione cattolica, a favore della mezzadria e della piccola proprietà contadina; tanto che tra l’estate e l’autunno del 1919 ci fu l’occupazione delle terre incolte da parte dei contadini poveri ed ex combattenti della Grandeguerra.
Ma una parte notevole dell’opinione pubblica, specie del Nord dove si erano avuti i maggiori scontri del biennio rosso, iniziò a spostarsi a destra.

Il primo brevetto di penna a serbatoio si ebbe nel 1884 negli Stati Uniti, dall’interessato Lewis Edison Waterman e la legenda vuole, che al fine di far firmare con una certa urgenza dei contratti assicurativi ai suoi clienti, con uno strumento che non comportasse sgradite sorprese, quali: un’eccessiva fuoriuscita di inchiostro sulla carta o un’uscita incontrollata di inchiostro, tale da macchiare le mani e i vestiti, depositò il modello, formato da un cilindretto scanalato su cui poggiava il pennino, che permetteva un regolare afflusso dell’inchiostro e una scrittura fluida.

All’inizio degli Anni Venti, la Aurora mostrò da subito le sue capacità progettuali e di realizzazione di strumenti di scrittura di pregio, da potersi utilizzare in qualsiasi momento. Da un originale fine artigianato, nacquero le prime penne stilografiche a serbatoio in Italia, risultato dell'evoluzione tecnologica, iniziata nel XVII secolo; frutto di attenzione, buon gusto, tecnica e utilizzo di materiali preziosi, che riuscirono a essere distribuite nei principali centri urbani, anche per l’organizzazione di una fitta rete di vendita che Levi riuscì a creare, amplificata da accattivanti manifesti pubblicitari.

L’avvento della dittatura, inoltre, favorì la produzione e la commercializzazione all’interno del territorio, grazie anche alla differenza di prezzo con la concorrenza americana, dovuta all’assenza del pagamento del dazio, sofferto invece dalle merci straniere. Era la prima fase del Fascismo, la cosiddetta “fase liberistica”.
Per cercare di analizzare meglio l’epoca del dopoguerra, che fu sicuramente dettata da un eccessivo intervento della burocrazia pubblica, è possibile leggere quanto propose l’economista Umberto Ricci, che non si richiudeva semplicisticamente nel “laissez faire”. Egli, infatti, fu perfettamente consapevole che specie in periodo di guerra, il libero mercato possa essere incapace di realizzare le più elementari esigenze di giustizia sociale e di sussistenza dei ceti meno abbienti. Una qualche forma d’intervento pubblico era riconosciuta dunque necessaria. Al riguardo, Ricci suggerì che successivamente lo Stato facesse organizzare la propria manovra da “uomini esperti” e da “organizzazioni economiche”, già operanti nel settore privato dell’economia. Proprio in questa logica, Ricci suggerì altresì, un metodo di razionamento dei beni di prima necessità, non più basato esclusivamente sui comandi e sui provvedimenti amministrativi della burocrazia pubblica, ma su un sistema di prezzi multipli, da realizzare anche tramite il mercato.

Il quadriennio 1922 – 1925, all’interno del Ventennio fascista, fu il periodo in cui nel settore industriale si conseguirono i maggiori incrementi in termini di profitti, d’investimenti, di produzione, di occupazione.
La disciplina di fabbrica[1] aveva assunto un’organizzazione di tipo gerarchico-militare e la mano d’opera era scrupolosamente tenuta sotto osservazione, al fine di rendere maggiormente nell’arco delle ore lavorative, cui erano sottoposti gli operai, di cui facevano parte anche i minori, negli opifici nazionali. Del resto l’azione propulsiva avviata da Frederick Winslow Taylor, che prendeva le radici dalla sua monografia del 1911, The principles of scientific management, in cui, tra l’altro, Taylor aveva proposto di identificare per ogni mansione da svolgere, un lavoratore adatto al raggiungimento degli obiettivi prefissati, avviando uno sviluppo industriale tale che in questo quadriennio vedeva la FIAT a un apice di livello europeo.

In questo periodo la Aurora produsse le prime penne pubblicitarie, in particolar modo creando personalizzazioni appunto, per la FIAT; già nel 1926 fu presente, solo a Milano, con 55 punti vendita che comprendevano cartolerie, oreficerie per i prodotti laminati, officine grafiche e grandi magazzini come “La Rinascente”.
Furono i Patti lateranensi del febbraio 1929 a essere sottoscritti proprio con una penna Aurora.
Negli Anni Trenta, Aurora in Italia era sinonimo di penna stilografica con la “P” maiuscola.

Dopo la distruzione della sede storica a causa dei bombardamenti del 1943, Aurora trasferì il proprio stabilimento alle porte nord della città di Torino, nei pressi dell'Abbadia di Stura, un’abbazia benedettina medievale.
La Aurora 88, disegnata da Marcello Nizzoli nel 1946, si propose come valida antagonista della Parker e con lo slogan "bella e fedele", nei primi cinque anni vendette più di un milione di pezzi. Fu la penna della rinascita italiana, moderna, affidabile, grande.


Oggi parlare di Aurora 88, significa riportare alla mente gli anni che furono, sino a giungere agli anni del famoso “miracolo economico”, anche se il declino delle penne stilografiche era stato segnato a causa dell’invenzione avvenuta durante la Seconda guerra mondiale e all’arrivo massiccio sul mercato delle penne ancora usate ai giorni nostri, le penne biro.

[1] Per maggiori approfondimenti cfr. Germano Maifreda, La disciplina del lavoro. Operai, macchine e fabbriche nella storia italiana, Bruno Mondadori, Milano 2007.

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sabato 12 settembre 2009, posted by khayyamsblog@gmail.com at 12:45
di Fabio Pierangeli

1978: rapimento e esecuzione di Moro, 1982, agguato e uccisione del generale Dalla Chiesa. Anni cruciali della storia italiana, sul cui sfondo tragico si situa, nel 1981, la Conversazione in una stanza chiusa, ovvero la lunga intervista-colloquio di Davide Lajolo con Leonardo Sciascia, edita da Sperling & Kupfer.

A vent’anni esatti dalla morte dello scrittore siciliano, il dialogo viene opportunamente riproposto dalla romana Edilet, aprendo una nuova collana Argonauti, diretta dallo scrittore Paolo Di Paolo. L’impegno politico, umano, sociale dei due scrittori, solidali su un fondale di valori comuni, vi trova una espressione autentica, insieme alla diversità di carattere e di comunicazione, del tutto evidente nell’incalzare a volte dilagante delle domande e l’asciuttezza composta, sofferta, delle risposte, in linea con la ricerca stilistica della narrativa dei due dialoganti: scopertamente autobiografica quella di Lajolo, man mano più filtrata, con l’eccezione di quel libro atipico quanto unico e straordinario capolavoro che è L’affaire Moro del 1978, quella di Sciascia, con risposte probabilmente a “tavolino”, alcune delle quali riprese da altre interviste, in particolare quella alla Padovani, La Sicilia come metafora, Mondadori, 1979.

In modo differente, i due scrittori e pensatori rappresentano la migliore tradizione della “terra” italiana, da Nord e da Sud, prima della scomparsa delle lucciole:

L. Puoi spiegare esattamente il significato di “conservatore per essere rivoluzionario”?
S. Il reazionario vuol conservare il peggio. Il conservatore il meglio. E’ soltanto conservando il meglio del passato che si può guardare al futuro e andare avanti. Moravia, parlando di Dostoevskij, dice che la differenza tra il rivoluzionario e il terrorista sta nella priorità che il rivoluzionario dà alla coscienza rispetto all’azione; mentre nel terrorista è il contrario. Ecco, io darei al termine coscienza anche il valore del meglio del passato, del meglio che si vuol conservare. La coscienza, in effetti, non è che il meglio del passato.
L. Tu sei provocatore o pensatore stimolante?
S. Non provocatore per vocazione: non nascondo quello che penso. Semplicemente. Posso anche aggiungere: candidamente».

Bisogna battersi continuamente per una società più giusta, nonostante le sconfitte «scegliendo le armi adatte volta per volta» afferma Lajolo e Sciascia «Fare bene il proprio lavoro. Essere se stessi. Non accettare verità rivelate o fabbricate. Non vedo altra condotta, per me, e altra speranza».

E ancora: «Lajolo - Questa conversazione non può servire a ricordare a noi stessi che uno scrittore non deve mai dimenticarsi di essere uomo e di operare tra milioni di altri uomini nella loro individualità e nelle loro forme di unione per rendere la vita vivibile? Sciascia - Soprattutto. Penso a un’espressione spagnola: vivir desviviendo. Uno scrittore vive, purtroppo, disvivendo (la vita o la si vive o la si scrive, diceva Pirandello). Che almeno aiuti gli altri a viverla.

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mercoledì 9 settembre 2009, posted by roberto.bonuglia at 13:14

E’ indubbio il fascino che la cronaca nera esercita sul grande pubblico. I “fattacci” - tanto per dirla alla Cerami – sempre più spesso diventano o finiscono per ispirare documentari, serie TV, film, romanzi, spettacoli teatrali e persino mostre ed eventi culturali di grande successo.

Ma «il morboso interesse dei lettori per il mostruoso e il proibito» non è una nuova tendenza. Nel nostro paese, infatti, la moda europea dei “misteri” fu importata dalla Francia nel XIX secolo. Allora uno dei precursori di questo genere fu Eugene Sue che pubblicò – come si faceva all’epoca, in “appendice” sui quotidiani dell’epoca – i suoi racconti in cui “svelava” i Mysteres de Paris suscitando grande curiosità tra i lettori che leggevano con attenzione le “sue” storie. In Italia il genere faticò un po’, all’inizio, a trovare degli appassionati ma grazie a Francesco Mastriani anche in Italia si iniziò a leggere e seguire le storie fatte di ombre e misteri, di miserie e delitti che anche nella Penisola non mancavano certo.

Molti di questi racconti, infatti, muovevano da episodi di cronaca nera, da omicidi, truffe, traffici di persone e cose che si consumavano nei quartieri più popolari delle città italiane (Napoli su tutte, ma anche Torino, Roma, Milano …) come confermano gli scritti di Paolo Valera, Antonio Bresciani, Carolina Invernizio, Abele De Blasio, passando tra l’altro, anche per Giuseppe Garibaldi. Tutti questi racconti d’appendice intessuti di delitti e misteri sono stati abilmente e pazientemente raccolti da Riccardo Reim – scrittore ma anche regista e attore – nel bel volume Il cuore oscuro dell’Ottocento edito da Avagliano Editore.

Si possono quindi sfogliare queste 372 pagine per avere un’idea di quel mondo che nella seconda metà dell’ottocento iniziò ad appassionare molti dei lettori di quotidiani che per l’appunto in appendice o in terza pagina, nei fulleiton dell’epoca. La curatissima antologia di Reim propone oggi, ai tempi di Romanzo Criminale, un mosaico affascinante di articoli, racconti e resoconti dei fatti di nera ottocentesca che cronologicamente vanno dal 1839 al 1914.

Originale e stimolante la classificazione proposta al lettore che distingue «l’orrifico repertorio kitsch di un’Italia incredibile» in categorie assolutamente in linea con i contenuti delineati da autori oggi pressoché sconosciuti ai più. I racconti sono infatti classificati secondo i seguenti criteri: Luoghi e ritrovi; Tipi straordinari; Oneste e disoneste, angeli e maliarde, sedotte e seduttrici; Il clero; Il brigantaggio; Associazioni e sette segrete; La plebe, il popolo, la folla; Delitti, superstizioni e fattacci; Impossibili peccati, impossibili misteri. Si rivela così al lettore una galleria di inverosimili storie e particolarissimi personaggi che raccontano un’altra Italia, «paese frutto di un “cuore oscuro” e di una cattiva coscienza» che si stenta a credere sia davvero esistita. E che con questi fatti di nera ottocentesca rivela che grandi città come Napoli, Firenze e Milano – grazie ai racconti di Francesco Mastriani, Carlo Lorenzini e Alessandro Sauli – all’ombra delle loro miserie ottocentesche abbiano avuto da sempre i propri «misteri» e che (ieri come oggi) i fatti di nera, per quanto possano apparire perversi, inverosimili ed efferati, hanno sempre, in realtà, fatto parte della nostra quotidianità e, di conseguenza, della nostra natura.

E’ infine d’obbligo segnalare la bella e documentata introduzione all’antologia firmata da Reim che presenta al lettore non solo i racconti selezionati ma “il clima” in cui molti dei racconti seleziona ti sono stati scritti e molti dei fatti rievocati sono stati vissuti: un percorso a tappe ricco di segnalazioni bibliografiche, di notizie biografiche sugli autori d’appendice spesso e volentieri snobbati dai loro contemporanei e dimenticati dai posteri (destino comune ai blogger del terzo millennio? NdR) ma che con le loro pagine hanno fotografato la loro epoca con un realismo verace e genuino che oggi, a 100 anni di distanza, la cronaca in diretta e la fiction mediatica paiono aver definitivamente ucciso.

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martedì 8 settembre 2009, posted by roberto.bonuglia at 08:37
Il viaggio di Corrado Stajano parte dagli Anni Cinquanta. Quegli anni, cioè, in cui scemarono in fretta «i fervori della liberazione, la voglia di riscatto del tempo perduto negli anni del fascismo che aveva isolato l’Italia dalla cultura europea». In questo contesto Milano ci appare nei ricordi documentati dello scrittore come una città «dolorante, semidistrutta dai bombardamenti», nella quale «per interi isolati si cammina ancora sulle macerie». Una Milano dove allora Stajano era studente di Giurisprudenza: una facoltà d’eccellenza, tra le migliori d’Italia con docenti di assoluto prestigio ‒ Costantino Bresciani Turroni, Ezio Vanoni, Francesco Messineo, Renato Treves ‒ e che solo qualche anno più tardi sarebbe stata palcoscenico di fatti del tutto estranei alla sua naturale «destinazione d’uso». L’uccisione di Guido Galli, giudice istruttore del Tribunale di Milano, tra gli altri, è solo uno degli esempi di questa situazione che Stajano decide di rievocare nelle pagine de La città degli untori. Un lavoro originale che muove verso la «ricerca dell’anima e del cuore di una metropoli» in cui “tanta storia passò”.

La vicenda personale del giudice Galli ‒ impegnato in un’indagine destinata a mostrare un’identità di Milano fino allora sconosciuta all’opinione pubblica ‒ si intreccia con la storia italiana di una stagione tra le più tristi della Prima repubblica: quella originatasi con la strage di Piazza Fontana. In quegli anni, infatti, molte vicende e non pochi personaggi dell’«Italia che fu» si svolsero e vissero la «loro storia» proprio nel capoluogo lombardo. L’autunno caldo, la contestazione studentesca, lo stragismo, la crisi economica e quella politica dopo gli anni e le speranze suscitate dal boom economico si vivono a Milano con una intensità decisamente maggiore rispetto a molte altre realtà della Penisola. D’altra parte all’ombra della «bella Madunina» il miracolo economico parve trasformare la città nella «capitale dei soldi che si moltiplicavano gioiosamente»: ogni anno arrivavano 100.000 emigranti in cerca di lavoro, i più dal Sud e dal Veneto, oltre che dalla Bassa padana. Come ricorda giustamente l’Autore, fu allora che «cambia la vita per milioni di persone».

Ma dopo il miracolo italiano degli anni Cinquanta e Sessanta Milano si scopre diversa: «Non più la capitale morale dell’apologia, ma la città dove la corruzione si è stesa come una rete da pesca messa ad asciugare al sole e dove i protagonisti sono spesso gli stessi di quel tempo di euforia collettiva». Michele Sindona, Roberto Calvi, Giorgio Ambrosoli e Guido Galli sono infatti in tal senso figure di rilievo poste su opposte barricate ‒ tra loro diversissime ‒ che vivono e segnano la storia economico-finanziaria di un’epoca. Un periodo durante il quale mentre nei “corridoi” si vivono i prodromi di questa nuova partita tra l’illegalità e la legalità, tra l’affarismo e la questione morale ed etica, in piazza le tute bianche e le tute blu sono protagoniste «nel cuore della città, degli scontri con la polizia, degli scioperi a gatto selvaggio, delle manifestazioni del sabato pomeriggio, del disordine […] e spaventano la società borghese, punteggiando un tempo aspro».

Questo lo sfondo ‒ fluido e pieno di contraddizioni ‒ in cui esplode fragorosa la bomba nell’agenzia della Banca Nazionale dell’Agricoltura, a Piazza Fontana. Così quel boato sordo ma imponente ferisce la città in modo indelebile, segnandola indelebilmente nell’orgoglio, nella paura, nella pietà che provocarono «quelle bare insanguinate di uomini, donne e ragazzi innocenti». Stajano ricorda il giorno piovosamente sottile di quel funerale collettivo come il «momento più alto della città di Milano» che blindò di silenzio rispettoso e partecipativo una Piazza Duomo gremita di 500.000 persone che proprio come i caduti di quella ingiusta disgrazia potevano essere in quella banca, in quel giorno, a quell’ora.

Dopo il 12 dicembre 1969 la storia italiana non sarà più la stessa. Da quel giorno Milano non sarà più la stessa. E il racconto di Stajano, maestro inarrivabile nella prosa documentaria ‒ come già aveva dato prova con L’Italia nichilista (1982) e con Un eroe borghese (1991) ‒ ripercorre tutti i momenti di una storia fatta di intrighi, depistaggi, colpi di scena, omicidi e terrorismo. Ma non solo. Anche la storia del lavoro svolto dal giudice Galli viene resa dall’Autore ancora più avvincente di quanto, per la verità, non sia già stata nella realtà: nella retrospettiva realizzata dal giornalista cremonese, infatti, traspaiono istantanee di storia milanese ricche di dotte citazioni che vanno da Alessandro Manzoni a Cesare Beccaria, da Carlo Emilio Gadda e Indro Montanelli, da Guido Piovene a Pietro Verri.

E così, il racconto de La città degli untori viene impreziosito di perle di storia moderna che dalla Colonna Infame di manzoniana memoria passa per la peste del ‘600 rivelando al lettore una Milano davvero inedita. Una città i cui ciottoli sono stati calpestati da non pochi stranieri: «gli spagnoli di Carlo V, i francesi di Napoleone, gli austriaci del feldmaresciallo Radetzky, i tedeschi di Kesselring, gli americani del generale Mark Clark». Una città che val davvero la pena di conoscere nell'omaggio di uno dei nostri più grandi saggisti di oggi.

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venerdì 4 settembre 2009, posted by khayyamsblog@gmail.com at 14:37
brano tratto da kurdish info, traduzione di Fabio Testasecca
Note sulla prima parte della road map proposta da Ocalan
Tolga Korkut -31.08.2009-

Nella sua Road map Ocalan ha dichiarato che sia la Turchia che il Kurdistan sono la patria dei turchi così come dei kurdi, riferendosi al Kurdistan come ad un concetto storico. Egli intravede una soluzione soltanto se i kurdi potranno esprimere e praticare la loro cultura senza subire sanzioni.
Abdullah Ocalan, l’imprigionato leader del PKK, ha composto una Road map di 160 pagine di ciò che lui crede potrà essere la soluzione alla questione kurda. Incontratosi questa settimana coi suoi avvocati giunti all’isola carcere di Imrali, ha consegnato all'amministrazione penitenziaria un ulteriore documento di 600 pagine sulla “Democratizzazione delle culture dell’Asia centrale”

Secondo le note degli avvocati*, diffuse dall’agenzia stampa Firat (ANF), Ocalan chiede al Primo ministro Recep Tayip Erdogan di ritirare un paio di minacce. Egli afferma che da quando gli USA hanno tolto il loro sostegno al Partito del movimento nazionale (MHP), questo partito si è opposto ad un processo di “iniziativa democratica”. Ocalan vede una soluzione alla questione kurda nella democratizzazione della Turchia. Egli rivendica la libertà di espressione e il diritto all’utilizzo della propria cultura per tutti i gruppi culturali presenti e dovrebbe essere anche garantito il diritto alla fruibilità dei network.

Inoltre egli rivendica il diritto ad una costituzione democratica. Il concetto di “Forze di difesa popolare” sono state al centro di un dibattito articolato, Ocalan ha lanciato, a tal proposito, la proposta di una forza di polizia municipale al posto di un esercito all’interno dell’esercito.

Di seguito presentiamo una serie di questioni annotate dagli avvocati
durante l’incontro:

La lingua kurda: essi dichiarano il rispetto per il multiculturalismo ma la lingua ufficiale dello stato è il turco. Quindi quale sarebbe la lingua di 20 milioni di persone che vivono nel paese? Questo 20 milioni di persone non è composto da animali. Come puoi migliorare l’utilizzo della tua lingua se non la puoi praticare, se non la puoi insegnare, se non la puoi diffondere, ogni giorno, attraverso giornali, radio o televisioni, se non la puoi utilizzare come mezzo di educazione? Come può sopravvivere questa lingua? Le culture crescono con la loro lingua.
Una lingua ha bisogno di una certa organizzazione. Nel contesto di diritti individuali e collettivi questa è una discriminazione gratuita che non possiamo accettare. E’ una situazione assurda; significa che riconosciamo l’individuo ma non la collettività. Non c’è individualità senza comunità. L’individuo esiste soltanto all’interno di una comunità. Questo è ciò che vogliono i kurdi. La lingua dei kurdi deve essere libera. Abbiamo bisogno di libertà per organizzare le culture.
Ciò è valido anche per le altre culture.

La questione kurda non potrà essere risolta senza una costituzione democratica: per una soluzione della questione kurda, questi debbono essere in grado di esprimersi con una fraseologia democratico-universale. E’ inoltre necessaria una costituzione democratica. Per una soluzione di questa questione abbiamo bisogno di una mentalità democratica, di un dibattito democratico, una crescita democratica, politiche democratiche, una organizzazione democratica ed una costituzione democratica. Senza una costituzione democratica la questione non potrà essere risolta.

Turchia e Kurdistan patrie comuni: i kurdi sarebbero d’accordo nel considerare Turchia e Kurdistan come loro patrie comuni. Anche i turchi potrebbero riconoscere sia la Turchia che il Kurdistan come loro patria comune. Il termine Kurdistan non è stato creato da me. Non lo utilizzo. È stato introdotto da Seljuk Sultan Sencer. È un concetto storico utilizzato già dai sultano ottomani nelle loro corrispondenze. La forma di governo attuale deve essere, comunque, la democrazia. È ora di abbinare la repubblica alla democrazia.

I problemi debbono essere risolti con la democratizzazione della Turchia: affrontiamo problemi nella democratizzazione della Turchia a tutto campo. Questi problemi debbono essere risolti con tutti i mezzi. Per risolvere i problemi attuali dobbiamo essere consci delle motivazioni storiche, delle prospettive e del passato. I problemi di oggi hanno radici nel passato. La soluzione risiede nella possibilità per il popolo kurdo di poter esprimersi liberamente nella propria cultura.

La road map non separa ma unisce: questa road map non è solo per i kurdi. Essa è altresì importante per il processo di democratizzazione in Turchia e nel Medio oriente. La road map è democrazia, unisce e completa. Non è affatto un elemento di divisione come invece ha affermato il MHP. Al contrario è un dovere per il popolo kurdo, per quello turco e per la democrazia turca. Io ho preparato una road map di 160 pagine ed ho, inoltre, scritto altre 600 pagine sulla “Democratizzazione delle culture del Medio Oriente”. Questo fa un totale di 760 pagine. Ho consegnato tutto all’amministrazione penitenziaria. La mia volontà è quella di condurre una vita onorevole e di essere la voce della verità per il bene del popolo. Nessuno mi potrà impedire di dire la verità. Sono e sarò sempre molto chiaro su questo.

Autodifesa non significa la creazione di un esercito nell’esercito: la mia idea di autodifesa è stata interpretata male dalla stampa. Non ho mai suggerito la creazione di un esercito nell’esercito, tanto meno ho richiesto la formazione di un esercito parallelo. Ci sono 200000 compagnie private di sicurezza in Turchia. Quello che suggerisco è la formazione di una sorta di polizia municipale eletta dagli abitanti dei distretti interessati. Nelle aree rurali questa potrà essere una specie di milizia eletta dal popolo. Il sistema di sicurezza sarebbe così garantito da un certo numero di persone accreditate. Ci sono 86000 poliziotti di villaggio che non garantiscono affatto la sicurezza. Il sistema della polizia di villaggio è un sistema sbagliato. Questo sistema non funziona e dovrà essere sostituito da quello che ho appena indicato. È una questione con la quale in futuro bisognerà confrontarsi. Non la considero prioritaria ora ma è una questione comunque essenziale alla quale bisognerà arrivare. La sicurezza non può essere garantita dalla polizia di villaggio.

*quando Ocalan si incontra coi suoi avvocati, a questi non è permesso di produrre alcun testo o alcuna registrazione. Gli avvocati sono stati autorizzati ad appuntarsi queste note. Senza poterle portare subito via con loro. Sono state consegnate all’amministrazione penitenziaria che le ha restituite loro dopo tre mesi.

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giovedì 3 settembre 2009, posted by roberto.bonuglia at 13:40
La polemica montante negli ultimi giorni sul “killeraggio mediatico” ha reso ancor più originale e interessante la lettura dell’ultimo lavoro di George Saunders, Il megafono spento. Cronache da un mondo troppo rumoroso. Poco più di 200 pagine nelle quali troviamo due resoconti di viaggio – dal Nepal e dalla «nuova Mecca» di Dubai –, un’inchiesta sull’emigrazione clandestina messicana, un’analisi – di assoluta attualità che calza a pennello al caso italiano… – sulle ronde organizzatesi spontaneamente, la lettura analitica del racconto The School di Donald Barthelme e un saggio breve sulle Avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain.

Insomma, un frullato misto ma ben assortito di articoli e saggi, di suggestioni e riflessioni tra loro diversissime ma tutte unite da un sottile filo rosso fatto di raffinata intelligenza, di attenta capacità d’indagine scritte con uno stile davvero gradevole. Inoltre, negli articoli di Saunders – editi stavolta da Minimum Fax –, fa sempre da sfondo una sana e gioiosa ironia che accompagna il lettore dalla prima all’ultima pagina strappando sorrisi e, al contempo, favorendo riflessioni.

Una lista di ingredienti che dovrebbero essere sempre presenti nella “dispensa” di un buon giornalista anche se, in realtà, dalle nostre parti per “cucinare” un articolo da prima pagina si è soliti usare ben altro: superficialità, malafede e astio. Il tutto “condito” con una buona dose di interesse – del giornalista – che facilita la tendenza a politicizzare – ormai regolarmente e senza esclusione di colpi – gossip, informazioni, veline ed eventi culturali trasformando il “quarto potere” in una triste “arena” dove sfidarsi a colpi di penna in difesa delle proprie beghe di palazzo e soprattutto di cortile (vecchia tendenza italiana quella agli orti oricellari…).

Il risultato? L’importante e diremo nobile compito dell’informazione – nata e concepita per favorire l’evoluzione nei cittadini del vichiano senso comune” in moderno “senso civico” – viene così quotidianamente sminuito da giornalisti che, per sopravvivenza, subordinano il loro lavoro alla necessità di guadagno, pronti a sacrificare i principi morali – obiettività, neutralità, indipendenza, etc. – alla base della propria mission per «restare nel giro». E proprio ne L’uomo col megafono – il saggio che apre e, in un certo senso, dà il titolo al volume –, Saunders si sofferma su una tendenza preoccupante dell’informazione occidentale, quella a «megafonizzare ogni cosa: il contenuto ha sempre meno importanza, mentre la massima cura viene ricolta all’intensità della comunicazione». In altre parole, insomma, si educano non più cittadini attenti capaci di scegliere secondo coscienza e sostanza bensì consumatori senza personalità pronti a subire una quotidianità che si consuma secondo regole scritte da altri.

E così l’informazione, il dibattito politico e la promozione culturale passano sempre più spesso per questo «megafono» che diffonde «messaggi urlati, semplificati, unilaterali, che abbassano gli standard della comunicazione e tarpano programmaticamente le possibilità di analisi critica». Saunders descrive minuziosamente il megafono in questione e lo immagina con due manopole: «una regola l’Intelligenza della sua retorica e l’altra il Volume». Ma l’autore ci descrive anche come questo megafono dovrebbe funzionare e come, invece, viene realmente usato: «In teoria, l’Intelligenza andrebbe su Alto, e il Volume su basso, per poter trasmettere e far ascoltare voci diverse e contrapposte. Ma nel momento in cui l’Intelligenza è su Stupido e il Volume su Soffoca Tutti gli Altri, rasentiamo la propaganda, e abbiamo un problema, uno di quelli che nuocciono direttamente alla salute della nostra democrazia».

Un’immagine sulla quale è inutile aggiungere altro se non il consiglio di riflettere. Ed un’ultima avvertenza: ricordiamoci che da noi il megafono lo usano tutti, senza distinzioni. Purtroppo.

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