domenica 30 agosto 2009, posted by roberto.bonuglia at 12:38
A dire il vero avevamo già apprezzato, nei mesi scorsi, dal catalogo della milanese Sugarco, il volume di Emanuela Marinelli La Sindone. Analisi di un mistero (febbraio 2009) e quello di Marco Tangheroni Cristianità, modernità rivoluzione (maggio 2009) di cui forse diremo in futuro e che certo consigliamo ai lettori del Khayyam’s Blog. Nel caso specifico, però, quello che oggi segnaliamo è un libro scritto a quattro mani da Mario Polia e da Gianluca Marletta che insieme hanno realizzato un lavoro egregio su un argomento certo non semplice come il titolo conferma: Apocalisse. La fine dei tempi nelle religioni.

L’Apocalisse è proprio come si legge nell’introduzione del libro «un termine che, da solo, basta ad evocare timori ed inquietudini» d’altra parte, l’iconografia tradizionale ha da sempre creato e perpetuato un’immagine molto particolare degli “ultimi tempi” che ha finito per sovrapporsi e coincidere con quella del “giudizio universale” e della scelta “tra giusti ed empi”, ma anche dell’ultimo atto della lotta tra il “male” e il “bene”.

E’ dunque molto sorprendente leggere che in realtà il significato greco della parola «Apocalisse» (dal greco apo-kalýpten = «tirar fuori ciò che è nascosto, ossia rivelare, o meglio svelare») sembrerebbe al contrario «evocare immagini luminose di liberazione e di grazia, di verità finalmente attingibili, di segreti non più nascosti». Si manifesta perciò come gli autori sottolineano fin dalle prime pagine, una sorta di “dualismo” insito nella dimensione del sacro «dove il mysterium fascinans – la fascinazione verso il Totalmente Altro, molla irresistibile che muove l’anima verso il cammino spirituale – si sposa al mysterium tremendum, al “timore e tremore” di biblica memoria, che irrimediabilmente accompagna ogni manifestazione di una realtà per noi trascendente e illimitata».

E questo è un passaggio di fondamentale importanza nella riflessione teologica sul significato dell’Apocalisse. Prima di tutto perché rivela ed è all’origine del «fascino tremendo di un mito universale» senza tempo e senza spazi e, poi, in seconda battuta perché questo sentimento non si è mai estinto con la modernità e la post-modernita ma è piuttosto sopravvissuto in molte, quasi tutte, le culture occidentali e non solo, in molte, quasi tutte, le religione, in primis quelle “rivelate”.

E il viaggio compiuto «toccando i 4 angoli del globo» da Polia e Marletta dimostra proprio questa dimensione comune delle religioni: ebraismo, cristianesimo e islamismo, ma anche le tradizioni greca, romana, celtica, iranica e latino-americana, tutte sensibili al mito apocalittico che non rappresenta affatto «un aspetto secondario nelle rispettive tradizioni religiose, perché gettare una luce sugli eventi della fine significa, in ultima analisi, poter comprendere il senso stesso del multiforme fluire della storia».

Fermo restando infatti l’assoluto interesse della seconda parte del volume che sui occupa proprio della «fine e rinnovamento del mondo nelle tradizioni precristiane» scandagliando ad esempio i miti alla base della dottrina indiana dei cicli cosmici, quella azteca e le altre prima ricordate, è la riflessione e l’indagine sulle religioni monoteiste quella che riserva i risultati più sorprendenti.

L’analisi degli autori infatti rivela che «tra le tre religioni monoteistiche esistono elementi di somiglianza notevolissimi che le distinguono da tutte le altre tradizioni spirituali dell’umanità». E così si evidenziano le similitudini esistenti tra l’avvento del “Giorno del Signore” nella tradizione ebraica, la battaglia finale e il ritorno di cristo in quella cristiana e i Segni Minori e Maggiori dell’Ora la cui attesa caratterizza la tradizione islamica. L’escatologia dei tre monoteismi infatti si rivela secondo uno schema comune che risente ovviamente della radice abramitica comune: «la decadenza spirituale dell’umanità – l’esilio di Dio – la perversione dell’umanità ultima e le “doglie” della fine, la battaglia finale – Armagheddon – tra i figli della luce e i figli delle tenebre; la restaurazione finale con l’arrivo del redentore tanto atteso e il Giudizio divino».

Immagini e argomenti, questi, di indubbio fascino che il volume – unico nel suo genere in Italia – ha l’indubbio merito di offrire al lettore con una semplicità di linguaggio che non scade mai nella divulgazione semplicistica. Una lettura, dunque, che si rivela ricca di stimoli – note, riferimenti bibliografici e bibliografia finale sono realmente particolarmente curate – per chi voglia conoscere più approfonditamente un tema da noi colpevolmente trascurato e lasciato troppo spesso in balia di romanzieri alla Dan Brown – che amano giocare pericolosamente con la storia e la religione dei popoli – e registi in cerca di autore inclini ad una cinematografia d’effetto spettacolare quanto superficiale.

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venerdì 28 agosto 2009, posted by Sara Bilotti at 13:27
L’acronimo «Ḥamās» apparve per la prima volta a Gaza nel 1987 in un volantino che accusava i servizi segreti israeliani di «minare la fibra morale dei giovani palestinesi per poterli reclutare come collaborazionisti». L’uso della forza da parte di Hamas risale invece alla Prima Intifada, quando l’azione del gruppo si contraddistinse avviando una serie di «azioni punitive contro i collaborazionisti» progredendo poi verso obiettivi militari israeliani ed, infine, con attentati terroristici che prendevano di mira i civili.

Ancora oggi non c’è accordo sul vero significato del termine «Hamas»: secondo alcuni è l’acronimo delle parole arabe Harakat al-Mukawama al-Islamiyya (Movimento di resistenza islamica), secondo altri, invece, «Hamas» significa «ardore», «fervore». Quello che il libro di Paola CaridiHamas. Che cos’è e cosa vuole il movimento radicale palestinese, (Feltrinelli, 2009) – ha il merito di mettere in evidenza è che, soprattutto, Hamas «è una storia che nasce nei campi profughi dei palestinesi in fuga dal 1948, dai loro figli e i loro nipoti». D’altra parte e non a caso lo scopo dichiarato di Hamas è sempre stata la creazione di uno Stato palestinese fondato sui principi islamici e geograficamente compreso tra il fiume Giordano e il Mediterraneo.

La vicenda di Hamas è comunque la si voglia guardare certamente affascinante tanto che la Caridi nelle prime pagine del suo lavoro propone al lettore un vero e proprio “prologo emotivo” durante il quale ricorda che questa storia «parte dai Fratelli Musulmani ed è una storia che, per certi versi, nasce dalle ceneri di un’altra guerra combattuta da Israele, quella nel Libano del 1982». All’ombra dei muri sgretolati che diventavano sassi lanciati contro i soldati israeliani fu allora che molti ragazzi islamici decisero di «uscire dalle Moschee» e di «entrare nella resistenza».

In quegli anni l’Olp perse molto del suo fascino tra i giovani e Hamas iniziò ad avere sempre più successo. Da allora Hamas è divisa in due sezioni: quella più propriamente politica e quella militare, le brigate Ezzedin al Qassam, che hanno lo scopo di porre in atto la Jihad, la lotta armata (che comprende anche gli atti terroristici contro i militari e i civili israeliani). La sezione politica è rappresentata da un Comitato politico composto da 12-14 membri che vivono non solo in Palestina ma anche all’estero. Accanto ad essi c’è poi una vera e propria «rete sociale» alla quale è affidato il compito di gestire scuole, asili e ambulatori. I finanziamenti che rendono possibile lo svolgimento di questi importanti programmi di previdenza sociale e di istruzione provengono dai Paesi arabi e dalle collette degli islamici di tutto il mondo (si parla di circa 100 milioni di dollari). E’ proprio questa attività che ha contribuito a far crescere in modo esponenziale la popolarità di Hamas “tra la gente” dalla Prima alla Seconda Intifada, dai sassi lanciati in Libano alla vittoria elettorale del 2006.

Il merito maggiore del volume è quello di ripercorrere queste tappe in modo diretto, coinvolgendo in modo diretto il lettore e utilizzando voci, impressioni e testimonianze che sono state pazientemente raccolte da una giornalista come la Caridi che dal 2001 vive in Medio Oriente conoscendo bene fatti vicende e personaggi di una terra così suggestiva. E il 2001 è una data spartiacque: dall’11 settembre molti si sono chiesti se e quali rapporti legassero Hamas con Al Qaeda. Ma riguardo al terrorismo internazionale, Hamas ha sempre preso le distanze dall’organizzazione di Bin Laden: un’importante personalità di Hamas, Muhammad Hassan Abu Tir ha rassicurato più volte l’Occidente e tutti gli altri Paesi precisando: «L’Occidente non ha nulla da temere da Hamas. Non forzeremo la volontà di nessuno. Non vogliamo imporre la sharîa. Hamas è moderato. Per Hamas l’unico problema da affrontare è l’occupazione israeliana. Noi non siamo Al Qaeda».

E il lavoro della Caridi ha proprio il merito di far comprendere questa importante differenza.

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giovedì 27 agosto 2009, posted by roberto.bonuglia at 13:03
Può la Cina essere spiegata da un filosofo e da un architetto? Possono, cioè, due studiosi di discipline così diverse aiutare il lettore a «comprendere ciò che accade in Cina in questo momento, dopo le riforme economiche degli anni Ottanta, nell’epoca dell’esplosione urbana?».

Il tentativo – non certo semplice ma di sicuro suggestivo – è stato compiuto con successo da Jean-Paul Dollé e Philippe Jonathan: filosofo e scrittore il primo, architetto e urbanista il secondo. Quelle di Dollé e Jonathan sono infatti le due voci della Conversazione sulla Cina tra un filosofo e un architetto, edita dalla milanese ObarraO Edizioni nella suggestiva collana Occidente_Oriente.

Il dialogo tra i due francesi inizia senza preamboli ed entra subito nel vivo anche grazie al fatto che entrambi, da più di vent’anni, si interessano delle vicende dell'Impero celeste, convinti che, prima o poi, «la Cina avrebbe portato al mondo qualche cose di nuovo». Dollé, ad esempio, per sua stessa ammissione, studia la Cina da quando scoppiò il contrasto tra il Partito comunista sovietico e quello cinese: erano i tempi della Lettera in 25 punti. Jonathan è alla pari da sempre affascinato da un paese «alle prese con un progetto ambizioso di rivoluzione delle disuguaglianze» e per molti anni fu l’unico europeo ad abitare nell’Università Tsinghua.

Entrambi, quindi, possono sfoggiare un curriculum - biografico oltre che accademico - di tutto rispetto avendo il merito di parlare di un paese che non solo hanno visitato ma che hanno anche e soprattutto “vissuto” in tempi non sospetti. E considerando che oggi la maggior parte di coloro che parlano di Cina – o si fanno passare per «esperti di cose cinesi» – non hanno mai messo piede in Estremo Oriente, è evidente quanto la Conversazione sia interessante e originale.

Nel libro, infatti, la recente storia cinese viene rivissuta da Jonathan attraverso le grandi e significative (quasi mai casuali) trasformazioni urbane che da Piazza Tian An Men passano per la realizzazione del mausoleo di Mao dopo la morte nel 1976 del Grande timoniere fino al sorgere della cupola ellittica del Teatro dell’Opera della Cina progettata alla fine degli anni Novanta da Paul Andreu. Tutto ciò viene considerato non solo come un insieme di cambiamenti architettonici ma soprattutto di novità simboliche che si consumano all’ombra di una ben più epocale trasformazione socio-economica. Di essa l’architetto centra davvero bene la portata storica: l’urbanizzazione della popolazione cinese che, «rurale per il 75% all’inizio del 1980, sarà urbana per il 70% nel 2015 o nel 2020». Un cambiamento epocale che in Europa si è manifestato e realizzato in 50 anni e che in Cina “rischia” di completarsi in un solo ventennio.

Dollé a suo modo accompagna le riflessioni di Jonathan in modo meno “empirico”, come è giusto che faccia, per l’appunto, un filosofo. E il suo contributo si rivela proprio per questo complementare all’altro in quanto aiuta a contestualizzare le grandi trasformazioni – passate e future e già prese in considerazione da Jonathan – alla luce di una braudeliana concezione cinese del tempo che implica «periodi di lunga durata e contemporaneamente bruschi cambiamenti d’epoca» originando così una storia «che sembra immobile a forza di essere immutabile e ripetitiva, interrotta quando l’occasione si presenta e il nuovo imperatore demiurgo l’afferra».

Un storia, dunque, che appare unica e aperta a cambiamenti radicali e inaspettati che vale la pena di leggere e rileggere approfittando della voce narrante di due interlocutori così preparati e così originali.

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, posted by David.Rettura at 02:21
Rubo la frase del titolo a Padre Gemelli, che la usò in relazione alla scomparsa di Cesare Lombroso un secolo orsono perché mi sembra la più adatta a condensare le impressioni suscitate dalla morete di Ted Kennedy.

Il Senatore, che l'anno passato favorì l'incoronazione di Obama a candidato Democratico quando i giochi per il senatore dell'Illinois sembravano tutt'altro che fatti, pur avendo svolto per molti anni un egregio lavoro al Senato costruendosi nel tempo una fama bipartisan di politico avveduto, mai però aveva rinnegato le radici Liberal dell'apostolato politico che, insieme a tanti fattori anche meno nobili, aveva fatto della sua famiglia uno dei Clan politici più influenti degli USA e quasi il simbolo di una nobiltà che pur nella agiatezza faceva perno su grandezza d'animo e determinazione.

Cattolici ed irlandesi di origine con legami talvolta controversi con la terra dei padri, i Kennedy trovarono, dopo un periodo di tragedie assolute come le morti di John e Robert e di drammi dai risvolti da farsa come l'incidente di Ted che costò la vita ad una ragazza ed alle sue ambizioni presidenziali, in Ted stesso il nocchiero che doveva portarli nel tranquillo porto della rispettabilità morale e politica.

Ma ebbe a rimanere sempre anche il simbolo di un epoca, quella di Camelot e dei sogni ribelli degli anni '60, che pure il fratello Robert non rappresentava ne pretendeva di rappresentare pienamente, e tanto meno intendeva farlo John, nonchè di una visione e di un approccio politico del partito democratico incentrato su una scla di valori spesso elitista e non privo di venature snob, il cui ultimo rappresentante elettorale, coi risultati che ricordiamo, è stato John Kerry.

Oggi, pur commosso dalla dipartita di Ted, il partito democratico di Obama come di John Edwards, di Al Gore, della signora Clinton come di Andrew Cuomo è modulato, come ha ricordato anche Sergio Romano in un Obituary su Rai News 24, sul filone Roosveltian - clintoniano di un assoluto pragmatismo e di una maggiore attenzione per i temi ecomomici e sociali così assillanti nella procella della crisi.

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mercoledì 26 agosto 2009, posted by antonella zatti at 12:23
Nella Repubblica di Corea si sta svolgendo in questi giorni il piu’ grande raduno di giovani che abbia mai avuto luogo, sui problemi e le prospettive concernenti il cambiamento climatico. L'obiettivo è quello di chiedere alle nazioni del "seal the deal" di firmare un nuovo accordo, alla conferenza delle Nazioni Unite in programma nel prossimo dicembre a Copenhagen, per ridurre le emissioni di gas che causano l’effetto serra.

Piu’ di ottocento giovani provenienti da oltre cento paesi si sono riuniti in un incontro della durata di una settimana (17-23 Agosto), che ha avuto luogo nella citta’ di Daejeon, per far valere il proprio diritto ad un futuro con basse emissioni di gas serra, eco-compatibile e in un ambiente sostenibile. Nel frattempo, infatti, tra poco piu’ di cento giorni nella citta’ di Copenhagen, le nazioni dovrebbero chiudere i negoziati sul trattato che andra’ a sostituire il Protocollo di Kyoto, il cui primo periodo di impegno finisce nel 2012.

Achim Steiner, Direttore Esecutivo dell’ Environment Programme delle Nazioni Unite (UNEP), ha descritto questa Tunza International Children and Youth Conference a Daejeon come un raduno della generazione che erediterà i risultati delle decisioni prese a partire da dicembre. I tre miliardi di bambini e giovani nel mondo, ha detto, vedranno nel corso delle loro vite i ghiacciai dell’Hymalaya sciogliersi o resistere, i livelli del mare rimanere stabili o alzarsi, il Rio delle Amazzoni sopravvivere o prosciugarsi. Grazie alle tecnologie piu’avanzate centinaia di altri giovani avranno la possibilita’ di partecipare all’incontro di Daejeon per manifestare il proprio consenso al messaggio da mandare a tutti i leader del mondo; inoltre verra’ lanciato un social network per i giovani – my.uniteforclimate.org.

I partecipanti alla conferenza sono stati selezionati tra migliaia di richieste pervenute, prendendo in considerazione i migliori risultati ottenuti nei loro rispettivi paesi nel campo ambientale, illustrando i passi compiuti dalla prossima generazione per affrontare la grave minaccia del riscaldamento globale. I progetti hanno incluso la distribuzione di centinaia di lampadine a basso consumo in Nepal, un’iniziativa di car-sharing a Samoa, l’introduzione del riciclo in Sierra Leone e una campagna per pulire i fiumi in Russia.

Secondo un funzionario delle Nazioni Unite, il primo giro di negoziati verso il patto di Copenhagen che si e’ concluso il 14 agosto ha raggiunto solo un “successo parziale”. Con soltanto due conferenze ancora in programma , in totale 15 giorni , prima dell’incontro di dicembre, Yvo de Boer – Segretario Esecutivo del Framework Convention on Climate Change delle Nazioni Unite (UNFCCC)– ha detto che le negoziazioni dovranno essere piu’ veloci per poter raggiungere un risultato positivo a Copenhagen.

Alcuni progressi sono stati fatti durante l’incontro di Bonn in Germania riguardo il testo da negoziare. Inoltre, i paesi hanno anche discusso su come tradurre le promesse di riduzione delle emissioni fatte dalle nazioni piu’ ricche in obblighi vincolanti da unire all‘accordo di Copenhagen. “I paesi industrializzati devono mostrare una volonta’ maggiore nel concordare su degli obiettivi significativi di riduzione delle emissioni da raggiungere a meta’ del periodo”, ha detto de Boer “Il livello attuale di ambizione puo’ essere aumentato all’interno di ogni paese anche usando la cooperazione internazionale”.

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martedì 25 agosto 2009, posted by antonella zatti at 14:21
Claudio Rendina è uno studioso che si è occupato di molti argomenti suggestivi della storia e della religione italiana. Ha già pubblicato, in tempi non sospetti – o meglio, lontano dalla «Dan Brown Mania» che ha irrimediabilmente pervaso e “corrotto” il mondo librario… – dei veri e propri successi come: I papi. Storia e segreti; Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità del Tevere; Roma giorno per giorno.

Lo scrittore è dunque un osservatore attento della grande storia e degli aspetti meno conosciuti della Capitale che si misura con un tema scottante e molto controverso che, non a caso, viene pubblicato nella collana «Controcorrente» della Newton e Compton. L’argomento del nuovo lavoro di Rendina è ben sintetizzato dal sottotitolo del libro: Duemila anni di intrighi, delitti, lussuria, inganni e mercimonio tra papi, vescovi, sacerdoti e cardinali. E’ La santa casta della Chiesa, dunque quella che l’Autore passa al setaccio partendo dalla vendita delle reliquie all’Obolo di San Pietro passando per i traffici all’ombra delle Crociate, ai profitti derivanti dalla vendita delle indulgenze che provocarono le ire di Martin Lutero, giungendo fino alla storia più recente scritta dai conclavi e dai Patti lateranensi degli anni in cui c’era feeling tra il Regime e la Curia, ma anche dalla gestione «non chiara» delle finanze vaticane negli anni della massoneria e della mafia negli anni Settanta e Ottanta.

La santa casta della Chiesa è arrivata alla quinta edizione (aprile 2009) e molto probabilmente a questa ne seguiranno ancora altre. In effetti, il pregio del volume è quello di raccontare con precisione e dettaglio un insieme davvero poco nobile di commerci e traffici immorali caratterizzanti con certa e preoccupante continuità la storia della Chiesa cattolica andando a colpire non l’immaginario fantastico del lettore – come molti romanzi pseudo-storici hanno fatto e stanno continuando a fare… – bensì, questo va detto, la sua «non conoscenza» dei fatti. E’ una sorta di effetto sorpresa, in altre parole, quello che colpisce chi sfoglia con attenzione il libro di Rendina: pochi, davvero, troveranno narrati fatti e vicende già conosciuti. Ed è una scoperta continua – che dalle pagine più remote della storia arriva fino alla cronaca più recente – quella che fa leggere tutto d’un fiato le circa duecento pagine di ricostruzione storica dei «duemila anni di intrighi, delitti, lussuria, inganni e mercimonio».

Non solo storia, però, ma anche molta cronaca nel libro di Rendina che infatti si spinge oltre i nostri giorni e delinea, attraverso una serie di documenti davvero interessanti, la fisionomia della «santa casta» nel terzo millennio: una sorta di «famiglia patriarcale, costituita dai componenti della Casa pontificia, ovvero dell’antica corte papale, articolata nella Cappella pontificia e nella Famiglia Pontificia, ecclesiastica e laica, secondo quanto prescritto dal motu proprio Pontificalis Domus emesso da Paolo VI il 28 marzo 1968». Una fitta gerenza mondiale che nella seconda parte del volume viene elencata con precisione e dettaglio tanto da rendere il volume una sorta di guida per nomi e cognomi di collegi, congregazioni, sinodi e altre istituzioni vaticane di cui ben pochi, probabilmente, conoscevano l’esistenza: istituzioni collegate più o meno direttamente con la Santa Sede, organizzazioni culturali, mediche, assistenziali che è bene scorrere per rendersi conto del grado di penetrazione nel tessuto socio-economico del Paese che la Chiesa cattolica ancora oggi possiede e difende.

Utili e molto curati infine, in appendice al volume, l’elenco cronologico di papi e antipapi, la Legge fondamentale dello Stato della Città del Vaticano del 26 novembre 2000, quella sulle fonti del diritto nella Città del Vaticano del 1 ottobre 2008, il Bilancio consuntivo consolidato 2007 e l’interessante e agevole glossario della Santa Casta con un’insieme ragionato di termini e istituzioni pontificie che si può consultare con interesse e curiosità anche prima di leggere un libro così particolare destinato, certamente, a far parlare molto di sé.

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mercoledì 19 agosto 2009, posted by David.Rettura at 02:30
Fernanda Pivano, assolutamente la maggior americanista italiana del '900, forse seconda solo a Elio Vittorini, il progenitore dell'americanistica nostrana, è morta il 18 agosto 2009.

Con lei se ne va una delle maggiori testimoni di un epoca e di un mondo, dell'editoria e della cultura, che iniziò ai tempi gloriosi dell'Einaudi per arrivare fino a noi, nell'epoca trascolorata della contemporaneità atemporale di youtube. Discepola di Hemingway e sodale dei beat, raccontò in svariate opere di ricordi ultime delle quali i suoi monumentali Diari l'atmosfera di quella facondissima seconda (o terza?) grande stagione della letteratura americana,ovvero quella rappresentata dal successo, sulle ali del dopoguerra, di un nutrito gruppo di scrittori statunitensi spesso molto diversi tra loro, cui si aggiunsero poi i beat ed i loro successori, tra i quali non si possono dimenticare Don De Lillo e Breat Easton Ellism, "protetto" della Nanda.

Ma non fu solo una affabulatrice, e le sue pagine critiche, dove non c’era solo dell’ottima analisi letteraria, degna e stradegna del suo indimenticabile maestro, Cesare Pavese, ma anche una capacità di leggere la società americana e dunque in prospettiva tutto l’occidente, ahanno avuto e d hanno un significato profondo; la sua prefazione a Sulla Strada, dove illustrava in modo così lucido il mondo beat è oggi imprescindibile per se stessa. La sua disamina del mondo Hippie e della discendenza autenticamente americana delle sue radici, muovendo dall’esperienza sul campo come dalle dichiarate discendenze letterarie che dai beat scendevano ad Anderson e da lui a Saroyan per arrivare a Whitman, a Mark Twain e per certi versi ai trascendentalisti Emerson ed ancor più Thoreau è stata delle più acute e lucide.

Un paese culturalmente asfittico e provinciale come il nostro ha perso molto.

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sabato 1 agosto 2009, posted by roberto.bonuglia at 16:49
Giovanna Tinetti, Simonetta Camandola, Paola Olivieri, Teresa Fiore, Oscar Bianchi, Michele Lanzinger, Monica Mel, Paolo Bollani, Marco Fantini, Veronica Manfredi…

Nomi che non dovrebbero dire molto ha chi legge oggi il Khayyam’s Blog. Nomi di perfetti sconosciuti. Un elenco, questo, che potrebbe essere molto più lungo e, per lo meno, arrivare almeno a 27 casi, divisi per categorie e sottocategorie.

Ma vi invitiamo a ricordarlo questo elenco perché gli sconosciuti rischiano di diventare famosi in prospettiva e se così sarà c’è da esserne felici. Ma non sarà in Italia che la fama li raggiungerà. Perché non si tratta di cantanti di Music Farm o di ballerini di Amici. Si tratta di giovani talenti in fuga dal Bel Paese perché la loro colpa era ed è quella di far bene il proprio lavoro intellettuale, di avere delle reali potenzialità professionali da applicare nel lavoro di tutti i giorni.

Proprio così. L’elenco al quale abbiamo fatto riferimento, infatti, è quello dei giovani italiani che senza alcuna raccomandazione sono stati costretti ad emigrare per trovare una collocazione adeguata e in linea alle proprie capacità ed alle proprie inclinazioni (e obiettivi) di crescita professionale. Sono 27 i casi di cui si compone l’elenco tratto dall’indice de La Fuga dei talenti (un libro, certo, ma anche un blog) di Sergio Nava che, in una mattina plumbea di Bruxelles ha deciso di raccogliere le storie di questi “talenti in cerca di autore” che per esercitare il proprio know how hanno dovuto lasciare senza troppi rimpianti la nostra povera patria per dirla alla Battiato.

Quello proposto da Nava è solo un piccolo campione – ma davvero molto rappresentativo e ben costruito – di quell’esercito di giovani «bravi, capaci, meritevoli, con una marcia in più» che proprio per questo in una “immeritocrazia” come la nostra hanno finito per essere «svalutati, sviliti, rifiutati e messi all’angolo da un Paese che o non offre loro alcun tipo di opportunità, oppure ancora li blocca a un certo punto della loro carriera in una situazione di stallo». Sono, come le definisce felicemente il curatore le “vittime collaterali” della “non meritocrazia” italiana che il giornalista di Radio24 ha avuto il merito di mettere insieme. Sono storie che in molti Paesi europei si stenta a credere verosimili ma che in Italia hanno, invece e purtroppo, il sapore dell’ordinarietà e dell’attualità.

Dai ricercatori ai docenti universitari, dagli artisti al mondo dell’impresa, dagli ingegneri agli architetti, ai medici, ai giornalisti, ai funzionari europei… queste e altre le categorie e gli ambiti professionali dove le storie raccolte da Nava si sono consumate e hanno finito per portare in Germania, in Francia, in Belgio, in America i relativi protagonisti. Emblematico e apprezzabile l’incipit del libro: uno dei dialoghi del capolavoro di Marco Tullio Giordana, La Meglio Gioventù (film la cui vicenda ben si sposa con il filo rosso che lega le storie de La Fuga dei talenti…). E’ la scena in cui il giovane studente di medicina (Luigi Lo Cascio) si sente dire dal barone universitario che lo interroga: «L’Italia è un Paese da distruggere: un posto bello e inutile, destinato a morire» perché da noi «tutto rimane immobile, uguale, in mano ai dinosauri». Il vecchio professore consiglia allora al giovane promettente di andare via, di lasciare «l’Italia finché è in tempo». Nel film di Giordana lo studente Nicola Carati rimane e farà bene nella sua vita riuscendo nella professione scelta. Nella realtà i giovani che hanno raccontato le proprie storie a Nava non hanno fatto la stessa scelta e per questo sono riusciti lo stesso a realizzare i propri sogni.

Sono storie di quell’ordinario declino che il Khayyam’s Blog ha avuto già modo tempo fa di raccontare e documentare – storicamente ed economicamente – quando il dibattito politico-culturale si era occupato di questi aspetti prima di dimenticarli completamente e, ancor peggio, di usarli in modo strumentale. Un declino da cui parte il viaggio di Sergio Nava e nel quale si incontrano, scorrendo le pagine de La fuga dei talenti, le speranze e le delusioni, le difficoltà e le soddisfazioni di un’intera generazione figlia dell’acculturazione di massa ma anche dell’istruzione obbligatoria massificata da cui, con tutti i limiti del caso, sono emerse figure professionali e giovani talenti di tutto rispetto che si sono formati – sgomitando e lottando ogni giorno – nelle decadenti università italiane e sono finiti a prestare servizio nelle aziende e nelle istruzioni di altri paesi europei (e non solo) molto più meritocratici del nostro. Tasselli di un mosaico triste ma realissimo che le pagine di questo libro – che le Edizioni San Paolo hanno avuto il merito di pubblicare – mostrano al lettore in tutta la sua drammatica attualità.

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