A dire il vero avevamo già apprezzato, nei mesi scorsi, dal catalogo della milanese Sugarco, il volume di Emanuela Marinelli La Sindone. Analisi di un mistero (febbraio 2009) e quello di Marco Tangheroni Cristianità, modernità rivoluzione (maggio 2009) di cui forse diremo in futuro e che certo consigliamo ai lettori del Khayyam’s Blog. Nel caso specifico, però, quello che oggi segnaliamo è un libro scritto a quattro mani da Mario Polia e da Gianluca Marletta che insieme hanno realizzato un lavoro egregio su un argomento certo non semplice come il titolo conferma: Apocalisse. La fine dei tempi nelle religioni.L’Apocalisse è proprio come si legge nell’introduzione del libro «un termine che, da solo, basta ad evocare timori ed inquietudini» d’altra parte, l’iconografia tradizionale ha da sempre creato e perpetuato un’immagine molto particolare degli “ultimi tempi” che ha finito per sovrapporsi e coincidere con quella del “giudizio universale” e della scelta “tra giusti ed empi”, ma anche dell’ultimo atto della lotta tra il “male” e il “bene”.

E’ dunque molto sorprendente leggere che in realtà il significato greco della parola «Apocalisse» (dal greco apo-kalýpten = «tirar fuori ciò che è nascosto, ossia rivelare, o meglio svelare») sembrerebbe al contrario «evocare immagini luminose di liberazione e di grazia, di verità finalmente attingibili, di segreti non più nascosti». Si manifesta perciò come gli autori sottolineano fin dalle prime pagine, una sorta di “dualismo” insito nella dimensione del sacro «dove il mysterium fascinans – la fascinazione verso il Totalmente Altro, molla irresistibile che muove l’anima verso il cammino spirituale
– si sposa al mysterium tremendum, al “timore e tremore” di biblica memoria, che irrimediabilmente accompagna ogni manifestazione di una realtà per noi trascendente e illimitata».E questo è un passaggio di fondamentale importanza nella riflessione teologica sul significato dell’Apocalisse. Prima di tutto perché rivela ed è all’origine del «fascino tremendo di un mito universale» senza tempo e senza spazi e, poi, in seconda battuta perché questo sentimento non si è mai estinto con la modernità e la post-modernita ma è piuttosto sopravvissuto in molte, quasi tutte, le culture occidentali e non solo, in molte, quasi tutte, le religione, in primis quelle “rivelate”.
E il viaggio compiuto «toccando i 4 angoli del globo» da Polia e Marletta dimostra proprio questa dimensione comune delle religioni: ebraismo, cristianesimo e islamismo, ma anche le tradizioni greca, romana, celtica, iranica e latino-
americana, tutte sensibili al mito apocalittico che non rappresenta affatto «un aspetto secondario nelle rispettive tradizioni religiose, perché gettare una luce sugli eventi della fine significa, in ultima analisi, poter comprendere il senso stesso del multiforme fluire della storia».Fermo restando infatti l’assoluto interesse della seconda parte del volume che sui occupa proprio della «fine e rinnovamento del mondo nelle tradizioni precristiane» scandagliando ad esempio i miti alla base della dottrina indiana dei cicli cosmici, quella azteca e le altre prima ricordate, è la riflessione e l’indagine sulle religioni monoteiste quella che riserva i risultati più sorprendenti.
L’analisi degli autori infatti rivela che «tra le tre religioni monoteistiche esistono elementi di somiglianza notevolissimi che le distinguono da tutte le altre tradizioni spirituali dell’umanità». E così si evidenziano le similitudini esistenti tra l’avvento del “Giorno del Signore” nella tradizione ebraica, la battaglia finale e il ritorno di cristo in quella cristiana e i Segni Minori e Maggiori dell’Ora la cui attesa caratterizza la tradizione islamica. L’escatologia dei tre monoteismi infatti si rivela secondo uno
schema comune che risente ovviamente della radice abramitica comune: «la decadenza spirituale dell’umanità – l’esilio di Dio – la perversione dell’umanità ultima e le “doglie” della fine, la battaglia finale – Armagheddon – tra i figli della luce e i figli delle tenebre; la restaurazione finale con l’arrivo del redentore tanto atteso e il Giudizio divino».Immagini e argomenti, questi, di indubbio fascino che il volume – unico nel suo genere in Italia – ha l’indubbio merito di offrire al lettore con una semplicità di linguaggio che non scade mai nella divulgazione semplicistica. Una lettura, dunque, che si rivela ricca di stimoli – note, riferimenti bibliografici e bibliografia finale sono realmente particolarmente curate – per chi voglia conoscere più approfonditamente un tema da noi colpevolmente trascurato e lasciato troppo spesso in balia di romanzieri alla Dan Brown – che amano giocare pericolosamente con la storia e la religione dei popoli – e registi in cerca di autore inclini ad una cinematografia d’effetto spettacolare quanto superficiale.
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