giovedì 30 luglio 2009, posted by Sara Bilotti at 01.30
La violenza contro le donne, compreso lo stupro, è un fenomeno di vaste proporzioni in Afghanistan. Lo conferma il nuovo rapporto delle Nazioni Unite, che descrive in dettaglio la vastità del problema in un contesto di impunità e fallimento da parte delle autorità di proteggere i diritti delle donne.

“Questo rapporto fornisce un quadro dettagliato e profondamente sconvolgente della situazione che molte donne Afgane si trovano oggi ad affrontare”, ha dichiarato l’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani Navi Pillay a proposito delle 32 pagine pubblicate congiuntamente dal suo ufficio (OHCHR) e dalla Missione di Assistenza ONU in Afghanistan (UNAMA). “Lo spazio limitato che si è aperto per le donne afgane alla fine del regime talebano nel 2001 è sotto continuo attacco, non solo da parte degli stessi talebani, ma anche a causa di pratiche e costumi culturali profondamente radicati, e – nonostante un significativo miglioramento per quanto riguarda la creazione di una nuova legislazione e di nuove istituzioni – a causa del cronico fallimento del governo su tutti i livelli nel migliorare la protezione dei diritti delle donne in Afghanistan.”

Il rapporto, diffuso qualche giorno fa a Kabul dalle Nazioni Unite e dall’attrice indiana e attivista sociale Shabana Azmi, tocca vari aspetti di questo flagello, inclusi i cosiddetti delitti “d’onore”, lo scambio di donne e fanciulle come forma di risoluzione delle dispute, i traffici e i rapimenti, i matrimoni forzati e in giovane età, e la violenza domestica.

Il contenuto del rapporto si sofferma su due questioni principali: la “ tendenza crescente” della violenza e la minaccia contro le donne nella vita pubblica, e lo stupro e la violenza sessuale.

Le donne afgane che partecipano a quasi tutti i settori della vita pubblica, comprese parlamentari, funzionarie civili e giornaliste, “sono state prese di mira da elementi anti-governativi, da soggetti che detengono il potere religioso, dalle loro stesse famiglie e comunità e in alcuni casi da autorità governative”, afferma il rapporto.

Nonostante la Costituzione afgana imponga una quota pari al 25% di membri di sesso femminile nel parlamento – una delle più alte al mondo – il rapporto constata che “un certo numero di parlamentari donne hanno già indicato che a causa della mancanza di sicurezza e delle minacce di morte che hanno ricevuto ripetutamente, non si candideranno alle prossime elezioni per l’assemblea nazionale che si svolgeranno nel 2010”.

Il rapporto descrive inoltre i numerosi attacchi contro scuole femminili, e contro studentesse – inclusi attacchi con gas e acidi – da parte di “elementi anti-governativi”.

Quando si parla della violenza sessuale, il rapporto afferma che lo stupro è tanto diffuso quanto considerato un tabù, e che è più probabile che siano punite le vittime che i colpevoli. “Solo in pochi casi isolati le istituzioni pubbliche hanno intrapreso azioni appropriate. In numerosi casi, le vittime che cercano aiuto e giustizia sono ulteriormente perseguitate… L’azione del governo contro lo stupro è penosamente inadeguata.”

Il rapporto osserva che nel Codice Penale afgano del 1976 non c’è nessuna esplicita disposizione che consideri lo stupro come un crimine, e un’indagine condotta tra gli stupratori condannati in una delle carceri Afgane dimostra che questi non erano a conoscenza del fatto che lo stupro fosse un reato.

Inoltre, la polizia e gli ufficiali giudiziari spesso non sono consapevoli o convinti che lo stupro sia un vero e proprio crimine, dichiara il rapporto, e “investigare su un caso di stupro è raramente una priorità.”

L’Alto Commissario ha sottolineato che il Governo ha il dovere di sradicare queste pratiche, educando la popolazione e dimostrando la volontà e l’impegno nel salvaguardare i diritti di tutte le donne e ragazze afgane.

“Il silenzio che circonda l’ampiamente noto problema della violenza contro le donne e ragazze afgane deve essere rotto”, ha dichiarato Navi Pillay.

Kai Eide, Rappresentante Speciale per l’Afghanistan del Segretario Generale e capo di UNAMA, ha enfatizzato che i leader politici e più in generale tutti i leader, devono affrontare questo problema con maggior vigore e non lasciare che se ne occupino solamente gli attivisti dei diritti umani o le donne.

“Il problema non è solo il fatto che la violenza contro le donne venga condonata. Non lo è,” ha detto Mr. Eide. “Il problema è che la violenza contro le donne non viene contestata o condannata. E ciò ha implicazioni sia per le innumerevoli vittime che per il futuro sviluppo della nazione.”

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sabato 25 luglio 2009, posted by khayyamsblog@gmail.com at 10.28
Quello che oggi proponiamo ai nostri lettori è il secondo post di Mandy Kong, che stavolta, invia da Hong Kong una riflessione molto stimolante nella quale analizza il rapporto "religione-società" vigente nei paesi asiatici di confessione confuciana. Il confucianesimo, infatti, è una religione molto presente e "calata" nella società, con implicazioni dirette e coinvolgenti, per i propri seguaci, sulla vita quotidiana, in primis verso i comportamenti da tenere all’interno della famiglia e del proprio luogo di lavoro. Due ambiti, questi, nei quali sono in atto profondi cambiamenti che pongono anche il confucianesimo di fronte alle sfide di una forse non più rimandabile fase di secolarizzazione [Roberto Bonuglia].


How Confucian work nowadays?
di Mandy Kong

What is the main idea of Confucian? The scholar of Confucian had been introduced 2500 years ago. Confucius, the founder of Confucian, was a thinker and a philosopher. His ideas were widely used in China, even in many Asian countries.

He emphasized the importance of interpersonal relationship and social morality. Everybody has his or her own role in society that we have to behave according to our social status or position. Proper manners are the key manner among people. For instance, children must respect their family and employees need to obey their employers.

Nevertheless, the role of social order is being challenged. Based on government laws, to judge ones’ behaviour is totally based on the reasons and the level of acceptance by the public. The relationship between employers and workers are based on fair treaty. Workers are selling the knowledge or manpower mostly. In the old days, if the king asked you to die, it is your honour to have it; otherwise you had not show a respectful manner to your supervisor. Such idea is not acceptable nowadays, but widely spread in the past. Basically, juniors should obey seniors absolutely. It is a kind of “courtesy”. Chinese has a strong tie among family members. It is an obligation for everyone to respect their parents and ancestors. Because of this, children have heavy burden to look after their parents when they get retired. The situation can be worsened by the developing welfare system in many Asian countries. Children are the entire asset of many families. People are not living for themselves that they are expected to contribute back to some extent.

This triggers a parent-liked management everywhere in China. The same mistakes made by different people can have various effects according to the status they can empower. Who you are is far more important than what you did. Knowledge and profession are no longer important as they may not be accepted by the authority.

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martedì 21 luglio 2009, posted by giovanni.larosa at 08.30


Il 10 luglio scorso, è stato inaugurato il nuovo “Porto di Marina di Ragusa”, un porto definito HUB, cioè a vocazione extraregionale, al quale si riconosce una funzione trainante per l’attrazione dei flussi turistici per l’Isola, considerandolo il porto di approdo dei principali Paesi che si affacciano da questa parte del Mediterraneo. Dopo il suo varo vi hanno ormeggiato circa duecento imbarcazioni, tra le quali anche barche francesi e maltesi.

Era da qualche tempo, infatti, che le varie giunte succedutesi nel Comune di Ragusa, avevano in programma di ampliare il vecchio porticciolo di Marina di Ragusa, al fine di poter offrire ai diportisti nazionali ed esteri, un approdo in un’area che è entrata nel 2000 a far parte del patrimonio dell’umanità dell’UNESCO, per i suoi 18 monumenti di stile barocco e che è stata, inoltre, luogo di scenografia naturale di numerosi film, quali “Divorzio all’italiana” (1961) di Pietro Germi , “Gente di rispetto” (1975) di Luigi Zampa, “Kaos” (1983) dei fratelli Taviani, “L’uomo delle stelle” (1995) di Tornatore per citarne alcuni, nonché della serie del Commissario Montalbano tratta dai racconti di Andrea Camilleri.

Un progetto che risaliva agli Anni Ottanta, quello di ampliare il piccolo porto in località “Scalo trapanese”, lo stesso da dove, per una maggiore esportazione della pietra pece estratta dalle miniere d’asfalto ragusane, che già dalla fine dell’Ottocento era trasportata dai tanti carrettieri per una ventina di chilometri fino alla località “Mazzaréddi”, l’odierna Marina di Ragusa e qui nel piccolo scalo, era imbarcata per essere trasferita al porto di Siracusa per l’esportazione definitiva, perfino in Australia.

Dopo i risultati della valutazione sull’impatto ambientale, avvenuta nel 1999, al Comune di Ragusa furono assegnati i fondi da parte dell’Unione Europea, che assieme all’approvazione del “Piano di sviluppo della nautica da diporto in Sicilia” voluto dalla Regione Siciliana nel 2001, diedero l’impulso per avviare nel 2005 il procedimento a fattispecie progressiva con la vecchia “legge Merloni”, riguardante la gara a licitazione privata sopra soglia comunitaria per la concessione di costruzione e gestione funzionale ed economica del Porto Turistico di Marina di Ragusa, sulla base del progetto posto a base di gara dal Comune di Ragusa, che fu aggiudicata l’11 aprile 2006, al raggruppamento temporaneo d’imprese TECNIS Spa, SIGENCO Spa e SILMAR Srl, per un importo complessivo di 69.667.972,19 di euro, a carico per il 50% di capitali pubblici e privati e per una gestione della durata di sessanta anni.

Il porto turistico è stato realizzato cercando di rispettare l’ambiente circostante, al fine di minimizzarne l’impatto, interagendo direttamente con il centro abitato di Marina di Ragusa, inoltre, per la realizzazione delle parti esterne, dei sedili e per la pavimentazione è stata utilizzata la locale “pietra di Comiso”, tipica pietra adoperata nei secoli passati nell’edilizia locale, che pertanto, ha ben inserito l’opera nel territorio.

Un’opera che ha visto la realizzazione di 850 posti barca e di 500 posti auto, su una superficie di circa 238000 mq., su circa 150000 mq. riferiti allo specchio d’acqua, con aree a verde per circa 15000 mq..

Oggi, è possibile godere di questa struttura, che ha usufruito anche dei suggerimenti del direttore del porto di Punta Ala, porto turistico italiano per eccellenza e sede di ormeggio di Luna Rossa, che dopo 1116 giorni lavorativi ha visto la consegna il 30 aprile 2009, con la costruzione, nella diga e piazzale di ponente, destinati ai servizi al natante, di un capannone officina e rimessaggio; dell’edificio controllo traffico, simbolo del porto per il ricercato stile architettonico, che richiama dei container sovrapposti; del bunkeraggio per l’erogazione del gasolio; di un’elisuperficie; di un’area di attrezzature a servizio del piazzale operativo e della darsena, la cui dotazione prevede un travel lift da 160 ton., un’autogru da 60 ton. e un carrello porta barche da 40 ton.. Nella diga e il piazzale di levante, destinati ai servizi al diportista sono stati realizzati, l’edificio della capitaneria di porto; un ristorante; un club nautico; una stazione marittima, in cui trovano collocazione spazi destinati alle forze dell’ordine, alla protezione civile ed ai vigili del fuoco ed il bastione panoramico, che al suo interno contiene degli esercizi commerciali; infine, la passeggiata di levante che è stata ricavata nella berma sommitale della diga di levante, offre la veduta del lungomare e delle abitazioni di Marina di Ragusa. Non da ultimo lo stile italiano è emerso nella realizzazione della spettacolare illuminazione notturna, che avvolge di blu l’intera area del porto.

Un particolare aspetto di questa realizzazione può essere ricondotto al fatto, che la capogruppo Tecnis Spa di Catania, un’impresa nata negli Anni Novanta, è stata così presentata da Mimmo Costanzo, uno dei titolari che è stato assessore al bilancio con il sindaco Enzo Bianco, in un’intervista rilasciata a “La Sicilia”:

«Un’avventura entusiasmante e divertente anche per aver avuto la possibilità di lavorare per la mia città. Io economista, lui ingegnere: [Concetto Bosco l’altro titolare. Nda] abbiamo messo insieme le nostre diversità. Qualcuno ha parlato di vigore degli ibridi, che in natura sono le più forti perché uniscono il valore delle differenze e sono abituati a sopravvivere negli ambienti più vari».
Un’impresa formata per la maggior parte da giovani che hanno giocato insieme a pallone, che si sono laureati all’Università di Catania e che oggi conta 600 dipendenti, con a capo dei manager che hanno saputo mettere a frutto i loro sforzi, con appalti aggiudicati sia in Italia sia all’estero. Dice ancora Costanzo:

«La nostra forza è il rispetto delle persone e le qualità di chi ci sta accanto. Per noi ogni persona della nostra azienda è un pezzo della nostra famiglia. Significa anche avere l’umiltà di capire che spesso da solo non puoi riuscire a raggiungere certi obiettivi e devi sempre saper che le alleanze vere, fondate sulla fiducia e sul rispetto, rappresentano un valore aggiunto straordinario».
Che ha potuto ottenere i finanziamenti dalle banche, ha spiegato ancora, parchè:

«I ragusani sono gente seria, tanto che siamo riusciti a realizzare il porto in tre anni. Le banche ci hanno supportato perché hanno capito la serietà del progetto e dei richiedenti. Il porto turistico è l’esempio di come pubblico e privato possono mettersi insieme per raggiungere uno scopo».
Segnale che si può realizzare in tempi brevi in un’epoca come questa, anche un’infrastruttura per la nautica da diporto, che al momento è la più grande della Sicilia e una delle più moderne e avanzate in Italia e in Europa, per tecnologie all'avanguardia, parametri di funzionalità, sostenibilità ambientale e impatto estetico e che nel 2007 il cantiere del porto è stato premiato dall'Ance come cantiere modello per la sicurezza; definita, dal direttore marittimo Sicilia Orientale, contrammiraglio Domenico De Michele, che ha rimarcato la valenza di chi ha costruito e bene la struttura, di importanza strategica per il territorio.

Un’opera che si colloca in un’area balneare che ha ricevuto la "bandiera blu", di cui da quest'anno si fregiano le spiagge di Marina di Ragusa e che sventolerà per la prima volta all'ingresso del nuovo porto dello Scalo trapanese, come assegnata da Corrado Monaca, presidente della Fee. Un’opera portuale che concorrerà al premio internazionale “Jack Nichol Marina Design Award”.

In questo particolare momento di recessione economica, i lavori pubblici e ancor di più il project financing che gli enti locali avranno cura di mettere a gara per investire sul proprio territorio, possono considerarsi un segnale di interessamento verso la propria collettività e verso il mercato del lavoro, attualmente in sofferenza.

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lunedì 20 luglio 2009, posted by roberto.bonuglia at 10.06
L'applicazione degli strumenti di cui si serve la teoria economica nell'indagine conoscitiva sullo sviluppo storico-sociale del Cristianesimo rappresenta l'assoluta novità del lavoro di Robert B. Ekelund jr, Robert F. Hébert e Robert D. Tollison, Il mercato del Cristianesimo, tradotto - a due anni di distanza dalla sua edizione originale - in italiano da Marco Cupellaro per l'Egea (Università Bocconi Editore).

Nello studio dei tre economisti, infatti, per la prima volta, la "teoria economica" viene messa al servizio dell'evoluzione del Cristianesimo, avvenuta non solo "approfondendo la dottrina, ma anche in funzione della domanda di fedeli/consumatori, della società nel suo insieme, della cultura del tempo". Il momento fondamentale di questo processo è ovviamente il giorno in cui comparvero sul portale della Chiesa di Wittenberg le 95 tesi luterane. Esse sancirono, di fatto, la fine del "monopolio" cattolico originando - all'interno del mondo cristiano - il movimento protestante innestando le basi per la nascita di una nuova forma di "concorrenzialità". Conferma la fondatezza di tale impostazione la risposta del cattolicesimo: la "contro-riforma" altro non fu, in tal senso, che "la continuazione del processo competitivo, fino a includere una definizione di prodotto nella forma di innovazione dottrinaria e organizzativa". Si può dunque affermare che "grazie all'abbassamento del prezzo pieno di offerta dei servizi e all'aumento dei benefici per i credenti dovuto alla riduzione dei costi di transazione, il protestantesimo di Lutero, prima e di Calvino, poi, fu in grado di abbattere quelle barriere all'entrata che erano state erette dalla chiesa cattolica nei secoli precedenti".

Stefano Zamagni, nella bella prefazione al volume ricorda le origini di quella disciplina che va sotto il nome di "economia della religione" - a cui si potrebbe ricondurre il volume dei tre economisti - le cui radici affondano, secondo alcuni, nelle teorie di Adam Smith e che tutti fanno comunque ricondurre al Nobel per l'economia (1992) Gary Becker. Ma, soprattutto, Zamagni fornisce degli utili elementi introduttivi che aiutano ad inquadrare metodologicamente e scientificamente il percorso attuato degli autori del volume. Essi partono infatti dall'assunto che "le preferenze religiose degli individui sono esogene e in quanto tali vanno prese come dato di osservazione". Da questo punto di partenza sviluppano la propria impostazione cercando di "indagare le conseguenze sul benessere, individuale e collettivo, che discendono dal fatto che gli individui che compongono una data società hanno certi profili di preferenze religiose piuttosto che altri". In altre parole, secondo i tre economisti, "le determinanti economiche possono - in certe circostanze - influenzare le scelte tra forme religiose alternative".

Su questa base Ekelund, Hébert e Tollison avviano una riflessione davvero interessante sulle teorie weberiane e sul rapporto da esse rivelato tra l'etica protestante e lo spirito del capitalismo tanto da avviare una sorta di rivisitazione del pensiero di Max Weber. Egli, infatti, secondo i tre autori, in primis considerava il protestantesimo e la sua etica come un fenomeno unico ed omogeneo mentre, in realtà, esso risulta essere "un insieme diviso e frammentato di confessioni, ciascuna con il suo codice di credenze, dottrine e prassi". In secondo luogo, Weber nella sua esposizione tenne conto esclusivamente della "domanda" facendo considerare l'effetto del protestantesimo unicamente come quello di "incidere sulle preferenze degli individui". I tre Autori, invece, considerano oggi "indispensabile" - come rileva lo stesso Zamagni - la considerazione "dei fattori di offerta, e ciò nel senso che la Riforma avrebbe allentato, e non di poco i vincoli del problema economico della scelta [...] riducendo i costi della partecipazione religiosa, inseguito all'abolizione dei pellegrinaggi, alla riduzione dei tempi della preghiera, alla forte diminuzione del clero, alla rinuncia alla costruzione di costose cattedrali, e così via".

In altre parole, il protestantesimo si impose anche perché più in linea con i tempi, più dinamico, più incline a favorire uno sviluppo economico reso possibile, per l'appunto, "dall'ingresso sul mercato di nuove confessioni che offrivano ai consumatori servizi religiosi a costi inferiori a quelli applicati dalla chiesa cattolica": una analisi davvero originale e suggestiva quella spiegata nelle pagine de Il mercato del cristianesimo che pur nella sua inoppugnabile scientificità metodologica (numerosi i grafici e le spiegazioni rigorosamente "economiche") risulta una lettura accessibile ai più, soprattutto a coloro i quali desiderino leggere la nascita e lo sviluppo del protestantesimo in un'ottica decisamente nuova e di assoluto fascino. Non solo economico.

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domenica 19 luglio 2009, posted by roberto.bonuglia at 00.11
La produzione scientifica dell'ultimo Michel Foucault si era orientata, è noto, intorno al "biopotere" scandagliando il rapporto esistente tra diritto e vita nonché prestando attenzione alle dinamiche politico-istituzionali dei modelli di sovranità succedutisi e alternatisi nel corso della Storia. Nella stessa direzione si muoveva già nel 1995 il libro Homo Sacer. Il potere sovrano e la nuda vita. L'autore di quello studio, Giorgio Agamben, aveva prima di allora già dato ampie prove del suo potenziale metodologico e analitico - fino a quel momento messo al servizio dell'analisi estetica e letteraria - in un fruttuoso confronto con Martin Heidegger e Walter Benjamin.

La pubblicazione di quello studio segnò comunque un momento importante, fondamentale, per tutta la ricerca condotta dal filosofo romano: dall'estetica alla politica, infatti, Agamben proseguiva nel decennio successivo la sua analisi dei modi e delle ragioni "per cui il potere è andato assumendo in Occidente la forma di una oikonomia, cioè di un governo degli uomini". Un'indagine, quella del filosofo che traeva spunto proprio dai risultati a cui era pervenuto Foucault nella sua indagine sulla governamentalità cercando al contempo di "comprendere le ragioni interne per cui queste non sono giunte a compimento". E la ricerca di Agamben, nelle pagine del suo Il Regno e la Gloria. Per una genealogia teologica dell'economia e del governo ha trovato una stimolante e fertile prosecuzione tanto che in queste pagine ora riproposte dalla Bollati Boringhieri si possono davvero trovare i risultati più suggestivi di una indagine che si sofferma con attenzione su "l'articolazione fra Regno e Governo" interrogando, come precisa l'Autore nella premessa, "la stessa relazione fra oikonomia e gloria, fra il potere come governo e gestione efficace e il potere come regalità cerimoniale e liturgica, due aspetti [...] curiosamente trascurati tanto dai filosofi della politica che dai politologi".

E questa felice intuizione porta Agamben a riconsiderare gli aspetti cerimoniali liturgici e acclamatori - spesso liquidati come anacronistici residui di un passato lontano - considerandoli nella loro rinnovata importanza rappresentando, a tutt'oggi, la "base" del potere occidentale. Il potere moderno, dunque, non è soltanto "governo" ma anche "gloria" e questa essenza del potere è la stessa da sempre. Ieri come oggi il potere non può fare a meno dei suoi riti cerimoniali che mutano nella forma ma non nella sostanza. Per questo, nel corso dei secoli, si è passati dalle acclamazioni liturgiche ai simboli cerimoniali, dal Trono alla Corona, dalla porpora ai fasci littori ed alle svastiche, fino alla nascita (o alla rinascita...), nel XX secolo, delle democrazie moderne.

Ma anche in questo caso il potere non ha superato la sua esigenza di gloria, l'ha solo modificata, aggiornandola ai nuovi tempi ed alle nuove istanze della società: ecco allora la nuova finzione del consenso che si manifesta nei nuovi media, vero pilastro su cui poggiano tutti i sistemi di potere delle nostre democrazie. In ognuna di esse, infatti, essi svolgono e rivestono un ruolo fondamentale perché "permettono il controllo e il governo dell'opinione pubblica" e, in misura ancora maggiore, "amministrano e dispensano la Gloria, quell'aspetto acclamativo e dossologico del potere che nella modernità sembrava scomparsa".

Nessuna scomparsa, invece, ma solo una trasformazione: non più i sudditi del sovrano, non più i fedeli del trono temporale, non più gli eserciti di massa della Grande Guerra, le oceaniche folle dei riti totalitari dell'Europa della prima metà del Novecento. Ma folle virtuali di ascoltatori, di video-spettatori, di internauti che manifestano il proprio consenso con l'auditel, con i sondaggi, col televoto, con i "clik" del Web 2.0 o i "Mi piace" di Facebook...

Questo cioè che la "società dello spettacolo" ha finito per diventare: "una società in cui il potere nel suo aspetto glorioso diventa indiscernibile dall'oikonomia e dal governo". Questa a grandi linee l'originale e suggestiva intuizione di Agamben che consigliamo davvero di conoscere affrontando questa lettura a tratti impegnativa ma senza dubbio stimolante in ogni suo passaggio e, soprattutto, attualissima. Molto di più di quanto non si possa, ad un primo sguardo, pensare.

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sabato 18 luglio 2009, posted by roberto.bonuglia at 13.28
Giordano Bruno e Giuliano Kremmerz sono i due maestri ai quali Gabriele La Porta ha dedicato il suo ultimo lavoro, il Dizionario dell'inconscio e della magia: più di 600 pagine in cui è possibile trovare notizie, risposte, spiegazioni, indicazioni bibliografiche (felice novità, questa, per un dizionario) su un mondo "parallelo" molto più vicino a noi di quanto non si possa pensare.
Un libro, questo, al quale il direttore di Rai Notte (docente di filosofia antica a Siena) ha lavorato con una precisione metodologica che si rivela in ogni pagina del Dizionario: ogni voce, anche la più sintetica, riporta almeno un'indicazione bibliografica e numerosi sono i richiami alle altre voci correlate che aiutano il lettore a intraprendere, partendo da una suggestione, da una curiosità o semplicemente lasciandosi guidare dal caso, un percorso originale alla scoperta di definizioni e concetti che si leggono uno dopo l'altro con crescente interesse.

Alcune voci del Dizionario sono state redatte da specialisti del settore o comunque studiosi di una profilo o di un personaggio: tra gli altri ricordiamo la voce Giuliano Kremmerz, di cui si è occupato Pier Luca Pierini, quella di Tolkien, redatta da Dario Buzzolan e la voce Jung, scritta da Carla Stroppa. Più di mille, in tutto, le voci citate e apprezzabili in qualità e quantità i riferimenti bibliografici riportati alla fine dell'opera che, come scrive lo stesso La Porta nell'introduzione, "è per gli indagatori del Mistero, della Notte, dell'Inconscio, dei fuoriusciti, dei reietti, dei respinti, degli esclusi, degli estatici, dei visionari, dei ricercatori inesausti, dei pontieri tra la filosofia ermetica e l'analisi del profondo junghiana".

Ma non solo. La Porta ci tiene a sottolineare che a sfogliare il Dizionario siano soprattutto quelle persone che amano e che si lasciano amare: è l'auspicio più nobile e più suggestivo che ci ha colpito positivamente. Allo stesso modo della semplicità con la quale è possibile "passeggiare" idealmente "dall'Abisso allo Zen", passando per l'Arte gotica e la Magia della scrittura, per l'Amore e per la Cabala, per la Legge morale e la Razionalità illusoria. Queste solo alcune delle tappe del nostro personalissimo viaggio nell'Incoscio e nella Magia fatto sfogliando il Dizionario curato da La Porta. Un viaggio, il nostro, che ha assunto, proprio come anticipava la nota di copertina, le fattezze di un "lungo percorso attraverso il mondo dello spirito, nel quale la psicologia del profondo si congiunge alla magia, all'antica sapienza metodologica all'immaginazione creativa".

E l'elemento davvero suggestivo che emerge dalla consultazione del Dizionario è che ogni qualvolta se ne scorrono le pagine alla ricerca di una nozione, anche della più banale, grazie ai rimandi tra le voci correlate, si possono percorrere itinerari di approfondimento tra loro sempre diversi, sempre stimolanti, mai scontati. Senza il rischio, insomma, di tornare sui propri passi ma scoprendo sempre cose nuove per chi, magari, si avvicina per la prima volta a questi argomenti scandagliando "il sapere unitario attorno al mistero dell'interiorità, dell'anima e del suo collegamento con il cosmo e il divino" con un libro che è davvero utile tenere nella propria libreria perché pur nella sua precisione metodologica e scientifica, risulta accessibile ai più. E sarebbe un peccato lasciarsi sfuggire l'opportunità di "vedere un simposio" che, come ricorda a ragion veduta il curatore, ospita "Plotino, Campanella, Giuliano il Grande detto l'Apostata, Giambico, gli gnostici, gli alchimisti, Giuliano Kremmerz e tutti i fedeli d'Amore e, ancora, Giordano Bruno e Ibn Arabi".

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venerdì 17 luglio 2009, posted by roberto.bonuglia at 11.41
Un Gruppo di esperti dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS)di alto livello in materia di immunizzazione ha stabilito che tutti i paesi avranno bisogno del vaccino contro l’influenza A(H1N1), evidenziando che la diffusione della pandemia è inarrestabile.

Solo un mese fa, l’OMS annunciava che l’impatto dell’influenza aveva ufficialmente raggiunto livelli pandemici, alzando pertanto il livello di allarme a 6: la trasmissione del virus "da uomo a uomo" era andata oltre il Nord America, punto di originaria concentrazione. Al 6 luglio si registravano più di 94.500 casi, con 429 decessi.

Il Comitato Consultivo Strategico sull’Immunizzazione (SAGE), riunitosi a Ginevra, ha esaminato la situazione, lo stato della produzione stagionale del vaccino A(H1N1) e la capacità potenziale di produzione dello stesso. “Si considera la pandemia inarrestabile e, dunque, ogni paese dovrà essere in grado di accedere al vaccino”, ha affermato Marie-Paul Kieny, direttore dell’Iniziativa dell’OMS di ricerca del vaccino, a una conferenza stampa a Ginevra.

Gli esperti fanno notare che paesi diversi hanno diverse situazioni epidemiologiche, e per questo devono prendere decisioni in linea con le proprie esigenze, sostiene la Dott.ssa Kieny. Il SAGE ha evidenziato tre obiettivi guida per i paesi che dovranno elaborare una stategia di immunizzazione: ridurre la trasmissione, ridurre la mortalità, proteggere il sistema sanitario.
Tra le varie raccomandazioni, condivise dal direttore generale dell’OMS Margaret Chan, il SAGE ha detto che l’immunizzazione degli operatori sanitari è da considerarsi una priorità. “Questo servirà a mantenere il sistema sanitario efficiente nell’evolversi della pandemia”, afferma il Dott. Kieny.

La priorità va inoltre data a quei gruppi considerati più vulnerabili, come le donne incinte, a elevato rischio di malattia o morte; gli adulti sani sopra i 50 anni di età; i bambini sani, poiché sono “amplificatori” dell’infezione. Il SAGE ha parlato anche del bisogno di assicurare che il nuovo vaccino per l’influenza A(H1N1) rispetti i criteri di sicurezza, e ha ricordato l’importanza di raccogliere dati al riguardo.

Infine, poiché la produzione stagionale del vaccino per l’influenza stagionale del 2009-2010 è quasi completa nell’emisfero nord, gli esperti non hanno ritenuto necessario un passaggio di produzione da vaccino stagionale a vaccino pandemico, ha concluso la Dott.ssa Kieny.

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giovedì 9 luglio 2009, posted by roberto.bonuglia at 17.57
L'America del New Deal rooseveltiano e del capitalismo keynesiano è diventata in poco più di trent'anni il paese di un “turbocapitalismo” «veloce, rapace, privo di limiti, capace di immensi arricchimenti improvvisi, insofferente nei confronti delle regole che piacciono tanto al liberalismo progressista e a tutto l’arcipelago, piuttosto fuori moda, di posizioni politiche chiamato “sinistra”». Oggi gli States sono la vera e propria “madrepatria” di questo modello, recentemente esportato in tutto il mondo. Non solo in quello occidentale ma anche a quello post-sovietico, resosi finalmente permeabile a nuovi assetti economici dopo il crollo del Muro. Tutto questo è stato un fatto casuale? Un frutto dei tempi? Un regalo della «Storia», quella con la esse maiuscola? Da quanto emerge invece dalla lettura del memoriale La Congiura. Il romanzo della crisi ‒ redatto da un economista, un filosofo e un banchiere, tutti e tre statunitensi e ora pubblicato anche in Italia da Aliberti editore ‒ sembra proprio di no. Piuttosto ci troveremmo di fronte al risultato ‒ tenacemente perseguito ‒ di un «Piano» messo a punto da «un complesso di persone di livello sociale e con un quoziente di intelligenza nettamente superiori alla media dell’uomo della strada» identificabile come i Masters of Universe.

Questa, in estrema sintesi, l’«analisi-confessione» del rapporto a sei mani ritrovato nella cella di un carcere di New York: pagine che rivelano l’esistenza di un’elite fatta di intellettuali, economisti, politici, magnati della stampa e della TV, lobbisti e miliardari ‒ non solo americani ‒ che, a partire dagli Anni Settanta, hanno «accuratamente pianificato la prese del potere e la conquista delle istituzioni statunitensi» segnando le istanze di un darwinismo sociale che affondava le proprie radici nelle teorie di Friedrich August von Hayek, “filosofo sociale” viennese della prima metà del XX secolo. «Per soddisfare i bisogni delle persone – sosteneva von Hayek – non esiste nulla di più efficace dell’interesse dei singoli individui»: questa la regola assoluta della Mont Pelerin Society (nella foto), fondata il 10 aprile 1947 da 36 economisti, storici e filosofi per reagire e contrastare «l’eccesso di democrazia» che avrebbe limitato fortemente l’attuazione del «Piano». In altre parole, il mercato, la deregulation, la concorrenza ‒ anche sleale ‒, il lobbismo senza morale, avrebbero finito per rappresentare dei veri e propri fattori limitanti e soprattutto contrastanti «le sgangherate tesi comuniste e socialiste e anticapitaliste in genere» scioltesi, poi, come sappiamo, vent’anni fa col crollo del Muro.

Quell’evento fu «il trionfo assoluto del Piano» perché «da un lato, si spalancò uno sterminato mercato in cui le multinazionali e il capitalismo angloamericano potevano andare a fare agevolmente shopping, per lo più di industrie che erano appartenute al patrimonio pubblico. Bastava mettersi d’accordo con gli “oligarchi” come venivano chiamati i nuovi ricchi russi […] emersi dalle privatizzazioni truffaldine. Gente senza scrupoli o remore di nessun genere, pescicani coi quali diventava facile, in nome del profitto, accordarsi». Il testo di riferimento che guidò questo momento di transizione verso l’attuazione del «Piano» fu La via della schiavitù di quel von Hayek che, pur perdendo inizialmente il confronto con Keynes, era stato poi “rivalutato” come conferma l’assegnazione, nel 1974 del Nobel.

Erano quelli, infatti, gli anni in cui l’elite iniziava a conquistare posizioni di potere grazie a politici molto sensibili alle sue istanze ‒ come Margaret Thatcher o Ronald Wilson Reagan ‒ tanto avviare una «nuova stagione politica e culturale» fondata sulle “4 M” (Money, Media, Marketing, Management). Questi, infatti, i 4 pilastri di riferimento dell’«indottrinamento delle elite dirigenti del Paese (americano, ndr) in precedenza troppo esposte a sentimentalismi e buonismi pericolosamente pericolanti dalla parte dei liberal». Un’operazione complessa, dunque, ma non impossibile, condotta con successo da alcuni think tank: il Cato Institute, l’American Enterprise Institute, la Heritage Foundation e la Hoover Institution.

“Case madri” di un vero e proprio «arcipelago […] popolato da svariati alti “serbatoi di pensiero” […] collocati nelle principali città degli Stati Uniti, da Washington a Seattle, da Los Angeles a New York, da Chicago a San Diego». Un sistema di controllo e persuasione che avrebbe orchestrato La Congiura, efficacemente coadiuvato dalla TV e dai bestseller creati ad hoc, ma soprattutto dalla vera arma segreta del «Piano»: la rivoluzione informatica. A tutto ciò si andavano poi via via ad aggiungere: una costante operazione di lobbying sull’apparato giudiziario e sul sistema legale; l’affermazione pilotata dall’individualismo metodologico nella scienza della politica; l’alleanza con il mondo cristiano integralista; il corteggiamento della massoneria. Insomma, ogni strada che poteva favorire l’attuazione del «Piano» fu imboccata e ogni tentativo venne attuato. Fu un successo senza precedenti che portò a ribaltare alcune impostazioni progressiste in voga negli Anni Settanta e che ha trovato poi una sintesi perfetta e profonda nella teoria del cosiddetto «pensiero unico».

Un approccio alla «cosa pubblica» ben diverso, dunque, dalle enunciazioni e dai principi di libertà, uguaglianza e fratellanza proposti dalla Rivoluzione francese e dal mondo moderno. Un’impostazione, quella dell’elite wasp che aveva come obiettivo principale il denaro e come background economico la teoria monetarista volta a distruggere capillarmente quel Big Government fatto di «apparati mostruosi pieni di gente che non fa nulla, dipendenti pubblici parassitari da mettere in riga, i quali per giustificare lo stipendio che pigliano a sbafo mettono il naso nelle attività degli onesti cittadini che lavorano […] con controlli, divieti e altri obblighi».

Come si evince dalla lettura di questo brano ‒ e di altri ‒ del «romanzo della crisi» è difficile stabilire quanto questo rapporto possa essere attendibile in considerazione anche del suo ritrovamento (così coreografico…). Ma una cosa è certa, nonostante l’eccessiva semplificazione di alcuni processi economici, politici e storici di ben più complessa natura ed evoluzione, il rapporto dell’Agente americano rappresenta una voce fuori dal coro: in tempi di sterile buonismo come questi è bene dunque leggerlo perché, alla fine, non è detto che qualcosa di vero ci sia davvero…

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mercoledì 8 luglio 2009, posted by antonella zatti at 12.19
Dopo la fiacca stagione cinematografica di quest'anno, siamo pronti per l’avvenimento cinematografico dell’autunno. Ci si riferisce all’ultimo film di Giuseppe Tornatore, Baaria. La porta del vento, che forse verrà presentato a Venezia.

Opera commovente, ironica e monumentale di certo susciterà discussioni, critiche ma anche molto entusiasmo. La pellicola è costata ben 25 milioni di euro ed è stata girata nel Mediterraneo italo-tunisino: tra Bagheria e la Tunisia. Altri numeri fanno capire perché già si parla di kolossal: sono state impiegate 20 mila comparse per le scene corali, la troupe era composta da 230 persone, per realizzare tutto il materiale da montare ci sono volute 25 settimane di lavorazione, e Giuseppe Tornatore è ancora chiuso in sala di mixaggio, per ultimare il film. Le Musiche? sono quelle del maestro Ennio Morricone.

Un kolossal, dunque, il più poderoso mai realizzato dall’industria cinematografica italiana, con un set tre volte più grande di quello, già spettacolare, di Gangs of New York di Martin Scorsese. Baaria è l’antico nome di Bagheria, paese d’origine del regista che si trova a una ventina di chilometri da Palermo, immerso tra gli aranci, le antiche ville e i moderni sfasci urbanistici. li film racconta 100 anni di vita italiana attraverso le vicende di una famiglia e in particolare di una coppia di giovani, Mannina e Giuseppe. È la storia del Novecento, con le sue ideologie, le guerre, i fasti, le miserie, i sogni e gli orrori, visti con gli occhi della povera gente di paese, sempre piena di dignità e di coraggio di fronte al mutare frenetico degli eventi. Una sorta di "meglio gioventù" a metà strada tra le sei ore indimenticabili di Marco Tullio Giordana e il Novecento di bertolucciana memoria...

C’è molto del Tornatore privato in Baaria, molto della sua famiglia: «Non pensavo di poterne fare un film, mi sembrava una storia troppo grande e complicata, perfino esagerata» confida agli amici il regista. E invece Medusa ha creduto nel progetto e ha deciso di realizzarlo. A Ben Arous, a 20 km da Tunisi, Tornatore ha ricostruito in maniera maniacalmente perfetta strade, piazze, il corso principale, la cattedrale, i negozi, la banca, il municipio e l’ufficio postale di Bagheria. Ha rifatto tutto pezzo per pezzo, calco per calco, fregio per fregio. Solo la scenografia appare già agli addetti ai lavori un capolavoro incredibile di bravura e di artigianeria del nostro cinema. Ora questa città fantasma si erge nel deserto tunisino come un miraggio, e visitarla provoca una sensazione bellissima e strana, sembra di partecipare a un sognò dell’infanzia, di tornare a un epoca della nostra vita quando tutto appariva più facile, più splendente, più bello, più pulito.

Forse, dopo le vacche magre dell'ultima stagione cinematografica, anche la pellicola di Tornatore ci apparirà come un oasi felice dove ricreare il rapporto col cinema vero, quello che rifugge le peggiori fiction e i cinepanettoni (estivi ed invernali).

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martedì 7 luglio 2009, posted by khayyamsblog@gmail.com at 11.24
di Francesca Santoro

Partendo dalla prima giovinezza in Polonia, in questo originale volume Vito Cirillo disegna un completo e approfondito profilo del leader politico David Ben Gurion, una figura che fu davvero fondamentale per il ritorno del popolo ebraico in Palestina e per l’affermazione dello Stato di Israele. Durante la lettura del libro si ripercorre in modo affascinante la formazione politica e culturale di un Ben Gurion giovanissimo e già fondatore di un’associazione sionista, ottimo conoscitore del Vecchio Testamento e della lingua ebraica.
È in questo periodo, che il futuro leader di Israele sperimenta sulla propria pelle il diffuso antisemitismo (sentimento purtroppo mai domo) che ormai serpeggiava tanto in Russia quanto in Polonia: a Varsavia, infatti, non potrà frequentare alcun istituto scolastico: si fa forte così in lui il desiderio di recarsi nella terra degli avi, e nel 1906, a soli vent’anni, torna nella terra amata e conosciuta nel Vecchio Testamento.
Anche attraverso la sua corrispondenza, l'Autore ricrea l’atmosfera di forte coinvolgimento emotivo e ideologico che caratterizzò l’arrivo di Ben Gurion in Palestina. Immediatamente attivo negli insediamenti contadini, Ben Gurion si distinguerà per le sue capacità politiche e organizzative: come sindacalista difenderà i diritti dei lavoratori della terra, ebrei ed arabi; darà vita alla prima organizzazione ebraica di autodifesa in Palestina.

Ma con la confusione ed il disordine provocati dallo scoppio della Prima guerra mondiale, Ben Gurion decide di partire per gli Stati Uniti, dove al tempo gli ebrei raggiungevano il milione e mezzo, per cercare di conquistare alla causa sionista tutti coloro che risultavano contrari o indifferenti. Avvia così una serie di incontri e conferenze in giro per l’America e quando gli Stati Uniti entreranno in guerra a fianco della Gran Bretagna, costituirà un corpo militare ebraico che avrebbe combattuto a fianco degli americani. Fu richiesta la sua collaborazione quando anche gli inglesi vollero creare una brigata ebraica che combattesse in Palestina: Ben Gurion riuscì a coinvolgere 4000 volontari ebrei americani e fu costituita la “Legione ebraica”.

Deluso dalla Dichiarazione di Balfour del 1917, che secondo lui non avrebbe permesso agli inglesi di restituire la Terra d’Israele agli ebrei, finita la guerra intraprende nuovamente la sua attività politica e sindacale per conseguire la massima unità del movimento operaio ebraico. Quando nel 1920 la Gran Bretagna ottiene dalla Società delle Nazioni il Mandato sulla Palestina, tutto ciò che tempo prima Ben Gurion aveva preconizzato trova attuazione nella nascita della “questione palestinese”. Un problema che Ben Gurion definiva impossibile da risolvere soprattutto per la mancanza di realismo e volontà politica che caratterizzava gli attori politici coinvolti.
Venuto ai ferri corti persino con Chaim Weizmann, capo dell’organizzazione sionista mondiale - perché ritenuto responsabile di una debole difesa nei confronti dei coloni ebrei in Palestina - dal 1920 in poi contribuirà fortemente alla creazione del sindacato Histadrut e in seguito alla diffusione del laburismo di cui si era fatto promotore.

Attraverso la disamina dei suoi interventi ai congressi sionisti, il libro dà particolare risalto a quello di Praga del 1933, in cui Ben Gurion afferma nettamente la necessità che sia gli ebrei sia gli arabi possano vedere applicato il diritto a vivere in Palestina e di raggiungere l’indipendenza nazionale: in tal senso, l’attualità delle affermazioni di Ben Gurion è davvero sorprendente. Egli era convinto che arabi ed ebrei dovessero risolvere da soli la situazione senza l’intervento della Gran Bretagna. È proprio con la Gran Bretagna, infatti, che si presenteranno i maggiori problemi per il popolo ebraico. L’approvazione del Libro bianco nel 1939, in cui si annunciava la costituzione di uno stato palestinese arabo, fu un duro colpo per il movimento sionista. Dopo la Seconda Guerra Mondiale si rinforza in Ben Gurion la convinzione che, per le sorti degli ebrei palestinesi, essenziale sarà il ruolo svolto dagli Stati Uniti.

Con la costituzione dello Stato di Israele, il 14 maggio del 1948, in veste di capo del governo, Ben Gurion si troverà a dover risolvere, grazie all’intuito politico e alla lungimiranza che lo caratterizzavano, numerosi problemi che non riguardavano solo i confini dello stato ed il rapporto con i palestinesi, gli attacchi provenienti dal Libano, Egitto, Siria e Giordania, ma anche l’organizzazione paramilitare di destra Irgun decisa a destabilizzare il paese appena nato.
Ai successi militari seguirono quelli politici e diplomatici come, per esempio, il riconoscimento da parte di Stati Uniti e Unione Sovietica e l’ammissione all’Onu nel 1949.

Dal volume di Cirillo che, non a caso, ha scelto un titolo significativo - indicando Ben Gurion come il "profeta armato" - esce il ritratto di un uomo politico di grandi capacità, intelligenza e afflato religioso che non mancò mai di caratterizzare la propria azione di un forte decisionismo. Realismo e pragmatismo caratterizzarono ogni sua scelta, come quando, evidenzia l’autore, si dimise nel 1953 da capo del governo (per poi ricoprire quella carica, nuovamente, qualche anno dopo), convinto che la sua condotta potesse danneggiare Israele.
I risultati raggiunti nei suoi quindici anni di governo (un paese che aveva moltiplicato il suo reddito nazionale, una piena e forte democrazia, con 14 partiti rappresentati in Parlamento; sul piano sociale operavano numerose sigle sindacali e su quello culturale una ricca e variegata offerta di quotidiani), permettono di comprendere la grandezza del suo operato e perché venga generalmente considerato uno dei più grandi ebrei della storia: l’iniziatore e l’architetto dello Stato ebraico ma anche uno dei grandi protagonisti della storia del Novecento.

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, posted by David.Rettura at 02.09

E' venuto a mancare il 5 luglio Robert McNamara, di cui circa un'anno fa avevamo già parlato in questi spazi (http://khayyamsblog.blogspot.com/2008/08/del-cambiare-opinione-considerazioni.html), in occasione del premiato documentario sulla sua vita e sulle sue convinzioni politiche ed umane.

Robert McNamara è stato un profondo conoscitore della politica americana e mondiale, e questo è ancor più sorprendente se si pensa che egli iniziò la sua ascesa politica nell'amministrazione Kennedy quando era il Presidente della Ford. Era dunque un'uomo d'impresa, teoricamente lontano dalle sottigliezze ed i sofismi della politica e del governo, ed era anche considerato un Repubblicano moderato. Ma fu anche per questi motivi chiamato da JFK a guidare il sempre delicato dicastero della Difesa, che rivestiva quanto oggi un peso fondamentale nelle strategie politiche della Casa Bianca, ma che era, come ancora oggi, uno dei cardini di quello che veniva da sinistra chiamato il complesso militare-industriale, di pivotale importanza in anni in cui la situazione indocinese si andava incancrenendo, la minaccia cubana prendeva forma, e la corsa agli armamenti e la teoria della deterrenza cominciavano appena a veder sorgere l'alba della prima distensione, che ebbe proprio in JFK e Krusciov i primi sfortunati teorizzatori.

Le vicissitudini che portarono McNamara a dirigere la Difesa sono molto ben raccontate da Robert Dallek in JFK (ed. speciale per Repubblica, 2005, pp.351-353), anche se ovviamente, come sempre quando si analizza l'amministrazione Kennedy non si può prescindere dal monumentale saggio del compianto Arthur Schlesinger, I mille giorni di John F. Kennedy, che Rizzoli ha mantenuto per anni in catalogo.

Il suo traformarsi da falco in colomba come la trasformazione in icona di un periodo che è stato idealizzato da buona parte delal cultura, alta e bassa, americana e no, e che solo uno scrittore come James Ellroy, allergico alle canonizzazioni ed amante della dissacrazione, ha osato attaccare come ha fatto in American Tabloid.

Con McNamara se ne va uno degli ultimi siboli di una amministarzione che ha visto affogare nel sangue di Dallas non solo Kennedy ma anche gli innumerevoli lati controversi di una presidenza complessa, ma che in virtù del mito ha connotato di se un quarantennio di politica del Partito Democratico americano, dove però oggi, di là delle messianiche attese che hanno circondato e circondano il neo presidente Obama, sembra aver prevalso un taglio Roosveltian-clintoniano , forse più consono al mondo d'oggi.
Foto dal blog liberaldesert

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domenica 5 luglio 2009, posted by roberto.bonuglia at 13.57
Lo Yin evoca l’idea di corpi freddi e coperti e si applica a ciò che è interno; yang suggerisce l’idea di radiosità solare e di calore. Sono due aspetti antitetici e concreti del Tempo: un «tempo di luce» e un «tempo di oscurità», un «tempo di pienezza» e un «tempo di decrepitezza», un «tempo di vita» e un «tempo di morte». L’universo si presenta quindi come una «totalità di ordine ciclico», è un tao, cioè, costituito dalla congiunzione delle due manifestazioni alterne e complementari. Secondo i filosofi cinesi delle prime dinastie storiche, «durante l’inverno lo yang, circondato dallo yin, è sottoposto, nel profondo delle Fonti sotterranee, sotto la terra ricoperta di ghiacci, a una prova annuale, da cui esce vivificato». E, in altre parole, il principio della rigenerazione dell’universo: annuale, ma anche secondo cicli più vasti, come gli yuga indiani.

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sabato 4 luglio 2009, posted by David.Rettura at 18.49
In un anno come questo, in cui decine di ricorrenze affollano il calendario, ognuna con la propria importanza, due anniversari sono stati forse sottovalutati, o quantomeno lasciati all'attenzione, questa si solerte, di pochi esegeti esperti del settore della psichiatria. Se il 2008 è stato l'anno del trentennale della rivoluzione basagliana, in questo 2009 si rincorrono, in luglio, il cinquantesimo anniversari della morte di Padre Agostino Gemelli ed il centenario del trapasso di Cesare Lombroso in ottobre.

Distanti ideologicamente tra loro, e simboli, anche contro voglia e loro malgrado, di mondi contrapposti, furono entrambi in prima fila in quella battaglia interminabile e strenuante che è stata, forse fino all'avvento della televisione di massa e del marketing pervasivo, lo studio degli italiani e della loro multiformità orizzontale come verticale.

Riguardo a Lombroso è di moda ricordare oggi solo gli aspetti deteriori delle sue teorie, specialmente quando queste furono portate al parossismo da alcuni suoi allievi troppo zelanti e pedissequi, sottraendole al mondo in cui furono elaborate, dominato da un positivismo assoluto e lungi dall'avere risorse scientifiche paragonabili a quelle dell'oggi, nonché sottacere lo sforzo di tutta o quasi la scuola lombrosiana per addivenire alle risposte necessarie per risollevare quei larghi strati della popolazione nazionale, che al Sud ma non solo, viveva in condizioni disastrose e che non ricevette mai la giusta attenzione dai governi, di qualsivoglia orientamento, dell'italietta liberal-giolittiana.






Di Padre Gemelli rimane oggi lo spettro della sua adesione al regime come la sua opposizione a Padre Pio, che la dibattuta biografia del frate di Pietralcina che dobbiamo a Sergio Luzzatto ci ha ricordato, mentre i suoi apologeti acritici amano ricordarlo solamente come il fondatore dell'Università Cattolica. Spesso sottistimato è il contributo alla psichiatria ed alla psicanalisi italiana da parte del francescano, così come lo sono i contributi, invece fondamentali, all'inchiesta sulla povertà realizzata dalle istituzioni nell'immediato dopoguerra, che rappresenta l'ultimo tentativo, e forse il più avveduto, per costruire una rappresentazione del paese alla luce dei suoi innumerevoli problemi.

Quando nel 1909 morì Lombroso, Gemelli, che del veronese fu antagonista intellettuale, fu tra i pochi a saper cogliere, nella sua grandezza, i limiti intrinseci delle tesi lombrosiane, tanto da titolare il suo personale necrologio con un titolo azzzeccatissimo: Funerali di un uomo e di una dottrina
 
, posted by roberto.bonuglia at 16.05
Un breve applauso segna la fine del discorso di Socrate, che scende dal podio. Mezzogiorno è passato da un pezzo e alcuni approfittano della pausa per tirare fuori di tasca il cartoccio del pane, col pesce e le olive.
Dietro le transenne le discussioni si intrecciano ad alta voce, mentre l’arconte-re fa sistemare le due urne sul tavolo davanti al podio. Ora l’araldo comanda il silenzio: «I giudici procedano alla votazione».

Colpevole o innocente? Ogni giurato ha una fava da deporre in una delle due urne: speditamente, uno dietro l’altro, i cinquecento sfilano davanti al tavolo, ciascuno con la sua sentenza. Socrate, seduto sulla panca, segue assorto la processione; in un crocchio, i suoi amici si scambiano parole di angoscia e di speranza. Poi si aprono le urne e si contano le fave: innocente o colpevole?
«In seguito allo scrutinio dei voti» legge a piena voce l’araldo, «Socrate è dichiarato colpevole. La maggioranza a suo sfavore è di sessanta voti». Fischi, applausi, invettive. Grande agitazione tra il pubblico. I giudici, ritornati sulle loro panche, sono immobili e silenziosi come statue; dietro le transenne il clamore si è mutato in brusio finché l’araldo comanda di nuovo il silenzio assoluto. «Ora la parola torna a Socrate» proclama l’arconte-re «Cosa proponi dunque per mitigare la tua pena?»

A passi misurati, scalzo come sempre, Socrate è risalito sul podio e si guarda attorno senza mostrare emozione. Anche la voce, quando inizia a parlare, è pacata e quasi bonaria: non tradisce alcun dispetto, ma mostra subito di quale carica sia munita! «Non provo rammarico, cittadini, per la condanna. Mi meraviglia anzi una maggioranza così modesta contro di me: bastava infatti che trenta voti cadessero nell’altra urna e sarei stato assolto. E ora devo proporre per me una pena, alternativa a quella di morte richiesta da
Meleto.

Il condannato allarga le braccia. «Quale pena? Senza dubbio quella che mi merito, non è vero? E cosa merita un uomo come me che ha sempre sacrificato i suoi interessi, la sua ambizione personale per fare del bene ai suoi concittadini? Un premio: ecco quello che io merito, il premio che gli ateniesi conferiscono a tutti i benefattori della città, nobili, generali, vincitori dei Giochi olimpici: il mantenimento a spese dello statuo nel Pritaneo. E credo anzi di meritarlo più io, questo premio, che non gli sportivi delle corse a piedi o a cavallo: le loro vittorie, infatti, vi fanno sembrare felici, le mie parole ve lo fanno essere. Dunque, la pena che mi spetta è di essere mantenuto nel Pritaneo».

Un coro di indignate proteste si alza da tutta la piazza. È troppo: questo vecchio ha dimenticato forse di essere davanti a un tribunale? E perché vuole a tutti i costi provocare l’assemblea dei giudici? « Eh, sì, lo sento» riprende Socrate. «Pensate che sia il solito orgoglio dispettoso a farmi parlare così. Ma non è vero. Io sono persuaso di non aver mai fatto ingiuria a nessuno, volontariamente. Quindi non mi pare nemmeno giusto fare ingiuria a me stesso, ammettendo di essere meritevole di una qualche pena. E poi, quale pena? Quella che richiede
Meleto, la morte, io non so se sia un bene o un male; ma le altre che potrei proporre io, quelle si, sono sicuro che sono dei mali».

Sorpresa, silenzio
tesissimo.

«Dovrei chiedere il carcere?» mormora Socrate «Già, e così passare il resto dei miei giorni imprigionato. Un’ammenda in denaro? Ma sarebbe proprio lo stesso, perché non ho soldi e quindi dovrei stare sempre in carcere. Allora l’esilio? Forse è proprio quello che voi vorreste. Ma pensateci un momento: che vita andrei a fare in un altro paese, alla mia età, quando neppure voi, ateniesi, riuscite a sopportarmi? Perché io lo so bene, qualunque città io scegliessi per l’esilio, i giovani verrebbero ad ascoltarmi, come qui: e, se li allontanassi, sarebbero loro a persuadere gli anziani a cacciarmi via; se non li allontanassi, mi caccerebbero i loro parenti per gli stessi motivi...»
«Ma non potresti startene ad Atene, quieto e silenzioso senza disturbare nessuno?» chiede forte una voce tra il pubblico.

«Ecco il difficile» risponde Socrate pronto. «È proprio questo che non posso fare, e la ragione è semplice, anche se molti di voi non la comprendono: il Dio mi ha comandato di non stare mai tranquillo, di ragionare ogni giorno sulla giustizia e sulla virtù, e di continuare, senza stancarmi, la ricerca sugli altri e su me stesso. Solo così la vita è, per me, degna di essere vissuta».

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mercoledì 1 luglio 2009, posted by David.Rettura at 01.11
Qualche giorno fa è mancato Mario Verdone, che oltre ad essere il padre del grande regista Carlo è stato uno tra i più insigni storici del teatro e del cinema della sua generazione, sulle cui opere generazioni di studiosi si sono formati.

Oltre a tutto ciò Mario Verdone è stato un'eccellente romanista, non nel triviale senso pedatorio del termine, ma in quello più fino e profondo di studioso, conoscitore ed amante di Roma in tutte le sue sfaccettature.

E' stato un romanista della migliore specie, nel solco dei Ceccarius o dei Livio Jannattoni, che sapeva coniugare l'esaustività accademica al piacere della lettura, come provano i suoi innumerevoli contributi alla Strenna dei Romanisti, da tutti assaporati con grande piacere nella consapevolezza che qualcosa a noi ignoto ci sarebbe stato rivelato.

Tra le sue tante opere vogliamo ricordarne una minore, Cinecittà story, così suggestiva da accompagnarci ancora nel ricordo con il suo dipanarsi di quello che fu un miracolo della nostra storia recente

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