Da Roma a Istanbul, passando per tutta l’Europa Orientale – dai Balcani alla Tracia – si snoda L’
Intrigo a Costantinopoli che segna il ritorno sugli scaffali di
Maria Roccasalva, artista e critica d’arte impegnata da qualche anno nella stesura di un’originale “trilogia d’autore” che questo romanzo va ora a completare. La data dell’esordio letterario dell’artista è il 1991, quando pubblicò
La Tebaide sovraffollata, da lei stessa definita «una raccolta di saggi romanzati» che fotografavano alcuni momenti storici della città di Napoli, considerandoli – era questa la vera novità, quasi “rivoluzionaria” – come persone in carne e ossa e, dunque, con tutti i limiti e le imperfezioni

che limitano e caratterizzano la condizione umana. Tre anni dopo l’interessante esperimento narrativo fu la volta delle vicende «di una bambina al tempo della guerra» che trovarono un felice componimento ne
Il giardino di carta. Il secondo lavoro dell’artista catturò l’attenzione di intellettuali di alto profilo come Raffaele La Capria, Paolo Apolito, Aldo Masullo, solo per ricordarne alcuni. E’ quindi con grande piacere che ritroviamo la
Roccasalva nelle librerie italiane con un’edizione particolarmente curata dalla
Tullio Pironti, editore napoletano di assoluto prestigio.
Nelle pagine dell’
Intrigo si rivive con grande efficacia ed abbondanza di particolari l’incontro-scontro del IV secolo tra l’Oriente e l’Occidente: un momento storico complesso e di assoluto fascino che fa da cornice alla vicenda narrata. E sullo sfondo del duello tra Parti e Romani - che durava ormai da quattro secoli – scelto per tessere la trama del romanzo, si sente il peso della Storia, quella, appunto, con la “esse maiuscola”: l’invasione di
Alessandro Magno, l’Impero dei Seleucidi, l’insurrezione dei Parti, l’improvvisa «apparizione» sulla scena dello stato egemone dell’Occidente, l’Impero romano. Un mondo, quello occidentale, in cui proliferavano eresie ed ortodossie religiose, rivolte e congiure di potere, crisi e rivendicazioni economiche, misteriosi delitti e pericolosi ritorni di superstizioni pagane. E sullo sfondo un clima politico nel quale «eunuchi, funzionari e ministri si combattevano l’un l’altro a colpi di delazioni, intrighi, confische e assassini per scalare i vertici del potere».
Non meno complessa era la situazione dell’Oriente dove, per reazione all’invasione occidentale, si era costituita e imposta la monarchia persiana col chiaro intento di avversare ogni forma di penetrazione culturale e religiosa. D’altra parte, la nuova
dinastia dei Sasanidi, come ben ricorda l’Autrice, aveva un programma che non lasciava dubbi in proposito: «Rimettere in auge i vecchi culti dell’Iran, il mazdeismo e le tavole del suo profeta
Zarathustra, o Zoroastro,

come lo chiamavano i Greci. Poi combattere la cultura greca (che così profondamente era penetrata in Persia) con le leggi, con la persecuzione religiosa, con la violenza. E infine ricostruire l’Impero di Dario I dall’Asia Minore alla Grecia e all’Egitto, strappato alla Persia dal grande Alessandro».
Su questo suggestivo humus storico, politico e religioso – così «lontano» e così «vicino» a noi, ai nostri giorni – che il medico ebreo Eliezer indaga sulla morte molto sospetta di un vescovo goto di fede cristiana ariana.
I Goti, mal tollerati dai Romani perché non conoscevano «la poesia, né l’amore per gli dei, ma solo il terrore che proviene da essi» avevano infatti trovato nel vescovo Wulfila un rappresentante presso la corte dell’Imperatore Teodosio che aveva cercato in questo modo di trovare un alleato forte, battagliero, vigoroso per contrastare i Persiani ai confini dell’Impero.
E questo è uno dei meriti che vanno riconosciuti all’
Intrigo a Costantinopoli: più che apprezzabile ma davvero ben fatta è la ricostruzione storica condotta dall’Autrice che va alla radice dei rapporti tra i Romani d’Oriente e l’etnia dei goti: una “comunità” troppo importante, diremo noi “fondamentale”, per le ambizioni dell’
Impero Romano d’Oriente di quei tempi. D’altra parte, i
Goti «per loro natura, amavano solo la guerra e la morte gloriosa in battaglia. A differenza degli altri popoli germanici, erano i più intelligenti, ma anche i più riottosi a piegarsi».

Ma Wulfila era morto di veleno. Ed a quel tempo molti uomini morivano di veleno a Costantinopoli, sede orientale dell’ormai diviso Impero romano. A Costantinopoli come a Roma, - nota il medico Eliezer in uno dei suoi primi pensieri - «negli ultimi tempi, si moriva di veleno […] perfino i bambini non sfuggivano a questo destino».
Ma la figura di Wulfila è fondamentale nella storia perché rivela anche l’esistenza di un’importante componente religiosa del “suo” popolo. Il vescovo, infatti, lascia una serie di scritti, di “protocolli”, in cui approfondisce con alcune intriganti dissertazioni l’origine dei miti germanici accostandoli a quelli greci rivelando un sincretismo teorico che il romanzo propone al lettore in modo chiaro ed accessibile. Prima del suo assassinio Wulfila rifletteva sulla necessità di quel sincretismo, fondamentale per «innestare i nuovi culti cristiani su quelli antichi del mito, come avevano fatto i Romani, che avevano mantenuto inalterate quasi tutte le feste pagane legate ai vecchi dei, come il
natale del Sole, che cadeva nel solstizio d’inverno, ed era stato sostituito con il natale di Cristo celebrato nello stesso solstizio». Ma non solo questo nel testamento filosofico religioso del vescovo assassinato. Nel capitolo Processi e confessioni troviamo infatti un passaggio davvero affascinante nel quale parlano in prima persona proprio le riflessioni di Wulfila: «I Germani spiegavano il modo in cui era nato il cosmo, quello che per i Greci è l’ordine per antonomasia, con lo stesso orrore dell’origine. Come Cronos, il
dio Loki aveva

generato mostri. Poteva essere paragonato al Satana dei cristiani». Ma nell’eredità teologica del vescovo goto c’erano anche elementi che indagavano sul
dio Odino – realmente esistito, proprio come il Cristo, secondo la tradizione ariana - , la più importante divinità del pantheon germanico, quella che aveva creato l’universo, che possedeva il destino degli uomini ed il controllo del tempo, che impersonificava il sole e soprattutto «accoglieva nel
Walhalla lo spirito immortale dei guerrieri morti in combattimento». In una delle pagine più seducenti dell’intero romanzo, le teorie del vescovo assassinato ripercorrono le leggende narranti che «sulle spalle di Odino erano posati due corvi,
Hugia e Munnia, che gli riferivano tutto ciò che accadeva nel mondo. […] Odino era stato un grande e valoroso guerriero, una specie di Alessandro Magno. Esattamente come gli imperatori romani, che si dicevano discendenti da Giove, tutti i re germanici si dicevano discendenti di Odino». Wulfila scriveva che «la somiglianza tra
Odino e Cristo era evidente, ma con una differenza peculiare: Cristo era la vittima, non il guerriero, era la pace e non la guerra».
L’avvelenamento del vescovo goto è solo l’
incipit dell’intera storia. Dal momento in cui l’Imperatore incarica il ciambellano Proconio di organizzare il rito funebre inizia, di fatto, l’indagine di Eliezer che i suoi ricordi familiari e le sue
convinzioni religiose - «per i Giudei la vita è sacra, il valore più alto da condividere e proteggere. E’ Dio che dispone quando darla o quando toglierla» - la trasformeranno ben presto in un lungo viaggio che porterà il medico ebreo a sperimentare la sua scienza, a conoscere una terra unica come i Balcani, a incontrare personaggi autorevoli e complessi come Marco Silpione, Simmaco e Ratingario. Il funerale di Wulfila - così ben descritto con un’apprezzabile e non comune precisione storica – sarà infatti solo la prima tappa di una complessa ricerca delle ragioni, dei mandanti, degli esecutori di quel delitto.
Un delitto di cui
Intrigo a Costantinopoli è una storia dettagliata, mai banale e al contempo ben costruita, nella quale elementi di storia, cultura, religione si completano in una perfezione narrativa che consigliamo a tutti di leggere e conoscere perché di libri così, oggi, nonostante la febbrile attività editoriale italiana, ce ne sono davvero pochi.
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