martedì 30 giugno 2009, posted by khayyamsblog@gmail.com at 14.33
di Margherita Fois

La cantante statunitense Britney Spears nota al pubblico internazionale per essere ormai considerata «l’ex reginetta del pop», a causa dei suoi non pochi problemi avuti negli ultimi anni, fa parlare nuovamente di sé.

Il motivo? Gira voce sul web che dovrebbe interpretare il ruolo femminile principale in un film sulla Shoah dal titolo “The yellow Stat of Sophia and Eton” (La stella gialla di Sophia ed Eton). La pellicola porterebbe al cinema la storia di una donna che si innamora in un campo di concentramento di un uomo e fin qui, nulla di nuovo…. Ma solo la proposta della Spears come attrice ha fatto insorgere Il Consiglio Centrale degli Ebrei in Germania. La presidentessa del Consiglio, Charlotte Knobloch (nella foto a destra), rilasciando un intervista al tabloid Bild ha infatti dichiarato: «E’ riprovevole cercare di finanziare il film mescolando perfidamente Britney Spears e l’Olocausto, i principi etici dovrebbero avere la precedenza, la sceneggiatura per un film sull’Olocausto dovrebbe essere scelta con cura e così anche la scelta degli attori, è del tutto fuori luogo la scelta di effetti per questo tema».

Che dire, noi vedremo bene la Spears in una commedia, l’abbiamo già vista ad esempio nella pellicola «per adolescenti» Crossroads, ma potrebbe anche cavarsela bene in una progetto cinematografico come questo. La star, impegnata ancora nel suo ben riuscito «Circus tour» ancora non ha rilasciato nessuna dichiarazione in proposito: aspetteremo con ansia la fine della vicenda… Chi la spunterà? L’«ex reginetta del pop» oppure Il Consiglio Centrale degli Ebrei in Germania?

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venerdì 26 giugno 2009, posted by giovanni.larosa at 8.00
“Vale più la pratica” è questa l’indicazione che ci vuole fornire Andrea De Benedetti, nato a Torino nel 1970, giornalista, scrittore e docente a contratto, autore di questo testo pubblicato dalla Casa editrice Laterza, che come indica l’autore stesso nel sottotitolo, tratta una “piccola grammatica immorale della lingua italiana”.

Studioso della nostra lingua, poiché l’ha insegnata per molti anni agli spagnoli nell’Università di Granada, oltre ad aver fornito il suo punto di vista sul linguaggio dei titoli di giornale, con la pubblicazione di “
L’informazione liofilizzata”, per Franco Casati, Firenze 2004, ci vuole incuriosire pagina dopo pagina, con questa sua digressione “anticonformista” sulla nostra grammatica, considerato da molti un argomento da prendere con le pinze.

Scorrendo le sue pagine, De Benedetti può anche dare l’impressione di “narrare” il suo testo, immaginandolo “nel centro di un palcoscenico, con la luce spot dall’alto puntata addosso e con il leggio di fronte”, persuaso di dare della grammatica italiana un’altra lettura, più conforme alla società che stiamo vivendo, con interpretazioni ricercate e spiegazioni di taglio scientifico.

“Gesticolando al centro del palcoscenico”, si può immaginare l’autore, che, capitolo dopo capitolo, analizzi dei presunti strafalcioni spesso ascoltati nella lingua parlata, ma, grazie ad alcune metafore interpretative, egli riesce a dare delle spiegazioni pragmatiche, certo da convincere anche gli studiosi della lingua dell’
Accademia della Crusca, i quali ridimensionano l’emergenza di alcuni luoghi comuni, come quello che vede nella televisione, internet e nell’uso di parole in inglese il male assoluto.

Per aumentare la coreografia, “dell’ipotetico palcoscenico”, si può immaginare di avere una “giuria d’insegnanti, veteropuristi e neo crusc”, come definisce De Benedetti, gli integralisti della lingua italiana, pronti a stigmatizzare qualsiasi aberrazione che capiti di ascoltare nella lingua parlata.

Nella continuazione della lettura del testo, l’autore, nelle sue dimenate interpretazioni, cerca di coinvolgere il pubblico e allo stesso tempo di convincere i neo crusc, schieramento di una generazione ormai non più collocabile, affinché possano realizzare le interpretazioni fornite, come tangibile segno di una società in evoluzione, in conformità ai tempi e alla velocizzazione delle comunicazioni attuali, come tutti noi stiamo vivendo.

Il professor
Tullio De Mauro ha, infatti, affermato che: «La lingua italiana e la sua grammatica stanno benone» e che «Mai nei secoli erano state adoperate da un numero così ampio di parlanti e mai tanto studiate da stranieri che apprendono l’italiano come seconda lingua. Siamo noi che stiamo meno bene: secondo una stima soltanto un terzo della popolazione ha gli strumenti culturali sufficienti a servirsi con scioltezza e correttezza di una lingua piena di varianti come l’italiano».

Dunque, dove eravamo? Ah, sì: non si possono iniziare i discorsi con «dunque». A meno che «dunque» non chiosi un discorso precedente. A meno che non serva a rimettere in fila le idee e a farle rigare dritto. A meno che per qualche ragione non risulti utile impiegarlo prima di arrivare al dunque. In tutti questi casi, che a questo punto non sono più l’eccezione ma la maggioranza, il «dunque» iniziale è perfettamente lecito.

Ecco che “sentiamo” la voce dell’autore che, “dal palcoscenico virtuale”, legge una parte del suo testo e con l’occasione, ci rivela in che modo affronta l’analisi sulla grammatica italiana, in svolgimento. Come può essersi verificato che, in un convegno, una giornata di studio, una lezione, il relatore ad un certo punto apra un discorso, in apparenza, non contestualizzato con la situazione in argomento, allo stesso modo De Benedetti, nei vari capitoli, riesce a costruire un castello di parole, che seppur possano dare l’impressione di prendere il via dal piano superiore, invece, verso la fine del capitolo, queste riescono a ricondurre alle fondamenta ed in cui si cerca di ridefinire il concetto di errore, di aggiornare la nomenclatura e la dottrina grammaticale più obsolete e soprattutto di riabilitare, attraverso gli esempi, alcune presunte devianze dalla norma. In questo il merito e la bravura dell’autore nello svolgere quest’argomento, che ci coinvolge pagina dopo pagina.

In realtà la grammatica spiega molto, ma non tutto; classifica in maniera non sempre soddisfacente e, quanto al disporre, non è vero che la gente le dia sempre poi così retta.

Al punto che, ci legge l’autore, “al centro del palcoscenico”:

Anche i linguisti, per la verità, dicono una cosa del genere, e cioè che l’italiano appartiene alla tipologia SVO (acronimo che indica appunto Soggetto, Verbo e Oggetto), ma così come è formulato dal maestro – ne converrete – il principio imbarca acqua da tutti i commi. Sorvoliamo per il momento sul fatto che non tutti i verbi portano per forza in dote un complemento oggetto. Dimentichiamo per un attimo che il soggetto ha tutto il diritto, se lo ritiene, di sottrarsi al matrimonio con il verbo, soprattutto se questo è un single impenitente come «piovere» o «nevicare». Tralasciamo anche di approfondire la questione se il verbo, fermo restando che è lui in casa a portare i pantaloni, sia così indispensabile nell’economia domestica.

Al termine della lettura di questo brano “si spegne la luce del palcoscenico ed il pubblico applaude prolungatamente”.

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lunedì 22 giugno 2009, posted by roberto.bonuglia at 15.48
Da Roma a Istanbul, passando per tutta l’Europa Orientale – dai Balcani alla Tracia – si snoda L’Intrigo a Costantinopoli che segna il ritorno sugli scaffali di Maria Roccasalva, artista e critica d’arte impegnata da qualche anno nella stesura di un’originale “trilogia d’autore” che questo romanzo va ora a completare. La data dell’esordio letterario dell’artista è il 1991, quando pubblicò La Tebaide sovraffollata, da lei stessa definita «una raccolta di saggi romanzati» che fotografavano alcuni momenti storici della città di Napoli, considerandoli – era questa la vera novità, quasi “rivoluzionaria” – come persone in carne e ossa e, dunque, con tutti i limiti e le imperfezioni che limitano e caratterizzano la condizione umana. Tre anni dopo l’interessante esperimento narrativo fu la volta delle vicende «di una bambina al tempo della guerra» che trovarono un felice componimento ne Il giardino di carta. Il secondo lavoro dell’artista catturò l’attenzione di intellettuali di alto profilo come Raffaele La Capria, Paolo Apolito, Aldo Masullo, solo per ricordarne alcuni. E’ quindi con grande piacere che ritroviamo la Roccasalva nelle librerie italiane con un’edizione particolarmente curata dalla Tullio Pironti, editore napoletano di assoluto prestigio.

Nelle pagine dell’Intrigo si rivive con grande efficacia ed abbondanza di particolari l’incontro-scontro del IV secolo tra l’Oriente e l’Occidente: un momento storico complesso e di assoluto fascino che fa da cornice alla vicenda narrata. E sullo sfondo del duello tra Parti e Romani - che durava ormai da quattro secoli – scelto per tessere la trama del romanzo, si sente il peso della Storia, quella, appunto, con la “esse maiuscola”: l’invasione di Alessandro Magno, l’Impero dei Seleucidi, l’insurrezione dei Parti, l’improvvisa «apparizione» sulla scena dello stato egemone dell’Occidente, l’Impero romano. Un mondo, quello occidentale, in cui proliferavano eresie ed ortodossie religiose, rivolte e congiure di potere, crisi e rivendicazioni economiche, misteriosi delitti e pericolosi ritorni di superstizioni pagane. E sullo sfondo un clima politico nel quale «eunuchi, funzionari e ministri si combattevano l’un l’altro a colpi di delazioni, intrighi, confische e assassini per scalare i vertici del potere».

Non meno complessa era la situazione dell’Oriente dove, per reazione all’invasione occidentale, si era costituita e imposta la monarchia persiana col chiaro intento di avversare ogni forma di penetrazione culturale e religiosa. D’altra parte, la nuova dinastia dei Sasanidi, come ben ricorda l’Autrice, aveva un programma che non lasciava dubbi in proposito: «Rimettere in auge i vecchi culti dell’Iran, il mazdeismo e le tavole del suo profeta Zarathustra, o Zoroastro, come lo chiamavano i Greci. Poi combattere la cultura greca (che così profondamente era penetrata in Persia) con le leggi, con la persecuzione religiosa, con la violenza. E infine ricostruire l’Impero di Dario I dall’Asia Minore alla Grecia e all’Egitto, strappato alla Persia dal grande Alessandro».

Su questo suggestivo humus storico, politico e religioso – così «lontano» e così «vicino» a noi, ai nostri giorni – che il medico ebreo Eliezer indaga sulla morte molto sospetta di un vescovo goto di fede cristiana ariana. I Goti, mal tollerati dai Romani perché non conoscevano «la poesia, né l’amore per gli dei, ma solo il terrore che proviene da essi» avevano infatti trovato nel vescovo Wulfila un rappresentante presso la corte dell’Imperatore Teodosio che aveva cercato in questo modo di trovare un alleato forte, battagliero, vigoroso per contrastare i Persiani ai confini dell’Impero.

E questo è uno dei meriti che vanno riconosciuti all’Intrigo a Costantinopoli: più che apprezzabile ma davvero ben fatta è la ricostruzione storica condotta dall’Autrice che va alla radice dei rapporti tra i Romani d’Oriente e l’etnia dei goti: una “comunità” troppo importante, diremo noi “fondamentale”, per le ambizioni dell’Impero Romano d’Oriente di quei tempi. D’altra parte, i Goti «per loro natura, amavano solo la guerra e la morte gloriosa in battaglia. A differenza degli altri popoli germanici, erano i più intelligenti, ma anche i più riottosi a piegarsi». Ma Wulfila era morto di veleno. Ed a quel tempo molti uomini morivano di veleno a Costantinopoli, sede orientale dell’ormai diviso Impero romano. A Costantinopoli come a Roma, - nota il medico Eliezer in uno dei suoi primi pensieri - «negli ultimi tempi, si moriva di veleno […] perfino i bambini non sfuggivano a questo destino».

Ma la figura di Wulfila è fondamentale nella storia perché rivela anche l’esistenza di un’importante componente religiosa del “suo” popolo. Il vescovo, infatti, lascia una serie di scritti, di “protocolli”, in cui approfondisce con alcune intriganti dissertazioni l’origine dei miti germanici accostandoli a quelli greci rivelando un sincretismo teorico che il romanzo propone al lettore in modo chiaro ed accessibile. Prima del suo assassinio Wulfila rifletteva sulla necessità di quel sincretismo, fondamentale per «innestare i nuovi culti cristiani su quelli antichi del mito, come avevano fatto i Romani, che avevano mantenuto inalterate quasi tutte le feste pagane legate ai vecchi dei, come il natale del Sole, che cadeva nel solstizio d’inverno, ed era stato sostituito con il natale di Cristo celebrato nello stesso solstizio». Ma non solo questo nel testamento filosofico religioso del vescovo assassinato. Nel capitolo Processi e confessioni troviamo infatti un passaggio davvero affascinante nel quale parlano in prima persona proprio le riflessioni di Wulfila: «I Germani spiegavano il modo in cui era nato il cosmo, quello che per i Greci è l’ordine per antonomasia, con lo stesso orrore dell’origine. Come Cronos, il dio Loki aveva generato mostri. Poteva essere paragonato al Satana dei cristiani». Ma nell’eredità teologica del vescovo goto c’erano anche elementi che indagavano sul dio Odino – realmente esistito, proprio come il Cristo, secondo la tradizione ariana - , la più importante divinità del pantheon germanico, quella che aveva creato l’universo, che possedeva il destino degli uomini ed il controllo del tempo, che impersonificava il sole e soprattutto «accoglieva nel Walhalla lo spirito immortale dei guerrieri morti in combattimento». In una delle pagine più seducenti dell’intero romanzo, le teorie del vescovo assassinato ripercorrono le leggende narranti che «sulle spalle di Odino erano posati due corvi, Hugia e Munnia, che gli riferivano tutto ciò che accadeva nel mondo. […] Odino era stato un grande e valoroso guerriero, una specie di Alessandro Magno. Esattamente come gli imperatori romani, che si dicevano discendenti da Giove, tutti i re germanici si dicevano discendenti di Odino». Wulfila scriveva che «la somiglianza tra Odino e Cristo era evidente, ma con una differenza peculiare: Cristo era la vittima, non il guerriero, era la pace e non la guerra».

L’avvelenamento del vescovo goto è solo l’incipit dell’intera storia. Dal momento in cui l’Imperatore incarica il ciambellano Proconio di organizzare il rito funebre inizia, di fatto, l’indagine di Eliezer che i suoi ricordi familiari e le sue convinzioni religiose - «per i Giudei la vita è sacra, il valore più alto da condividere e proteggere. E’ Dio che dispone quando darla o quando toglierla» - la trasformeranno ben presto in un lungo viaggio che porterà il medico ebreo a sperimentare la sua scienza, a conoscere una terra unica come i Balcani, a incontrare personaggi autorevoli e complessi come Marco Silpione, Simmaco e Ratingario. Il funerale di Wulfila - così ben descritto con un’apprezzabile e non comune precisione storica – sarà infatti solo la prima tappa di una complessa ricerca delle ragioni, dei mandanti, degli esecutori di quel delitto.

Un delitto di cui Intrigo a Costantinopoli è una storia dettagliata, mai banale e al contempo ben costruita, nella quale elementi di storia, cultura, religione si completano in una perfezione narrativa che consigliamo a tutti di leggere e conoscere perché di libri così, oggi, nonostante la febbrile attività editoriale italiana, ce ne sono davvero pochi.

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domenica 21 giugno 2009, posted by khayyamsblog@gmail.com at 14.21
di Francesca Santoro

E’ attuale e rivoluzionario il saggio di Tariq Ramadan, “Noi musulmani europei” (Datanews Editrice, 111 pp., 12,00 euro). E’ attuale perché affronta un tema di cui si è dibattuto e ragionato tanto, in questo ultimo decennio: l’integrazione tra Islam ed Europa. E’ rivoluzionario perché la prospettiva da cui viene analizzato il tema è completamente nuova. In ogni concetto espresso dall’Autore si rintraccia la semplice domanda se sia possibile che Europa ed Islam possano aprire un dialogo, un confronto, rispettando le loro posizioni di partenza, rimanendo consci delle loro differenze religiose e culturali. Dialogo e rispetto; cultura e ricerca storica: sono questi gli strumenti che il professore utilizza per costruire i suoi ragionamenti profondi ma efficaci, concreti, così lontani dalla vis polemica e dalla banale e pesante influenza politica che troppo spesso si rintraccia nelle conclusioni, sul tema, di tanti intellettuali, anche di casa nostra.

La profondità e l’accuratezza di Ramadan si rintraccia fin dal primo capitolo – una dimostrazione chiara di come l’Autore proceda nella costruzione dei suoi ragionamenti; un esempio della sua logica, dell’analisi storico-sociale che utilizza come base per trarre le sue conclusioni. In “L’Europa e i musulmani: verso la costruzione di un futuro comune”, si procede ad una sorta di introduzione in tre punti: l’Europa come appare oggi ai musulmani; la responsabilità dei musulmani che oggi scelgono di andare a vivere in Europa, di essere europei; la responsabilità che, a loro volta, hanno le società europee nel trovare soluzioni e modelli di convivenza possibili e che tengano lontane le fratture che troppo spesso rallentano il processo di integrazione delle comunità islamiche. Una delle prime realtà svelate da Ramadan ci parla di una nuova presenza musulmana in Francia già tra le due guerre mondiali. «Il problema è proprio di percezione» (pag. 11), conclude l’autore, se in un paese come la Francia quando si parla di un cittadino musulmano alla quarta generazione si sente ancora il bisogno di precisare che ha «trascorsi da immigrato». Cogliendo con una semplice frase, con un semplice episodio, il cuore di tutto il problema, senza alcuna retorica compassionevole o “piagnona”. Ma allora, si chiede Ramadan, quante generazioni servono in realtà per diventare un vero cittadino?

E’ questa probabilmente la domanda sulla quale si innesta il processo logico dell’intero saggio. Perché la possibilità di aprire un dialogo in cui le due parti si rispettino si potrà avere soltanto quando i musulmani non saranno più percepiti in Europa come realtà aliena. «Siamo musulmani europei» (pag. 12); questo è il suggerimento dell’autore a quanti si considerano ancora musulmani che abitano in Europa. E questo è il messaggio più importante che vuole darci e che, non è un caso, è stato utilizzato anche come titolo del libro. Bisogna superare gli steccati culturali se si vuole raggiungere una piena integrazione. Lo sa bene Ramadan, che è di religione musulmana, cultura europea e nazionalità svizzera. Come sa e dice quanta differenza ci sia oggi, tra paese e paese, nel livello di integrazione delle comunità islamiche, citando l’Italia e la novità delle tematiche che hanno investito il nostro paese in questi ultimi anni.

Dalla presenza dei musulmani in Europa nascono nuove domande che riguardano la vita in una società laica, la cittadinanza, il ruolo della legge. Queste nuove domande, questo nuovo confronto può dare vita ad una nuova lettura delle fonti, ad un processo dialettico che porta a nuove interpretazioni: è una «rivoluzione silenziosa nella mente musulmana europea» (pag. 13), quella che racconta l’Autore. Ed è qui, probabilmente, l’elemento più innovativo del ragionamento del professore. Troppo spesso negli ultimi anni si è messo in mostra il peggio di questo processo di integrazione, lo “scontro” piuttosto che il confronto, gli elementi distruttivi, utilizzati sapientemente dai pochi per dividere i tanti. Ma quasi nessuno ha avuto il coraggio e la capacità di osservare proprio questa rivoluzione silenziosa che si compiva, nel frattempo, nella mente di una moltitudine crescente di individui, di giovani, che sono la maggioranza dei musulmani europei.

Pagina dopo pagina, l’autore affronta tutti gli aspetti di questo lungo viaggio di integrazione: il passato coloniale; l’estrema destra europea. E poi la complessità del mondo musulmano e la confusione con cui i media occidentali si sono avvicinati a questa realtà e hanno tentato di raccontarla in migliaia di articoli, inchieste e reportage imprecisi negli ultimi anni, peggiorando la situazione. E c’è spazio anche per un’analisi profonda di quelli che sono gli aspetti filosofici dell’Islam; la risposta alle grandi domande; la concezione dell’uomo e il rapporto con Dio. Un altro di quegli strumenti che l’autore deve fornire al suo lettore perché questi possa comprendere fino in fondo l’argomento di cui si sta parlando e possa giungere preparato alle conclusioni. In questo senso, il modo di procedere del professor Ramadan – che ad una lettura superficiale può sembrare troppo didascalico – è in realtà chiaro ed esauriente come un singolo ciclo di lezioni universitarie, dimostrando una coerenza e un’esaustività che raramente si rintracciano nella saggistica del genere. «Dobbiamo realizzare, letteralmente, una rivoluzione intellettuale e affermare serenamente: tutto quello che in Occidente, sul piano legale, politico, sociale culturale ed economico, non si oppone ad un principio fondamentale della nostra religione è, di fatto, islamico» (pag. 81). Torna la parola “rivoluzione” in una delle ultime pagine. E torna un punto di vista rivoluzionario nel guardare all’integrazione. Già, perché per costruire questo processo l’autore suggerisce che «considerarsi a casa, non è esitare di applicare il qualificativo di “islamico” ad ogni legge, ad ogni istituzione, ad ogni organizzazione, ad ogni tratto culturale e ad ogni processo conforme con i nostri riferimenti» (pag. 82). Perché nessuno, secondo Ramadan, può impedire alla comunità islamica di essere ciò che vuole essere e nessuno, del resto, può averne il diritto.

Ramadam cerca anche di cancellare alcuni luoghi comuni che hanno contribuito a creare, probabilmente, questa frattura tra Europa e Islam. La lettura della shari’ a, l’idea che non vi siano differenze nell’Islam tra religione e politica, raccontando invece quale processo di riforma profonda sia in atto nella civiltà islamica e quanto esso sia di fatto irreversibile. Un processo aiutato profondamente anche dall’apporto originale delle comunità islamiche in Occidente che aiutano ad uscire dalla logica dicotomica e manichea dello stereotipo “Occidente” contro “Islam”, “noi” contro “loro”. Proprio Ramadan, che compie ragionamenti fuori dagli schemi ed ha la capacità ed il coraggio di riaffermare i diritti dei musulmani europei, denuncia i tanti episodi in cui succede che si parli di «dialogo con l’Islam» quando in realtà si assiste ad un «monologo dialogato» tra pensatori occidentali e pensatori musulmani che usano gli stessi registri.

E il senso di questo saggio si rintraccia proprio nella volontà di dare voce a “noi musulmani europei”, a quella maggioranza che sta vivendo una rivoluzione silenziosa nella propria testa, a quella parte di Islam che si sente a casa in Europa, ma non vuole rinunciare alle sue tradizioni ed alla sua cultura né si vuole appiattire, anche nel dialogo, su registri tipicamente occidentali. Una lettura da fare con attenzione per capire, fino in fondo, un aspetto molto importante del mondo in cui viviamo oggi.

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giovedì 18 giugno 2009, posted by roberto.bonuglia at 11.09
«… Prima cura dei Romani per consolidare le loro conquiste e favorirne di nuove, fu quella di costruire veloci e sicure strade di comunicazione. Partendo dal miglio aureo, collocato nel Foro Romano, queste arterie si spingevano fino alle estreme propaggini del mondo allora conosciuto, vincendo difficoltà di ogni sorta e formando una fitta rete connettiva tra la Capitale e le provincie...»

Più o meno con queste parole, quasi un secolo fa, lo scrittore Edoardo Martinori apriva la sua fortunata guida sulla via Flaminia, una delle principali strade ricordate, voluta dal censore – poi console – Gaio Flaminio al tempo della CXXXIX Olimpiade (anno 531 di Roma) e portata a compimento in soli quattro anni nel percorso principale da Roma a Rimini.
La via Flaminia è un’antica strada romana ancora oggi esistente con lo stesso nome, che da Roma si dirige verso il nord-est della penisola. Fu fatta costruire dal console nel III sec. a.C., riunendo vari tratti di strade già esistenti, ed ebbe miglioramenti e restauri in epoche successive, specie sotto Augusto e Vespasiano. Usciva da Roma per la porta Fontinale della mura Serviane, e più tardi, quando la città fu cinta dalle mura Aureliane, dalla porta Flaminia (odierna Porta del Popolo). Dopo un breve tratto in comune con la Cassia, se ne distaccava appena oltrepassato Ponte Milvio; attraversava quindi l’Agro Falisco, l’Umbria e arrivava al Mare Adriatico, proseguendo poi lungo la costa sino a Rimini.

Dal lavoro di Martinori le conoscenze acquisite su questo importantissimo iter, specie nel tratto più vicino all’Urbe, sono esponenzialmente aumentate, grazie a sapienti indagini archeologiche e metodici accertamenti scientifici in corso d’opera dagli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso.
I risultati di tali esplorazioni, che hanno consentito il riordinamento, l’aggiornamento e talvolta la correzione di precedenti studi e ricostruzioni a firma di insigni archeologi e storici dell’Ottocento e degli inizi del Novecento (Thomas Ashby, Giacomo Boni, Ersilia Caetani Lovatelli, Giuseppe Antonio Guattani, Rodolfo Lanciani, Antonio Nibby, Carlo Promis, etc.), vogliono ora essere portati alla più ampia attenzione della collettività, con duplice intento: innanzitutto far avvicinare il pubblico, specie quello più giovane, alle testimonianze del passato meno conosciute, al fine di suscitarne la sensibilità e favorirne approcci nuovi; in secondo luogo, fissare capisaldi di conoscenza da cui partire per avviare progetti di recupero e di fruizione dal punto di vista latamente culturale oltre che turistico.

Ora, il 22 giugno 2009 alle ore 17:00 presso la suggestiva sede dell'Auditorium dell'Ara Pacis, la via Flaminia sarà protagonista assoluta di un viaggio virtuale e affascinante che da Ponte Milvio ci porterà fino a Casale Malborghetto rievocando antiche storie, luoghi e personaggi di una "consolare" ricca di testimonianze del passato. L'incontro, che sarà presentato dall'Assessore alle Politiche Culturali del Comune di Roma Umberto Croppi e dal consigliere comunale Roberto Cantiani, prevede gli interventi di Gaetano Messineo, Maria Pia Partisani, Fabrizio Vistoli e Francesco Laddaga. I lavori saranno introdotti da Aurelio Severini e moderati da Livia Ventimiglia.

La riscoperta della Via Flaminia più vicina a Roma è un evento realizzato con il supporto organizzativo di Zétema e in collaborazione con la trasmissione radiofonica Questa è Roma dell'emittente Nuova Spazio Radio (88,150 Fm) nell'ambito delle trasmissioni promosse dalle associazioni REISS e ARED.

Il Khayyam's Blog sarà presente all'evento e invita tutti i suoi lettori a non lasciarsi scappare una suggestiva opportunità di approfondimento culturale e storico. Per scaricare il programma completo dell'incontro, clicca qui.

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, posted by roberto.bonuglia at 9.34
I thriller pubblicati da Fanucci si distinguono solitamente per originalità e qualità. Prodotti editoriali di alto livello che non deludono chi li sceglie come compagni di viaggio, di relax, di lettura. E’ stato questo il caso de Il bosco maledetto di Ruth Rendell, de Il gioco estremo di Adriano Casassa, de Il luogo più oscuro di Daniel Judson.
Nello scorso mese di aprile è arrivato sugli scaffali delle librerie italiane L’oligarca un «nuovo» romanzo, finalmente tradotto in italiano – tra l’altro ottimamente, da Laura Bigoni - che è stato felicemente definito come una «spy story» che Robert Littell aveva pubblicato in America alla fine del 2005. Legends, questo il titolo dell’edizione originale (New York, Penguin Book, 385 pp.), aveva avuto un discreto successo.
Littell, newyorkese di Brooklyn - che vive però oltralpe - ha al suo attivo un quindicina di romanzi alcuni dei quali, a nostro avviso, davvero ben riusciti come ad esempio Mother Russia (1978), The Sisters (1986), Walking Back the Cat (1997). Negli anni “caldi” della guerra fredda Littell è stato per molto tempo giornalista di Newsweek.

E gli anni passati in redazione – e non solo – si sentono tutti in questa suggestiva storia di spionaggio politico definita non a torto dagli stessi editori una sorta di «gioco magistrale di specchi in cui ricordare il passato comporta pericoli mortali quanto il dimenticarlo». E’ indubbio,infatti, che oltre a Martin Odum, il vero protagonista di questa storia sia proprio il “passato”: quello privato dei personaggi che Littell ha pensato; quello storico che fa da sfondo a fatti e vicende che vorticosamente accompagnano il lettore dalla prima all’ultima pagina de L’oligarca; quello biografico dell’autore che origina la storia nella sua Brooklyn – è nella città newyorkese, infatti, che il detective privato Odum svolge la sua attività - , e fa sentire la sua confidenza con certe realtà geopolitiche che trattato per anni nel corso sua professione giornalistica.

Il passato dunque. E’ col passato che Odum mentre aiuterà un agente del KGB a ritrovare il marito della figlia si dovrà misurare. Mentre infatti l’investigatore incontra persone tra loro diversissime e raccoglie notizie per costringere, una volta trovato, il genero del suo assistito a divorziare secondo la legge ebraica, inizia al contempo un percorso di riappropriazione del proprio passato per capire davvero se anche lui un personaggio creato ad arte nel quartier generale della CIA di Langley o se, invece, se la confusione di cui soffre è solo causata da un disordine della personalità, da un lavaggio del cervello o, magari, da un semplice esaurimento nervoso…

Sullo sfondo dell’intricata vicenda alla quale è giusto che il lettore si appassioni e si lasci trascinare, va sottolineato l’autorevole e apprezzabile descrizione di alcuni contesti geopolitici fatta dall’Autore che ricostruisce con generosità di dettagli sociali, economici e politici. E’ il caso, ad esempio, della “stanca” Russia sovietica che sta per perdere definitivamente il confronto con gli States e, più in generale, con l’Occidente. Le vicende che fanno scoprire ad Odum che «nulla è poi veramente sacro» rivelano una Russia in agonia già nella metà degli Anni Ottanta perché svuotata da dentro dalla criminalità organizzata perché «mentre l’economia, paralizzata dall’inflazione e dalla corruzione ai più alti livelli del governo, si trovò in una fase di stallo, il capitalismo criminale prosperava. Le cooperatrice dovettero comprarsi la protezione delle centinaia di bande che spuntarono a Mosca e in altre città, se volevano rimanere in affari». Un contesto, questo, nel quale inizieranno a proliferare degli «astri nascenti del settore privato» che avevano una idea molto particolare del «come passare dal socialismo al capitalismo orientato al mercato». La soluzione era «un capitalismo criminale» che dal 1985 in poi esportò in Russia i “giochi sporchi” del capitalismo occidentale. E ciò avveniva con la convinzione che l’innesto avrebbe funzionato a meraviglia visto che le falle dell’agonizzante sistema sovietico rappresentavano di per sé stesse delle potenziali sacche di illegalità a portata di mano, al riparo dai controlli che invece dovevano essere elusi in occidente con la corruzione. Un passaggio, questo, che iniziato due anni prima, si consolidò in un momento storico preciso, nel 1987, quando «quelle che i sovietici chiamavano “cooperative” e il mondo definiva “imprese di libero mercato” furono legalizzate dal compagno Gorbacëv».

E’ questo il contesto in cui nasce la «mafia russa», sulle ceneri di una nazione che Benny Sapir - uno dei personaggi che incontra Odum nel corso della sua ricerca che si svolge dal 1993 al 1997 - descrive come una «cleptocrazia». Un paese, cioè, dove «la criminalità organizzata si infiltrò nelle istituzioni politiche ed economiche» e dove alla fine, «furono i criminali russi, e non i suoi politici, a smantellare la sovrastruttura comunista». Un’ipotesi, quella di Benny, davvero suggestiva, poco considerata – almeno finora - dagli storici e che trova conferma in un altro momento significativo di una delle conversazioni più suggestive dell’intera storia: quando Benny ricorda a Odum che negli anni della disgregazione sovietica «quando tutto era a disposizione di tutti» una tale situazione attirò, ma senza successo, le organizzazioni criminali occidentali tra cui la mafia italiana. La “family” «venne a sentire che aria tirava per potersi prendere una fetta della torta […] ma gli italiani diedero un’occhiata e poi se ne tornarono a casa; i russi erano decisamente troppo spietati per loro».

Quello di fornire un ritratto preciso della Russia post-sovietica è dunque uno dei maggiori meriti del romanzo di Littell che per voce dei suoi protagonisti fa luce su alcune dinamiche ancora oscure del crollo sovietico. Il ruolo della criminalità organizzata su tutti. E conoscere una chiave di lettura “diversa” - diremo noi “noir” - dell’evento più importante della seconda metà del Novecento rappresenta un buon motivo per portare sotto l’ombrellone un storia ben costruita che si fa leggere tutta d’un fiato.

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mercoledì 17 giugno 2009, posted by khayyamsblog@gmail.com at 12.57
di Laura Daga

I recenti risultati elettorali in Libano, sebbene abbiano sancito la vittoria della coalizione filo-occidentale guidata da Saad Hariri, hanno al contempo evidenziato il forte radicamento di Hezbollah nel Sud del paese dove rimane l’incontrastato rappresentante della comunità sciita libanese.
L’agile volume ideato da due giornalisti, Walid Charara e Frédéric Domond fornisce - attraverso un’accurata documentazione e testimonianze dirette -, una dettagliata illustrazione del movimento islamico nazionalista partendo dalla sua iniziale clandestinità sino al suo completo inserimento nel sistema politico nazionale. In tal modo la lettura del saggio fornisce al lettore una panoramica complessiva della geopolitica mediorientale.

Non si può comprendere la nascita del “Partito di Dio” senza fare riferimento alla Prima guerra di Palestina del 1948. È a partire da allora che iniziano a concretizzarsi le mire sioniste verso il Sud del Libano (Djabal Amil), territorio considerato strategico per la sua conformazione semi-montagnosa e particolarmente fertile per le sue numerose risorse idriche. Le incursioni israeliane in territorio libanese diventano, nel corso degli anni, sempre più insistenti e culminano nel 1982 in una vera e propria occupazione militare con devastanti conseguenze per la popolazione civile e per l’economia del Paese. È in questa drammatica situazione che nasce, sulla scia della rivoluzione islamica in Iran, una resistenza armata popolare prettamente libanese guidata da Hezbollah.

Il trionfo della rivoluzione sciita iraniana ha dunque un ruolo fondamentale riguardo alla nascita del Partito in quanto ne delinea le fondamenta ideologiche: Hezbollah adotta infatti la visione dell’imam Khomeini che divide il mondo in oppressori e diseredati, dove i primi sono gli Stati che esercitano una dominazione politica, militare, economica e culturale sui secondi. Tale distinzione è importante in quanto porta Hezbollah a combattere Israele non in quanto Stato ebraico ma in quanto Paese occupante, “punta di diamante dell’imperialismo americano”, dotato di un preciso progetto coloniale e quindi fonte di minaccia per tutti i Paesi confinanti. La resistenza contro l’occupazione israeliana costituisce quindi la ragion d’essere del movimento; la strategia di combattimento che ne consegue è la “Jihad difensiva” strettamente legata all’idea del martirio, propria dell’islam sciita, che porta i miliziani a sacrificare la propria vita per una giusta causa in cambio della vita ultraterrena.

Inizialmente costretto ad agire in una condizione di clandestinità Hezbollah riuscirà nel giro di un decennio ad inserirsi nella vita politica nazionale. La lungimiranza dei vertici del Partito sta nell’aver fortemente ridimensionato, in seguito alla fine del conflitto tra Iran ed Iraq nel 1988, l’idea di costruire uno Stato islamico sull’esempio di quello iraniano, ottenendo pertanto maggiori consensi e credibilità presso una società civile pluriconfessionale. Tuttavia rimane riduttivo considerare Hezbollah esclusivamente un partito politico: esso è anche un movimento religioso, un ente assistenziale, una vera e propria holding finanziaria, una milizia.

Gli autori ci illustrano questa multiforme realtà e di come sia stata utilizzata per combattere il nemico, costretto nel 2000 ad un impensabile ritiro; Hezbollah è riuscito a mobilitare la popolazione sciita in una lunga guerra di resistenza non solo indottrinando i combattenti ma anche offrendo loro aiuti e assistenza sanitaria in un Paese dove la sanità pubblica è spesso una chimera. Ne sono esempi l’istituzione Al Shahid (Il martirio), ente incaricato di aiutare le famiglie dei caduti durante i combattimenti, la fondazione Jihad Al Bina per la ricostruzione delle case distrutte dai bombardamenti e l’associazione Al Emdad che fornisce aiuto alle famiglie in difficoltà e ai disabili. Hezbollah non ha trascurato neppure la dimensione mediatica della propria lotta: è il caso di Al Manar la “televisione della resistenza e della liberazione” e prima emittente araba ad effettuare una vera e propria guerra psicologica contro il nemico.

Hezbollah. Storia del partito di Dio e geopolitica del Medio Oriente è anche una forte denuncia contro i crimini perpetrati durante l’occupazione e rimasti ancora oggi impuniti: simbolo per eccellenza delle sofferenze del popolo libanese è la prigione di Khiam, luogo di violenze e soprusi chiuso alla vigilia del ritiro israeliano dal sud del Libano. Gli autori presenti nella zona al momento del ripiegamento offrono un racconto in prima persona di questo storico avvenimento che rappresentò indubbiamente uno straordinario successo per la resistenza libanese.

L’immagine di Hezbollah che si desume dal testo è dunque contrastante con quella comunemente diffusa presso gran parte dell’opinione pubblica occidentale, dove il Partito viene spesso visto in modo semplicistico e riduttivo come un’organizzazione terroristica alle dipendenze dei sevizi segreti iraniani e siriani, trascurando pertanto quella molteplicità di fattori sociali e storici fin qui sommariamente delineati che hanno fatto di Hezbollah un complesso fenomeno politico-culturale e sociale fortemente radicato nella coscienza della popolazione sciita libanese.

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martedì 16 giugno 2009, posted by roberto.bonuglia at 11.48
Federico Platania aveva fornito un’anteprima del suo stile «essenziale» e al contempo «combinato di accenti visionari» fin dai suoi primi esordi letterari consolidando, in misura sempre maggiore, questa piacevole impressione tra i suoi lettori “della prima ora”. Dalle riviste al riuscitissimo Buon Lavoro. Dodici storie a tempo indeterminato nel quale, controcorrente, raccontava gli effetti indesiderati, diremo noi collaterali, del «posto fisso»: una meta agognata per la generazione dei padri (della Prima Repubblica), un tortuoso labirinto di scontata e ripetitiva quotidianità per i figli (della Seconda Repubblica).

Due anni dopo Platania, torna – sempre per Fernandel, la casa editrice "nata" dalla rivista letteraria – ambientando la sua nuova storia nella periferia romana del terzo millennio: un microcosmo che alcuni hanno iniziato ad aggettivare come «estremo», un «limbo» con regole proprie ignorate dai media, un mondo a sé lontano persino dall’ombra del Grande Raccordo Anulare. A differenza dell’altro libro, nel quale la natura stessa dell’impresa suggeriva una trattazione per racconti, Il primo sangue (Ravenna, Fernandel, 2008) invece è un romanzo vero e proprio, nel quale gli occhi dei due protagonisti, Andrea e Francesco, fotografano da due distinte prospettive – così vicine, così lontane – una realtà poco conosciuta, molto «particolare».
Fatti e vicende si svolgono in contesto sociale borderline dove tutti i personaggi, pur nelle proprie differenze etniche e religiose, si sentono accomunati da alcuni elementi: uno su tutti, quello della propria inevitabile e immodificabile condizione sociale. Una sorta di mondo “dei vinti” di verghiana memoria che ben descrive Maurizio, in una delle prime pagine del libro: «Ma quale rumeno, quale pugliese, quale italiano […] qua dentro semo tutti morti de fame e basta». Un destino comune, dunque, un minimo comun denominatore che alcuni – come Fabio – cercano di combattere cercando di «farsi una posizione» conquistandosi col sudore della fronte e con i sacrifici di una parsimonia anacronistica e quasi “epica” una casa, il “primo passo” verso la redenzione sociale. Ed il cammino verso questa meta agognata è certamente duro, pieno di insidie, di ricadute. L’importante è non demordere e soprattutto non arrivare mai «al pacco», ossia i viveri passati ai poveri dalla Chiesa: quello è il momento in cui anche nella più estrema periferia cessa la speranza di riuscire a «stare a galla» e si prende piena coscienza e consapevolezza di «essere poveri».

Ma la quotidianità raccontata da Platania è fatta di piccoli e grandi sacrifici, piccole e grandi disillusioni, che il sottoproletario pasoliniano e globalizzato affronta con paura, disperazione ma anche dignità: le fatiche del lavoro (quando c’è…), quelle degli spostamenti suburbani con autobus fatiscenti e in perenne ritardo, la convivenza con gli altri disperati (extracomunitari e non solo). Anche i momenti di svago hanno il sapore di un’evasione dalla realtà che porta a rifugiarsi nel passato, fumando una canna all’ombra della scuola dove si sono trascorsi i momenti più spensierati della propria vita, accompagnando la domenica mattina la madre in chiesa, facendo il consueto giro di birre del venerdì pomeriggio, riparando a casa di Marjia, la rumena conosciuta durante il turno di lavoro…
E dopo la descrizione di questi attimi di eternità sparsi in una esistenza dove tutto è precario, verso la metà del racconto di Platania, Andrea incontra Francesco, l’altro protagonista della storia. E’ il momento della “svolta”. L’inserviente alla mensa incontra il milanese, arrivato in quel microcosmo di disperazione per vendere la casa del padre imprenditore.
E sarà questo incontro a “cambiare” la vita di Andrea. Egli conoscerà nuove persone, imparerà a giocare con la PlayStation, si affaccerà (per sentito dire) in un mondo fatto di persone che hanno confidenza col denaro, ben diversi dai disperati di periferia finora incontrati. Ma anche in quel nuovo mondo, che il giovane milanese racconta ad Andrea, la vita è segnata dai soldi. In modo diverso, certo, ma non meno marcato. In una delle frasi più belle del libro, infatti, è proprio Francesco che spiega che anche a Milano la vita non è proprio così rosea come si potrebbe pensare perché: «I soldi non sono una cosa che uno ha, che tiene tra le mani, sono un movimento, una corrente. Ti portano su, a una certa quota e lassù tutto ti sembra bellissimo. Il problema è che poi devi anche mantenerla quella quota. E allora servono altri soldi. E così non bastano mai. Bruci carburante in quota per rimanere lassù e più stai su e più consumi».

Francesco per Andrea è come una sorta di «oasi in mezzo alla miseria del […] quartiere e della […] vita», un vero e proprio «posto segreto» nel quale nascondersi e «prendere fiato» prima di rituffarsi a capofitto «di nuovo con la testa nella disperazione». Il ragazzo ricco e quello povero che si incontrano dunque. Può sembrare un’incontro scontato, ma non lo è affatto Perché ben presto finiranno entrambi per sommare le proprie insoddisfazioni. Anche Francesco, infatti – quello ricco per intenderci –, vive in sé una serie di inquietudini che si manifestano nei momenti di confidenziale conversazione con l’amico “povero”: l’odio per i vecchi che «sentono la puzza della morte che si avvicina e se la prendono con noi», ma anche la frustrazione esistenziale di avere a portata di mano il patrimonio del padre senza però poterlo usare subito per “bruciare carburante” e volare ad alta quota.

Collere individuali che si sommeranno per diventare più grandi e pericolose di quando non lo siano già? Che si annulleranno? Che si ignoreranno abbandonandosi al corso della vita? Al lettore lasciamo, come è giusto che sia, la libertà di scoprirlo. Con una sola raccomandazione: prendetevela questa libertà. Ne vale davvero la pena.

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lunedì 15 giugno 2009, posted by giovanni.larosa at 10.43
Grazie agli studi che l’essere umano è riuscito a svolgere per giungere alle tecnologie a disposizione, oggi siamo in grado di poter “vivere” momenti passati, epoche trascorse, ponendoci a confronto con altre persone ed entrando in un mondo che non ci appartiene più, ma che fa parte della “storia dell’uomo”.

La capacità di ricostruire attraverso delle pellicole, ci offre l’opportunità di poter entrare in un paesaggio e di conoscerne i personaggi interessati, seppure in maniera passiva, guardando la sequenza delle scene seduti comodamente sulla propria poltrona; un libro invece, permette alla mente di creare la scenografia descritta dall’autore e di dare dei volti ai personaggi citati.

I diari di Anne Frank”, fu pubblicato per la prima volta nel 1947, è stato tradotto in oltre settanta lingue e rimane ancora oggi uno dei libri più venduti.

Anna Frank appuntò nel diario il 9 ottobre 1942:


«Supponiamo che la maggior parte di loro venga assassinata. La radio inglese parla di camere a gas, forse la morte più rapida. Ne sono sconvolta»


ed ecco che purtroppo in molti di noi queste poche righe riescono a ricreare tutta una sequenza d’immagini drammatiche e di orrore.

Gli originali “Diari” di Anna Frank, tornati “a casa”, in occasione di quello che sarebbe stato il suo 80° compleanno [12 giugno 1929], potranno essere visti dal pubblico in un nuovo scenario, a partire dal 1° novembre 2009, poiché saranno esposti in quella che fu la casa di Anna in Amsterdam, in un’atmosfera particolare di maggiore suggestione per tutti e maggiormente per i ricercatori scientifici.

Il ministro olandese della Cultura e Ricerca Scientifica Ronald Plasterk ha, infatti, espresso il suo consenso all’accordo siglato l’11 giugno 2009, tra l'Istituto olandese di documentazione bellica (NIOD) l'istituto cui Otto Frank lasciò i famosi diari della figlia, l’Accademia reale olandese delle scienze (KNAW) e la Casa di Anne Frank, per un comodato permanente.

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domenica 14 giugno 2009, posted by David.Rettura at 3.25

Venerdì 12 giugno, nella sede della Fondazione che porta il suo nome, un gruppo di giovani studiosi tra cui chi scrive, con un illuminante intervento inziale di Gaetano Rasi ed il Coordinamento di Giuseppe Parlato e Gianni Dessì, rispettivamente Presidente e Direttore della Fondazione, hanno ricordato la figura del filosofo nel trentenanle della sua scomparsa, in una luce insuale, ovvero quella della fascinazione verso altre tradizioni culturali, che lo portò, nell'arco di circa trent'anni a viaggiare ripetutamente in Germania, subito prima della guerra, per poi npartecipare, nel 1949, al congresso filosofico di Mendoza in Argentina, recarsi in URSS e nella Repubblica Popolare Cinese rispettivamente nel 1956 e nel 1960 per poi subire la fascinazione, alla fine degli anni settanta, della Rivoluzione bianca del declinante shah Reza Palevhi.
Ne è risultato il ritratto di un uomo entusiasta della vita e curioso delle sue varie sfaccettature, come quello di un filosofo che con pervicacia ha inseguito sempre il suo Assoluto, con soddisfazione di quanti sono intervenuti all'evento.

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sabato 13 giugno 2009, posted by roberto.bonuglia at 10.03
Era il 1875 quando Karl Marx scrisse la Critica al Programma di Gotha. Il 5 maggio di quell’anno la inviò a Wilhelm Bracke scrivendo una lettera a dir poco significativa che Engels rese pubblica solo nel 1891. Questa lettera viene ora ripubblicata in italiano e con testo (tedesco) a fronte nell’edizione della Kritik des Gothaer Programms edita da Massari Editore in una veste grafica particolarmente accattivante.
Al progetto hanno contribuito Giovanni Sgrò, Roberto Massari e Augusto Illuminati firmando, rispettivamente, la premessa, l’introduzione e l’appendice. Quest’ultima, apparsa per la prima volta nel 1968 come introduzione all’edizione della “Critica” pubblicata dall’editore romano Samonà e Savelli, è preceduta, in questo agile volumetto, da un’interessante apparato documentario che ripropone, pur se con gli opportuni tagli, tutte le lettere che Engels dedicò «esplicitamente al manoscritto marxiano».

Il Congresso di Gotha si tenne nel febbraio 1875 e sancì un’importante tappa nella storia per l’allora nascente «sinistra europea»: la fusione dell’Associazione Generale dei Lavoratori Tedeschi (fondata nel 1863 da Ferdinand Lassalle) con il Partito Socialdemocratico dei Lavoratori (fondato nel 1869 da Wilhelm Liebknecht e August Bebel). Da questa «unione» nacque il Partito Socialdemocratico Tedesco (Sozialdemokratische Partei Deutschlands, SPD) che, nonostante le leggi antisocialiste emanate da Otto von Bismarck, ebbe un’immediata affermazione elettorale, fino a diventare, nel 1912, il primo partito tedesco e, di fatto, un modello – secondo alcuni ancora oggi insuperato – per il movimento socialista europeo.

L’evento rappresentò dunque per Marx un’occasione irripetibile - come ricorda Massari -, per poter «esprimere in termini generali […] la sua più completa definizione della fase di transizione al socialismo e della forma di gestione» che avrebbe dovuto assumere l’agognata società diretta dai lavoratori. Un società, questa, che Marx aveva già avuto modo di descrivere nel primo libro de Il Capitale, l’unico di cui l’autore vide la pubblicazione. E nella Critica al Programma di Gotha, Marx non fa altro che attualizzare, perfezionare, calibrare, le intuizioni già espresse nei suoi scritti degli anni Sessanta dell’Ottocento. E’ il caso della sua riproposizone della «gestione diretta dei lavoratori» che avrebbe dovuto originarsi dall’«insieme dei rapporti sociali di produzione» e «dal quadro generale» in cui si collocava l’organizzazione del lavoro al fine di permeare, in prospettiva, «tutte le sue articolazioni concrete». Ma anche dall’accettazione – nella fase transitoria vero la «superiore società comunista» – di quelle forme di diseguaglianza, di sottomissione alle esigenze produttive – in altre parole, di «autosfruttamento» degli operai – che proprio nella «glossa» al Programma di Gotha Marx prevedeva, regolava ed accettava.

Per il Marx della Glosse, infatti, non si poteva non prevedere, durante la transizione, una sorta di «esercizio del potere di controllo sulle attività sociali»: solo così si sarebbe potuto «stabilire il senso rivoluzionario o regressivo delle misure adottate nel periodo di transizione al comunismo» realizzando finalmente una società senza milizie, tribunali, polizia, confini, etc. Ed è all’insegna di questa continuità di pensiero pragmatico che trova conferma una sorta di «linearità» tra il giovane Marx che si interrogava sulla «autoemancipazione» ed il Marx più maturo, quello del “dopo-Gotha” che indagava sull’«autogestione» dei produttori associati: un’austera speranza di vedere, una volta per tutte, gli operai coscienti sia come singoli sia come «insieme di soggetti associati» in riferimento alla propria esistenza sociale.

Questo, d’altra parte, era il sogno del filosofo tedesco: vedere realizzarsi e consolidarsi una società senza la subordinazione servile degli individui alla divisione del lavoro, senza il contrasto tra lavoro «intellettuale» e «fisico»; una società, dunque, dove il lavoro non fosse solo «un mezzo di vita» ma potesse finalmente diventare il «primo bisogno della vita»...

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venerdì 12 giugno 2009, posted by khayyamsblog@gmail.com at 10.33
di Marinella La Rosa

Una grande libreria nel centro di una grande città può rappresentare un osservatorio privilegiato che regala la possibilità di entrare in contatto con migliaia di persone al giorno. Tipologie di persone tra loro diversissime: viaggiatori in attesa di un treno, studenti alla ricerca di un compagno d'evasione dai libri di testo, pensionati in cerca di una lettura rilassante, manager con le idee chiare su cosa leggere nel tempo libero, appassionati che verso una sera di quasi estate trovano in un libro un'alternativa al chiacchericcio televisivo...
Sono questi solo alcuni dei clienti che transitano allegramente tra i banchi delle librerie, tappe affascinanti durante le passeggiate in centro o nel “corso” principale in cerca di un po’ di relax. Stesso può dirsi delle librerie all'ombra delle stazioni che richiamano i pendolari prima di prendere il treno quelli, cioè, che lo usano tutti i giorni per recarsi al posto di lavoro oppure sono solo "di passaggio", magari per raggiungere qualche amico che da tempo non vedono, magari in fuga dalle metropoli dove i rapporti tra le persone si velocizzano all’estremo e dove il tempo "scappa" sempre. Ma tra le diverse novità editoriali quali sono quelle che più attraggono l’attenzione del passeggiatore… di passaggio?

Il genere che fa da padrone è sicuramente il giallo, l’inchiesta o thriller che si voglia definire: l’assassino da scovare - probabilmente con il colpo di scena nelle ultime pagine - nonostante costring spesso il lettore ad affrontare testi di più di 500 pagine, oggi come ieri conserva il suo fascino. E spesso le pagine gialle si consumano con velocità impressionante pur di trovare il colpevole trovando magari conferma dei propri sospetti....

In questi giorni, al vertice delle vendite permane il sempre grande Andrea Camilleri che, per Sellerio, ha da poco presentato l’ultima indagine dell’amato “Salvo Montalbano”: ne La danza del gabbiano il commissario sarà impegnato nella ricerca del più fedele dei suoi uomini “Fazio”, misteriosamente scomparso… Alla ricerca delle sue tracce, Montalbano si troverà in una campagna piena di pozzi artesiani - forse un cimitero di mafia - dai quali compare un cadavere e allora inizia l’indagine…

Un altro autore molto seguito negli ultimi anni dal pubblico è Giorgio Faletti, che per Baldini e Castoldi Dalai, ha presentato Io sono dio. Da ormai sette anni scala velocemente le vette delle classifiche dei best seller con i suoi gialli, amatissimi dai lettori, scavando, questa volta, nelle radici di una delle più grandi tragedie americane …

Steig Larsson, con Uomini che odiano le donne, pubblicato per Marsilio nel 2007, è tra gli autori che maggiormente ha captato la curiosità dei frequentatori degli scaffali librari. Lo svedese è tornato con questo libro - il primo della sua trilogia “millennium” - a far parlare di sè anche e soprattutto in seguito all’uscita nelle sale cinematografiche del film. Il primo dei tre volumi (gli altri due, lo ricordiamo, sono La regina dei castelli di carta e La ragazza che giocava con il fuoco), è tornato con prepotenza ai primi posti tra le preferenze dei lettori che non mancano di leggerlo con grande curiosità: sicuramente, quest'estate, vedremo i libri di Larsson sotto molti ombrelloni. Ma non solo il libro del caso letterario dell'anno ha trovato nuova linfa dalla trasposizione cinematografica. In realtà, tutto ciò che viene proposto nel grande schermo inevitabilmente riscuote interesse in libreria: basti ripensare al ritorno nelle classifiche dei libri maggiormente venduti di Angeli e demoni di Dan Brown.

Camilleri, Faletti, Larsson, Dan Brown. Uomini prima che scrittori di tutto rispetto. E le donne? Anche le autrici, hanno un ruolo importante tra le scelte dei lettori: la spagnola Alicia Gimenez-Bartlett è tra le più lette; ha pubblicato per Sellerio, Il silenzio dei chiostri, ambientato in una Barcellona sempre apprezzata dagli italiani, dove la “detective Pedra” e il suo “aiutante Garzón”, sono alle prese con l’uccisione del “frate Cristobal” e la scomparsa del corpo del “beato Asercio”.
Questa avventura permette all’autrice di affrontare il tema delle famiglie allargate e di scandagliare gli aspetti più oscuri della Spagna profonda.

Altro autore spagnolo che cattura l’attenzione dei lettori è Carlos Ruiz Zafon, che con il suo nuovo titolo Marina, pubblicato per Mondadori, è finalmente arrivato anche in Italia! Si tratta di un romanzo ambientato nella Barcellona della fine degli Anni Settanta. In realtà, in Spagna fu pubblicato prima dei due ultimi successi: L'ombra del vento e Il gioco dell'angelo.

Ma non solo i romanzi sono apprezzati, nelle buste dei lettori c'è anche spazio per le inchieste... Tra i titoli di “saggistica” che più hanno interessano i lettori c’è Italia anno zero, pubblicato da Chiare Lettere. Nel libro che prende il nome dalla trasmissione televisiva si può scorrere la cronaca politica italiana dal 2006 al 2009, commentata da Marco Travaglio, con le vignette di Vauro e le testimonianze dei giovani intervistati da Beatrice Borromeo: il cast nel programma «Anno Zero» di Michele Santoro al gran completo. La casa editrice Chiare Lettere, si conferma, a nostro giudizio, come una delle più interessanti realtà editoriali italiane nate e consolidatesi nell’ultimo anno, per quanto riguarda i temi di attualità e di inchiesta.

Non da ultimo, ancora un libro che ha catturato l’attenzione del pubblico è certamente 2012, fine del mondo?, di Roberto Giacobbo, pubblicato da Mondadori, nel quale il conduttore del popolare programma televisivo in onda su Rai Due «Voyager», affronta le profezie legate alla fine del mondo nelle diverse culture riportando soprattutt quella della data del calendario dei Maya, che indica nel 21 dicembre 2012, la data della "fine" o della "nuova rinascita" del mondo. Questo, innegabilmente, è uno dei temi che maggiormente attraggono le scelte dei lettori, insieme a tutto quello che riguarda il new age e l’esoterico.

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giovedì 11 giugno 2009, posted by roberto.bonuglia at 16.12
Claudio Magris non ha certo bisogno di lunghe presentazioni. Scrittore e docente di Letteratura tedesca, è stato l’apprezzato autore di libri come Danubio (1986) e Microcosmi (1997) ma anche di numerosissimi editoriali, articoli e saggi pubblicati sul Corriere della Sera e su altre riviste. Molto meno frequenti, ma non meno affascinanti, le sue «uscite televisive»: preziose quanto rare occasioni di approfondimento culturale imprevedibilmente «vero». L’Accademico dei Lincei, infatti, è uno dei più notevoli saggisti contemporanei il cui percorso intellettuale – iniziato, a soli vent’anni, nel 1959 col saggio Per un’antologia della letteratura triestina – si è felicemente incontrato col progetto culturale Viaggi nella parola ideato da Altreforme e pubblicato in DvD dall’Editrice Forum. Quello dell’editrice udinese è un progetto editoriale senza precedenti, fatto di “videointerviste” che si impongono per originalità dei temi trattati e per qualità dei contenuti.

E’ tra i tavolini rossi di un caffè che Magris esordisce fornendo la propria definizione di scrittura. In un suggestivo mix di immagini e suoni l’erede indiscusso della grande tradizione culturale triestina muove i primi passi del nostro viaggio ricordando che «senza un elemento notturno non esiste scrittura. Perchè ogni scrittura ha a che fare col nostro vissuto, col nostro profondo […] In quei momenti emergono dentro di noi dei sentimenti che non sapevamo di avere e che ci dicono, per un attimo, quello che potevamo essere […] questa è la scrittura notturna. Diurna è solo quando leggiamo la Costituzione […] o quando diciamo “bene, domani parto alle 5:00”».

Un incipit ottimo, dunque, che induce senza esitazioni a continuare il «viaggio». Magris ne scandisce abilmente i tempi, conducendoci per mano a modo suo definendo concetti essenziali per la nostra cultura e per la nostra quotidianità: l’identità, la migrazione, la fine delle ideologie, la religione, la storia, il delirio, la sofferenza. Mentre sulla base delle proprie letture e delle sue personali esperienze lo scrittore racconta modi e termini entro i quali ha definito questi concetti – citando fatti, vicende e personaggi come nel caso di Roberto Toscano e Nino Andreatta –, l’autobus ci porta tra un caffè e l’altro della città. Ed ogni tappa è foriera di nuove suggestioni, ognuna legata all’altra dal sottile filo rosso della scrittura, della parola. Come quando Magris parla della «storia», intesa come “vicenda narrata” mettendo in evidenza un legame indissolubile, quello con la forma: «Ogni storia nasce indissolubilmente legata alla forma […] una storia è come la vita […] fino a che non si trova questa forma […] non si riesce a scrivere».

Ma è anche la storia intesa come “insieme cronologico” di vicende – più o meno dolorose – a farsi tappa del viaggio. E’ così quando Magris, rievocando il triste destino degli esuli dalmati, ricorda i giorni della sofferenza, il momento della vendetta, la delusione di coloro che questo «grande regista» che è la storia, ha fatto sempre trovare «al momento sbagliato e nel posto sbagliato». Un destino di sofferenza, quello degli esuli istriani che li accomuna, in un certo senso, a quello dei malati dell’Ospedale Psichiatrico di S. Osvaldo di Udine, del quale il DvD propone delle significative immagini inedite che scorrono mentre Magris racconta i drammi individuali vissuti entro quelle mura, entro quei confini. Drammi di persone, di individui che diventano, nel dolore, drammi collettivi perché «ognuno di noi è anche altri» e «quello che succede non è solo nostro» in quanto «ognuno di noi è un coro». E’ questo uno dei momenti più significativi, più intensi, a nostro dire, dell’intero «viaggio». Un «viaggio» compiuto insieme alle interpretazioni magistrali di Magris che finiscono per diventare «nostre». D’altra parte è lo stesso scrittore ad evidenziare che «della nostra vita fanno anche parte le cose che ci sono state dette, raccontate, che abbiamo visto e che diventano nostre».

Quali sono, dunque le parole che rimangono scritte nella nostra memoria alla fine del Viaggio nella parola compiuto con Magris? Alcune richiamano paure, più o meno ancestrali come la paura, l’esodo, il delirio, la violenza. Altre, invece, producono in noi fiducia e speranza nel futuro. E’ questo il caso di parole come fratellanza, dialogo, incontro. Di certo e concreto c’è il fascino di un grande intellettuale che mette da sempre la propria cultura e la propria esperienza al servizio del lettore che in questo viaggio diventa una sorta di “videolettore”. Questo DvD, infatti, tra musiche e immagini davvero suggestive, ci regala una mezz’ora di approfondimento e di evasione culturale che vale davvero la pena regalarsi e che sarebbe altresì un peccato lascirsi sfuggire.

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, posted by khayyamsblog@gmail.com at 11.01
di Andrea Loquenzi Holzer

[Il Khayyam's Blog propone oggi ai suoi lettori un'interessante analisi dei risultati elettorali europei pubblicata ieri dall'Hudson New York]

History is repeating itself: during the year of the global economic crisis, the left is sinking almost everywhere in Europe. The Labors parties in Great Britain have suffered the biggest defeat since 1918. Even in Germany the SPD lost badly scoring 20.8%, a new negative record. In France, Sarkozy’s coalition overwhelmed the socialists (28% against 16.48%), even though the great winner here is the Green Party (16.28%). In Italy (the biggest turnout here) Silvio Berlusconi’s Freedom Party got 34.9 % with the Democratic Party being stuck at 25%. It is a victory, yes, but the expectations were higher.

Generally speaking, these elections clearly indicate that Europe as a whole must change its policy and somehow increase the level of involvement among Europeans. They also tell us that Europeans have a certain need for security and boundaries. Look at the results in the Netherlands, where Geert Wilders’ anti-Islamic Freedom Party scored 17%. Wilders is firmly against the entrance of Turkey into the European Union. The low turnout can also be explained in terms of a popular mistrust feeling toward politics and politicians: as the Europeans struggle to stand up against the economic downturn, they do not feel as if they are being represented or supported by their leaders.

According to Labour's deputy leader, Harriet Harman, this was "a bad defeat” for the Labor Parties. Gordon Brown will now have to explain what happened to his lawmakers during a closed door parliamentary session. In Germany, Der Spiegel called the results of the elections “catastrophic” for the SPD. In France, Sarkozy’s UMP won the 28% of the votes, while the socialists (16.48%) performed very poorly, almost as badly as in Great Britain. It has been said that the French appreciated what their country’s government did during the six months of European presidency. The big winner, though, is the Green Party: "June 7 is the D-Day of ecology politics," said former anarchist Daniel Cohn-Bendit, leader of the “eco-friendly” French party.

In Spain, Zapatero’s socialists lost the elections. The “triunfo de los popolares” (the People’s Party won 42.3 percent of the vote and 23 seats in Strasbourg) represented a “pérdida de confianza” (a loss in confidence) for Zapatero. The Spanish leader will now have to sail in troubled waters since his electorate is turning from him, while Spain is suffering from the highest unemployment rate in the Old Continent.

In Italy, Silvio Berlusconi’s party (Pdl - Popolo della Libertà) has once again won by a large majority (34.9% Vs. 25%) against the main opposition party, the Partito Democratico. Berlusconi was in fact expected to lose many votes due to gossip-related issues. The Italian voters turn-out was once again the largest in Europe (66.5 %) but, according to Renato Manheimer, this is due to the fact that our political debate focused mainly on domestic issues. Since the results were better at the April 2008 general elections, when the Pdl got 37% of the votes, Berlusconi announced that “many things will have to change inside the party”.

Surprisingly enough, Umberto Bossi’s Northern League party won 10% of the votes, and even though Bossi himself said that “we will still remain trusted allies”, this might turn into more political weight for the “Lega Nord”, to be used inside the Pdl. This happened according to a European trend: indeed, extremist and fringe parties gained popularity also in Austria, Finland, Greece, Hungary, the Netherlands and Romania.

The PD (Democratic Party) suffered another major defeat but its leader, Dario Franceschini, sees the glass half full: “We were David against Goliath. Nevertheless, even this time, Goliath didn’t win….Italy is against the general tendency in a Europe swept by a right-wing wave. The fact that the PD is the major reformist party in Europe will eventually emerge”.

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martedì 9 giugno 2009, posted by khayyamsblog@gmail.com at 11.38
In aprile si è svolto a Treviso il G8 dell'agricoltura. Per l'Italia era presente il solo ministro leghista Zaia. Si è discusso delle problematiche relative alla situazione del settore agricolo di oggi e di domani. Dagli incontri è scaturita una preoccupazione diffusa sulla situazione in cui versano le aree coltivabili: in tutti i continenti queste zone stanno cambiando la loro destinazione d'uso. I proprietari lasciano le coltivazioni agricole per coltivare invece i biocarburanti, specie l'etanolo.
Insomma, si vuole avere sempre meno cibo e più carburante...
E' una cosa dissennata che potrebbe portare, fra una quarantina d'anni, una crescita irrimediabile della mancanza di cibo.
Secondo certe stime, quasi tre miliardi di persone non avrebbero cibo sufficiente....Le nazioni dovrebbero prendere atto della situazione potenzialmente esplosiva, iniziando a dare la giusta importanza ad un settore così fondamentale per la vita di ognuno.

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lunedì 8 giugno 2009, posted by giovanni.larosa at 15.15
Francesco Cafiso, il sassofonista che ha ormai raggiunto una fama internazionale, insieme al suo amico “sessantacinquenne”, come ha scherzosamente presentato al pubblico in sala, il pianista Dino Rubino, anch’egli siciliano e senz’altro un’altra stella del jazz nostrano che riesce ad alternare la tromba al pianoforte, ci hanno ammaliato con le loro melodie, nel concerto eseguito dalle 21 alle 22 e 45 di sabato 30 maggio 2009, al Teatro Studio dell’Auditorium “Parco della Musica”, di Roma.

Dino Rubino al pianoforte a coda e Francesco Cafiso al sax contralto, hanno dimostrato una perfetta sintonia, frutto di un’assidua frequenza e di molte ore di prove e rielaborazioni di brani creati dal “Duo”.


Da poco saliti sul palco, hanno iniziato subito a suonare i loro famosi strumenti di fronte al pubblico intervenuto numeroso, al punto di aver esaurito i posti a sedere disponibili nel teatro e non appena terminato di suonare, Francesco Cafiso ha preso il microfono per presentare il pianista Dino Rubino e lo spettacolo, invitando il pubblico ad ascoltare una «grande e bella musica».
Ha inoltre indicato che i primi due brani appena eseguiti, erano “Preghiera” e “King Arthur” e che li avrebbero dovuto svolgere singolarmente, ma come spesso avviene quando c’è molta intesa tra i musicisti, i brani sono stati suonati in continuazione, senza pausa, creando un medley, come ha voluto spiegare Cafiso.

Il concerto ha proseguito con l’esecuzione di “She Love”, una canzone scritta dal sassofonista siciliano all’età di 15 anni e arrangiata per l’occasione assieme a Rubino.

Dopo gli applausi, nell’esecuzione del successivo brano “Angelica”, sul palco si è visto un Cafiso totalmente assorbito dalla musica, al punto che, per mantenere il ritmo mentre suonava il solo pianista, ondeggiava aggrappato al suo sax, dando origine inoltre, alla tipica atmosfera dei locali jazz di New Orleans, ben conosciuta da un “giramondo” come lui, con delle sonore risate, che solitamente aiutano e stimolano i musicisti a creare un particolare contesto da fondere assieme al ritmo in esecuzione. Una bella atmosfera!

Un momento di pausa per riprendere fiato e per sgranchire le mani, dopo lo sforzo eseguito per portare avanti il concerto e al microfono Cafiso, ci ha presentato “Vocatio Mentis”, un brano scritto da Dino Rubino, che ha avuto il meritato applauso da parte del pubblico, al termine della sua esecuzione.

Lo spettacolo stava volgendo alla conclusione, con il brano “Paris Atmosphere” e con le pregevoli interpretazioni dei due musicisti, comprese le esecuzioni in ginocchio sul palco, da parte di Francesco Cafiso, che nonostante ciò, eseguiva con tutto il fiato in corpo le varie scale tonali, con il suo sassofono luccicante al riflesso dei colori dello spettacolo.

Il lungo applauso del soddisfatto pubblico di intenditori, accorso numeroso per l’evento, ha obbligato il “Duo” a eseguire il brano finale di rito, come nei migliori concerti rock.
Terminando definitivamente il concerto accompagnati dai meritati applausi.

Al termine del concerto abbiamo avuto l’opportunità di scambiare alcune parole con i musicisti di fama internazionale.
Ci ha fatto molto piacere, poter indicare a Francesco Cafiso che il
Khayyam’s Blog gli abbia già dedicato un articolo, portandolo a conoscenza dei nostri lettori, anche in occasione dell’insediamento del presidente degli Stati Uniti Barak Obama e ci siamo complimentati per il concerto, augurando di poter ascoltare ancora la loro buona musica, magari in terra di Sicilia!

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mercoledì 3 giugno 2009, posted by vito.cirillo at 11.48
Con l'amministrazione di Bush la Siria era nel "Libro Nero" degli Usa.
Ora, però, qualcosa sta cambiando. Il presidente siriano Bashar Assad fa sentire la sua voce improntata alla ricerca del dialogo con l'America di Obama: la Siria non vuole essere più ignorata per quanto riguarda i problemi del Medio Oriente. Assad ha invitato Obama a non ignorare movimenti fondamentalistici islamici di Hamas in Palestina e degli Hezbollah in Libano per quanto riguarda la soluzione della questione palestinese. Bisogna prendere atto che ormai quei due movimenti esistono e debbono essere ascoltati e tenuti in considerazione se si vuole avviare su basi più solide il negoziato per la costituzione dello Stato palestinese.
Sta al presidente Obama prendere atto di questa situazione e di comportarsi in maniera conseguente.

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martedì 2 giugno 2009, posted by antonella zatti at 17.38
Negli ultimi 60 anni, il peacekeeping delle Nazioni Unite è diventato uno dei principali strumenti usati dalla comunità internazionale per gestire le crisi che minacciano la pace e la sicurezza internazionale. Oggi, oltre 110.000 uomini e donne – tra militari, polizia e civili - prestano servizio in 16 operazioni di pace nel mondo, dalle terre aride del Darfur, alle montagne della Repubblica Democratica del Congo, fino alle coste di Haiti. I paesi che ora contribuiscono fornendo personale militare e di polizia sono 120, un record di tutti i tempi, una partecipazione che non solo accentua la forza delle operazioni ONU ma è anche una chiara dimostrazione di rispetto, dipendenza e fiducia diffusi nei confronti del peacekeeping delle Nazioni Unite.


Nel 2000, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha adottato la Risoluzione n. 1325 su Donne, Pace e Sicurezza. Per la prima volta, il Consiglio ha riconosciuto che le donne subiscono il maggiore impatto dei conflitti armati, e che dovrebbero pertanto rivestire un ruolo più importante in materia di prevenzione e risoluzione di tali conflitti.

La risoluzione 1325 evidenzia l’importanza di un’equa partecipazione delle donne e del loro pieno coinvolgimento in tutti gli sforzi volti a mantenere e promuovere pace e sicurezza. Essa chiede un ampliamento del ruolo e dell’apporto delle donne nelle operazioni di pace ONU, compresi quelli militari, di polizia e civili, così come con riguardo alle posizioni di comando.
Dopo l’adozione della Risoluzione 1325, le Nazioni Unite, le missioni di pace sul terreno e gli Stati membri hanno lavorato insieme per raggiungere questi obiettivi, anche se i progressi compiuti non sono ancora soddisfacenti. Sul piano civile, la percentuale di donne reclutate, assunte e dispiegate dal Segretariato per lavorare in missioni di pace si avvicina al 40%. Il progresso è stato assai più lento per le componenti in uniforme delle operazioni,che ricevono il contributo degli Stati membri e includono ora meno del 3% di donne. Questo comprende l’8% delle 10.000 unità di polizia e il 2% degli 80.000 militari.

In occasione della Giornata Mondiale ONU del Peacekeeping, il 29 maggio 2009, sono stati ricordati tutti coloro sono morti in servizio per la pace nel corso di operazioni di pace ONU nel 2008. Dieci, fra le 132 persone che hanno perso la vita lo scorso anno, erano donne.

Il peacekeeping ha subito un’evoluzione rispetto al ruolo tradizionale di monitoraggio degli accordi di “cessate il fuoco” e dei confini tra gli stati sovrani: ora il suo ruolo è condurre operazioni di pace multidimensionali su larga scala che spesso agiscono in contesti di guerre civili. Il mandato di questo nuovo tipo di missioni è facilitare i processi politici attraverso la promozione di dialogo nazionale e riconciliazione; la tutela dei civili; l’assistenza al disarmo, smobilitazione e reintegrazione dei combattenti; il supporto per l’organizzazione di elezioni; la protezione e la promozione dei diritti umani; la promozione della riforma del settore della sicurezza nazionale e l’aiuto per ristabilire lo Stato di diritto.

Queste maggiori responsabilità accentuano il bisogno di più donne peacekeeper. In tutti questi settori, le donne hanno dimostrato di poter svolgere le stesse mansioni secondo le stesse regole, parametri e nelle stesse condizioni di difficoltà della controparte maschile. In molti casi le donne sono più predisposte a svolgere certe attività in questo contesto, quali le interviste alle vittime di violenza sessuale e di genere, il lavoro nelle prigioni femminili, l’assistenza alle donne ex combattenti durante il processo di smobilitazione e reinserimento nella vita civile, l’addestramento delle donne cadetto nelle accademie di polizia.

Oltre a questo valore aggiunto le donne impegnate nelle missioni di pace possono costituire un modello a livello locale, ispirando, con il proprio esempio, donne e ragazze appartenenti a una società spesso dominata da uomini e dimostrando loro che sono in grado di fare qualsiasi cosa - in politica, sicurezza, settore giudiziario, medicina, giornalismo ed altro –incarnando così appieno il concetto di “poter mettere in grado”.

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lunedì 1 giugno 2009, posted by vito.cirillo at 12.58


50 anni fa Cipro diventò indipendente sottraendosi al dominio della Gran Bretagna. Nel 1974, l'isola di Cipro fu divisa in due parti: quella greco-cipriota e quella turco-cipriota. Nel 2004 Cipro è entrata nell'Unione Europea.
Nei prossimi giorni, dunque, anche i ciprioti eleggeranno i loro rappresentanti al Parlamento europeo. Gliene spettano sei. Per quanto riguarda la parte greco-cipriota non ci sono problemi: la Grecia fa già parte dell'Europa. Ma per la parte turco-cipriota invece andiamo incontro ad uno strano caso di appartenenza-non appartenenza: la Turchia, infatti, non fa ancora parte dell'Unione.
Si verificherà, perciò, l'elezione di alcuni deputati "turco-ciprioti" che entrerebbero al Parlamento europeo prima della Turchia....

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