sabato 30 maggio 2009, posted by khayyamsblog@gmail.com at 15.57
di Laura Daga

I cambiamenti geopolitici avvenuti nel corso dell’ultimo decennio hanno disegnato una nuova realtà politica caratterizzata dalla perdita dell’egemonia internazionale degli Stati Uniti conseguita, di fatto, dopo il crollo dell’URSS e dall’ascesa di nuovi attori politico-economici nella scena mondiale (Cina e India su tutti). E mentre ricompaiono sullo scacchiere internazionale «vecchie forze» come la Russia, si affermano al contempo nuovi «concorrenti energetici» come, tra gli altri, l’Iran o il V
enezuela. A complicare ulteriormente il contesto geopolitico mondiale contribuisce in modo determinante l’irrisolto conflitto arabo-israeliano, fonte di instabilità e tensioni in tutto il Medio Oriente e non solo. Questa Intervista sulla Geopolitica (Roma, Nuova Cultura, 2009) di Vito Cirillo, docente presso l’Università di Roma «La Sapienza», esperto di questioni mediorientali, ci aiuta a comprendere, mediante una piacevole conversazione e attraverso l’aiuto di preziosi richiami storico-religiosi, questa cangiante realtà analizzando le principali aree di interesse del nostro pianeta: Occidente, Medio Oriente ed estremo Oriente.
La prima tappa del viaggio, scandito dalle domande rivolte all’Autore da Roberto Bonuglia è ‒ diremo quasi inevitabilmente ‒ la vittoria del candidato democratico Barack Hussein Obama: la novità più rilevante, forse destinata ad influenzare in maniera significativa non solo gli equilibri interni degli Stati Uniti ma del mondo intero. Sebbene il nuovo Presidente si sia insediato da poco al potere ha già mostrato differenti propositi rispetto al suo predecessore.
Alla politica bellicista ed aggressiva di George W. Bush, infatti, si contrappone oggi un «lavoro diplomatico basato su pazienti negoziati». La nuova amministrazione sembra dunque intenzionata a riprendere seriamente il dialogo con i Paesi del Centro America e dell’America Latina, a discutere pariteticamente con l’Unione Europea ‒ particolarmente con Francia e Germania ‒, e a ristabilire pacifiche relazioni con la Russia. Relazioni, queste, deterioratesi in seguito all’installazione dello scudo spaziale antimissilistico nei Paesi limitrofi al Paese di Putin. Grande attenzione dovrà essere riservata al Medio Oriente soprattutto al conflitto arabo-israeliano.
La seconda parte dell’intervista verte proprio su quest’area geografica particolarmente calda. Bonuglia e Cirillo ripercorrono insieme le tappe fondamentali che hanno portato alla storica ostilità tra arabi e israeliani partendo dalla recente guerra di Gaza, «ultimo capitolo» di una dura lotta iniziata nel primo dopoguerra, quando la Società delle Nazioni affidò alla Gran Bretagna il Mandato sulla Palestina favorendo con la «dichiarazione di Balfour» del 1917, l’insediamento del primo focolare ebraico in terra palestinese. Quella scoppiata a Gaza all’inizio dell’anno è una crisi complessa e senza dubbio complicata dalla scissione consumatasi, nel mondo palestinese, tra i moderati di Al-Fatah ‒ che hanno riconosciuto con Arafat lo Stato di Israele ‒ e gli integralisti islamici di Hamas ‒ strettamente legati all’Iran ‒, che rifiutano un simile riconoscimento. La nascita dei movimenti integralisti islamici come Hamas, Jihad Islamica ed il libanese Hezbollah, spiega Cirillo, è legata proprio alla storia dello Stato iraniano, in modo particolare alla figura di Khomeini che prese il potere nel 1979 instaurando la Repubblica Islamica dell’Iran basata sulla sharia, ossia la legge coranica. Ad allontanare ancor più lo spiraglio di pace hanno poi contribuito in maniera determinante anche i risultati delle recenti elezioni politiche israeliane con la sconfitta del partito laburista e la vittoria dei nazionalisti. E’ evidente che in questa delicata situazione il ruolo di Obama diventi davvero decisivo per arrivare alla formazione di uno Stato palestinese, anche attraverso il dialogo con Hamas.
In Oriente, invece, l’Afghanistan ‒ di cui Cirillo, nel 1978, col dossier realizzato insieme a Angelo Pitoni e Giorgio Ciulla fu il primo in Italia ad occuparsi ‒ è al centro degli interessi dei vertici politico-militari statunitensi. Il controllo del Paese è fondamentale per ragioni strategiche: da un lato significa «stringere in una morsa l’Iran» collocato tra Iraq ed Afghanistan, dall’altro lato significa «controllare da vicino le mosse della Cina e dell’India» potenze economiche emergenti. Per raggiungere tali obiettivi diventa fondamentale, per la sua collocazione geografica, l’appoggio del Pakistan che, dal canto suo, non tarderà a chiedere maggiori finanziamenti agli Stati Uniti per contrastare la minaccia talebana nel Paese. Ma in Oriente non solo l’Afghanistan rappresenta un nodo geopolitico fondamentale. Cina e India sono Nazioni in forte espansione economica anche se ancora segnate da forti contraddizioni interne: discriminazioni sociali, alto tasso di disoccupazione e «larghe zone dove vige ancora la miseria più spaventosa» fanno da contrappeso ai progressi ottenuti nel campo economico, tecnologico e scientifico. E per quanto riguarda la Cina c’è inoltre il problema del Tibet, occupato dal 1959. Ancora oggi i tibetani rivendicano l’indipendenza mentre il Dalai Lama si «accontenterebbe dell’autonomia», ma le violente repressioni contro i manifestanti tibetani hanno dimostrato che la Cina non è disposta a fare nessuna concessione.
Nelle conclusioni dell’intervista non manca uno sguardo alla politica «nostrana»: le preoccupazioni principali sono rivolte alla Costituzione, ossia ai tentativi di cambiare il testo costituzionale mediante colpi di maggioranza. L’equilibrio dei poteri, sottolinea Cirillo, costituisce l’essenza della democrazia per cui «l’esecutivo non può sconfinare nel legislativo e relegare il parlamento ad un ruolo di spettatore». Anche le tendenze bipartitiche vengono messe in discussione dall’intervistato, essendo l’Italia un Paese «ricco di ideologie e di concezioni politiche». Ma l’Intervista sulla Geopolitica si chiude con una riflessione importante sulla shoah, o meglio sulla polemica concernente le tesi negazioniste avanzate dal vescovo Williamson. «Non si può negare», conclude Cirillo, il più grande e disumano genocidio mai esistito nella storia, «operato con crudele scientificità da menti diaboliche che hanno reso il nazismo l’ideologia più spietata e disumana che si ricordi». La memoria dell’olocausto non deve essere mai più cancellata. Questo è l’auspicio di tutti noi.

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venerdì 29 maggio 2009, posted by vito.cirillo at 14.42
Nel XIX secolo un grande personaggio sudamericano, Simon Bolivar, detto il Libertador, liberò alcuni stati dal dominio spagnolo: Venezuela, Colombia, Equador e Perù. Cominciò così il primo "risorgimento" sudamericano.
Ora pare essere iniziato un altro "risorgimento" in America Latina, nel segno della vittoria dei partiti "di sinistra" e, più in generale, "progressisti". Si pensi al Brasile, al Venezuela, alla Bolivia, al Cile, al Salvador. Mentre in Europa si va a destra, in America si va a sinistra.
Gli Usa di Obama non sfuggono a questa tendenza e non a casa il nuovo presidente statunitense vuole stringere rapporti di rinnovata amicizia e collaborazione con questi "vicini", praticamente ignorati durante la presidenza Bush. Obama, invece, ha persino stretto la mano a Chavez...
E anche riguardo all'annosa "questione cubana" ci saranno, forse, novità in tal senso....

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mercoledì 27 maggio 2009, posted by vito.cirillo at 14.32
Il bel post di Fabio Pierangeli che ringrazio per averlo voluto condividere con noi del Khayyam's Blog, ha stimolato in me alcune riflessioni sul modo di percezione del teatro nella nostra società.
Fin dall'antica Grecia, il teatro ha avuto un'importanza fondamentale nella formazione culturale di un popolo. Si pensi ai grandi autori greci come Eschilo, Sofocle, Euripide, Aristofane.
Oggi, però, il teatro sembra aver perso la sua fondamentale importanza culturale.
I giovani sono attratti da altre cose, da altre forme artistiche che promettono successo in modo più semplice, più diretto, più rapido (per poi disincantare e rivelarsi comunque come chimere).
Eppure il teatro è un luogo di incontro fra persone che assistono ad uno spettacolo e attori che sono interpreti di esso. E' un luogo in cui il pubblico riceve idee, sentimenti, passioni, ideali, riflessioni che riguardano la vita e la società. E' un luogo in cui gli attori sono a contatto col pubblico direttamente e ne possono percepire in tempo reale gli umori. Senza filtri. A teatro si vede se un attore è davvero bravo. In televisione ed al cinema, molto meno....

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lunedì 25 maggio 2009, posted by khayyamsblog@gmail.com at 12.22
di Fabio Pierangeli


Dove abitano gli uomini, dove perdono e dove sprecano le loro anime, i loro grani di tempo, assediati dall’umbratile fama, dal sortilegio della grandezza, dalla incostante solitudine dell’insoddisfazione? La collettività ha bisogno di creare miti, guardarsi allo specchio degli altri nei grattacieli della visibilità mondana, proprio perché, in una piramide dalle mille sfaccettature, dall’alto al basso, molti dinamismi restano identici. Anche Marlene, l’angelo azzurro del cinema, gira il volto in nero (la fragilità) e in bianco (gli abiti di scena e l’arte che l’attraversa di sensualità, quando attaccano le note e canta Lola in lei).

Ce la offre così, diversa, scostante, umanissima, ubriaca di consensi, icona del desiderio di eserciti di uomini, Giuseppe Manfridi, in Marlene, per la regia di Maurizio Panici, prodotto dall’Associazione Teatro Pistoiese. Drammaturgo di un estro prepotente e multiforme, capace di adattarsi alle atmosfere più disparate, dall’ambiente da rito tragico e popolare del calcio, a quello della scuola, al salotto borghese, alla commedia, a incursioni nella storia e nelle letteratura, a cucire abiti di lusso sul corpo di attori e soprattutto di attrici. Con alcuni motivi ricorrenti, ossessivi e straziati, tra cui quello delle stanze (metafora e luogo-vita del teatro) che non sono dimore, ma via via altro.

Tematica, come quasi ovvio, straordinariamente legata al teatro come materialità e scenografia, dall’altra luogo fisico e metafisico di confronto, spesso, nelle opere precedenti, si vedano spettacoli memorabili dedicati alle tre G., tutti di fronte alle stanze della malattia, della disidratazione, della fragilità del pensamento, di grandissimi artisti: Casanova, Leopardi, Puccini. Si fruga, nelle stanze-albergo-passaggio, dall’al di là all’ di qua, scrutando le anime, con terapia d’urto, con il riso sgangherato di una comune condizione, di una perenne dissacrazione, intrinseca o esplicita, del proprio mito. Marlene, in fortunata tournèe iniziata a Pistoia, nella prima metà di maggio in scena al Quirino di Roma, è un percorso a tappe nella biografia di Marlene Dietrich, in tre capitoli di altrettante stanze, non della parabola ascendente che più si conosce, ma in quello spago di equilibrio quando il successo può diventare nodo scorsoio, far gridare l’anima di nevrosi, capricci, incomprensioni.

Il corpo e la voce di Pamela Villoresi, stacca il personaggio dalla sua icona, entra nel suo sangue, e recita un’altra storia, nella verisimiglianza della vera storia. Manfridi, come suo solito, ha passato mesi a leggere tutto quello che c’era da leggere sull’attrice, per poi, appunto, costruire (come per Leopardi, in Giacomo, il prepotente) le tre stanze e le parole adatte ad una Marlene che fosse già la Villoresi in azione. Londra, allora, 1954, suite d’albergo, il momento in cui, chiuse le luci smagliati del cinema, Marlene dovrà debuttare in teatro. Ma il presente si somma al passato e la paura alla gloria: Manfridi dal volto autentico del pigmalione Joseph Von Sternberg (l’ottimo Orso Maria Guerrini), regista de L’Angelo azzurro; compone un personaggio narratore involontario, collante dei tre episodi, coscienza critica e sostentamento onirico per l’attrice, che alla chiusura della prima stanza rievoca con lui, apparso dal suo desiderio, il provino in cui il regista la scelse per la parte di Lola. Nel 1960, la stanza è il più convenzionale camerino, a Berlino, dove Marlene era assente da moltissimi anni, dopo avere vissuto negli Stati Uniti. Sta per andare in scena, ancora in una vesta nuova assieme al semisconosciuto musicista profondamente amato, Burt Bacharach (David Sebasti).

A Toronto, nel 1975, le due stanze si fondono: suite di albergo e camerino, per la recita più penosa e umana, con sullo sfondo la morte in manicomio di Tami (donna che ebbe una prolungata relazione con l’attrice) e il colloquio teso, burrascoso ma anche ironico divertente con la figlia Kater, costretta a una vita defilata all’ombra di una madre ingombrante, alla quale era legata da un rapporto difficile e conflittuale. La Villoresi e le bravissime Silvia Budri e Cristina Sebastianelli, recitano con vigore dinanzi a quella donna gelida che sta di fronte allo spettro della vecchiaia e a se stessa divina, con la configurazione dei sogni straripanti e remoti nell’ambito di una realtà ben triste, assumendo spesso toni da commedia, in cui le infiltrazioni spettrali di Tami, donano un effetto surreale. A chiudere il capitolo e la commedia, scrive Manfridi, un colpo di scena decisivo, che chiamerà di nuovo in causa Sternberg il Mefistofele, a cui Marlene si è offerta per tutta la vita come a un seducente e pericoloso Faust».

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domenica 24 maggio 2009, posted by roberto.bonuglia at 02.50

...Il minuscolo stato non occupa uno dei sette colli su cui è stata fondata Roma, si erge invece sulla cima del monte Vaticano. I cittadini propriamente detti sono meno di mille, e ancora meno quelli che possiedono il passaporto vaticano. Non una sola persona è mai nata entro i confini e pochi, oltre ai papi, vi sono morti; pochissimi vi sono stati sepolti. Governata da una delle poche monarchie assolute esistenti al mondo, il suo rappresentante alle Nazioni Unite non poté firmare la Dichiarazione dei diritti dell'uomo, perché nella città del Vaticano non esiste la libertà religiosa...

[S. Berry, Il Terzo Segreto, R.L. Libri, Milano, 2007, p. 47.]

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venerdì 22 maggio 2009, posted by roberto.bonuglia at 12.25
Già note in Italia per il generoso attivismo che le ha contraddistinte nei giorni del sequestro Sgrena, le donne algerine, da sempre in lotta contro i fondamentalismi e la violenza, stanno nuovamente facendo parlare di loro.

Nell’Algeria legata alla tradizione e segnata dalla guerra civile, come ha recentemente ricordato Michael Slackman, sta infatti avvenendo, grazie alla popolazione femminile, un fatto nuovo. Nel suo articolo A Quiet Revolution in Algeria: Gains by Women, pubblicato il 26 maggio 2007 su The New York Times, egli scrive: «Le donne si stanno affermando come una forza politica ed economica che non ha eguali nel resto del mondo arabo. Sono donne il 70% degli avvocati algerini ed il 60% dei giudici. Le donne dominano in campo medico e sempre di più contribuiscono al reddito familiare in misura più consistente degli uomini. Il 60% degli studenti universitari sono di sesso femminile».

Viene da chiedersi come si sia potuti arrivare ad una tale [positiva] situazione in un paese nel quale, il 9 giugno 1984, l’allora Presidente Chedli Benjedid aveva sottoscritto il nuovo Codice della famiglia in base al quale, come ricordava il 4 marzo 2004 un editoriale de L’Intelligent «ragazze, mogli, madri sono sottomesse al primato maschile. Che si tratti di matrimonio, divorzio, diritti di successione, il codice di famiglia sanziona giuridicamente la loro inferiorità».

A questo punto è forse utile ricordare che, l’entrata in vigore del Codice, rappresentò per le donne algerine una vera e propria sconfitta. Anche perché – come sottolineava circa due anni fa da Feriel Lalami dell’associazione Apel e del collettivo femminile 20 anni sono abbastanza – molte di loro avevano fatto la loro parte nella lotta di liberazione convinte, che l’indipendenza potesse significare, anche e soprattutto, libertà ed uguaglianza per tutti, donne comprese. La femminista e intellettuale maghrebina, infatti, nel corso dell’intervista rilasciata a Liberazione e pubblicata il 26 febbraio 2005 col titolo Le algerine, dopo l’indipendenza tradite due volte, evidenziava che le cose, in realtà, non erano andate come ci si aspettava: «Le lotte politiche tra clan del giovanissimo potere algerino si sono esacerbate nel momento dell’indipendenza e, per quello che riguarda le donne, la società algerina che era in prevalenza rurale si è attaccata ai valori tradizionalisti. Il potere algerino non ha mai voluto adottare una legislazione apertamente egualitaria per quel che riguarda la famiglia, malgrado le richieste delle donne».

Una situazione, quella algerina, la cui gravità non poteva sfuggire ad Amnesty International che, basandosi su interviste con donne algerine sopravvissute alla violenza e su una serie di colloqui avuti con una serie di organizzazioni e di attivisti per i diritti umani all’interno ed all’esterno del paese, elaborò un documento che, il 10 gennaio 2005, venne inviato al Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione contro le donne e nel quale si accusava il governo algerino di non aver saputo proteggere le donne dallo stupro, dai pestaggi e dalla diffusa discriminazione legale ed economica.


L’idea che la maggior parte dell’opinione pubblica occidentale ha avuto negli ultimi anni, ed in molti casi ancora conserva, è perciò quella ben riassunta qualche giorno fa da Massimo Campanini dell’Università Orientale di Napoli, il quale, durante l’Incontro sui diritti delle donne nel mondo arabo ospitato presso la Fondazione Mediterraneo, ha ricordato «l’esperienza di donne che nel mondo islamico combattono per i diritti delle donne all’interno di una cornice coranica […] in difesa dei propri diritti». Tra queste, prosegue Campanini, vanno ricordate «le sorelle musulmane, le donne che rivendicano il diritto a condurre la preghiera nella moschea, così come quelle che rivendicano l’evoluzione della società a partire dall’Islam».


Ciò è sicuramente vero, ma il mondo islamico è molto eterogeneo e di certo il caso algerino è ben diverso, come confermava, già nel 2004, il citato editoriale de L’Intelligent: «Paradossalmente in venti anni le donne algerine hanno conquistato un certo numero di libertà individuali nello spazio pubblico, dapprima e soprattutto attraverso l’istruzione».

E’ dunque proprio l’istruzione la chiave di volta del mutamento, della «rivoluzione silenziosa» che l’Algeria sta vivendo e che vede le donne protagoniste assolute.

In tal senso, a nostro avviso il direttore del progetto per l’Africa Settentrionale dell’International crisis group, lo storico Hugh Roberts che coglie nel segno individuando il vero mutamento in atto nella società algerina – che sta già inconsapevolmente interessando anche altre nazioni mediteranee ed, in taluni casi, insospettabilmente «europee» – del quale la rivoluzione silenziosa è solo la conseguenza più diretta ed evidente: «Gli studi universitari – afferma Roberts – non sono più considerati una strada credibile per fare carriera o raggiungere il benessere economico e di conseguenza, gli uomini decidono di abbandonarli e provare a cercarsi un lavoro oppure lasciano il paese […] mentre per le donne gli studi universitari rappresentano un mezzo per uscire da casa e collocarsi meglio in società».

Un mutamento, questo, del quale si può facilmente intuire la portata: le donne ritardano il matrimonio alla fine degli studi e, invece di sposarsi tra il 17 ed i 18 anni, ora aspettano circa dieci anni: oggi l’età media per le donne algerine sposate è, infatti, 29 anni. Di conseguenza, il tasso di natalità, anche nei quartieri «più popolari», è sceso considerevolmente tanto da far dimezzare il numero degli alunni delle scuole elementari.

I ragazzi preferiscono lavorare piuttosto che proseguire con gli studi e sempre più frequentemente, molte donne diplomate sposano degli analfabeti. In tal senso, Nafissa Lahreche, presidente dell’associazione Femmes en communication e già direttrice del mensile femminile-femminista Ounoutha «molte società private assumono volentieri le donne perché risultano essere sempre più qualificate» e così, le donne algerine laureate sono diventate capostazioni, commissari di polizia, artisti, prefetti, avvocati e quelle diplomate guidano gli autobus, lavorano nelle stazioni di benzina. Daho Djerbal, direttore-editore di Naqd, rivista di critica e di analisi sociale, ha giustamente osservato: «Se questo trend continua, assisteremo a un nuovo fenomeno: la nostra amministrazione pubblica sarà controllata dalle donne».

Ma ciò che più sorprende di questa felice anomalia algerina è che le protagoniste di questa rivoluzione silenziosa, nel compiere questo importante cambiamento del proprio ruolo – confermando una sovranazionale tendenza femminile al conservatorismo culturale – siano rimaste saldamente ancorate ai precetti religiosi del Corano, primo tra tutti, quello del velo. In questo modo, le donne algerine si sono messe a riparo dalle critiche di chi le avrebbe certamente imputate di andare contro le norme islamiche e che invece, così, si è trovato quasi in obbligo di accettarle e di auspicare, forse, che anche in altri paesi arabi si possano presto avviare altri processi di modernizzazione pacifica sull’esempio del «modello algerino».

L’immagine del post riproduce un’opera del 1834 di Eugene Delacroix, Algerian Women in their Apartments [Donne algerine nei loro appartamenti], olio su tela, 180x229, conservata a Parigi, nel Museo del Louvre.

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giovedì 21 maggio 2009, posted by roberto.bonuglia at 11.30

Il periodo romano della regina Cristina, rientra tra questi ed ha ricevuto, ad esempio, «minor attenzione dalla storiografia svedese contemporanea»[1]. Eppure si tratta di un momento importante per la figlia unica del re Gustavo Adolfo II e della regina Maria Eleonora di Brandeburgo nonché ultima discendente della dinastia Vasa (cfr. lo stemma della casata più in basso).

Cristina era giunta a Roma in un momento storico nel quale la città del papa era diventata una vera e propria «città sede d’esilio»[2]: oltre alla regina svedese ed a quella polacca, anche Maria Clementina, ultima erede della prosapia dei Sobieski – divenuta, proprio allora, regina nominale d’Inghilterra – e Maria Amalia Wettin erano state nella «Città eterna».

La presenza di donne così importanti che aveva finito per incidere «fortemente nella vita quotidiana della città del papa»[3] non era di per sé una novità: già nel 1475, durante il pontificato di Sisto IV erano accorse all’ombra di San Pietro sia Carlotta regina di Cipro sia Caterina regina di Bosnia[4]. La prima quando arrivò a Roma era alla ricerca del «gran perdono» nonchè di «protezione e asilio», la seconda perché era stata «dispogliata del regno»[5].

Ben diverso era, invece, il motivo dell’arrivo di Cristina di Svezia che salita al trono a soli sei anni in seguito alla morte del padre, aveva iniziato a regnare ufficialmente nel 1644 – anche se fu incoronata solo nel 1650 –, e già nel 1654 decise volontariamente di abdicare a favore del cugino Carlo Gustavo convertendosi al cattolicesimo[6].

Per la Santa Sede, in quegli anni difficili, il ruolo di una pellegrina d’eccezione ed, allo stesso tempo, neoconvertita rappresentò subito una rara occasione di rilancio per il Papato che decise di riservare alla regina un’accoglienza del tutto speciale. Cristina aveva fatto la sua pubblica abiura dal luteranesimo e professione di fede prima in forma privata a Bruxelles durante la vigilia di Natale del 1654 e poi, l’anno seguente, in modo ufficiale, a Innsbruck[7]: poco dopo avrebbe iniziato il viaggio verso Roma.

Fu al rappresentante papale Lucas Holstenius – già noto scienziato, protonotario apostolico e prefetto della Biblioteca Vaticana e che aveva contribuito in modo determinante alla conversione di Rantzau –, che Cristina si rivolse per la sua conversione al cattolicesimo, fortemente “incoraggiata e utilizzata”, dall’allora pontefice Alessandro VII Chigi “tanto nella direzione efficacemente simbolica della rivincita pontificia nei confronti dell’umiliazione sancita nei trattati della pace di Westfalia, quanto per la speranza che quella servisse da modello per altre rilevanti conversioni” [8].

In ordine a questi motivi, Cristina venne ricevuta con cerimoniale “puntuale e preciso”[9] che tenne in considerazione la sua audace e difficile quanto discussa scelta di abbandonare agi e potere pur di farsi cattolica.

La rinuncia al trono, infatti, sancita in una solenne cerimonia nel castello reale di Upsala[10], apparve agli occhi del Papato una sorta di rivincita del cattolicesimo apostolico romano sull’Europa “heretica” e, contemporaneamente, un riscatto dei trattati di Pace di Westfalia del 1648 che, di gran lunga favorevoli all’eretica Svezia dei Vasa, ironia della sorte, erano stati firmati proprio durante il breve ma intenso interregno svedese di Cristina. Sono le parole dello stesso papa Alessandro VII a confermare la propria convinzione che “muovendosi i più degli uomini, non tanto dalle ragioni quanto dagli esempi, dovesse questo grand’atto, corroborato dalla perseveranza, trarre altri molti alla religione ortodossa ne’ paesi boreali, dove più signoreggiava la rea, ed era maggiore l’estimazione e l’autorità di quella principessa”[11].

L’idea di Alessandro Chigi era, perciò, quella di rendere la conversione di Cristina un esempio per tutta l’Europa. Soprattutto, egli sperava che il “ritorno alla vera fede della figlia del re Gustavo Adolfo, chiamato «difensore del protestantismo», potesse ispirare altri principi europei a seguirne l’esempio”[12].

Inoltre, come è stato giustamente notato, anche grazie all’arrivo di Cristina Roma iniziava ad esibire ai pellegrini provenienti da ogni parte del mondo – ed in misura ancora maggiore a quelli del Nord Europa[13] – una serie di “caratteri di sacralità esaltati dal giubileo e dalle conversioni”. Ad essa si aggiungeva, inoltre, un insieme di “concreti e visibili argomenti che ponessero riparo allo sguardo attento e critico e alle contestazioni del mondo ereticale” perché lo stesso Alessandro VII si operò per evitare che la neoconversa trovasse al suo arrivo “nella santa Città niente di scandaloso, niente…che turbi la coscienza di lei…”[14]

L’accoglienza ufficiale di Cristina a Roma avvenne il 23 dicembre 1655[15], a circa, cioè, un anno di distanza dalla sua conversione «privata». Per rendere speciale l’occasione, a Gian Lorenzo Bernini fu dato l’incarico di “ornare in modo degno”[16] la Porta del Popolo che venne decorata con fasci di spighe, stemma, questo, della dinastia dei Vasa.

Con la cresima e la comunione di Cristina, ricevute entrambe per mano del papa Alessandro VII, la regina iniziava il suo soggiorno romano e decise di aggiungere, in onore al pontefice che l’aveva accolta, al suo nome quello di Alessandra[17].

Alla regina, inoltre, fu concesso l’onore di alloggiare in Vaticano durante i suoi primi giorni a Roma. Cristina soggiornò, infatti, negli appartamenti della Torre dei Venti, oggi sede dell’Archivio Segreto Vaticano.

La successiva dimora di Cristina sarebbe stato Palazzo Farnese, anch’esso debitamente addobbato per l’occasione, come ricordato dal Diario di Giacinto Gigli che riporta in una delle pagine la ricostruzione dei preparativi precedenti l’arrivo a Roma di Cristina: “verso il Belvedere, dove sta la Torre de’ Venti, per riceverla alcuni giorni et poi di là doveva andare ad abitare nel Palazzo de’ Farnesi in qual Palazzo fu ricchissimamente adornato con apparati et mobili preziosissimi che mandò il Duca di Parma”[18].

Nei primi giorni romani la figlia di Gustavo Adolfo II visitò, come riportato puntalmente nel Diario di Gigli, sia la Basilica di San Giovanni in Laterano sia San Giacomo degli Spagnoli. Poi fu la volta di una serie di chiese e monasteri che portarono la regina “alla scoperta dei più rappresentativi monumenti dell’antichità”[19] ed a tenere sempre più numerose e lunghe “conversazioni con preti, teologi, cardinali”[20]: il soggiorno romano inziava a farsi, per una personalità intensa come Cristina, pesante e noioso.

A Roma, infatti, Cristina sarebbe rimasta per ben 33 anni ed in questo lungo periodo visse, oltre a quello di Alessandro VII, altre tre pontificati: Clemente IX (Giulio Rospigliosi: 1667-1669); Clemente X (Emilio Altieri: 1669-1676); Innocenzo XI (Benedetto Odescalschi: 1676-1689). Non sempre con i successori Cristina ebbe lo stesso buon rapporto che contraddistinse, almeno nei primi mesi, le relazioni con Alessandro VII, ossia con l’artefice del suo ritorno alla cattolicità.

Molte delle aspettative di Cristina che avevano mosso e stimolato la sua conversione, infatti, erano state disattese e fonte di delusione: attirata dall’indipendenza intellettuale dei circoli libertini francesi frequentati negli ultimi tempi della reggenza e, soprattutto, in quelli del suo interregno, Cristina “sperava di trovare in seno alla Chiesa Cattolica un ambiente meno rigido di quello del protestantesimo svedese”[21] ma finì per trovare, invece, solo “il puritanesismo della Roma sul finire dell’epoca della Controriforma”[22].

Fu allora che Cristina da sempre sprezzante – fin da quando giovane dichiarò la sua intenzione di non sposarsi – di ogni tipo d’ipocrisia religiosa cattolica o protestante, iniziò a dedicarsi all’arte, alle letture, al mecenatismo. Già protagonista di eventi mondani e politici[23], Cristina iniziò a frequentare la nobiltà romana, soprattutto con la famiglia Barberini che era stata tra quelle più attive nel finanziare le onorificenze riservate all’arrivo nella citta della regina neoconvertita[24].

Cristina iniziò ad essere considerata una “libertina”, ma non per questo si limitò nel coltivare le sue passioni e nel fare della sua residenza di Palazzo Riario alla Lungara – acquistato nel 1659, ma divenuto la sua residenza definitiva solo dal 1663 –, oltre che la base di intrighi, viaggi diplomatici, feste e avventure galanti, soprattutto un punto di riferimento per artisti, compositiori e poeti. Cristina creò, inoltre, una serie di accademie – prima tra tutte l'Accademia Reale che, sul modello de l'Académie Française, si proponeva la difesa della lingua italiana “dal gusto moderno per l'iperbole e l'esagerazione” promuovendo uno stile semplice ed essenziale – e la sua ricchissima biblioteca finì per costituire la base della Biblioteca Alessandrina. Fu anche per questo che, in quegli anni, Cristina iniziò ad essere chiamata la «Minerva del Nord»[25].

Piuttosto, sarà proprio da quel nucleo di letterati che si formò il primo cenacolo riunitosi alla «corte» di Cristina per poetare, filosofare e discutere. Questa elite di letterati e musicisti sarebbe poi stata conosciuta col nome di Arcadia[26].

***

[1] AA.VV., Cristina di Svezia a Roma: mostra di documenti, Roma, Biblioteca apostolica vaticana, 1989, p. 10.

[2] G.Platania, Viaggio a Roma sede d’esilio. (Sovrane alla conquista Roma, secoli XVII-XVIII), Roma, Istituto nazionale di studi romani, 2002, pp. 18.

[3] Ivi, p. 19.

[4] Di queste due presenze narra D.M.Manni, Istoria degli Anni Santi dal loro principio fino al presente del MDCCL, tratta in gran parte da quella del P.L.F. Tommaso Maria Alfani dell'ordine de' predicatori da Domenico Maria Manni accademico fiorentino, con aggiunte notabili del medesimo di memorie, d'inscrizioni, di medaglie, Firenze, 1750, pp. 80-81.

[5] Ibidem.

[6] Cfr., Cristina di Svezia e Roma: atti del simposio tenuto all'Istituto Svedese di Studi Classici a Roma, 5-6 ottobre 1995, a cura di B. Magnusson, Stockholm, [s.n.], 1999.

[7] AA.VV., Cristina di Svezia a Roma: mostra di documenti, cit., p. 12.

[8] M.Caffiero, Religione e modernità in Italia: secoli XVII – XIX, Pisa-Roma, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, 2000, p. 52.

[9] B. Lupardi, Vera e distinta Relazione della solenne cavalcata fatta in Roma nell’ingresso della Real Maestà di Cristina Regina di Svetia li 23 dicembre 1655. Con la descrizione delle cerimonie, del Concistoro publico, della Cresima, e Comunione datale per mano della Santità di Nostro Signore Alessandro VII, Roma, 1656.

[10] Biblioteca Apostolica Vaticana, Fondo Chigi, N. III.78/24, Lettera delle Regina di Svezia in cui parla della sua rinuncia al trono, ff. 231r-234r.

[11] F.M.Sforza Pallavicino, Della vita di Alessandro VII libri cinque. Opera inedita del p. Sforza Pallavicino…tratta dai migliori manoscritti esistenti nelle biblioteche di Roma…, Prato, Tipografia de’ Giachetti, 1939-1840, vol. I, p. 379.

[12] AA.VV., Cristina di Svezia a Roma: mostra di documenti, cit., p. 14.

[13] Non a caso, infatti, notevole sarà, soprattutto tra il 1673 ed il 1700, la presenza di svedesi nella Citta eterna. A questa presenza si aggiungerà, dopo il ritorno al cattolicesimo della dinastia degli Stuart, quella di molti inglesi, scozzesi ed irlandesi. In tal senso cfr., M.Caffiero, Religione e modernità in Italia: secoli XVII – XIX, cit., p. 55.

[14] Biblioteca Apostolica Vaticana, Urb. Lat. 1681, cc. 87-88: discorso di papa Alessandro VII in concistoro, 5 novembre 1655, cit. in C. D’Onofrio, Roma val bene un’abiura, Storie romane tra Cristina di Svezia, Piazza del Popolo e l’Accademia d’Arcadia, Roma, Fratelli Palombi, 1976, p. 66.

[15] Anonimo del ’600, Istoria degli intrighi galanti della regina Cristina di Svezia e della sua corte durante il di lei soggiorno a Roma, a cura di Jeanne Bignami Odier e Giorgio Morelli, Roma, Palombi, 1979, p. 29.

[16] AA.VV., Cristina di Svezia a Roma: mostra di documenti, cit., p. 14.

[17] G.Platania, Viaggio a Roma sede d’esilio. (Sovrane alla conquista Roma, secoli XVII-XVIII), cit., pp. 18.

[18] G. Gigli, Diario di Roma, a cura di Manlio Barberito, vol. II (1644-1670), Roma, Colombo, 1994, p. 751.

[19] G.Platania, Viaggio a Roma sede d’esilio. (Sovrane alla conquista Roma, secoli XVII-XVIII), cit., pp. 48.

[20] Ibidem.

[21] AA.VV., Cristina di Svezia a Roma: mostra di documenti, cit., p. 14.

[22] Ibidem.

[23] Cfr., in tal senso, Anonimo del ’600, Istoria degli intrighi galanti della regina Cristina di Svezia e della sua corte durante il di lei soggiorno a Roma, cit., p. 25 passim.

[24] G.Masson, Papal Gifts and Roman Entertaimments in Honour of Queen Christina’s Arrival, in Analecta Reginensia, vol. I, Stoccolma, 1966, pp. 244-261.

[25] AA.VV., Cristina di Svezia a Roma: mostra di documenti, cit., p. 8.

[26] Sul movimento dell’Arcadia e sul gruppo di artisti raccolti intorno a Cristina di Svezia cfr., I. Carini, L’Arcadia dal 1690 al 1890. Memorie storiche, Roma, 1891; E. Gaziosi, Arcadia femminile: presenze e modelli, in «Filologia e Critica», a. XVII, n. III del 1992, pp. 321-358.

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mercoledì 20 maggio 2009, posted by roberto.bonuglia at 14.38
Il razzismo si originò in Europa durante il XVII secolo, quello dell’Illuminismo, quando cioè, un’elite di intellettuali cercò di combattere tutte le vecchie superstizioni del passato, ivi comprese quelle derivanti dalle tre religioni rivelate [Cristianesimo, Ebraismo, Islam]. Tra queste tre religioni, quella alla quale furono dirette le maggiori critiche fu senza dubbio la prima, considerata come un «sinonimo di antiche superstizioni». Va ad ogni modo ricordato che ciò non fu casuale: allora era il Cristianesimo la religione più diffusa in Europa, visto che le altre due religioni rivelate erano seguite nel vecchio continente da una considerevole minoranza [Ebrei e Musulmani sopravissuti alla politica delle conversioni forzate inaugurata con l’Inquisizione].
Contemporaneamente, però, quasi in reazione alla battaglia illumistica, si diffuse in Europa il Pietismo, un movimento che sottolineava la necessità di un «impegno cristiano di tipo emotivo» auspicando la formazione di una «vera comunità tra il concetto di fratellanza e quello della religione del cuore». Ma per realizzare questa fratellanza sarebbe stato necessario essere cristiani: ecco allora dove risiede l’origine del razzismo, o meglio, dove il pensiero razzista individuò un nuovo presupposto per il proprio sviluppo teorico.
Inoltre, il Pietismo, rivalutando i caratteri del Cristianesimo in funzione anti-illumistica, finì per assumere anche una connotazione nazionale: esso si sviluppò, infatti, molto in Germania – alla stregua dell’evangelismo in Inghilterra – proprio in opposizione all’Illuminismo, questo considerato un «fenomeno» francese: in tal modo era ormai definitivamente comparsa sulla scena europea la questione della «nazionalità» ed i pietisti la materializzarono recuperando miti e simboli nazionali, i quali coinfluirono entrambi nell’idea di «patria» e di comunità nazionale in contrapposizione, non a caso, con il «cosmopolitismo illuminista». Anche altri fattori, però, contribuirono allo sviluppo del razzismo: in primis la riscoperta del classicismo, rivalutato dagli illuministi in virtù del fatto che allora – sia nell’antica Grecia sia nell’antica Roma – i popoli, liberi dai condizionamenti religiosi o, in altre parole, dalle superstizioni che sono insite nella pratica e nella teologia cristiana, avevano raggiunto i più alti livelli di espressività artistica. Per l’Illuminismo la «ragione» piuttosto che la «fede» doveva spiegare la Storia. Da ciò derivò un nuovo impulso dato alla scienza che fece sviluppare nuove discipline quali la frenologia e la fisognomica ed, allo stesso tempo, portò alla nascita di discipline nuove come testimonia il caso dell'antropologia. Tutto questo – indirettamente, quasi in modo involontario –, evidenziò una serie di differenze «naturali» tra i popoli che spinsero i teorici del razzismo a partire dalla considerazione di queste disuguaglianze tra le genti per elaborare le proprie teorie.
Non potendo fare a meno di «un Dio che ordinasse l’uomo, la moralità e l’universo in un unico grande disegno» l’Illuminismo individuò questo «Essere superiore» in un qualcosa di innato nella Natura e nell’Uomo [il cosiddetto Deismo] ciò spinse molti scienziati a cercare allora l’anello mancante nella prospettiva di sviluppo tra uomo e natura: questa esigenza fu la stessa che originò il Darwinismo, a suo modo poi, utilizzato dai razzisti per evidenziare la diversità tra gli uomini e, di conseguenza, la pretesa di superiorità delle razze che avevano raggiunto un livello più elevato in questo processo evoluzionista. In tal senso, ad esempio, l’uomo europeo poteva essere considerato in una fase più avanzata dei «popoli primitivi» che venivano, tra l’altro, scoperti proprio allora in seguito ai viaggi degli eploratori del 1600 e del successivo «risveglio coloniale» come nel caso dei negri dell’America Latina o dell’Africa. In questo ambito altri due fattori concorsero alla nascita del razzismo: il primo fu senza dubbio alcuno il contatto più frequente tra bianchi e negri conseguentemente ai viaggi degli esploratori, alle nuove scoperte geografiche ed alla successiva affermazione del colonialismo e dello schiavismo. In secondo fu la diffusione degli ebrei come minoranza emancipata grazie all’Illuminismo che, nella lotta a tutti i pregiudizi, promosse la necessità di superare anche quello che limitava gli ebrei a vivere nei ghetti, come stabilito nella metà del 1550 da una bolla papale di Paolo IV.


[L'immagine del post riproduce l'opera di Giacomo Franceso Cipper, detto il Todeschini, Autoritratto olio su tela ovale, 91x72, Vienna, collezione privata]

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martedì 19 maggio 2009, posted by roberto.bonuglia at 08.54

Il prestigio culturale raggiunto dalle corti italiane, nel primo Cinquecento, fu accompagnato da un forte sviluppo dei commerci e da un’accumulazione di capitali che favorì a sua volta la nascita di un’intensa attività bancaria.

Oltre a rappresentare un indice di prosperità economica, ciò dimostrò che si erano venute a creare – in Italia prima che negli altri paesi europei – le condizioni essenziali per l’avvio di un rinnovamento in senso capitalistico delle strutture feudali esistenti. Alle famiglie nobiliari, tradizionalmente ai vertici della società italiana, se ne erano affiancate delle nuove che originarono le proprie ricchezze dallo svolgimento di attività dinamiche e, come tali, comportanti un certo grado di rischio – pur se facilitate dalla posizione geografica e da quella quasi monopolistica raggiunta in alcuni settori dalla Penisola – quali il commercio e la produzione di beni.

Ma gli effetti positivi che avrebbe comportato la comparsa di questi nuovi soggetti come «agenti attivi nella vita produttiva e nella classe sociale dirigente italiana»
[1] furono soffocati sul nascere da una serie di avvenimenti negativi susseguitisi a breve distanza tra loro. Il periodo di «stasi», inauguratosi all’indomani della pace di Lodi (1454), infatti, ben presto si trasformò in un vero e proprio declino che interessò tutti gli aspetti della vita pubblica e privata. In pochi anni l’immagine dell’Italia fornitaci dal Guicciardini nel 1490 quale terra «abbondantissima d’abitatori, di mercanzie e di ricchezze» [2], nonchè fiorente di «uomini prestantissimi nella amministrazione delle cose pubbliche e di ingegni molto nobili in tutte le dottrine» [3], lasciò il posto a quella descritta dal Machiavelli di nazione «più schiava degli Ebrei, più serva dei Persiani, più depressa degli Ateniesi, senza capo, senza ordine, battuta, spogliata, lacera»[4].
Furono gli anni del predominio spagnolo quelli durante i quali il progresso raggiunto nel XV e nel XVI secolo entrò in crisi – fino ad arrestarsi del tutto – e si assistette ad una preoccupante involuzione. Il passaggio della Penisola sotto l’influenza spagnola sancita dalla pace di Cateau-Cambrésis non fu esso stesso motivo di decadenza. Lo divenne in quanto la Chiesa di Roma se ne servì per rispondere con forza alle istanze di rinnovamento civile e soprattutto economico insite nella Riforma protestante che minacciavano gli arcaismi ed i privilegi del sistema feudale.

Si registrò così una forte clericalizzazione della società italiana – avviata da Paolo III nel 1542 con la riorganizzazione dell’Inquisizione – e la svolta temporale della Chiesa fu confermata dal Concilio di Trento (1545-1563) che ampliò e rafforzò le competenze del Tribunale del Sant’Uffizio: era iniziata l’età della Controriforma che finì per coincidere con la spagnolizzazione del costume e l’avvio di una considerevole emigrazione di talenti italiani all’estero.

Fu compromesso così il sorgere di una coscienza nazionale che proprio allora prese forma in Olanda, Germania, Inghilterra, Francia e, in misura maggiore, l’affiorare di un moderno sistema capitalistico che trasformò questi paesi da mercati in cui esportare i propri prodotti in pericolosi concorrenti. Mentre in essi si ponevano le basi per un sistema «in cui l’imprenditore produce e vende per proprio conto, in concorrenza illimitata» [5] e nel quale «la fede genera tutte le virtù economiche: ingegnosità, sobrietà, onestà e frugalità, che necessariamente fanno progredire chi le pratica nella scala economica» [6] in Italia scompave ogni traccia di quella borghesia imprenditoriale che aveva attitudine per le attività di rischio, definitivamente soppiantata dalla riaffermazione della nobiltà nelle gerarchie sociali.


***

[1] R. Romano, L’Italia nella crisi del secolo XVII, in “Studi storici”, a. IX, n. 3-4, luglio-dicembre 1968, p. 723.
[2] F. Guicciardini, Storia d’Italia, a cura di S. Seidel Menchi, Torino, Einaudi, 1971, p. 6.
[3] Ibidem.
[4] N. Machiavelli, Il Principe, Milano, Editrice Lucchi, 1970, p. 262.
[5] R.H. Bainton, La Riforma protestante, Torino, Einaudi, 2000, p. 222.
[6] Ibidem.

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mercoledì 13 maggio 2009, posted by roberto.bonuglia at 13.11
Nel 2005 il Ministero della Cultura e della Comunicazione francese ideò La Notte dei Musei. In quell’occasione i musei europei rimasero aperti «in notturna» offrendo ai visitatori il proprio patrimonio artistico insieme a suggestivi spettacoli musicali e teatrali, letture pubbliche, show di arte contemporanea. Quest’anno, per la prima volta, aderiranno all’iniziativa la Scozia, l’Irlanda del Nord e la città di Copenaghen, mentre il Belgio, la Serbia e le municipalità di Barcellona e Bucarest amplieranno le loro proposte.


Anche l’Italia, finalmente, avrà un ruolo importante in questa iniziativa europea. Oltre all’adesione di importanti regioni - Marche, Piemonte, Sardegna, Sicilia, Toscana e Veneto – l’edizione 2009 de La Notte dei Musei sarà arricchita da un’adesione particolarmente attesa, quella della città di Roma dove, per la prima volta, sarà possibile fruire dell’inestimabile patrimonio artistico capitolino anche per chi non riesce a farlo durante il normale orario di visita.
Nella Capitale, infatti, sabato 16 maggio sarà una notte magica, durante la quale sarà possibile visitare (fino alle 2:00) ben 58 musei, partecipare a 30 eventi, a 3 Lectio Magistralis ed a numerose visite guidate nei luoghi più suggestivi della città: tutto rigorosamente gratis. Pensata per avvicinare un nuovo pubblico all’ambiente dei musei attraverso attività appositamente organizzate per questo evento, La Notte dei Musei consentirà a vecchi e nuovi visitatori del sistema museale romano di dialogare con le collezioni permanenti, senza dover pensare agli orari di chiusura.

Promossa dal Comune di Roma, dalla Sovrintendenza e dal Ministero per i Beni Culturali in collaborazione con Zètema, l’iniziativa verrà inaugurata alle 21:00, presso l'Esedra del Marco Aurelio ai Musei Capitolini. Il Khayyam's Blog aderisce all'iniziativa ed invita tutti i suoi lettori all'inaugurazione in Campidoglio dell'iniziativa ed al suo ricco programma di appuntamenti:

Dalle 21 in poi: in Piazza del Campidoglio, sarà possibile cogliere una rara opportunità, quella di partecipare alla visita guidata di Palazzo Senatorio, l’antica sede del Comune di Roma e del Senatore.

Alle 21:30: La seduzione della notte: letture e musica a cura del Prof. Umberto Broccoli.

Alle 22:30: I Musei e l’universalità del patrimonio culturale, una Lectio Magistralis del Prof. Paolo Matthiae.

Durante la serata: …Roma era…segni di luce dell’Impero di Roma, proiezione scenografica a cura di Livia Cannella.

Eccezionale anche l’intero carnet dell’iniziativa: il cartellone di eventi artistici, mostre culturali e viste guidate organizzate può essere scaricato online cliccando qui. Per l’occasione, inoltre, Confcommercio prorogherà l’orario di apertura di molte librerie, ristoranti ed esercizi commerciali del centro. La Notte dei Musei si impone, dunque, come l’appuntamento imperdibile del prossimo week-end e, al contempo, un’originale e utile dimostrazione di come un appuntamento culturale, di grande importanza per la promozione della città, possa vedere coinvolti soggetti pubblici e privati: tra gli spazi privati che aderiscono a La Notte dei Musei, tra tutti vano ricordati la Casa dell’Architettura che apre le porte dell’Acquario Romano e del Museo Ebraico, un punto di riferimento unico per conoscere e scoprire le tradizioni, la religione e la storia degli ebrei romani, appartenenti a una delle comunità più antiche del mondo.

Insomma, sabato 16 maggio, dalle 21 fino a tarda notte, tutto sarà «aperto» e «animato»: finalmente il patrimonio museale e la cultura saranno i protagonisti indiscussi della Città Eterna. Un’occasione imperdibile per soddisfare e rafforzare un nuovo senso di appartenenza di Roma verso i suoi spazi culturali. Non lasciatevela sfuggire.

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martedì 12 maggio 2009, posted by vito.cirillo at 12.15
Anche a Panama, in America Centrale, si sono tenute delle elezioni che hanno messo in minoranza il partito socialdemocratico, che era al potere, e hanno dato la vittoria al centrodestra.
Il nuovo presidente panamense è Riccardo Martinelli, di origini toscane. Un miliardario che ha una catena di supermercati. Il populismo di Martinelli ha prevalso sulle previsioni che non gli davano una vittoria certa.
Il nuovo presidente ha promesso di dare 100 dollari mensili in più agli abitanti panamensi. Questo risultato è in controtendenza rispetto agli altri paesi del continente sudamericano, dove si sono affermati personaggi di centrosinistra e si sinistra che hanno costituito una novità nel contesto geopolitico internazionale. Il non mantenere le promesse, come è avvenuto a Panama, può essere dannoso e perfino micidiale per la sinistra. Non solo quella latinoamericana...

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lunedì 11 maggio 2009, posted by vito.cirillo at 12.07
Il presidente Bush aveva trascurato il tentativo di migliorare i rapporti con i paesi dell'America Latina. Ora, Obama cambia rotta e cerca di creare nuovi rapporti. Con il presidente messicano Calderon deve cercare di affrontare e risolvere il grave problema del traffico di armi dagli Usa al Messico e del narcotraffico dal Messico agli Usa.
Inoltre, il presidente venezuelano Chavez preme affinché gli Usa tolgano l'embargo su Cuba. Lo stesso Raul Castro vuole liberalizzare maggiormente i rapporti fra Cuba e gli Usa.
In verità, c'è un fatto contingente che spinge gli Usa a cambiare politica con l'America Latina. La Cina, mediante accordi commerciali bilaterali con i paesi dell'America Latina, sta invadendo il mercato sudamericano con i suoi prodotti.
Gli Usa, perciò, sono costretti ad affrontare questa competizione per cercare di limitare l'invadenza della potenza commerciale cinese.

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domenica 10 maggio 2009, posted by vito.cirillo at 11.59
Il 16 aprile sono iniziate le elezioni politiche per il rinnovo del Parlamento nazionale. L'India, infatti, è una "unione" di 28 stati nonché la più grande democrazia del mondo. Sono chiamati alle urne ben 714 milioni di persone in una "tornata elettorale" che durerà un mese.
L'India diventò indipendente nel 1947 quando si sottrasse al dominio britannico. Il maggior partito indiano è quello del "Congresso" al quale appartiene l'attuale capo Singh. Nei sondaggi, questo partito ha ancora il favore della maggioranza degli indiani. E' un partito di sinistra, progressista. Suoi esponenti hanno partecipato alla recente Conferenza mondiale dei partiti progressisti che si è tenuta in Cile.

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sabato 9 maggio 2009, posted by roberto.bonuglia at 11.43
Nel corso della giornata di ieri, l’OMS ha dato notizia dell'avvenuto superamento della soglia dei 2.000 contagi da virus H1N1.

Conseguentemente a tale notizia l'Organizzazione ha confermato l’allerta globale legata al rischio di una pandemia: il livello di attenzione, dunque, resta al livello 5 su una scala di 6 punti. D'altra parte, i dati di laboratorio confermano che i casi di contagio sono saliti a 2.099, con 44 decessi. Ad oggi, come avevamo già scritto ieri, il virus H1N1 ha colpito 23 paesi: nel solo Messico sono stati ben 1.112 i casi di infezione e 42 le vittime. Negli Stati Uniti si contano 642 casi e due morti. Casi di contagio confermati senza però nessun decesso sono stati registrati anche nei seguenti paesi: Austria (1), Canada (214), Cina, Hong Kong Regione amministrativa speciale (1), Colombia (1), Costa Rica (1), Danimarca (1), El Salvador (2), Francia (5), Germania (10), Guatemala (1), Irlanda (1), Israele (6), Italia (5), Paesi Bassi (2), Nuova Zelanda (5), Polonia (1), Portogallo (1), Repubblica di Corea (3), Spagna (81), Svezia (1), Svizzera (1) e il Regno Unito (32).

“Continuiamo ad assistere ad una trasmissione da uomo a uomo, soprattutto in Nord America”, ha dichiarato il Direttore Generale aggiunto dell’OMS, Keiji Fukuda. “Non si sta verificando da nessun altra parte”, ha affermato, spiegando in questo modo la decisione di mantenere il livello di allerta alla fase 5. Fukuda ha spiegato che la situazione è ancora in evoluzione e di non poter prevedere lo stato di evoluzione successiva.

Restano ancora alcune questioni riguardo alla diffusione del virus dall’emisfero settentrionale e in particolare ci si chiede se, con il passare dei giorni, la situazione possa diventare più pericolosa di quanto non lo sia già ora. Se la diffusione del virus raggiungesse proporzioni pandemiche, sarebbe del tutto comprensibile prevedere il contagio di circa un terzo della popolazione mondiale, ha dichiarato Fukuda. Anche quando per la maggior parte delle persone una malattia si presenta in forma relativamente blanda su base individuale, se il numero delle persone infette si moltiplica su scala pandemica, il numero di morti necessariamente aumenta, ha ammonito.

L’OMS ha infine ribadito che le persone ammalate non sono state contagiate dal virus H1N1 mangiando carne nè altri prodotti derivati dai suini ma, come è ormai noto, per aver inalato il virus per via respiratoria, come avviene per ogni altro tipo di "influenza virale".

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venerdì 8 maggio 2009, posted by roberto.bonuglia at 10.57
In questi giorni l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sta intensificando i suoi sforzi per la creazione di un vaccino in risposta all’aumento delle infezioni da influenza A(H1N1). Ad oggi, l'OMS informa che il Messico è il paese con il maggior numero di casi di infezione confermati (946) su un totale (mondiale) di 1.658. Il bilancio accertato è finora di 30 morti, in 23 paesi diversi.

Il Direttore Generale dell’OMS, Margaret Chan, insieme al Segretario Generale Ban Ki-moon, ha convocato per il 19 maggio a Ginevra una riunione, a cui parteciperanno le compagnie che stanno producendo vaccini contro l’influenza, con l’obiettivo di garantire un giusto ed equo accesso alla campagna di vaccinazione nei paesi in via di sviluppo, una volta individuato un nuovo prodotto.

“Si tratterà di una discussione su temi di alto livello con le case produttrici, che si richiamerà a principi di responsabilità d’impresa e cooperazione per un accesso alle cure sempre più equo”, ha affermato il Direttore OMS dell’Iniziativa per la Ricerca sui Vaccini, Marie-Paule Kieny, secondo la quale sono già state avviate trattative con singoli produttori per dare la possibilità a UNICEF e PAHO (Organizzazione Panamericana di Sanità) di acquistare immediatamente i vaccini “appena prodotti”, per le popolazioni dei paesi in via di sviluppo maggiormente colpiti.


L’OMS ha anche raccomandato ai produttori la massima efficienza nella produzione del vaccino contro la nuova forma influenzale A(H1N1). In una teleconferenza, infatti, che avrà luogo la settimana prossima con il proprio comitato consultivo sui vaccini, l’OMS vaglierà la possibilità di raccomandare alle case farmaceutiche di cominciare la produzione su larga scala del vaccino.

Per la Kieny non ci sono ancora abbastanza prove per raccomandare l’interruzione o la riduzione della produzione del vaccino stagionale. “La produzione del vaccino stagionale - ha dichiarato - potrebbe essere bloccata tra poche settimane. Ma niente è ancora certo”.

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giovedì 7 maggio 2009, posted by vito.cirillo at 14.25
Michail Afanas'evic Bulgakov nacque nel 1891 e morì nel 1940. Fu autore di teatro e di romanzi. Come romanziere scrisse "Cuore di cane" e "Il maestro e Margherita". Quest'ultimo libro, pubblicato postumo nel 1966, è un capolavoro assoluto, degno della grande tradizione narrativa russa. I critici definirono questo romanzo come "filosofico" e "grottesco". Non è proprio così...

E' soprattutto un romanzo di profonda religiosità, impregnato su tre personaggi: il diavolo Woland, il maestro (uno scrittore, cioè) e Margherita, la donna da lui amata.
In quelle pagine Bulgakov descrive la vita moscovita dei primi anni "comunisti" della nuova Russia. Non mancavano anche allora iniquità, oppressioni, perversioni che il diavolo Woland si divertiva a moltiplicare per rendere sempre più infelice la vita umana. Per amore del maestro, Margherita diventa una strega. Alla fine, Bulgakov la riabilita e la fa vivere col maestro in un mondo di luce.

E' un romanzo di rara finezza psicologica e di grande profondità spirituale. Eugenio Montale definì il romanzo «un miracolo che ognuno deve salutare con commozione», mentre Veniamin Kaverin scrisse «per originalità sarà difficile trovare un'opera che gli stia a pari in tutta la letteratura mondiale».

L'opera di Bulgakov esprime, secondo noi, soprattuto il desiderio di trovare il bene in un mondo di oscurità e di male. Il diavolo Woland rappresenta la personificazione del "Maligno", che cerca di sottrarre gli uomini alla ricerca della verità e del bene. Ma se uno gli resiste i suoi tentativi sono vani.

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mercoledì 6 maggio 2009, posted by khayyamsblog@gmail.com at 11.00
di Fabio Pierangeli

Proponiamo ai lettori del Khayyam's Blog una recensione del volume curato da Martina Grassi che raccoglie gli atti di un convegno tenutosi a Prato in occasione del cinquantesimo anniversario della morte dello scrittore "arcitoscano" Curzio Malaparte, pubblicata nell'ultimo numero di In Limine. Quaderni di letterature viaggi teatri, una bella iniziativa editoriale di cui diremo meglio nei prossimi giorni. [Roberto Bonuglia]

Curzio Malaparte reporter di guerra è tra gli argomenti del denso volume di raccolta di Atti di Convegno (Prato, novembre 2007) a cura di Martina Grassi, pubblicati nel 2008 dalla Olschki, ‘La Bourse des ideés du monde’ Malaparte e la Francia.

Nei saggi di apertura, Fernandez e Barilli riflettono su problematiche molto simili a quelle affrontate da Marco Baliani nel suo spettacolo, stigmatizzando come il carattere precipuo del racconto di Malaparte, nel dittico Kaputt, La pelle sia l’iperbole, a partire da un interrogativo bruciante, posto in modo completamente diverso sia dalla tradizione più recente e smaliziata di racconti di guerra, da Tolstoj a Celine, sia da una serie di scrittori a lui contemporanei, interpreti delle stesse condizioni storiche. «Come spiegare che un uomo arrivi a perdere la sua natura di uomo per l’atrocità di crimini perpretati, atrocità non più imputabile ad un unico individuo, alla follia di un singolo, ma atrocità di Stato, atrocità metodica, operazione ragionata di genocidio? Kaputt è il primo romanzo che si sia misurato con questo enorme problema».

Il noto saggista, italianista e scrittore francese Dominique Fernandez, passa in rassegna il ruolo di Malaparte corrispondente di guerra italiano, ufficiale delle forze dell’Asse, testimone diretto delle operazioni militari sul fronte orientale, narratore di incontri raccapriccianti ed esemplari, come quello con Himmler in Polonia (in un celeberrimo brano ce lo descrive nudo e malaticcio poco tempo dopo in una sauna finlandese, confrontandolo con la terribile immagine ufficiale che risarciva diabolicamente quell’essere ridicolo e gocciolante), reporter dell’assedio di Leningrado e poi della liberazione dell’Italia, per porsi ancora un’altra domanda cruciale: dobbiamo credergli? Lui stesso ha dovuto superare vari pregiudizi, quelli di allora, dell’immediato dopoguerra, di chi nella Francia dove erano conosciuti soltanto due scrittori controversi italiani, ovvero Guareschi e proprio Malaparte, cominciava invece a leggere Moravia, Pavese, Vittorini e detestava lo scrittore di Prato che gli appariva una «specie di istrione che aveva approfittato delle convulsioni della storia per spacciare ai sopravvissuti una merce adulterata».

Proprio nel segno della letterarietà, Fernandez capirà più avanti il valore dell’iperbole: «Molti dettagli che riporta sono stati inventati, certo, ma a torto lo si biasimava per gli effetti stilistici: non si capiva che l’iperbole era in alcuni casi uno dei mezzi, forse il solo, per descrivere l’indescrivibile». Per concludere con un ragionamento generale sul rapporto tra realtà (tragica) e letteratura. «Tutta la questione del romanzo storico si riassume qui: raggiunto un certo grado d’orrore, l’immaginazione non deve lasciare il posto alla testimonianza? Malaparte, lui ha accettato la sfida: e ciò che gli si rimprovera come una colpevole deviazione da ciò che è stato, come delle provocanti infrazioni alla verità, mi pare essere una via altrettanto valida per lo scrittore».

Non lontano da certe idee sviluppate artisticamente da Baliani sull’epopea tragica dei vinti dopo la fine della guerra, il lucido resoconto di Marino Biondi per cui, nella pagine di Malaparte si disegna una Europa come «distesa di carne maleodorante, quella che non è stata ingoiata e annientata nei crematori, ma che continua a figliare orrendamente». Indicando la progressione di Malaparte dalle prime esperienze della Grande Guerra, Biondi approda anch’egli al dittico terribile, «due opere di grande impegno e di grande, per quanto controverso e discusso valore, e quindi non le diremo indiscutibili ma sicuramente issate ai piani alti della nostra letteratura». La pelle è il romanzo della vigliaccheria del vivere, della sudiceria per la sopravvivenza, di un desiderio scandaloso di vita, la vita come pelle da salvare, in «una lotta insieme patetica e infame». La grande ora dei vinti, la processione dei martiri, coinvolta, successivamente, in un’altra, sia pur contraddittoria idea malapartiana, in una straziata e originale essenza di pietà, nel Cristo proibito, del 1951: «non sulla punizione dei colpevoli bisogna impegnare le proprie forze, ma unendosi al sacrificio degli innocenti».

Il volume è denso di notizie, spunti critici, dialoghi, la riproduzione, in appendice al saggio di Livi, degli articoli del giovanissimo Malaparte sul giornale di trincea “Sempre Avanti”, dal 13 ottobre del 1913 al 23 febbraio 1919 e indaga a fondo il rapporto, ancora una volta controverso, di amore e odio, reciproca repulsione, con la cultura francese, e gli stessi “esistenzialisti” che, con un numero monografico di «Prospettive» era stato il primo, con Moravia, a far conoscere in Italia. Nel secondo soggiorno parigino, gli intellettuali e gli scrittori francesi, da Camus, a Sartre, a Mauriac lo disprezzano, disdegnandolo come fantoccio del dispotismo. Il riscatto gli proverrà, inaspettato, dal grande successo della Pelle, superiore anche a quello di Tecnica del colpo di stato, diffuso proprio in Francia anni prima. Se l’Italia (o almeno una cospicua parte) lo acclamerà come eroe, scrive Bruno Tessarech «Parigi può ben attendere il prossimo viaggio... Impossibile negare: il soffio del non-essere è passato su di lui. Quest’ultimo viaggio non inizierà mai. Che importa? Ovunque si trovi su questa Terra, Malaparte è condannato all’esilio. Perché non ha un suo posto da nessuna parte - tranne che nel cuore dei suoi libri».

[F. Pierangeli, Lampi caravaggeschi sulla nuda Pelle. Marco Baliani racconta Malaparte e l'idiozia tragica della guerra, in R. Mosena e F. Pierangeli (a cura di), In Limine. Quaderni di letterature viaggi teatri, n. 4 del 2009, Roma, Nuova Cultura, 2009, pp. 143-144.]

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, posted by vito.cirillo at 10.52
Il romanzo La Pelle di Curzio Malaparte è uno dei più belli della letteratura italiana contemporanea. Da esso la regista Liliana Cavani trasse anche un ottimo film.
Leggendo questo romanzo, viene spontaneo fare degli accostamenti con certe scene del film Paisà di Roberto Rossellini.
Malaparte descrive con realismo e talora con crudezza le nefaste conseguenze che la guerra comporta per le persone, spesso ferite e distrutte per sempre come le case e le cose...
A Napoli, la Seconda Guerra Mondiale produsse effetti di abbrutimento e disumanizzazione degli esseri umani. L'imperativo incontrastabile era quello di sopravvivere ad ogni costo, prendendo ogni forma di dignità umana. Si faceva tutto per salvare la cosiddetta "pelle". Gli istinti primordiali, in quei mesi di occupazione e conflitto, sopraffacevano ogni cosa, insomma.
E' questa la tragedia di ogni guerra in qualsiasi tempo e in qualsiasi luogo. Il libro di Malaparte è un'accusa energica, convinta, e inequivocabile della guerra e dei bellicisti che la progettano a medio-lungo termine e fanno di tutto per metterla in atto.

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martedì 5 maggio 2009, posted by vito.cirillo at 10.29
Galileo Galilei fu il fondatore del metodo scientifico moderno basato sulla sperimentazione. Fu un grande astronomo e 400 anni fa, nel 1609, rivoluzionò la visione del Cosmo con un gesto semplice: puntando un cannocchiale verso il cielo.
Fu però anche attratto dall'astrologia e si mise a fare gli oroscopi facendo previsioni tutte errate. A Ferdinando I de' Medici, Galilei pronosticò "lunga vita": morì venti giorni dopo. Anche gli oroscopi compiuti per se stesso e per la figlia Virginia si rivelarono del tutto infondati.
Bisogna chiedersi allora se Galilei credesse veramente all'astrologia, nell'influenza degli astri sulla vita umana... Nelle sue opere, infatti, egli esaltò l'uso della ragione e della ricerca della verità scientifica, nessun accenno fu fatto all'utilità dell'astrologia.
Si può dunque pensare che quelli compiuti furono una "concessione al gioco", al divertimento, che Galilei si concesse, senza mai veramente credere realmente in qualcosa che aveva le proprie radici nelle culture magiche dei popoli antichi, primi tra tutti, i Caldei.

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lunedì 4 maggio 2009, posted by roberto.bonuglia at 09.56
I Galilei, di origine fiorentina, cercarono, nella metà del Cinquecento, di risollevare le loro finanze trasferendosi da Firenze a Pisa; ma lo fecero inutilmente perché Vincenzo, uomo di cultura ben visto tra gli intellettuali, non ha alcuna capacità negli affari. Spera, però, nell’abilità dei figli e in particolare in Galileo che avvia agli studi di medicina; a quel tempo (a differenza di oggi) i ricercatori e gli insegnanti di materie scientifiche erano ben renumerati.

Dopo aver ricevuto un’educazione umanistica, dunque, Galileo segue per 4 anni gli studi di medicina presso l'Università di Pisa, senza però ottenere il titolo; la sua passione è volta alle materie scientifiche. Di nascosto dal padre, infatti, viene avviato da un noto professore di matematica, Ostilio Ricci, allo studio di tale materia, a tutto discapito della medicina.

A poco più di vent’anni Galileo scopre l’isocronismo delle oscillazioni pendolari, di cui poi cercò la dimostrazione per via matematica. Può così costruire un apparecchio per la misurazione della frequenza delle pulsazioni umane. Subito dopo costruisce la prima bilancia idrostatica. Grazie a queste scoperte e all’amicizia col marchese Guidobaldo del Monte ottiene nel 1589 una cattedra presso l’Università di Pisa. Ma questo lavoro non gli rende sufficientemente per condurre una vita decorosa e mantenere la famiglia alla morte del padre. Venuto a conoscenza della teoria copernicana, la condivide pienamente pur dovendo insegnare seguendo il sistema tolemaico. Le sue nuove idee sono in netto contrasto con quelle dei suoi colleghi, la sua posizione, già così difficile, diventa precaria quando boccio un’invenzione di un nipote del Governatore di Livorno, il granduca Giovanni de’ Medici, che lo fa allontanare dall’Università di Pisa.

Nel 1592 Galileo, appoggiato dal Doge di Venezia, inaugura nel settembre la cattedra di matematica, all’Università di Padova. Ha inizio così la lunga residenza patavina di Galileo, da lui poi definita «li diciotto anni migliori di tutta la mia vita».

Fu allora che scrutando il cielo con il cannocchiale da lui costruito fece una grossa scoperta: individuò i quattro satelliti di Giove che chiamò Medicea Sidera: fu una nuova pietra a convalida della teoria copernicana sulla eliocentricità. Rese partecipe di questa scoperta anche il lontano amico Keplero, con cui aveva intrapreso un lungo carteggio, il quale lo incoraggiò nelle sue ricerche.

Durante il soggiorno padovano Galileo ebbe tre figli (nel 1600 Virginia, nel 1601 Livia e nel 1606 Vincenzo) da una non meglio descritta veneziana, Marina Gamba, della quale ben poco si sa anche perché non abitarono insieme. A relazione finita, mantenne sempre ottimi rapporti con la donna, sposata da un certo Bartoluzzi, la quale allevò il figlio Vincenzo fino al 1611. Alcuni anni dopo Galileo iniziò le pratiche per la legittimazione e nel 1619 dichiarò, non si sa per quali motivi, che la madre era morta; cosa non vera.

L’insegnamento lo sottrae però allo studio della volta celeste e alle scoperte scientifiche per cui, allorché il Granduca dl Toscana Cosimo II gli offre un posto quale "primario matematico e filosofo del Serenissimo Duca" a Firenze, Galileo non ci pensa due volte e si trasferisce in Toscana.

Con la pubblicazione del «Sidereus Nuncius», con il quale Galilei spiega le sue scoperte celesti, hanno inizio i problemi e le lotte con gli studiosi tradizionalisti che rifiutano la teoria eliocentrica di Copernico e così tutte le scoperte di Galileo che ne derivano a comprova di tale teoria. Galilei viene allora chiamato a Roma presso il futuro pontefice Urbano VIII, allora cardinale, che con altri prelati lo incoraggia nella lotta per imporre le sue idee e quelle di Copernico.

Ma l’anno successivo il domenicano Niccolò Lorini da Firenze dichiara eretica la dottrina del moto della terra accusando Galilei di eresia. Con una nuova pubblicazione «Discorso del flusso e riflusso dei mari» Galilei spera di far valere le sue ragioni e convincere così il clero della giustezza delle sue idee, ma nel 1616 la teoria di Copernico viene dichiarata ufficialmente eretica dal Sant’Uffizio e il suo libro è messo all’indice.

Viene inviato un cardinale presso l’illustre pisano con il fine di invitarlo a non insegnare e divulgare le idee condannate dalla Chiesa. Varie pubblicazioni, però, si susseguono a conferma delle nuove teorie: «Il discorso sulle comete», «Il Saggiatore», quest’ultimo abilmente dedicato a Urbano VIII. Nel 1624 lo scienziato inizia la stesura del libro in cui racchiude i frutti della sua vita di studioso e di astronomo, partendo dallo teoria eliocentrica.

Il «Dialogo sopra i massimi sistemi» viene pubblicato il 23 febbraio 1632; è un’opera fondamentale nella storia del pensiero scientifico, Ma il 25 luglio dello stesso anno l’inquisitore di Firenze riceve l’ordine di proibirne la diffusione; a settembre Galilei è invitato a presentarsi presso il Sant’Uffizio. Tra l’aprile e il giugno 1633 subisce un processo nel quale viene condannato per le sue nuove idee sul movimento della terra e degli astri, solo perché contrarie a quelle della Chiesa che si basava su principi errati. Affranto, rinnega la sua opera e nel dicembre dello stesso anno ritorna ad Arcetri in libertà limitata.

In Toscana riprende i suoi studi confortato dalla figlia Virginia, divenuta nel frattempo Suor Maria Celeste e dalla presenza di due famosi discepoli, Torricelli e Viviani, nonché da quella del figlio. Ma Galileo, già avanti negli anni, si ammala e le sue forze si affievoliscono. Nonostante questo non tralascia gli studi. Divenuto cieco, detta per quattro anni ai discepoli le sue ultime ricerche sul moto.

[Il post di oggi è dedicato a Vito, alla sua fede e al grande coraggio che sta dimostrando nell'impegnativa battaglia che sta conducendo da circa un anno].

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domenica 3 maggio 2009, posted by David.Rettura at 19.34

In queste ore la FIAT è sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo per via dell'accordo con Chrysler e dello sbarco in America che ne consegue.

Le domande che si affollano sono molte, dalla possibilità per la casa torinese di affrontare una tale sfida in un mercato in crisi ma sempre tra quelli principali del pianeta, alla natura particolare dell'automobilismo statunitense, che da sempre si è sviluppato in maniera esogena rispetto a quello del resto del mondo, tanto che i giapponesi, per penetrarlo negli anni '80 dovettero ripensare i propri stilemi produttivi in maniera tale da modificare il carattere stesso dell'auto nipponica.

Apparte il capitolo OPEL, braccio europeo di GM che ha assunto da subito una fisionomia assolutamente europea come la Holden ne ha mantenuto una australiana e la Isuzu una giapponese all'interno del gruppo guidato oggi (ma per quanto ancora) da Richard Wagoner, la sola Ford ha saputo impiantare, sin dall'anteguerra, realtà produttive sul continente europeo, ma con un ventaglio di modelli simili a quelli prodotti per il Sudafrica e che diventavano poi la linea base per l'america latina.

Le macchine americane in Europa sono state a lungo un sogno, un simbolo di una way of life da guardare con desiderio ma che si era consci di non poter ne voler imitare completamente, e la Cadillac è stata per anni la quattroruote dello zio d'America che ritornava al paese natio con in tasca i dollari ed in bocca un accento "broccolino".

Le macchine europee negli Stati Uniti hanno forse complessivamente goduto di miglior fortuna, ma solo nel caso della fascia delle supercar e dell'eccellenza, come per le Rolls, le Mercedes, le Porsche, le Lotus oppure le Ferrari. Se nei film italiani ogni tanto spunta una Cadillac, quante volte nei film hollywoodiani abbiamo visto bolidi d'oltreoceano? Will Smith e la sua Porsche in Bad boys (ed anche James Dean guidava una Porsche, ma più che un film era dolorosa realtà), le costose macchine vendute da Tom Cruise in Rain Man ed il Duetto del Laureato come la Lotus di Preatty Woman.

Ma le macchine europee di massa non hanno mai incontrato il gusto degli americani, perché troppo piccole, eccezion fatta per il vecchio Maggiolino, protagonista di una serie di film di successo, quelli di Herbie, e compagna eterna di legioni di fricchettoni quasi quanto il van sempre della Volkswagen.

Comunque l'amore della FIAT e degli Agnelli in particolare per l'America, gli americani e per l'industria automobilistica americana è di vecchissima data, e se tutti conoscono i rapporti personali tra Kissinger e l'Avvocato così come non c'è chi non ricordi la foto sempre dell'Avvocato assieme a Kennedy sullo Yacht, meno noti sono al grande pubblico l'ammirazione del fondatore Giovanni Agnelli per Ford e per i suoi metodi produttivi

Su questo argomento non si può non rimandare alle pagine che in più occasioni vi ha dedicato, nella sua storica biografia di Giovanni Agnelli come nella sua storia della FIAT, Valerio Castronovo. Prima della seconda guerra mondiale Agnelli si recò diverse volte negli Stati Uniti, e vi inviò tecnici ad imparare dalla Ford stessa. Salvo poi intervenire con decisione su Mussolini affinché la morente Isotta Fraschini non fosse, nonostante il parere del livornese Costanzo Ciano, ceduta alla Ford e l'azienda del Lingotto potesse continuare ad operare in un regime di preminenza sul nostro mercato.

E proprio ad una vicenda simile a quella dell'Isotta Fraschini risalivano gli ultimi contatti americani della FIAT, ovvero a quando l'azienda di Torino riuscì vittoriosamente ad impedire che sempre la Ford potesse acquistare una sofferente Alfa Romeo in quella che fu tra le prime privatizzazioni di questo paese.

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, posted by roberto.bonuglia at 11.28
E' notizia di questi giorni: i prezzi delle materie prime sono diminuiti a causa della crisi economica mondiale. Gli analisti, però, prevedono un loro rialzo a medio termine e sono pronti a puntare sul fatto che saranno nell’occhio del ciclone le auto elettriche e quelle ibride per il grande fabbisogno di nuove materie prime: il litio soprattutto. Ce ne sarà abbastanza (e a prezzi ragionevoli) per garantire i primi 10-15 anni di sviluppo di queste auto, ossia il tempo necessario affinché il litio contenuto nelle batterie via via messe fuori servizio possa essere riciclato nella produzione di nuovi accumulatori? Secondo uno studio pubblicato da Freedonia, il settore delle batterie al litio promette tassi di crescita stabili pari al 4,8% all’anno fino al 2012.

Ma dove si trova il litio? In natura questo metallo leggero non si trova come elemento puro, bensì come componente in alcuni minerali. I giacimenti di litio, però, non sono particolarmente ricchi e l’estrazione, di conseguenza, spesso non risulta conveniente. Il litio si trova molto più frequentemente in combinazione con sali, compreso quello marino, dove sarebbe disponibile in misura quasi illimitata. Sulla Terra, per esempio, esiste più litio che piombo, nichel o rame; il fatto è che l’estrazione dal sale marino non è quasi mai conveniente economicamente: lo è solo dove la concentrazione salina è molto elevata.

Da questo punto di vista le Ande sudamericane rappresentano un vero bingo geologico: quello che era un mare interno si è trasformato in un gran numero di laghi salati. I principali sono il Salar de Atacama, in Cile, e il Salar de Uyuni, in Bolivia: il loro carbonato di litio nasconde al suo interno oltre l’80% delle risorse di litio mondiali. Ogni anno sono estratte circa 20.000 tonnellate di questo metallo, i giacimenti mondiali di carbonato sono attualmente stimati intorno a 58 milioni di tonnellate, che corrispondono a circa 11 milioni di tonnellate di litio puro. Se il litio diventerà il nuovo "motore" energetico dell'economia mondiale, c'è da giurare che l'America latina potrà prendere il posto del Medio Oriente nella classifica di importanza e rilevanza geopolitica del nuovo millennio. E forse il fatto che oggi, Evo Morales, presidentissimo della Bolivia (paese ricco di giacimenti di litio, a quanto pare...) sia tra i politici mondiali più "corteggiati" non è così del tutto casuale....

Se l’intera produzione annuale di litio fosse nei prossimi anni dedicata "solo" alla fabbricazione di batterie, si potrebbero equipaggiare 10.000.000 di auto ibride e 1.000.000 di auto elettriche. Ma anche la domanda di pile legata agli apparecchi elettronici è destinata ad aumentare. Per questa ragione alcune aziende, come la Lux Research, prevedono possibili difficoltà di approvvigionamento di litio a medio termine, con conseguente incremento del prezzo.

Come le leggi dell'economia confermano, infatti, il prezzo non varia soltanto in funzione della domanda, ma anche della speculazione. Proprio com’è avvenuto col petrolio.

Non c’è da stupirsi perciò, che a partire dal 2006, il prezzo del litio sia quasi triplicato. E che molto probabilmente, i viaggi di Obama e company, in America Latina, diventeranno sempre più frequenti....

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, posted by roberto.bonuglia at 11.23
L’aereo che s’interna nella Patagonia sorvola il solito deserto color nocciola picchiettato d’arbusti. Costeggia a tratti un mare pallido, e allora è variato da grandi pozze d’acqua rosso sanguigno, o verde rame, o di vari colori confusi che si sciolgono l’uno nell’altro. Il luogo dove l’aereo si fermerà è Comodoro Rivadavia, una cittadina-emporio, molto affollata e rumorosa, piena di bazar e di night-clubs, simile a quelle del Far-West come si vedono nei film. Negozi, folla, macchine, banche e casamenti a molti piani sono sorti in pochi anni, e per effetto del petrolio, dove prima c’era soltanto qualche tugurio tra le sabbie franose che la pioggia trasforma in fango. Non mi fermerò a Comodoro, ma di qui, in macchina, andrò al campo dell’Eni, o più precisamente della Snam-Saipem, che è un’emanazione dell’Eni. Come altre compagnie straniere, estrae per conto del governo argentino il metano e il petrolio.

Il mio scopo è la Patagonia. Perciò non entrerò in questioni né tecniche né economiche, qualità del petrolio estratto, quanto rende l’affare, variabili rapporti col governo argentino, eccetera: questioni di cui non m’intendo. Unica informazione che ho trattenuto: un oleodotto e un metanodotto, di qui, raggiungono Buenos Aires attraversando sottoterra la pampa, lunghi oltre 1800 chilometri. Dirò poi ciò che mi ha stupito: è il grado di automazione raggiunto. Forse è così anche altrove, ma io resto sui ricordi di quand’era diverso. Ho visto i pozzi petroliferi degli Stati Uniti, dalla Louisiana al Texas, ma 15 anni fa; poi quelli siciliani, tra Gela e Ragusa, 10 anni fa circa; poi, nell’Asia Centrale, quelli sovietici, oltre 5 anni fa. Si sa poi l’abitudine sovietica dell’affollamento: ogni pozzo era circondato da un crocchio di persone, tra le quali un geologo (quasi sempre una donna), un vero piccolo concilio con taccuini che osservava e studiava le macchine senza posa. Qui, assolutamente nessuno.

Solitari i pozzi segnati da quei cavallucci d’acciaio, scheletrici, alti sulle gambe, che beccheggiano tutto il giorno sollevando alternativamente la testa e la coda. Ma solitarie anche macchine più complesse. Per esempio quei separatori, credo si chiamino così, che dividono nel materiale grezzo il petrolio, il metano e l’acqua, e indirizzano poi i prodotti divisi verso ulteriori trattamenti. Tutti questi organismi meccanici complicati e sparsi nel deserto si muovono, fanno rumore e accendono luci. Non si vede però anima viva a chilometri di distanza; il funzionamento di ognuno è registrato e controllato, istante per istante, in una centrale lontana. Per quanto sia banale scriverlo, non si può non pensare alle case e alle città viventi dei racconti di fantascienza.

Ma il mio interesse principale è nei luoghi. Il vento della Patagonia, quello che viene dal Pacifico scavalcando le Ande, tanto forte che spesso impedisce agli aerei di atterrare e li rimanda indietro quando già stanno sulla testa di chi li aspetta, è più moderato del solito. Così non posso scrivere la consueta pagina sul vento patagonico, quasi obbligatoria per chi viene da queste parti. Il campo che mi ospita, e che contiene oltre settecento persone, è costruito e condotto in maniera da compensare il più possibile il disagio di vivere in luoghi così inconsueti. E il più perfetto che abbia visto, quasi lussuoso nel suo genere, più di quello, nella stessa zona, di una compagnia americana del Nord. Vi si trovano un ristorante, tre bar, un cinema-teatro, e i salari, molto più alti di quelli abituali nell’Argentina, dovrebbero restare interamente all’operaio, perché il cibo è gratuito come la lavanderia. Molti dei guadagni però sono divorati dal gioco, una delle passioni dominanti nel Sud America. Per il cibo, e persino il vino, ognuno si serve da sé, e non vi sono posti limiti.

Il gusto per la carne, da mangiare o buttar via in segno di abbondanza, si sfoga così senza ostacoli. E' un campo di carnivori, e il consumo di carne è di un chilo al giorno a testa. A questo costume argentino si uniformano i lavorato riaffluiti dal Cile, dalla Bolivia, dal Perù, in un miscuglio di nazioni e di razze che sembra dare buona prova. Per quanto mi riguarda, ho passato giorni bellissimi di vacanza, in compagnia del genere di persone che preferisco. Vi erano per esempio alcuni giovani geologi, che avevano trascorso anni in Antartide o accampati nelle valli impervie tra l’Argentina e la Bolivia. E gente che acquista inevitabilmente una qualità poetica.

Ho potuto vederlo il secondo giorno, domenica, andando alla foresta pietrificata, a quasi duecento chilometri, nel retroterra inabitato di Porto Deseado. Il primo tratto è su autostrada, quella che percorre l’America sino alla punta della Terra del Fuoco. Corre fra terreni brulli, in cui trova cibo però una popolazione di milioni di pecore. Esistono in mezzo al deserto delle fattorie, i cui padroni, inglesi, scozzesi, tedeschi, possiedono anche centinaia di migliaia di pecore; mi dicono che alcuni sanno poco dell’Argentina, perché, quando viaggiano, vanno direttamente dalla Patagonia in Europa. Ma è gente che si vede poco, e le distanze sono tali da non favorire le visite. Dalla strada automobilistica si volta poi in un labirinto di piste, su cui mi riesce difficile comprendere come si possa mantenere la direzione giusta.

Quelle piste girano infatti in uno spazio indefinito, in valli senza un albero e senza un’ombra, macchiate di sterpi contorti, rasoterra e sempre più radi. Gli sterpi, in lontananza, sembrano qualche volta filari d’alberi; ma è un miraggio, e giunti vicino ci si accorge che giungono tutt’al più all’altezza del busto. Eppure anche in questa desolazione si vedono cespi di fiori di colore violetto. Intorno si ripetono senza fine monti sabbiosi, dai diversi colori minerali, con la cima tronca che fa pianoro. Ma, come gli sterpi, non gettano ombra nemmeno questi monti, tutti inclinati all’indietro e senza sporgenze. Così nudo, ventoso e assolato, è un paesaggio inumano e puro.

Qui anche la pecora sparisce, e rimangono solo gli animali selvaggi: i branchi degli struzzi, dei guanacos dal pelo bianco e marrone, della famiglia del lama ma più eleganti, i pivieri, le tortore, e certi uccelli tra la starna e la gallina faraona, con piume molto soffici d’un grigio argenteo, ma d’un marrone fulvo sotto le ali, oppure tutti grigi con un ciuffetto sulla testa. Pare che siano prelibati, e si prendono con facilità. Tutti qui, quando escono, portano con sé il fucile, anche se l’andare a caccia non è lo scopo principale; sparano anche dalla macchina, strada facendo, e tornano con una buona preda. La vita pionieristica conduce molti, per distrarsi, all’hobby di fare il cuoco. I miei compagni torneranno al campo con un pranzo che cucineranno da sé, in una gara di ricette, appena la selvaggina sarà frollata.

Che in una remota preistoria vi fossero grandi foreste dove oggi è il deserto, lo mostra la foresta diventata di pietra alla quale giungiamo dopo un percorso avventuroso. Capita spesso che le macchine restino ferme a metà strada. Quella foresta non è l’unica in Argentina, perché ne esiste un’altra presso Sarmiento. Su una vasta collina, e nelle piccole valli che la circondano, giacciono rovesciati gli immensi tronchi quasi intatti. Ma temo che lo resteranno per poco, a meno che il governo non metta un freno, ora che il petrolio ha portato tanta gente sul posto. Chi viene infatti si accanisce, con martelli e scalpelli, a staccare via pezzi, benché il terreno intorno sia già disseminato di migliaia di grosse schegge identiche a quelle che stacca.

Ho visto la foresta pietrificata del Nuovo Messico, ma questa è interamente diversa. In quella del Nuovo Messico, che ha suggerito il titolo di una famosa commedia, gli alberi sono più piccoli; e le sostanze minerali, sostituendosi alle fibre del legno, hanno dato all’interno dei tronchi i colori diversi e vividi delle pietre dure. Nella foresta argentina, per me più bella, l’albero è rimasto vero. Come nelle leggende d’uomini trasformati in pietre, ha mutato sostanza conservando l’identità. La metamorfosi ha lasciato com’era la forma dei tronchi, il colore marrone rossastro, lucente, del legno. Dalla collina, si discende per piccoli avvallamenti, incrostati come di gesso e popolati di lucertoloni crestuti, verso un lago, o piuttosto un grande stagno celestino, apparso d’improvviso dopo tanta terra arida. Scendo anch’io verso il lago, sperando di trovare una di quelle pigne fossili, belle come gioielli, che appartenevano agli alberi pietrificati e che ho veduto nei musei. Ma bisognerebbe scavare, e non ne ho la pazienza.

Chi mi accompagnava pensava che avremmo visto la foresta pietrificata nell’assoluta solitudine, rotta da rarissime visite, in cui è rimasta fino ad oggi. Il caso ha voluto che proprio quel giorno vi arrivassero spedizioni da tutti i campi delle compagnie del petrolio; e tutti, avendo immaginato di essere gli unici ad andare, stupivano nel vedere gli altri. Il grosso poi era costituito proprio da operai provenienti dal nostro campo, specialmente italiani, nei pullman giallo-oro della compagnia: e insomma, in pieno deserto, sembrava d’essere in città. L’altura risuonava tutta di spari di fucile, di martellate.

Nemmeno le gite però si sottraggono qui al mito degli arrosti pantagruelici. Camionette portavano i capretti squartati, le enormi bistecche di manzo, le graticole di varia forma; una camionetta seguiva stipata di legna da ardere. Alcuni, per la strada, avevano ammazzato in più un paio di struzzi, che hanno parti commestibili, e che giacevano per terra con i lunghi colli cionchi sotto un albero pietrificato. Non credo però che nessuno abbia pensato a cucinarli. In tutti i luoghi riparati dal vento, non però dal sole, sorgevano cucine, in cui si vedevano cuocere capretti interi appesi a cerchio in torno al fuoco su graticole verticali.

[G. Piovene, La foresta pietrificata ed i pozzi di petrolio, "La Stampa" del 24 dicembre 1965, ora in Id., In Argentina e Perù (1965-1966), a cura di S. Gerbi, Bologna, il Mulino-Istituto Italo-Latinoamericano, 2001, pp. 59-63.]

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sabato 2 maggio 2009, posted by vito.cirillo at 13.00
Venti anni fa, nel 1989, a Montreal, in Canada, fu approvato un importante protocollo di carattere ecologico. In base ad esso bisognava eliminare i CFC - i cosiddetti "refrigeranti", presenti nei frigoriferi e nelle bombolette spray - che intaccavano e intaccano l'ozono. Queste sostanze, incidono negativamente sull'atmosfera, facendo sì che i raggi ultravioletti del sole passino senza filtro causando scottature e bruciature.

Quello di Montreal è stato dunque un protocollo provvidenziale che ha impedito gravi danni all'organismo umano ed all'ambiente. Non buona, invece, è stata la decisione presa recentemente a Istanbul, riguardante il Forum Mondiale dell'Acqua. L'accesso all'acqua non è stato considerato un diritto come ci si aspettava, ma semplicemente una necessità. E' stata una decisione deludente perché ogni essere umano deve invece avere il diritto di accedere ad una risorsa vitale come l'acqua.

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venerdì 1 maggio 2009, posted by giovanni.larosa at 11.56


Il ministero per i Beni e le attività culturali ha disposto per il 1° maggio che il pubblico potrà accedere a oltre duecento luoghi della cultura italiana al prezzo simbolico di 1 euro.
Ha dichiarato il ministro Bondi, per i Beni e le attività culturali:

La cultura è un patrimonio di tutti ed è significativo che, grazie ai dipendenti di duecento musei italiani, proprio il primo maggio tutti i lavoratori possano visitare molti fra i più importanti siti archeologici e pinacoteche statali. Un grazie a loro e un invito a non sprecare questa occasione per entrare in contatto diretto con le testimonianze concrete della nostra storia e della nostra memoria. Anche questa è un'opportunità per unire e non per dividere.

Sarà possibile godere dei tesori, dei siti archeologici e delle pinacoteche statali, con uno sguardo particolare anche a quelli meno noti. Ecco, alcune fra le possibili mete.

Nel Sud:
Il Molise offre il Museo archeologico di Venafro, il Santuario italico di Pietrabbondante e il Museo sannitico di Campobasso; la Campania apre la Reggia di Caserta, la Certosa di Padula. A Napoli, accessibili il Museo archeologico nazionale e i Musei di Capodimonte, Palazzo Reale, Castel S. Elmo, S. Martino, villa Floridiana e villa Pignatelli. Gli Scavi di Pompei ed Ercolano, i Templi di Paestum; in Basilicata, aderiscono il Museo d'arte medievale e moderna e il Museo Ridola a Matera, i Musei e le Aree archeologiche di Melfi, Metaponto, Grumento Nova, Policoro, Potenza e Venosa; in Puglia, sono visitabili Castel del Monte a Andria, il Castello Svevo a Bari e a Trani, il Museo archeologico di Altamura; in Calabria, accessibili la Pinacoteca di Palazzo Arnone a Cosenza e i Musei archeologici di Reggio Calabria, Crotone, Locri, Sibari e Vibo Valentia.

In Sardegna, sono aperti il Museo archeologico e la Pinacoteca nazionale di Cagliari, il Museo nazionale "G. A. Sanna", l'Antiquarium di Porto Torres e il Museo garibaldino di Caprera.

Al Centro:
in Toscana sono aperti a Firenze aperti il Museo archeologico e tutte le ville e i giardini, comprese le Ville Medicee di Poggio a Caiano e Petraia. Il Museo archeologico, Cappella Bacci, Casa Vasari e il Museo d'arte medievale ad Arezzo. Aperti anche il Museo archeologico di Chiusi e le aree archeologiche di Vetulonia, Roselle e Cosa. Lucca apre al Museo Villa Guinigi e la Pinacoteca nazionale; in Umbria, sono aperti la Galleria nazionale, il Museo archeologico e ipogeo dei Volumni a Perugia, il Teatro romano e il Palazzo ducale a Gubbio, il Museo archeologico e la Necropoli Crocifisso del Tufo a Orvieto; nelle Marche visitabili il palazzo ducale di Urbino, la rocca di Gradara, il museo archeologico di Ancona e quelli di Ascoli Piceno, Arcevia, Urbisaglia; i siti aperti nel Lazio. A Roma saranno visitabili, a titolo di esempio: Castel S. Angelo, Colosseo, Foro Romano e Palatino, Crypta Balbi, Galleria Borghese, Galleria Spada e Corsini, Palazzo Barberini, Ostia Antica e il Museo dell'Alto Medioevo. Aperti i siti etruschi di Tarquinia, Cerveteri e Tuscania (oltre al museo di Villa Giulia a Roma), Villa Adriana e Villa d'Este a Tivoli; in Abruzzo, nonostante le terribili sciagure legate alle scosse sismiche del 6 aprile, si rendono visitabili il Museo nazionale dell'Aquila e il Museo archeologico di Chieti, oltre alle aree archeologiche di Sulmona, Celano e Alba Fucens.

Nel Nord-Est:
in Friuli Venezia Giulia sono visitabili il Museo archeologico nazionale di Aquileia, quello di Cividale e il castello di Miramare a Trieste; in Veneto, il Museo archeologico di Adria, quello di Venezia e Villa Pisani a Stra.

Nel Nord-Ovest:
La Lombardia apre al Museo archeologico e al Palazzo Ducale di Mantova, alla Villa romana di Desenzano del Garda, al Castello scaligero e alle Grotte di Catullo a Sirmione, al Museo e al Parco archeologico di Cividade Camuno; in Piemonte, sono accessibili a Torino, la Galleria Sabauda, l'Armeria reale, il Palazzo Reale, il Museo di Antichità, il Castello di Aglié, il Forte di Gavi; in Liguria: a Genova è possibile visitare il Palazzo Reale, a Ortonovo il Museo archeologico di Luni, a Ventimiglia il Museo dei Balzi Rossi e l'Antiquarium di Nervia.

In Emilia Romagna, sono aperti a Bologna la Pinacoteca nazionale, a Codigoro l'Abbazia di Pomposa, a Parma il Teatro Farnese e la Galleria nazionale, a Modena la Galleria Estense, a Ravenna la Basilica di Sant'Apollinare in Classe, il Museo nazionale, il Mausoleo di Teodorico, il Battistero degli Ariani.

A tutti, noi del Khayyam's Blog auguriamo una sana e piacevole giornata, possibilmente dedicata alla cultura.

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