giovedì 30 aprile 2009, posted by roberto.bonuglia at 21.31
Dopo aver constatato, nei giorni scorsi, che il virus dell’influenza suina si è diffuso in diversi paesi, l'Organizzazione Mondiale della Salute ha deciso di innalzare l’allerta al livello 5 su una scala di 6 punti, segnalando il rischio di pandemia imminente e invitando tutti i paesi a intensificare la sorveglianza preparandosi ad affrontare l’emergenza.


“Il cambiamento del livello di allerta è un segnale per i governi, i ministeri della sanità e gli altri ministeri, per il settore farmaceutico e per le aziende, affinché prendano provvedimenti tempestivi”, ha dichiarato Margaret Chan, Direttore Generale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) durante una videoconferenza con la stampa internazionale. “Tutti i paesi dovrebbero immediatamente attivare i loro piani di monitoraggio della pandemia” ha affermato, invitando a mantenere alto il livello di allerta per i casi di influenza, malattie simili e polmonite. È fondamentale per tutte le strutture sanitarie individuare tempestivamente la malattia, curare i casi sospetti e tenere sotto controllo il virus, ha aggiunto.

E' bene sapere, per capire cosa realmente significhi il segnale dato dall'OMS, che secondo il protocollo dell'ONU si passa al livello 5 quando almeno due paesi registrano un numero significativo di casi di contagio da uomo a uomo.

La Chan ha sottolineato che la cooperazione internazionale è particolarmente importante dal momento che la pandemia di influenza H1N1 è in grado di diffondersi rapidamente in ogni paese del mondo”. Inoltre ha sollecitato i paesi donatori e le organizzazioni internazionali a mobilitare risorse, in modo particolare per i paesi in via di sviluppo, solitamente più vulnerabili agli effetti devastanti delle pandemie. Fortunatamente, ora più che mai il mondo è preparato alla minaccia di una pandemia influenzale, grazie agli investimenti consistenti stanziati per combattere il virus H5N1, meglio noto come influenza aviaria. “Per la prima volta nella storia, possiamo seguire l'evoluzione di una pandemia in tempo reale” ha commentato la Chan che ha ringraziato i paesi (specialmente Usa, Canada e Messico), per la loro forte cooperazione con l’OMS da quando si è profilato il rischio pandemico.

La Chan ha riconosciuto che “Le nuove malattie, per definizione, sono poco conosciute e l’Organizzazione Mondiale della Sanità e le autorità sanitarie non possono dare immediatamente tutte le risposte” ma ha promesso presto “le troveremo”. L’agenzia, dunque, continuerà ad studiare il virus a livello epidemiologico, clinico e biologico, e i risultati delle ricerche saranno noti pubblicamente il prima possibile.

Keiji Fukuda, l’Assistente del Direttore Generale di OMS, ha dichiarato durante un'altra videoconferenza, che si è registrato un aumento dei casi confermati da prove in laboratorio – da 79 a 114 – denunciati in Canada, Stati Uniti, Messico, Israele, Spagna, Regno Unito e Nuova Zelanda. “E’ chiaro che il virus si stia diffondendo, e al momento non possiamo sperare in un miglioramento”, ha dichiarato Fukada.

Sebbene le prime analisi indicavano che l’origine del virus fosse da rintracciare nei suini, al momento però non ci sono dati concreti che indichino la trasmissione diretta da animale a uomo, così come da alimenti a base di suino. Fukada ha sottolineato che molti esperti continuano a studiare la situazione ma ancora non hanno le risposte a tutte le domande – per fare un esempio, al momento non è chiaro se le persone, una volta infette, sviluppino malattia in forma lieve o acuta. L’OSM si sta impegnando per velocizzare il processo necessario all’ultimazione di un vaccino, che potrebbe richiedere dai 4 ai 6 mesi, e altri ancora per creare una sostanziale scorta.

Intanto, durante il Consiglio di Sicurezza, dove si sta discutendo sui bambini coinvolti nei conflitti armati, il Segretario Generale Ban Ki-moon ha reiterato l’appello per un’unità internazionale per affrontare lo scoppio dell’influenza. “Questa crisi richiede la cooperazione dell’intera comunità internazionale, e conto sulla guida e l’impegno non solo degli Stati Membri del Consiglio, ma di tutta la comunità internazionale” ha aggiunto Ban Ki-moon.

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, posted by roberto.bonuglia at 11.00
Il nuovo Amministratore del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) ha dichiarato che l’agenzia si impegnerà a ridurre la povertà malgrado le diverse crisi che il mondo sta fronteggiando. “Un nuovo patto per l’economia mondiale e per l’ambiente dovrebbe anche essere in grado di affrontare la povertà, compresa quella energetica, e di indicare un percorso di sviluppo caratterizzato da un basso utilizzo di carbonio”, ha dichiarato Helen Elizabeth Clark, durante la cerimonia di benvenuto al Quartier Generale delle Nazioni Unite di New York.

“Dalla crisi nascono opportunità di guardare in modo nuovo a strategie d’intervento e di innovazione”, ha aggiunto la Clark, che è la prima responsabile donna dell’UNDP, nel corso della cerimonia di insediamento alla presenza del Segretario Generale Ban Ki-moon.

Tra le sue altre priorità, la Clark ha menzionato il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDGs), traguardi indispensabili per ridurre il malessere economico, sociale e sanitario su scala mondiale entro il 2015, e l’uguaglianza di genere, uno dei valori fondamentali dell’agenzia. In qualità di presidente del Gruppo ONU sullo sviluppo la Clark ha promesso il suo totale impegno per lavorare costruttivamente con i colleghi delle altre agenzie ONU e per costruire le migliori relazioni con la più ampia gamma possibile di tutti coloro che siano coinvolti in materia di sviluppo. “Intendo anche divulgare più estesamente il lavoro svolto da UNDP - abbiamo fatto molto ed è giusto raccontarlo”, ha detto.

Ma chi era la Clark prima di prendere questo nuovo ruolo? E' stata membro del Parlamento neozelandese dal 1981 e Primo Ministro dal 1999 al 2008, continuando contemporaneamente a guidare altri ministeri, come quello del Patrimonio artistico e culturale. Laureata in scienze politiche presso l’Università di Auckland, dal 1973 al 1975 guidò il movimento giovanile del Partito laburista. Il suo primo governo, cui presero parte diverse donne e un esponente della minoranza maori, sostenne tra l’altro l’associazione internazionale ecologista Greenpeace nella sua lotta contro la caccia indiscriminata alle balene e l’introduzione di provvedimenti volti a estendere alle coppie di fatto i diritti goduti dalle coppie sposate. Per il suo impegno sul fronte della pace e del disarmo nel 1986 ottenne il premio Danish Peace Foundation.
La Clark ha sostituito il turco Kemal Dervis (nella foto), che è stato a capo dell’agenzia dal 2005 e che si è dimesso il primo marzo per ragioni familiari e personali.

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mercoledì 29 aprile 2009, posted by roberto.bonuglia at 12.01
Il Comitato di emergenza, che tre anni fa era stato istituito in conformità col Regolamento Sanitario Internazionale, si è riunito nel corso della giornata di ieri ed ha esaminato i dati disponibili sull’insorgere dell’influenza suina A/H1N1 negli Stati Uniti, in Messico e in Canada.
Il Comitato ha così preso in considerazione l'eventualità, considerata non più "remota" di una diffusione dell’epidemia in altri paesi. Il Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), per la prima volta dall'introduzione dell’attuale sistema in risposta alla crisi dell’influenza aviaria, ha innalzato il livello di allerta della pandemia influenzale dall’attuale fase 3 alla fase 4, su una scala totale di 6 punti.

L’aumento del livello di allerta è un segnale tangibile del fatto che, in almeno un paese, la trasmissione è avvenuta da uomo a uomo: questo aumenta il rischio di un’epidemia globale.

“Data la rapida evoluzione della situazione, si è sentita la necessità di dare un segnale forte ai paesi: bisogna essere pronti ad una possibile pandemia influenzale”, ha dichiarato, a Ginevra, il Direttore Generale aggiunto dell’OMS, Keiji Fukuda, spiegando che il comitato di emergenza di esperti, istituito per far fronte alla recente epidemia di influenza suina, ha innalzato il livello di allarme poiché il virus si era già diffuso negli Stati Uniti, in Messico e in Canada, con un caso più che "sospetto" anche in Spagna.

Fukuda ha inoltre dichiarato che sarà importante che le autorità focalizzino la propria attenzione su come salvaguardare la salute delle persone riducendo gli effetti della malattia, piuttosto che cercare di arrestare la sua diffusione, ribadendo che “il contenimento dell’epidemia non è possibile”. L’OMS non raccomanda la chiusura delle frontiere, nè la diminuzione dei viaggi: misure, a suo dire, che avrebbero pochi o addirittura nessun effetto nell’arrestare la circolazione del virus.

La fase 5 del sistema di allerta dell’OMS viene generalmente dichiarata quando il contagio da uomo a uomo si è verificato in almeno due paesi all’interno di una regione OMS. “La dichiarazione della fase 5 rappresenta un forte segnale del fatto che la pandemia è imminente e che il tempo necessario a pianificare l’organizzazione, la comunicazione e l’implementazione delle misure di attenuazione è breve”, riporta il sito internet dell’agenzia. Osservando che la stagione dell’influenza sta arrivando nell’emisfero sud, Fukuda ha dichiarato prudente continuare la produzione di vaccini contro l’influenza generica, che possono prevenire malattie gravi o addirittura la morte da influenza stagionale.

Tuttavia, il comitato d’emergenza ha anche suggerito all’OMS di “adottare tutte le misure necessarie ad agevolare la produzione e lo sviluppo di un vaccino contro l’influenza suina che sia efficace nel curare le persone contagiate da questo virus”. Ogni nuovo vaccino normalmente impiega dai 4 ai 6 mesi per essere messo a punto e prodotto nelle quantità iniziali. La produzione di quantità significative di vaccino potrebbe richiedere mesi ulteriori, nel giro dei quali la minaccia di pandemia potrebbe addirittura aumentare.

Il Segretario Generale Ban Ki-moon ha dal canto suo dichiarato che “le Nazioni Unite stanno reagendo, rapidamente ed efficacemente, insieme al Direttore Generale dell’OMS, Margaret Chan, per assumere il controllo della situazione”. Annunciando che la Banca Mondiale e altre agenzie umanitarie e di sviluppo delle Nazioni Unite forniranno finanziamenti ai paesi bisognosi di maggiori risorse per combattere l’epidemia, Ban Ki-moon ha detto anche che le nazioni più povere non dovranno essere colpite in modo sproporzionato dalla possibile crisi sanitaria. “Finora la nostra reazione è stata un esempio di buona cooperazione multilaterale e sono fiducioso che in futuro continueremo in questa direzione”, ha aggiunto, cercando di rassicurare i giornalisti presenti e le testate rappresentate nella conferenza stampa.

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, posted by khayyamsblog@gmail.com at 10.46
Il Khayyam's Blog propone oggi ai suoi lettori un post di Attilio Mangano, docente di Storia all'Università Bicocca di Milano e curatore di due interessanti blog - ISintellettualistoria2. Antropologia della politica per una teoria dell'immaginario sociale e duemila ragioni per cambiare - che consigliamo a tutti di visitare e leggere [Roberto Bonuglia].



Sul Corriere della Sera del 9 aprile scorso, Alessandra Farkas segnala un'intervista a Bob Dylan, dal titolo "Barack è come gli altri". E ricorda che l'anno scorso aveva lasciato tutti di stucco quando, per la prima volta, aveva pubblicamente appoggiato un candidato: Barack Obama.
Ma l'amore, per altro ricambiato, tra Bob Dylan e il presidente americano si è già affievolito. In un'intervista al critico musicale del londinese Times, Bill Flanagan, il 67enne mito della musica prende le distanze da Obama in controtendenza con i sondaggi recenti che gli danno indici di gradimento al 66 per cento. "Non sono affatto sicuro che sarà un grande presidente" afferma Dylan, cinico verso i politici in generale "tutti personaggi - spiega - che entrano in carica con le migliori intenzioni, ma se ne vanno come uomini sconfitti".

Johnson è un buon esempio - prosegue - così come Nixon, Clinton e Truman e un pò tutti gli altri. E' come se avessero volato tutti troppo vicino al sole, bruciandosi le ali". In un'intervista allo stesso Times, nel giugno scorso, Dylan aveva spiegato che l'America era in una fase di tumultuoso cambiamento e però Obama stava provando a ridefinire la natura della politica partendo dal basso.

Dieci mesi più tardi è già disilluso."La politica in fondo è solo intrattenimento e sport. Una attività per i figli di papà o per chi unge le ruote. Guardateli i politici, sempre vestiti in modo impeccabile, perfetto. Tutti animali da feste di gala. I politici sono intercambiabili, uno vale l'altro". Alla domanda "Non crede nel processo democratico?", Dylan replica: "Si ma cosa c'entra con la politica?". Secondo Dylan la politica crea più problemi di quanti ne risolva". Perchè "il potere vero è sempre nelle mani di piccoli gruppi, gente che agisce dietro le quinte".

Se ne potrebbe discutere a lungo, da un lato infatti queste dichiarazioni sono a loro volta - come si suole dire - "sintomatiche" di un atteggiamento di disillusione e disincanto che circola in alcuni settori dell'intellighentia e dell'opinione pubblica, al di là delle accoglienze trionfali che lo stesso Obama ha ricevuto [...] nel suo viaggio europeo. Dall'altro ancora sono perfino troppo personali e caratteriali, legate a una figura geniale e controcorrente nel corso della sua lunga vita ma anche a volte umorali (del resto nessuno pensa che Bob Dylan si debba intendere e occupare di politica come critico e osservatore particolare).
Ma quando acutamente egli fa notare che una cosa è la politica e un altro il processo democratico, o che il "potere vero è sempre nelle mani di piccoli gruppi" riepiloga a suo modo alcuni grandi nodi problematici e alcuni interrogativi su politica e democrazia, politica dal basso, cambiamento di sistema e natura stessa della politica che conosciamo bene e sono ancora all'ordine del giorno.

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martedì 28 aprile 2009, posted by vito.cirillo at 11.55

Nel 1904 e nel 1905, il sociologo Max Weber scrisse L'etica protestante e lo spirito del capitalismo. Weber sostenne che il calvinismo dei coloni inglesi in America abbia favorito la nascita del capitalismo moderno in quanto la ricchezza è vista e considerata come una benedizione da parte di Dio.
Il capitalismo moderno è diverso da quello del passato: nell'era della globalizzazione, il profitto di certi paesi a danno di altri non è più compatibile con il progresso generale del mondo. L'etica del moderno e attuale capitalismo deve essere improntata non più sulla ricerca del bene nazionale, ma di quello internazionale.
Oggi le economie sono strettamente collegate, come si evince dalla crisi attuale. Ci si deve aiutare reciprocamente ed i paesi più ricchi devono contribuire a migliorare le situazioni di scarso sviluppo o addirittura di sottosviluppo di altri. La crescita di queste economie equivale alla crescita di tutti. Il nuovo capitalismo perciò deve acquisire una visione più globale e meno nazionalistica.
Ne va di mezzo il bene di tutti....

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lunedì 27 aprile 2009, posted by vito.cirillo at 10.50


Alla fine di Marzo, si è tenuto s Santiago, in Cile, un Convegno dei progressisti mondiali. Fra i partecipanti più importanti va ricordato il vice-presidente americano Biden, il brasiliano Lula, lo spagnolo Zapatero, l'inglese Brown. Per l'Italia era presente Dario Franceschini, attuale segretario "transitorio" del Partito Democratico. Franceschini ha voluto visitare anche la tomba di Salvador Allende, vittima del colpo di Stato del 1973.
I progressisti mondiali (erano presenti anche esponenti del Partito del Congresso indiano) si propongono di vedere se esistono le condizioni per creare un movimento progressista mondiale unito, che raccolga socialisti, verdi, riformisti cattolici, liberali, repubblicani ed altre forze laiche.
E' un tentativo da seguire con interesse perché può rappresentare qualcosa di veramente utile per le sorti della politica mondiale futura.

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, posted by vito.cirillo at 10.41
Da qualche tempo si sta verificando un fenomeno nuovo nello scenario politico internazionale. Nell'America Latina avanza la sinistra (è al potere in Brasile, Venezuela e Bolivia). Ultimamente ha vinto anche nel Salvador, un paese che ha circa 6.500.000 di abitanti.
Ha vinto Maurizio Funes.
Il nuovo leader ha promesso di prendere in considerazione concretamente la nuova politica del presidente Obama. Ha persino offerto la sua collaborazione agli Usa perché ritiene molto importante il nuovo corso della politica americana. Obama può dunque rimediare agli errori di Bush, che aveva trascurato di migliorare i rapporti degli States con quelli latino-americani. In questa parte del mondo, vince infatti la sinistra. In Europa avanzano le destre: le cose si sono invertite rispetto ad un non lontano passato.

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domenica 26 aprile 2009, posted by vito.cirillo at 18.57
Il grande scrittore americano Mark Twain ebbe una vita molto avventurosa.
Compì importanti viaggi da cui trasse degli scritti. Nel 1868, fece un viaggio in Palestina e descrisse le sue impressioni in un libro intitolato la "Perdita dell'innocenza". Egli notò che la Palestina era una terra arida, scarsamente popolata, desertica in alcune zone e paludosa in altre. Era popolata solo in alcune zone da ebrei, da arabi musulmani e da arabi cristiani. Twain notò che gli ebrei erano ben presenti nel territorio della giudea ed a Nord della Galilea.
La popolazione viveva in pace, animata da spirito di tolleranza. Nel 1869, Twain compì un viaggio in Europa e visitò anche l'Italia. Ne nacque uno scritto intitolato "Innocenti all'estero". E' un libro brillante e pungente, nel quale Twain contrappone l'austerità degli ideali puritani americani alla corruzione ed all'ipocrisia della società italiana di quel periodo, in preoccupante disfacimento.

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sabato 25 aprile 2009, posted by roberto.bonuglia at 09.37
Il responsabile Onu per le emergenze umanitarie, John Holmes, oggi si trova in Sri Lanka per una visita di tre giorni. Il motivo di questa visità? La situazione drammatica del Paese dove molti civili sono intrappolati nella zona del conflitto nel nord-est dell'isola. Sono circa 50.000, infatti, i civili che si trovano nel bel mezzo nel conflitto tra le truppe governative e i ribelli delle Tigri di Liberazione del Tamil Eelam, che combattono da diversi anni per l'indipendenza della loro terra.
L'obiettivo di Holmes, dunque, è quello di stimolare il governo ad agevolare attivamente le missioni umanitarie nell'area, l'accesso agli sfollati e il rilascio dei dipendenti dell'Onu detenuti. A questo scopo anche il coordinatore delle Nazioni Unite per lo Sri Lanka, Neil Buhne, si sta dirigendo a Jaffna, nel nord dell'isola.

Secondo un rapporto della missione Onu a Colombo, il conflitto esercito-Tamil ha provocato da inizio anno 6.432 morti fra i civili. Lo Sri Lanka ha accettato solo ieri, in linea di principio, l'ingresso di una missione dell'Onu nella "zona di sicurezza" del nordest dove si sta consumando la guerra contro l'Esercito di liberazione delle Tigri Tamil (Ltte). Il documento dell'Onu parla anche di 14.000 feriti e oltre 100.000 civili in fuga dall'area degli scontri: emergenza umanitaria gravissima.

Nel corso di una conferenza internazionale a Bruxelles, proprio ieri, il Segretario Generale Ban Ki-moon aveva dichiarato la sua intenzione di inviare immediatamente un gruppo di soccorso umanitario nella zona di conflitto nel nord dello Sri Lanka. La dichiarazione di intenti di Ban Ki-moon arriva dopo l’accordo, raggiunto negli ultimi giorni, tra l’inviato del presidente Mahinda Rajapaksa e l’inviato di Ban, Vijay Nambiar, sull’invio della squadra di soccorso nel territorio dove combattono le forze appartenenti al gruppo LTTE e il governo.

Il Segretario Generale ha dichiarato che “la missione avrà il compito di valutare la situazione e fornire l'assistenza umanitaria ai civili. È indispensabile garantire l’accesso degli aiuti umanitari quanto prima. Inoltre chiedo la collaborazione non solo del governo dello Sri Lanka ma anche del LTTE, che devono deporre le armi e proteggere la popolazione civile”, ha aggiunto Ban Ki-moon ricordando che “tante vite sono state sacrificate e non c'è tempo da perdere”.

Al contempo l’ambasciatore messicano Claude Heller, in carica alla presidenza del Consiglio, ha condannato l’abitudine dei ribelli LTTE di far uso dei civili come scudi umani e di impedire alla popolazione colpita di lasciare la zona del conflitto. I 15 membri del Consiglio hanno richiesto ai ribelli di Tamil di “rinunciare al terrorismo, di consentire l’evacuazione assistita da parte dell’ONU dei civili rimasti nell’area del conflitto e di partecipare al processo di dialogo allo scopo di porre fine al conflitto”.

Le Nazioni Unite hanno anche richiesto maggiori fondi per soddisfare le esigenze degli sfollati,avendo raggiunto solo un terzo dei $155 milioni necessari. L’esodo di decine di migliaia di persone ha messo a dura prova le capacità umanitarie e governative, secondo la dichiarazione rilasciata dal Coordinatore unanitario in Sri Lanka. Molti di quelli che sono fuggiti dal conflitto, infatti, “sono stati strappati alle loro case più di un anno fa, ed è quasi un miracolo che siano sopravvissuti ad una così terribile esperienza.”, ha dichiarato Neil Buhne. “Dobbiamo assicurare che non ci siano altre vittime impegnandoci a soddisfare almeno i loro bisogni primari. Inoltre è necessario garantire il rientro nelle loro case.” Nei campi profughi di Vavuniya, che ospitano la maggior parte dei civili fuggiti dai combattimenti, “ho visto neonati con la dissenteria, donne e bambini malnutriti, ferite non curate e persone che indossato gli stessi logoti vestiti da mesi”, ha aggiunto Buhne.

I finanziamenti richiesti dalle Nazioni Unite serviranno perciò per coprire il costo dei bisogni di base, quali il cibo, le medicine, l’acqua, la sanità, ricoveri, vestiti, e per aiutare il reinserimento scolastico dei bambini “per dare loro una parvenza di normalità”. Dopo quella somala, insomma, un'altra emergenza umanitaria metterà a dura prova l'efficacia delle missioni-ONU.

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venerdì 24 aprile 2009, posted by khayyamsblog@gmail.com at 17.51
Lo staff del Khayyam's Blog propone ai suoi lettori l'intervista realizzata da Fabrizia B. Maggi e Andrea Holzer a Douglas Murray pubblicata qualche giorno fa su l'Occidentale. In questo colloquio, Murray, che qualche tempo fa aveva già affrontato l'annosa questione del multiculturarismo, ricostruisce il clima e le incertezze politico-culturali che hanno preceduto il fallimento annunciato di Durban 2. L'intervista viene pubblicata ringraziando Roberto Santoro per la traduzione e l'editing nonchè Andrea Holzer per l'amichevole collaborazione [Roberto Bonuglia].


Abbiamo ancora bisogno del neoconservatorismo?

Assolutamente. Oggigiorno il neoconservatorismo è necessario per prevalere sul relativismo, ovvero sull’incapacità di distinguere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, tra il Bene e il Male, tra quello che è nel nostro interesse e ciò che non lo è. Questo problema va risolto e numerose teorie politiche in Europa, Gran Bretagna e America possono trarre beneficio dal punto di vista neoconservatore.

David Cameron avrà successo riportando i Tories al potere in Gran Bretagna?

Non credo che Cameron vincerà le elezioni nel 2010. Per essere più preciso, credo che il Labour perderà le elezioni. Cameron prenderà il potere, certo, ma non per le fantastiche politiche del suo partito, piuttosto, e più semplicemente, per i fallimenti delle proposte laburiste. Ora, se i conservatori di Cameron stessero proponendo delle politiche fantastiche, io li appoggerei certamente, non ho niente contro di loro. La realtà è che gli uomini di Cameron non dispongono di politiche coerenti. Sfortunatamente, nel sistema bipartitico che abbiamo in Gran Bretagna, il pubblico può soltanto scegliere tra due partiti, per quanto orribile possa essere l’alternativa.

Da dove dovrebbero ripartire i conservatori inglesi?

Credo che dovrebbero cominciare dall’essere franchi e onesti con l'opinione pubblica, due qualità che per ora non stanno dimostrando. La tendenza di Cameron a tenere un basso profilo – ficcando la testa sotto la sabbia e non facendo nulla, senza pronunciarsi su niente di significativo – potrebbe ritorcersi contro di lui. Cameron non ha fatto dichiarazioni significative perché i sondaggi indicano che sarà comunque proiettato alla guida del Paese. A mio parere questo è un atteggiamento negativo che riflette uno dei concetti senza senso e prevalenti della nostra epoca, l’idea che il governo non richieda dei capi, ma solo un qualche tipo di amministratore bancario. Non abbiamo bisogno di leader ma di manager. E’ un pensiero catastrofico che allontana la moralità dalla politica e che la spoglia di ogni chiarezza morale.

Vale anche per il ministro-ombra della difesa, Liam Fox?

No, ritengo che attualmente Liam Fox sia una delle pochissime figure del partito conservatore ad essere stato onesto con il pubblico. Detto questo, Fox non si può sbilanciare in merito al budget per l’esercito. In Afghanistan le nostre truppe sono sovraccaricate di lavoro, sono insufficienti e male equipaggiate. Questo problema può essere risolto solo investendo più soldi nelle nostre forze armate. Tuttavia i conservatori non annunceranno mai l’intenzione di aumentare la spesa per l’esercito. Questo perché potrebbero trovare i soldi necessari solo in due modi: tagliando risorse dal welfare o aumentando le tasse, e loro non vogliono trovarsi nella situazione di dover ammettere che potrebbero fare l’una e l’altra cosa.

L’Italia ha boicottato la Seconda Conferenza di Durban. Che ne pensa?

La decisione italiana di boicottare "Durban 2" rappresenta una mossa davvero nobile, importante e grandiosa per l’Italia come Nazione. E anche per la comunità internazionale. La Prima Conferenza di Durban si rivelò un festival dell’odio anti-semita, razzista e islamo-fascista, dominato dai Paesi della Organizzazione della Conferenza Islamica che hanno contribuito a renderla un tiro al bersaglio contro Israele, l’America e le nazioni occidentali. Ad esempio, la Conferenza non si è occupata neppure di uno degli abusi contro i diritti umani che avvengono nel mondo musulmano. Al contrario, durante la prima Durban, gli stati islamici cercarono di propagare la menzogna secondo cui Israele, l’America e l’Occidente sarebbero alla radice di tutti i problemi internazionali. Se i Paesi della Conferenza Islamica vogliono diffondere questa idea sono i benvenuti, ma non dovrebbero avere il nostro sostegno. L’Italia ha fatto la cosa giusta.

Che cosa significa oggi "anti-semitismo"?

In realtà il significato di questa parola non è molto diverso da quello che aveva ieri. Se non fosse che mentre in passato l’antisemitismo “veniva da destra” adesso “viene da sinistra”. Infatti in passato l’antisemitismo apparteneva quasi esclusivamente all'estrema destra. Oggi invece è diventato un fenomeno islamico e legato all’estrema sinistra. Con questo non voglio certo dire che i neonazisti sono scomparsi, anzi, ma vengono condannati universalmente. La stessa cosa non avviene quando l’antisemitismo contemporaneo arriva da sinistra, perché la sinistra è al guinzaglio degli islamisti a cui è stato consentito di propagare in giro per il mondo la peggiore e più terribile delle propagande. I movimenti di sinistra in Europa hanno tollerato l’intollerabile, hanno dato asilo, inculcato e promosso l’intollerabile. Questi islamisti che difendono le visioni anti-semite più "mirate" non si accontentano certo della semplice fine dello Stato di Israele: Israele è solo la prima fase del loro piano e sicuramente non l’ultima.

La "Muslim Association of Britain" non ha riconosciuto il verdetto del Tribunale Penale Internazionale contro il presidente sudanese al-Bashir…

E’ interessante constatare cosa ha intenzione di riconoscere la MAB e cosa no. Questa associazione, possiamo definirla il gruppo di prima linea della Fratellanza Musulmana in Gran Bretagna, crede che Israele sia la sola nazione a dover essere condannata nell’arena internazionale; peccato che in genere eviti di pronunciarsi quando si tratta di veri crimini commessi in giro per il mondo. Ad esempio la MAB resta muta davanti al massacro perpetrato dai Fratelli Musulmani in Darfur. In altre parole: per questa gente un crimine di guerra è tale solo se è commesso da un ebreo o da un americano. Se lo stesso crimine è commesso da un musulmano, se si tratta di un crimine di guerra commesso – per esempio – da uno Srilankese ai danni di un Tamil, allora non gli interessa. Possiamo trarre una lezione abbastanza chiara da questo atteggiamento: se loro non vogliono fare due più due, facciamolo noi.

Crede che Geert Wilders avesse il diritto di parlare in Gran Bretagna?

Guardi, personalmente credo che l’espulsione di Wilder sia stato un disastro diplomatico. Si può essere d’accordo o meno con quello che dice. Per esempio io non sono d’accordo con alcune delle sue affermazioni ma concordo con lui su altri punti. Detto questo Wilders non ha mai incitato alla violenza contro qualcuno, che io sappia. La decisione presa dal governo inglese è stata dettata dalla paura. Penso che in ostri governanti l’abbiano espulso perché erano spaventati dal possibile incitamento alla violenza contro lo stesso Wilders. Erano spaventati da Lord Nazir Ahmed che minacciava di riunire decine di migliaia di musulmani pronti a creare disordini fuori dal Parlamento. Questa è un’espulsione decisa da un governo che non è in grado di spiegarci qual è la differenza tra chi appicca un incendio e chi spegne il fuoco, tra il vero piromane e chi invece dà l’allarme.

Qual è l’influenza della comunità islamica in Gran Bretagna?

Il governo inglese lascia la porta ben aperta a gente come Ibrahim al-Moussawi – il portavoce di Hezbollah – che è venuto due volte in Gran Bretagna nell’arco di un paio d'anni. Al-Moussawi non è solo il portavoce di un'organizzazione che promuove la violenza, infatti la pratica ed ha già ucciso molti ebrei in giro per il mondo. Il governo britannico, però, non aveva nessun tipo di problema con quest’uomo, prima che la mia organizzazione iniziasse una campagna per mandare al-Moussawi fuori dalla Gran Bretagna. Il nostro governo, e parlo sia dei laburisti che dei Tories, ha consentito per anni ai più violenti jihadisti di venire in Gran Bretagna, di viverci e di godere dei sussidi inglesi. Questo significa che il fondamentalismo islamico, ora come ora, ha una grande influenza in questo Paese.

Douglas K. Murray è il direttore del Centre for Social Cohesion, che si occupa dei problemi dell’integrazione e della presenza del radicalismo islamico in Gran Bretagna. Ha pubblicato, tra gli altri, Neoconservatism: Why We Need it, Social Affairs Unit 2005. Ha scritto per "The Guardian", "The Sunday Times" e per il magazine Standpoint.

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, posted by Sara Bilotti at 10.19
Dopo i terribili fatti di cronaca accaduti nelle scorse settimane, è stata convocata una conferenza internazionale dal Segretario Generale dell’ONU su richiesta del Consiglio di Sicurezza dell’ONU con la risoluzione 1863 del 16 gennaio 2009. Sotto l’egida dell'Unione Africana e delle Nazioni Unite (ospitata dalla Commissione UE) la conferenza è stata organizzata col chiaro intento di sollecitare lo stanziamento di fondi dalla comunità internazionale a sostegno delle istituzioni per la sicurezza somale e della missione dell’Unione Africana in Somalia (AMISOM).

La conferenza si è tenuta ieri a Bruxelles ed è stata co-presieduta dal Segretario Generale Ban Ki-moon e dal presidente dell'UA Jean Ping. Hanno preso la parola: Sharif Sheikh Ahmed, presidente somalo; Amre Mussa, Segretario Generale della Lega degli stati arabi; il Prof. Ekmelledin Ihsanoglu, Segretario Generale dell'Organizzazione della conferenza islamica; Javier Solana, Alto Rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera e di sicurezza comune; Louis Michel, Commissario Europeo per lo sviluppo e gli aiuti umanitari.

“In tutta la Somalia ci deve essere un governo responsabile fatto dai somali per i somali – ha detto il Presidente della Commissione Europea José Manuel Durao Barroso – Per finirla con i signori della guerra, con la pirateria e con i profitti illeciti di una autoproclamatasi casta militare. La conferenza di oggi deve rispondere anche, in modo sostanziale, alle sfide che devono raccogliere le autorità somale, per riportare la stabilità e la pace nel proprio territorio. La sicurezza è il punto di partenza, ma non può essere quello di arrivo”.

La conferenza è stata preceduta nel pomeriggio del 22 aprile, da un briefing preparatorio che includerà le riflessioni del Vice Segretario Generale ONU per il supporto sul terreno, i Rappresentanti speciali dell’ONU e dell’UA per la Somalia, il Commissario UA per la pace e la sicurezza, il Direttore Generale competente della Commissione Europea, il comandante della forza di AMISOM ed il ministro della difesa somalo.

Ma quale è, oggi la situazione somala? L'accordo di Gibuti del il 19 agosto 2008, ha posto le basi per un nuovo governo, che sta facendo molti sforzi per la riconciliazione nazionale. Ma le forze di sicurezza somale e la polizia devono rispondere a elementi radicali di minoranza che continuano ad adottare una linea dura nei confronti dello stesso governo. Allo stesso tempo, AMISOM è essenziale per la formazione delle forze di sicurezza e di polizia somale e per l’ accesso della comunità internazionale alle operazioni umanitarie e di recupero.
Il nuovo governo somalo ha dichiarato la sicurezza nazionale ed interna come una priorità da raggiungere quanto prima, ribadendo il proprio impegno a costruire istituzioni necessarie per la sicurezza (una commissione congiunta per la sicurezza, un corpo di polizia civile e uno di forze di sicurezza nazionale). Si prevede che quest’ultima, di base a Mogadiscio, raggiunga le 6.000 unità, mentre la Forza di polizia somala conterà di 10.000 uomini. Entrambe avranno bisogno di assistenza di base, stipendi, addestramento. Il costo totale per la sicurezza somala ammonterà a quasi $31 milioni per 12 mesi.

Ad oggi AMISOM conta su 4.300 uomini, forniti da Uganda e Burundi. Le Nazioni Unite garantiranno un pacchetto logistico di supporto iniziale. Ma AMISOM ha bisogno di salari, equipaggiamento militare più efficace e soprattutto di una struttura civile, che affianchi la polizia civile, impegnata alla preparazione della polizia somala. In totale saranno necessari circa $134 milioni per 12 mesi. Questi erano i propositi degli organizzatori. Ma la comunità internazionale ha promesso circa 250 milioni di dollari (oltre 190 milioni di euro). Come riporta Francesco Bussoletti, infatti, a fornire i dati è il commissario europeo allo Sviluppo, Louis Michel, al termine della Conferenza. “L'importo è di circa 250 milioni in aiuti finanziari diretti, per cui vi è almeno quanto è stato previsto - ha affermato Michel alla stampa -. Ma dobbiamo aggiungere anche il materiale e la logistica, per cui in totale siamo ben al di sopra quanto sperato. L'obiettivo è raggiunto e si tratta di un grande successo”. L'Italia ha promesso fondi, per un importo di quattro milioni. Un impegno imporante che speriamo sia utilizzato al meglio.

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giovedì 23 aprile 2009, posted by vito.cirillo at 18.14


Nel 300 a.C., il territorio dell'attuale Cina era diviso in varie zone che appartenevano a diversi feudatari. Questo immenso territorio fu unificato dal primo esponente della dinastia Ch'in, dal quale prese il nome la nazione.
L'imperatore Ch'in organizzò un potentissimo esercito, formato da cavalieri e fanti. Questo esercito era ben armato e ben addestrato. Era difficilmente battibile. Uno dei segreti di questa imbattibilità era costituito dalla spietatezza dei soldati. Essi venivano ricompensati soprattutto in base al numero di teste dei nemici che i soldati portavano ai loro superiori. Era un po' una decapitazione a sistema industriale, per così dire...
Alcuni decenni fa, gli archeologi hanno scoperto l'esercito di terracotta, delle statue raffiguranti nei minimi particolari i soldati dell'imperatore Ch'in. Queste statue sono di straordinaria fattura, con particolari che lasciano stupefatti. Di soldati come questi si avvalse l'imperatore per rendere la Cina una grande potenza.

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mercoledì 22 aprile 2009, posted by vito.cirillo at 14.33
Il G20, che si è tenuto recentemente a Londra, è ormai diventato il più importante e decisivo incontro fra capi di governo e di Stato. Ha superato il G8 che sembra ora meno importante.
Questo perchè al G20 partecipano potenze emergenti come Cina, India, Brasile. Lo stesso Obama ha dato molto risalto al suo incontro col presidente cinese Hu Jintao. Questo sta a significare che lo scenario mondiale ha nuovi grandi protagonisti oltre all'Europa, alla Russia ed agli Usa.
Il mondo sta cambiando e Obama l'ha capito...

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martedì 21 aprile 2009, posted by roberto.bonuglia at 12.37
14 Febbraio 1966: muore Elio Vittorini.

Sono passati, ormai, più di 40 anni dalla sua scomparsa, e il tempo trascorso non ha offuscato l’importanza dell’opera di uno dei più grandi intellettuali che l’Italia ha conosciuto nel Novecento. Davvero notevole, infatti, fu il valore storico della sua opera, e lo stesso dicasi per la funzione da essa esplicata nell’ambito della cultura (letteraria e non) dal periodo postbellico fino alla fine degli anni ‘60. La sua presenza, la sua influenza, superano i limiti ristretti, angusti, di un'attività puramente letteraria, per divenire esempio di un impegno integralmente ideologico e culturale, di lotta, cioè, per una cultura «non consolatoria», ma agganciata totalmente ai problemi reali dell’uomo contemporaneo.

Un impegno, dunque, quello di Vittorini contro «i vecchiumi della società letteraria» (G. Pampaloni) e della tradizione da essa rappresentata. Il che significò, di fatto, il superamento dell’esperienza carducciana, dannunziana, pascoliana e poi «vociana», «futurista» e «rondista» (cioè delle maggiori e più autorevoli riviste "con la erre maiuscola") all’insegna di un concetto «responsabile», «moderno», civilmente «impegnato», di letteratura e di cultura.

Lo scrittore, in Vittorini, va di pari passo con l’agitatore di idee, con l’operatore politico, con - come ricorda giustamente Alfonso Berardinelli - l’organizzatore culturale, e questo di lui è l’aspetto che più affascina ancora oggi chi lo legge e chi ancora scrive di lui: il letterato è inscindibile, insomma, dall’uomo intero, nella sua integrità e totalità.... Alla faccia degli "specialismi" oggi tanto di moda.

Gli esordi narrativi di Vittorini (i racconti di Piccola borghesia del ‘31, di stampo ancora natural-verista) avvengono, infatti, in un clima letterario (quello degli anni ‘30) che aveva sperimentato da poco la soppressione, in nome di un malinteso «nazionalismo» culturale (il «genio italico», il «primato dell’Italia», «la gloria della stirpe»), qualsiasi legame col più vasto mondo della cultura europea: ma ad ospitare le prime prove di Vittorini è «Solaria», la rivista di Carocci, Ferrata, Bonsanti, nata a Firenze nel ‘26, che operò per una «sprovincializzazione» della letteratura italiana, riproponendo accanto ai nomi di Joyce, Mann e Proust, quelli di narratori come Kafka, e rivalutando i «nostri» Saba, Tozzi e Svevo (basti ricordare che «Solana» accolse le «prove» di scrittori quali Gadda, Montale, Quasimodo, Piovene, Pavese).

La narrativa di Vittorini, perciò, vuole essere una narrativa di «cose», di «contenuti», e non più di parole, di puri esercizi verbali, avvinta ai problemi reali del paese avente, quindi, non più una funzione meramente decorativa e accompagnatrice, ma conoscitiva, pedagogica, educatrice. In questo senso l’opera di Vittorini va considerata e inquadrata in quel fenomeno letterario che prende il nome di «neorealismo», pur con tutti i residui «ottocenteschi» (regionalismo, populismo, operaismo) che tale prospettiva storico-critica comporta: si pensi, infatti, a ciò che di «decadente» è presente ancora nella narrativa neorealista degli anni ‘30, dagli accenti idillico-elegiaci di Pratolini, a quelli favolistico sentimentali di Jovine, dal lirismo simbolico di Alvaro, alla problematica del «mito» in Pavese, alla descrizione moraviana della «condizione», straniata, alienata, della «borghesia» di allora. Si trattò, in realtà, di un’operazione storica decisiva; bisogna spezzare, una volta per tutte, la «mitologia» altisonante e oratoria del regime, accostandosi ad una realtà non più «unica» ed «inimitabile», ma diseroicizzata, grigia, volutamente in tono minore, espressa mirabilmente da Moravia ne Gli indifferenti e da Jovine in Un uomo provvisorio (che continua, in verità, quel filone narrativo degli «inetti», degli «incapaci» di vivere, ereditato da Svevo, Pirandello, e Borgese).

D’altra parte il rifarsi (ed è un atteggiamento comune anche a Pavese, traduttore di Melville, Sherwood Anderson, etc.) ad una narrativa (quella americana degli Steinbeck, dei Faulkner, dei Caldwell, degli Hemingway) fortemente anti-intellettualistica, immediata, viva, capace di esprimere simbolicamente l’uomo nella sua integrità (si pensi al lavoro di traduttore di Vittorini e alla sua antologia «Americana»): era un’operazione (col suo «mito» di un’America forte, gagliarda, dinamica, di una società «primitiva», quasi «barbarica») che non poteva non apparire, col suo «internazionalismo», in stridente contrasto con quella «provincialistica», «nazionalistica», auspicata dal fascismo e dalla sua politica di nazionalizzazione letteraria e linguistica.

In realtà, pur muovendosi, in questo periodo, in una posizione che viene ricondotta, di solito, al cosiddetto «fascismo di sinistra» (fu un’illusione condivisa con Vittorini, da Bilenchi e Pratolini, nel voler attribuire al fascismo un approccio autenticamente «rivoluzionario», con uno sbocco «populistico» e «classista» l’attività dello scrittore siciliano presenta già, in nuce, i caratteri che si svilupperanno nell’opera futura: senso "mitico-magico" della realtà, lirismo, componente memoriale ed elegiaco-sentimentale, da una parte; impegno ideologico, diretto, concreto, nelle cose degli uomini, nella società e nel mondo, per trasformarli, volontà di rivolta, dall’altra. Un messaggio, quindi, (in questo, molto simile a Pavese) sospeso a metà fra mito, storia e realtà, tra ragione e carica sentimentale, trasfigurazione allusiva ed evasione: il che, in termini diretti di resa narrativa si traduceva in uno «stile» in bilico sempre tra realismo e simbolismo, tra descrizione particolareggiata, minuta, del reale, a sublimazione lirica, suo riscatto dalla «materia» che gli è propria, nella «parola» evocatrice.

Di questa poetica vittoriniana, attenta alla realtà, ma, beninteso, per cambiarla, impregnandola di simboli, sono testimonianza Il garofano rosso del ‘33-34 (uscito su «Solaria»; in volume nei ‘48: si ricordi che questo romanzo causò la soppressione della rivista fiorentina) col suo senso di rivolta anarchica contro le istituzioni, impersonate dalla famiglia e dalla società costituita; Sardegna come un’infanzia del ‘36, col suo mondo tragico ed eroico insieme; del ‘36 (uscito poi nel ‘56 insieme a La Garibaldina del ‘50) col suo «mito» barbarico e primitivo; Erica e i suoi fratelli e poi Conversazione in Sicilia del ‘38-39 (a puntate sulla rivista «Letteratura», poi in volume nel ‘41) che segna la svolta decisiva nella narrativa vittoriniana (seguita allo scoppio della guerra civile in Spagna nei ‘36), suo simbolo, puro, incontaminato, di una Sicilia-infanzia dello spirito, colla sua condizione misera, drammatica, ma epica, colla sua voglia disperata di riscatto; Uomini e no del ‘45, in cui il «romanzo della Resistenza», colla sua divisione degli uomini in buoni e cattivi, diviene specchio di una generica e mitizzante, simbologia universale della condizione umana; Il Sempione strizza gli occhi al Frefus del ‘47, colla sua volontà, ma sempre liricizzata, di aggancio diretto alla cronaca, alle cose, con i suoi personaggi-emblemi, caratterizzanti una realtà al di fuori della storia; Le donne di Messina del ‘49, col loro «mito» di una società preistorica.

Questa produzione letteraria, come dicevamo prima, non può essere compresa totalmente se non va agganciata (e ne è sostanziata, arricchita, quasi condizionata) con l’attività di Vittorini in quanto organizzatore, operatore, ideologo della cultura: dal ‘45 al ‘47 dirige «Il Politecnico», con l’impegno, la lotta per una «nuova» cultura, per una più viva e diretta funzione politico-sociale della letteratura (si ricordino le inchieste sulla scuola, sull’Est, sulla Lucania, sull’IR.I., sugli U.S.A., sull’U.R.S.S. e la Cina): funzione etico-civile, dunque, volontà chiarificatrice dell’opposizione tra politica (cronaca) e cultura (storia).

Il vero scrittore, ammonisce, però, Vittorini, deve riuscire a «portare attraverso la sua opera esigenze rivoluzionarie» “diverse” da quelle che la politica pone; esigenze interne, segrete, recondite dell’uomo ch’egli soltanto sa scorgere nell’uomo», ponendole «accanto» e «in più» a quelle che sa porre la politica. L’operosità ideologica e culturale di Vittorini non si ferma qui: dal ‘61 al ‘66, insieme a Calvino, dirige «Il Menabò», in cui si occupa del rapporto tra mondo industriale e letteratura, teorizzando, per così dire, più che una letteratura impregnata di temi e di contenuti che si disfacessero alla vita dell’industria, alla condizione operaia, un modello linguistico che rendesse la realtà alienante ed alienata della società neocapitalistica, quasi con intenti catartici e con finalità liberatorie. Vittorini, intravedeva, così l'unica, forse utopistica, possibilità di esistenza, di capacità d’azione, soprattutto etico-civile, per la letteratura nel mondo contemporaneo, ed è questo, tutto sommato, il «messaggio» più vivo che egli ci ha voluto lasciare in eredità e che orienta da sempre ogni nostra azione.

E con l'auspicio che questa eredità venga presto ripresa, concludiamo queste nostre modeste riflessioni su uno dei più grandi e completi autori italiani del secolo scorso invitandovi a conoscerlo, leggerlo, rileggerlo. Credeteci, ne abbiamo bisogno davvero.

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, posted by vito.cirillo at 12.19
Sequestrare manager di aziende in crisi sta diventando un fatto sempre meno episodico in Francia. Da sondaggi effettuati negli ultimi giorni sembra che quasi il 50% dei francesi approvi questo nuovo fenomeno perché si ritiene che i manager aziendali pensino troppo al proprio stipendio e poco alle sorti delle imprese in cui svolgono la loro attività.
Qualcuno sta già parlando, addirittura, di "insurrezione prossima" e di "nuovo 68". I francesi sono sempre meno soddisfatti di come viene affrontata la grave crisi economica in atto nonostante il fatto che Sarkozy abbia tentato con molta prontezza di far fronte alla situazione. La Francia, quindi, non si smentisce e rimane memore della sua tradizione rivoluzionaria.
Si ricordi che la più grande rivoluzione della storia (prima di quella russa) fu proprio quella francese: i francesi infatti hanno sempre avuto un forte senso della giustizia sociale.

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lunedì 20 aprile 2009, posted by vito.cirillo at 12.43
Ad Ankara, per la prima volta un presidente degli Usa ha parlato al Parlamento turco. E' al contempo anche la prima volta che ciò accade in un paese islamico. La notizia, è molto positiva.

Obama ha dichiarato che vuole stringere un'alleanza con il mondo islamico, proseguendo così sul cammino della sua strategia politica mondiale. Vuole essere un amico del mondo islamico per contribuire a migliorare tutto lo scenario della politica mondiale. Ha anche affermato che la Turchia merita di entrare nell'Unione Europea e tale eventualità "arricchirebbe" notevolmente l'UE.
La Turchia ha una storia importante ed una tradizione di tutto rispetto. Inoltre, è un Paese multietnico e multiconfessionale. Obama farà quindi la sua parte nel convincere i Paesi europei affinché l'entrata della Turchia di cui tanto si parla avvenga ufficialmente e definitivamente.

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, posted by David.Rettura at 02.09

Nel blog che tiene sul sito della Stampa, Francesco Sisci, uno dei più autorevoli sinologi italiani contemporanei, che scrive sul quotidiano torinese come su Limes, su Asia Times, ex direttore dell'Istituto italiano di cultura a Pechino ed autore di alcuni tra i più interessanti lavori sulla Cina editi negli ultimi anni, ha postato il suo personale ricordo dei fatti di Piazza Tienanmen; il dimensione umana del ricordo ha preso il sopravvento sull'analisi senza travalicare la lucidità, ed il risultato di quello che speriamo sia solo il primo capitolo di una lunga serie dedicata a quella primavera che molti di noi ricordano con così grande emozione è dunque notevole ed aggiunge un tassello di non poco spessore ad una serie di ricordi che, almeno in italiano, non possiamo dire copiosa. Uno dei pochi resoconti dettagliati di Tienanmen che ricordiamo è quello di Adriano Madaro, il sinologo trevigiano cui dobbiamo il ciclo di mostre sulla storia del Celeste Impero che viene ospitato nella Casa dei Carraresi di Treviso e di cui attendiamo con ansia quasi spasmodica la terza parte che sarà aperta alla fine di Ottobre.

Altri resoconti hanno visto la luce a più riprese su quotidiani e rotocalchi nel corso degli anni e non possiamo dimenticare i toccanti accenti con cui l'annotò sul suo diario (divenuto poi Giorni Giapponesi) Angela Terzani Staude che, da una sorta di esilio giapponese scrisse che lo sentiva come un lutto di famiglia.

Per quanto riguarda Sisci, nulla vi racconto e vi esorto a leggere direttamente lui: cliccando qui

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venerdì 17 aprile 2009, posted by Sara Bilotti at 12.57
Il rappresentante delle Nazioni Unite per il Corno d'Africa, considerando la pirateria che imperversa sulle coste somale una minaccia globale, ha chiesto maggiori sforzi per sconfiggere quello che egli definisce "un flagello internazionale".

Ahmedou Ould-Abdallah ha infatti affermato in una nota: "Credo fermamente che si debbano intensificare gli sforzi concreti, quali la forte presenza marittima internazionale al largo delle coste somale, volti a marginalizzare e quindi sconfiggere la pirateria".

Circa il recente incremento degli attacchi di pirateria, Ould-Abdallah ha dichiarato che, "senza questa presenza marittima internazionale,il male sarebbe ancora peggiore. Chi vi contribuisce svolge un lavoro eccellente, pur avendo da coprire un'area enorme." Ould-Abdallah ha poi sostenuto che le recenti operazioni degli Stati Uniti e della Francia lanciano un forte messaggio ai pirati e a quanti li sostengono, "sfruttando la povertà e la disperazione dei loro giovani compatrioti disoccupati".

La situazione, però, in Somalia non è certo migliorata: circa 300 persone e 17 navi sono ancora nelle mani di un piccolo gruppo che pare interessato a massimizzare i propri profitti illegali, senza motivazioni ideologiche, religiose, razziali.

"Per garantire stabilità e libertà di navigazione in Somalia e nella regione, occorre identificare rapidamente e giudicare la responsabilità di coloro che sostengono tali attività finanziariamente", ha affermato Ould-Abdallah, sottolineando che una soluzione militare, pur se essenziale, debba essere accompagnata da una credibile attività di sviluppo.

Il governo di unità nazionale della Somalia, stabilito nel febbraio scorso, ha il compito di combattere l'anarchia di un paese fortemente frammentato tra fazioni in lotta tra loro, senza un'amministrazione centrale funzionante dai tempi del rovesciamento del governo di Siad Barre nel 1991.

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mercoledì 15 aprile 2009, posted by vito.cirillo at 10.32
La grande novità del nuovo governo in Israele è il ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman, capo del partito "Israele casa nostra". Egli ha già fatto alcune dichiarazioni che non possono non suscitare preoccupazione per il futuro. Ha dichiarato, ad esempio, che Israele non deve tener conto degli accordi già raggiunti coi palestinesi.
Questo può rendere ancora più difficili i negoziati che dovrebbero portare alla nascita dello stato palestinese. Inoltre, Lieberman ha dichiarato che Israele non restituirà mai, alla Siria, le alture del Golan. Questo ha complicato anche le trattative tra il suo paese e la Siria che erano state ben avviate da Olmert. Inoltre, il presidente dell'ANP, Abu Mazen, ha manifestato la sua preoccupazione per il nuovo corso della politica estera israeliana. A questo punto, è importante vedere come si comporterà Barak, il capo laburista, che è insolitamente, in questo governo, ministro della Difesa.
 
martedì 14 aprile 2009, posted by roberto.bonuglia at 11.30
Molti osservatori considerano la globalizzazione come un processo che sconvolge profondamente le culture e l’identità culturale.
Per «cultura» si intende generalmente il sistema di significati condivisi che le persone appartenenti alla stessa comunità, gruppo o nazione, usano per essere in grado di interpretare il mondo e dargli un senso. Così facendo, tali persone creano tra di loro un vincolo comune, un senso di comunità o, appunto, di identità con gli altri. La cultura, perciò, stabilizza le identità culturali e «garantisce che il tipo di vita di quelli che ne fanno parte rimanga omogeneo»; per molti secoli la maggior parte degli uomini ha vissuto la propria vita proprio in questo modo: all’interno di una rete di culture a carattere locale.
La geopolitica della globalizzazione è stata determinante nel modificare questi rapporti, tanto da essere considerata «un fattore turbativo dei contorni stabiliti dalle culture locali» e, soprattutto, del rapporto che intercorre tra cultura, identità e luogo.
I flussi di influenza culturale, le connessioni, i prestiti e gli adattamenti che si registrano attorno al mondo globalizzato sono multiformi e complessi, ma non sono tutti uguali in quanto a potere e/o a effetto. Due su tutti agiscono intensamente sull’identità locale: le migrazioni e la potenza del messaggio audio-visivo di radio, televisione e/o cinema nonché, dove presente, internet. Lo sviluppo dei mezzi di informazione di massa, la progressiva e sempre più accresciuta facilitazione delle comunicazioni interpersonali dovuta allo sviluppo tecnico e alla diminuzione di costi delle telecomunicazioni, hanno diffuso tra miliardi di persone una quantità smisurata di notizie multimediali sulle condizioni di lavoro e di vita esistenti nella maggior parte dei paesi del mondo. Ciò spinge i lavoratori di un dato paese a cercare soluzioni migliori emigrando in quelli dove proprie competenze (che siano di alta specializzazione o di bassa manodopera non importa poi molto) sono meglio riconosciute in termini economici e fruttano un maggiore e più alto grado di soddisfazione salariale.
E’ indubbio che il mezzo televisivo e quello informatico abbiano impresso una forte accelerazione ai processi d’integrazione culturale che va ben oltre, per rapidità e per intensità, a quella derivante dai movimenti migratori.
A differenza di essi, infatti, la rivoluzione informatica permette di entrare in contatto con altre culture addirittura senza avere l’obbligo di muoversi: il risultato che ne deriva è una forte contaminazione che avviene in modo rapido ed intenso.
Rivoluzionarie, in tal senso, sono soprattutto le conseguenze della rivoluzione informatica di internet e del World Wide Web che danno la possibilità ai possessori di un accesso e di un personal computer, in qualsiasi parte del mondo essi siano, di comunicare, di documentarsi e di informare gli altri tanto che molti sociologi hanno parlato della formazione di una nuova agorà elettronica che supererà (o forse ha già superato) i tradizionali confini della geopolitica tradizionalmente intesa e dei “luoghi” considerati in senso stretto.
La nascita del Web, in modo particolare, ha contribuito al superamento del modello tradizionale della comunicazione di massa («da uno a molti», si pensi alla tv), basato sulla passività di masse di utenti a favore di ristretti gruppi di soggetti emittenti proponendo un modello nuovo («da molti a molti», si pensi ai siti, ai forum, ai blog, al nuovo fenomeno Facebook) in virtù del quale l’emittente e il ricevente interagiscono, si scambiano informazioni “contaminandosi” a vicenda. Con internet - che ha reso la comunicazione e l’interazione istantanee - i modelli della comunicazione contemporanea risultano trascendere i confini nazionali in modo sempre più deciso.
Anche per questo la rete è diventata un ottimo strumento per informare e comunicare - per la comunicazione verso l’esterno, ma anche per quella all’interno di un gruppo, di un movimento, di una stessa comunità che non necessariamente per divenire tale deve essere “locale” -, in modo autonomo e indipendente dai mezzi di comunicazione di massa, con attrezzature e costi del tutto irrisori rispetto al passato.
Va però ricordato, che al contempo, questo è anche uno dei motivi più sentiti dai critici della globalizzazione, che vedono nella contaminazione un pericolo per la conservazione e la sopravvivenza delle identità (e quindi delle culture) locali, perché ovunque ed in qualsiasi momento «la gente è esposta, come mai è avvenuto prima, a valori appartenenti ad altre culture».
Quella della “rivoluzione informatica” è dunque la testimonianza più evidente della globalizzazione le cui radici affondano nell'intreccio tra l'evoluzione del settore delle Information and Communications Technology (ICT) e l’organizzazione dell’economia, che ha portato alla nascita della Net-Economy, ossia di un sistema nel quale la disponibilità di informazioni in tempo reale e la capacità di diffusione delle comunicazioni - e degli scambi - senza limiti geografici e/o spaziali sono le basi per il successo di qualunque iniziativa economica, specialmente di tipo privato.

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lunedì 13 aprile 2009, posted by vito.cirillo at 14.25
In una delle tante trasmissioni dedicate al terribile terremoto che ha colpito l'Aquila ed i paesi limitrofi, era presente Giuseppe Zamberletti.
Egli è stato il "padre" della Protezione Civile e ne è stato varie volte responsabile nel passato.
Ha fatto anche una dichiarazione su un aspetto che era sparito da un di tempo a questa parte: lo sciacallaggio. Fenomeno odioso e deprecabilissimo che accompagna tristi eventi distruttivi di persone e cose. Zamberletti ha detto di essere sorpreso del fatto che tale fenomeno sia tornato alla ribalta. Durante i terremoti del Friuli, della Lucani, dell'Irpinia e dell'Umbria, di sciacallaggio non si era più parlato.
E' triste constatare che molte persone ricorrano di nuovo a compiere atti così deprecabili per rubare oggetti cari ad altri e ricordi di una vita.

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domenica 12 aprile 2009, posted by roberto.bonuglia at 02.07
Era il 13 gennaio 1915. Le 7:48. Avezzano fu colpita dalla prima violenta scossa di terremoto che fu seguita da altre di assestamento. Poi fu la volta della neve e del freddo. Queste immagini (alcune inedite fino a poco tempo fa...) ricordano quella tragedia che oggi purtroppo riviviamo nei telegiornali di questi giorni.



Il dolore ed il cordoglio che abbiamo provato questa settimana si trasformano oggi in augurio di buona pasqua per questo popolo che, oggi come ieri, vive con incredibile dignità il proprio dramma che è - e deve essere - quello di un'intera nazione.

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sabato 11 aprile 2009, posted by roberto.bonuglia at 11.57
A Magliano dei Marsi il sole appariva scialbo dietro la collina di Albe. Una strana inquietudine agitava gli animali. Il lugubre uggiolare dei cani non faceva presagire nulla di buono. Dapprima un sordo boato, proveniente dal seno della terra, percepito solo da alcuni, poi la terra ebbe un sussulto, si scosse, tremo come presa da un improvviso attacco di febbre. Le case, le chiese, le altre strutture edilizie furono sbatacchiate da una parte all’altra. Da principio sembrava volessero resistere, dato il movimento ondulatorio quasi ritmico. Ma un contraccolpo improvviso fece si che le mura perimetrali divergessero fra loro lasciando precipitare, con fragore, i tetti, le volte. Altre invece si piegarono su se stesse per poi crollare miseramente. Il rumore assordante copriva le urla della gente. Un polverone denso di levo in alto per poi riabbassarsi come una coltre funebre sul dolore e la morte.

Quando il rumore cesso, si udirono le urla della gente che fuggiva come impazzita, i lamenti sordi di chi era rimasto imprigionato dalle macerie, le preghiere, i richiami disperati di quanti si aggiravano fra la densa polvere, che toglieva quasi il respiro, in cerca dei propri cari. C’era chi, chinato sui resti di quella che era stata la propria abitazione, ansioso di sentire un lamento, un segno di vita, rimaneva immobile col fiato sospeso. I volti terrorizzati e sconvolti erano segno che le menti erano inebetite dallo spavento. Molti furono sorpresi nel sonno. Non c’era in quella stagione rigidissima il lavoro dei campi, quindi molti contadini indugiavano nel letto, quasi per recuperare energia in attesa di riprendere il pesante lavoro della vanga, non appena il tempo lo permettesse. Altri, che già erano usciti di casa, furono travolti nelle strade dissestate dal precipitare degli edifici. Alcuni si salvarono perché si erano levati per tempo per andare ad accudire il bestiame. Le stalle, sebbene alcune pericolanti, erano rimaste in piedi.

Quasi tutti quelli che si erano recati in chiesa perirono, colpiti dal precipitare delle volte della navata centrale e di quella di destra. Il parroco, Don Vincenzo Giusti, si salvo, che in piedi rimasero sia la cupola che la volta del presbiterio. Anche il rione di San Domenico subì danni, ma non ci furono ne crolli ne vittime. Quasi intatte rimasero le poche case di via Avezzano, cioe l’odierna piazza della Repubblica, forse perché di nuova costruzione. Del vecchio centro storico solo il campanile rimase saldo nelle sue fondamenta, sebbene compromesso da fessure insuturabili, quasi segno di speranza per una nuova rinascita. Fu pero causa del ritardato invio di aiuti. Raccontano, infatti, che i soldati, venuti a soccorrere le popolazioni marse, vedendo da lontano svettare nel cielo il campanile, pensassero che il paese non avesse subito danni. E noto pure che tutta la parte del centro storico, visibile a chi vi si rechi dalla parte di Avezzano, appariva di lontano quasi intatta. Scrive a tal proposito Mons. Domenico Scipioni nel numero unico La Marsica nel primo anniversario del terremoto: «Magliano! Chi da lungi scorge la porzione di caseggiato rimasto in piedi e l’alto campanile crede che Magliano sia stato risparmiato dal terremoto o poco flagellato da esso. Ma se vi si avvicina e ne attraversa le vie non potra trattenere le lacrime nel constatare che la linda cittadina, cui sorrideva la vita, beata per tanti doni di natura e per l’attività industriosa del suo popolo, e scomparsa sotto un cumulo di macerie informi e volgari, travolgendo ogni bellezza nello squallore e nella desolazione la più penosa e triste».

Il terribile disastro, che sconvolse la Marsica, facendo 30.000 vittime, strappo a Magliano la vita a settecento cittadini. «Uno spettacolo impressionante», scrive Don Augusto Orlandi nei suoi appunti, Lucia nella mattina del 13 gennaio 1915. Vi erano distesi i cadaveri, che venivano ritrovati un po’ alla volta tra le macerie». Le spoglie mortali, caricate alla rinfusa su carri agricoli, dopo una brevissima e mesta cerimonia funebre, venivano seppellite, senza alcun ordine, in una cava di breccia lungo la via per Massa. Si dovette provvedere a tale triste operazione nel più breve tempo possibile per timore di epidemie. Solo pochi cadaveri vennero seppelliti nel Cimitero di S. Martino. La notizia del terribile disastro fece sorgere gare di solidarietà in tutta l’Italia. Esemplare quella dimostrata dalle città di Vicenza, Padova, Verona, Venezia. Qui si costituirono comitati per la raccolta di fondi, con i quali si provvide a costruire alloggi provvisori in diverse zone del paese, distanti dal centro storico. I nuovi rioni provvisori presero il nome dalle città benefattrici. Col tempo questi alloggi saranno demoliti e sostituiti con casette antisismiche in muratura. Anche i nomi scompariranno; lo conserverà solo il rione di Padova.

Le Donne dell’Azione cattolica italiana si costituirono in comitati nazionali per soccorso, così la Gioventù Cattolica d’Italia. Per volontà del Papa Benedetto XV furono aperti per accogliere feriti e profughi gli ospedali pontifici di Roma e la Villa di Castelgandolfo. «Tra le linde corsie di Santa Marta», scrive monsignor Ferrazza nel numero unico La Marsica, nel primo anniversario del terremoto, «videro tanti nostri fortunati fratelli, quasi bianca visione, aggirarsi l’Augusto Pontefice ed al suono della sua parola affettuosa e cara sentirono rinascere nei cuori sanguinanti la speranza e la vita. A cento a cento per i viali fioriti della villa di Castelgandolfo irruppero i nostri orfani, i nostri pargoli: e sul candore ineffabile della innocenza videro aleggiare, in senso di protezione e di difesa, la benedizione paterna del Pontefice Romano». Fu volere della Divina Provvidenza che in simili drammatici momenti la Marsica avesse un Vescovo della tempra di un Marcello Bagnoli, il quale ad una fede incrollabile univa forza, senso pratico, facoltà di decisione.

Brano tratto da Giuseppe Di Girolamo, La Chiesa di Santa Lucia in Magliano dei Marsi: arte e fede di un popolo, introd. di Angelo Melchiorre, Roma, Edizioni dell'Urbe, 1987, (Tip. Graziani).

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venerdì 10 aprile 2009, posted by roberto.bonuglia at 17.31
Il 13 gennaio 1915 la Marsica è messa in ginocchio dallo spaventoso Terremoto di Avezzano che provoca nel solo paese di Ignazio Silone oltre 3.500 vittime; murirono sotto le macerie numerosi suoi familiari, tra cui la madre. Il dramma personale del non ancora quindicenne Silone lo segnerà per tutta la sua vita e trasparirà anche nella sua produzione letteraria. Un critico americano scrisse in tal senso: "Il ricordo del terremoto erompe nelle pagine dell'autore di Fontamara con lo stesso significato che per Dostoevskij ebbe l'esperienza di scampare all'ultimo minuto dall'esecuzione capitale".
Qualche mese dopo lo scisma, così Silone scriveva al fratello:

«Ahimè! son tornato a Pescina, ho rivisto con le lagrime agli occhi le macerie; sono ripassato tra le misere capanne, coperte alcune da pochi cenci come i primi giorni, dove vive con una indistinzione orribile di sesso, età e condizione la gente povera. Ho rivisto anche la nostra casa dove vidi, con gli occhi esausti di piangere, estrarre la nostra madre, cerea, disfatta. Ora il suo cadavere è seppellito eppure anche là mi pare uscisse una voce. Forse l'ombra di nostra madre ora abita quelle macerie inconscia della nostra sorte pare che ci chiami a stringerci nel suo seno. Ho rivisto il luogo dove tu fortunatamente fosti scavato. Ho rivisto tutto...»


Molti anni dopo, precisamente nel 1949, nel libro autobiografico Uscita di sicurezza lo scrittore ricordò il dramma del sisma di cui fu giovane testimone:

"Nel 1915 un violento terremoto aveva distrutto buona parte del nostro circondario e in trenta secondi ucciso circa trentamila persone. Quel che piu' mi sorprese fu di osservare con quanta naturalezza i paesani accettassero la tremenda catastrofe. In una contrada come la nostra, in cui tante ingiustizie rimanevano impunite, la frequenza dei terremoti appariva un fatto talmente plausibile da non richiedere ulteriori spiegazioni. C'era anzi da stupirsi che i terremoti non capitassero piu' spesso''.

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giovedì 9 aprile 2009, posted by vito.cirillo at 12.24
Dopo la Seconda guerra mondiale la parte settentrionale della Corea fu invasa dai sovietici che instaurarono un regime comunista con a capo Kim Il Sung. La parte meridionale fu invasa dagli americani e nacque la Corea del Sud con capitale Seul. Da allora la Corea è rimasta divisa in Corea del Nord e Corea del Sua. La prima guidata da Kim Jong Il, figlio di Kim il Sung.
Il presidente americano Bush incluse la Corea del Nord fra gli "Stati canaglia" in quanto in possesso di armi nucleari. Il 5 aprile la Corea del Nord ha lanciato un missile che ha messo in allarme il mondo, soprattutto il Giappone. Il lancio del missile è stato un flop: è caduto poco dopo in mare...
Osservatori di cose coreane sostengono che tale lancio sia il risultato di una lotta di potere per succedere a Kim Jong Il, gravemente ammalato.
Molto irritato per questo fatto è stato il presidente Obama che lo ha considerato come una provocazione al suo tentativo di negoziare con la Corea del Nord. Nonostante "il missile", però, a quanto pare, le trattative non saranno interrotte.

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mercoledì 8 aprile 2009, posted by khayyamsblog@gmail.com at 12.05
Il "Piccolo" di Trieste, il 12 gennaio 1909, pubblicò una poesia di Umberto da Monreale in cui si rievocava in versi il terremoto, terribile, di Messina di qualche anno prima.
L'autore era in realtà Umberto Saba, il cui sonetto rimase per molti anni non più ripubblicato.
Con questi versi, ci uniamo idealmente al dolore di tutti ali abruzzesi colpiti dal sisma.




Messina

Io non la vidi mai, che d’essa noto
n’era il nome e non più. Nel mio pensiero,
quanto vedevo immaginando il vero,
è quello che distrusse il terremoto.

Vedea uno stretto da varcarsi a nuoto;
di cupe frondi un dondolio leggero:
col porto di vocianti uomini nero,
sotto un meriggio eternalmente immoto,

biancheggiar la città, vasta aranciera.
ora veggo macerie, onde la fiamma
esce, o un lungo sottil braccio di cera.

Vagano cani ritornati fiere:
mentre al bimbo che piange e chiede mamma
canta la ninna-nanna un bersagliere …

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martedì 7 aprile 2009, posted by vito.cirillo at 11.25
L'Africa è tormentata, si sa, dal flagello dell'AIDS.
Si cerca in tutti i modi di fronteggiare questo terribile male, incluso il ricorso all'uso di anticoncezionali. Un esempio di come affrontare questo flagello e riportare un certo successo viene dall'Uganda. Saggiamente questo Paese ha fatto ricorso a tre elementi fondamentali: il primo è costituito dall'incoraggiare i giovani alla castità. Il secondo dallo spingere le coppie alla reciproca fedeltà. Il terzo si basa sull'esortazione ad usare i profilattici nei rapporti con prostitute o extra-matrimoniali.
Con questi "semplici rimedi", nel paese africano l'incidenza del terribile male è scesa dal 16% al 3%.
A questo punto possiamo parlare dell'Uganda come esempio fattivo di lotta contro l'AIDS, e di modello da imitare.

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, posted by vito.cirillo at 11.18
Il Presidente Obama ha fatto un gesto imprevisto e sorprendente. In occasione del capodanno persiano, si è rivolto direttamente agli iraniani per fare loro gli auguri e per manifestare la sua buona volontà di cambiare politica rispetto al suo predecessore. Obama ha teso la mano, promettendo il dialogo e il ricorso alla diplomazia.
La Guida Suprema iraniana, Khamenei, ha risposto nella maniera consueta: gli Usa cambino atteggiamento, la loro politica verso l'Iran. Ciò significa che gli americani devono rimuovere l'embargo che affligge l'Iran da decenni. Khamenei ha anche sostenuto che l'Iran non vuole rinunciare al suo programma nucleare.
Comunque gli iraniani hanno preso atto del cambiamento di rotta della politica statunitense mostrando un certo interesse. Obama spera, in tal modo, che le prossime elezioni presidenziali di giugno siano vinte da un riformista come Khatami. Il dialogo, con lui, sarebbe più facile.

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, posted by vito.cirillo at 11.10
Anche nelle Filippine è presente il terrorismo di matrice fondamentalistica islamica.
Questo gruppo terroristico si chiama ABU SAYAF. Agisce nella parte meridionale del Paese. Il suo intento è quello di instaurarvi un regime integralistico islamico che si ispira alla sharia, cioè alla legge coranica più tradizionale. Questo gruppo sarebbe collegato con Al Qaeda.
Esso compie attentati e rapimenti per i quali chiede ingenti somme di denaro per il riscatto, non facendo nemmeno distinzione riguardo gli operatori della Croce Rossa.
Il governo di Manila, però, non è intenzionato a cedere ai ricatti di questo gruppo e cerca di combatterlo, anche se fino ad ora con scarso risultati.

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lunedì 6 aprile 2009, posted by roberto.bonuglia at 20.42
Il terribile terremoto che ha colpito stanotte L'Aquila e tutto l'Abruzzo è solo l'ultimo di una lunga cronologia fatta di dolore e morte, di disastri sismici che, nell'ultimo secolo, hanno colpito la nostra Penisola, ferendola gravemente. Dalla terribile scossa che 100 anni fa, in soli 37 secondi, rase quasi al suolo Messina e Reggio fino alla drammatica notte di ieri.
Il Khayyam's Blog ricorda questa serie di tristi episodi e ringrazia idealmente la Russia, la Grecia, la Germania, la Francia e lo Stato di Israele che tra i primi hanno promesso e predisposto il proprio aiuto al nostro paese.

- 1908 (28 dicembre) Messina e Reggio (magnitudo 7,2): rase al suolo le città di Reggio Calabria e Messina nonché tutti i villaggi nell'area, causando quasi 100.000 morti. E' ad oggi ancora la più grave sciagura naturale accaduta in Italia per numero di vittime.

- 1915 (13 gennaio) Avezzano, in Abruzzo (magnitudo 6,8): furono distrutte dal sisma la città di Avezzano e tutto il territorio della Marsica. I morti ammontarono a circa 30.000.

- 1917 (26 aprile) Umbria e Toscana: furono distrutte dal sisma Monterchi, Citerna e Sansepolcro, e furono provocati danni a tutti i centri urbani dell'alta valle del Tevere.

- 1920 (7 settembre) Garfagnana e Lunigiana, in Toscana (magnitudo 6,5): con epicentro a Fivizzano; provocò 300 morti solo nel comune che all'epoca contava 18.000 abitanti.

- 1930 (23 luglio) Irpinia, in Campania (magnitudo 6,7): 1.425 morti.

- 1968 (15 gennaio) Belice, nella Sicilia occidentale (magnitudo 6): rase al suolo diversi paesi del trapanese; le vittime furono almeno 300.

- 1971 (6 febbraio) Tuscania, nel Lazio (magnitudo 4,5): un terremoto semidistrusse la cittadina del viterbese, danneggiando gravemente i monumenti romanici e provocando 31
morti.

- 1976 (6 maggio) Friuli (magnitudo 6,1). Circa 1.000 le vittime.

- 1979 (19 settembre) Valnerina: il sisma provocò gravi danni a Norcia, Cascia e le aree limitrofe danneggiando i monumenti e provocando diversi morti.

- 1980 (23 novembre) Irpinia (magnitudo 6,9): devastate diverse zone tra la Campania e la Basilicata, con danni ingentissimi soprattutto nell'area del Vulture. Distrutti numerosi
paesi, i morti saranno quasi 3.000.

- 1984 (7 e 11 maggio) Molise, Lazio e Campania con epicentro a San Donato Val di Comino (magnitudo 5,2), 7 morti.

- 1984 (19 ottobre): Catania con epicentro a Zafferana Etnea. Una vittima, centinaia di sfollati, danni ingenti al Palazzo Municipale e alla Chiesa Madre.

- 1990 (13 dicembre) Santa Lucia nella Sicilia sud-orientale (magnitudo 5,1): gravi danni ad Augusta e Carlentini con 16 vittime, molti danni nell'area del Val di Noto.

- 1997 (26 settembre e scosse meno forti nei giorni seguenti) Umbria e Marche (magnitudo 5,6): scosse disastrose ed edifici inagibili nelle zone di Assisi, Colfiorito, Verchiano,
Foligno, Sellano, Nocera Umbra, Serravalle di Chienti, Camerino; 11 morti.

- 2002 (31 ottobre-2 novembre) Molise e Puglia (magnitudo 5,4): San Giuliano di Puglia. Crollata una scuola dove morirono 27 bambini; 30 morti in tutto.

- 2003 (11 aprile) Cassano Spinola, Alessandria (magnitudo 4,6): scossa avvertita in tutto il nord-ovest. Nei giorni successivi la provincia di Alessandria ha stimato danni tra 60 e
80 milioni di euro: 300 sfollati, 5mila case lesionate.

- 2009 (6 aprile) L'Aquila e zone limitrofe (magnitudo 5,8) tra le frazioni di Collimento e Villagrande, a 5 chilometri di profondità. Oltre cento, ormai le vittime accertate, molti edifici crollati, centinaia gravemente danneggiati. Il sisma è stato nettamente avvertito in tutto il centro Italia fino a Napoli. La scossa principale è stata seguita da decine di scosse di assestamento, ancora in svolgimento. Dichiarato lo Stato d'emergenza nazionale.

Alle vittime di ieri e di oggi vanno il nostro pensiero e le nostre preghiere. Grazie a chi sta generosamente soccorendo la popolazione, un monito di ravvedimento agli sciacalli in azione.

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, posted by vito.cirillo at 15.06
Con la Conferenza in Olanda sull'Afghanistan della fine di marzo alla quale ha partecipato anche l'Italia, si è delineata la nuova strategia del presidente Obama.
Gli Usa invieranno altri 21.000 soldati per smantellare l'organizzazione terroristica Al Qaeda. Accanto allo strumento militare, verranno utilizzati altri elementi secondo il "metodo Petraeus" che ha ottenuto buoni risultati in Iraq.
Vale a dire si aiuterà economicamente la popolazione e si combatterà la corruzione dei vari notabili e capi tribù. Anche il presidente Karzai è in bilico visto che la "corruzione" ha toccato anche la sua famiglia. Si cercherà una più stretta collaborazione con il Pakistan per combattere anche in quel paese gruppi vicini all'organizzazione di Bin Laden. Saranno anche importanti i sostegni dell'India e dell'Iran (visto che gli iraniani non "sopportano" i talebani...)

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, posted by David.Rettura at 00.59

Presente, presentissimo, il mio bell'orto di Paganica, proprio sotto casa nostra, tutto ben cintato di mura, pieno di alberi da frutto, di viti e di verdure, formicolante di nidi, bagnato anche del mio sudoreAiutavo mio padre nei lavori più leggeri o più...divertenti. (...) poi in ottobre, non minore diletto, non minore impegno, attendere alla vendemmia, cavalcare e guidare somari seduto tra due bigonci colmi d'uva, passare ore e ore della notte a pestarla, avanti e indietro per il frantoio, sordo alla voce di mia madre.


Gioacchino Volpe, Ritorno al paese (Paganica), p. 7.

In questa bruttissima giornata di tragedia, mi sono tornate in mente queste poche pagine di Gioacchino Volpe, esimio figlio di Paganica che al borgo natio dedicò ormai quasi ottuagenario queste righe.


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domenica 5 aprile 2009, posted by roberto.bonuglia at 11.34
Quando, il 22 settembre 1925, Joséphine Baker sbarcò a Le Havre dal transatlantico Berengaria non aveva dietro di sé un grande passato artistico. Ancora bambina aveva partecipato a qualche spettacolino in squallidi teatri di periferia, pagata pochi centesimi; a 16 anni una modesta compagnia di Filadelfia l’aveva scritturata per 25 cent. al giorno, che non le bastavano nemmeno per mangiare: spesso, la notte, doveva dormire all’aperto, sull’erba dei parchi; quindi era passata a New York, ballerina di fila in un locale della 63’ strada e, infine, soubrette al «Chocolate Dandies» nella troupe dei Black Birds, dove guadagnava 125 dollari la settimana.
Il contratto per la tournée parigina prevedeva un compenso doppio: 250 dollari alla settimana. Joséphine aveva 19 anni. Quando arrivò a Parigi, nessuno avrebbe potuto indovinare in lei la futura «Venere nera». «Indossavo», raccontò, «una gonna a scacchi tenuta su da bretelle a scacchi, binocolo e macchina fotografica a tracolla». Ma a Parigi Joséphine portava anche «quel fox-trot rivoluzionario che si chiama charleston», come lo definivano le parole di «Lola cosa fai a scuola», versione italiana di «Yes, sir, that ‘is my baby».
A scoprirla fu Giuseppe (Pepito) Abatino, impresario siciliano assai noto nel mondo dello spettacolo parigino, che la prelevò dal Teatro dei Champs Elysées, dove ballava in coppia con il ballerino negro Joe Alex, per trasferirla alle Folies Bergère. Quando Pepito la raccomandò all’amico Derval, patron delle Folies, questi obiettò che non ci sarebbe stato nessuno spettatore disposto a seguire per 2 ore quei negri che danzavano sfrenatamente. Abatino spiegò che Joséphine aveva altre doti, oltre a quella di battere perfettamente il tempo di punta e di tacco, e la invitò a spogliarsi. Joséphine si rifiutò, e ci volle molta pazienza, e molta diplomazia per convincerla a ballare il black-bottom indossando solo un gonnellino di banane, in cui si è voluto vedere una parodia del tutù delle danzatrici classiche che, diceva la irriverente Joséphine, «sembrano tanti uccellini scemi».

La Baker raccontò che soffrì molto per essere stata costretta a indossare quel costume: «Mi sentivo degradata al rango di un animale selvatico, capivo che il mio era un successo di curiosità, non di stima». Ma la rivista di Lemarchand «La folie d’un jour», con cui Joséphine debuttò alle Folies nel 1925, fu un trionfo: nel giro di qualche settimana tutta Parigi delirava per quella negretta dalle gambe nervose e dalla dentatura scintillante, con i corti, nerissimi capelli incollati sul capo, esasperando la moda dell’epoca. Nello stesso anno, indice sicuro del suo successo, fu una delle attrazioni del Ballo dei lettini bianchi, il grande galà benefico con intervento del Presidente della Repubblica. Ballò su un ponte di argento, illuminata da 40 mila lampadine. «Ballerò tutta la vita», dichiarò in quell’occasione. In un anno la Baker era già passata alla leggenda, la sua fama si propagava in tutto il mondo: fu a Berlino, ad Amsterdam, a Budapest, a Londra, a Budapest, poi rientrò alle Folies Bergère aprendo nello stesso tempo un suo locale notturno a Montmartre.
Solo qualche anno dopo il debutto divenne cantante. Anche questa volta fu Pepito, che aveva ormai legato le sue fortune a quelle della bella mulatta, a sovrintendere alla trasformazione: la voce di Joséphine era gradevole, sonora e calda e suscitò nel pubblico un entusiasmo che confinava con il fanatismo. Le sue canzoni («La canne à sucre», «La piccola tonchinese», «Yes we have no bananas », «Pretty little baby») diventarono presto famose in tutto il mondo. Ma il suo cavallo di battaglia, che diventò la sua sigla ufficiale, fu la canzone di Vincent Scotto «J’ai deux amours». Dal 1928 al 1930 Joséphine compì una tournée in 25 nazioni, trionfando in tutti i suoi spettacoli; anche se man mano che diventava sempre più famosa non si esibiva quasi più nuda, preferendo vestirsi di sontuose toilettes cariche di pennacchi e di lustrini. Molta gente però non aveva dimenticato il famoso «gonnellino di banane», che le aveva attirato ovunque l’ostilità di una minoranza di benpensanti. La polizia non doveva proteggerla soltanto dagli assalti di frenetici ammiratori: in Argentina i moralisti fecero scoppiare petardi nel teatro in cui si esibiva, in Cile apparvero sui muri, al suo arrivo, manifesti in cui era scritto: «I cattolici stiano all’erta, arriva la Baker!». Né mancarono lotte furibonde a pugni e a schiaffi fra ammiratori e nemici di Joséphine. Nel 1932 fu anche in Italia, dove il suo spettacolo fu censurato dal regime, ma non deluse per questo le folle entusiaste: Joséphine, intelligente, sensibile e sinceramente devota, soffrì quando apprese che le autorità fasciste le vietavano di esibirsi a Roma, per rispetto del Vaticano.

Il momento magico durò fino al 1938. Morì il siciliano Abatino, il vecchio «Pepito», lasciando un vuoto che Joséphine non riuscì più a colmare. Invano cercò nel matrimonio con l’aviatore Jean Lyon la pace dei suoi sentimenti. Divorziò poco dopo, mentre stava per scoppiare la Seconda guerra mondiale. Pochi sanno che la «Venere nera» si arruolò come ausiliaria dell’aviazione, diventando il «sottotenente Baker». I nazisti che avevano occupato la Francia la disprezzavano due volte, come americana e come negra; sentivano in lei una nemica e non si sbagliavano. Joséphine giurò che non avrebbe più cantato finché un solo soldato nemico si fosse trovato in Francia e venne arruolata in un servizio di collegamento e di informazione gollista, meritandosi una medaglia al merito accompagnata da una dedica autografa di De Gaulle. Nel 1961, per i suoi meriti di resistente, è stata insignita della Legion d’onore. Joséphine diede anche spettacoli per i soldati dislocati in Marocco e in Algeria, e in Africa venne colpita da una malattia che, per poco, non uccise.

Finita la guerra, Joséphine aveva ormai 40 anni, ma rimaneva un idolo dei parigini. Nel 1947 sposò il compositore e direttore d’orchestra Bouillon e si ritirò a vivere nel castello delle Milandes, assieme ai bambini che andava adottando, circa una dozzina e di razze diverse: la consolavano del dolore della sua impossibile maternità (dovuta alle operazioni subite durante la guerra) e costituivano allo stesso tempo un esempio nella sua battaglia per l’uguaglianza delle razze. Si occupò di aiuti ai Paesi sottosviluppati: le necessità si moltiplicavano, non bastavano i denari guadagnati in tanti anni di lavoro, Joséphine (nella foto a cena con Simenon) era povera come agli esordi e non voleva che i «suoi» bambini soffrissero come lei il freddo e la fame. Ritornò alle scene, per poterli mantenere. Accettò di cantare in Italia, in show televisivi; non si vergognava di lavorare e quando al microfono esplodeva in «J’aideu amours» un brivido legava ancora l’interprete eccezionale alla platea.

«Continuerò a cantare finché potrò», disse Joséphine. Parve, a un certo punto, che non potesse più: il cuore era affaticato, compromesso, la Baker sembrava prossima all’addio definitivo. Invece si riprese, continuò la sua battaglia, il suo nobile «apostolato per la fratellanza». Il suo ultimo progetto è stato di fondare un collegio che avrebbe dovuto unire i giovani di tutti i Paesi del mondo e per questo intraprese, nel 1966, un lungo viaggio attraverso l’Europa e l’America alla ricerca di fondi. Per Joséphine, «il problema centrale è di aiutare gli uomini a conoscersi fra di loro, perché possano superare tutte le difficoltà». Joséphine non dimenticava che, a causa dei pregiudizi razziali, non poté, per molto tempo, esibirsi negli Stati Uniti. Solo nel 1947 fu una prima volta a New York, ma dopo lo spettacolo, non le permisero di entrare in un ristorante per bianchi. Prese la sua rivincita qualche anno dopo, quando, scritturata da un famoso locale di Miami, pretese e ottenne di abitare in un albergo per bianchi, imponendo al proprietario del locale in cui si esibiva di fare entrare anche i negri. «Quali uomini», disse, «sono oggi più lontani di un arabo e di un ebreo? Eppure, alle Milandes, il piccolo israeliano Moses e la piccola algerina Marianna si vogliono bene»: la «Venere nera», dunque, fu anche ambasciatrice di pace.

Gossip artistico:

Origini: figlia di un contadino, che ben presto scomparve di casa, e di una lavandaia, Joséphine Baker è nata il 3 giugno 1906 a Saint Louis, nel Missouri. Ebbe un’infanzia poverissima; nella «stamberga» in cui abitava non c’era nemmeno posto sufficiente per tutta la famiglia, che comprendeva la bisnonna, la nonna, la madre, un fratello e due sorelle che spesso come lei soffrivano la fame.

L’esordio: La piccola Joséphine, come lei stessa racconta nelle sue memorie, ballava freneticamente, per difendersi dal freddo e anche per divertire i fratellini, affamati ed impauriti.

Frasi: «Io non sono donna al 100%, ma al 1000%». «Mi getto tra le braccia del pubblico e lo amo. Il pubblico vuole che lo si ami. Tra due note vuole udire il battito del nostro cuore. Per me è penosissimo costituire solo una curiosità. Del successo non mi affascinano la sorpresa, lo stordimento, l’ammirazione, ma l’amore che vi si nasconde».

Ammiratori: oltre a uomini politici, principi, finanzieri famosi, Joséphine Baker ha avuto ammiratori anche fra gli scrittori. Persino Luigi Pirandello scrisse di lei in termini entusiastici; il poeta Pastonchi la definì «poesia che danza sulle rive degli oceani»; Jean Cocteau le dedicò un’ode.

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sabato 4 aprile 2009, posted by vito.cirillo at 14.16
Secondo le profezie bibliche che si possono trovare nei profeti Isaia ed Ezechiele, lo Stato di Israele sarebbe "rinato in un sol giorno, dopo migliaia di anni".
Questa profezia è già avvenuta nel maggio 1948. Il 14 maggio di quell'anno, infatti, Davide Ben Gurion proclamò alla radio, a tutto il mondo, la nascita dello Stato di Israele. Lo stato, però, ufficialmente nacque il giorno dopo perché fino alla mezzanotte del 14 era ancora in vigore il "mandato britannico" sulla Palestina.
Israele nacque un minuto dopo la mezzanotte del 14 e il 15 fu riconosciuto dall'ONU. Sempre il 15 maggio 1948, però, il nuovo Stato fu attaccato da cinque paesi arabi, che speravano di cancellarlo subito dalla faccia della terra: era la solo la "prima" guerra arabo-israeliana...

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venerdì 3 aprile 2009, posted by vito.cirillo at 12.40
Dal 4 aprile (alle ore 17) al 16 aprile a Parma, con ART'EMILIA, presso i locali dell'antica Farmacia S. Filippo Neri espone i suoi quadri la pittrice Franca Ambu.
La sua ultima esposizione risale al settembre 2007 quando espose al Chiostro del Bramante.
Franca Ambu è una pittrice moderna che predilige i personaggi marini, che tratta con vivezza di colori (in particolare l'azzurro).
Dai suoi quadri traspare uin profondo senso di quiete e di pace.

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, posted by vito.cirillo at 12.32


Il regista Guido Zurli ha diretto una trentina di film tra cui El Zorro, Lo strangolatore di Vienna, Le verdi Bandiere di Allah. E' stato anche regista televisivo e di opere liriche. E' molto conosciuto e stimato in Turchia ed in altri Paesi arabi.
Recentemente ha subito un intervento chilurgico importante durante il quale gli è stato asportato un grosso tumore alla prostata. Gli formuliamo dunque tanti auguri e preghiamo che Dio lo assista. Tieni duro Guido! Ti siamo vicini.

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giovedì 2 aprile 2009, posted by khayyamsblog@gmail.com at 11.44
La storia dell'Africa è piena di cruente guerre tribali ed etniche. Questo è uno dei mali non ancora estirpati dal continente africano. 15 anni fa, nel 1994, si verificò in Ruanda una sanguinaria guerra etnica fra le tribù Hutu e Tutsi. Ben 800.000 Tutsi furono sterminati: un vero e proprio genocidio.
Recentemente è stato condannato, tra gli autori di tale crimine, anche un parroco che poi diventò cappellano militare.
E' davvero triste sapere che anche un sedicente cristiano abbia potuto partecipare ad uno sterminio così spietato: la condanna a 25 anni di prigione inflittagli, non sembra essere equa per reati così terribili.

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mercoledì 1 aprile 2009, posted by giovanni.larosa at 08.00
Renato Guttuso
La Vucciria, 1974.
Olio su tela, 300x300.


«Basta con le romanticherie! Basta con la poesia e l'arte tradizionali!» incitava all’inizio del XX secolo, Filippo Tommaso Marinetti nell’esposizione del suo programma per la nascita di un nuovo movimento artistico-culturale di protesta; un netto rifiuto per il passato, della “immobilità pensosa, dell’estasi e del sonno”; una proposta per il futuro, in cui si spostava l'accento sulla straordinaria trama di corrispondenze e opposizioni, analogie e contrasti, affinità e dissonanze, che marcarono quello che ancora oggi appare tra i più interessanti ed estesi dibattiti della modernità: il Futurismo.
Questo grido fu accolto con l’adesione al movimento da parte di giovani intellettuali provenienti anche da zone interne della Sicilia, che talora parteciparono all'elaborazione teorica del movimento stesso.
La redazione del documento fu interrotta l’anno prima, quando Marinetti stesso, recatosi a Messina, devastata dal terribile terremoto del 28 dicembre 1908, ne propose una ricostruzione futurista!

All’epoca Messina era una città provvisoria, baraccata e comunque, un “terreno fertile” per far fiorire un forte movimento futurista letterario, che prese spunto con i messinesi Ruggero Vasari, Enrico Cardile originario di Novara di Sicilia e Guglielmo Jannelli originario di Castroreale Bagni a cui si avvicinarono i ragusani Luciano Nicastro, Giovanni Antonio Di Giacomo detto Vann'Antò e Salvatore Quasimodo, originario di Modica, che furono tra i realizzatori del “Manifesto dei futuristi siciliani”.
Si evidenziarono da subito la vivacità creativa e l'importanza di alcune personalità isolane, fedeli amici di Marinetti, come: Jannelli, Nicastro, Vasari, nonché Vittorio Corona e Pippo Rizzo.
Alla pittura, con la triade dei grandi siciliani: Rizzo, Corona e Giulio D'Anna, seguirono la fotografia, le arti applicate, il teatro sintetico, che al Futurismo si ispirarono e sui cui principi di base si esercitarono, imprimendo naturalmente l'impronta specifica della cultura siciliana, che riuscì a fondersi e a compenetrarsi con le tematiche e le tecniche più avanzate dell'avanguardia nazionale.

La Palermo degli Anni Venti, fu la culla dei pittori siciliani con Pippo Rizzo il più importante futurista siciliano, originario di Corleone, Vittorio Corona e Giovanni Varvaro. Pippo Rizzo sulla parlata futurista edificò nuove visioni del teatro dei pupi, così come della mattanza dei tonni e il giovanissimo Giulio D'Anna originario di Vallarosa (Enna) uno dei più significativi aeropittori del panorama italiano, poi, stilizzò le raccoglitrici di frutta e il paesaggio delle Eolie in un fulgore di toni arancio e giallo. Molto di queste lezioni torna, per mille suggestioni, nel più maturo Guttuso, neocubista e in molti dei ventenni d'allora che, dalla provincia italiana, poterono infine guardare l'Europa.
Fu Palermo ancora, ad accogliere le due più importanti mostre che si tennero in Sicilia, nel 1927 e nel 1935, epoca in cui emergeva un giovane Renato Guttuso originario di Bagheria, legato al movimento futurista palermitano guidato da Pippo Rizzo e di cui fu allievo, che già da quando aveva l’età di 13 anni, firmava i suoi quadri dipinti su tavolette di legno, delle quali utilizza le venature del legno come elemento decorativo, arrivando a parlare non solo un linguaggio nazionale, ma d’oltre confine e che sino ai primi Anni Trenta già dalla scelta dei suoi primi soggetti critici, si delinearono le sue scelte in favore di una pittura impegnata. La città “natale” di Palermo fu molto importante nella formazione del pittore, poiché lì, giovanissimo, entrò in contatto con il mondo della pittura, come racconta lui stesso:

«Tra gli acquarelli di mio padre, lo studio di Domenico Quattrociocchi, e la bottega del pittore di carri Emilio Murdolo prendeva forma la mia strada avevo sei, sette, dieci anni...»

ma Bagheria fu importante anche perché continuò a fornirgli per tutta la vita uno straordinario repertorio di immagini e colori, di cui, del resto, anche Marinetti ne era innamorato, arrivando a definire la Sicilia: «Colorificio del cielo».

Affermare inoltre, che i futuristi catanesi diedero un contributo tutto personale all'interno del movimento, operando in continuo contatto con gli esponenti nazionali, che ne apprezzarono l'entusiasmo e la creatività, fu allora possibile. Il dibattito delle avanguardie catanesi dimostrò ancora una volta come la città etnea fosse capace di guidare i movimenti culturali dell'isola, manifestandosi con la pubblicazione di numerose riviste, frutto della genialità: “Pickwick” nel 1915 diretta da Antonio Bruno, Centorbi e Mauro Ittar; l'uscita successiva della “Haschisch”, nel 1921, fondata da Mario Shrapnel (pseudonimo di Giovanni Melfi Maiorana), rappresentò la più significativa testimonianza del Futurismo a Catania e del suo contesto culturale, sulle cui pagine fu pubblicato il Manifesto dei futuristi siciliani, in cui si proponeva un'utilizzazione moderna del Teatro Greco di Siracusa, considerata successivamente la pubblicazione più importante; ancora, “Matelda” e “Siciliana” fondate dal poeta e scrittore catanese Giuseppe Villaroel.
Essi videro nel nuovo movimento il modo di agganciarsi al resto del paese con originalità di pensiero, di espressioni creative, dalla letteratura alla pittura. Meritevole di menzione il percorso artistico di Domenico Maria (Mimì) Lazzaro, poliedrico artista catanese, la cui adesione fu spesso messa in dubbio dalla perdita di tutte le sue tele giovanili, ma avvalorata da una fitta corrispondenza con Tommaso Marinetti, nonché quello lirico della pittrice e poetessa Adele Gloria. Interessanti infine, i passaggi e gli incontri di Marinetti, a Catania con Giovanni Verga e, successivamente nel 1928, quello documentato dall'intervista di Vitaliano Brancati.

Jannelli, Nicastro e Vann'Antò, fondarono a Messina nel 1915 la rivista “La Balza”, successivamente ribattezzata da Marinetti stesso “La Balza Futurista”, che in quegli anni si rivelò come punto di riferimento anche in ambito nazionale, dando al movimento una sua singolare anticipazione in ambito letterario, con le loro vivaci intuizioni. Il quindicinale, stampato a Ragusa ed edito a Messina, infatti, fu l’organo ufficiale del Futurismo italiano, a cavallo tra la rivista “Lacerba” e la successiva, “L’Italia futurista”, che prese a modello proprio il periodico, che aveva, tra l’altro, contribuito in modo decisivo:

«A sollecitare, con veemenza futurista, gli animi, nella vigilia ansiosa dell’intervento italiano nella Grande Guerra».

Nel 1915, per volontà dello stesso Marinetti e l’intraprendenza dei due intellettuali iblei, Ragusa condivise con Messina il fregio capitale del Futurismo.
La rivista divenne mezzo di diffusione di una poetica nella dialettica con le altre esperienze, ma anche strumento di consapevolezza teorica, oltre che di svecchiamento culturale.
Il Futurismo siciliano altresì, riguardò notevole qualità e quantità della produzione sperimentale nel campo del “paroliberismo” e di cui il giovane Quasimodo ne fu un esponente. Inoltre, la poetica di Nicastro, bilingue convinto come Vann’Antò, si caratterizzò per una sostanziale continuità con le atmosfere simboliste. Vann’Antò, invece, tornò dal fronte “convertito” dalla devastazione incontrata, nonostante la promozione a capitano per meriti di guerra; morte e sofferenza, daranno luogo alla raccolta “Il fante alto da terra” e, in seguito, ai versi “Si vis pacem, para pacem” (da “U vascidduzzu”).

Il Futurismo siciliano si caratterizzò per una sua inconfondibile solarità e per i cromatismi mediterranei, rivelando l'originalità e il significato portante nella modernizzazione dei processi culturali della Sicilia e dell’Italia negli anni tra le due guerre.
L'essere italiani, l'essere siciliani con tutto il peso di una tradizione riconosciuta e per nulla rifiutata, fu per quei giovani, un valore da gettare nella modernità internazionale senza remore e senza complessi.
Il movimento dei futuristi, celebrato nella sua essenza, rimase, infatti, la spinta primitiva capace di attrarre e sedurre intere generazioni contemporanee, per l'impulso vitale che filtrò dalle seduttive visioni multicolori, frammentate nell'esplosione di un'inestinguibile energia propagatrice e che con il loro operare apportarono un decisivo impulso alla modernizzazione dei processi culturali in Sicilia.
Opere famosissime, all'epoca considerate di totale rottura, sono oggi diventate i grandi ‘classici' del Novecento internazionale.

Se nel 2004 la morte dell'artista Osvaldo Peruzzi è stata salutata come la morte dell'ultimo futurista, in Sicilia, la corrente si spense a fine millennio, con la morte del poeta godranese Giacomo Giardina, spentosi a Bagheria nel 1994. Inteso il poeta pecoraio, dagli Anni Venti s’impose nell’ambiente culturale palermitano con liriche ispirate alla vita pastorale, alla campagna di Bagheria e di Godrano.


Per sfogliare la vita di F. T. Marinetti

Agli appassionati di calcio, per visitare la mostra

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