martedì 31 marzo 2009, posted by vito.cirillo at 12.40
La nuova politica americana della mano tesa che caratterizza la presidenza Obama, non ha lasciato insensibili nemmeno gli ambienti più oltranzisti del mondo palestinese.
Anche il teorico e capo di Hamas, Khaled Meshaal, che vive a Damasco in Siria, ha manifestato il suo interesse per il nuovo modo di Obama di concepire le relazioni internazionali.
Si è detto pronto a rinunciare all'estremismo se gli americani prenderanno in considerazione concretamente la necessità di affrontare e risolvere il problema palestinese. E' una posizione nuova quella di Hamas, basata sul realismo e sul pragmatismo e non più sull'ideologismo pregiudiziale.

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, posted by vito.cirillo at 12.35
Nel Medioevo la civiltà islamica ha "dettato legge": nell'arte, nella medicina, nell'astronomia, nella scienza. Nel 1200, ad esempio, si mise in evidenza un grande scienziato islamico: Al Jazari.
Egli inventò tante cose tra le quali: gli abiti ignifughi, quelli cioè che resistono al fuoco, migliorò la polvere da sparo, inventata però dai cinesi. Al-Jazari la modificò in modo tale da poterla usare con i cannoni: ciò permise agli eserciti islamici di avere armi più potenti, che facilitarono le loro conquiste.
Al-Jazari, infine, fu anche l'ideatore di potentissime catapulte che riuscivano ad abbattere le fortezze più resistenti.

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lunedì 30 marzo 2009, posted by Sara Bilotti at 18.06
Due giorni fa, il Segretario Generale Ban Ki-moon ha chiesto all'Assemblea Generale di confermare la nomina di Helen Clark, ex Primo Ministro della Nuova Zelanda, come nuovo Amministratore del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) con un mandato di quattro anni.

La nomina della Clark chiude una lunga procedura di selezione, avvenuta tramite l'istituzione di una commissione presieduta dal Vice Segretario Generale e composta da alti funzionari ONU oltre a due consulenti esterni esperti di economia finanziaria e dello sviluppo.

Secondo la Portavoce del Segretario Generale, Michele Montas, l'aspettativa che ora si nutre è che Helen Clark possa dare un notevole contributo al lavoro di UNDP, grazie alle sue rinomate doti nel costruire consenso e il suo impegno nella ricerca di un approccio multilaterale per la risoluzione di questioni globali in materia finanziaria e di sviluppo.

Helen Clark, la cui nomina è stata comunicata all'Assemblea Generale, sostituirà il turco Kemal Dervis, al quale il Segretario Generale ha espresso la propria profonda riconoscenza per aver egregiamente diretto UNDP in un momento particolarmente critico.

Helen Clark è dal 1981 membro del Parlamento neozelandese, ed è stata Primo Ministro dal 1999 al 2008. Durante il suo mandato, ha saputo condurre il dibattito politico del suo paese su una vasta gamma di questioni economiche, sociali, ambientali e culturali, compresi la sostenibilità e i cambiamenti climatici. La Signora Clark è inoltre stata una convinta sostenitrice degli Obiettivi di sviluppo del Millennio (MDG), di cui ha sostenuto il conseguimento nella propria regione.

UNDP svolge un ruolo cruciale di aiuto a tutti i paesi per raggiungere gli MDG. Presente in 166 paesi, UNDP costituisce la rete globale dello sviluppo, un'organizzazione che sostiene e promuove il cambiamento e porta conoscenza, esperienza e risorse con l'obiettivo di aiutare le persone a costruirsi una vita migliore.

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, posted by vito.cirillo at 14.07
Una ben strana composizione governativa è quella messa in atto in Israele, frutto di un'alleanza inedita e controversa: Netanyahu ha formato un ministero con l'ultra-destroide Lieberman, con il partito religioso Shaas, con quello laburista di Barak.
Quest'ultimo è stato molto contestato nel suo partito e c'è il pericolo di una scissione da parte di quei socialisti che non intendono in alcun modo collaborare con la destra.
La cosa strana è che al governo non partecipa Kadima, cioè il partito di centro che ha vinto le elezioni guidato dalla Livni....
E' una situazione davvero complicata e ci si chiede quanto possa durare....

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domenica 29 marzo 2009, posted by vito.cirillo at 21.51
Il partito di Alleanza Nazionale e Forza Italia si sono sciolti per dare vita concretamente al PDL (Partito delle Libertà). Scompare AN dopo che, nel 1994, a Fiuggi, era sorta sulle ceneri del MSI (Movimento Sociale Italiano).
Si realizza così l'annuncio fatto da Silvio Berlusconi, a Milano, sul predellino di un'automobile.
Nel nuovo partito sostengono che non ci sarà una monarchia (si vuole fugare il timore di "cesarismo" berlusconiano che aveva paventato Gianfranco Fini). Questo è tutto da vedere: il futuro dirà quale sarà la realtà effettiva del nuovo soggetto politico.
Il Partito Democratico (PD) a sua volta, è in una fase di ricostruzione col nuovo segretario Dario Franceschini. Alla sua sinistra si è formata una coalizione (verdi, socialisti, sinistra democratica e vendoliani cioè gli ex di rifondazione comunista che seguono il governatore della Puglia...). Essa spera di superare il 4% alle prossime elezioni europee per dare visibilità ad una sinistra che per ora non c'è.
La politica italiana è un cantiere. Si stanno gettando le basi per un nuovo scenario politico, che speriamo possa semplificare e rendere più chiara la situazione attuale, davvero incerta.
In conclusione, oggi si è sciolta anche Forza Italia con la celebrazione di Berlusconi quale leader del PDL: AN e Forza Italia, ormai, non esistono più.

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sabato 28 marzo 2009, posted by vito.cirillo at 14.16
Nel suo libro Scritti corsari Pier Paolo Pasolini introduce un concetto che è sempre stato valido: l'omologazione, cioè comportarsi più o meno tutti allo stesso modo.
E' quello che sta succedendo alla gioventù italiana e non solo ad essa.
Prevale sempre più, infatti, la consuetudine del gregge, del sentirsi vivi soltanto se si è parte di un gruppo e ci si comporta secondo i modelli omologati di esso. Per cui gli adolescenti, maschi e femmine, in gran numero e già a 12 o 13 anni, usano droghe, alcol e seguono schemi di comportamento aggressivo e spesso violento.
Non ci sono ideali, si vive alla giornata, si spera molto poco nel futuro.
Le varie chiese e gli uomini di cultura sappiano porre rimedio a questa situazione contrastando la deriva rovinosa che purtroppo sta colpendo i giovani italiani.

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giovedì 26 marzo 2009, posted by khayyamsblog@gmail.com at 14.54
50 anni fa, Fidel Castro conquistò Cuba, sconfiggendo il dittatore Batista. Castro era il capo dei guerriglieri che, nel 1956, cercavano di prendere il potere a Cuba. Questi erano i cosiddetti «barbudos»: avevano tutti la barba lunga. Castro proclamò la Repubblica Democratica Socialista di Cuba e si alleò con l’URSS. Al suo fianco, un personaggio ormai entrato nella leggenda: l’argentino Ernesto Che Guevara. Egli fu il teorico della «rivoluzione permanente» da esportare ovunque. Per questo, nel 1967, si recò in Bolivia dove il suo tentativo di far insorgere i boliviani non riuscì: Guevara, fu ucciso. Non molto tempo fa, Castro ha passato le «consegne del potere» a suo fratello Raul. Cuba è attualmente un paese che cerca di evolversi in senso democratico. Vedremo cosa succederà nell’isola dove, mezzo secolo fa, iniziava l’«avventura di Fidel», leader carismatico amante dei buoni sigari e delle tagliatelle alla bolognese che Roberto Bonuglia ripercorre in questo «avvincente» post. [Vito Cirillo]

Nel gennaio 1961, a due anni dalla fuga da Cuba del dittatore Batista e dall’ingresso trionfale all’Avana di Fidel Castro, alla testa di 3.000 «barbudos», pochi in America avrebbero scommesso un dollaro sull’avvenire del giovane capo rivoluzionario dell’isola dei Caraibi. Tutti d’accordo: maghi, giornalisti, uomini politici, generali in pensione: cadrà entro poche settimane, dicevano, al massimo durerà fino alla fine dell’anno. Fidel Castro, invece (emerso dalle file dei cattolici radicali per abbattere, nel nome della libertà e della democrazia, la dittatura di Batista e diventato comunista, a rivoluzione vinta, per opporsi, con l’aiuto di Mosca, a ciò che egli definiva l’«imperialismo yankee »), è sopravvissuto alla tentata invasione di 1.500 profughi cubani (Baia dei Porci: 17 aprile 1961), alla crisi dei missili che nell’ottobre del 1962 ha portato il mondo sull’orlo della guerra nucleare, al rigido blocco economico imposto dagli Stati Uniti a Cuba a partire dal 1961, al crollo della stessa Unione Sovietica nel 1989, all’inizio della globalizzazione economica. Nonostante le voci che di volta in volta lo hanno dato per malato, prossimo alla morte, politicamente caduto in disgrazia, scomparso, Castro ha guidato per 50 anni l’unico Stato comunista in un continente dominato dagli Stati Uniti.

L’esordio di Fidel Castro sulla scena politica cubana avvenne nell’aprile del 1952. Da pochi mesi Cuba viveva sotto la dittatura poliziesca dell’ex sergente Batista. Il giovane Fidel, rampollo di una famiglia proprietaria terriera, influenzato dai principi cattolici appresi dai Gesuiti e dagli aneliti «radical-democratici» assorbiti sui banchi universitari e fra gli intellettuali cubani, denuncia Batista al tribunale d’urgenza dell’Avana accusandolo di aver violato sei articoli della Costituzione. La denuncia venne naturalmente respinta e Castro, sia pure per poche ore, conosce per la prima volta le «manette del regime». È l’inizio di una lotta che durerà fino alla notte di capodanno del 1958. Per un anno Fidel combatté con il codice contro il regime, difendendo nei tribunali le cause perdute dei contadini e degli oppositori di Batista. Nella primavera del ‘52 decise di passare all’azione armata. Radunati 150 seguaci e 120 fucili il 26 luglio guidò un assalto disperato contro il Forte Moncada, la più poderosa fortezza dell’esercito di Batista nella provincia di Oriente. I sopravvissuti, 115, furono catturati in una settimana: 50 furono portati a giudizio, gli altri 65 torturati a morte. In tribunale Castro non volle essere difeso e affrontò a testa alta il regime: «Condannatemi pure» - esclamò concludendo la sua autodifesa - «la storia mi assolverà ». Grazie all’intervento determinante del vescovo di Santiago (in virtù dei suoi «trascorsi» gesuitici…) non fu condannato a morte ma a «solo» 15 anni di reclusione, ed il fratello Raul a 7 anni.

Una delle solite amnistie, nel maggio del ‘55, fece uscire Castro di prigione. Il «ribelle» fuggì negli Stati Uniti dove fondò il «Movimento del 26 luglio», poi passò in Messico dove il suo piccolo gruppo si addestrò alla guerriglia sotto la direzione di Alberto Bajo, un colonnello spagnolo che aveva combattuto nella guerra civile spagnola contro i franchisti. Nel campo dei partigiani cubani si vive solo per la causa della libertà, in una disciplina da convento. Chi litiga, chi bestemmia viene cacciato dal giovane capo. «Voglio con me dei gentiluomini», diceva Fidel.
Alla fine del ‘56 il Messico incomincia a scottare per i castristi. Salpato sul panfilo «Gramma» con 80 guerriglieri, il 26 novembre, e sbarcato a Cuba, Castro conobbe un’altra disfatta. Attaccati da un reggimento cubano soltanto 12 guerriglieri - e fra questi Fidel, Raul e il medico argentino «Che» Guevara, avventuroso, anarcoide, «rivoluzionario di professione» - riuscirono a salvarsi fuggendo sui monti della Sierra Maestra. Fidel entrò in contatto con la popolazione contadina, poi passò all’azione partigiana: colpi di mano con una pistola per impossessarsi di un mitra, con un mitra per conquistare una mitragliatrice, con dieci armati per occupare una caserma isolata. Le file dei castristi si ingrossarono e incominciarono le battaglie vere e proprie, basate sempre sull’effetto sorpresa. Oltre che a guidare la rivoluzione, Castro pensò a farle una robusta propaganda per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale: nel marzo del 1958 organizzò il rapimento di Manuel Fangio, l’asso dell’automobilismo, alla vigilia di una gara all’Avana e poco dopo fece rapire 47 soldati americani in libera uscita dalla base USA di Guantanamo. Liberò Fangio, ma i «barbudos» apparvero sulle prime pagine dei quotidiani d’Europa e d’America.

Alla fine del ‘58 la dittatura di Batista vacillava e le campagne erano con Fidel Castro. Fu allestita un’elezione, con molti brogli e pochi voti, ma nessuno credette alla volontà democratica del dittatore. Batista fuggì la notte di Capodanno. Castro non si liberò della barba sebbene avesse giurato di tagliarsela appena Batista avesse lasciato Cuba, conservò gli abiti di partigiano e non smobilitò lo spirito rivoluzionario. Cambiò solo l’obiettivo; invece di Batista, gli Usa diventarono i responsabili di tutti i mali di Cuba e dell’America latina, la miseria, l’analfabetismo, le ricchezze concentrate in poche mani. Alle condanne a morte dei tribunali rivoluzionari contro i poliziotti di Batista, la stampa americana reagì con l’accusa di «infiltrazione comunista» a Cuba; alla riforma agraria, agli espropri, alla nazionalizzazione delle imprese americane a Cuba (fra cui molti casinò gestiti da gangsters, poi chiusi per sempre), il governo americano rispose prima esigendo un indennizzo immediato, impossibile perché le casse statali erano vuote, poi con la sospensione degli aiuti economici e con la rottura dei rapporti diplomatici. Fidel Castro, per convinzione o per fiuto politico, aveva fatto una rivoluzione proletaria, cioè contadina, dato lo stato dell’economia cubana: l’approdo alle sponde comuniste era quindi inevitabile. Intanto l’infiltrazione comunista diventava intervento economico dell’URSS. Il 4 febbraio del ‘60 il vice primo ministro sovietico, Mikoyan, firmò un accordo di collaborazione con Cuba; lo zucchero cubano prese la strada dell’URSS e il petrolio sovietico quello di Cuba. Dipendenza economica, ma anche dipendenza ideologica? Fino al 1961 Fidel Castro lo negò. «Gli italiani mi possono capire se dico che desidero passare per un nuovo Garibaldi piuttosto che per un altro Mussolini» ripeteva Fidel ai giornalisti italiani che lo andarono a intervistare.

Nel dicembre del 1961 Fidel Castro annunciò al mondo: «Sono marxista-leninista e lo resterò fino alla fine del mondo». Inizia così il «terzo periodo» di Fidel Castro, dopo quello libertario della lotta partigiana e quello semplicemente anti-americano («Cuba sì, yankee no») dei primi anni di potere. Nell’ottobre del ‘62 scoppiò la crisi dei missili e Kennedy vinse il pericoloso braccio di ferro con Krusciev. Fu un episodio della lotta fra le due superpotenze, non una pagina di storia cubana. Cuba fu solo il terreno occasionale di uno scontro che oggi ha il sapore di una storia davvero lontana, che qualche tempo fa avremmo raccontato davanti al caminetto e che oggi, invece, affidiamo con affetto al Khayyam’s Blog.

Gossip «rivoluzionario»:

Le origini: nato nel 1926 nella tenuta di Manacas, nella provincia cubana di Oriente. Il padre, un bracciante immigrato dalla Spagna, aveva fatto fortuna ed era divenuto proprietario d’una piantagione valutata 400 milioni di lire.

Studi: a scuola dai Gesuiti nel collegio di Santiago di Cuba. Un suo insegnante scrisse nelle note informative: «Carattere entusiasta, teatrale; potrà riuscire molto bene nella recitazione». Fidel andò poi all’Università dell’Avana, dove si laureò in legge. Ha esercitato per qualche tempo la professione di avvocato. Oratore eccezionale.

Famiglia: nel 1948 sposò Marthia Dia Ballart de Nunes, studentessa in filosofia. Dal matrimonio nacque Fidelito. Marthia, il cui padre divenne ad un certo momento un alto funzionario del dittatore Batista, divorziò da Fidel nel 1955 quando questi si rifugiò in Messico. Tanto per gradire, l’ex-moglie di Castro andò negli Stati Uniti e si risposò con un altro cubano.

Vita quotidiana: alto m. 1,84; il suo «peso forma» era di circa un quintale. Barba fluente e corvina. Abitava in una modesta costruzione al numero 1007 dell’Undicesima Strada all’Avana. Castro ha sempre avuto la passione della gastronomia. In una intervista alla televisione francese ha spiegato come egli si preparava le tagliatelle alla bolognese. Buon fumatore di sigari Montecristo da mezzo dollaro l’uno. Appassionato spettatore delle partite di baseball. Quando era più giovane praticava anche la pesca subacquea.

Foto di francescoporoli, Javier Hernandez Miyares, Chese illustraciones
post di Roberto Bonuglia

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, posted by vito.cirillo at 13.06


Nella sua trasmissione, recentemente, Fabio Fazio ha ospitato un personaggio di grande rilievo: il premio Nobel indiano Muhammad Yunus. Di Yunus si era però occupato molto prima Beppe Grillo. Ma a parte le beghe televisive, va detto che Yunus ha dimostrato la sua straordinaria personalità caratterizzata da saggezza e lungimiranza fuori dal comune.
Una personalità affascinante, quella di Yunus, non c'è dubbio...
Il "Nobel" indiano ha inventato infatti il micro-credito: somme di denaro vengono prestate a chi ne ha bisogno con la promessa di una eventuale restituzione senza chiedere assicurazioni bancarie come di solito viene fatto. Yunus ha messo da parte l'egoismo ed ha puntato tutto sull'altruismo e sulla buona fede.
Si pensava fosse un tentativo molto rischioso, invece è riuscito. Yunus ha vinto la sua scommessa dimostrando che l'economia si può reggere anche su basi diverse da quelle dell'egoismo.
Non stupisce che questa idea sia venuta ad un indiano: in India un altro grande altruisti e idealista, Gandhi, aveva vinto molte delle sue pacifiche battaglie

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, posted by vito.cirillo at 12.57
Alla fine di marzo, si svolgerà la conferenza internazionale sull'Afghanistan. E' interessante notare che ad essa parteciperanno anche quei Paesi confinanti come l'India e il Pakistan. La vera novità, però, consiste nella partecipazione dell'Iran.
Gli Usa si sono convinti della necessità di far partecipare anche l'Iran dopo che la presidenza Bush aveva sempre escluso con durezza tale partecipazione. Diventa così realtà un'idea lanciata dal governo di Romano Prodi nel 2006 e sostenuta fortemente dall'allora ministro degli Esteri D'Alema che cercò, in tal senso, di convincere Condoleeza Rice.Tale proposta allora, però. fu rifiutata.
Il fatto che fosse sensata è stato dimostrato dall'odierna accettazione di essa.

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mercoledì 25 marzo 2009, posted by David.Rettura at 1.51

Il 26 dicembre 1946 a Roma nasceva il MSI, erede della Repubblica Sociale cui ascriveva lati positivi, essenzialmente all'interno delle istanze sociali ed economiche che pretendeva avesse sollevato.

Ma era tutta l'esperienza fascista, accettata e difesa allora in toto da coloro che si raggrupparono in quel partito, a permeare quell'esperienza politica che nasceva sul filo della legalità, in una ambiguità sostanziale tra l'accettazione della democrazia, spesso sprezzatamente definita regime, l'aspirazione alla restaurazione del Ventennio ed una tacita connivenza con quei gruppi, come i FAR, che intesero usare la violenza per una battaglia dalla quale uscirono molto presto sconfitti. Su questi anni, andando oltre l'apologetica d'ambiente, Giuseppe Parlato ha dedicato le pagine del suo Fascisti senza Mussolini, che torna in questi giorni di attualità, con lo scioglimento di Alleanza Nazionale, che del Movimento Sociale è stata erede diretta.

Con gli anni, sempre considerato avulso dalla vita politica nazionale vera, con i suoi voti parlamentari spesso desiderati ma non richiesti, talvolta sbandierato come possibile alleato per indurre altri a più miti consigli, si trasformò, perdendo molta della irruenza degli inizi, in un partito di anziani reduci che reiteravano in maniera semi clandestina liturgie ormai desuete, sotto le accorte segreterie di De Marsanich e Michelini. Come ha detto di recente Pino Rauti: Credevamo di essere fascisti ed invece rimpiangevamo i nostri vent'anni, o qualcosa così.

Poi venne il sessant'otto e con lui gli anni settanta che molto dovevano cambiare nella destra radicale italiana, ma questa è davvero un'altra storia...

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martedì 24 marzo 2009, posted by vito.cirillo at 15.12
Il generale Charles De Gaulle perseguiva una politica nazionalistica improntata al concetto di "grandeur". Per questo, nel 1966, decise che la France dovesse uscire dalla NATO. Dopo 43 anni, l'attuale presidente francese Nicolas Sarkozy ha deciso di far rientrare il suo paese nel comando della NATO. Questa decisione, però, non è piaciuta ai gollisti più ortodossi: essi hanno criticato Sarkozy sostenendo che vuole "svendere" la Francia.
Nel contesto internazionale di oggi, è una critica senza senso e bene ha fatto Sarkozy a rivedere la posizione francese.

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, posted by vito.cirillo at 15.10
Si stenterebbe a crederlo: nel Paese più ricco del mondo, gli USA, cominciano a sorgere tendopoli in cui abitano i nuovi diseredati americani. A Sacramento, in California, è sorta una tendopoli in cui vivono persone del ceto medio americano che hanno perso casa e lavoro.
Essi sono le vittime della grave crisi che ha investito l'America ed ha prodotto una rovinosa situazione economica e sociale. Secondo le statistiche un bambino americano su dieci non ha più una casa. Si spera che i provvedimenti presi dal Presidente Obama possano cominciare a risanare una situazione che sta assumendo aspetti che non è esagerato definire tragici.

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lunedì 23 marzo 2009, posted by giovanni.larosa at 8.00
Il pontefice della Chiesa cattolica Benedetto XVI, nel suo viaggio in Africa, ha indicato come unica strada efficace quella di un "rinnovo spirituale e umano" nella sessualità. Il papa ha poi detto che la chiesa in Africa è vicina ai poveri e ai sofferenti, ma non è esente da peccati e deve purificarsi. Rispondendo a chi gli chiedeva se oltre alla quantità sia necessaria anche la qualità nella presenza cattolica, il papa ha osservato, che anche la chiesa non è "una società perfetta". Piuttosto che la purificazione delle strutture – ha indicato – occorre però "una purificazione dei cuori".
Certamente, per la formazione culturale del mondo occidentale di oggi, può sembrare difficile calarsi nella realtà dei tempi che furono, eppure la storiografia ha necessità di descrivere i risvolti sociali oltre che teologici del periodo di approfondimento, senza cadere nell’errore, che gli studiosi chiamano “presentismo”, cioè di giudicare il passato secondo gli standard del presente.

La conversione al cattolicesimo ha avuto uno sviluppo molto cruento nel Medioevo, del tutto inconcepibile a confronto a quello che la società occidentale è abituata a vivere nell’odierno, al punto che la credenza religiosa possa addirittura definirsi una preferenza personale, non più l’aspetto centrale di un’identità personale e collettiva.
Nell’Era Moderna – chiesa, eresia, inquisizione – erano considerati come i vertici di un triangolo il cui baricentro era costituito dalla secolare lotta della chiesa contro tutte quelle forme di devianza, l’insieme degli atteggiamenti e dei pensieri, che si sono allontanati dall’ortodossia cattolica. In ciò ha preso spunto la Congregazione per la Dottrina della Fede, che fu istituita con la Licet ab inizio del 21 luglio 1542, da papa Paolo III Farnese, con il nome di "Sacra Congregazione della Romana e Universale Inquisizione", con lo scopo di vigilare sulle questioni della fede e di difendere la chiesa dalle eresie. È quindi la più antica delle congregazioni della curia romana, precedente la riforma della medesima e l’istituzione delle altre 14 congregazioni, fatta da papa Sisto V.
In Sicilia, terra destinata all’incontro delle religioni, aperta a genti e idee di ogni parte dei tre Continenti che si affacciano sul Mar Mediterraneo, qui e non solo, operò invece l’Inquisizione spagnola alle dipendenze del Cosejo de la Suprema y General Inquisición, che fu particolarmente dura e severa, già dal 6 ottobre 1487, quando Ferdinando il Cattolico inviò una “provisione” a tutto il regno di Sicilia, spiegando la necessità di istituire un Tribunale inquisitoriale, esortando la nobiltà ad agevolarne i compiti al “Venerabillem religiosum et dilectum nostrum fratrem Antonium De la Peña… con facoltà investigamdi, inquirenti et cognoscendi in dicto Siculo Regno et insuli adiacenti bus de haeresibus et Apostasìae criminibus
[1].
Nello specifico, anche a Ragusa operò una struttura inquisitoriale nel 1575, composta da 18 dipendenti. Persone di tutto rispetto, di alto lignaggio, inserite talvolta in alte cariche civiche, componenti l’organico locale.
Fu il rapporto tra inquisitori da un lato e i poteri pubblici dall’altro a costituire l’aspetto, sicuramente più importante, dell’attività del Sant’Uffizio nel regno di Sicilia, a partire dalla fine del Cinquecento. La struttura inquisitoriale, inserita efficacemente in un blocco d’ordine politico e sociale ancor prima che religioso, partecipava al controllo di tutte le attività politico-amministrative dell’isola. Attività che erano controllate, contabilmente e centralmente, attraverso una frequente corrispondenza epistolare tra l’inquisitore di stanza a Palermo e gli “officiali” periferici, come emerge da lettere inedite, custodite presso l’Archivio di Stato di Palermo, facenti parte di comunicazioni intercorse, nel biennio 1578/79, tra gli ufficiali della capitale del regno e quelli di Ragusa
[2].
L’Inquisizione di Spagna in Sicilia fu l’organo di controllo sia della chiesa sia dello stesso vicerè, “uno Stato nello Stato”, entrato a far parte della storia sociale e anche della criminalità. L’organizzazione era infallibile, grazie alla costituzione di veri e propri registri, dei casellari giudiziari ante litteram, che il “reverendissimo”, così denominato l’inquisitore, aggiornava con frequenza. Nello svolgimento dell’istruttoria, dove i familiari potevano deporre solo contro l’accusato, mai a suo favore e le confessioni erano ottenute per mezzo di tortura, ammessa esplicitamente da papa Innocenzo IV nel 1252, con la bolla “Ad extirpanda”, che riassumeva la necessità della tortura fisica per portare alla luce la verità
[3], terminavano con la redazione del verbale di processo, in cui si dichiarava che la confessione era stata resa “spontaneamente e senza l’uso di violenza” e confermata da giuramento. Le sentenze, infine, terminavano con frasi, con le quali gli inquisitori, nel consegnare il condannato alle autorità laiche, raccomandavano di trattarlo benignamente: «Risparmiando, per quanto possibile, la sua vita e il suo corpo», frasi appositamente inserite, anche per evitare di incorrere in irregolarità canoniche.
Per gli eretici, la cui pena era il rogo, la chiesa non prevedeva prescrizioni e la morte del reo non estingueva l’azione penale, che pertanto, poteva essere celebrata contro il defunto, i cui resti potevano essere riesumati e “solennemente” bruciati
[4].
Nel periodo della dominazione spagnola, che durò 301 anni, dal 1412 al 1713, può valere per la Sicilia, assai più che per le provincie della terra ferma, lo sfavorevole giudizio che lo Schipa, riferendosi a queste ultime, dette del regno del primo Borbone:

«Alla partenza di Carlo, la società dell’isola appariva ancora quale già appare a Vittorio Amedeo II nel 1713, con gli stessi vizi in alto, con la stessa miseria e abiezione brutalità in basso, carica di tributi, inceppata in ogni sorta di libertà e senza alcuna aspirazione a un domani diverso dal presente»[5].

Con l’accrescere della potenza dell’Inquisizione: qualificata una struttura “parastatale”, un’organizzazione in grado di contendere sia con le alte autorità ecclesiastiche, sia con lo Stato, definita “l’organizzazione più cospicua… una specie di mafia ante litteram[6], si arrivò al punto di ascrivere la corruttela dei giudici, nei libri paga dei notabili, a causa della ferocia dell’uso indiscriminato della tortura e della parzialità di giudizio, dove la calunnia e le false testimonianze erano comunissime.
Si parlò di una naturale decadenza dell’Inquisizione in Sicilia, dato che già dall’ottobre del 1732 non si erano più visti dei roghi ed in mezzo ai più disparati giudizi, appare evidente quanto sia difficile assodare la verità storica e mantenere inalterata l’obiettività.
Alcune testimonianze hanno lasciato i commenti del momento e come indicato da lord Brydone nel 1770, che vedeva ancora un’aria guardinga assunta dalla gente, ascoltando un forestiero parlare spregiudicatamente di cose religiose e la raccomandazione che gli veniva rivolta di “essere più cauto in tali discorsi”; come pure nel 1777 lo straniero visitatore conte de Borch constatava come in Sicilia:

«Toutes les croyances respectent son pouvoir, et la crainte n’entre puor rien dans les égards qu’on a pour ses décisions»

convinti della profonda verità del principio del Sant’Uffizio. Oppure come successivamente molti stranieri non abbandonarono la Sicilia, ultima tappa o meta unica dei loro viaggi nella nostra penisola.
Ma le cose stavano iniziando a cambiare e l’ostilità verso il clero, con la direzione del vecchio Tanucci e poi col marchese Della Sambuca, si rappresentò già con l’espulsione dei Gesuiti nel 1767 e l’incameramento dei loro beni, riforme che già nell’Europa progredita avevano scalzato istituti medievali superstiti, seppure gli isolani vincolati da antiche clientele e assopiti sotto il giogo dei baroni, non sapevano muoversi se non sotto l’impulso di fattori tutt’altro che ideali.
Si arrivò infine al termine dell’azione del Tribunale dell’inquisizione, col decreto di abolizione del 16 marzo 1782 del vicerè Domenico Caracciolo, nell’ambito del programma di governo, ch’egli aveva nell’animo di esplicare nell’isola: volontà imperiosa d’essere ubbidito, senso del dovere e della disciplina in tutta la burocrazia statale, convinzione che bisognava romperla col passato e incamminarsi per nuove vie, attuabile grazie alla personale “manière originale de voir et d’exprimer les choses”; mentre per i documenti custoditi nell’Archivio palermitano del Sant’Uffizio avvenne un falò il 27 giugno 1783[7]. Un colpo di piccone contro quell’ibrido complesso di istituti e di sentimenti, che prolungavano il Medioevo nell’isola, ancora sul volgere dell’agitato XVIII secolo, che con la Rivoluzione francese chiudeva l’Era Moderna nel 1789.
Eppure il reverendissimo mons. Ventimiglia “Archevêque de Nicomedie” ultimo inquisitore, i vescovi siciliani, il Senato di Palermo, richiesero a Ferdinando IV che il secolare istituto fosse conservato, non soltanto perché:

«Con la sua soppressione si toglieva la sussistenza a tante famiglie, che vivono con le cariche al medesimo addette», ma anche perché costituiva «Un freno alla corruttela del costume e ala falsa dottrina»[8].

Dai membri delle Cortes de España la caduta della Inquisizione in Sicilia fu indicata come: «La victoria de la malignidad junta con el poder»[9].
Alla cerimonia intervennero le supreme magistrature e la nobiltà del Regno, nonché ecclesiastici tra cui lo stesso arcivescovo e i più alti dignitari del clero palermitano, oltre ad uno straordinario concorso di popolo che invase le vie di Palermo
[10].



[1] A. Franchina, Breve rapporto del Tribunale della Ss. Inquisizione di Sicilia, Epiro, Palermo 1774, Cap. XIV, p. 110.
[2] Per ulteriori approfondimenti cfr. G. Nativo, Inquisizione, questa sconosciuta. Approccio ad una esplorazione documentaria. Sancta Inquisición de Ragusa, La Biblioteca di Babele Edizioni, Modica 2005.
[3] M. Lemonnier, Storia della Chiesa, Ed. Ist. S. Gaetano di Vicenza, 1961, p. 269.
[4] C. Reviglio Della Veneria, Novissimo Digesto Italiano, III ed. Utet, 1957, vol. XIX, p. 722.
[5] M. Schipa, Il Regno di Napoli al tempo di Carlo Borbone, vol. II, P. 288 e passim; per approfondimenti cfr. G. Aliberti, Michelangelo Schipa e la storiografia dei valori. Storici italiani tra l’Otto e il Novecento, Nuova Cultura, Roma 2007.
[6] V. Titone, Storia, mafia e costume in Sicilia, Milano 1964, p. 227.
[7] V. Sciuti Russi, La supresión del Santo Officio de Sicilia, in “Rivista de la Inquisición”, 1998, p. 309 ss.; approfondimenti minuziosi in V. La Mantia, Origine e vicende dell’Inquisizione in Sicilia, in “Rivista storica italiana”, vol. III, 1886, ristampata in L’Inquisizione in Sicilia, Palermo 1904.
[8] Archivio di Stato di Palermo, Real Segreteria, Dispacci, reg. 1532, f. 123 e Decreto di soppressione del S. Ufficio.
[9] V. La Mantia, op. cit., p. 682.
[10] In generale cfr. E. Pontieri, Il riformismo borbonico nella Sicilia del ‘700 e ‘800. E.S.I., Napoli 1965.

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domenica 22 marzo 2009, posted by khayyamsblog@gmail.com at 13.11
 
sabato 21 marzo 2009, posted by vito.cirillo at 14.12


Se ne sono accorti in pochi ma Obama ha rimosso un macigno che pesava sulle menti e sulle coscienze degli uomini della nostra epoca. Ha fugato il pericolo del cosiddetto "scontro di civiltà" che il presidente Bush aveva invece alimentato.
La politica estera di Obama è basata sulla ricerca del dialogo e sul ricorso alla diplomazia. L'uso della forza è da lui condannato e considerato solo come l'ultima delle opzioni. Questa è una grande novità nella politica internazionale e costituisce un fatto molto positivo dell'azione politica del nuovo presidente.

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venerdì 20 marzo 2009, posted by vito.cirillo at 14.31


Recentemente il tribunale penale internazionale dell'Aja ha condannato il capo del Sudan, Bashir, per crimini di guerra e per crimini contro l'umanità.
Egli ha introdotto la sharia nel Sudan ed ha fortemente discriminato i non islamici. Soprattutto nella parte meridionale del Sudan, il Darfur, egli, secondo l'accusa, ha commesso un vero e proprio genocidio: 300.000 morti.
Questa condanna è stata rifiutata da Bashir e non è stata accettata da paesi importanti come Cina e Russia. Si vuole capire una cosa, a questo punto: se Bashir venisse in Italia o andasse in Francia? dovrebbe essere arrestato dalle autorità italiane o francesi? E tali autorità potrebbero compiere un atto del genere?

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, posted by vito.cirillo at 12.10
Il Tibet è un altopiano che ha un'altitudine variante tra il 4.000 ed i 6.000 metri. E' scarsamente popolato. Anticamente, con l'introduzione del buddismo, diventò una teocrazia monastica nella quale il potere era fdetenuto dai monaci del buddismo lamaista. Il loro capo era il Dalai Lama.
La Cina ha sempre guardato al Tibet con grande interesse. Nel 1700 il Tibet entrò nell'orbita cinese. Nel 1800, conquistata l'India, il Tibet entrò nelle mire dell'Inghilterra e nel 1900 divenne un protettorato britannico. Dopo l'ascesa al potere in Cina del comunista Mao nel 1951, il Tibet fu occupato dai cinesi. Nel 1954, l'India riconobbe il dominio cinese sul Tibet. Nel 1959, i tibetani si ribellarono ai comunisti cinesi. La ribellione fu domata e il Tibet diventò una regione autonoma della Cina. Il Dalai Lama fu costretto ad andare in esilio. Un esilio che dura ancora oggi.

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giovedì 19 marzo 2009, posted by vito.cirillo at 11.06
E' prevista per la fine di marzo una conferenza internazionale sull'Afghanistan. Non è una sorpresa...ci sono delle novità, infatti.

La prima riguarda la possibilità che fra le nazioni chiamate a discutere sulla situazione afghana ci sia anche l'Iran. L'Italia dovrebbe fare opera di mediazione perché questo sia reso possibile.
Per la verità, viene riproposta un'idea lanciata già da Romano Prodi e Massimo D'Alema (all'epoca quasi ridicolizzata). L'altra novità consiste nel fatto che Obama è favorevole a intraprendere trattative con i talebani più moderati e pragmatici per la stabilizzazione dell'Afghanistan.
Ora gli USA fanno propria l'idea che era già stata lanciata dal presidente Karzai e che George Bush aveva rifiutato.
Questo dimostra l'interesse primario che Obama attribuisce alla questione afghana e la sua predisposizione a rinunciare a veti ideologici che invece avevano contraddistinto la presidenza Bush.

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mercoledì 18 marzo 2009, posted by vito.cirillo at 11.57
Nella storia umana, sono esistiti personaggi grandi ma tenebrosi. Si pensi a Hitler, a Stalin.
Sono anche esistiti però personaggi grandi e luminosi. Si pensi a Abramo Lincoln ed a Martin Luther King.
Tra questi, uno dei più grandi è stato il Mahatma Gandhi.
Recentemente sono stati messi in vendita gli unici oggetti che Gandhi possedeva: un paio di occhiali da vista, un orogologio, un orologio, una scodella e un paio di sandali. Questi oggetti appartenevano ad un privato, che li ha messi in vendita ad una cifra considerevole.
L'India sta cercando di far propri questi oggetti. Fa bene ad entrarne in possesso perché sono un patrimonio nazionale e devono appartenere al popolo indiano che Gandhi ha tanto amato e per cui ha fatto così tanto.

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, posted by vito.cirillo at 11.47


Sembrava che non se ne dovesse parlare più.
Una decina di anni fa, il Premier inglese Tony Blair riuscì a concludere una pace riguardo all'Ulster. Dopo anni e anni di scontri e di distruzioni nonché di morti sembrava aver messo la parola fine a questo problema. Nel mese di marzo, però, in poco tempo, sono stati uccisi due soldati e un poliziotto inglesi.
Non bisogna lasciarsi trarre in inganno: l'IRA (l'organizzazione irlandese anti-britannica) non c'entra. Si tratta di gruppuscoli dissidenti di poche decine di persone che mirano a far saltare gli accordi di pace. E' auspicabile che non si risponda con rappresaglie che potrebbero alimentare il fuoco che è stato acceso da questi piccoli gruppi.

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lunedì 16 marzo 2009, posted by vito.cirillo at 11.35
Lo storico inglese David Irving (nella foto) fa parte dei cosiddetti negazionisti, vale a dire quelli che negano l'olocausto e/o lo sterminio degli ebrei nei campi di concentramento nazisti.
Egli fa coppia con un altro inglese, il vescovo lefevriano Richard Williamson che ha fatto parlare di sé di recente per le sue idee negazionistiche.
Irving, però, ha fatto qualcosa di ancor più stupefacente: ha messo in vendita, a prezzi consistenti ciocche di capelli e ossa di Adolf Hitler e di Eva Braun. E' riuscito ad entrarne in possesso prendendole da un ex agente del KGB sovietico (come si sa, i sovietici entrarono per primi a Berlino e trovarono i corpi di Hitler e della sua compagna).
Sarebbe curioso conoscere l'eventuale compratore per domandargli se non avesse qualcosa di meglio (o di meno orrido...) per usare il proprio denaro...

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, posted by vito.cirillo at 11.28
Secondo Giordano Bruno Guerri, che gli ha dedicato un libro, Filippo Tommaso Marinetti fu un rivoluzionario.
In effetti, è così.
Marinetti, inventore del Futurismo, ha rivoluzionato il mondo dell'arte, introducendo elementi innovativi nella pittura, nella poesia e nella cultura in genere.
Marinetti fu anche un convinto anticlericale, perché riteneva che la Chiesa in Italia condizionasse troppo gli italiani.
Aderì al fascismo perché vide anche in Benito Mussolini un anticlericale come lui. Tanto è vero che più di una voltà insistette con il Duce stimolandolo a "svaticanare" l'Italia.
Fu però deluso dai Patti Lateranensi che Mussolini stipulò con Pio XI. Questa delusione lo allontanò anche dallo stesso Mussolini che aveva rinunciato al suo anticlericalismo finendo col diventare un "clericale" anche se per ragioni di opportunità politica.

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domenica 15 marzo 2009, posted by David.Rettura at 20.37

Leopoldo Franchetti, uomo politico toscano di famiglia ebraica, a lungo sodale di Sidney Sonnino e cofondatore, con Giustino Fortunato, dell'Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno, fu sul finir dell'Ottocento esponente di rilievo di quella nuova destra italiana che voleva, per dirla appunto col Sonnino che di quei conservatori italiani fu il leader indiscusso, “tornare allo Statuto”, recuperando il senso liberale che stava alla base della Carta concessa al Piemonte da Carlo Alberto nel 1848, e depurarla così delle sovrastrutture che dopo l'unificazione ne avevano appesantito la struttura originaria.

Nel 1876, in compagnia di Sonnino, un non ancora trentenne Franchetti si recò in viaggio in Sicilia e da quella esperienza doveva scaturire quel classico del meridionalismo che è Condizioni politiche ed amministrative della Sicilia.

Sorprendenti, per l'epoca e per il fatto che Franchetti non era un sociologo positivista come quelli che cominciavano ad essere di moda in quegli anni e sarebbero diventati egemoni di lì a poco e cui tanto dobbiamo della nostra conoscenza degli Italiani di allora, specie di quelli del sud, sono la lucidità e l'acume con cui viene letto il fenomeno della delinquenza e della Mafia.

Dividendo i suoi ricordi e considerazioni per zona geografico-economica, Franchetti a più riprese sottolinea come in continente il fenomeno della mafia andasse meglio studiato e come esso dovesse essere ricompreso all'interno del più ampio problema del sistema delle relazioni sociali tra perone e tra classi nella Sicilia dell'epoca, di cui la Mafia, che troverebbe in Palermo il suo centro, non rappresenterebbe che una parte.

Certo l'odierna consapevolezza che in quel di Gela si è sviluppata, in alternativa alla Mafia stessa, l'organizzazione nota come Stidda, ci porta a dare ancora maggior credito alle analisi di Franchetti, ma altrettanto colpisce come l'immagine della Mafia sia ancora oggi, al di là della ristretta cerchia degli addetti, quelal additata già 125 anni fa dagli esperti come errata. Cui prodest?

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sabato 14 marzo 2009, posted by vito.cirillo at 11.59

- Conterò poco, è vero:
- diceva l'Uno ar Zero -
ma tu che vali? Gnente: propio gnente.
Sia ne l'azzione come ner pensiero
rimani un coso voto e inconcrudente.
lo, invece, se me metto a capofila
de cinque zeri tale e quale a te,
lo sai quanto divento?
Centomila.
È questione de nummeri. A un dipresso
è quello che succede ar dittatore
che cresce de potenza e de valore
più so' li zeri che je vanno appresso.

In questa sua pungente poesia, il poeta romano Trilussa parla del "dittatore". La poesia di intitola "numeri", è stata scritta nel 1944. Trilussa nel testo dice che lo "zero" non vale nulla, ma se messo dietro un altro numero acquista valore. Il dittatore è come il numero "uno", invece.
Acquista sempre più potere e forza quanti più sono gli "zeri" che lo seguono. Se dopo l'uno ci sono cinque zeri si fa il numero centomila (100.000). Se ce ne sono sei, si fa un milione (1.000.000) e così via...
E' una geniale metafora quella proposta da Trilussa che paragona chi segue il "dittatore" ad uno "zero". In effetti, è proprio così. Chi ama seguire un dittatore, è moralmente e intellettualmente uno "zero". Uno che rinuncia alla sua dignità di persona libera, che rinuncia a quanto ha di più prezioso: la sua individualità pensante e ragionante nell'ambito del consorzio umano.

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venerdì 13 marzo 2009, posted by roberto.bonuglia at 13.40
Quando gli uomini devono affrontare la morte, lasciano cadere le loro maschere. Alcuni sono costretti in quel momento a riconoscere di aver costruito sulla sabbia la propria esistenza,di essersi illusi e di aver creduto a una utopia, a una menzogna, oppure di avere inseguito vanamente una "chimera"... Ecco un mix di aforismi "ultimi" di alcuni grandi uomini che negli ultimi istanti della propria esistenza si sono sentiti "piccoli"...

L’IMPERATORE ROMANO CESARE AUGUSTO: «Ho recitato bene mia parte? Or dunque, applaudite, poiché la commedia è finita!».

ENRICO VIII: «Dunque tutto è perso: regno, corpo ed anima!».

CESARE BORGIA: «Ho provveduto a ogni cosa della mia vita; ma non ho provveduto alla mia morte e ora muoio impreparato!».

CARDINALE MAZARINO: «Oh, povera anima mia, che sarà di te? Dove ne vai?».

THOMAS HOBBS: «Mi accingo a compiere il salto nel buoi!».

DAVID HUME, l’ateista, gridò: «Sono nelle fiamme!».

VOLTAIRE, il celebre filosofo schernitore, ebbe una fine spaventosa. L’infermiera che l’aveva assistito, disse: «Per tutto il denaro dell'Europa non vorrei mai più vedere morire un incredulo come lui!».

Di NAPOLEONE scrisse il Conte Montholon: «L'Imperatore muore solo e abbandonato su questa roccia solitaria. La sua agonia è spaventosa».

GOETHE: «I suoi lineamenti erano distorti, il suo viso color bigio ... lo sguardo rivelava il terrore atroce della morte», annotò il dottor Carl Vogel di Weimar, essendo corso al capezzale dell’ottantaduenne. Nelle ore del mezzogiorno, il 22 marzo del 1832 il malato espirò per l’ultima volta e fu finita. (da Reader’s Digest, marzo 2007, p. 37).

HEINRICH HEINE, grande schernitore, più tardi si pentì. Nell’epilogo di una delle sue collezioni di poesie, il «Romancero» (30.9.1851), scrisse: «Se si giace sul letto di morte, si diventa molto sensibili e si vuole riconciliarsi con Dio ed il mondo... poesie che erano anche solo leggermente blasfeme ho distrutto con zelo tremante. È meglio che brucino versi poetici che il poeta... Sono ritornato a Dio come il figlio prodigo, dopo aver pascolato i maiali in compagnia degli Hegeliani... Nella teologia devo confessare la mia defezione ritornando a un Dio personale».

Si sa che NIETZSCHE morì pazzo.

SIR THOMAS SCOTT, ex presidente della Camera dei Lord inglese, disse: «Fino ad ora pensavo che non esistesse né Dio né l’inferno. Ora sono certo e sento che esistono entrambi, e il giusto giudizio dell'Onnipotente mi condannerà per l’eternità».

Della morte di STALIN dice la figlia Svetlana Allilujeva che il marzo del 1953 fu chiamata al capezzale del dittatore presso la sua casa di vacanza a Kuncevo: «Mio padre ebbe una morte terribile e gravosa. Dio dà ai giusti una morte facile».

CHURCHILL: «Che pazzo sono stato!».

JEAN-PAUL SARTRE: «Ho fallito!».

GESÙ CRISTO: «Tutto è compiuto!».

STEFANO; il primo martire cristiano: «Signore Gesù, accogli il mio spirito!».

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giovedì 12 marzo 2009, posted by vito.cirillo at 12.30
Ormai la crisi non risparmia più nessuno. Anche i Paesi dell'Europa Orientale stanno attraversando una grave crisi finanziaria economica e sociale. I Paesi che un tempo facevano parte del "Patto di Varsavia", ora si rivolgono all'area dell'euro per trovare il soccorso indispensabile per fronteggiare la loro crisi. L'Ungheria ha chiesto all'Unione Europea 180 miliardi di euro per fronteggiare la crisi dei Paesi dell'Est europeo. Anche lì bisogna sostenere banche, industrie e soccorrere i numerosi disoccupati il cui numero è crescente. 180 miliardi di euro sono una somma insufficiente (ce ne vorrebbero per lo meno il doppio), ma sono necessari per fronteggiare la profonda crisi in atto in quei Paesi.
L'Unione Europea, però, non ha accettato la richiesta ungherese assicurando che non farà mancare l'aiuto necessario ai Paesi dell'Est europeo vagliandone le esigenze caso per caso.

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, posted by vito.cirillo at 12.24
I rapporti bilaterali fra Iran e Stati Uniti, da quando il primo è diventato una "Repubblica islamica", sono stati pessimi.
Khomeini definiva gli Usa come il "Satana". La sua politica portò allora l'Iran all'isolamento internazionale. Durante la presidenza di George W. Bush i rapporti continuarono ad essere tesi a causa del programma nucleare iraniano. Da alcune voci, però, si è saputo che l'Iran chiese a un altro Paese islamico, la Turchia, di fare opera di mediazione con gli Stati Uniti per avvicinare i due Paesi.
Bush, però, rifiutò la mediazione turca, lasciando così perdere una buona occasione per migliorare i rapporti con l'Iran. Cosa che invece l'attuale presidente Obama intende fare dando priorità ai negoziati.

Foto di adamteale

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, posted by vito.cirillo at 12.18
Ariel Sharon, l'eroe israeliano della guerra del Kippur del 1973, leader del Likud dal 2000 e poi fondatore del partito di centro Kadima, dal 2006 è in coma irreversibile.
E' tenuto artificialmente in vita.
Poiché occupa una stanza in un ospedale pubblico, alcuni israeliani hanno protestato. Vorrebbero che i familiari lo portassero a casa in modo da lasciar libero il posto d'ospedale. La maggior parte degli israeliani, però, non vuole che Sharon sia spostato. Essi sono riconoscenti al grande stratega militare e al bravo uomo politico che dal 2000 ha guidato lo Stato di Israele fino alla grave malattia che lo ha colpito e al coma in cui versa attualmente.
E' l'ultimo grande uomo della storia moderna israeliana. Anche in Israele, infatti, cominciano a non esserci più uomini di quel livello. Almeno così sembra...

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mercoledì 11 marzo 2009, posted by vito.cirillo at 13.12
Le elezioni politiche del 10 febbraio non hanno portato ad alcun chiarimento nella complicata situazione politica israeliana. Il presidente della Repubblica israeliana, Shimon Peres, ha conferito l'incarico di formare il nuovo governo al capo del Likud, Netanyahu che però ha preso un seggio in meno rispetto al partito Kadima della Livni.
Il problema è costituito dall'ultra nazionalista Lieberman che ha un programma anti arabo che non può essere accettato. E' importante vedere come si muoverà il laburista Barak, il cui partito è diventato il quarto dello scenario politico israeliano. Il governo di unità nazionale non trova d'accordo le più importanti forze politiche (almeno per ora).

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, posted by vito.cirillo at 13.00

Ai primi di marzo, è stato tenuto un vertice in Egitto per reperire fondi che dovrebbero servire alla ricostruzione di Gaza che, durante il conflitto tra Israele e Hamas, ha subito gravi danni alle infrastrutture ed agli edifici. Sono stati stanziati circa quattro miliardi e mezzo di dollari.
Questi fondi sono stati assicurati in questo modo: un miliardo dall'Arabia Saudita, 900 milioni dagli Stati Uniti (questi fondi sono però legati agli sviluppi del processo di pace), 500 milioni dall'Unione Europea, altri fondi minori da altri Paesi (il governo italiano contribuirà con 100 milioni di dollari).
Questo vertice è stato un altro successo della diplomazia egiziana che sta avendo un ruolo molto importante nell'attuale crisi mediorientale.

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, posted by vito.cirillo at 12.55
La mediazione dell'Egitto sta dando buoni risultati. Questo è un merito che va ascritto al presidente egiziano Mubarak. Sembra che la conflittualità tra Al Fatah ed Hamas possa cessare e si possano creare i presupposti per un governo di unità nazionale. Ciò consentirebbe la riunificazione della Striscia di Gaza e della Cisgiordania. La prima è nelle mani di Hamas, la seconda è in quelle di Al Fatah.
Abu Mazen (nella foto) rimarrebbe il presidente dell'ANP ed il governo sarebbe costituito da ministri di Hamas e di Al Fatah. Ciò faciliterebbe i negoziati con Israele, a patto che Hamas rinunci alla sua pregiudiziale anti-israeliana (e cioè riconosca lo Stato di Israele...)

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martedì 10 marzo 2009, posted by vito.cirillo at 13.59
Il quotidiano statunitense The New York Times, ha riferito che, alcune settimane fa, il Presidente americano Obama, ha inviato una lettera segreta al quello russo, Medvedev.
In questa lettera Obama promette di rinunciare all'installazione dello scudo spaziale antimissilistico nell'Europa Orientale, se la Russia aiuta gli Usa a dissuadere l'Iran dal proseguire nel tentativo di dotarsi di armi nucleari. E' una richiesta, questa, fatta perché la Russia fornisce consulenza tecnologica all'Iran.
Una tale richiesta sta a a dimostrare la volontà di Obama di fare ogni tentativo diplomatico con l'Iran per migliorare i rapporti con esso e di mettere solo all'ultimo posto l'eventuale opzione militare. Nonostante ciò molti osservatori politici internazionali ritengono che anche Obama seguirà le orme di Bush: sono supposizioni legittime ma che non corrispondono alla reale volontà di Obama.
Foto di o.diares

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, posted by vito.cirillo at 13.52
Si delinea sempre più chiaramente il piano di Obama per l'Iraq: 100.000 soldati americani andranno via entro il 31 agosto del 2010. Altri 50.000 rimarranno sul territorio iracheno fino al 2012.
Il loro compito sarà quello di addestrare l'esercito iracheno in maniera che sia, nel prossimo futuro, autosufficiente. La partenza di tutti i soldati americani, però, non vuol dire lasciare l'Iraq al proprio destino. L'Iraq è ormai nell'orbita statunitense e sarà sottoposto al controllo americano in futuro, come fecero gli inglesi dal 1921 al 1958, dopo la nascita del Regno dell'Iraq.
Gli Stati Uniti non hanno fatto due guerre per nulla...

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, posted by vito.cirillo at 13.45

Guardando agli sviluppi politici del mondo, si constatano delle inversioni di rotta che hanno del clamoroso. Le Americhe, riscoprono gli ideali ed i valori della "sinistra"... In Europa ed in Israele, invece, prevalgono le "destre". Uomini di sinistra sono al potere in Brasile, Bolivia, Venezuela. Ma ora anche negli Stati Uniti ha preso il potere un uomo di sinistra, Barak Obama.
Il suo programma è di sinistra e non è azzardato, per tanti aspetti, definirlo "socialista".
Infatti, da destra gli muovono l'accusa di socialismo. Obama fa bene a non dare ascolto a tali critiche ed a proseguire sulla strada intrapresa. Il liberismo senza regole ha prodotto guai colossali. Perciò un po' di socialismo è utile e costruttivo per far uscire gli Stati Uniti dalla gravissima crisi in cui sono caduti.

Foto di mdumlao98

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domenica 8 marzo 2009, posted by vito.cirillo at 12.37
La guerra civile spagnola cominciò nel 1936 e terminò nel 1939.
Da una parte erano schierati i repubblicani spagnoli e la sinistra internazionale, dall'altra parte, i nazionalisti e i fascisti internazionali. I nazionalisti del generale Francisco Franco erano sostenuti da Benito Mussolini e da Adolf Hitler. La sinistra spagnola era sostenuta dall'Unione Sovietica e dal Messico.
Ben 3.400 italiani inquadrati nella cosiddetta "Brigata" andarono in soccorso della sinistra spagnola. Si distinse la "Brigata Garibaldi" della quale fecero parte valorosamente Pietro Nenni e Luigi Longo.
Il generale Franco concentrò la sua azione sui paesi baschi supportato dai bombardieri tedeschi e italiani. Nel maggio del 1937 fu bombardata e distrutta la città basca di Guernica. La propaganda fascista, però, incolpò di questo le brigate basche chiamate "rosse". Così fu fatto credere per molto tempo. Poi alcuni testimoni oculari hanno riferito come andarono realmente le cose...
Il pittore spagnolo Picasso rimase fortemente colpito, quasi sconvolto, dalla distruzione di Guernica. Decise allora di dipingere un quadro (nella foto) servendosi soltanto del nero, del bianco e del grigio per rappresentare la distruzione e la morte che avevano colpito Guernica.
Da allora questo capolavoro è diventato un simbolo contro la guerra, contro la brutalità degli uomini e contro l'odio che spinge gli esseri umani a distruggere ad a far morire altri esseri umani.

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, posted by vito.cirillo at 12.16
Chi continua a sostenere che in Italia le cose non vanno poi tanto male, dovrebbe leggere dei rapporti di istituti di ricerca internazionali che mettono a nudo la situazione italiana.
Risulta che l'Italia sia il Paese più corrotto dell'Occidente, quello europeo (insieme all'Irlanda) col minor tasso di sviluppo economico, con un basso livello culturale. Sarebbero infelici, in tal senso, rapporti con l'Italia di qualche anno fa. Inoltre, le organizzazioni delinquenziali, in Italia, rappresentano "l'industria" (per così dire...) che ha fatturato più di di 130 milioni annui (la delinquenza è la massima industria del paese, dunque!).
E' dunque un quadro desolante quello che ne emerge e pare vano il tentativo di coprirne la gravità con diagnosi superficiali che non riescono a nascondere il fallimento dell'Italia in tanti campi fondamentali della nostra attuale civiltà (se così vogliamo intenderla...)
Chi ama l'Italia, non deve nascondere lo sporco sotto il tappeto, ma deve cercare di gettarlo nell'immondizia (questo è il vero patriottismo).

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venerdì 6 marzo 2009, posted by vito.cirillo at 12.28
Uno dei più grandi storici dell'antichità fu certamente l'ebreo Giuseppe Flavio, che nacque a Gerusalemme nel 37 d.C. e morì a Roma nel 95 d.C.
Egli fu un generale che partecipò alla rivolta degli zeloti ebrei contro i romani che assoggettavano la Giudea. Fu preso prigioniero dei romani e condotto a Roma dove l'imperatore Vespasiano lo liberò.
Si dette alla storiografia e scrisse importanti opere sulla storia ebraica, fornendo notizie molto importanti che altrimenti non sarebbero state conosciute. Fondamentali le sue seguenti opere: La guerra giudaica (che tratta il periodo compreso fra Erode il Grande e la distruzione di Gerusalemme ad opera di Tito nel 70 d.C.); Le antichità giudaiche, che è un'opera apologetica della storia ebraica antica.

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, posted by vito.cirillo at 12.23
Winston Churchill è stato indubbiamente uno dei più grandi statisti della Storia.
Faceva parte del partito conservatore inglese. Fu premier dell'Inghilterra durante la Seconda Guerra Mondiale. Riuscì nell'impresa di far diventare alleati due Paesi dall'ideologia opposta quali gli Stati Uniti di Roosevelt e l'Unione Sovietica di Stalin.
Questa alleanza fu vincente sul nazifascismo europeo. Churchill fu anche un brillante scrittore. Il suo libro La Seconda Guerra Mondiale vinse il premio Nobel per la letteratura, nel 1953.
Churchill era un uomo arguto, ironico e spiritoso. A lui si deve la seguente straordinaria massima:

I gatti ci ritengono inferiori a loro; i cani ci ritengono superiori a loro; i maiali ci ritengono uguali a loro.

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, posted by vito.cirillo at 12.16
Lo storico e politico napoletano Vincenzo Cuoco, nel 1801 scrisse un saggio "Sulla rivoluzione napoletana". Si riferiva alla rivoluzione giacobina di Napoli del 1799 in cui furono mandati a morte rivoluzionari coraggiosi: Domenico Cirillo, Michela Pagano, Eleonora Pimentel Fonseca.
Nel saggio sopra citato c'è una frase che merita di essere meditata:

"alla felicità degli uomini sono più utili gli ordini che gli uomini"


Che cosa voleva dire Vincenzo Cuoco? Secondo lui per far star bene gli uomini occorrono ordini, istituzioni politiche e amministrative buone, ma non gli uomini. Devono essere forti le istituzioni per il progresso di una nazione, non c'è bisogno di uomini forti.
Gli italiani dovrebbero tenere ben presente questo ammonimento perchè tendono a dimenticarselo, ponendo la loro fiducia nei cosiddetti "uomini della provvidenza"....

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giovedì 5 marzo 2009, posted by David.Rettura at 1.17


A dispetto di quanto comunemente si crede il Cricket è si un gioco che ha dato poi origine a quella liturgia per iniziati che è il baseball, ma le regole sono al contrario discretamente semplici, ed anche un neofita può presto apprezzare questo gioco fatto di gesti atletici considerevoli come il lancio e la ribattuta

Il lancio, arte in cui i giocatori pakistani sono da sempre maestri e che ha avuto in tempi recenti esteti come Wakar Yunis e Wasim Akhram, richiede una potenza enorme, in quanto si tratta di far rimbalzare su un tappeto di erba rasata una pallina di sughero ricoperta da pelle di cavallo usualmente rossa come quella della foto, possibilmente impedendo al battitore di poter affrontare la ribattuta troppo agevolmente. Se in una squadra tutti sono battitori, specie nello schema tradizionale di gioco, i lanciatori sono invece i soli giocatori deputati a tale ruolo.

I punti segnati sono detti "Run", e sono compitati in base a quante volte i battitori compiono il tragitto, all'interno del tappeto di erba rasata al centro del campo, che separa le due schiere di paletti, dal momento in cui la pallina viene da loro colpita a quando i difensori la riportano alla zona di lancio. Il battitore è eliminato quando, come nel baseball, la sua ribattuta viene afferrata da uno dei difensori al volo, ovvero prima che tocchi terra; quando "liscia" la palla e questa colpisce i paletti posti, si è detto, dietro il battitore, oppure colpisce le gambe del battitore stesso; da ultimo quando la squadra dei difensore fa arrivare sui paletti la palla mentre i battitori sono impegnati nella "run". Il battitore si vede automaticamente assegnate 4 corse se la palla esce dal recinto di gioco dopo aver toccato terra e 6 se ne esce senza aver toccato terra (il fuoricampo nel baseball prevede un meccanismo simile).

Il gioco tradizionale si svolge su 5 giorni di gara, intervallati da lunghe pause, come i momenti per il te, e vede entrambe le squadre mandare in battuta tutti giocatori. Da qualche decennio, svincolata dalla liturgia tradizionale ed affrancata dal bianco totale che è di prammatica nei cosiddetti test match, si è poi affermata la nuova formula del match secco, dove ogni squadra può effettuare solamente 300 lanci contro i battitori avversari. Qui il gioco è più veloce, e si possono godere gli strepitosi colori delle "Nazionali", con l'amaranto dei Caraibi, il navy dell'Inghilterra, il celeste dell'India ed il verde pistacchio del Pakistan.

In molti stati che sono stati dominion britannici questo gioco che rappresenta la quintessenza dell'upperclass inglese dell'impero è diventato sport nazionale, capace di calamitare folle enormi, e paesi come l'India e il Pakistan si fermano per i test match di cinque giorni, specie quando sono i rari India-Pakistan o viceversa che hanno costruito il mito della diplomazia del Cricket.
Commentando il vile attentato che a Lahore, cuore pulsante della nazione pakistana, i giornali del mondo che non segue questo sport hanno tenuto a rimarcare il ruolo possente svolto dal Cricket nella società pakistana, ed all'interno del Commonwealth tutto. Colpendo dei giocatori stranieri in visita i terroristi hanno sparato ad uno dei pochi corridoi rimasto aperto tra paesi le cui classi politiche fanno di tutto per tenere divisi.

In Italia il Cricket non ha molti estimatori, se si escludono gli immigrati dal subcontinenti, un manipolo di sciamannati come il sottoscritto e pochi cosmopoliti che hanno saputo intuire il fascino di questo gioco raffinato. Uno di questi è Sua Eccellenza l'Ambasciatore Bruno Bottai, da molti anni nume tutelare del Cricket italiano.

A Roma, oltre alle partite giocate da cittadini del subcontinente a Villa Pamphili, gioca, all'interno dell'Ippodromo, la squadra delle Capannelle.

http://www.crickitalia.org/HomeItaliano.htm

Foto dal sito: http://leewisecc.com/

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mercoledì 4 marzo 2009, posted by vito.cirillo at 11.52
Il socialista ed ex-partigiano Sandro Pertini, fu il settimo Presidente della Repubblica italiana.
Uomo di grande moralità e di straordinaria umanità, Pertini aveva un carattere non facile: qualche volta, era irruento e perfino irascibile. Fu però molto amato dagli italiani (tra i Presidenti della Repubblica, in tal senso, non ebbe e non ha rivali). Una volta disse:

il miglior modo di ricordare i morti è fare qualcosa per i vivi


E' una frase che suona come una critica per tante celebrazioni retoriche in onore dei morti che fanno spesso perdere il senso e l'importanza di fare invece cose utili ai vivi. Si pensi ai militari, ai carabinieri, ai poliziotti, ai finanzieri, ai pompieri che perdono la propria vita nell'esercizio quotidiano delle proprie funzioni. I loro congiunti vivi (vedove, orfani, etc...) meriterebbero molte più attenzioni e solidarietà da parte delle autorità pubbliche.

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, posted by vito.cirillo at 11.45
Nella storia delle origini del socialismo italiano, l'emiliano Camillo Prampolini ha un posto fondamentale. Fu tra i fondatori, nel 1892, del Partito dei Lavoratori che tre anni dopo assunse il nome di Partito Socialista Italiano.
Rivoluzionario anomalo, spesso entrava nelle chiese e invitava i fedeli ad uscire per adorare Dio all'aria aperta, nei bei campi che aveva creato. Fu tra quelli che ispirarono la tesi secondo la quale Gesù Cristo fu il primo socialista della storia. Uomo di certa moralità e di profondo senso della giustizia, Prampolini è uno di quei personaggi che non vanno mai dimenticati e che vanno sempre onorati. Quest'anno, ricorre il 150esimo anniversario della sua nascita.

Immagine di www.labouratorio.it

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martedì 3 marzo 2009, posted by roberto.bonuglia at 12.50
L’area mitteleuropea è la regione centrale del Vecchio Continente da sempre crocevia di razze e popoli diversi, di religioni e lingue differenti, di esperienze culturali che, pur nella loro inevitabile diversità, trovarono nella scuola filosofica e scientifica tedesca l’humus naturale nel quale radicare le proprie ragioni d’essere offrendo al mondo intero una visione laica e scientifica dei problemi umani e sociali, politici ed economici. D’altra parte non sarebbe troppo ardito sostenere che l’«eurocomunismo» sia in realtà pura tautologia, in quanto Marx apparteneva alla cultura mitteleuropea e pertanto può essere definito paradossalmente il «primo eurocomunista»: il più grave danno per il marxismo fu proprio la sua versione «leninista» e la sua traduzione pratica in chiave «slava e messianica» operata dall’ex seminarista ortodosso Stalin.

L’Unione Sovietica e i paesi del blocco orientale e la loro fine sono infatti ancora oggi la palese testimonianza del totale fallimento di questa «incauta» traduzione, a causa della ottusità culturale che animava i dirigenti dei partiti comunisti dell’Est europeo, che non hanno avuto mai l’intelligenza politica e la serietà morale di capire la sostanza della cultura e della società europea. Preferirono piuttosto continuare a umiliare l’intelligenza dei popoli di un’Europa ricca di valori in nome del l’imperialismo russo, rifugiandosi dietro gli slogans «pseudo-proletari» di un’egemonia compromessa.

Ciò che sfuggì alle elite dirigenti sovietiche fu il fatto che l’Europa non aveva prodotto soltanto la borghesia, il capitalismo, il fascismo e il nazionalsocialismo; Marx non era nato a Vladivostock. La vocazione dell’Europa è sempre stata e sempre sarà l’equidistanza dalle superpotenze dei due blocchi USA e URSS, la sua identità la creazione di un nuovo progetto di società, che continuiamo a ritenere volga inevitabilmente e indissolubilmente verso il Mediterraneo.

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, posted by roberto.bonuglia at 12.24
Cos’era la teoria della «Terza Via» elaborata da uno studioso come Karl Mannheim, morto nel 1947, che la espose nell’opera «Libertà, potere e pianificazione democratica» e che tanto fece discutere negli Anni Sessanta e Settanta prima di cadere completamente nel dimenticatoio ed essere liquidata con sufficienza come irrimedibilmente utopica?

Pubblicata postuma negli Anni Cinquanta, la teoria della «Terza Via» fu severamente criticata dai partiti comunisti in quanto considerata una «ideologia portante della socialdemocrazia europea», all’epoca uscita da poco dalla «svolta» di Bad-Godsberg (su torneremo tra qualche giorno). Sarebbe giunto il momento di rivedere, alla luce (o se si preferisce all’ombra) della crisi economica mondiale, questo giudizio all’epoca espresso frettolosamente, frutto di una visione dogmatica e settaria del marxismo e della funzione del movimento operaio nell’Europa Occidentale e non solo.
Avvicinare con mente critica il pensiero e l’opera di Mannheim significa rivisitare il tessuto dell’area culturale mitteleuropea, che si sviluppa tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento lungo il «bacino danubiano» comprendendo intellettuali di diverse nazioni; la lingua comune per ovvie ragioni storiche e in parte etniche è quella tedesca. Per intenderci è sufficiente citare uomini come Wilhelm Dilthey, Max Weber e Gyòrgy Lukacs, di cui fu amico e collaboratore lo stesso Mannheim, prima di emigrare nei paesi anglosassoni.

Mannheim partiva proprio dalla consapevolezza della ricchezza culturale e umana del Vecchio Continente, umiliato nella sua libera creazione di valori che vanno, come la storia dimostra, dal fascismo e dallo stalinismo, dall’irrazionalismo volontaristico di destra all’inflessibilità burocratica dell’estrema sinistra. L’Europa è, infatti, una realtà storica molto complessa ed articolata, che sfugge a modelli sociali partoriti da una visione dogmatica del mondo. Mannheim rivendicava alla scienza sociale il ruolo di comprensione e di interpretazione critica e di rielaborazione di nuovi modelli sociali, che avrebbero espresso altresì la complessità e l’articolazione della vita associata europea.
In Mannheim si nota il vigore critico della sua originaria ispirazione marxista, il senso della storia ereditato da Dilthey e da Weber, il valore dell’esperienza sociale mutuato dal pragmatismo di James e Peirce, la dimensione pedagogica dei problemi politici e sociali assimilata dal grande pedagogista americano Dewey. Su quest’ultimo punto è importante porre l’accento, in quanto egli fa sua una costante del pensiero pedagogico: il rapporto dialettico tra «progetto sociale» e «progetto educativo», espresso dai padri fondatori della pedagogia moderna e contemporanea.
Desta inoltre estremo interesse la sua non-identificazione dell’ideale di democrazia con l’ultima fase dell’oligarchia e del capitalismo monopolistico. C’è in lui la cosciente consapevolezza dell’ambiguità della borghesia, che nata nella democrazia, si rese complice della più nefasta delle dittature: il fascismo. Da queste premesse assai ampie e da orizzonti storici ben definiti parte l’elaborazione di un nuovo progetto politico, sociale ed educativo: la «Terza Via» che è possibile realizzare attraverso l’uso dell’intelligenza e della fantasia. Viene spontanea una riflessione nei confronti di una certa nostra classe dirigente, che ha scambiato l’intelligenza per l’astuzia e il piccolo cabotaggio politico, dissipando i valori ideali e le energie morali di un popolo come quello italiano, assetato di pulizia e onestà, vessato dai vecchi e dai nuovi prepotenti.

Mannheim introduce nella sua ricerca un altro elemento importantissimo: la pianificazione democratica, come strumento della progettazione e della costruzione sociale. Egli si rende conto che il liberismo è finito, ma non i valori di libertà e di democrazia. Di conseguenza, lo scopo della nuova impresa è edificare una società democraticamente pianificata fondandola sul compromesso, che non significa necessariamente debolezza e rinuncia di fronte ai mali, ma discussione e confronto sui problemi e sulle soluzioni, accettazione del valore umano, sociale e politico della cooperazione di tutti i cittadini in una comune responsabilità.
Sarebbe interessante verificare le affinità e le diversità con il concetto di blocco storico, espresso da Gramsci nei suoi Quaderni. Le linee direttrici del nuovo lavoro sono ben definite da Mannheim secondo il quale è necessario PIANIFICARE per raggiungere una serie di obiettivi quali: la libertà nel controllo democratico; il bene comune, non al servizio di oligarchie finanziarie; la giustizia sociale contro ogni forma di sfruttamento; una società pluriclasse, garanzia di un reale pluralismo politico e culturale; nuovi «standards» culturali, escludendo il livellamento verso il basso; evitare i pericoli di una società massificata; l’equilibrio tra potere centrale e autonomia locale; lo sviluppo, con lo scopo di edificare un socialismo dell’opulenza e non della miseria;

Un nuovo progetto di società doveva, dunque, secondo Mannheim, fondarsi su una progettazione del reale e del sociale, la cui natura doveva essere essenzialmente democratica, fondata cioè sul più ampio consenso e sulla partecipazione sostanziale alla vita e al controllo sociale.
L’unità e l’omogeneità di una classe dirigente democratica non avrebbe dovuto essere basata su un «credo», ma sul rapporto dialettico con la realtà in movimento e sulla capacità di elaborare risposte e soluzioni, nella prospettiva politica della società pianificata nella libertà.

Parlare ieri come oggi di queste cose, significava contribuire ad impostare seriamente il dibattito tra le forze politiche, soprattutto quelle della sinistra laica e marxista. Era uno stimolo per la sinistra, minata già allora da una certa mediocrità culturale, era un invito per gli intellettuali, non di rado senza il coraggio della critica e del dissenso dal generale squallore dell’orizzonte culturale italiano. Era l’occasione per iniziare a pensare l’elaborazione di una nuova politica della trasformazione sociale e storica. Era l’occasione per la formulazione di un «New Deal» della politica italiana ed europea.

Era.... O è ancora?

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lunedì 2 marzo 2009, posted by vito.cirillo at 11.07
La religione del Giappone è lo scintoismo. E' una religione naturalistica e politeistica nella quale la liturgia ha lo scopo di perseguire la purezza rituale e fisica, non quella morale.
Secondo questa religione il potere dell'Imperatore è di origine divina: deriva da una divinità solare, tanto è vero che il Giappone era definito l'impero del Sol Levante.
Per questo la figura dell'Imperatore era circondata da sacralità. Lo scintoismo diventò culto di Stato nel 1900. Dopo la Seconda guerra mondiale, il generale Mac Arthur tolse all'Imperatore la prerogativa sacra, umanizzandolo. E' così anche oggi, anche se la figura imperiale è sempre circondata da grande onore e rispetto.
Lo scintoismo ha sempre alimentato il profondo sentimento nazionalistico dei giapponesi.

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, posted by vito.cirillo at 11.00
Dopo la Seconda guerra mondiale, la Corea fu divisa in due parti: quella settentrionale, sotto l'Unione Sovietica, diventò la Repubblica Popolare di Corea, guidata da Kim Il Sung; quella meridionale, sotto gli Stati Uniti, diventò la Repubblica di Corea.
La Corea del Nord con gli anni è diventata anche una potenza nucleare. George W. Bush l'aveva compresa tra gli "stati canaglia". Hillary Clinton, nel suo viaggio in Asia, si è proposta anche di far progredire i rapporti ed i negoziati con questo stato per favorirne il disarmo nucleare. Inoltre, si è proposta di far migliorare i rapporti fra la due Coree, che sono stati sempre tesi, contrassegnati spesso da invettive reciproche soprattutto da parte della Corea del Nord.

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domenica 1 marzo 2009, posted by vito.cirillo at 17.18
Certe figure eroiche non dovrebbero essere mai dimenticate: una di queste è sicuramente il greco Alekos Panagulis.
Egli si oppose alla dittatura dei colonnelli instaurata in Grecia nel 1967. Fondò il movimento "Resistenza Ellenica" che si oppose alla spietata dittatura dei militari greci. Nel 1968, compì un attentato che non riuscì per il quale fu arrestato e torturato crudelmente dagli aguzzini del dittatore Papadopulos. Panagulis fu esule politico, e soggiornò anche nel nostro paese. Morì in un incidente automobilistico (secondo alcuni un vero e proprio attentato) nel 1976 a 37 anni. Fu il grande amore di Oriana Fallaci che gli dedicò il bellissimo libro intitolato "Un uomo". La Fallaci si innamorò di Panagulis perché ne apprezzava il coraggio ma anche il profondo amore per la libertà che lo aveva portato a resistere e superare le torture dei militari nei giorni in cui della libertà fu privato.
In un mondo senza tanti eroi, quelli veri vanno riconosciuti e onorati.

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, posted by David.Rettura at 16.34

Il 25 febbraio è mancato Philip Jose Farmer, uno dei maggiori scrittori di fantascienza del Novecento, da annoverare senza paura nel Pantheon ristretto dei grandi della letteratura, ma le lodi e le analisi le lascio ad altri; io voglio solamente ricordare come uno dei suoi cicli di romanzi tra i più noti mi abbia segnato.

Sto parlando del ciclo del mondo del fiume, Riverworld nella sua edizione originale.

In questi romanzi Farmer racconta di un mondo composto essenzialmente dalle sponde di un interminabile fiume sul quale vengono chiamati a vivere, in un dato momento, tutti coloro che in ogni epoca sono già esistiti sulla terra, come ad avere una seconda chance. I personaggi sono tantissimi (anzi come si legge in una piccola nota ad una delle edizioni Mondadori del primo volume, "anche se non venite nominati, ci siete anche voi"), alcuni di fantasia, come un'alter ego dello scrittore, ed altri realmente esistiti; tra questi ricoprono un ruolo centrale, tra gli altri, Samuel Clemens, ovvero Mark Twain, Hermann Goering ma soprattuto Richard F. Burton, il famosissimo esploratore inglese che contribuì alla scoperta delle sorgenti del Nilo , partecipò ad un pellegrinaggio alla Mecca, ha lanciato in occidente le Mille e una notte ed il Kamasutra ed è poi venuto a morire a Trieste nel 1890.

Il ciclo di romanzi racconta l'esperienza di vita che tutti rifanno sulle sponde del fiume dove nessuno muore mai davvero, e dove gli uomini trovano modo di perpetrare nuovamente gli errori della civiltà con la sua dissolutezza e la sua violenza, ma anche di lanciarsi in imprese epiche, come giungere, ma altro non dico, alle sorgenti del fiume, per...

Da quando il ciclo è entrato nella mia vita ho cominciato a leggere altri libri di Farmer, collezionare quelli di Burton, guardare in maniera al lavoro di Twain ma anche a cercare qualcosa dentro e fuori di me.

P.S.: Inutile cerchiate i libri del ciclo in libreria, da un po' sono fuori catalogo, se vi interessa spulciate le bancarelle che vendono vecchi Urania, quelli piccoli, bianchi con il cerchio.

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