sabato 28 febbraio 2009, posted by khayyamsblog@gmail.com at 19:16
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Era l'ottobre del 2000 quando, anche nel nostro paese, dopo il successo americano del Big Brother, sbarcò il programma televisivo "trash" per eccellenza, il Grande Fratello. Un vero e proprio reality show in cui dieci ragazzi erano chiamati a vivere (o meglio convivere) in una casa ripresi in ogni punto dalle telecamere, accese giorno e notte.
Ci furono molte critiche e molte polemiche, ma ben presto la trasmissione divenne un grande successo. I personaggi della prima edizione divennero ben presto delle "icone". In termini di stereotipi, infatti, ve ne era davvero per tutti i gusti: dal belloccio palestrato (Taricone), al pizzettaro napoletano (Salvo), dalla gattamorta aspirante velina (Marina La Rosa) alla vincitrice a sorpresa destinata al ruolo di meteora (Cristina). Era l'anno del "Giubileo" e, nonostante ciò, il Grande Fratello entrò comunque nelle case degli italiani, diventando di fatto la trasmissione più longeva del terzo millennio.
In queste settimane, ad esempio, si sta svolgendo la nona edizione. Il prossimo anno, entreremo nel decennio. Ci sarà da aspettarci brevi e meno brevi "storie" della trasmissione, veri e propri caroselli del trash all'italiana che, alla fine, però, quasi tutti hanno visto almeno una volta...

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, posted by roberto.bonuglia at 11:03
Si parla e si ragiona, ormai da qualche mese, della crisi economica mondiale. In realtà, essa non è un fatto nuovo come nuovi non sono i rimedi proposti dal gotha dell'economia mondiale e auspicati recentemente dal profeta dell'ottimismo politico, il neo presidente statunitense Obama.
In verità, infatti, è dal 1970 che è incominciata, nei paesi occidentali, una fase di flessione nel ritmo di crescita del prodotto nazionale lordo (PNL). Il "prodotto nazionale" è il valore di tutte le merci e di tutti i servizi che si producono; "lordo" significa che non c’è stata la detrazione degli ammortamenti; vale a dire di quell’aliquota che deve essere messa da parte per ricostituire il logoramento degli impianti per la produzione. Con la flessione nel ritmo di crescita del prodotto nazionale lordo si è avuta come conseguenza la disoccupazione. Le tabelle e i grafici forniti dagli economisti sono, al riguardo, prove incontestabili.

La crisi, dunque, iniziò negli Stati Uniti, nel 1969. Ma in un periodo di crisi come quello di allora e come quello attuale, quali sono gli orientamenti degli economisti? Di solito, ritornano in auge le idee improntate al liberismo, ossia al gioco spontaneo delle forze di mercato; viene sconfitto il dirigismo ossia una forma di intervento dello Stato nei processi economici.
L’economista svedese Gunnar Myrdal, ad esempio, nell’opera «Teoria economica e regioni sottosviluppate», aveva posto in risalto gli effetti negativi del liberismo nel commercio internazionale perché esso, a suo dire, aggravava l’ineguaglianza di ricchezze fra paesi sviluppati e paesi sottosviluppati. Bisognava, piuttosto, operare «una forte spinta» nel commercio internazionale: esso doveva, in qualche modo, essere diretto dalle nazioni più sviluppate per ridurne il divario. Questa teoria non solo non è ben vista per quanto riguarda l’economia internazionale ma viene contestata per quanto riguarda i processi economici nazionali.

Fanno da contralatre a questa impostazione le dottrine economiche di Marshall, Pigou, Schumpeter per i quali non c’è conciliazione fra interesse individuale e interesse sociale. I singoli imprenditori, cioè, si interessano al prodotto netto privato (a quello realizzato dopo aver detratto le spese per conseguirlo) della loro attività, non a quello sociale. Per non deprimere «il sociale» a favore esclusivamente del «privato», alcuni economisti tra cui Bergson, Samuelson, Arrow avevano proposto la teoria del «benessere sociale». Essi avevano studiato un metodo per passare dal sistema di preferenze individuali — teorizzato da Marshall, Pigou, Schumpeter — una definizione del sistema preferenziale della collettività nel suo insieme. Sarà però l’inglese John Maynard Keynes, con la sua opera «Teoria generale dell’occupazione, interesse e moneta», a sforzarsi di armonizzare la logica del profitto privato e vantaggio pubblico della collettività, in una economia moderna.
Per Keynes questi sono i punti fondamentali in base ai quali deve vivere una economia moderna:

1) mettere da parte l’idea del «lasciar fare», cioè del libero gioco di mercato
2) il non nutrire fiducia nella naturale tendenza all’equilibrio più vantaggioso per la collettività che sarebbe insita in una economia concorrenziale
3) indicare le componenti fondamentali del sistema che la politica economica deve tentare di influenzare per assicurare il miglior funzionamento di un meccanismo, il quale non può raggiungere tale obiettivo da solo.

L’economia politica perciò deve assicurare un livello adeguato alla domanda effettiva soprattutto per quanto riguarda l’investimento, sostenendone con misure monetarie, fiscali, doganali e d’altro genere il livello adeguato a realizzare una piena occupazione.
Componenti fondamentali del meccanismo economico sono il mondo imprenditoriale e quello sindacale, al contrario di ciò che accadeva in una economia socialista dove vigeva il criterio, ormai definitivamente superato della pianificazione centralizzata. Oskar Lange, a tale riguardo, propose nel 1936 l’introduzione del profitto d’impresa anche nell’economia socialista (la differenza starebbe nel carattere pubblico della proprietà di questa). Nell’economia occidentale risulta perciò indispensabile, per un sano sviluppo di essa, il ricorso alla programmazione lineare che tenda ad eliminare comportamenti miopi ed egoistici delle due componenti fondamentali: l’imprenditoria e il sindacato. Sembra che questa sia la strada si voglia di nuovo intraprendere.
(foto seguente di Chiara Lalli)

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venerdì 27 febbraio 2009, posted by vito.cirillo at 12:43


Il pentecostalismo moderno nacque nei primi anni del secolo scorso, negli Stati Uniti. I pentecostali credevano e credono nella "discesa dello Spirito Santo" nei credenti e nei miracoli da Lui operati.
Dali Usa il pentecostalismo si diffuse un po' in tutto il mondo: anche in Italia sorsero numerose chiese pentecostali sotto la denominazione di Assemblee di Dio in Italia. Attualmente fra molti immigrati africani presenti nella Penisola il pentecostalismo si è molto diffuso e sono sorte molte chiese pentecostali africane. Il culto dei pentecostali africani risente della mentalità e della cultura africana, con tutte le sue tradizioni. Si danza, si suonano tamburi e si invoca Dio con grida che salgono al cielo.
Queste "realtà" pentecostali e africane allo stesso tempo, si stanno diffondendo molto nel nordest, dove maggiore è la presenza di immigrati senegalesi, camerunensi, ghanesi e più in generale, africani.

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, posted by vito.cirillo at 12:23
La cultura può essere un antidoto contro l'odio nazionalistico e la discriminazione razziale. E' bene che gli uomini di cultura si diano da fare per contrastare la deriva del rancore e del risentimento che incattivisce gli uomini e li trasforma in nemici l'uno dell'altro.
Perciò, poeti, scrittori, filosofi, uomini di scienza e di spettacolo, facciano sentire la loro voce e si adoperino per sconfiggere l'insana radice dell'odio che è nel cuore dell'uomo.
In Israele, a Giaffa (Tel Aviv), è nata una compagnia teatrale composta da attori israeliani e palestinesi. Essi danno vita a spettacoli in cui cercano di far prevalere i sentimenti che uniscono rispetto a quelli che dividono. Questi esperimenti teatrali hanno riscosso un buon successo tanto che la compagnia ha deciso di tenere spettacoli anche all'estero (passerà anche per Napoli).
E' qualcosa di apprezzabile da incoraggiare senza alcuna riserva. E' anzi augurabile che vengano fatti altri tentativi del genere.

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, posted by vito.cirillo at 10:34
Le alture del Golan si trovano al confine fra Israele e la Siria. Con la Guerra dei Sei Giorni del 1967, Israele occupò le alture che facevano parte del territorio siriano.
Ora, esse sono oggetto di un contenzioso nelle trattative di pace che si stanno svolgendo tra Israele e Siria. Da recenti studi archeologici si è scoperto che vicino alle alture del Golan fece dei miracoli Gesù Cristo. La prima moltiplicazione dei pani e dei pesci (5 pani e 5 pesci) da parte di Gesù Cristo sarebbe avvenuta alle pendici desertiche delle Alture di Golan, esattamente a est, in un luogo non distante dal Mar di Galilea detto anche Lago di Tiberiade.

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, posted by roberto.bonuglia at 01:49
Carl Gustav Jung (Kesswil, 26 luglio 1875 – Küsnacht, 6 giugno 1961) è stato uno psichiatra e psicoanalista svizzero. La sua tecnica e teoria di derivazione psicoanalitica è chiamata "psicologia analitica". Inizialmente fu vicino alle concezioni di Sigmund Freud ma se ne allontanò definitivamente nel 1913, dopo un processo di differenziazione concettuale culminato con la pubblicazione, nel 1912, dello studio "La libido: simboli e trasformazioni". In questo libro egli esponeva il suo orientamento, ampliando la ricerca analitica dalla storia personale del singolo alla storia della collettività umana. Secondo Jung l'inconscio "non è più solo quello individuale, prodotto dalla rimozione, ma nell'individuo esiste anche un inconscio collettivo".

In questo documentario una breve ma significativa ricostruzione della sua opera.











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giovedì 26 febbraio 2009, posted by vito.cirillo at 11:59
Sergio Endrigo è stato uno dei più grandi cantautori italiani, un poeta della canzone.
Indimenticabili sono alcune sue canzoni: Io che amo solo te, Teresa, Canzone per te, L'arca di Noè.
Scrisse anche delle deliziose canzoni per i bambini, che egli amava tanto.
Chi scrive, lo ha incontrato nel 1995, in via del Babuino, a Roma. Ci intrattenemmo per più di una mezz'ora. Ci eravamo incontrati da poco, ma sembrava ci conoscessimo da anni. Era un uomo timido, introverso, di animo molto sensibile. La cosa che mi sorprese di più? La sua umiltà.
Aveva avuto un successo mondiale, aveva vinto un festival di Sanremo con la splendida Canzone per te, ma non sembrava importarsene. Non condivideva l'esagerata ammirazione, che spesso diventava frenetica ed isterica, dei giovani per i cantanti ed i complessi musicali, mentre venivano emarginati i poeti. Poi, ci salutammo.
Endrigo, con la testa bassa, trascinava un pò stancamente i suoi piedi sul marciapiede. Era incurante di tutti quelli che lo riconoscevano e si fermavano a guardarlo.

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mercoledì 25 febbraio 2009, posted by vito.cirillo at 16:30
Due giornalisti italiani hanno scritto due libri dedicati a personaggi della vita politica italiana.
Il primo, Sebastiano Messina, della Repubblica, ha scritto un libro intitolato Il Presidente Bonsai. Si tratta dell'attuale Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Il giornalista analizza certi comportamenti tipici del personaggio: il goliardismo che talvolta lo porta a rompere i protocolli ufficiali, le sue gaffe, un certo presumere che lo porta a ritenere l'Italia più grande delle considerazioni in cui realisticamente è tenuta. Si pensi, ad esempio, che il nuovo presidente americano Obama, prima delle elezioni statunitensi, è venuto in Europa recandosi a Parigi e Berlino, escludendo però Roma...

Il secondo giornalista è Massimo Franco del Corriere della Sera che ha scritto un libro dal titolo inequivocabile: Andreotti. E' una biografia particolareggiata del politico democristiano che è stato, lo ricordiamo, per ben sette volte Presidente del Consiglio. Si rievocano fatti, episodi, che hanno caratterizzato la vita politica di Andreotti. Si parla anche del suo privato e della sua famiglia. Andreotti è stato l'uomo politico più vicino alla Chiesa Cattolica. Proverbiale alcune sue frasi: "Il potere logora chi non ce l'ha", "A pensar male, si pecca, ma spesso si indovina".

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martedì 24 febbraio 2009, posted by vito.cirillo at 13:16
La politica estera del nuovo Segretario di Stato della presidenza Obama, Hillary Clinton, nella foto qui abbracciata giovanissima da un altrettanto giovane Bill, inizia con una visita in Oriente.
Questo sta a dimostrare la priorità che per Obama ha la situazione orientale nella sua politica estera.
La Clinton va prima in Giappone e poi in Cina.Il primo è il paese da sempre alleato nella "guerra fredda" degli americani in Asia. Per gli Usa esso ha una importanza strategica fondamentale, anche se ora il paese nipponico attraversa una grave crisi economica. La seconda visita riguarda la Cina, la nazione più potente dell'Asia con la quale Obama vuole migliorare ancora di più i rapporti conscio del fatto che la Cina possiede una grande percentuale dei titoli di stato americani alimentando in buona parte il debito degli Usa.

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, posted by vito.cirillo at 12:51
I soldati italiani sono presenti in Afghanistan dal 2001. Fanno parte del contingente internazionale creato dopo che furono sconfitti i talebani. Gli italiani, come gli altri soldati di altre nazionalità che formano il contingente, sono stati inviati in missione di pace.
A detta del Ministro della Difesa, Ignazio La Russa, però, le cose non stanno proprio così: i militari italiani si trovano in zone di guerra e sono esposti a gravi pericoli che crescono di giorno in giorno.
Ora che Obama vuole rafforzare la presenza militare nel paese, anche il governo italiano dovrà fare la propria aumentando il numero dei soldati in quelle zone. In questo modo, pero, i rischi aumenteranno ancora di più...

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, posted by vito.cirillo at 12:44
In Venezuela è passata la riforma costituzionale promossa dall'attuale presidente Hugo Chavez. Secondo questa riforma non c'è più alcun limite al numero di anni di mandato presidenziale.
Chavez potrà dunque presentarsi come candidato fino a quando vorrà (se Dio glielo permette...sono parole sue).
Chavez è la "punta avanzata" di quei regimi di sinistra che si sono diffusi in Sudamerica, al contrario dell'Europa dove si sono diffusi regimi di destra. Chavez vuole attuare una rivoluzione popolare che faccia progredire il Venezuela sia dal punto di vista economico sia da quello sociale. Attualmente, però, questo suo progetto è ritardato e limitato dal fatto che il prezzo del petrolio è crollato al di sotto della soglia di 40 dollari a barile. Il petrolio è l'unica vera ricchezza del Venezuela che fu tra i primi paesi ad entrare nell'OLP. Questo impoverimento del paese renderà molto più difficile la riforma relativa al suo programma in favore del popolo. Potrebbero essere in futuro manifestazioni contraria dovute allo scontento.

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lunedì 23 febbraio 2009, posted by vito.cirillo at 15:28
In Israele, le elezioni politiche del 10 febbraio 2009 hanno dato un verdetto che sembra una condanna: il partito laburista o socialista non è più uno dei due grandi partiti del paese.
E' infatti solo il quarto partito, superato perfino da un partito di recente costituzione quale "Israele Casa Nostra" dell'ultra nazionalista Liebermann. Il partito laburista di Ben Gurion, il fondatore dello stato di Israele, è ormai un'appendice nella vita politica israeliana nella quale la destra e il centro possono fare il bello ed il cattivo tempo.
E' molto triste constatare il declino del socialismo israeliano che ha dato tanto alla storia del paese e dal quale sono venuti fuori grandi leader come Golda Meir, Moshe Dayan, Isaac Rabin e lo stesso Ben Gurion. Con il socialismo Israele ha progredito in tutti i campi ed è diventato un grande e potente paese. L'augurio è che sappia esprimere di nuovo grandi leader che riportino il partito agli antichi trionfi.

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, posted by vito.cirillo at 10:36
Ci possono essere vari tipi di fanatismo: religioso, ideologico, nazionalistico, razziale.
Qualche volta il fanatismo può trascendere e diventare omicida. E' sempre da evitare perché si fonda sulla presunzione di possesso della verità e sull'intolleranza.
Diventa però assolutamente deprecabile e condannabile quando produce odio omicida. Nella storia recente del Medio Oriente il fanatismo omicida ha fatto due grandi vittime, due costruttori di Pace. Il primo fu l'egiziano Anwar Sadat che agli occhi dei fanatici ebbe il torto di fare la pace con Israele, nel 1978. Per questo, nel 1981, fu ucciso in un complotto ordito da fanatici islamici.
Il secondo è l'israeliano Isaac Rabin che ebbe il torto di fare la pace con Yasser Arafat nel 1994 (la "pace" da cui nacque l'ANP). Nel 1995, Rabin fu assassinato da un fanatico giovane ebreo ortodosso, Igar Amil.
Due grandi uomini vittime dell'odio prodotto dal fanatismo, dunque. Due grandi uomini che hanno versato il loro sangue nel difficile percorso della pace in Medio Oriente.

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venerdì 20 febbraio 2009, posted by David.Rettura at 19:52

Il Festival di Sanremo diventa [...] l'unico grande appuntamento in diretta della programmazione annuale del palinsesto televisivo. Sul piano artistico la Storia del Festival è in primo luogo la storia dell'adattamento tra un evento, nato e concepito per la radio, e la ripresa televisiva; sul piano sociale essa è anche la storia di una progressiva unificazione del pubblico che vede rispecchiati i suoi gusti musicali. [...]

Dopo l'esordio televisivo, durante gli anni sessanta, il Festival di Sanremo è il complemento essenziale di tutta la strategia dello spettacolo leggero; punto di incontro tra fedeltà alla tradizione ed istanze di rinnovamento

F. Monteleone, Storia della radio e della televisione in Italia, Marsilio, Venezia, 1999, p.348.


Queste parole del compianto Franco Monteleone chiariscono bene la natura assunta dal Festival della Canzone Italiana attraverso gli anni.

Il Festival è un evento che si è modellato come prettamente televisivo, all'interno di quella liturgia annuale del tubo catodico che cominciava il 6 gennaio con il rosario di biglietti della lotteria Italia abbinati ad un cantante, un funambolo od un mimo nella notte dell'Epifania; proseguiva con la settimana del Festival, riprendeva vigore in tarda primavera con le oltre venti tappe del Giro, talvolta gratificato da madre natura di qualche tappa innevata per costruire le leggende che tanto hanno fatto grande lo sport del pedale; ad anni alterni le Olimpiadi ed i Mondiali di calcio si rincorrevano a scandire i nostri anni anche nel ricordo, con Giochi senza Frontiere a fare da punto fermo con la carnevalata di sagra paesana che ha costruito l'Europa dei campanili prima di quella della moneta; Alle porte dell'autunno, puntuale come la vendemmia e come questa dal risultato spesso imponderabile, arrivava Miss Italia, che da molti anni interessa più mamme in età che ragazzotti in età da moglie, con le risposte stantie delle concorrenti che risultano credibili solo in bocca a Katia e Valeria; si finiva con il televeglione di capodanno, sempre simile a quello farlocco di Fantozzi, con l'allegria simulata di cantanti che avevano avuto miglior fortuna in anni lontani che finivano a cantare sempre il loro successo tormentone inossidabile.

Arrivato oggi alla quinta fase, sembra essere stato baciato da un nuovo successo di pubblico, anche se saranno poi le vendite dei cd od i download, più o meno legali, a dirci se la musica italiana è uscita dalla crisi o quanto meno ha preso una boccata d'aria, oppure se questi dati di ascolto sono figli di un ritorno del paese ad antiche certezze, parte anch'essi di un vento conservatore e per certi versi qualunquista che spira nel paese, o da ultimo se tutto è solo conseguenza di un inverno particolarmente freddo e nevoso che scoraggia ad uscire.

Certo sono sicuramente lontani i tempi in cui Sanremo, archiviata la fase primordiale delle papere, delle rose delle mamme e delle colombe, diede, da Modugno a Celentano, la direzione alla musica leggera durante gli anni del boom fino alla contestazione, primo luogo in cui, con la Cinguetti, si imposero i giovani con le loro paure, così come sono lontani ormai gli anni dopo il decennale declino dei settanta, quando il voto con le schedine del totip ed il transitare poi di nomi già grandi in cerca di un rilancio sotto ali nuove avevano portato nuova linfa alla competizione.

Oggi la musica segue altre vie, come X-factor, e persino lo Zecchino d'oro riesce a mantenerle un posto più importante nella sua geometria, ma quanto il Festival abbia pervaso a fondo il paese e coloro che ci vivono lo lasciamo illustrare a poche righe di Enrico Lucherini, il padre dei Press-agent italiani, che ne ha raccontato l'ascendente su un mostro sacro dell'alta cultura del Novecento, Luchino Visconti:

...ma ogni anno l'appuntamento principe erano le tre trasmissioni del Festival di Sanremo. Luchino disponeva decine e decine di cuscini per terra, metteva il televisore al centro del salotto e ci godevamo lo spettacolo, come fossimo a teatro. Aveva una specie di mania per le canzonette e i cantanti italiani...

E. Lucherini, in E.Lucherini-M.Spinola, C'era questo, c'era quello, Mondadori, Milano, 1984, p. 106.

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giovedì 19 febbraio 2009, posted by vito.cirillo at 12:08
In un articolo de «L’Ordine Nuovo» del 5 maggio 1921, Antonio Gramsci scriveva:

«I futuristi hanno svolto questo compito nel campo della cultura borghese: hanno distrutto, distrutto distrutto, senza preoccuparsi se le nuove creazioni, prodotte dalla loro attività, fossero nel complesso, una opera superiore a quella distrutta: hanno avuto fiducia in sé stessi, nella foga delle energie giovani, hanno avuto la concezione netta e chiara che l’epoca nostra, della grande industria, della grande città operaia, della vita intensa e tumultuosa doveva avere nuove forme di arte, di filosofia, di costume, di linguaggio: hanno avuto questa concezione nettamente rivoluzionaria, assolutamente marxista, quando i socialisti non si occupavano neppure lontanamente di simili questioni, quando i socialisti certamente non avevano una concezione precisa nel campo della politica e dell’economia, quando i socialisti si sarebbero spaventati (e si vede dallo spavento attuale di molti di essi) al pensiero che bisognava spezzare la macchina del potere borghese nello stato e nella fabbrica».

Il futurismo, quindi, secondo Gramsci, ha i caratteri di un movimento rivoluzionario in quanto ha distrutto contenuti, forme e schemi dalla tradizione culturale aprendo la strada ad un tipo di arte del tutto nuova. La cultura proletaria avrebbe dovuto sviluppare e rafforzare le indicazioni della rivoluzione futurista: bisognava far nascere un tipo di cultura totalmente diversa da quella borghese, spezzando le distinzioni di classe e il carrierismo borghese. Sarebbero dovuti nascere una poesia, un romanzo, un teatro, un costume, una lingua, una pittura, una musica che avrebbero dovuto essere adeguato ornamento della società proletaria. Gramsci si augurava che si realizzasse una cultura proletaria, creata dagli operai stessi. Nel manifesto del futurismo, elaborato da Filippo Tommaso Marinetti, a Parigi, il 9 febbraio del 1909, tra le altre cose, erano contenute queste finalità artistiche: «Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla rivoluzione nelle capitali moderne; canteremo il vibrante “fervore notturno degli arsenali e dei cantieri”». Questo programma, cosi innovatore e cosi sensibile alla realtà industriale e, quindi, operaia che andava emergendo nella società, fece nascere, tra i marxisti italiani (e non solo italiani), la convinzione che si avesse a che fare con un’arte rivoluzionaria, assolutamente marxista come scrisse Gramsci. Perfino Giuseppe Prezzolini, in un articolo pubblicato ne «Il Secolo» del 3 aprile 1923 e intitolato «Fascismo e Futurismo», affermò: «La fabbrica è stata la sorgente delle idee politiche bolsceviche; ed è stata la inspiratrice dell’arte futurista». Tale realtà industriale ed operaia non trovava alcuna eco nei movimenti artistici tradizionali, in cui prevalevano con tenuti sentimentalistici, intimistici, individualistici, arcadici. La città, con le sue esigenze e con i suoi problemi, era ignorata: i letterari erano impegnati a scrivere soltanto «sonetti e canzoni arcadiche» come disse Gramsci. Queste lacune furono, con vistosità e clamore, colmate dei futuristi.
Questa nuova creatività Futurista, però, non aveva radici, non nasceva da motivazioni profonde, rimaneva piuttosto superficiale. Al riguardo, i può condividere il giudizio di Dino Mingozzi che, qualche anno fa, per i «Quaderni della FIAP», scrisse un interessante volumetto, intitolato Gramsci e il futurismo (1920-1922): «In questo modo l’esatta impostazione del problema di una creatività che si estendeva a strati nuovi della società civile non veniva portata da Marinetti, alle conseguenze più coerenti e importanti, in quanto egli tralasciava di studiare e di prendere esatta coscienza del fattore che più spiccatamente poteva contenere valenze anticapitalistiche. La consapevolezza da parte dell’individuo delle ragioni del proprio lavoro e del proprio operare nel mondo. Si può dire che Marinetti era prodigo di enunciazioni di principio che trovavano scarsissimo riscontro nella realtà; la coscienza sociale di Marinetti era molto limitata ed indubbi limiti aveva anche la sua coscienza umana e storica. Il fatto che il Futurismo si proponesse come scopo quello di rappresentare artisticamente le condizioni di vita della attività industriale e moderna e che cioè si candidasse come movimento artistico nazionale e popolare, fece sì che Gramsci, che aspirava ad una cultura nazional-popolare guardasse ad esso con interesse, considerandolo come un movimento di trasformazione culturale in senso nazional-popolare.
La tensione al futuro, il rigetto del passatismo, il perseguimento del fine di rinnovare il contenuto e il linguaggio dell’arte furono le caratteristiche del futurismo che indussero Gramsci a definirlo «rivoluzionario». Il futurismo, secondo Gramsci, s’inseriva in quel «possibile storico» ossia nella storicità intesa come tensione continua al rinnovamento. Dal futurismo si poteva partire, ampliandolo ed arricchendolo di maggiori elementi sociali ed economici, per dar vita ad una più autentica cultura rivoluzionaria: quella proletaria. Anche, in seguito, quand’era in carcere, Gramsci non mutò parere riguardo al futurismo. Si consideri quanto Gramsci scrisse nel Quaderno n. 8 (1931-1932): «Reazione all’assenza di carattere popolare-nazionale della cultura in Italia: i futuristi».

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mercoledì 18 febbraio 2009, posted by David.Rettura at 21:42

Sul Corriere della Sera del 18 febbraio Giulio Giorello, una delle menti migliori della filosofia italiana contemporanea ha recensito uno scritto della fine degli anni trenta di Ezra Pound e da questo, riguardante un commento alla corrispondenza tra Jefferson ed Adams, è partito per una rilettura del poeta dei Cantos e dei suoi atteggiamenti politici che anche se non giustificatoria mi è sembrata troppo vicina alla ormai usuale prassi di defascistizzare i grandi artisti del ventennio rileggendo la loro opera nella sua singolarità e decontestualizzandola.

Se l'opera di Pound, che è uno dei più grandi poeti di tutti i tempi, è indubitamente una delle più singolari che si possano trovare ed è sempre feconda di stimoli per la riflessione, è quanto meno paradossale tentare di separarla dalla adesione al Fascismo che caratterizzò Pound; come non ricordare che tornando in Italia dopo il suo internamento nell'ospedale psichiatrico egli, lo rammenta Fernanda Pivano, accolse con un braccio romanamente teso i nostalgici missini venuti ad accoglierlo?

Certo il legame che egli crea tra Jefferson e Mussolini è quanto meno singolare e la natura di tali concettualizzazioni andrebbe indagata ed approfondita, ma già in precedenza vi erano stati tentativi di collegare l'Italia e l'America, come tentava, prefando una breve biografia di Jefferson di Thomas Nelson Page che apriva una collana editoriale intitolata Americani illustri, Henry Nelson Gay che scrisse:

Gli ideali ed i fini nazionali dell'Italia e degli Stati Uniti d'America sono così palesemente identici che è difficile, per coloro che conoscono entrambi i popoli, comprendere oggi come all'uno sieno così poco note le condizioni dell'altro.

H.N. Gay, Introduzione a T.N. Page, Tommaso Jefferson, Bemporad, Firenze, 1920(2), p. 5.

Certo i rapporti culturali tra i due paesi sono indagati dalla letteratura storica meno di quanto sarebbe forse consono al problema, ricordando solamente i notevoli Il mito americano nell'Italia della Grande Guerra, di Daniela Rossini, pubblicato da Laterza nel 2000, e l'ancor più antico L'America, Mussolini e il fascismo, sempre di Laterza ma la cui ultima edizione risale al 1982.

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, posted by vito.cirillo at 11:25
Comunque si voglia giudicare Bettino Craxi e la sua vicenda politica, non si può dimenticare l’importanza ed il coraggio di alcune sue iniziative che prese nel corso della sua «carriera». Fin da quando si occupava della politica estera del PSI durante la segreteria di Francesco De Martino, egli mostrò sempre grande attenzione e manifestò una fattiva solidarietà nei confronti di quegli esuli politici che fuggivano dai paesi caduti sotto la dittatura di golpisti di ispirazione fascista.
Aiutò sempre gli esuli greci che fuggivano dalla dittatura dei colonnelli greci. Si pensi al sostegno che manifestò all’eroe greco torturato dagli aguzzini dei colonnelli, Alekos Panagulis. Altrettanta solidarietà mostrò nei confronti degli esuli cileni che sfuggivano dal Cile nel quale aveva preso il potere il tiranno golpista Pinochet.
Questo aspetto dell’azione di Craxi non va, come spesso succede, dimenticato e va invece, per amor di verità storica, ascritto a suo merito.

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, posted by vito.cirillo at 11:23
Il colonnello libico Gheddafi è stato eletto presidente dell’Unione Africana. E’ dunque diventato «il capo» dell’intero continente africano. L’Africa si affida così ad un esperto ed abile uomo politico che detiene il potere nel suo paese dal 1969 quando con un colpo di stato depose il re Idris e proclamò la Repubblica. Gheddafi una volta al potere in Libia portò avanti una politica antiamericana ed antisraeliana, laicizzò il proprio paese ed emarginò il clero islamico. Fu il teorico di una «terza via» alternativa al capitalismo ed al comunismo. Queste sue teorie furono compendiate nel famoso «libretto verde» (prima di lui, in Cina, Mao aveva diffuso il «libretto rosso»). Ultimamente, però, Gheddafi ha ristabilito buoni rapporti con gli Stati Uniti ed ha intensificato un programma di sviluppo teso a fare della Libia una meta turistica per gli occidentali ed i russi. Con la presidenza dell’Unione Africana Gheddafi corona così un sogno. E’ contento a tal punto da definirsi il «Re dei Re», con il suo solito entusiasmo egocentrico. Quella usata da Gheddafi, ovviamente, è solo una simpatica iperbole dal momento che egli è un convinto repubblicano anche se ha esercitato il suo potere in modo autocratico.

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, posted by vito.cirillo at 11:20
Non è la prima volta che Germania e Francia si alleano per scopi comuni. Già, nel 2003, il Presidente francese Chirac ed il Cancelliere tedesco Schroeder tennero la stessa posizione di contrarietà alla politica di Bush riguarda la guerra contro l’Ira. Recentemente Angela Merkel e Nicolas Sarkosy hanno deciso di agire in sintonia per fronteggiare la grave crisi economica che si è abbattuta in America prima e in Europa poi.
Sarebbe opportuno però che tutte le nazioni dell’Unione Europea adattassero gli stessi strumenti per lottare contro la crisi. Questa è una manchevolezza alla quale bisognerà ovviare se si vuole veramente rafforzare l’Europa come realtà politica unita e autorevole nella scena mondiale.

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martedì 17 febbraio 2009, posted by vito.cirillo at 12:38

Solitamente si cambiano le cose che non funzionano o che funzionano poco bene. La nostra Costituzione non è certamente tra queste. La si può aggiornare e ritoccare in alcune parti ma l'architettura di essa è ottima e solida. I nostri padri costituenti la elaborarono con potenza, sapienza e lungimiranza. Essi erano 556 e non è affatto vero storicamente che si ispirassero all'Unione Sovietica. Ben 423 di essi erano di estrazione liberale e democratica e non si ispiravano affatto all'URSS. Insomma, la Costituzione italiana non è stata scritta dai filosovietici ma da fior di liberali e democratici italiani. Come disse il primo Presidente della Repubblica (quello provvisorio) Enrico De Nicola, i costituenti hanno fatto un buon lavoro. Infatti, la nostra Costituzione è tra le migliori del mondo e dobbiamo soltanto ringraziare i padri costituenti per averla scritta in questo modo.

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Negli ultimi sette anni, a Palazzo Chigi, si sono alternati Berlusconi e Prodi. Solo loro. Il primo ha governato dal 2001 al 2006. Il secondo, dal 2006 agli inizi del 2008 quando è venuta meno la sua maggioranza perchè da essa uscirono Mastella e Dini. Prodi ha governato, perciò, per circa venti mesi. Dall'aprile 2008 il governo è ritornato nelle mani di Berlusconi. Si può quindi parlare di sei anni di governo Berlusconi e meno di due anni di governo Prodi.
Non è esatto, perciò, per verità storica, attribuire a Prodi la colpa per i mali dell'Italia degli ultimi otto anni. Bisogna osservare con imparzialità le cose e mettere da parte la faziosità e la partigianeria ad oltranza. Solo così si può contribuire a far uscire l'Italia dalle ristrettezze economiche, dalle iniquità sociali e dalla pochezza culturale che l'affligge ormai da anni.

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Le dichiarazioni di alcuni uomini politici italiani meritano delle puntualizzazioni. Non si può mettere sullo stesso piano i repubblichini di Salò ed i partigiani: i primi erano alleati dei nazisti invasori, i secondi fiancheggiavano gli alleati liberatori. Non ci si dimentichi, poi, che il fascismo non può essere disgiunto dal razzismo anche se pervenne ad esso più tardi rispetto al nazismo. Le ideologie nazionalistiche, essendo esclusivistiche e discriminatorie, hanno in il germe del razzismo. Cosa che non è propria invece delle ideologie internazionalistiche come il socialismo.
Perciò è importante non discostarsi per spirito di parte dalle realtà storiche e da come esse si sono presentate.

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, posted by vito.cirillo at 10:31
La satira è un genere letterario che, con ironia pungente, si propone di mettere alla berlina inefficienze, contraddizioni, manchevolezze, incoerenze del potere.
Nell'antica Roma, la satira era molto diffusa. Il principale autore satirico è stato il grande poeta lucano Orazio. Ma un altro si impose con la sua sferzante vena satirica: Giovenale.
Alla sua penna attenta non sfuggirono molti aspetti negativi della società dell'antica capitale dell'Impero. Con forza egli mise in rilievo l'immortalità, la corruzione, il ladrocinio, gli imbrogli, l'illegalità che caratterizzavano tanta parte della società romana. Quello di Giovenale non era moralismo (la solita accusa, questa, rivolta a chi aspira ad un vivere sociale caratterizzato dall'onestà e dalla correttezza) ma era autentico desiderio di vivere in una società più pulita e ubbidiente ai principi della giustizia, una società, insomma, che fosse grande non solo dal punto di vista politico e militare, ma soprattutto da quello "etico", parola ormai non troppo di moda....

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lunedì 16 febbraio 2009, posted by roberto.bonuglia at 13:02
50 anni sono passati dalla morte di Vincenzo Cardarelli, poeta e scrittore italiano che ha condiviso con i suoi lettori il suo vero e autentico «amore» - condiviso e mal celato da chi scrive - per Leopardi: è questo, secondo noi, il dato essenziale dell’attività critica, poetica e narrativa di Cardarelli. Insieme alle sue origini «etrusche» (era di Tarquinia), alla sua inclinazione naturale verso la classicità e il classicismo.
Il suo «leopardismo» è anch’esso, si potrebbe dire, naturale e congenito, essendo, «originario» delle Marche (per parte di padre). Si trattò, per il giovane poeta, di un apprendistato letterario basato su una vera e propria devozione e venerazione: fu autodidatta formatosi, manco a dirlo, sul Leopardi, eccentrico ed egocentrico, solitario ed anticonformista, ebbe una giovinezza molto triste (gli morì il padre quando era ancora poco più che adolescente; la madre, definita «manzonianamente» dallo stesso Cardarelli, come una vera e propria «sciagurata», lo abbandonò ancora in tenera età, finendo i suoi giorni come «accattona» (all’epoca era questo il termine, oggi di memoria pasoliniana, per definire i «senza dimora») sui marciapiedi del porto di Civitavecchia), alquanto composita dal punto di vista strettamente letterario: prima articolista nell’«Avanti!», poi sulle pagine del «Marocco» e della «Lirica», quindi l’esperienza a «la Voce» ed a «La Ronda»; in continuo vagabondare, in cerca di fortuna, tra Milano, Firenze, Genova, Venezia e Roma, la città a lui più congeniale, più per sincera e naturale vocazione e inclinazione, che per cosciente elezione: il barocco, la romanità, la classicità, i fasti della tradizione, di un perenne passato di fronte, è triste cronaca di questi giorni di febbraio, alla pochezza del presente.

E qui, con Bacchelli, Barilli, Montano, Cecchi e Baldini, fondò quella rivista («La Ronda», appunto) che non mancò di esercitare la sua influenza sugli scrittori e le riviste successive (si pensi a Ungaretti, agli ermetici, al gruppo di «Solaria» e di «Letteratura»). Cardarelli nasce, al contempo, prosatore e poeta: la sua narrativa, infatti, nonostante le indicazioni opposte di De Robertis, è anche poesia, ma vive di vita autonoma, come del resto la sua lirica, che è anche di carattere discorsivo, prosastico, narrativo, ma mai, per usare un termine accademicamente in voga «gozzaniano-crepuscolareggiante». Prologhi, del 1916, oltre alle Favole della Genesi del 1924 e alle Poesie del 1949 da una parte, e Viaggi nel tempo, Il sole a picco, del 1929, Solitario in Arcadia del 1947, dall’altra, sono e restano, infatti, secondo il nostro modesto parere, le sue principali testimonianze di poeta e di narratore. Prosatore d’arte per vocazione, la sua fortuna - o sfortuna? - è legata all’attività e alla esperienza de «La Ronda», al culto, quasi fanatico, ma sempre controllato, non puramente restaurativo, per Leopardi, alieno dai richiami per la poesia pura e per l’ermetismo simbolistico, memore, per certi versi, nonostante le stesse dichiarazioni contrarie di Cardarelli, di D’Annunzio e di Pascoli, nel tono e nell’atteggiamento altamente sensitivi e intimistici nel contempo.

Nietzsche, Baudelaire, Pascal, da una parte, Leopardi, Dante, Petrarca, Manzoni dall’altra sono stati suoi i suoi veri «maestri». E il Leopardi è quello dello Zibaldone, dei Pensieri e delle Operette morali, più che quello dei Canti che lo influenzò, decisamente, nella produzione poetica: è il Leopardi prosatore, pensatore, critico, linguista apologista, che Cardarelli amava, studiava, privilegiava e, forse, potremo anche dire senza troppo esagerare, «idoleggiava». Per questo, ben presto, il suo culto fu scambiato per vuoto formalismo, retorico e puristico. Ma dietro l’apparente letterarietà, di contro al rondismo deteriore, c’è l’umanità, forte e risentita, la liricità e la scontrosità del Cardarelli poeta, che, esalta del tutto l’esperienza decadentistica (crepuscolarismo, futurismo, dannunzianesimo e pascolismo deteriori) arrivando direttamente, a Leopardi, suo idolo e nume tutelare: sul suo esempio, si trattava di ricomporre il verso, la strofa, di costruire una nuova musicalità e una nuova prosa, senza decorativismi enfatici ed estetizzanti.
Non fu impressionismo, come qualcuno suggerisce, né calligrafismo arcadico e retorico, ma - sempre secondo il nostro giudizio da semplici lettori di pagine che ci arricchiscono di sensibilità e sensazioni - ricchezza fantastica ed umana, di poesia che sa «discorrere» e «ragionare», e di prosa che fa leva anche sul lirismo, sul dato esistenziale e sentimentale, strettamente autobiografico, di confessione, ma anche e soprattutto, di riflessione e di «ordine morale», come fa notare Carlo Bo.

Lezione di umanità, dunque, da parte di un poeta e di un prosatore, di apologhi di viaggi, di favole, di memorie, di prologhi, che non può né deve essere considerato, riduttivamente (come giustamente sottolineava Sanguineti), un retore, un «cesellatore di versi e di prose liriche», un classicista, un tradizionalista, un «reazionario» cultore del passato: uno scrittore, invece, che sulle orme di Leopardi, seppe e sa manifestarci la sue tragiche confessioni di rifiuto e di impotenza, drammaticamente, ma tramite la poesia e il suo eterno messaggio.
Qualcuno (Sapegno) ha parlato, per Cardarelli, di «nostalgia dello stile alto». Può essere anche vero: ma il punto, come rilevava Fortini, va messo più sullo «stile alto» che sulla «nostalgia», elegia neoclassica più che sentimentalismo retorico, sconsolatezza decadente. E l’attenzione, finalmente, dovrebbe essere posta più che sulla sua produzione in prosa (che pure ebbe dei meriti esemplari), su quella poetica, fatta di scattante nudità e di incisiva «brevità ritmico-sintattica», coraggiosa ed in un certo senso «impura», come diceva un altro grande poeta Luzi che non conosce, dunque, l’«astrattismo ungarettiano» né la astrale e contorta «metafisica» montaliana: semmai è riconducibile a quell’espressionismo di memoria vociana, dei Rebora e dei Jahier, contestati a parole; filtrati e assorbiti nella sostanza morale e poetica del loro «canto». Una lirica, insomma, antisimbolistica, fatta di spigolose insoddisfazioni, di rigore, di musicalità, di fierezza, di risentimenti, di forti pulsazioni, di favolosità, che sono quasi il contro bilanciamento romantico all’apparente «neo-classicismo». Un poeta, Cardarelli - in estrema sintesi e conclusione – che, come ebbe a dire il suo amico Cecchi, «nasce tutto fuori dall’arte».

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domenica 15 febbraio 2009, posted by vito.cirillo at 16:50

La grave crisi finanziaria ed economica che ha investito il mondo non sembra di breve durata. Il peggio deve ancora venire, come sostiene il presidente americano Obama. In Italia, sembrano essersi delineate due posizioni: quelle del governatore della Banca d'Italia, Draghi che non nasconde l'estrema gravità della crisi; quella del ministro dell'Economia, Tremonti, che è incline alla minimizzazione della situazione. A questo punto, ci si domanda: è consapevole il governo italiano della gravità della crisi e sta facendo tutto quello che dovrebbe fare per fronteggiarla?
Ci sono stati dei provvedimenti, ma in verità essi non sembrano adeguati e capaci di dare una efficace risposta alla crisi. Si dice che non ci sono i soldi per rimedi più efficaci. Come mai la vendita di automobili Ferrari, di appartamenti di lusso, di barche, non è in crisi? Evidentemente i ceti alti e medio alti non risentono della congiuntura. Perchè allora non aumentare le tasse a tali fasce sociali?
Chi ha di più deve dare di più. Non può essere il ceto medio, oltre ai ceti più bassi quello che deve sopportare il peso della crisi. E' chiaro che un governo di centrodestra è riluttante a tassare i più abbienti... Ma quando è necessario non bisogna tirarsi indietro, c'e in ballo l'interesse nazionale.

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La crisi mondiale ogni giorno che passa, rivela sempre più la sua gravità. Dalla speranza di che essa potesse avere una corta durata, si passa alla amara constatazione che sarà invece molto lunga. Questo ha affermato il presidente Obama. Dal World Economic Forum svoltosi a gennaio a Davos e dall'incontro di ieri, è venuta fuori una preoccupante previsione secondo la quale la crisi non potrà essere vinta se ognuno penserà a se stesso. Sarebbe un grave errore cadere e cedere alle tentazioni del protezionismo. O ci si salva tutti insieme o non si salva nessuno.
Perciò l'Unione Europea preme sugli USA affinchè sia evitato il protezionismo. Nel mondo globalizzato non ci può più essere posto per il protezionismo. Questa preoccupazione p nutrita anche da altri paesi, come il Giappone, dove gli effetti della crisi sono molto gravi, ma anche nella Cina. Anche lì ci sono milioni di disoccupati (venti per la precisione). Il presidente cinese Hu Yintao ha promesso nuovi fondi per creare posti di lavoro nel settore pubblico e dei servizi sociali (stanno diventando tutti roosveltiani!).

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sabato 14 febbraio 2009, posted by khayyamsblog@gmail.com at 15:51
Le elezioni irakene costituicono un buon messaggio per il presidente americano Obama. La vittoria del “laico” sciita al Maliki, l’affermarsi dei partiti sunniti, il crollo dei movimenti confessionali ed estremisti sciiti stanno a segnalare non solo un faticoso ma certo cammino dell’Iraq verso una qualche stabilità, ma anche il successo dei piani del generale David Petraeus.
L’incremento contemporaneo delle truppe americane in Iraq, unito al recupero dei sunniti e degli ex iscritti al partito Baath non solo ha recuperato al dialogo politico larghe fette della società irakena, ma ha, per così dire, trasferito la lotta contro al Qaeda alle tribù sunnite. I risultati si vedono e il Paese dei Due fiumi pur dibattendosi ancora tra gravi problemi (primo tra tutti, la divisione in tre tronconi: curdi, sunniti e sciiti) pare in cammino verso una stabilità che sarà certificata, si spera, dal prossimo ritiro delle truppe americane.
Se le cose paiono migliorare in Iraq lo stesso discorso non può essere fatto per l’Afghanistan. Lì, malgrado l’aumento delle forze americane, le cose continuano ad andar male. I talebani conquistano ogni giorno nuovo spazio, il governo di Hamid Karzai è sempre più debole, corrotto, inefficiente. Ora l’Occidente, non solo l’America, non può permettersi di perdere l’Afghanistan. Anche perché il ritorno dei fondamentalisti al potere a Kabul significherebbe un’espansione del cancro integralista in Asia Centrale e nel vicino Pakistan.

Intanto arrivano segnali contrastanti: se il Kirghizistan, sotto la spinta di Cina e Russia, ha deciso di chiudere agli americani la base aerea di Manas, la stessa Russia si è detta disponibile a consentire il passaggio di mezzi e forze occidentali. E il debole governo pakistano ha dato segnali di aver intenzione di fare le tre cose fondamentali che gli sono richieste:

1) combattere i talebani ormai al potere nelle Aree tribali e del Nord Ovest
2) bonificare dai fondamentalisti filo-terroristi i potenti servizi segreti
3) sbarrare la strada ai partiti fondamentalisti

Il generale Petraeus sta elaborando una strategia anche per l’Afghanistan. Strategia che non potrà prescindere dalla sostituzione del governo Karzai con una compagine più capace e meno vergognosamente corrotta.
Però bisogna prima riconquistare lo spazio perduto. E non con gli aerei senza pilota o i bombardamenti intelligenti (che fanno migliaia di vittime civili) ma con le truppe sul terreno. Bisogna riuscire a blindare il confine tra Afghanistan e Pakistan per tagliare i rifornimenti ai talebani e agli uomini di al Qaeda (e magari anche quello con l’Iran). Bisogna riuscire ad aiutare la popolazione civile prima che essa perda ogni residua fiducia.
Tutte cose che vanno fatte in fretta. Perché in Afghanistan, complice la totale insipienza di Rumsfeld, si è gettato anche troppo tempo. Obama lo sa, pare. Vedremo se riuscirà ad agire in tempi ragionevoli.

articolo di Marco Guidi, su Il Messaggero, del 14 febbraio 2009, p. 21.

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, posted by vito.cirillo at 13:59






In questa recente intervista televisiva, il grande teologo Hans Kung ha fatto alcune considerazioni sulla Chiesa attuale.
Ha manifestato, una certa perplessità sull'ammissione nella Chiesa dei quattro vescovi lefevriani, fra i quali il chiaccherato Williamson che nega l'olocausto degli ebrei.
Kung ha sostenuto, prima di tutto, che non era il caso di riammettere vescovi che non hanno accettato il Concilio Vaticano II e la svolta impressa alla Chiesa da parte di Giovanni XXIII. Quanto al negazionismo, Kung ha esortato le autorità ecclesiastiche a vigilare attentamente sulle posizioni e sulle idee riguardanti il genocidio degli ebrei da parte dei nazisti.
Ha inoltre esortato il Pontefice a dare più forza alle innovazioni che caratterizzano il Concilio Vaticano II, specie quelle concernenti i rapporti con i "fratelli separati" non cattolici e con i fratelli maggiori cioè gli ebrei, per l'appunto.

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, posted by khayyamsblog@gmail.com at 13:18
In Israele si stanno verificando cambiamenti di carattere politico che possono risultare determinanti per il futuro dello stato ebraico. Il partito socialista che, per tanto tempo, ha fatto la storia di Israele, dopo la fondazione del 1948, perde sempre più consensi. Cresce invece il movimento nazionalista anti-arabo che ha il suo leader in Liebermann, immigrato dalla Moldavia sovietica che è sostenuto dagli immigrati provenienti dalla Russia e che rappresentano buona parte dei coloni che si trovano in Cisgiordania. Questo movimento nazionalista non vuole trattare con gli arabi e sta riscuotendo molti consensi fra i giovani israeliani, soprattutto tra gli studenti.
Fatto sta, che i risultati delle elezioni politiche del 10 febbraio scorso hanno confermato tali tendenze e complicato ancora di più la situazione politica israeliana.
Una cosa sola è certa: Israele va a destra ed il partito laburista diventa il quarto partito della Knesset. Ha vinto Kadima (il partito guidato dalla Livni) con 28 seggi. Segue il Likud di Netanyahu con 27. A sorpresa, proprio il partito Israele di Liebermann, con 15 seggi. Tale partito ha avuto un'affermazione importante grazie alla proposta di cacciare dal paese tutti gli arabi che non giurino fedeltà allo stato israeliano. I Laburisti di Barak hanno ottenuto 13 seggi: il risultato peggiore della storia.
Ora il presidente israeliano Shimon Peres dovrà formare il nuovo governo. Si parla di una coalizione tra Kadima e Likud guidata dalla Livni anche se Netanyahu vorrebbe per sé tale ruolo.
Intanto, il portavoce di Hams, ha fatto sapere che "in Israele hanno vinto gli estremisti" e questo commento non è certo incoraggiante...

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venerdì 13 febbraio 2009, posted by vito.cirillo at 10:49
Il quartetto (ONU, Unione Europea, USA, Russia), qualche anno fa incaricò l'ex Premier britannico Tony Blair di occuparsi della questione palestinese affinchè si raggiungesse la formazione di uno stato palestinese e la sua coesistenza pacifica con Israele.
Blair si è dato molto da fare per raggiungere tale scopo ed ha messo in campo tutta la sua esperienza politica e la sua abilità di negoziatore. Si è però reso conto, che non si può "girare intorno" ad Hamas e che bisogna trattare con i capi dell'organizzazione se si vuole uscire dall'impasse attuale.
E' un discorso che è stato difficile accettare negli anni della presidenza Bush, ma che ora il Presidente Obama non può ignorare. Questa, tra l'altro era anche la posizione dell'ex ministro italiano degli Esteri D'Alema. Intraprendere un percorso del genere comporterebbe, inoltre, la consapevolezza di non escludere dalle trattative l'Iran e la Siria.
Sta dunque all'abilità, alla pazienza ed alla lungimiranza della responsabile della politica estera americana, Hillary Clinton, prendere atto della complicata situazione.

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mercoledì 11 febbraio 2009, posted by khayyamsblog@gmail.com at 11:05
Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Vito Kahlun sull'ormai nota - quanto triste - storia di Eluana Englaro sulla quale, non sarà sfuggito ai lettori più attenti, il Khayyam's Blog aveva finora deciso di non occuparsi. Dopo l'epilogo, ancor più doloroso dell'intera vicenda, lo facciamo ora con questa lucida ed acuta analisi di Vito che ringraziamo sentitamente per aver espresso e condiviso con noi una così intensa analisi di quanto avvenuto nei scorsi giorni [Roberto Bonuglia].


Eluana: il dolore, la scelta
di Vito Kahlun

Il caso Englaro rappresenta una delle lotte più importanti a difesa della laicità dello Stato e della Costituzione di tutta la nostra storia repubblicana. Io sono un ebreo praticante, e secondo la religione a cui appartengo "anche pochi istanti di vita meritano di essere vissuti". L'eutanasia, dunque, è assolutamente proibita. Ogni azione che porta alla fine della vita è considerata un omicidio. Addirittura "è proibito togliere il cuscino da sotto la testa di un malato in agonia" o anche solo "chiudergli gli occhi" dato che ciò sarebbe considerato come uno "spargimento di sangue". Per quanto mi riguarda non sopporterei di essere tenuto in vita in certe condizioni ma mi rendo conto che forse non sarebbe lo stesso per la mia famiglia e che questo non sarebbe conforme al mio credo religioso.

Questo però è ciò che riguarda me ed ha a che fare esclusivamente con la mia fede e la mia volontà. Il mio pensiero, al pari di quello di Eluana, al pari di quello dell'ebraismo, e al pari di quello della Chiesa cattolica non può essere imposto a Nessuno da Nessuno.
La nostra Costituzione prevede all'art. 32 che "nessuno possa essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario" e che in "nessun caso la legge può violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana". Imporre una scelta a chi ne aveva fatta un'altra costituisce senza ombra di dubbio violazione di una garanzia.

Facciamo un'ipotesi per assurdo. Nella pratica medica il cosiddetto "consenso informato" costituisce il fondamento della liceità dell'attività sanitaria, in assenza del quale l'attività stessa costituisce un reato. Nel caso di Eluana il consenso informato c'era stato, dato che il suo amico, a seguito di un incidente, si era trovato in una situazione pressoché analoga a quella in cui poi si trovò Lei. Ed è proprio successivamente a questa forma atipica di "consenso informato" che Eluana aveva espresso la volontà di non essere sottoposta "ad un determinato trattamento sanitario" nel caso in cui si fosse trovata in quella condizione. Non ci sono elementi per dimostrare che quanto affermato dalle persone più vicine ad Eluana sia falso e dobbiamo conseguentemente presumere che ciò corrisponda a verità.

In base a quale criterio le cure mediche non possono essere imposte ad un malato di tumore che abbia più del 50% di possibilità di guarire dal suo male e possono essere imposte ad una ragazza che non lo voleva, che era informata di cosa il coma vegetativo costituisse, e le cui probabilità di risveglio sono nettamente inferiori all'1%?

Sono due fattispecie estremamente diverse e non c'è alcun numero in base al quale si possa imporre una scelta ad una persona, ma data l'astrattezza del diritto mi chiedo: in base a cosa possiamo dimostrare l'ammissibilità di una scelta rispetto ad un'altra? Certo, se avessimo degli elementi oggettivi o delle testimonianze per dimostrare che quanto affermato dal padre di Eluana e dalle sue amiche non è vero potremmo anche discutere in merito alla decisione. Cosi non è. C'è una sentenza che deve essere applicata e nel momento in cui Eluana fece questa scelta c'era un vuoto normativo.

Come appena evidenziato non abbiamo elementi per dimostrare il contrario di quanto sostenuto dalle persone vicine alla Englaro e con questo atteggiamento irresponsabile il Governo non sta facendo altro che incentivare futuri procedimenti di eutanasia illegali. L'ho detto, personalmente non sono molto favorevole all'eutanasia, ma sento che è un mio dovere quello di battermi per uno Stato che garantisca a chi non la pensa al mio stesso modo di realizzare la sua volontà. Abbiamo il dovere di opporci ad un sistema giuridico che impone diritti invece di garantirli.

E' inevitabile che, qualora si giunga ad una legge che non garantisca questa libertà fondamentale, sia necessario passare per un referendum abrogativo che probabilmente vedrà una delle più alte partecipazioni della storia repubblicana. Personalmente ribadisco con forza il mio credo in Dio, e ribadisco con forza una delle più importanti concessioni che il Signore abbia fatto all'uomo: il libero arbitrio. Chiunque si faccia portatore di un pensiero religioso ha il dovere, se veramente è credente, di non negare questo diritto perché, cosi facendo, negherebbe ciò si cui si basa l'intera esperienza biblica, ciò che è alla base degli errori o delle riflessioni che caratterizzano l'uomo più di ogni altra cosa. Cosi facendo i politici credenti si metterebbero al di sopra della volontà di Dio. Possiamo persuadere le persone a non fare una scelta ma dobbiamo rispettare il loro libero arbitrio.

In conclusione, credo che con la sua battaglia Giuseppe Englaro ci abbia messo nella condizione di avviarci verso una delle scelte più importanti della nostra storia: vogliamo essere uno Stato Laico di Credenti (anche credenti al niente, o al big bang, etc..) o uno Stato di Credenti Laici?

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martedì 10 febbraio 2009, posted by David.Rettura at 01:54
30 anni fa Khomeini ritornava in Iran e con il suo ritorno dalla Francia, accolto da un giubilo popolare di dimensioni vastissime che può ancora essere colto nei filmati reperibili su youtube, iniziava la fase più importante della Rivoluzione Islamica, coda di un movimento di sollevazione popolare cominciato l'anno precedente e culminato sino ad allora nella partenza, che presto apparve come definitiva, dello Shah all'estero.

Kapuscinski ha lasciato nel suo Shah in Shah uno dei suoi migliori resoconti e tra le cose migliori scritte su quel periodo, anche se francamente il contributo più illuminante è stato per me quello di Marjane Satrapi in Persepolis.

Molto importante è però ricordare come la Rivoluzione Islamica venne malintesa in Occidente da moltissimi intellettuali, in specie all'interno della sinistra. A questo tema Marco Filoni ha dedicato uno stringato articolo E l'Italia rossa applaudì, apparso sull'inserto culturale della domenica del Sole24Ore a contorno del contributo, invero singolare, sulla rivoluzione Khomeinista, ad opera di Benny Morris.

Questo articolo sottolinea come la rivoluzione Khomeinista fosse stata totalmente fraintesa all'interno della sinistra italiana ed europea, con il solo Michel Foucault ad averne compreso pienamente o quasi la natura, ma attraverso una lettura favorevole che gli attirò e gli attira ancora oggi, post-mortem, critiche varie. Sta di fatto che pur nell'esaltazione della natura stessa dell'evento egli ne seppe cogliere la dirompenza, il superamento di quelli che allora sembravano a tutti schemi immutabili.

La sua analisi leggeva in pieno l'impossibilità per la sinistra riformista iraniana, quel ceto di intellettuali ormai stravolto dalla lotta allo shah, convinta di aver ormai adempiuto la sua funzione storica ma spesso anche schiava della propria autoreclusione culturale (come illustra benissimo a mio dire sempre Marjane Satrapi nel meno noto Pollo alle prugne), di fronteggiare o guidare la marea islamica. Parimenti impossibilitata a contrapporsi a Khomeini sembrava a Foucault la sinistra marxista, e la velocità con il quale il Tudeh, il partito comunista, è scomparso dalla scena politica iraniana, molto prima della sinistra islamica dei Mujahiddin del popolo, fortifica tali valutazioni.

Sola fu, nel cogliere, ma in maniera indistinta e quasi istintuale, priva di profondità critica, gli aspetti apertamente negativi della rivoluzione, Oriana Fallaci, la cui intervista con Khomeini rappresenta un capolavoro di intuito giornalistico e preveggenza.

Come appare lontano oggi, il libro L'Iran dopo la rivoluzione, di Rahmat Khosrovi e Giuseppe Leuzzi, pubblicato nel 1979 da Lerici. Nella quarta di copertina di questo volume collettaneo leggiamo che il rinnovamento

non potrà però non tenere conto di alcuni dati di fondo della storia recente e recentissima: un nazionalismo non allineato e un pluralismo sociale radicato, organizzato anche in forme politiche e sindacali.

Beh, trent'anni dopo, la borghesia bazarina e l'esercito sono sempre lì, al posto di comando, anche se nascosti da qualche turbante.

Foto da www.michel-foucault.com

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lunedì 9 febbraio 2009, posted by roberto.bonuglia at 15:27
Georges Simenon, il padre di Maigret, l’autore più popolare del poliziesco europeo, aveva una teoria per spiegare il successo dei suoi romanzi: «Il mio successo deriva dalla paura. La gente teme le incognite del futuro e, leggendo una storia, scarica le sue ansie, trasferisce sul protagonista della vicenda i propri timori. L’identificazione dei miei personaggi con i lettori è perfetta: gente qualunque, col suo bagaglio di piccoli vizi e di piccole virtù».

Simenon era nato a Liegi, in Belgio, il 12 febbraio 1903. Suo padre, Desiré, era un contabile. Studiò prima dai gesuiti, poi in una scuola pubblica a indirizzo scientifico. La morte del padre lo costrinse a interrompere gli studi a 16 anni. Andò a lavorare allora presso la «Gazette de Liège», dove si distinse con una rubrica dedicata ai cani abbandonati permettendogli di scrivere vivaci note di cronaca. A quell’epoca, con lo pseudonimo di Georges Sim, scrisse il suo primo romanzo, «Al ponte degli archi».

«Ogni giorno, col bello e col cattivo tempo, mi rintanavo nel salotto dei miei genitori, dove non si penetrava che nelle grandi occasioni, e, davanti al mio tavolinetto un po’ oscillante, mi sforzavo a raccozzare le parole, le frasi, i paragrafi, che finivano per diventare capitoli, i quali a loro volta diventavano un romanzo, troppo corto d’altra parte, come lo sono, secondo certuni, anche tutti i romanzi che ho scritto in seguito». Con queste parole Simenon ha raccontato la sua nascita come romanziere, o, come preferiva dire, di «artigiano del romanzo».
Stabilitosi a Parigi, diede presto prova della sua eccezionale fecondità di scrittore, con una serie di romanzi, per la maggior parte polizieschi. L’ispettore Maigret ha una precisa data di nascita: il 23 febbraio 1929. Quel giorno, sul cutter «Ostrogoth», che lo portava in giro per i porti del Mare del Nord, Simenon decise di scrivere qualcosa che fosse più serio e impegnativo del poliziesco tradizionale e inventò, così, il suo personaggio-chiave.

Poi Maigret è diventato l’ospite fisso della fantasia di Simenon, anche se l’autore ha alternato romanzi, racconti, novelle, reportages alle storie «poliziesche», con una vena inesauribile e una capacità di lavoro straordinaria. Difficile stabilire quali siano i suoi romanzi più riusciti e certo non intendiamo farlo noi. Forse, però, «Pietro il lettone», «Il carrettiere della Provvidenza», «L’ombra cinese», «L’affare Saint-Fiacre», «Il signor Gallet defunto», «Maigret a New York» hanno qualcosa in più. Ma bisognerebbe citarne tanti altri, soprattutto quelli in cui Maigret non appare: i meno noti come sempre accade per gli scrittori famosi, non sono i meno belli.

Durante l’occupazione nazista, Simenon visse in una località della Vandea e, dopo la liberazione, fu accusato di collaborazionismo. Riuscì a dimostrare l’infondatezza dell’accusa, ma lasciò lo stesso la Francia per stabilirsi negli Stati Uniti, dove continuò a scrivere con successo per molti anni. Alcuni dei suoi romanzi migliori, come «Tre camere a Manhattan», «La neve sporca» (rielaborato poi in collaborazione per il teatro) e «I funerali del signor Bouvet» appartengono a quel periodo di «esilio volontario».

Simenon cominciava e terminava un libro nel giro di dieci, dodici giorni: lo faceva spinto quasi da un’intima furia. La vicenda urgeva dentro di lui, lo obbligava a sbarazzarsene il più in fretta possibile per ritrovare la pace. Aveva una maniera «poco lusinghiera» di definire questa passione: lo faceva in chiave psicanalitica, secondo una definizione che gli aveva fornito l’amico Charlie Chaplin, il quale viveva a breve distanza da lui, alla periferia di Losanna. Secondo Chaplin, infatti, «chi scrive o recita o compie qualsiasi altra attività artistica è solamente un nevrotico, il quale si scarica in questo modo e riesce, attraverso la sua opera, a mantenere un equilibrio intellettuale che altri, meno dotati e fortunati di lui, non trovano. Per questo le cliniche sono piene di persone afflitte da disturbi nervosi, i manicomi rigurgitano di matti». Simenon, Chaplin e alcuni altri non hanno bisogno di cliniche e di manicomi per curarsi: scrivono, dirigono film, recitano. Forse c’è del vero in questa ricostruzione psicologica con la quale Simenon concordava anche, se poi, nella realtà, sembrava la persona più equilibrata del mondo. Quando parlava, c’era sempre un guizzo ironico, una specie di distacco critico nel suo sguardo e nella sua voce. Veniva quasi il sospetto che recitasse una parte, senza rinunciare a un pizzico d’ironia…

I suoi libri, ma soprattutto Maigret, avevano ed anno ancora oggi un pubblico di ammiratori che spaziava dal normale cittadino al politico famoso. Molti di essi confessarono di essere suoi lettori: il presidente degli Stati Uniti Johnson, Mao Tse-tung, il re di Svezia per ricordarne solo alcuni. Al commissario con la pipa, un tantino freddoloso, flemmaticamente metodico, buongustaio con una punta di golosità, fedele bevitore di birra, è stato persino innalzato un monumento in Olanda. Attori del cinema quali Harry Baur, Charles Laughton, Jean Gabin, Heinz Ruhmann, Gino Cervi hanno prestato i loro volti e le loro capacità interpretative a Maigret.

Il «commissario» è un uomo solido, tutto d’un pezzo, di poche parole, modesto, semplice. Simenon non gli rassomigliava per niente: viveva in una casa lussuosa (a Epalinges), con tre domestiche, quattro cuochi, tre segretarie, un battaglione di giardinieri. Ogni particolare di questa casa era curato con un’attenzione maniacale: le 64 finestre, ad esempio, erano tutte eguali; tutti i serramenti erano di alluminio ramato a chiusura ermetica, ed i vetri doppi erano tutti a distanza di due centimetri l’uno dall’altro. La cornice dei vetri era saldata ermeticamente: fra i due vetri c’era un gas a pressione, il maggior coibente dei rumori esterni: per l’epoca era un’assoluta novità… Non mancavano poi le quelli che allora erano considerati gli apparecchi più all’avanguardia: la macchina per le riproduzioni fotostatiche dei suoi romanzi; l’impianto per il riscaldamento graduato; quello per la sterilizzazione dell’acqua; gli allarmi elettronici.

Simenon aveva una considerevole paura delle malattie: la sua casa era attrezzata come una clinica, con una vera infermeria attrezzata per ogni tipo di pronto intervento. Non leggeva gli altri libri degli scrittori contemporanei, per non restarne influenzato, limitandosi ai classici. Per questo motivo, Maigret non è toccato dalle mode: esiste una coerenza fra la sua prima avventura e l’ultima, come un filo unico che lega tutta la collana. Il suo successo persistente è anche in questa immutabilità, e poi nella sua sicurezza, che lo lega inconsciamente all’immagine del passato tranquillo, che tutti rimpiangono, alla affettuosa autorità del padre. Sono interpretazioni psicanalitiche che di mostrano come Maigret abbia interessato anche scienziati e sociologi. Il mondo di Maigret è quello della famiglia, della casa, degli affetti, della comprensione, un mondo che tutti possono capire, apprezzare, ricordare con nostalgia. È un universo di piccola gente, che non conosce mai i clamori, le arroganze, le esplosioni dei grandi fatti storici. Nella biografia di Maigret, puntualizzata da tanti romanzi, non esiste né una guerra né l’occupazione nazista né un accenno alla Resistenza. De Gaulle non c’è, l’atomica nemmeno. Il tempo, insomma, nelle pagine di Simenon, si è fermato.

Lo scrittore ammetteva di aver preso a modello gli scrittori americani (a suo giudizio più fertili, meno imbevuti degli europei di cultura classica e svincolati da un formalismo stilistico) ma egli rimase sempre uno «scrittore europeo», per la logica e per la potenza narrativa di indubbia estrazione letteraria (come dimostra "Il piccolo libraio di Archangelsk"). Stesso potrebbe dirsi per l’inventiva che si respira nei suoi romanzi che non fanno mai a meno dell’atmosfera. È evidente che nella sua opera, quantunque il punto di partenza sia quasi sempre rappresentato da un fatto di cronaca nera, egli cercava un impegno più vasto, tentando di delineare precisi stati d’animo, di arricchire la narrazione con acute notazioni di costume, di scomporre il meccanismo delittuoso in modo da porre in luce i suoi moventi più sordidi e nascosti.

Si può dire che Simenon sia stato il primo scrittore ad aver creato un giallo d’arte, diverso dalla produzione corrente. L’evoluzione del poliziesco, inteso anche come genere letterario e non solo come occasione di svago, iniziò proprio dai suoi romanzi ed è merito suo se altri romanzieri insigni, negli anni successivi al suo successo, abbiano seguito la sua strada, affrontando il genere con intento e impegno non minori a quelli che avrebbero posto in un diverso prodotto di narrativa, considerato a torto superiore in qualità e autorevolezza. Ce ne fossero, oggi, sui scaffali delle librerie, di libri come quelli di Simenon e di avventure come quelle di Maigret

Gossip Letterario:

Matrimonio: sposato con Denise Quimet, una canadese che prima del matrimonio era infermiera. Simenon ebbe quattro figli: Marc (nato nel 1939, da un primo matrimonio); Johnny, nato nel 1949; Marie-Jo, nata nel 1953, e Pierre, nato nel 1959.

Invenzione: per scrivere, Georges Simenon aveva bisogno di un rituale quasi magico che gli permetteva di evocare con indispensabile chiarezza i fantasmi suscitati dalla sua mente. Lo studio nel quale lavorava abitualmente doveva essere isolato da ogni rumore esterno; alle pareti, la raccolta di pipe; sul tavolo, tante matite tutte appuntite in maniera perfetta, la bottiglia di vino e una palla d’oro, coniata da Cartier, da gettare ripetutamente in aria per poi afferrarla a volo, nei momenti di scarsa ispirazione. A portata di mano, Simenon aveva sempre il dizionario del Littré e 180 annuari telefonici di tutto il mondo, dai quali ricava va i nomi dei suoi personaggi. Maigret nasce in questo silenzio, popolato di cose diverse. Vi è rinato cento volte diverse.

Opinioni: «L’arte di Simenon è di una bellezza quasi intollerabile», ha scritto Francois Mauriac.

«Forse il più grande, certo il più autentico romanziere che ci sia nella letteratura francese d’oggi» ha scritto André Gide.

Ma anche Simenon non era immune dai dubbi, dalle angosce segrete, dagli scoraggiamenti di ogni vero artista. Egli una volta disse: «Io non so - e non saprò mai - se ho davvero talento».

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