martedì 6 gennaio 2009, posted by roberto.bonuglia at 15.08
Fino al 2 febbraio è possibile visitare al Complesso del Vittoriano, a Roma, la mostra Picasso 1917-1937. Una mostra che consigliamo a tutti e che ha rappresentato per noi, però, l’incipit per approfondire la figura di un amico di Picasso: Marc Chagall, uno dei padri della pittura moderna. La sua opera, della quale fino a pochi anni fa molti critici si accontentavano di apprezzare soltanto i tratti meravigliosi e fiabeschi dei panorami e l’incanto dei ritratti, può invece essere considerata una delle più interessanti realizzazioni dell’arte contemporanea.
Nato alla fine dell’Ottocento in Bielorussia da una famiglia ebrea molto modesta (suo padre Zacharia lavorava come uomo di fatica per un grossista di aringhe, sua madre era figlia di un macellaio), Chagall visse i primi anni della sua vita in una delle tante casette di legno della periferia di Vitebsk, prima nell’umile sobborgo di Peskovatic sulla riva sinistra della Dvina, poi in via Pokrowskaja: il mondo infantile, popolato da mugiki, rabbini, animali, era destinato a rivivere nei suoi quadri come in un magico sogno, insieme a un confuso ricordo di carceri di periferia, persecuzioni, ghetti, pogrom, manicomi di campagna, incendi, miseria, galli spiritati, leggende popolari.
Un giorno, a 13 anni, Chagall copiò da un giornale illustrato, «Niwa», un ritratto del compositore Rubinstein. La madre, che sperava di fare del figlio un commesso di negozio, ne fu sconcertata. «E tutta quest’arte» chiese, «da dove arriva tra noi?». Qualcuno, in famiglia, ricordò che un antenato pittore aveva decorato una sinagoga: alcune pelli di bestie, scuoiate da lui, erano state appese come tele ai muri del tempio.
Con gli anni, Marc non perse la sua istintiva passione per la pittura. Per qualche tempo, anzi, frequentò la Scuola di pittura e di disegno di Vitebsk, che era diretta da un oriundo italiano, di nome Penne: poi l’abbandonò, e si mise a fare il ritoccatore presso un fotografo del paese. Nel 1907 si recò a Pietroburgo con la speranza di essere ammesso alla Scuola d’arti e mestieri: ma non ci riuscì. E poiché in città la vita era molto dura si rassegnò a fare il cameriere di un ricco avvocato ebreo. Successivamente riuscì a diventare allievo, insieme a Nijinskj, del correligionario Bakst che gli rivelò e gli fece apprezzare i lavori di Gauguin, Van Gogh, Cézanne. Infine diventò il protetto di un deputato riformista alla Duma, di rettore dell’«Alba», che non solo gli acquistò dei quadri, ma lo aiutò anche, dandogli un mensile, a raggiungere Parigi.
Sul finire dell’estate del 1910, Chagall scese finalmente alla Gare du Nord. Aveva, sotto il braccio, un grosso pacco con le migliori tele dipinte in Russia. Dapprima si stabilì in uno studio della Impasse du Maine, ma poco dopo si trasferì a La Ruche, un quartiere abitato soprattutto da artisti, poco lontano dal mattatoio di Vaugirard. Qui, a Parigi, strinse una solida amicizia con altri due immigrati, lo svizzero Cendrars e l’italiano Canudo, e ritrovò il suo antico maestro, Bakst, allora già famoso per le scene dei «Balletti russi» diretti da Diaghilev.
Un altro apolide, Apollinaire, divenne amico di Chagall: un giorno, lo andò a trovare nel suo studio e definì la sua pittura «soprannaturale». «Sono un realista», ribatté invece l’artista, che in quegli anni usava a suo modo la cultura francese ed era impegnato a raccontare nelle sue malinconiche tele la poesia paesana dell’Europa orientale, descrivendovi i suoi villaggi, i suoi campanili, le sue casupole di tronchi e i suoi personaggi. In realtà Chagall era il pittore della nostalgia: lo sarebbe stato anche durante la guerra, in Russia, quando i suoi quadri avrebbero chiaramente rivelato la nostalgia della Francia lontana e sarebbero sembrati meno orientali, più solidi, più costruiti, quasi riconciliati con il Cubismo che aveva sempre rifiutato. E lo sarebbe stato nuovamente anche dopo, quando, ritornato a Parigi, Chagall avrebbe ripreso a sognare la Russia.
Nei primi anni della rivoluzione bolscevica, Chagall fu raccomandato ai Soviet come un pittore popolare. In realtà, era soltanto il pittore di una minoranza etnica: la rivoluzione non gli diceva nulla. Suoi amici, in quegli anni, furono infatti Essenin e Biock; e a Mosca, dove dovette decorare il Teatro ebreo, lottò contro il «realismo» di Stanislavskji. Si sentiva preso in trappola: rientrato nel 1914 in Russia da Parigi, per sposare Bella, una sua amica di gioventù, vi era rimasto bloccato prima dalla guerra e poi dal la rivoluzione fino al 1922.
Nei primi anni della rivoluzione sovietica fu incaricato di dirigere l’Accademia di Vitebsk ma si dimostrò incapace di un lavoro organizzativo e venne cacciato dagli altri insegnanti: in qualità di commissario avrebbe dovuto organizzare le celebrazioni per l’anniversario del 25 Ottobre. Chagall convocò tutti gli imbianchini, stuccatori, edili della città e fornì loro dei disegni da riprodurre ingranditi molte volte sui muri della città o su lenzuola e tele da appendere alle finestre. Il 25 ottobre 1920, così, Vitebsk apparve tutta decorata da enormi riproduzioni dei dipinti di Chagall: vacche gravide, capre, galli, vecchi mugik col violino, campanili, casette di legno eccetera: fu rimosso dall’incarico poco dopo.

A Mosca, in miseria, gli nacque la figlia Ida. Fu in questo periodo che il pittore scrisse «La mia vita», edita nel 1923 a Berlino e ristampata in Francia dieci anni dopo. L’autobiografia si ferma al 1922. «Sono certo che Rembrandt mi ama» conclude il pittore nell’ultima pagina: ed è come il grido di chi vuole disperatamente tornare in Occidente. La sua Russia Chagall l’amava soltanto da lontano, nella memoria.
Nel 1923, finalmente, tornò in Francia. Qui Vollard gli commissionò le incisioni per le «Anime morte» di Gogol, poi per «Le favole» di La Fontaine, e quindi per la «Bibbia», che forse è rimasta la serie più celebre: per quest’ultima, Chagall si recò apposta in Palestina nel 1931. Nel 1941, infine, decise di riparare negli Stati Uniti e quando ritornò in Francia, nel 1947, era diventato famoso e aveva un grande mercato alle spalle. André Malraux, diventato ministro della Cultura, gli affidò nel 1963 la decorazione del soffitto dell’Opera di Parigi. Chagall eseguì anche le vetrate rituali, puramente decorative, per la sinagoga di Tel Aviv: prima di spedirle le montò in un padiglione costruito apposita mente nel cortile delle Tuileries, al Louvre.
Nella pittura europea del Novecento, Marc Chagall è catalogabile in quella che venne chiamata «La Scuola di Parigi» e che comprende cinque pittori, tutti nati tra il 1885 e il 1891, tutti e cinque stranieri, e anche tutti e cinque israeliti: l’italiano Modigliani, il lituano Soutine, il bulgaro Pascin, il polacco Kisling, e naturalmente il russo Chagall. Apatridi, sradicati, erano tutti psicologicamente e formalmente a una specie di bivio (con il vuoto alle spalle, nei loro Paesi) tra il neorealismo e l’espressionismo. Accolsero le stesse cose della pittura moderna francese e le stesse cose rifiutarono, elaborando individualmente una pittura che in fondo si somiglia. Il loro è un manierismo franco-internazionale: indifferenti davanti al rigore del cubismo, impermeabili alle teorie, ostili all’astrazione e alla lucidità intellettuale, tutti e cinque crederono nella virtù del sogno e dell’arte soggettiva.
Tra il 1911 e il 1914, la preoccupazione maggiore di Chagall fu il colore, che cercò sempre di portare alla stessa intensità sentimentale della propria nostalgia: i suoi quadri, in quel periodo, furono simili a immagini orientali dove un dettaglio conta quanto una figura e lo spazio è aperto e disordinato. Poi, a poco a poco, la costruzione si fa più compatta. Dopo il 1925 l’ispirazione cambia: Chagall «vede il mondo soltanto attraverso un mazzo di fiori» scrisse di lui Tèriade, e la vita attraverso le lenti dell’ottimismo (non è un caso che il grande successo di una pittura così lieta e sentimentale sia venuta proprio dagli Stati Uniti). Ormai l’apparente confusione, tormentata e triste, dei primi quadri si trasforma in una serie di balletti di corpi e di cose, trascinati allegramente da una specie di vento colorato.
Marc Chagall morirà nel 1985. Una vita lunga, durante la quale conobbe la povertà e la ricchezza, quest’ultima arrivata verso gli Anni Sessanta. Nonostante la celebrità e il successo economico, però, Chagall condusse una vita molto ritirata (nella sua bella villa di Vence, sulla Costa Azzurra) vivendo con la seconda moglie, Valentine Brodskij detta Vava: Chagall la incontrò nella primavera del 1952 (poco dopo la morte di Bella con cui era convolato a nozze nel 1914) e la sposò nel luglio di quell’anno a Clairefontaine.
Pur avendo vissuto per più di mezzo secolo a Parigi, Chagall ha sempre parlato un “francese-russo-yiddish” difficilmente comprensibile. Per molti anni si è vestito con colori volutamente violenti, con grandi giacche a scacchi: come Harpo Marx, al quale lo legava una certa somiglianza. Negli ultimi 15 anni della sua vita, Chagall non dipingeva quasi più: si limitava, qualche volta, a sorvegliare gli operai specializzati che eseguivano le litografie e le incisioni dei suoi disegni su ceramiche e vetri. Dopo i capolavori della gioventù, Chagall scelse dunque il silenzio alla sua celebrità di piccolo-grande maestro della moderna. Un motivo in più, forse, per riscoprirlo.

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