mercoledì 31 dicembre 2008, posted by vito.cirillo at 11.42
...molta acqua scorrerà, forse del sangue, prima che ciò abbia ad attuarsi. Ma si attuerà.
E' impossibile che al fine non giunga il momento in cui il mondo cristiano, liberato dalla falsa religione e dalla violenza che l'accompagna, vivrà nell'Unione, grazie a una concezione religiosa comune che renderà non soltanto impossibile ma assolutamente inutile l'assassinio dell'uomo da parte del simile.
Questo tempo verrà perché la vita degli uomini in cui la violenza è provocata da un credo già decrepito non può essere che una fase primitiva della vita delle creature dotate di ragione. Gli animali possono essere mantenuti nell'unione con la violenza: gli uomini non potrebbero restare uniti che sotto l'influenza d'una concezione comune della vita.
E io credo che questa concezione ci è data dalla dottrina cristiana...
Il regno di Dio sulla terra è lo scopo ultimo e l'aspirazione dell'umanità (venga il tuo regno...). Cristo ci ha avvicinati a questo regno; ma gli uomini non l'hanno compreso.


[Brano tratto da Le Confessioni di Lev Tolstoj]

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, posted by vito.cirillo at 11.36
Il 10 dicembre 1948, a Parigi, l'Assemblea generale dell'Onu approvò la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, che consta di 30 articoli.
Il principio fondamentale, è quello secondo cui tutti gli uomini sono uguali e liberi, senza discriminazione di razza, religione, sesso. Tutti gli uomini hanno diritto al lavoro, allo svago, al riposo.
Finora 190 paesi hanno sottoscritto questa dichiarazione. Nonostante questo, però, i nobili principi di questa dichiarazione si scontrano con le realtà che spesso li contraddice. Esistono, infatti, oggi discriminazioni, schiavitù, tortura. La politica dei paesi è basata sulla realpolitik, cioè sugli interessi nazionali che vengono quasi sempre privilegiati.
Tuttavia, la dichiarazione è una tappa fondamentale per il progresso universale umano di cui non si può non tenere conto: sta agli uomini di buona volontà uniformarsi ad essa.

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martedì 30 dicembre 2008, posted by roberto.bonuglia at 13.35
Era la vigilia di Natale quando l’ala più estremista di Hamas ed il gruppo della Jihad (guerra santa) islamica hanno sparato una ventina di colpi di mortaio e lanciato sette razzi in territorio israeliano contribuendo, in modo determinante, a rompere la tregua ‒ raggiunta grazie alla mediazione egiziana ed in vigore da circa sei mesi ‒ nella Striscia di Gaza.
Due giorni prima l’esercito israeliano aveva ucciso tre membri delle Brigate Ezzedine Al Qassam (il braccio armato di Hamas) che, a quanto pare e nonostante la tregua in atto, stavano collocando del materiale esplosivo lungo il confine israeliano.
In verità, Hamas aveva annunciato la fine ufficiale della tregua già il 19 dicembre quando i primi due razzi erano stati lanciati dal sud della Striscia di Gaza da alcuni militanti palestinesi colpendo il sud di Israele. Il ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak aveva in quell’occasione escluso risposte armate limitandosi ad affermare: «Quando la situazione ce lo richiederà, noi agiremo […] Non abbiamo paura di lanciare un’operazione militare su vasta scala a Gaza, ma non c’è alcuna fretta». In altre parole, anche dopo l’attacco subito il 19 scorso, Israele rilanciava la propria volontà di tenere fede agli accordi raggiunti con l’Egitto.
Ma il lancio di razzi Qassam è continuato e, dopo la fine ufficiale della tregua, altri 5 razzi sono caduti sul Negev occidentale: in quel momento l’atteggiamento di Israele è cambiato e, con le loro dichiarazioni, sia Barak sia Olmert hanno fatto intendere ai palestinesi che dalle parole anche l’esercito israeliano sarebbe presto passato ai fatti. Nonostante ciò, il giorno dopo, dai miliziani palestinesi sono stati lanciati altri 13 razzi e sparati 20 colpi di mortaio.
Israele allora ha risposto col primo raid aereo durante il quale è rimasto ucciso un miliziano delle Brigate dei Martiri di al Aqsa, il braccio armato di al Fatah. In quelle ore, alcune fonti del Jerusalem Post non hanno escluso che l’esercito israeliano avrebbe potuto, nei giorni successivi, riconquistare la Striscia di Gaza abbandonata da Israele nell’estate del 2005 e controllata da Hamas dal giugno 2007. Al contempo, anche Condoleeza Rice ‒ a tutt’oggi segretario di stato americano in carica ‒ ha cercato di sottolineare che i palestinesi hanno solo un modo «per raggiungere l’obiettivo della creazione di uno stato: il negoziato». La ripresa delle ostilità, dunque, avrebbe rischiato solo di indebolire i palestinesi, le proprie rivendicazioni ed i propri obiettivi.
Le intenzioni di Israele sono state notificate anche al segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon al quale, in una nota del 22 dicembre, è stato fatto sapere da Gabriela Shalev (ambasciatore israeliano all’Onu) che, da quel momento in poi, non ci sarebbero più state esitazioni «a reagire militarmente, se necessario» ai razzi sparati dai miliziani della Striscia di Gaza. Proprio mentre arrivavano all’Onu queste dichiarazioni, grazie alla mediazione egiziana, Hamas ha annunciato una tregua di 24 ore concessa in cambio dell’ingresso di aiuti dall’Egitto.
Questo è il punto chiave della vicenda: il principale obiettivo di Hamas è sempre stato quello dell’apertura completa dei valichi di confine della Striscia di Gaza e, più in generale, dell’alleggerimento del blocco. Richieste, queste, che, ieri come oggi, Israele non può prendere in considerazione se Hamas stesso non si impegnerà finalmente a riconoscere le famose tre condizioni poste dal Quartetto e cioè: il diritto di Israele ad esistere come stato, il ripudio del terrorismo, il rispetto degli accordi già firmati tra Israele e palestinesi.
Il giorno seguente il ministro del Welfare israeliano Isaac Herzog aveva comunque manifestato la propria disponibilità a lavorare per un prolungamento della tregua suscitando, però, la scoraggiante risposta di Fawzi Barhoum, portavoce di Hamas: «Non abbiamo chiesto una [nuova N.d.R.] tregua, e non cercheremo o chiederemo mai ad alcuno di mediare per ripristinarla o rinnovarla». Il risultato della tregua momentanea è stato davvero inutile: al suo scadere sono ripresi i lanci dei razzi (stavolta circa 80) contro Israele che ha effettuato il primo raid aereo sulla Striscia.
Il giorno di Natale, il presidente egiziano Hosni Mubarak ha ricevuto al Cairo il ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni, la quale ha ufficializzato la nuova posizione del governo e quella sua personale (in quanto candidata premier, insieme al leader della destra Benjamin Netanyahu, al ballottaggio del prossimo 10 febbraio): «Hamas controlla la Striscia di Gaza e Hamas ha deciso di prendere a bersaglio Israele, questo deve essere fermato e questo è quello che faremo […] Hamas deve comprendere che la nostra aspirazione alla pace non vuol dire che Israele accetterà questa situazione a lungo […] Se Hamas crede che Israele, visto che è in periodo elettorale, non farà quello che qualunque paese democratico farebbe per proteggere i suoi cittadini, allora si sbaglia».
E quando il 26 dicembre, per alcune ore, Israele aveva aperto i valichi, l’offensiva aerea era già stata organizzata: il giorno dopo, infatti, la temuta e attesa reazione è arrivata: 290 morti e 700 feriti sono il risultato dei raid contro le caserme della polizia a Gaza.
Mentre altri razzi da Gaza colpivano Ashkelon, Sderot, Gan Yavne e Ashdod nel sud di Israele, Fawzi Barhoum, alla Tv araba al-Jazeera, ha dichiarato con orgoglio: «Il mondo rimarrà sorpreso della nostra risposta all’aggressione degli occupanti […] Hamas sta bene, la resistenza sta bene e il governo sta bene […] ora le Brigate Ezzedine al Qassam hanno le mani libere per rispondere con tutti mezzi di cui possiede, inclusi i missili a lunga gettata e le azioni di martirio […] Abbiamo la forza per controbilanciare questo terrorismo».
E’ dunque chiaro che si sia ormai consumata la rottura definitiva dei rapporti tra Hamas e l’Egitto di Mubarak che aveva impegnato molte delle sue risorse per la tregua di giugno e per mantenere il «cessate il fuoco». Ma, perso l’Egitto, pare che Hamas abbia acquistato l’appoggio dell’Iran. Dopo le dichiarazioni di Barhoum, infatti, la Tv di stato iraniana ha fatto sapere che «l’Iran manderà la sua prima nave con aiuti destinati alla Striscia di Gaza malgrado il blocco navale israeliano sul territorio controllato da Hamas […] A dispetto del blocco del regime sionista la nave di aiuti iraniani partirà oggi [il 26 dicembre N.d.R.] e arriverà in 12 giorni in Palestina […] saranno a bordo 12 dottori iraniani e uomini addestrati per il soccorso. Il cargo conterrà più di 2.000 tonnellate di cibo, medicine e apparecchiature».
Mentre sono in viaggio gli aiuti iraniani, però, il 27 ed il 28 dicembre sono continuati sia gli attacchi aerei del governo di Tel Aviv (ad oggi circa 300) sia il lancio di razzi palestinesi: si contano a Gaza 320 morti e 1.400 feriti, un morto e 14 feriti in territorio israeliano. Molti, tra i morti nella Striscia, i bambini.
Israele, con la sua operazione militare Cast Lead ha colpito in tre soli giorni coi suoi raid caserme, depositi di munizioni, zone di lancio di razzi e decine di tunnel al confine con l’Egitto utilizzati per introdurre nella Striscia di Gaza armi, ma anche generi di consumo per la popolazione. Ieri, inoltre, la marina israeliana ha anche bombardato navi e posti di guardia terrestri di Hamas centrando con successo i bersagli. A partire dal 27 dicembre, la Striscia di Gaza ha subito almeno 300 raid aerei di diverse dimensioni dell’esercito israeliano che hanno provocato (ad oggi) oltre 360 morti e 1.600 feriti: non c’è più spazio per seppellire i morti nel cimitero della città palestinese.
Non solo, ma il governo israeliano ha autorizzato il richiamo di circa 6.500 riservisti delle forze combattenti e della difesa civile mostrando il chiaro intento di sferrare un attacco di terra a ridosso del confine con Gaza.
Stamattina un portavoce militare israeliano ha confermato all’Afp che le truppe di terra sono dispiegate al confine con la Striscia e sono pronte a entrare in azione in qualsiasi momento, anche perché Hamas, ha sparato ieri più di 80 razzi (tra i quali, oltre ai Qassam anche i più sofisticati Grad) e colpi di mortaio contro il Negev occidentale, uccidendo tre civili israeliani e un soldato.
Può sembrare paradossale, ma a quanto sembra lo stesso Hamas spera in un’offensiva di terra da parte dell’esercito israeliano. I leader palestinesi sono convinti che ciò costringerebbe i soldati israeliani ad una guerriglia urbana «casa per casa»: l’ultima invasione via terra effettuata da Israele nell’estate del 2006 nel sud del Libano contro gli Hezbollah si saldò, infatti, con una pesante sconfitta.
Ma a volte la storia non si ripete…

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, posted by David.Rettura at 03.36

La recentissima iniziativa del Cardinale Tettamanzi, Arcivescovo di Milano, di creare un fondo di aiuto a disoccupati e famiglie in difficoltà attraverso la creazione di un fondo di un milione di Euro racimolati attraverso risorse provenienti dall'otto per mille come dalle elemosine dirette direttamente al Vescovo o da fondi "personali" in dotazione a su Eminenza, è stata ritualmente plaudita da tutte le forze politiche, anche da quella Lega Nord che in tempi molto recenti aveva mostrato, in maniera anche dialetticamente poco diplomatica, disappunto per alcune posizioni espresse dal porporato, con la sola eccezione di Renato Brunetta.

Provenendo tale gesto dalla diocesi di Milano, e da un personaggio come Tettamanzi che non si può certo ascrivere con leggerezza alla schiera degli aperturisti come il Cardinal Hummes o a quello ancora più lontano dei progressisti alla Lehmann, non ha potuto che ricordare quella pastorale lombarda del novecento i cui protagonisti più rappresentativi furono gli arcivescovi Ratti e Montini, come Tettamanzi lombardi anche di nascita, chiamati poi al soglio pontificio come Pio XI e Paolo VI.

Sembra in tempi di crisi ideale e morale ancor prima che economica, tornare in auge una tradizione lombarda di austerità ma nel rilancio del cattolicesimo sociale.

Nel suo ormai quasi ventennale La cultura democristiana Agostino Giovagnoli, sulle orme del suo maestro Pietro Scoppola, ricordava cosa il pontificato Rattiano avesse significato per la costruzione intellettuale e morale di tutta una generazione di leader cattolici i quali ebbero nella FUCI messa sotto l'ala di Montini una scuola di politica ma anche di senso dello stato. Frutti di quella covata furono i Moro e tutta quella generazione democristiana che doveva succedere ai popolari di Sturzo e De Gasperi e, con la decisa spinta di Fanfani, dare vita al centrosinistra con le riforme ad esso più o meno direttamente collegabili.

Il magistero Rattiano rappresentò, con il suo atteggiamento verso l'azione cattolica ed un certo modo di fare Chiesa, un solco nel quale un certo cattolicesimo italiano doveva, dentro e fuori della politica, muoversi sino al Concilio, del quale un'altro papa lombardo, pure estraneo per certi versi a questa tradizione, doveva dare inizio, mentre Montini doveva essere chiamato a chiuderlo

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lunedì 29 dicembre 2008, posted by David.Rettura at 01.18


Mi è capitato fortuitamente in mano un vecchio articolo dell'Unità risalente al 4 maggio 1998, quando l'arguta penna di Siegmund Ginzberg intervistò un intellettuale francese, Emmanuel Todd, il quale non si fece scrupolo di lanciarsi in una profezia, tra l'altro con toni da oracolo incontestabile: L'Euro è una scemenza destinata a sicuro insuccesso, per motivazioni economiche ma sopratutto storico-sociologiche. Oggi, a dieci anni di distanza, mentre l'Euro, pur tra mille difficoltà e dopo infinite diffidenze iniziali, supportate nel nostro paese dalle insipienze più o meno interessate di svariati governi, mostra tutta la sua utilità come contrappeso alla devastante crisi, le parole di Todd meritano di essere stigmatizzate per più di un motivo: ancora una volta gli intellettuali cui piace vestire i panni del bastian contrario si trovano a lecccarsi le ferite e nessuno trova mai il tempo di dire scusate ho sbagliato, come migliaia di intellettuali che furono fascisti salvo dimenticarlo dopo l'otto settembre od il venticinque aprile, o come migliaia di intellettuali ex-comunisti oggi lesti a riconoscere, negli altri, la luce del torto che fu.

D'altronde è troppo seducente sparare bordate per avere due colonne in cronaca; tanto poi la gente dimentica.

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domenica 28 dicembre 2008, posted by giovanni.larosa at 05.21
Cento anni sono trascorsi dalla distruzione portata dal terremoto che ha colpito maggiormente le città di Messina e di Reggio Calabria[1]. Gli addetti all’Osservatorio Ximeniano annotarono:
«Stamani alle 5 e 21 negli strumenti dell'Osservatorio è incominciata una impressionante, straordinaria registrazione: “Le ampiezze dei tracciati sono state così grandi che non sono entrate nei cilindri: misurano oltre 40 centimetri. Da qualche parte sta succedendo qualcosa di grave».
All’alba del lunedì 28 dicembre 1908, nella piena oscurità e con gli abitanti immersi nel sonno, un terremoto, per altro uno dei più potenti della storia italiana[2], seguito da un maremoto, in 37 "interminabili" secondi danneggiò gravemente le città e mise a soqquadro le coste calabro-sicule, con numerose scosse devastanti.
La notizia del terremoto e del maremoto che colpì lo Stretto fu registrata anche dall'Osservatorio di Domodossola e dal Coast and Geodetic Survey di Washington, fece il giro d'Italia e del mondo.
Messina contava circa 140000 abitanti, ne perse circa 80000 e Reggio Calabria registrò circa 15000 morti su una popolazione di circa 45000 abitanti. Secondo altre stime si raggiunse la cifra impressionante di 120000 vittime, 80000 in Sicilia e 40000 in Calabria. Altissimo fu anche il numero dei feriti e catastrofici furono i danni materiali.
Giovanni Pascoli scrisse:

«Gli uomini diseppelliscono gli uomini, per seppellirli di nuovo. L’opera umana è più pia, questa volta, di quella della natura».

I soccorsi furono organizzati dal Ministero della Guerra e dal Ministero della Marina: una prova generale per l’Italia.
Quanto era presente nei magazzini militari di Roma e di Napoli fu spedito via Bagnara-Reggio-Messina, le località più colpite dal terremoto. Nella notte del 29 dicembre, partì da Napoli il piroscafo Jonio della Navigazione Generale Italiana, con truppe e reparti dei militi della Croce Rossa Italiana. Partì da Genova, anche il più grande piroscafo italiano, il Sardegna, utilizzato come nave-ospedale. Per sgomberare le macerie furono richiesti 3000 lavoratori e furono date tutte le disposizioni affinché l'esercito si rendesse disponibile a ciò che era immediatamente necessario: tende, panifici trasportabili, carriaggi…
Non appena le notizie della catastrofe giunsero a Roma, il re Vittorio Emanuele III e la regina Elena affidarono i loro quattro figli a Margherita e partirono, occupando il posto sul treno speciale predisposto per condurre le prime squadre di soccorso sul luogo; da Napoli, i sovrani, in compagnia del ministro Orlando s'imbarcano sulle navi corazzate Vittorio Emanuele e Regina Elena alla volta di Messina. Giunto sul luogo, il re inviò immediatamente a Roma un telegramma dai toni drammatici:

«Qui c'è strage, fuoco, sangue e morte; spedite navi, navi, navi e navi».

Alle 21 fu avvertito il sindaco di Roma, Enrico Nathan, il quale fu uno dei primi amministratori ad attivarsi in prima persona, oltre che tra i più eminenti componenti del Comitato di Soccorso voluto dal governo, di cui svolgeva il compito di presidente della Commissione Esecutiva.
Numerose furono le gesta di solidarietà.
La contessa Rasponi Spalletti, nobile d’origine ravennate, animatrice di un vivace salotto culturale e alla guida del Consiglio Nazionale delle Donne d'Italia, fu nominata dal Comitato Centrale di Soccorso, alla presidenza del “Patronato Regina Elena”
[3]. La dama era un esempio di quel mondo patrizio romano che entrava in azione in questo contesto convulso, agitato dall'arrivo nella capitale di centinaia di sopravvissuti.
Tra i tanti soccorritori provenienti da ogni parte d'Italia, vi furono medici di Roma, pompieri di Milano, studenti di Bologna, signori di Genova, volontari torinesi, napoletani. Le cronache riportarono: «Avvezzi a tutti i viaggi, non dormono, né si vestono da quattro giorni, inchiodati ad un lavoro che non finisce mai».

Di quegli eventi tragici, va ricordato che tra i primi soccorritori giunti a Messina il 28 gennaio stesso, ci furono i marinai della flotta imperiale russa, che si trovava nel porto di Augusta per delle esercitazioni. La flotta al comando dell'ammiraglio Livtinov, era composta dalle due corazzate Slava e Cesarevic e dall'incrociatore Makarov (in seguito sarebbe giunto anche un'altro incrociatore, il Bogatyr), che riuscì ad attraccare nel porto dove già si era formata una folla di superstiti in cerca di aiuto. Nella stessa giornata arrivò anche la flotta britannica, che coordinò con i russi la propria opera di soccorso.

Nella sua corrispondenza da Messina per “Il Giornale d'Italia” del 9 gennaio 1909, Goffredo Bellonci omaggiava i tanti benefattori, soccorritori, volontari di varia provenienza e qualifica che stavano percorrendo: «In lungo e largo le rovine, compiuti difficilissimi salvataggi, fatti prodigi di abnegazione»; poiché i primi soccorsi giunsero dal mare, furono ricordati i marinai delle navi russe, inglesi, francesi ed americane che si prodigarono nelle operazioni di salvataggio. Il panorama della solidarietà internazionale era veramente ampio e articolato, come si poteva evincere dall'elenco della partecipazione ai soccorsi dei diversi Stati.
Edoardo Scarfoglio sul “Mattino” di Napoli scrisse anch’egli il 9 gennaio: «Consideriamo la catastrofe come un episodio della guerra che avrebbe potuto scoppiare ieri, che potrà scoppiare domani e facciamo che i nostri nervi non ne siano più profondamente colpiti».

Un merito tutto particolare fu riconosciuto all'abnegazione ed all'eroico sacrificio dei marinai russi, tanto che, già nel primo Consiglio Comunale dopo il terremoto, i messinesi deliberarono di erigere un monumento a quei primi salvatori
[4]. La solidarietà russa con Messina andò oltre il primo e immediato soccorso: fu costituito il Comitato “Pietroburgo-Messina”, che inviò generi di prima necessità e raccolse fondi per la ricostruzione. Lo stesso zar Nicola II donò 50.000 franchi; lo scrittore Maksim Gorkij volle contribuire, scrivendo un libro sul terremoto, i cui proventi furono donati alla città.
Tra i primi marinai a sbarcare nella città di Messina ricoperta di macerie, ci furono il capitano Owen e cinque marinai inglesi del mercantile Afonwen e l'equipaggio del vapore Ebro, che salvarono diversi feriti insieme ad altri mercantili inglesi (Mariner, Drake, Chesapeake, Ophir, Vito, Cretic); le navi inglesi da guerra Sutlej e Boxer, di stanza ad Agusta, furono tra le prime a arrivare in città alle prime luci della mattina allestendo i primi ospedali da campo, raccolta viveri a Messina e trasportando i feriti a Siracusa. Oltre 200 uomini furono sbarcati in Calabria. Successivamente arrivarono a dare sostegno diversi incrociatori (Minerve, Exmouth, Lancaster, Aboukir)
[5]. A Londra si organizzarono commemorazioni e ricche raccolte di fondi, raggiungendo la somma di 140.000 sterline.
Una divisione francese composta dalle navi di linea Justice e Veritè, da Tolone scortate da due torpedinieri, si attivò per soccorrere i paesi della riviera tra Messina e Torre Faro, mentre il Dunois distaccato da Biserta fu utilizzato nella costa calabrese. Gli incrociatori protetti Fanfare e Carquois portarono abbondanti soccorsi di viveri, medicinali e legname da costruzione.
Due navi danesi Heymdal e Thor giunsero il 5 gennaio 1909 e fino all’8 si attivarono sia sulla costa calabra, che nella costa jonica tra Messina e Taormina.
I volontari della Società Viennese di Soccorso e della Società Viennese per le Cucine Popolari si mobilitarono per offrire razioni costanti di cibo ai profughi messinesi ospitati a Catania, mentre si segnalarono le navi della Marina mercantile ungherese e le navi asburgiche Zringi, Nagy Lajos, Matcecovitz e piroscafi Andrassy e Olga.
La nave spagnola Principesa De Asturias sbarcò a Milazzo 100 tende e 45000 razioni di cibo, mentre il Cataluña fu allestito dal marchese di Comillas, come nave ospedale con 350 posti letto per il trasporto degli orfani.
L'incrociatore portoghese Vasco De Gama il 16 gennaio sbarcò indumenti e viveri nella costa messinesi.
La sera del 19 gennaio un gruppo di giovani chirurghi siciliani residenti a Roma ottenne dalla Direzione Generale della Sanità Pubblica di partire immediatamente per le zone sinistrate, mentre la presidenza del Circolo Universitario “Corda Fratres” inviò una squadra di studenti e il prof. Tonelli, rettore dell'Università La Sapienza mise a disposizione le prime 11.000 lire raccolte tra gli studenti romani.
La nave Sfacteria giunse a Messina il 21 gennaio e si attivò per consegnare a Catania i soccorsi inviati dal governo greco.
Cibo e materiale di soccorso in grandissima quantità furono portati dalle navi della Marina statunitense Culgoa, Connecticut, Ilinois, e dal vapore Bayern della Croce Rossa Americana, mentre si segnalava l'opera del console Cutting Jr., padre della scrittrice Iris Origo; grazie al legname trasportato alle navi della Marina statunitense, si realizzò il “Villaggio americano di Messina” costituito da tremila casette nella zona Moselle della città peloritana.
Un ruolo significativo e poco noto fu quello relativo ai paesi di lingua tedesca, e la Germania in particolare. La mobilitazione della Marina tedesca, così come la donazione di abitazioni in legno sia a Palermo che a Messina da parte del kaiser Guglielmo II, furono elementi di grande valenza che segnarono un marker germanico su questo evento di significato universale. Un filo di congiunzione che si collegava ad un’antica e intensa tradizione tedesca in Sicilia, isola dove erano presenti diverse comunità mercantili tedesche e dove i viaggiatori, da Goethe in poi, permisero la diffusione internazionale del “mito siciliano” e delle leggende dello Stretto di Messina cantate da Schiller
[6] .

Benedetto Croce che perse i genitori e la sorella nel terremoto di Ischia del 1883, descrive così questa malattia dell’anima:
«E abbiamo rimorso di vivere, ci sembra di rubare qualcosa che è di proprietà altrui, vorremmo morire con i nostri morti: codesti sentimenti, chi non li ha, purtroppo, sofferti, o amaramente assaggiati?».
Fu una specie di groppo in gola collettivo, nazionale.
I giornalisti parlarono di patria in lutto.
Sull’onda dell’emozione collettiva gli italiani riscoprirono la fraternità, tanto che a Roma e a Milano c’era la fila per versare dentro urne avvolte dalla bandiera tricolore i soldi da inviare ai terremotati. La prima onda emotiva che unì tutto il paese.
I primi del Novecento furono gli anni del primo femminismo che divenne un movimento internazionale, pacifista, animato da una nuova morale; le suffragette chiedevano il voto e cresceva il ruolo della donna nella vita pubblica. Era appena nato il Corpo delle Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana
[7] e subito dovette affrontare il più grande disastro naturale. All’epoca c’era chi sosteneva che le donne non avevano la maturità psicologica e la preparazione fisica per assistere i feriti in zona di guerra. Di nuovo il terremoto divenne una prova generale della guerra, ma per molti le donne, erano loro stesse da difendere, anche se nell’immaginario del Risorgimento, l’Italia era una donna.
Molti furono coloro che si prodigarono per portare aiuti alle popolazioni colpite dalla catastrofe dello Stretto di Messina. Nonostante queste eroiche gesta, solamente sei anni dopo scoppiò la Prima Guerra Mondiale, che vide coinvolte tutte le potenze sopra citate e altre ancora.
In quegli anni tra la metà dell’Ottocento e i primi del Novecento, di numerosi sconvolgimenti strutturali per molte Nazioni nel mondo, basati sull’ondata dei continui sviluppi industriali e continue espansioni territoriali, è necessario considerare la società analizzandola da altri punti di vista ed evidenziando che lo spirito di coinvolgimento per la maggior parte degli uomini di qualsiasi paese, era dettato dal desiderio di “avventura”.
La Grandeguerra fu accolta con entusiasmo dai giovani volenterosi di fare le loro “avventure”, ma questa volta, ignari delle cose che li avrebbero attesi.


[1] Già il terremoto del 1783 distrusse gran parte della città di Messina. Reggio Calabria, centro di origini remote e importante polys nel periodo greco, rimase anch'essa devastata dal terremoto del 1783, che determinò la successiva riedificazione di molti dei suoi quartieri secondo un nuovo piano regolatore, con criteri innovativi e che persistono tuttora.

[2] Che raggiunse i 7,1° della scala Richter (11-12° nella scala Mercalli).

[3] Ente creato per l'assistenza degli orfani del terremoto, che coinvolgeva in prima persona il fondatore della Piccola Opera della Divina Provvidenza (il futuro Santo Don Luigi Orione), a cui fu affidato il difficile compito di organizzare, da Messina, l'assistenza dei circa 2000 orfani, forte anche dei poteri affidatigli dal Papa.

[4] Segnaliamo il volume "1908 - Marinai russi a Messina", pubblicato dall'Amministrazione Provinciale di Messina nel 1988, per gli 80 anni dal terremoto.

[5] Segnaliamo il volume “Angels in Blue Racket” che racconta le vicende dei marinai britannici.

[6] Nel numero del 13 febbraio 1909 di “Ordine e Notizie”, il giornale nato subito dopo il terremoto del 28 dicembre 1908 e fondato dall'on. Giuseppe Micheli, si metteva in rilievo l'intervento della Germania per i profughi del terremoto: «In Germania la notizia del disastro ha colpito profondamente gli animi, perché moltissimi conoscono il paese colpito; che per i touristes tedeschi è diventato una delle mete preferite da quando l'Imperatore ha scelto per più volte Taormina come una sua villeggiatura. Lo slancio della carità corrispose all'emozione grandissima e se la stampa finora ha tenuto poco conto dell'attività tedesca lo si deve certamente al fatto che il carattere nazionale dei tedeschi li spinge ad agire senza farsi un auto-reclame. Il Comitato centrale finora ha raccolto più di 4 milioni e mezzo senza tener conto dei doni in natura e se vi si aggiungono i doni pervenuti da tedeschi a comitati italiani, certamente si completa il quinto milione. Si sono visti degli esempi di nobile gara. A Francoforte sul Meno, per esempio, la “Gazzetta di Francoforte”, che è il più importante giornale della Germania, ha raccolto più di 50.000 marchi, e quasi altrettanto la Camera di Commercio di quella città».

[7] Nel 1908 già un migliaio di infermiere tra diplomate e allieve costituivano il personale disponibile. Nelle operazioni di soccorso della Croce Rossa Italiana, furono mobilitati nel disastroso terremoto: 252 ufficiali, 781 militari e 260 infermiere volontarie.

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sabato 27 dicembre 2008, posted by vito.cirillo at 17.02
Nella sua visita in Iraq del 15 dicembre scorso, il Presidente Bush ha ricevuto un trattamento davvero speciale e inconsueto. Durante la conferenza stampa, un giornalista iracheno di fede sciita ha lanciato le proprie scarpe contro Bush che con destrezza ha evitato. Durante il lancio il giornalista ha etichettato il Presidente come "cane".
Il reporter è stato arrestato dagli iracheni ma è diventato un eroe nazionale non solo in Iraq ma nel mondo islamico in genere. Si può dire che è nata "L'INTIFADA DELLE SCARPE" perché le scarpe sono diventate il simbolo della protesta islamica contro l'imperialismo occidentale.
E' un triste congedo quello di Bush, sulla scena internazionale. Molto diverso invece fu quello di Clinton, nel dicembre 2000. Egli si recò in visita ad Hanai, nel Vietnam del Nord. Fu accolto tra gli applausi dei vietnamiti, soprattutto dei più giovani. Due congedi opposti significativi di due modi di intendere la presidenza degli Usa e non solo: il mondo lasciato da Clinton e quello lasciato da Bush sono forse davvero molto diversi tra loro

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, posted by vito.cirillo at 16.40
Nel capitolo 24 del Vangelo di Luca è descritto un episodio di cui parla soltanto questo Vangelo.
Dopo la crocifissione e la risurrezione di Gesù Cristo, due discepoli di Gesù ritornavano al loro paese Emmaus. Sappiamo solo il nome di uno dei due: Cleopa. Mentre essi discorrevano, Gesù stesso si accompagnò a loro, che non lo riconobbero. La cosa sorprendente di questo episodio consiste nel fatto che Gesù citò tutte le profezie del Vecchio Testamento che lo riguardavano. Fece uno straordinario compendio profetico partendo dai libri scritti da Mosè (i primi cinque) fino ai Salmi ed ai profeti grandi e piccoli del Vecchio Testamento. Fu una straordinaria lezione biblica, per così dire.
I due fecero entrare Gesù nella loro casa e lo riconobbero soltanto quando egli spezzò il pane e disparve.

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venerdì 26 dicembre 2008, posted by David.Rettura at 23.29

Il 26 dicembre del 1893 nasceva Mao.

115 anni dopo la Cina è un paese completamente diverso da quello in cui nacque in una famiglia di contadini piccoli proprietari ma anche del tutto differente rispetto a quello di cui prese le redini nel 1949 o nel quale morì nel 1976.

Circa 70 anni sono passati da quando Edgar Snow cominciò, prima sul periodico Asia e poi in quell'epico affresco della lotta cinese di affrancamento dalle influenze straniere come dalle contraddizioni interne che doveva essere, prima nel mondo anglosassone e poi in tutta Europa dopo la guerra Stella Rossa sulla Cina. Da allora in avanti in Occidente come in Cina il capo dei guerriglieri comunisti che battuti da Chiang Kai Scheck lungo le coste e costretti a riparare all'interno edificando uno stato sovietico a base agricola non fece che crescere. La presa del potere doveva solo aumentare l'ascendente del Grande Timoniere, il quale negli anni sessanta ascese ad un culto della personalità tale all'interno della Cina da giungere a punte inarrivate in Occidente.

Come già ho accennato raccontando il libro di Stefano Ferrante, anche l'Europa e l'Italia non furono affatto immuni dalla febbre della venerazione per Mao, la quale è però in Cina scemata molto più velocemente, con la Francia che ancora oggi può esibire, nella atomizzazione della sua estrema sinistra, gruppi maoisti, per quanto ancor più velleitari di quanto già nell'epoca d'oro.
Il fascino di Mao, come ha scritto Paul Hollander nel suo ormai classico Pellegrini Politici, fu dovuto al fatto di impersonale un leader che fosse alternativo al modello staliniano, prima e dopo la destalinizzazione del 1956 e la susseguente frattura tra Russi e Cinesi. Il comunismo cinese, ammantato dal fascino della terzomondialità, rappresentava un'alternativa integrale a quello che sembrava essere un'imborghesimento riformistico dei partiti comunisti occidentali e non, curiosamente in linea con le analisi sulla degenerazione della rivoluzione sovietica che l'aborrito Trotsky aveva delineato già negli anni '30, quando aveva deprecato la nascita della classe delle burocrazia di partito che ostava al superamento delle classi.

Altro elemento di fascino del comunismo maoista, dopo la fase epico-eroica della lotta rivoluzionaria doveva essere la centralità che l'elemento agrario, sottovalutato dalla centralità operaia del marxismo più ortodosso, sembrava aver mantenuto all'interno della speculazione teorica come nell'analisi teorica di Mao e degli altri esponenti cinesi.

Invero furono le circostanze a spingere il movimento cinese, in realtà nato come costola del più vasto movimento nazionale di affrancamento dalle influenze straniere e che aveva prosperato al principio nelle fabbriche di Shanghai, allora con la Manciuria sottoposta al giogo giapponese unico polo industriale della nazione che avesse una qualche importanza, dopo i ripetuti insuccessi del 1927 e poi degli anni '30, a spingere il Partito ad avvicinarsi ai contadini, ed a farne, dopo la Lunga Marcia, la spina dorsale della Repubblica Sovietica.

Di questo il merito è certo in maniera importante di Mao, che doveva uscire come il più importante leader del partito, anche più di tanti che avevano fatto studi più completi anche all'estero, proprio dalle bufere della metà degli anni '30, attraverso le quali aveva saputo far passare l'armata di cui era commissario politico, in maniera migliore di tante altre che si erano invece disgregate.

Dopo la presa del potere doveva imporsi come leader del neonato stato proletario ma essere poi messo in ombra dopo il tragico fallimento del Grande Balzo alla fine degli anni '50 da Liu Sciao Chi, salvo poi tornare saldamente in sella con la Rivoluzione Culturale, capolavoro della strategia, squisitamente maoista, di mobilitazione delle masse in campagne politiche il cui vero scopo era solo quello della lotta clanica di potere per il vertice.

Solo la morte doveva mettere fine al suo potere assoluto ed l suo mito doveva declinare rapidamente sotto i colpi, dolci, vellutati ma decisi del riformismo pragmatico di Deng Xiao Ping.

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mercoledì 24 dicembre 2008, posted by khayyamsblog@gmail.com at 11.02

Buon Natale.
A tutti i nostri lettori, a tutti i vostri cari.

Lo staff

Roberto Bonuglia, Sara Bilotti, Vito Cirillo, Giovanni La Rosa, David Rettura, Antonella Zatti

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domenica 21 dicembre 2008, posted by David.Rettura at 21.18

Non posso dire di essere un lusista o di conoscere Pessoa sufficientemente bene, ma quello che so è che pochi poeti, pur sbocconcellati quà e là nel corso degli anni senza continuità ne progetto, sanno parlare al profondo del cuore come lui, con il suo pessimismo consapevole che sembra ogni volta una delle chiavi migliori per capire il mondo, ammesso che questo sia comprensibile o abbia un senso.


Sei solo al mondo, ma non lo sa nessuno. Taci e fingi.

Come rimanere freddi di fronte ad una frase così? Essa sintetizza quell'inquietudine che ci mangia l'anima, di tanto in tanto, quando siamo da soli davanti ad una tele spenta, oppure qualcuno ci chiude la sua porta per sempre, oppure solamente quando siamo in autobus durante un giorno di pioggia.

L'impossibilità di comprendere la vita rappresenta un tema ricorrente nella vita di Pessoa, da lui declinato nelle sue delicate poesie ma anche nello svolgersi della sua biografia, consequenziale al contrario di molti altri pretesi artisti, che separano la prosa dalla poesia, alle idee professate, un Hemingway di senso contrario ma come il romanziere statunitense portato a vivere secondo le proprie regole sino in fondo.

C'è probabilmente qualcosa di ineffabilmente lusitano in questa malinconia che pervade anche il fado, la musica tradizionale di cui Pessoa fu anche paroliere, e che ritroviamo meravigliosamente declinata nelle pagine di Antonio Lobo Antunes, estremo fiore di un malessere portoghese.

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, posted by vito.cirillo at 12.48


Prima della conversione dall'Islam al cristianesimo, avvenuta il 22 marzo 2008 in San Pietro (fu battezzato da Benedetto XVI) Madgi Allam era molto critico nei confronti del mondo islamico e soprattutto nei confronti degli integralisti islamici. Roberto Bonuglia già in un post del marzo 2007 evidenziava queste sue posizioni, tra l'altro premonitrici di quanto sarebbe successo in futuro.
Convertitosi, infatti, Allam ha aggiunto al suo nome Magdi quello di Cristiano per porre fine definitivamente alla sua appartenenza islamica. Nato in Egitto nel 1952, a 20 anni venne in Italia dove studiò. Divenuto giornalista ha scritto prima per Il Manifesto, poi per La Repubblica, infine per Il Corriere della Sera, di cui è stato anche vice direttore.
Il 30 novembre 2008, ha fondato un nuovo partito i cui iscritti e sostenitori si propongono di essere Protagonisti per un'Europa Cristiana.
Questo nuovo partito vuole battersi affinché l'Europa faccia riferimento alla tradizione cristiana. E' un partito laico che si batte per la famiglia e per la persona, per una politica che ponga a proprio fondamento l'autorità morale.
Allam ritiene che il partito di Berlusconi si mantenga solo per la personalità ed i soldi del Cavaliere. Dopo Berlusconi esso verrà ridimensionato. Allam non crede nemmeno nel Partito Democratico, perché ha troppe anime e, per questo, non potrà superare le sue divisioni.
E' da presumere che, dietro il suo partito, ci possa essere il sostegno della Chiesa. Le prossime elezioni europee potranno dire se questo partito può avere un futuro oppure se rimarrà solo un progetto.

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, posted by vito.cirillo at 10.14
70 anni fa, dopo la promulgazione delle leggi razziali fasciste in Italia, è scoppiata una polemica riguardo a tali leggi. L'ha fatta scoppiare il Presidente della Camera Gianfranco Fini.
Questi, il 16 dicembre 2008, ha dichiarato che queste leggi furono una vergogna per l'Italia e che, però, la società italiana non mostrò alcuna resistenza contro di esse, tranne poche eccezioni.
Fini è andato poi oltre, accusando anche la Chiesa cattolica di non aver fatto molto per condannare queste leggi, soprattutto nel 1938.
In verità, il papa d'allora, Pio XII, espresse ufficialmente la sua amarezza per queste leggi.
Anche la rivista dei gesuiti Civiltà Cattolica è intervenuta nella polemica attuale definendo sconcertante la presa di posizione di Fini.
Il segretario del PD Walter Veltroni ha condiviso le parole pronunciate dal Presidente della Camera.
Occorre dire e ricordare che molti sacerdoti cattolici non ubbidirono alle leggi razziali e cercarono di aiutare gli ebrei come meglio poterono. Alcuni storici, però, ritengono che l'atteggiamento della Chiesa fu un po' ambiguo e non fu, nella condanna delle leggi razziali, del tutto deciso e inequivocabile come avrebbe dovuto essere.
Su questi aspetti torneremo nei prossimi giorni.

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sabato 20 dicembre 2008, posted by vito.cirillo at 13.23
Lo scrittore siciliano Leonardo Sciascia (autore, tra l'altro, de Il giorno della civetta e Todo modo) era solito pronunciare, riferendosi all'Italia, la seguente frase: "Questo paese non ha memoria e verità".
Secondo Sciascia, l'Italia dimentica spesso i mali e le storture del passato. Per questo mali e storture si ripresentano frequentemente. In poche parole, la storia non insegna nulla agli italiani.
Non amano nemmeno la verità: per questo tanti episodi oscuri e dannosi non sono stati esplicitati in modo chiaro e convincente. Si cerca sempre di coprire, di mettere sotto il tappeto ciò che invece dovrebbe essere spazzato via. Tanti misteri della nostra Repubblica, in questo modo, rimangono tali ancora oggi.
Può veramente crescere un paese che non onora come si deve la memoria e la verità?

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, posted by vito.cirillo at 13.08
Il grande pensatore italiano Antonio Gramsci ha sostenuto che non ci può essere "progresso" se non si attua una rivoluzione individuale di carattere culturale e morale.
Le culture del personalismo del demagogismo, del narcisimo autoincensantesi, del qualunquismo, dell'arrivismo fine a se stesso, del superficialismo, dell'immoralità democratica non può fare avanzare un popolo sulla strada del vero progresso.
Se poi si mette anche il compiacimento dell'iniquità e l'acquiescenza al tornaconto personale, la non indignazione contro la disonestà ed il pervertimento della giustizia, allora si ha una crisi morale che non permette al popolo di realizzare l'autentica democrazia. Gramsci aveva capito che questi mali in Italia non sono stati debellati e che solo una rivoluzione culturale e morale può debellarli.
Se si guarda l'Italia di oggi, non si può dire che questa rivoluzione sia stata attuata. Perciò ne prendano atto gli uomini di buona volontà e ne promuovano l'attuazione.

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, posted by vito.cirillo at 13.01
Vladimir Ilic Ulianov, detto Lenin, fu il primo capo dell'Unione Sovietica dopo la rivoluzione russa del 1917.
Il suo potere non durò molto: solo sette anni. Non poté quindi realizzare il programma che aveva in mente. Al suo posto subentrò Stalin.
Lenin era solito pronunciare una frase: "La verità è sempre rivoluzionaria". E' così. Gesù Cristo usava dire che "la verità rende liberi". Voleva dire che il vero cambiamento nella vita umana, cioè la vera rivoluzione, sono possibili soltanto se l'uomo si comporta secondo verità e giustizia.
Nella politica, la verità non viene rispettata nella sua vera essenza. La verità esige coerenza, onestà e moralità. Per Lenin gli ipocriti, i disonesti e gli immorali sono una piaga della società.
Si constata invero che in politica pullulano i falsi, gli opportunisti, i falsi, spesso gli imbroglioni, i prepotenti, i presuntuosi. Ecco perché non c'è ancora stata una vera rivoluzione che ha cambiato radicalmente gli uomini e, quindi, la società.

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giovedì 18 dicembre 2008, posted by vito.cirillo at 12.46
Anni fa, lo storico italiano Giorgio Galli mise in rilievo gli aspetti spirituali e paganeggianti che costituivano il substrato dell'ideologia del nazismo di Adolf Hitler.
I nazisti aderivano ai principi fondamentali dell'esoterismo e dell'occultismo. Hitler, poi, era anche un cultore dello spiritismo. Il motto del nazismo "Dio con noi" non si riferiva al Dio biblico. Il Dio nazista era Odino, il Dio della Guerra di vichinga memoria.
Le SS, infatti, celebravano dei riti in onore di Odino e ne invocavano la protezione ed il rafforzamento delle loro virtù guerriere. Si sa anche che Hitler riceveva spesso di notte dei misteriosi monaci tibetani. Hitler era attratto da tutte le pratiche che potevano dare al nazismo sempre più forza e potenza per poter soggiogare gli altri popoli.
A questo proposito ricercava anche l'Arca biblica e la lancia con cui Longino aprì il costato di Gesù Cristo. Era infine anche un ricercatore del Sacro Graal.

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, posted by vito.cirillo at 12.38
Quando in Cina era al potere Mao Tse Tung, dopo di lui l'uomo più importante era Zhou Enlai (Ciù En Lai). Questi era un uomo di acuta intelligenza, di grande preparazione e di straordinaria abilità politica. Era anche molto abile nella diplomazia.
Rispetto a Mao era più moderato e spesso cercava di correggere il suo estremismo. Una volta, Enlai si recò in visita in Etiopia. Lì espresse il desiderio di recarsi ad Axum, dove si diceva fosse custodita l'Arca del Patto fra Dio ed il popolo d'Israele.
In precedenza, anche la regina d'Inghilterra Elisabetta II, aveva soddisfatto questa curiosità. Ma Elisabetta era cristiana mentre Zhou Enlai professava un convinto ateismo. Ad ogni modo anche lui soddisfò come Elisabetta questa sua curiosità e sembra che rimase molto impressionato da quello che vide.

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mercoledì 17 dicembre 2008, posted by David.Rettura at 21.25
Uno dei libri più interessanti da leggere e regalare a Natale credo sia La Cina non era vicina, di Stefano Ferrante per Sperling e Kupfer. L'ho letto tutto d'un fiato, perché è scritto in maniera giornalisticamente avvincente senza che ciò significhi che manca di accuratezza; le note sono però strategicamente in fondo così da essere utili a chi ne bisogna senza intralciare il filo della lettura.

Stefano Ferrante, giornalista del cdr di la7, racconta la storia del movimento politico italiano degli anni 60 e 70 passato alla storia con il nome, del suo giornale, di Servire il popolo. Insomma i maoisti più ortodossi che cercarono di trapiantare in maniera completa l'esperienza della Rivoluzione cinese e soprattuto della Grande Rivoluzione Culturale, nel nostro paese, raccogliendo consensi elettoralmente scarsi ma coagulando intorno a se un numero elevatissimo di artisti come Mario Schifano o Marco Bellocchio. Di questa organizzazione fecero parte anche esponenti di rilevo della sinistra politica italiana, come Linda Lanzillotta o Michele Santoro o Nicola Latorre. Ma il personaggio centrale rimane il leader, il piccolo Mao italiano, Aldo Brandirali, che dopo l'esperienza marxista-leninista ebbe la rivelazione della fede, avvicinandosi a Don Giussani ed arrivando poi a Palazzo Marino nei ranghi di Forza Italia dove si è occupato di sport.

La pedissequa riproposizione in salsa italiana di procedure e rituali ripresi dalla Cina di Mao, come le estenuanti sedute di autocritica, doveva attirare sul movimento l'ilarità quando non l'aperta ostilità anche di parte del movimento sessantottino oltre che di PCI, sindacati ed establishment. Ma con il matrimonio maoista, celebrato davanti ai funzionari di partito, raggiunsero l'apice. Oltre ad aver vantato cineasti di rilievo nelle sue file è tra i movimenti più citati filmicamente. Nanni Moretti ha eternato la pratica in quella scena del Caimano in cui Margherita Buy prende parte ad un matrimonio maoista in una scena che si immagina tratto da Cataratte, mitico film prodotto da Silvio Orlando. E come dimenticare la scena del Secondo tragico Fantozzi in cui a guardia dell'urna da cui sarà estratto il fortunato destinato a raggiungere il Casinò con il Semenzara ci sono due Guardie Rosse?

Il lavoro di Stefano Ferrante colma tante lacune, in quanto nel 1998 Roberto Niccolai aveva pubblicato Quando la Cina era vicina, che però volava a uccello su tutto il magmatico mondo di coloro che rimasero, dopo la rottura russo-cinese, affascinati da Mao, mentre un lavoro simile per la Francia è stato fatto da Christophe Bourseiller, con il suo Les Maoistes, recentemente ripubblicato, mentre L'Orda d'Oro e la Biografia del Sessantotto di Carlo Giulio Marino avevano dedicato a questo singolare fenomeno uno spazio limitato.

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, posted by vito.cirillo at 14.34
Una sessantina d'anni fa, il Tibet perse la sua indipendenza ad opera della Cina. La massima autorità religiosa e politica del Tibet, il Dalai Lama, vive da allora in esilio. Anche il parlamento tibetano vive in esilio e si riunisce in India.
Nel mondo politico tibetano esistono due correnti. La prima fa capo al Dalai Lama ed è più flessibile e morbida: ad essa bastano l'autonomia e la libertà culturale. La seconda corrente invece è più dura e rigida: vuole la totale indipendenza dalla Cina. Vuole che il Tibet sia un paese libero.
Questa corrente trova molti seguaci tra i tibetani più giovani.

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, posted by vito.cirillo at 14.28
Attualmente nell'Iraq c'è una parte del paese, il Kurdistan, che sta facendo interessanti passi avanti sul piano della ricostruzione e, quindi, dell'economia.
I Kurdi sono un popolo attivo ed operoso e che dalla guerra in Iraq ha saputo trarre utili insegnamenti per dare più forza alla propria autonomia territoriale e per cercare di migliorare il proprio tenore di vita. Essi hanno raggiunto anche degli accordi con l'Italia per quanto riguarda l'edilizia ed il settore alimentare.
Del resto, alla fine del 2011, secondo gli accordi raggiunti, gli altri 150.000 soldati americani andranno via dall'Iraq. Quale sarà la situazione del paese allora per ora non è dato saperlo.... Ma una cosa è certa: i Kurdi si sono già preparati e sognano l'indipendenza.

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, posted by vito.cirillo at 14.20
I talebani occuparono l'Afghanistan nel 1996 e instaurarono un regime islamico che durò fino al 2001. Il capo dei talebani era il Mullah Omar, un fondamentalista islamico che esercitava un grande fascino sui suoi seguaci. Era molto amico del fondatore di Al Qaeda, Osama Bin Laden.
Omar instaurò un regime rigido assolutamente ispirato ai principi della sharia coranica. Sottopose il popolo afghano a regole e norme oppressive e repressive. Qualsiasi altra idea che non fosse quella islamica, era bandita dall'Afghanistan dei talebani. Omar era molto fervente ed osservava rigidamente tutta la prescrizione del Corano.Era anche in possesso di una reliquia, ambita da tutti: il mantello di Maometto.
Omar e Bin Laden riuscirono a sfuggire ai soldati della coalizione messa su dal presidente americano George W. Bush, dopo l'11 settembre 2001. Ora non si sa esattamente né dove sia Omar né dove sia Bin Liden.

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martedì 16 dicembre 2008, posted by vito.cirillo at 11.01
Nei primi anni del Novecento, molti ebrei, dispersi in trenta nazioni, decisero di ritornare nella terra biblica dei loro padri. Scoprirono che la Palestina era una terra arida, desertica e in tante parti anche malarica.
Questi pionieri, così, decisero di dedicarsi all'agricoltura. Compirono un lavoro immane per bonificare le zone malariche e per rendere fertili quelle aride. Costruirono dei kibbutz che erano comunità agricole dove tutto era in comune e dove lavoravano maschi e femmine, senza differenze.
Riuscirono a trovare l'acqua scavando in profondità e adottarono tecniche di irrigazione adatte al clima palestinese. Ne nacque una agricoltura di grande qualità. E così ha continuato ad essere.
Ancora oggi Israele è uno dei maggiori paesi esportatori di prodotti agricoli, soprattutto di agrumi (arance, cedri, pompelmi).

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, posted by vito.cirillo at 10.54
Originariamente era un villaggio di pescatori greci. Poi, diventò una colonia greca.
In epoca romana, dopo aver sconfitto il suo rivale Massenzio, l'imperatore Costantino nel 324 d.C., decise di portare la capitale dell'Impero da Roma a Bisanzio perché quest'ultima era collocata geograficamente in modo strategico tanto da permettergli di fronteggiare meglio i persiani ossia il nemico più temuto.
Nel 330 d.C., Bisanzio fu chiamata Costantinopoli e diventò una splendida e grandiosa città con, ad esempio, un ippodromo che faceva concorrenza al Circo Massimo romano. Da allora Costantinopoli fu la più potente città del mondo. In seguito, divenne la capitale dell'Impero bizantino e, soprattutto, con l'imperatore Giustiniano raggiunse l'acme della sua potenza. Giustiniano fu anche un grande legislatore: comprese il Corpus Juris Civilis (il corpo del diritto civile). Nel 1453 Bisanzio cadde sotto il dominio degli Ottomani e fu islamizzata.
Gli Ottomani costruirono allora una delle moschee più belle del mondo: la Moschea Blu (nella foto).
Da allora Bisanzio fu chiamata Istanbul, proprio come oggi.

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, posted by vito.cirillo at 10.37
Con la nascita del movimento sionista di Teodoro Herzl cominciò un forte movimento emigratorio di ebrei che tutte le parti del mondo si diressero verso la Palestina che allora era sotto il dominio turco (sono gli anni precedenti la Prima Guerra Mondiale).
Era necessario perciò trovare una lingua comune perché l'ebraico era parlato soltanto dai rabbini. A questo provvide Eleazar Ben Yehuda che rielaborò l'ebraico biblico e lo aggiornò con i neologismi della sua epoca. Mise insieme così ben 16 volumi che fornirono agli ebrei la base linguistica comune tuttora esistente. Perciò l'ebraico di Davide, di Isaia, di Geremia, rivisse nuovamente dopo migliaia di anni.

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, posted by David.Rettura at 00.02
Il 3 dicembre la Chiesa Cattolica ha ricordato san Francesco Saverio.

Spagnolo di nascita, fu tra i compagni di sant'Ignazio di Loyola alla fondazione della Compagnia di Gesù, ma è principalmente ricordato per il ruolo missionario dispiegato per molti anni nell'Asia Orientale e specialmente in Giappone.

Nel paese del Sol Levante San Francesco Saverio risiedette per circa due anni dal 1549 al 1551 convertendo circa 1000 giapponesi alla fede cristiana; come primo missionario in Giappone, dove trovò una comunità scarna e disorganizzata, Egli incontrò molta resistenza ed opposizione. Scelse, in alternativa a quello che sarebbe poi stato l'approccio principe delineato da Matteo Ricci alcuni decenni più tardi, di predicare ai poveri e non alle elite una dottrina cristiana austera ed ortodossa, che doveva anche causare qualche turbativa, come alcuni presunti attacchi a templi delle fedi tradizionali ad opera di taluni convertiti. Non riuscì mai ad incontrare l'Imperatore, e decise allora di ritornare in Cina e tentarne la conversione, senza peraltro ottenere risultati di un qualche valore.

Approntò un catechismo in giapponese, ma senza mai arrivare a possedere quella padronanza della lingua che invece avrebbe poi permesso al Ricci, in Cina, di arrivare a tradurre in cinese svariate opere e tentare di scriverne addirittura di proprie.

Morì a largo della Cina nel 1552 ed è stato sepolto a Goa, dove fu a lungo, anche se una sua reliquia riposa ancora oggi a Roma nella Chiesa del Gesù.

Come già ho anticipato, viene considerato l'iniziatore del Cattolicesimo Giapponese, che dalla sua predicazione doveva prendere lo slancio per il periodo d'oro destinato a concludersi con le persecuzioni in cui trovarono il martirio San Paolo Miki ed i martiri suoi compagni cui abbiamo accennato nel post che ha aperto questa mia serie di riflessioni sulla storia del Cristianesimo, eminentemente cattolico, del Giappone.

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lunedì 15 dicembre 2008, posted by vito.cirillo at 13.42
Nella sua visita a Napoli, nei primi giorni di dicembre, il Presidente della Repubblica, Napolitano, ha parlato di impoverimento morale e culturale dell'Italia.
Egli si riferiva particolarmente al Mezzogiorno. Ma il rilievo va esteso a tutte le regioni della Penisola dove, più o meno, si assiste ad un degrado di carattere etico e culturale.
Enrico Berlinguer, segretario del PCI, negli Anni Ottanta, pose con forza il problema della "questione morale" come fondamentale nella società italiana.
Si erano già diffusi fenomeni di illegalità e di corruzione, di abusi di potere e di concussione. Berlinguer, però, sembrò un novello Giovanni Battista, in altre parole la voce di uno che predicava nel deserto.
Fu anche accusato di moralismo (parola che viene usata con un certo disprezzo da chi non vuole sentire parlare di morale). Berlinguer, inoltre, accusò anche i partiti di aver dato vita alla partitocrazia, cioè all'occupazione del potere da parte dei partiti in tanti settori della vita pubblica italiana.
Oggi vengono rivalutate le preoccupazioni di Enrico Berlinguer la cui statura, al di là delle preferenze politiche e ideologiche, conserva ancora la sua grandezza.
In effetti, Berlinguer, faceva proprie le convinzioni di Antonio Gramsci secondo il quale non c'è vero progresso senza una vera rivoluzione culturale e morale.

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, posted by vito.cirillo at 12.55
Il 5 agosto 1938, uscì il primo numero del giornale "La difesa della razza".
Sulla scia del nazismo, anche il fascismo si proponeva di salvaguardare la razza pura e la discriminazione delle altre razze. Seguirono allora i decreti che privavano gli ebrei italiani dei diritti civili e sociali. Benito Mussolini così imitò Adolf Hitler.
Gli ebrei italiani non potevano più essere impiegati pubblici, non avevano più diritto a licenze commerciali e a svolgere attività come gli altri cittadini italiani.
Gli insegnanti ebrei furono espulsi dalle scuole pubbliche. La stessa sorte toccò agli alunni di razza ebraica che furono cacciati dalle scuole pubbliche.
Gli ebrei furono costretti ad aprire loro scuole se volevano accedere all'istruzione. Il razzismo fascista fu una macchia che sporcò la civiltà italiana. A dire la verità, anche la Chiesa accentuò un certo antisemitismo dovuto all'accusa di deicidio (avrebbero ucciso Gesù Cristo) rivolta agli ebrei. Il Concilio Vaticano II farà poi giustizia di questa accusa che per secoli era stata rivolta agli ebrei.

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domenica 14 dicembre 2008, posted by vito.cirillo at 12.22
Nel libro della Genesi, viene descritta un'umanità così corrotta e violenta che Dio decise di distruggerla facendo calare sulla terra un diluvio di proporzioni immani. Si salvarono soltanto Noè, la moglie ed i tre figli con le rispettive mogli. I tre figli si chiamavano Sem, Cam, Jafet. Essi approntarono un'arca su ordine di Dio, nella quale entrarono anche animali (maschi e femmine) d'ogni specie. L'arca era lunga 137 metri, larga 23 metri e alta 14 metri. Al termine del diluvio, essa si posò sul Monte Ararat, in Armenia. Nel 1955, il francese Fernand Navarra riuscì a scorgere pezzi di una nave, a 4.000 metri sul livello del mare, proprio sull'Ararat. Ciò fu possibile perché quella fu un'annata molto calda ed i ghiacciai si erano parzialmente sciolti.
Navarra riuscì a prendere un pezzo del legno di quella nave e lo fece analizzare: risaliva al 3.000 a.C., cioè il periodo del diluvio.

Foto di Eddie_Felson.

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, posted by vito.cirillo at 12.13
Sul monte Sinai (nella foto) Dio ordinò a Mosè di costruire un Tabernacolo all'interno del quale doveva essere collocata l'Arca del Patto (un mobile vuoto all'interno). L'Arca doveva essere di legno d'acacia (molto resistente) ed essere rivestita d'oro. All'interno sarebbero state poste le tavole dei Dieci Comandamenti, un di manna e la verga di Aaronne. Quando Salomone, poi, costruì su ordine di Dio il Tempio, l'arca fu collocata nel luogo santissimo dove solo il sommo sacerdote poteva accedere una sola volta all'anno.
Quando Salomone andò dietro ad altre divinità pagane, pose nel Tempio le statue di tali divinità. Si dice che allora il figlio di Salomone (che aveva avuto con la regina di Saba) prese l'Arca e la portò nella sua nazione, l'Etiopia dove è rimasta fino ad ora.
Secondo certe voci, però, dopo la fondazione dello Stato di Israele, il governo israeliano, d'accordo con quello etiopico, fece trasportare l'Arca da alcuni soldati israeliani della Tribù di Levi su un aereo che poi atterrò a Gerusalemme. Ora si troverebbe nei sotterranei sopra i quali era stato costruito il Tempio. Quando sarà ricostruito il Tempio, l'Arca riapparirà e sarà ricollocata nel "luogo santissimo".

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, posted by vito.cirillo at 12.09
Nella Lettera ai Filippesi l'apostolo Paolo esorta i credenti in Cristo ad avere lo stesso sentimento che era in Lui che lasciò la gloria divina per farsi uomo, essere disprezzato, insultato e, infine, crocifisso.
Lo fece per amore: per salvare gli uomini dai loro peccati e per riconciliarli col Padre celeste.
In altre parole, lo fece per altruismo. Lo stesso sentimento devono avere i credenti cristiani. Devono rinunciare al loro io egoistico e devono pensare agli altri ed operare per il bene degli altri. Chi vive egoisticamente non fa ha lo stesso sentimento di Gesù Cristo.

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sabato 13 dicembre 2008, posted by vito.cirillo at 18.45
Nel XVI secolo, il siriano Efraim fece degli studi di carattere escatologico, approfondendo le profezie del Vecchio e del Nuovo Testamento.
Il suo interesse riguardò soprattutto la seconda venuta di Gesù Cristo. In particolare, egli si soffermò sul cosiddetto rapimento dei credenti e sulla successiva grande tribolazione della fine dei tempi.
Egli approfondì lo studio dell'Apocalisse di Giovanni, delle Lettere di S. Paolo e del libro veterotestamentario di Daniele. Arrivò alla conclusione che i veri credenti sarebbero stati rapiti (i morti sarebbero risuscitati dalle tombe) per incontrare il signor Gesù Cristo. Questi credenti sarebbero stati così preservati dai terribili e distruttivi eventi della grande tribolazione dopo la quale Gesù Cristo sarebbe ritornato sulla terra per stabilire il suo regno. Efraim non fece alcun riferimento alle profezie del santo irlandese Malachia che, nel 1148, prima di morire profetizzò l'avvento di 112 papi, dopo i quali ci sarebbe stata la fine del mondo. Senza voler spaventare nessuno, Benedetto XVI sarebbe il centododicesimo papa...

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, posted by vito.cirillo at 13.47
Yasser Arafat fu il fondatore del Movimento di Liberazione Al Fatah nonchè il presidente dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Nel 1994, divenne il capo dell'Autorità Nazionale Palestinese (ANP). Arafat, come noto, era un ingegnere, ma anche un appassionato di storia.
Anni fa, rilasciò a Maurizio Chierici del Corriere della Sera una lunga intervista nella quale si dimostrò buon conoscitore della storia italiana. Espresse giudizi lusinghieri e d'ammirazione per Giuseppe Garibaldi che, secondo lui, contribuì enormemente alla liberazione ed all'unificazione dell'Italia.
Anch'egli, come fece l'Eroe dei due mondi, voleva liberare la propria terra, in questo caso la Palestina da coloro che secondo lui l'avevano invasa creando lo Stato d'Israele: i suoi guerriglieri, i feddayn, erano dei nuovi garibaldini.
La passione e l'ammirazione del leader dell'OLP verso Garibaldi fu un punto in comune con Bettino Craxi, altro grande estimatore dell'eroe risorgimentale. Arafat negli incontri con Craxi parlava spesso delle imprese garibaldine e dimostrò ad ogni modo di conoscere la storia mondiale e soprattutto ai movimenti di liberazione degli altri paesi.

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, posted by vito.cirillo at 12.58
Il pensatore francese ebreo Jules Isaac prima del Concilio Vaticano II, scrisse un libro, Verità e mito, che ebbe una certa influenza su Giovanni XXIII.
Jsaac si adoperò per far emergere la verità su ciò che aveva causato l'ostilità e la persecuzione degli ebrei da parte cattolica.
L'accusa di deicidio che gli ebrei si sono sentiti rivolgere nei secoli. Il deicidio riguarda la messa a morte di Gesù Cristo. Isaac dimostrò la falsità di questa accusa che riguardava solo il potere religioso e politico degli ebrei ma non il popolo. Isaac contestò l'inesattezza della preghiera cattolica in cui gli ebrei venivano definiti "perfidi".
Giovanni XXIII accettò la tesi di Isaac tanto che gli ebrei saranno poi definiti "fratelli maggiori" dei cristiani. Isaac fece notare che lo stesso Gesù, Maria, gli apostoli, erano tutti ebrei.
Nonostante questo, però, l'antisemitismo non è stato del tutto cancellato nel cattolicesimo e nel cristianesimo in genere, e la strada da fare, in tale senso, è ancora tanta.

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venerdì 12 dicembre 2008, posted by David.Rettura at 21.49
Chi ha girato per Roma, nativo turista che sia, se si è guardato intorno con un pò d'attenzione avrà notato, murate qua e là nei palazzi del centro, le targhe che segnano il livello raggiunto dall'acqua durante l'inondazione del 1870.

Quella, che la Civiltà Cattolica volle considerare una divina punizione per l'affronto del papa Re, avvenne poche settimane dopo la Breccia di Porta Pia, e fu la primissima prova di amministrazione dei nuovi arrivati da nord nonché una delle prime grandi emergenze naturali che il nuovo stato unitario si fosse trovato ad affrontare.


Una testimonianza vivida di quei momenti è rimasta nella corrispondenza di Quintino Sella, che in svariate occasioni racconta gli accadimenti romani e l'atmosfera nella quale vennero vissuti.

Che quest'evento avesse poi toccato profondamente i contemporanei, dando luogo ad un vivo dibattito sulle soluzioni appropriate lo possiamo ricavare dalla penna di Garibaldi, che molto sentì il problema prospettando anche una soluzione che non doveva brillare per ingegnosità ne essere accolta da critiche favorevoli. Comunque il generale, sulle pagine della Gazzetta della Capitale, nel dicembre del 1875 scriveva che
La straordinaria piena avvenuta nel 1870, sollevò un grido universale per molti danni che recò alla salute pubblica e agli interessi della cittadinanza. Questa calamità richiamò l'attenzione del governo, il quale, sentendo l'urgenza di studiare l'importante sistemazione del Tevere, nominò nel 1871 una commissione d'ingegneri. [...] Il progetto di massima da essa compilato, e quello studiato dal Comune, non vennero approvati [...] La sistemazione del Tevere, che nelle prime sembrava di tanto interesse, venne sopita, e rimase in un letargo profondo fino a questi ultimi giorni, in cui fu risvegliata...
G. Garibaldi, Sistemazione del Tevere, ora in id., Scritti e discorsi politici e militari, vol. III (1868-1882), Cappelli, Bologna, 1937, p. 165

Solo molto più avanti, alla fine del secolo, fu possibile accordarsi sul sistema di argini che oggi fa mostra di sè, con alcune zone che furono completamente riqualificate, come il Portico d'Ottavia, l'antico ghetto di Roma da sempre funestato da continue inondazioni, che prima, lasciato alla colpevole incuria del governo pontificio, si presentava così:



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, posted by vito.cirillo at 12.40
Il 44° presidente degli Stati Uniti, il neo eletto Barak Hussein Obama rappresenta, come è noto, una novità assoluta nela storia mondiale.
Questa grande democrazia rappresentativa degli Usa e questo straordinario popolo che è il popolo americano hanno dato una svolta alla storia del mondo. Si può parlare di "nuovo mondo" come ha intitolato il più prestigioso giornale inglese The Times.
Obama: un meticcio che è stato eletto da neri, bianchi, asiatici, etc... Ed ora è il presidente di tutti.
Si è avverato il sogno di martin Luther King. Per il mondo nasce una immensa speranza di cambiamento. Vedremo come andrà a finire.

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, posted by vito.cirillo at 12.34
Alla fine del suo doppio mandato presidenziale, il presidente americano Bush fa un bilancio sincero del suo operato. Riconosce di aver sbagliato nell'attaccare l'Iraq nel 2003. Riconosce che non era vero che Saddam Hussein aveva un arsenale bellico pericoloso come si era fatto credere. Riconosce di aver dato ascolto ai bellicisti del suo governo e di non aver ponderato bene le conseguenze della guerra irachena: meglio tardi che mai.
A questo punto, anche i solerti bushisti italiani (politici ed opinionisti) dovrebbero riconoscere di aver sostenuto (sbagliando) a spada tratta il bellicismo bushista. Ancora una volta, va riconosciuta la grandezza spirituale e politica di Giovanni Paolo II che fece di tutto per impedire la guerra.

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, posted by vito.cirillo at 11.51
Il nuovo presidente degli Usa Barack Hussein Obama ha scritto un libro interessante intitolato L'audacia della speranza. Oltre al suo programma economico e sociale per cercare di risolvere la crisi americana dovuta ad una finanza senza controllo e a un mercato senza regole, Obama esprime le sue idee sulla politica, sulla società e sulla cultura.
Il suo libro è intriso di un forte senso della speranza senza la quale non si può riuscire a proseguire gli scopi che ci si propone. Per Obama, inoltre, la politica deve essere un binomio: idealismo e realismo. Chi si mette a far politica, deve avere degli ideali che deve calare nella realtà in cui vive e lavora.
Il pragmatismo senza la spinta degli ideali e l'utopia senza realismo sono poca cosa. La politica deve avere un'anima e questa è alimentata dagli ideali e dai valori. Tanti nostri politici sappiano comprendere questa lezione e uscire da comportamenti ipocriti e spesso menzonieri.

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giovedì 11 dicembre 2008, posted by David.Rettura at 02.03

Marco del Corona, che ricordiamo coautore dell'importante Il paese del mai, pubblicato dalla casa editrice ObarraO e che riguarda il mito della Corea del Nord, ha dedicato a Kim Jong Il, il Caro Leader, l'articolo di copertina del Corriere della Sera Magazine giovedì 4 dicembre. Personalmente mi sono già occupato del Caro Leader, sia qui, che sul mio blog personale, che sulle pagine di Elite&Storia, ed è quindi con grande interesse che ho letto l'articolo di Del Corona, uno dei pochi comparsi con rilievo sulla stampa nazionale e che non si sia imperniato sulla questione del nucleare, la quale è certo importante ma tende, e credo che questo sia tutt'altro che sgradito a Pyongyang, a mettere in secondo piano la più importante questione dell'assoluta mala gestione di tutte le risorse del paese, con danni per i nordcoreani ma anche per tutti i paesi circonvicini, chiamati a vivere una situazione estrermamente complessa.

E'un articolo da leggere, che al di la delle informazioni accurate che offre, risulta particolarmente sagace nel prospettare la natura propagandistica di tutte quelle trovate strambe che fanno tanto parlare del regime ma che producono un rumore di fondo che copre le grida dei nordcoreani affamati. L'unico appunto è forse quello di aver sottovalutato, analizzano il futuro che aspetta il paese, con Kim o senza, le prospettive di involuzione negativa almeno iniziale e temporanea prospettata da Korea Watcher russi di assoluto prestigio come Leonid Petrov (diamo solo l'ultimo articolo, posteriore a quello di Del Corona, ma che non si discosta da considerazioni fatte da Petrov in precedenza)

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mercoledì 10 dicembre 2008, posted by vito.cirillo at 11.44
La strage commessa a Mumbay (prima si chiamava Bombay) non è grave soltanto per il fatto in sè. Può avere gravi ripercussioni sulle situazioni dei rapporti bilaterali tra India e Pakistan, due nazioni che stanno affrontando un lento e difficile negoziato di pace. I terroristi islamici cercano di impedire che questo negoziato prosegua e vada in porto. Questo è il vero scopo dei gruppi fondamentalistici islamici: incendiare quella zona dell'Oriente. Sta all'intelligenza politica del presidente indiano Singh e di quello pakistano Zardari non cadere nella trappola.
Il deterioramento dei rapporti fra India e Pakistan coinvolgerebbe anche l'Afghanistan. Il neo eletto presidente americano Barak Obama lo ha ben intuito ed ha annunciato che se ne occuperà seriamente e prioritariamente insieme all'altra questione riguardante il Medio Oriente.

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, posted by vito.cirillo at 11.36
Ogni tanto, in Nigeria, si verificano scontri tra islamici e cristiani. L'ultima volta, sono stati molto cruenti. Si parla di circa 400 morti. Sono state bruciate anche delle chiese e delle moschee. Più che da motivi religiosi, però, gli scontri sembrano causati da rivalità etniche, inclusi anche risentimenti di carattere sociale. Gli islamici, infatti, sono per lo più pastori, mentre i cristiani sono per lo più contadini. Il cristianesimo sta crescendo molto in Nigeria, soprattutto per merito della televisione satellitare TBN. Uno degli evangelisti di questa televisione è Benny Hinn le cui "crociate" in Nigeria hanno visto la partecipazione di centinaia di migliaia di persone, fra le quali anche alcune massime autorità del Paese.

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martedì 9 dicembre 2008, posted by giovanni.larosa at 11.41



Il periodo particolare di recessione internazionale che siamo costretti a vivere ha, purtroppo, un’incidenza notevole sulla nostra Nazione e nel Meridione maggiormente, dove sono numerose le piccole e medie imprese in piena crisi o addirittura costrette alla chiusura dei cancelli, per mancanza di ordinativi.
La ripresa delle grandi opere infrastrutturali, considerata nella sua più semplice necessità, vista l’attuale situazione della rete stradale, ferroviaria e portuale a disposizione, è stata, pertanto, indicata come una delle ricette utili per far ripartire il volano dell’economia, anche per quei comparti toccati dalla crisi.
Alla base due principi: il rispetto delle regole e la giusta considerazione per chi teme per l’ambiente.
E delle regole di base: che i lavori pubblici siano progettati ed eseguiti nel rispetto della normativa nazionale derivante dalle direttive comunitarie dei contratti pubblici, ma soprattutto, nell’osservanza della pubblicità e della trasparenza dei processi, tenendo conto che siano ascoltate anche le esigenze delle cittadinanze attraversate dalle opere da mettere “in cantiere”, null’unico interesse del soddisfacimento dei bisogni pubblici e di sviluppo del nostro Paese.

Tutti coloro che si trovarono nel corso della storia tra Scilla e Cariddi, luogo di miti e leggende, immaginarono e sognarono un ponte che unisse le due rive dello stretto di Messina.
I romani operarono molteplici tentativi per unire le due sponde e numerosi furono i “ponti di barche”.
Nel 251 a.C., durante la prima guerra punica, organizzarono il primo rudimentale “traghetto” per trasportare dalla Sicilia gli elefanti catturati ai cartaginesi.

Fino al tempo dei Borbone tuttavia, i collegamenti attraverso lo stretto furono svolti da barcaioli locali con piccoli scafi a vela. I collegamenti importanti, infatti, si svolsero direttamente tra i porti siciliani e quelli di Salerno e Napoli, essendo la Calabria di difficile, se non impossibile attraversamento, a causa di poche vie percorribili dai carri. Si venne a configurare così una grande possibilità di sviluppo dei trasporti di passeggeri e soprattutto di merci, seppur resa difficoltosa dalla necessità di scaricare, imbarcare e riscaricare le merci dirette al Nord, imbarcandole a Messina e sbarcandole a Reggio Calabria.

Al 1866 risalirono i primi studi e progetti riguardanti un “ponte sullo Stretto” e al 1870 quelli riferiti a una lunga galleria sottomarina.
Accantonati i costosi progetti, nel novembre del 1893 fu rilasciata la concessione per la “navigazione a vapore” dello stretto alla Società per le Strade Ferrate della Sicilia, cui fu dato l’obbligo di eseguire due corse giornaliere di traghetto tra Messina e Reggio Calabria, istituendone altre due per Villa San Giovanni al completamento della “ferrovia tirrenica meridionale”. Fu, infatti, nel 1894 che la Società per le strade ferrate della Sicilia ordinò all’industria cantieristica una coppia di ferry-boat con azionamento a pale e motore a vapore, progettate dall’ingegnere del genio navale Antonino Calabretta, che entrarono in servizio a fine 1896, funzionando tuttavia da semplici piroscafi non essendo ancora pronte le invasature di approdo.
Le due navi-traghetto furono battezzate “Scilla” e “Cariddi” e comunque si dovette attendere il mese di novembre 1899, affinché avesse inizio il servizio di traghettamento regolare tra Messina e Reggio Calabria di carri merci e il 1° agosto 1901 per il primo traghettamento di due carrozze del treno direttissimo Siracusa-Roma.
Il successo dell'iniziativa fu oltre ogni attesa e nel 1903 la Società per le strade ferrate della Sicilia ordinò un'altra coppia di traghetti, il “Sicilia” e il “Calabria”, che presero servizio nel 1905, anno in cui lo Stato riscattò le ferrovie della penisola,
[1] mentre per la Società per le strade ferrate della Sicilia ciò avvenne l'anno dopo. Nello stesso anno, il 1º marzo entrò in funzione la prima invasatura di Villa San Giovanni, che permise l'avvio del traghettamento di carri da inoltrare direttamente sulla nuova linea ferrovia tirrenica meridionale.
Le sfide armatoriali, di due società private la Caronte S.p.A. e la Tourist Ferry Boat S.p.A., cominciarono parallelamente il 19 giugno 1965, giorno in cui la nave “Marina di Scilla” della società Caronte, eseguì il viaggio inaugurale sullo stretto di Messina, collegando, in alternativa alle Ferrovie dello Stato, i porti di Messina e di Reggio Calabria. Nel 1968 la Tourist ferry boat inaugurò la nuova tratta Messina-Villa San Giovanni.
La scelta della nuova rotta rappresentò un miglioramento del servizio, poiché permise di realizzare un attraversamento più rapido ed efficiente, data la riduzione della distanza e quindi dei tempi di traghettamento. In realtà era balenata la possibilità di unificare gli approdi pubblici e privati nel nuovo scalo dell'Annunziata e ciò spaventava i privati. Contemporaneamente tutto era facilitato a Tourist ferry boat e Caronte, distruggendo i lidi storici di Villa San Giovanni e i "Bagni Vittoria" a Messina; in più a Villa San Giovanni fu realizzato un abbassamento del livello stradale sotto i binari delle ferrovie, che rese possibile il passaggio degli autocarri per il trasporto delle merci.
Nel 1969 l'Azienda Nazionale Autonoma delle Strade Statali (ANAS) in collaborazione con le Ferrovie dello Stato indisse un “concorso internazionale d’idee" per un attraversamento stabile viario e ferroviario dello stretto di Messina, al quale parteciparono 143 concorrenti e da allora molteplici tappe hanno contribuito a rendere sempre più probabile la realizzazione di questa opera grandiosa. Furono scelti 12 progetti concernenti le tre tipologie base: aerea, in alveo e subalvea; tre anni dopo con la legge 17 dicembre 1971, n. 1158 fu autorizzata la realizzazione di un collegamento stabile viario e ferroviario fra la Sicilia e il continente.
Negli Anni Settanta la flotta di traghetti delle FF.SS. era ben numerosa e con un naviglio ben rimodernato, al punto che nel servizio di traghettamento estivo era possibile consumare, come molti ricorderanno, dei pasti nel salone ristorante, godendo dell’aria condizionata pronta a contrastare il clima caldo del periodo.
Gli Anni Ottanta portarono una serie di cambiamenti delle prospettive politico-economiche nazionali, che influenzarono anche l’area dello stretto. Nel 1981 si costituì la Società Stretto di Messina S.p.A., con il compito specifico di procedere alla progettazione, realizzazione e gestione di un collegamento stabile viario e ferroviario fra la Sicilia e il continente e fu solo nel 1985 che partì lo studio, la predisposizione del progetto “Ponte di Messina”, la costruzione e l'esercizio del collegamento stradale. Furono anni di studio in cui si analizzò la fattibilità di una struttura aerea, in mare o sotterranea.
Con l’arrivo degli Anni Novanta, una commissione internazionale si pronunciò per lo sviluppo del progetto preliminare aereo, più economico e più sicuro, nonché di facile manutenzione. Fu la Società stretto di Messina a predisporre il progetto preliminare, proponendo due soluzioni: un ponte a due campate; un ponte sospeso a campata unica.
Il progetto predisposto fu quello riguardante quello a campata unica, per via di maggiori garanzie offerte dal punto di vista tecnico.
Dopo una serie di analisi rivolte allo studio d’impatto ambientale, che richiese l’intervento di numerosi organismi pubblici, fu richiesto dal Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica (CIPE), l’intervento di società private in grado di fornire ulteriori dettagli tecnici e per la valutazione finale.
Agli inizi del Terzo Millennio l’opera è stata definita “infrastruttura strategica”, fortemente voluta anche dall’Unione Europea, fermo restando che l’area dello stretto è stata dichiarata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO) “patrimonio naturale e culturale dell'umanità”.
Il progetto prevede un ponte a campata unica di 3300 metri, della larghezza di 60 metri, percorribile in 3 minuti.

Dal punto di vista politico l’opera, fortemente voluta dai governi presieduti dall’onorevole Silvio Berlusconi, infatti già nel 2001, indicata tra le grandi opere nel “Contratto con gli italiani”, (un contratto simbolico stipulato in occasione delle elezioni politiche svoltesi nel maggio di quell’anno), è stata considerata l’emblema della modernità, un monumento del progresso, il cui valore simbolico è stato ritenuto utile per rimuovere “i sensi d’inferiorità dell’Italia”. In questo periodo Raffaele Lombardo, presidente della Regione Siciliana, commenta l'annuncio del sottosegretario alla presidenza con delega per il CIPE, Gianfranco Miccichè, dello stanziamento dei fondi destinati per gli espropri dei terreni per realizzare il ponte sullo stretto di Messina: «E' un fatto positivo, sarebbe un vero peccato perderli» e si augura che si pongano le premesse perché: «Una volta e per tutte venga definita la data per la posa della prima pietra».
Sotto il profilo sociale, sia i siciliani sia i calabresi hanno presentato numerose riserve, riferite principalmente alle molteplici priorità a confronto all’infrastruttura da realizzare
[2], per dirla “alla” Sergio Cofferati, allora segretario generale della Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL): «Un collegamento velocissimo tra due deserti infrastrutturali».
In primo luogo il progetto è stato considerato obsoleto, antieconomico e foriero di nuove problematiche. A ciò si aggiunge l’aumento del traffico degli autocarri che come dichiarato dall’ingegner Vincenzo Franza dell’Università di Messina: «E’inutile andare a sofisticare se l’inquinamento sia entro i limiti, fuori dai limiti, non è importante, danno fastidio, punto. Anche se entro il limite dei 50 decibel dei 60 decibel, è fastidioso comunque. Anche se l’inquinamento sul Boccetta, non è la via più inquinata di Messina, è inquinata, basta».
Periodicamente, da almeno sei anni, il progetto del “Ponte sullo stretto di Messina” è riportato alla ribalta del dibattito politico italiano, sempre accompagnato da feroci polemiche. Il presidente della società Stretto di Messina Spa, Pietro Ciucci, sollecitato a rimettersi al lavoro ha risposto: «L'ordine di inizio attività alla Impregilo [che vinse la gara come general contractor] potrebbe scattare già a gennaio 2009, con la posa della prima pietra nel 2010».



[1] Le Ferrovie dello Stato furono istituite con la Legge n. 137 del 22 aprile 1905 assumendo a totale carico dello Stato la proprietà e l'esercizio della maggior parte delle linee ferroviarie nazionali fino allora in mano a varie società private. L'azienda ferroviaria, dal punto di vista societario rimase sostanzialmente invariata fino alla costituzione del nuovo Ente "Ferrovie dello Stato", istituito con la Legge n. 210 del 17 maggio 1985, trasformatosi poi in Società per Azioni nel 1992. La storia recente è caratterizzata dalla creazione di Trenitalia nel 2000, la quale si occupa del trasporto di merci e di passeggeri, e dalla nascita di RFI SpA (Rete Ferroviaria Italiana), che si occupa invece della rete e delle stazioni, allo scopo di seguire la direttiva europea che impone lo scorporo della gestione del trasporto da quella della rete.
[2] Per ulteriori approfondimenti cfr. Osvaldo Pieroni, Tra Scilla e Cariddi. Il ponte sullo stretto di Messina; ambiente e società sostenibile nel Mezzogiorno, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2000.

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, posted by vito.cirillo at 11.13
Il 2009 ormai alle porte potrebbe portare un peggioramento delle relazioni tra Hamas ed Al Fatah.
Il 14 gennaio, infatti, scade il mandato presidenziale di Abu Mazen ed Al Fatah vorrebbe prolungarlo di un altro anno. Hamas, invece, non ne vuole sapere e non riconosce l'autorità di Al Fatah. Una siffatta situazione potrebbe significare un peggioramento delle relazioni tra le due fazioni; si prospettano scontri sempre più violenti.
Le diplomazie della Lega Araba e dell'Egitto stanno cercando di evitare queste drammatiche prospettive ma, probabilmente, non sarà semplice evitare lo scontro.

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lunedì 8 dicembre 2008, posted by vito.cirillo at 11.19
Nel 606 a.C. iniziò l'impero babilonese con Nabucodonosor. Questo impero durò fino al 538 a.C. quando i persiani soggiogarono i babilonesi. La capitale dell'impero babilonese era Babilonia, una città di straordinaria bellezza, che fu un'importante centro artistico e culturale.
Nabucodonosor, una ventina d'anni dopo, invase la Giudea, distrusse il Tempio di Salomone e deportò gli ebrei nel suo impero. Nel 1986, in Iraq, alcuni archeologi riportarono alla luce l'antica Babilonia. L'allora capo dell'Iraq, Saddam Hussein, finanziò con due miliardi di dollari la ricostruzione di Babilonia. Secondo le profezie bibliche, Babilonia è destinata a rivivere ed a diventare un importante centro in un futuro più o meno prossimo. Da qui si deduce che l'Iraq, dopo che gli americani saranno andati via, riacquisterà una formidabile potenza dal momento che ha immense risorse petrolifere, inferiori soltanto a quelle dell'Arabia Saudita.

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, posted by David.Rettura at 02.13

Carissimi, il post precedente di Roberto Bonuglia è più attuale che mai in quanto dal 1 gennaio il tempo cambia davvero, come potete leggere in questo mio post del mio blog personale...

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domenica 7 dicembre 2008, posted by roberto.bonuglia at 13.02
Anticamente, quando la gente non possedeva orologi, le ore erano segnate dalle campane, dagli squilli di tromba oppure dalle cannonate, e il tempo assumeva un che di relativo: così, ad esempio, un breve periodo di qualche minuto veniva indicato come "il tempo necessario a recitare due Ave Maria".

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sabato 6 dicembre 2008, posted by vito.cirillo at 11.36
Da molti anni, in Italia, la ricerca è stata considerata una "cenerentola". Ad essa sono stati destinati sempre meno fondi. Questo costituisce una nota di demerito per i nostri politici (tutti, nessuno escluso). E' confortante invece sapere che Israele è, nel mondo, il paese dove vengono destinati in misura maggiore i fondi alla ricerca: più del 4%, ossia il doppio di quanto ad esempio fanno gli Usa.
Già David Ben Gurion, che nel 1948 fondò lo stato di Israele, aveva capito l'importanza dell'istruzione e della ricerca scientifica, destinando importanti somme alla scuola ed all'università.
Ben presto, l'università di Gerusalemme diventò una delle più avanzate e prestigiose del mondo. Fa onore allo Stato di Israele aver continuato a incrementare la ricerca perseguendo questa politica. I risultati si sono visti.

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venerdì 5 dicembre 2008, posted by vito.cirillo at 22.14
Nel 1986, il Presidente del Consiglio Bettino Craxi avvisò il Capo della Libia, colonnello Gheddafi, che gli Stati Uniti stavano preparando un raid aereo contro la Libia. I libici lanciarono due missili contro Lampedusa nel probabile intento di colpire delle navi americane. I missili colpirono invece le coste italiane. Allora Craxi si consultò con il ministro della Difesa, Giovanni Spadolini, e con le autorità militari per studiare delle eventuali ritorsioni contro la Libia (possibili bombardamenti aerei). Craxi si rese conto che sarebbero morti anche molti civili. Questo lo indusse a desistere.
Fu evitata così una pericolosa tensione nel Mediterraneo, anche se l'Italia richiese le scuse da parte libica.

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, posted by vito.cirillo at 20.56

Nel ventesimo secolo, i progressi scientifici e tecnologici hanno riguardato il mondo occidentale. Il mondo orientale faceva da spettatore. Assisteva passivamente alle grandi scoperte ed ai coraggiosi tentativi di progredire sempre più velocemente che l'Occidente metteva in atto.
Da alcuni anni, però, l'Oriente si è svegliato. Il Giappone, la Cina e l'India hanno cominciato a riservare fondi sempre crescenti allo sviluppo tecnologico per cercare di ridurre le distanze dall'Occidente. Hanno cominciato anche a partecipare alla cosiddetta "corsa allo spazio". Dopo il Giappone e la Cina, anche l'India ha mandato una sonda verso la luna. Tutto questo sta a indicare il crescente potere economico dei paesi orientali. E per l'Occidente è una sfida da tenere in gran conto.

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, posted by vito.cirillo at 15.03
In Israele, si complica la situazione politica. La leader del partito Kadima, Livni, non è riuscita a convincere i capi del partito religioso degli ebrei ortodossi, lo Shaas, a partecipare ad una nuova coalizione governativa. Si dovranno perciò tenere elezioni politiche anticipate. La Livni è andata anche a colloquio dal Capo dello Stato israeliano, Simon Peres. Le elezioni dovrebbero svolgersi a febbraio 2009. Il partito della destra israeliana, il Likud, secondo i sondaggi, ha raggiunto il partito Kadima ed è pronto ad allearsi co lo Shaas, aderendo alle sue richieste: aumentare gli assegni familiari e non trattare con i palestinesi sul futuro a Gerusalemme. Il partito laburista diventa così il terzo partito (dal 1948 al 1977 era stato il primo).

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martedì 2 dicembre 2008, posted by antonella zatti at 11.53
I documentari Diari: 1955 e Diari: 1977-1978 sono nati dalla collaborazione di Ascanio Celestini, Andrea Bevilacqua e Cristina de Ritis per il programma di Giovanni Minoli La Storia siamo noi. Il progetto, ancora in fase di completamento (prevede 6 puntate) è frutto di un lavoro svolto sui materiali conservati presso l’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, una struttura nata nel 1991 per la conservazione dei brani di scrittura popolare (diari, memorialistica, bilanci familiari, ricettari, etc.). Una sorta di banca della memoria nella quale i fatti e le cronache della grande storia sono rivissuti nella loro valenza quotidiana da persone semplici la cui esperienza di vita è stata coinvolta in alcuni casi stravolta dai grandi cambiamenti storici, sociali ed economici del Novecento.

Tali brani sono stati letti dalla voce e dalla teatralità di Celestini nei due documentari proiettati a Roma in occasione della Seconda edizione della Settimana della Storia (curata come lo scorso anno da Roberto Bonuglia e Luca Giansanti) durante la quale hanno anticipato al pubblico i temi trattati nelle Tavole Rotonde in cui si è parlato della ricostruzione postbellica del secondo dopoguerra e degli anni Settanta, quelli della Meglio gioventù di pasoliniana memoria.
La valenza culturale del progetto di Rai Educational presentato alla SdS 2008 ha dunque una portata scientifica la cui originalità è evidente: anche in Italia come nelle altre realtà europee (Francia e Inghilterra su tutte…) inizia a farsi strada un nuovo approccio storiografico, quello della storia orale e dello studio della vita quotidiana che legge i grandi fatti storici non solo alla luce della cronologia ufficiale ma dell’impatto che questi hanno avuto nell’immaginario collettivo popolare e, più concretamente, nel ménage familiare del popolo, della gente comune, di chi, insomma, solitamente la storia l’ha invece sempre subita.

Da questo punto di vista la SdS 2008 ha contribuito a valorizzare tale approccio anche con altri due importanti appuntamenti: la Lectio Magistralis di Emilio Gentile e la lezione multimediale del regista Italo Moscati. In entrambi i casi, la multimedialità ha fatto da spalla e da traino all’analisi storica proponendo al grande pubblico un insolito quanto suggestivo mix di storia e filmati, stavolta concessi dall’Istituto Luce. E’ stato messa in risalto la quotidianità degli italiani in diverse fasi storiche: il lavoro nei campi delle “mondine” in Val Padana, il dramma dei bombardamenti, l’appuntamento con le manifestazioni religiose dell’Italia rurale, quello con le grandi parate (allora considerate “celebrazioni laiche”) dell’Italia fascista, i momenti in cui i giovani hanno incarnato il cambiamento ed hanno cambiato il normale svolgimento della Storia (la Resistenza, il Sessantotto, la Pantera e i movimenti studenteschi degli anni Novanta e quelli di oggi).

Ne è emerso un nuovo modo di “fare storia”: le immagini ed i filmati hanno parlato al grande pubblico e la voce degli storici ha condotto per mano i presenti in un viaggio nella memoria in cui i documenti sono stati protagonisti. Un metodo che forse anche nelle nostre scuole potrebbe avere successo e avvicinare i giovani alla storia che non è solo un elenco di date e fatti ma la vita l’esperienza di una comunità.

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, posted by vito.cirillo at 10.30
Quando Gandhi, che giovane, fu in Sudafrica, si rese conto della grande discriminazione a cui i bianchi sottoponevano i negri e le altre razze, cominciò a concepire il concetto di "non-violenza" per ottenere il raggiungimento di scopi con mezzi pacifici.
Anche Nelson Mandela ha tenuto presente la lezione di Gandhi. Lo scrittore francese Lapierre lo ha definito il "Gigante dell'umanità", al livello della "Grande anima". Mandela, va ricordato, trascorse 27 anni della sua vita in carcere e non abbandonò mai la speranza di vincere la battaglia contro l'apartheid, vale a dire la discriminazione razziale. Uscito di prigione, realizzò il sogno della "nazione arcobaleno" uno stato in cui potessero convivere alla pari bianchi, neri, meticci, etc. Ora Mandela ha 90 anni.
In Sudafrica non sono stati risolti tutti i problemi ma l'esempio fornito da Mandela rimane un punto fermo per il progresso della nazione sudafricana.

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, posted by vito.cirillo at 08.37
Coloro che rinunciano ad una religione e si convertono ad un'altra, sono chiamati apostati. L'Islam non è molto tenero con gli apostati.
Nei paesi più integralistici, coloro che abbandonano l'Islam vengono definiti traditori e possono andare incontro alla morte. Si pensi al caso dell'Afghanistan dei Talebani, all'Iran, alla Somalia: in questi paesi viene applicata alla lettera la sharia, cioè il diritto coranico. La teologia islamica moderna, però, a questo riguardo si è evoluta e si ha una maggior tolleranza verso gli apostati. Si pensi a paesi come l'Egitto e la Tunisia.

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, posted by David.Rettura at 03.00

Chiudevo il mio post dedicato alla beatificazione di 188 martiri giapponesi, ricordando lo scarso peso nel sacro collegio estrinsecato dalla Chiesa nipponica. Essa ad oggi è presente con un solo membro, ultimo rimasto dei cinque Cardinali giapponesi ordinati a partire dagli anni '60: il Cardinale, ora emerito, Peter Shirayanagi
Sua Eminenza è come si vede un nome poco noto al grande pubblico, al contrario del Cardinale Zen, Vescovo di Hong Kong nonché uomo di quel dialogo con Pechino, sempre faticoso ed irto di ostacoli, teso ad assicurare a tutti i cattolici cinesi quella libertà di culto che in Giappone è fatto scontato, pur in contesto che spesso è stato storicamente viziato da un acceso nazionalismo che si voleva ancorare alle radici shintoiste del paese del Sol Levante. A corroborare questa affermazione basterà ricordare l'omicidio, avvenuto all'inizio della restaurazione Meiji di uno dei maggiori fautori delle riforme, reo di aver dissacrato Amaterasu madre divina fondatrice del Giappone nonché progenitrice, quantomeno ideale, della stirpe imperiale, sollevando il velo che cela ai comuni mortali lo specchio sacro della Dea.
Non risultano, almeno per quanto riguarda i principali organi di stampa periodica del nostro paese, interviste a di una qualche importanza in tempi recenti, fatta eccezione per delle dichiarazioni fatte al sito Asia News, specializzato nelle questioni delle comunità cattoliche dell'Asia Orientale, mentre il Cardinal Zen è stato intervistato ben 5 volte da ben quattro quotidiani diversi nel solo 2008, ed è stato addirittura oggetto di un libro di Dorian Malovic.
Singolare è, come riporta Wikipedia nella voce a lui dedicata, che il Cardinale Shirayanagi sia stato tra i pochi ad officiare la messa in Latino secondo le regole rimesse in Auge da Benedetto XVI tra tante polemiche. Questo potrebbe certo essere il frutto di una sua necessità personale o spirituale, dettata anche da motivazioni anagrafiche, essendo stato ordinato sacerdote nel 1954 ma non possiamo al momento aprioristicamente escluder che ciò possa non essere solo un fatto personale ma riflettere invece una peculiarità della Chiesa nipponica: in quanto Chiesa di minoranza assoluta in un paese di tradizione religiosa tanto diversa e lanciato in quella che sembra essere una corsa ad un edonismo materialista che sembra inarrestabile, essa potrebbe vedere nel latino un elemento di comunione con la Chiesa nella sua interezza.

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lunedì 1 dicembre 2008, posted by David.Rettura at 02.56

Il Pakistan, paesi dei puri in lingua Urdu, nasce nel 1948 dalla spartizione dell'India Britannica come stato a quasi totalità musulmana, essenzialmente dalla volontà politica della Lega Musulmana, costola di quel Partito del Congresso che fece da motore per il processo nazionale indiano sin dall'inizio del novecento, e di cui Gandhi fu a lungo il rappresentate di maggior importanza, fino agli anni '30 quando le profonde differenziazioni che laceravano la società indiana in senso orizzontale quanto verticale si fecero sempre più profonde, spingendo prima i musulmani della Lega, guidati da Mohammed Alì Jinnah, ma poi anche Jawarlal Nehru, a vedere con favore la spartizione dell'India in due stati separati.

John Coatman espresse con chiarezza e sintesi le ragioni, o quantomeno le principali tra queste, che spinsero i musulmani indiani a scegliere di adoperarsi per la nascita di uno stato nazionale a carattere culturale islamico nelle terre a maggioranza musulmana, sin dal 1932 nel suo libro The Indian Riddle, dal quale ho tratto una citazione per un post sul mio blog personale.

Nel 1940 la Lega espresse nella Lahore Declaration questi intendimenti in maniera definitiva. Così dopo la guerra, la liberazione dell'India dalla dominazione britannica avvenne, con grande disappunto di Gandhi, sulle basi di una separazione. Vennero create l'Unione Indiana, a stragrande maggioranza Hindu, ma in cui i Musulmani rimangono una minoranza assolutamente importante, tanto che con il loro 13% rappresentano la comunità mussulmana più vasta all'interno di un paese che non sia a maggioranza islamica, con un numero complessivo di abitanti che supera di gran lunga quello di molti stati nazionali islamici.

Al contrario il Pakistan, che inizialmente fu diviso in due parti, quella occidentale, che oggi corrisponde al Pakistan odierno, e quella orientale, coincidente con il Bengala all'estremità dell'India britannica e che oggi è il Bangladesh, nato negli anni '70 dopo una lunga attesa e grazie all'aiuto militare fondamentale dell'Unione Indiana guidata allora da Indira Gandhi, figlia di Nehru, è uno stato a quasi totale religione musulmana, con gli Hindu che furono costretti a lasciare gli stati occidentali ed il Bengala, così come moltissimi musulmani che lasciarono territori induisti per raggiungere le zone a maggioranza musulmana.

Centro ideale della pakistanità odierna è certo la cultura Urdu, che affonda le sue radici nell'epoca gloriosa dei Gran Mogol, gli Imperatori musulmani dell'India del '600, che assicurarono al subcontinente indiano un'epoca di prosperità e progresso oltre a lasciare un'impronta indelebile nella civiltà indiana attraverso un gusto di derivazione islamo-persiana per la poesia, come nella musica, con il qawwali, di cui Nusrat Fateh Alì Khan è stato l'indiscusso maestro nel dopoguerra, dalle forte valenze mistiche tipiche del sufismo.



Ma paradossalmente la maggiore testimonianza dell'India islamica è nel cuore dell'Unione indiana, non distante da Nuova Delhi: il Taj Mahal di Agra, nato per essere la tomba della sposa di Shah Jahan, Imperatore Mogul ed oggi simbolo universalmente riconosciuto dell'India e delle culture che ne sono espressione.

Oggi, dopo 60 anni di turbolenze politiche e di ingerenze delle forze armate nello svolgimento della vita del paese, con una crescita demografica importante, in eterno contrasto con l'India per il destino irrisolto del Kashmir, vulnerato da sacche di povertà ampie da fare spavento, con una classe politica che si è a più riprese mostrata inadeguata alle molteplici sfide che sferzano il paese, non ultima quella del fondamentalismo islamico che ha ormai piagato le province tribali al confine con l'Afganistan cui sono elate dalla comune origine Pasthun, il paese è quasi ingovernabile e di fatto ingovernato, come ha larvatamente suggerito Lucio Caracciolo intervenendo al TG1 riguardo ai fatti di Mumbai, il cui coinvolgimento nei quali di parti dello stato pakistano è però tutto da dimostrare.

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