In verità, Hamas aveva annunciato la fine ufficiale della tregua già il 19 dicembre quando i primi due razzi erano stati lanciati dal sud della Striscia di Gaza da alcuni militanti palestinesi colpendo il sud di Israele. Il ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak aveva in quell’occasione escluso risposte armate limitandosi ad affermare: «Quando la situazione ce lo richiederà, noi agiremo […] Non abbiamo paura di lanciare un’operazione militare su vasta scala a Gaza, ma non c’è alcuna fretta». In altre parole, anche dopo l’attacco subito il 19 scorso, Israele rilanciava la propria volontà di tenere fede agli accordi raggiunti con l’Egitto.
Ma il lancio di razzi Qassam è continuato e, dopo la fine ufficiale della tregua, altri 5 razzi sono caduti sul Negev occidentale: in quel momento l’atteggiamento di Israele è cambiato e, con le loro dichiarazioni, sia Barak sia Olmert hanno fatto intendere ai palestinesi che dalle parole anche l’esercito israeliano sarebbe presto passato ai fatti. Nonostante ciò, il giorno dopo, dai miliziani palestinesi sono stati lanciati altri 13 razzi e sparati 20 colpi di mortaio.
Israele allora ha risposto col primo raid aereo durante il quale è rimasto ucciso un miliziano delle Brigate dei Martiri di al Aqsa, il braccio armato di al Fatah. In quelle ore, alcune fonti del Jerusalem Post non hanno escluso che l’esercito israeliano avrebbe potuto, nei giorni successivi, riconquistare la Striscia di Gaza abbandonata da Israele nell’estate del 2005 e controllata da Hamas dal giugno

2007. Al contempo, anche Condoleeza Rice ‒ a tutt’oggi segretario di stato americano in carica ‒ ha cercato di sottolineare che i palestinesi hanno solo un modo «per raggiungere l’obiettivo della creazione di uno stato: il negoziato». La ripresa delle ostilità, dunque, avrebbe rischiato solo di indebolire i palestinesi, le proprie rivendicazioni ed i propri obiettivi.
Le intenzioni di Israele sono state notificate anche al segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon al quale, in una nota del 22 dicembre, è stato fatto sapere da Gabriela Shalev (ambasciatore israeliano all’Onu) che, da quel momento in poi, non ci sarebbero più state esitazioni «a reagire militarmente, se necessario» ai razzi sparati dai miliziani della Striscia di Gaza. Proprio mentre arrivavano all’Onu queste dichiarazioni, grazie alla mediazione egiziana, Hamas ha annunciato una tregua di 24 ore concessa in cambio dell’ingresso di aiuti dall’Egitto.
Questo è il punto chiave della vicenda: il principale obiettivo di Hamas è sempre stato quello dell’apertura completa dei valichi di confine della Striscia di Gaza e, più in generale, dell’alleggerimento del blocco. Richieste, queste, che, ieri come oggi, Israele non può prendere in considerazione se Hamas stesso non si impegnerà finalmente a riconoscere le famose tre condizioni poste dal Quartetto e cioè: il diritto di Israele ad esistere come stato, il ripudio del terrorismo, il rispetto degli accordi già firmati tra Israele e palestinesi.

Il giorno seguente il ministro del Welfare israeliano Isaac Herzog aveva comunque manifestato la propria disponibilità a lavorare per un prolungamento della tregua suscitando, però, la scoraggiante risposta di Fawzi Barhoum, portavoce di Hamas: «Non abbiamo chiesto una [nuova N.d.R.] tregua, e non cercheremo o chiederemo mai ad alcuno di mediare per ripristinarla o rinnovarla». Il risultato della tregua momentanea è stato davvero inutile: al suo scadere sono ripresi i lanci dei razzi (stavolta circa 80) contro Israele che ha effettuato il primo raid aereo sulla Striscia.
Il giorno di Natale, il presidente egiziano Hosni Mubarak ha ricevuto al Cairo il ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni, la quale ha ufficializzato la nuova posizione del governo e quella sua personale (in quanto candidata premier, insieme al leader della destra Benjamin Netanyahu, al ballottaggio del prossimo 10 febbraio): «Hamas controlla la Striscia di Gaza e Hamas ha deciso di prendere a bersaglio Israele, questo deve essere fermato e questo è quello che faremo […] Hamas deve comprendere che la nostra aspirazione alla pace non vuol dire che Israele accetterà questa situazione a lungo […] Se Hamas crede che Israele, visto che è in periodo elettorale, non farà quello che qualunque paese democratico farebbe per proteggere i suoi cittadini, allora si sbaglia».

E quando il 26 dicembre, per alcune ore, Israele aveva aperto i valichi, l’offensiva aerea era già stata organizzata: il giorno dopo, infatti, la temuta e attesa reazione è arrivata: 290 morti e 700 feriti sono il risultato dei raid contro le caserme della polizia a Gaza.
Mentre altri razzi da Gaza colpivano Ashkelon, Sderot, Gan Yavne e Ashdod nel sud di Israele, Fawzi Barhoum, alla Tv araba al-Jazeera, ha dichiarato con orgoglio: «Il mondo rimarrà sorpreso della nostra risposta all’aggressione degli occupanti […] Hamas sta bene, la resistenza sta bene e il governo sta bene […] ora le Brigate Ezzedine al Qassam hanno le mani libere per rispondere con tutti mezzi di cui possiede, inclusi i missili a lunga gettata e le azioni di martirio […] Abbiamo la forza per controbilanciare questo terrorismo».
E’ dunque chiaro che si sia ormai consumata la rottura definitiva dei rapporti tra Hamas e l’Egitto di Mubarak che aveva impegnato molte delle sue risorse per la tregua di giugno e per mantenere il «cessate il fuoco». Ma, perso l’Egitto, pare che Hamas abbia acquistato l’appoggio dell’Iran. Dopo le dichiarazioni di Barhoum, infatti, la Tv di stato iraniana ha fatto sapere che «l’Iran manderà la sua prima nave con aiuti destinati alla Striscia di Gaza malgrado il blocco navale israeliano sul territorio controllato da Hamas […] A dispetto del blocco del regime sionista la nave di aiuti iraniani partirà oggi [il 26 dicembre N.d.R.] e arriverà in 12 giorni in Palestina […] saranno a bordo 12 dottori iraniani e uomini addestrati per il soccorso. Il cargo conterrà più di 2.000 tonnellate di cibo, medicine e apparecchiature».

Mentre sono in viaggio gli aiuti iraniani, però, il 27 ed il 28 dicembre sono continuati sia gli attacchi aerei del governo di Tel Aviv (ad oggi circa 300) sia il lancio di razzi palestinesi: si contano a Gaza 320 morti e 1.400 feriti, un morto e 14 feriti in territorio israeliano. Molti, tra i morti nella Striscia, i bambini.
Israele, con la sua operazione militare Cast Lead ha colpito in tre soli giorni coi suoi raid caserme, depositi di munizioni, zone di lancio di razzi e decine di tunnel al confine con l’Egitto utilizzati per introdurre nella Striscia di Gaza armi, ma anche generi di consumo per la popolazione. Ieri, inoltre, la marina israeliana ha anche bombardato navi e posti di guardia terrestri di Hamas centrando con successo i bersagli. A partire dal 27 dicembre, la Striscia di Gaza ha subito almeno 300 raid aerei di diverse dimensioni dell’esercito israeliano che hanno provocato (ad oggi) oltre 360 morti e 1.600 feriti: non c’è più spazio per seppellire i morti nel cimitero della città palestinese.
Non solo, ma il governo israeliano ha autorizzato il richiamo di circa 6.500 riservi

sti delle forze combattenti e della difesa civile mostrando il chiaro intento di sferrare un attacco di terra a ridosso del confine con Gaza.
Stamattina un portavoce militare israeliano ha confermato all’Afp che le truppe di terra sono dispiegate al confine con la Striscia e sono pronte a entrare in azione in qualsiasi momento, anche perché Hamas, ha sparato ieri più di 80 razzi (tra i quali, oltre ai Qassam anche i più sofisticati Grad) e colpi di mortaio contro il Negev occidentale, uccidendo tre civili israeliani e un soldato.
Può sembrare paradossale, ma a quanto sembra lo stesso Hamas spera in un’offensiva di terra da parte dell’esercito israeliano. I leader palestinesi sono convinti che ciò costringerebbe i soldati israeliani ad una guerriglia urbana «casa per casa»: l’ultima invasione via terra effettuata da Israele nell’estate del 2006 nel sud del Libano contro gli Hezbollah si saldò, infatti, con una pesante sconfitta.
Ma a volte la storia non si ripete…