martedì 30 settembre 2008, posted by vito.cirillo at 10.30
Cattive notizie provengono dall'Asia. Negli ultimi tempi, infatti, si è scatenata una sorta di caccia ai cristiani e molti di questi sono stati uccisi. Le violenze anticristiane sono state perpetuate dagli induisti fondamentalisti. Essi non vedono di buon occhio le religioni egualitarie (non solo i cristiani, quindi, ma anche i musulmani) perché temono che venga sconvolto il sistema castale tradizionale. Non vogliono accettare che i Dalit (ossia i "fuori casta") vengano considerati alla stregua degli altri uomini.
Per questo motivo gli induisti fondamentalisti si accaniscono soprattutto contro i cristiani. Si tratta però di una minoranza perché le maggioranza degli induisti è molto tollerante.

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lunedì 29 settembre 2008, posted by vito.cirillo at 10.36
Il 30 agosto, fra il governo italiano e quello libico, è stato firmato un accordo di amicizia e di cooperazione che sana un contenzioso decennale risalente alla presa del potere in Libia da parte del colonnello Muammar Gheddafi (1969).
Gheddafi instaurò una repubblica islamica al posto della precedente monarchia. Immediatamente pretese dall'Italia un risarcimento a conseguenza del passato coloniale italiano nel "suo" paese.
Il governo Berlusconi (chiudendo una trattativa avviata dal precedente governo Prodi) si è impegnato a corrispondere alla Libia un risarcimento di 5 miliardi di dollari da pagare in 25 anni. Ha avuto anche l'assicurazione di una maggiore cooperazione libica nel controllo dell'immigrazione partente dal paese di Gheddafi verso le coste della Penisola.
Ha avuto anche assicurazioni sul rifornimento all'Italia di gas e petrolio libici. Di una cosa, però, ci si è dimenticati: del risarcimento spettante ai 20.000 italiani residenti in Libia e che furono privati di tutto ed espulsi. Che fare a questo proposito? Non è giusto che anch'essi siano risarciti?

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domenica 28 settembre 2008, posted by David.Rettura at 4.16

Poiché si accennato alla tematica della diffusione del Cristianesimo Protestante in Cina voglio segnalare a chi fosse interessato che dalla fine di giugno è disponibile in inglese l'edizione tascabile di Robert Morrison and the Birth of Chinese Protestantism.
Questa è appunto la biografia di Morrison, ritenuto il primo missionario protestante in Cina, quasi una sorta di Matteo Ricci della Riforma, o meglio ancora un Giovanni da Pian del Carpine, che comunque aprì la strada ad un movimento che avrebbe visto momenti di espansione succedere a situazioni di crisi, sempre nell'occhio del sospetto dovuto alle politiche che la Gran Bretagna e poi anche gli Stati Uniti misero in atto in Cina a più riprese lungo l'arco di circa un secolo. Con l'avvento di Mao l'attività missionaria straniera doveva vedere la fine e, specie nel campo delle Chiese Protestanti, questo significò una decisa sinizzazione delle gerarchie ma al contempo un'isolamento quasi claustrale rispetto al movimento ecumenico.

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giovedì 25 settembre 2008, posted by roberto.bonuglia at 0.01
Sono 180 le lune di differenza tra gli artisti che esporranno a Roma le proprie creazioni il 26 settembre ‒ a partire dalle 18:00 ‒ proponendo al pubblico un insolito quanto suggestivo mix di incisione calcografica e acquerello presso i locali dell’Associazione culturale L’isola felice, in via Tiburtina, 8 (zona San Lorenzo).
Giulia Tulino, Markus Fonte e Paolo Maria Cipriani saranno i protagonisti di un’iniziativa che si impone tra le più originali della stagione e che l’ambiente raffinato della location scelta per l’evento renderà ancor più gradevole.
Centottantalune di differenza è una soprattutto una mostra che permetterà ai critici d'arte di conoscere i tre artisti che espongono le proprie opere e, allo stesso tempo, di apprezzarne la creatività. Noi del Khayyam's Blog ci saremo e invitiamo tutti i nostri lettori a fare lo stesso. Ne vale davvero la pena.

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martedì 23 settembre 2008, posted by giovanni.larosa at 8.00
Uno spunto per parlare d’incontro tra le culture occidentali e quelle orientali, nel Mediterraneo e maggiormente nel nostro Paese, lo può offrire anche, in terra di Sicilia, una scoperta archeologica avutasi verso la fine di questa bella estate, nell’area del comune di Santa Croce Camerina, in provincia di Ragusa.

Si tratta di un “hammam”, un impianto termale d’epoca araba risalente al Medioevo, individuato tra il IX e il X secolo, costituito almeno da due camere, calidarium e tepidarium, con i resti delle suspensurae sul battuto pavimentale.
Un’importante scoperta fatta da un gruppo di archeologi che stava svolgendo dei lavori di scavo, nel sito in località Mezzagnone.
La particolarità che rende la scoperta maggiormente interessante, considerabile in tal modo un ponte culturale, è data dal fatto che l’edificio primario, risalente al V − VI secolo di epoca bizantina, fino al giorno delle nuove rivelazioni era considerato un edificio religioso, una chiesetta, anche se non è stato trovato nulla che faccia pensare ad una presenza cristiana. Un'ipotesi comunque scartata dai tecnici, poiché la presenza di una sola porticina d’ingresso non in asse con l’edificio, non è stata considerata compatibile con l’impalcatura di una chiesa. Tra le ipotesi d’identificazione dell’edificio, si è parlato anche di un mausoleo o di una chiesa ariana. Quest’ultima, si potrebbe far risalire al periodo della dominazione dei visigoti in Sicilia, quando l’isola ha visto la presenza di famiglie appartenenti a questa stirpe di barbari, provenienti dall’Europa settentrionale. Una tesi ancora da avvalorare, poiché finora, in Sicilia, non è riemersa alcuna traccia della presenza dei goti; pochissime sono, invece, le testimonianze della successiva dominazione araba.
In provincia di Ragusa, la testimonianza araba è già presente con l’antica “cuba”
[1] di Comiso, annessa al Castello aragonese; quest’edificio termale potrebbe essere considerato il secondo esempio.
Santa Croce Camerina, l’antica Kamarina, oggi può considerarsi la città più araba della Sicilia e sarà anche la città che offrirà la visione di uno dei monumenti più importanti, che testimoniano la presenza degli arabi in Sicilia fino all’XI secolo.
Un’altra particolarità presente nel territorio di Santa Croce Camerina, legata all'opportunità di un incontro culturale, è data dal più alto numero
d’immigrati nordafricani, in maggioranza tunisini, in raffronto ai suoi abitanti; un’integrazione interculturale presente da anni, che offre da qualche tempo l’opportunità di uno sviluppo interetnico nel territorio ragusano, grazie alla cospicua mano d'opera necessaria per la coltivazione in serra di ortaggi e di fiori, anch'essa molto estesa. Come per la comunità di Mazzara del Vallo in provincia di Trapani, dove l’integrazione con i pescatori mazzaresi ha portato a matrimoni misti, a un’integrazione affermata nel tempo, confermata dalla realizzazione di edifici scolastici dove è possibile imparare la lingua araba, anche per gli studenti siciliani. Sicuramente esempi di questo genere dovrebbero essere maggiormente tenuti in considerazione, giacché peraltro per nulla avulsi al territorio; non dobbiamo, infatti, dimenticare che nell’area di dominazione dei romani, era normalissima la convivenza tra i vari popoli.

[1] Un piccolo edificio a pianta esternamente di forma ottagonale ed internamente di forma circolare. Da alcuni ritenuta un battistero bizantino, fu riutilizzato nel 1315 come cappella dedicata a S. Gregorio Magno e nel XV secolo, con la ristrutturazione operate dai Naselli, fu trasformato in torre di difesa.

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lunedì 22 settembre 2008, posted by David.Rettura at 21.56
Tempo fa, scrivendo qualche riga sulla Giamaica, mi sono intrattenuto su quel fenomeno, noto a tutti attraverso il grande successo della musica reggae, che è la religione Rastafari.
Ma il Rastafarianesimo non è affatto l'unica spiritualità afro-americana ed anzi, nel vasto panorama rappresentato da queste costruzioni religiose esso riveste un ruolo particolare; esso è essenzialmente figlio dell'atmosfera religiosa statunitense, ed in particolar modo di quella del secolo XIX nota come il Grande Risveglio, al quale si debbono anche buona parte del movimento evangelico contemporaneo come chiese che in molteplici maniere si sono allontanate dal Cristianesimo mainstream, come è il caso dei Mormoni (Chiesa dei Santi degli Ultimi Giorni) od ancor più dei Testimoni di Geova di Charles T. Russel (specie nell'accezione principale più che nella filiazione russellita). A questa famiglia il Rastafarianesimo, fondato, e mi ripeto, da Marcus Garvey, è profondamente debitore, in specie riguardo all'escatologia millenaristica che tutto lo pervade, con l'attesa del ritorno in Africa od ancor meglio del trionfo di Etiopia sulla corrotta Babilonia.

Ma la maggior parte delle spiritualità afro-americane sono legate invece a filo doppio alla loro origine sincretistica. Ovvero nascono dalla sovrapposizione al Cristianesimo, cattolico, imposto agli schiavi africani portati nel nuovo mondo in catene dai “proprietari” che nulla sapevano delle credenze religiose dei loro acquisti e che nessun valore a queste attribuivano, dei sistemi religiosi che gli schiavi portarono con loro, in maniera più o meno frammentaria; per proprie convenienze, alcuni intellettuali neri americani degli anni '60, come Alex Haley nel suo fortunatissimo “Radici”, hanno creduto opportuno stabilire un rapporto tra gli schiavi americani e l'Islam, inteso come religione primigenia degli africani neri dal sistema teologico politico dei mussulmani neri raccolti da Elijah Mohammed nella sua “Nazione dell'Islam”, che andava al di là del reale, in quanto vi erano certamente tra i deportati fedeli islamici come cristiani, ma una buona maggioranza era legato alle credenze tradizionali che oggi chiamiamo Animismo. Questa sovrapposizione ha permesso a questi sistemi religiosi di essere tramandati e di dare vita ad esperienze originali, con i Santi e le Madonne che vengono al contempo viste come reificazioni di divinità africane.

Il più noto di questi sincretismi, che è vivo e vegeto ad Haiti e gode di buona salute anche in qualche stato degli USA come la Louisiana (ex America Francese), è certamente il Vodu, immortalato in molte produzioni hollywoodiane ed anche in qualche romanzo, come “Da Haiti venne il sangue”, od anche, con un espediente narrativo singolarissimo, in “Giù nel cyberspazio”(dozzinale traduzione di un originale che era “Count Zero”), capolavoro cyberpunk di William Gibson, dove i Loa sono ormai nel Web come potenze vive.

Altro sistema sincretistico ancora oggi vitale è quello cubano della Santeria, anch'esso, per ovvi motivi, diffuso negli USA e che si è esteso anche in Italia per via degli speciali rapporti con l'isola di Fidel Castro che sembra aver stregato molti qui da noi.

Il Brasile, che Massimo Introvigne ed il suo CESNUR ricordano essere tra i paesi con la maggior vitalità religiosa al mondo, porta a questo gruppo il Candomblè, simile per molti versi ai due succitati schemi caraibici, ma declinato ovviamente in salsa lusitana ed immortalato in letteratura da Jorge Amado, ma anche la Umbanda, esempio, ricorda Introvigne, di sincretismo di secondo grado, con il Candomblè che si è a sua volta ibridato con la tradizione occultistica occidentale.

Anche la Giamaica partecipa al gruppo con la Obeah, ma la natura protestante e dunque più razionale del cristianesimo imposto dagli inglesi nell'isola sembra renderlo meno suggestivo per artisti e letterati, ed a ciò si deve aggiungere la forza dirompente esercitata dal culto Rastafari sull'isola.

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domenica 21 settembre 2008, posted by vito.cirillo at 12.14

Non se na parla molto in Occidente, ma in Cina c'è un crescente numero di cinesi che si stanno convertendo al cristianesimo. Molti si convertono al cattolicesimo, ma ancora di più sono quelli che rimangono affascinati dal pentecostalismo.
In tal senso ciò è una conseguenza dell'opera portata avanti dalle telvisioni satellitari americane che vengono ora viste - clandestinamente - dai cinesi. A questo riguardo, molto fruttoso è l'opera della T.B.N. che riesce a raggiungere molte zone della Cina, dove è diventato molto popolare il predicatore Benny Hinn che chiederà prossimamente alle autorità cinesi di poter tenere anche nel loro paese la sua campagna evangelista.

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sabato 20 settembre 2008, posted by roberto.bonuglia at 12.26
Stasera, a Roma - la città che vanta la più antica comunità ebraica d'Occidente -, si svolgerà la serata d'inaugurazione del Festival Internazionale di Letteratura Ebraica, una rassegna che, per la prima volta, porterà nella Capitale scrittori di tutto il mondo, critici letterari nonché i principali protagonisti del panorama letterario ebraico, da Erri De Luca a Lia Levi, da Sami Michael a Victor Magiar.
Sarà la Casa dell'Architettura - in Piazza Alfredo Fanti, 47 - il palcoscenico nel quale autori e lettori potranno condividere le proprie emozioni e raccontarsi le proprie storie.
Nato da una felice idea di Riccardo Pacifici (presidente della comunità ebraica di Roma) e di Francesco Marcolini (presidente di Zetema), il Festival sarà, fino al 24 settembre, il terreno comune nel quale il mondo ebraico e quello che vive al di fuori di esso, potranno comunicare e conoscersi attraverso lo straordinario linguaggio - universale, senza confini - della letteratura.

Oggi, alle 21:00, sarà l'incontro tra Nathan Englander e Etgar Keret - durante il quale si parlerà della nuova letteratura ebraica - ad inaugurare il Festival che, costruito grazie al lavoro svolto da Ariela Piattelli, Raffaella Spizzichino e Shulim Vogelmann, propone un programma ricco di iniziative, incontri, dibattiti, che potete consultare cliccando qui.

Dopo l'incontro tra lo scrittore Englander ed il regista Keret, il progetto Jewish Experience proporrà la sua fusione di jazz e ritmi popolari ebraici che farà da sottofondo al Late Kosher Dinner previsto. Potete ascoltare la musica del gruppo di Gabriele Coen cliccando qui.

Ma quello di stasera sarà solo l'inizio. Ci aspettano quattro giorni importanti che faranno di Roma, a poco più di un anno di distanza dai tristi episodi dello scorso novembre, la capitale della cultura ebraica e, soprattutto, del confronto e del dibattito che caratterizzeranno un'iniziativa che, a nostro giudizio, vale almeno due notti bianche.

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, posted by khayyamsblog@gmail.com at 10.48
di Piergiorgio Mori

Carlo Levi e i Simpson. Cosa hanno in comune? Da questa strana accoppiata nasce il saggio di Filippo La Porta Diario di un patriota perplesso negli USA (edizioni e/o, pp. 149, euro 12,50), ma definirlo saggio è solo un termine generico per parlare di un libro che sfugge forse ad ogni catalogazione. In esso si sovrappongono infatti diversi generi: il narrativo-autobiografico, la letteratura di viaggio, il saggistico-filosofico e, in parte, il pamphlet. Non traggano in inganno le poche pagine e il formato minuscolo del testo. In realtà, ogni frase ha una sua connotazione che spinge ad una riflessione, ad una suggestione che allarga l’orizzonte verso una concatenazione di tematiche difficili da riassumere.
La Porta già l’anno scorso aveva pubblicato qualcosa del genere (Maestri irregolari, Bollati Borighieri, euro 14,00) puntando, però, in quel caso, su una struttura a «medaglioni» attraverso la quale passava in rassegna quelle figure di uomini e donne che non erano state istituzionalizzate dal mondo della cultura, quelli insomma che potremo definire, in una sola parola, «cristiani senza chiesa» e «comunisti senza partito», formula che vale alla lettera per alcuni di loro come Silone o Pasolini, o ancora Orwell e Simone Weil.
Questa volta il libro prende spunto da un viaggio negli Stati Uniti effettuato da La Porta come studioso e conferenziere per un progetto della Full Bright, che si trasforma in occasione per una riflessione sull’Italia attraverso lenti americane. In questo modo, vedere l’Italia dal paese che in fondo più ne ha determinato la mutazione antropologica, è un’opportunità per smitizzare gli USA (Arcadia della modernità), ma soprattutto per riflettere su cosa sta succedendo in Italia, cioè per parafrasare una frase evangelica, vedere «cosa dicono gli altri di noi».
Ed ecco qui che torniamo a Carlo Levi ed ai Simpson. Carlo Levi parlò negli Anni Cinquanta di due tipi di italiani: i luigini e i contadini. Il primo epiteto è generato da un personaggio di Cristo si è fermato a Eboli che rappresenta la piccola borghesia, priva di scrupoli e amorale; il secondo è riferito non solo in senso letterale, ma anche metaforico: i contadini sono coloro compresi nel proprio lavoro, onesti, virtuosi, quei minuti, ma forti, puntelli che tengono insieme la complessa trama del nostro paese. Ma oltre a questa intuizione, La Porta prende in prestito per il suo itinerario geografico spirituale un’altra affermazione di Levi: l’Italia – per lo scrittore piemontese – si distingue dagli altri paesi soprattutto per la percezione della bellezza.
Una percezione, questa, che è puntualmente proposta in una puntata dei Simpson in cui Homer, il protagonista della serie, deve andare a comprare una Lamborgotti (adombra ovviamente una Lamborghini) per il suo capo. Giunti alla fabbrica un gran cartello vi campeggia sopra: «Per chi non ha davvero nulla dentro».
Ecco la bellezza di cui parlava Levi, che si concentrava poi su uno spiccato senso artistico, e che poi era distintivo della nostra civiltà, è diventato agli occhi di chi ci guarda un feticcio, un simulacro della nostra italianità. Il culto della bellezza ci distingue sì dagli altri popoli, ma quale bellezza? Quella becera e un po’ «piaciona» dei bagnanti del litorale romano (basta fare una passeggiata la domenica tra Torvaianica, Ostia, Maccarese e Fregene)? Quella insomma che sfoggia tatuaggi, muscoli definiti e abbronzature perfette? Oppure per salire di livello quella kitsch degli stilisti di moda? E insomma, per dirlo con una parola, quella «vuota»?
La Porta suggestivamente paragona Coney Island, stracolma di americani semiobesi con le famiglie italiane Anni Cinquanta, quella dei Passaguai interpretati da Ave Ninchi e Aldo Fabrizi, americani quindi più simili agli italiani di cinquant’anni fa di quanto siamo noi oggi rispetto ai nostri antenati.
L’America quindi, il paese giovane e bello per eccellenza, Arcadia dei tempi moderni è in realtà un paese ben lontano da quello che proiettiamo nel nostro immaginario. E la conclusione perciò è che siamo diventati più americani degli americani, ma copiando loro gli aspetti meno encomiabili e trascurando il loro rispetto civico, il loro amore per la propria nazione, il loro sentirsi popolo come custode di regole comuni, e, in una parola, il loro essere patrioti. Al termine della breve e profonda lettura ci si rende conto di aver dialogato con l’autore, di esserne stati stimolati, provocati, disturbati. Un libro serve forse a qualcos’altro?

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venerdì 19 settembre 2008, posted by vito.cirillo at 12.42
Con le dimissioni del Presidente pakistano Musharraf, si è aperta una crisi politica dagli esiti incerti.
Ciò che accadrà in Pakistan interessa direttamente l'Occidente. Il Pakistan, infatti, è un alleato dell'Occidente che conta su di esso per gli equilibri in Asia.
Nel Pakistan, però, ci sono elementi infidi come alcuni settori dei servizi segreti che favoriscono i talebani e, secondo molti, anche Al Qaeda. L'Afghanistan è direttamente coinvolto nella politica pakistana e può subire conseguenze anche più negative. C'è poi da tener d'occhio il contenzioso fra Pakistan e India che può sempre riesplodere accendendo la delicata situazione in cui versa l'intera area geopolitica.
E' interessante vedere in che modo si muoverà il nuovo Presidente che è stato eletto recentemente. Si tratta di Al Zardari, vedovo di Benazir Bhutto.
Farà la stessa politica del predecessore? Agirà contro i talebani e Al Qaeda?
L'Occidente, a tale riguardo, è molto interessato.

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martedì 16 settembre 2008, posted by David.Rettura at 16.51
Nonostante il negoziato atomico con l'Iran non faccia passi avanti e sembri invece decisamente arenato, è oggi ancora prematuro, a mio modo di vedere, dire che l'indicatore della crisi si sia spostato sui venti di guerra, e questo per svariati motivi tra i quali quelli elettorali sono tra i principali. I tre maggiori paesi coinvolti nella crisi sono tutti e tre in attesa di elezioni. Le elezioni americane di novembre stanno sottilmente suggerendo all'attuale amministrazione Bush, di là dei proclami bellicosi, di astenersi da iniziative particolarmente avventate, in special modo riguardo alla politica estera, per recare meno danno possibile al candidato repubblicano; dopo le elezioni si instaura per prassi una sorta di cogoverno. Jimmy Carter ricorda ancora quanto gli fu esiziale la pessima gestione della crisi degli ostaggi, sempre con l'Iran, nell'anno elettorale 1980.
Anche Israele, che ha visto il suo esecutivo travolto dalle dimissioni del primo ministro Olmert (per inciso per accuse che in Italia ti farebbero diventare senatore a vita), si trova a dover gestire un processo elettorale a più strati, dato che ancora si aspettano le primarie del partito del fu premier, Kadima, e dunque in una situazione dove la stabilità è poco più che una facciata. Nel 2009 vi saranno anche le elezioni presidenziali iraniane, nelle quali i risultati di politica interna ed economica piuttosto deludenti e l'accusa di aver sottomesso queste a programmi controversi di politica estera (buffamente ci si trova, tranne il ruolo giocato, in maniera politicamente ambigua, oggi, dalla Guida Suprema, in una situazione simile a quella americana), rendono la rielezione di Ahmadinejad tutt'altro che scontata, con l'astro nascente conservatore Larijani che offre sul problema atomico una risposta non remissiva ma certo più articolata di quella del Presidente uscente, mentre i progressisti islamici sembrano a tutt'oggi fuorigioco, ed anch'essi si dicono favorevoli, con tanti se e tanti ma, al programma nucleare.
Il paragone, venduto in molte sedi, con l'azione israeliana al rettore irakeno di Osirik, sembra poco calzante, in quanto nel 1981 Saddam fu costretto ad accettare senza rivalsa il fatto compiuto in virtù dell'appoggio, più o meno velato, dell'Occidente nella sua guerra all'Iran, cosa che oggi appare da parte degli Ayathollah meno probabile, in quanto farebbe certo il gioco dei più falchi tra loro un aumento dell'entropia sul delicato scacchiere dell'Asia Centrale dove sì sta riaffacciando, con intenzioni non chiare e forse non benevoli, una Russia pronta a profittare di ogni occasione per espandersi; gli analisti occidentali sono pronti a sfruttare in Iran la carta della tensione etnica, tanto valida in Irak? La coesione etnica iraniana è ben maggiore e le poche minoranze movimentabili sono di pericolosa gestione:

1) i curdi si ricollegano al problema omonimo dell'Irak, della Turchia e della Siria, oggi, sembra, in riavvicinamento.
2) gli azeri sono legati a doppio filo alla nazione madre e questa è in ottime relazioni con la Russia cui sopra abbiamo accennato.
3) gli arabi sunniti del sud-ovest, la cui mobilitazione acuirebbe i contrasti con l'Arabia saudita e di questa con la sua minoranza sciita del nord-ovest, vicino ai centri petroliferi del Negid.
4) il Balucistan, troppo vicino a quella polveriera in ebollizione quale è il Pakistan.

A tutto questo bisognerebbe aggiungere l'improbabilità di un'atteggiamento europeo di consonanza ad un attacco in virtù degli interessi economici iraniani di molti importanti membri fondatori dell'UE.

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lunedì 15 settembre 2008, posted by vito.cirillo at 15.40
Da tempo, come è noto, esiste la questione palestinese che non è stata ancora risolta. Nasce ora una nuova "questione" che alimenta il dibattito politico internazionale: la questione caucasica.
L'Ossezia meridionale e l'Abkhazia si sono separate dalla Georgia. Il loro separatismo è stato appoggiato dalla Russia. Poiché la Georgia è sostenuta dagli Stati Uniti, si è venuta a creare uno stato di tensione nei rapporti fra quest'ultimi e la Russia, tanto che si è parlato di una nuova guerra fredda.
L'Unione Europea ha il compito di mediare in questa fase: la Russia non deve essere isolata, essendo anche una importante fornitrice di petrolio e gas a quasi tutti i Paesi europei.

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domenica 14 settembre 2008, posted by vito.cirillo at 12.36
Dal momento che l'Iran è inflessibile nelle sue volontà di procedere nel campo nucleare, si stanno diffondendo delle voci preoccupanti. Nei prossimi mesi, tra novembre a gennaio, ci potrebbe essere - come già ipotizzato qualche mese fa da Roberto Bonuglia - un attacco combinato israelo-americano (o soltanto israeliano) alle centrali nucleari iraniane.
Israele, infatti, già da qualche mese teme di essere il primo obiettivo delle eventuali armi atomiche iraniane. Perciò, come fece nel 1981 con le centrali nucleari Osirak nell'Iraq (allora governato da Saddam Hussein), per prevenire un eventuale attacco contro Israele, così il governo israeliano potrebbe decidere di fare la stessa cosa con l'Iran nel prossimo futuro.

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giovedì 11 settembre 2008, posted by roberto.bonuglia at 23.32
Nel corso della Grande Guerra le potenze belligeranti avevano legittimato le aspirazioni indipendentistiche delle nazioni sottomesse dalle potenze nemiche. Gli Inglesi, più di altri, avevano utilizzato con grande disinvoltura il nazionalismo arabo contro l’impero ottomano. Avevano anche promesso l’appoggio, una volta finita la guerra, alla formazione di un grande regno arabo indipendente e comprendente Arabia, Mesopotamia e Siria.
Al contempo, però, con la dichiarazione del Ministro degli esteri Balfour, avevano nel 1917 riconosciuto il diritto del movimento sionista a creare in Palestina una Homeland (uno dei termini tra i più ambigui mai usati nell'ambito diplomatico) per il popolo ebraico: il fine immediato di questa promessa era il sostegno della comunità ebraica internazionale alla causa dell’Intesa.

Nel dopoguerra, allorché la Società delle Nazioni elaborò l’istituto del mandato internazionale, venne stabilito che i territori che avevano cessato di trovarsi sotto la tutela della Germania (in Africa e nel Pacifico) e della Turchia (nel Medio Oriente), in quanto abitati da popoli incapaci di autogoverno, fossero affidati a nazioni progredite. E così fu fatto nell’area dell’ex impero ottomano: alla Francia fu data la Siria (compreso il Libano), mentre alla Gran Bretagna toccarono la Palestina (compresa la Transgiordania) e la Mesopotamia (oggi Iraq).


Negli anni successivi si verificarono numerose rivolte ed il Medio Oriente si trovò ad essere teatro di conflitti permanenti. Cominciò anche a crescere l’immigrazione ebraica e, con essa, sin dagli anni Venti, si produssero i primi scontri tra coloni e residenti arabi. Nell’Arabia, invece, l’indipendenza fu subito raggiunta e la monarchia saudita riuscì in pochi anni ad unificare gran parte della regione. Nel 1932 l’Iraq riuscì ad ottenere il riconoscimento di una formale indipendenza ma rimase, di fatto, sottomesso agli interessi economici e strategico-militari dell’Impero britannico.

Nella Turchia propriamente detta (l’area che si estende dalle due rive degli Stretti al Caucaso e al tavolato della Siria) l’offensiva del movimento nazionale turco di Mustafà Kemal riuscì a fatica a salvaguardare l’integrità territoriale. Dopo aver regolato i confini nordorientali con la Russia sovietica, i Turchi si riappropriarono, con metodi terroristici, dell’Armenia, dove negli anni precedenti si erano già verificate la deportazione e lo sterminio della popolazione, un vero e proprio genocidio. I Turchi, inoltre, arrestarono anche l’avanzata greca e, con la pace di Losanna del 1923, riacquisirono di diritto la Tracia orientale, il territorio intorno a Smirne e l’Armenia occidentale. Con la proclamazione della repubblica, furono portate a termine due importanti riforme: la laicizzazione e l’occidentalizzazione. In tal modo vennero definitivamente sepolte le vestigia dell’impero ottomano.

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, posted by David.Rettura at 16.49


Su Yahoo stanno chiedendo a tutti di ricordare dove fossero l'11 settembre, quando saputo dell'attentato alle torri gemelle. Ed io ho lasciato la mia testimonianza, così come feci già 2 fanni, per il quinto anniversario, sul quotidiano Times Reporter di New Philadelphia, nell'Ohio, del quale mi sono già servito durante le primarie presidenziali per tastare il polso dell'America profonda grazie ai suoi sondaggi. Lo seguo perchè nella contea di Uhrichsville vive la famiglia americana che mi è più cara. E proprio a loro pensai quel brutto giorno, pur sapendo che erano lontani dalla linea della crisi e che nessuno avrebbe mai pensato alla loro cittadina come ad un obbiettivo, con una sorta di inquietudine che sorpassava il ragionevole, come irragionevoel fu l'idea di non prendere la metro e di infilarsi in un autobus stracolmo di che ebbe la stessa idea e non riusciva a parlare d'altro.

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, posted by roberto.bonuglia at 9.21
Ci siamo occupati qualche tempo fa di alcune nuove interessanti tendenze della letteratura ebraica e, in tempi non sospetti, avevamo già messo in guardia i nostri lettori sul rischio di una sorta di antisemitismo culturale che all'inizio dell'anno pareva diffondersi nel nostro paese e nella nostra città.... Oggi siamo davvero lieti di segnalare una bellissima iniziativa che trasformerà, dal 20 al 24 settembre, la città di Roma nella capitale della letteratura ebraica. In quei giorni, infatti, si svolgerà presso i locali della Casa dell'Architettura [in Piazza Manfredo Fanti, 47] il Festival della Letteratura Ebraica il cui programma prevede dibattiti, proiezioni e altre interessanti iniziative che fanno dell'evento una delle più belle iniziative culturali promosse dalla nuova giunta capitolina. Noi del Khayyam's Blog ci saremo e vi aspettiamo.

E’ scritto nel Talmud che ogni uomo nel corso della propria vita dovrebbe fare un figlio, piantare un albero e scrivere un libro. In un certo senso, si tratta di tre modi diversi di garantire e preservare la nostra esistenza: portando avanti la specie, nutrendo il nostro pianeta, creando per noi stessi una cultura. Non c’è dubbio che da questi tre imperativi gli ebrei siano sempre stati attratti e si siano dedicati, con costante impegno e profonda passione, al terzo: scrivere.

La produzione letteraria ebraica è enorme, attraversa la storia, i confini e le culture, è veicolo di idee, anticipa o rilegge criticamente i grandi eventi sociali del mondo, è grido di dolore e di denuncia, contro la guerra, i soprusi, le discriminazioni, ma anche riso ironico per la sorte beffarda di noi esseri umani, spesso in balia di destini che talvolta è dato sopportare soltanto con una buona dose di umorismo. Seguendo il popolo ebraico nel suo lungo percorso, la letteratura diventa specchio del mondo, testamento per le nuove generazioni e finestra sul futuro: a volte amara e tragica, altre volte luminosa e ottimista, rimane sempre storia dell’eterna lotta, la lotta della nostra esistenza.

Ecco che per la prima volta a questo grande universo viene data una sua cornice propria: viene fatto a Roma con la prima edizione del Festival Internazionale di Letteratura Ebraica. Scrittori di tutto il mondo, critici letterari, i protagonisti di maggiore spicco del panorama letterario ebraico si ritrovano in uno stesso contesto per raccontarsi, discutere assieme, condividere con il pubblico le proprie emozioni e le proprie storie, rispondere alle questioni più stimolanti, svelare i misteri della creazione artistica; e infine, forse, analizzare meglio il rapporto tra il mondo ebraico e il mondo che vive al di fuori di esso, due realtà che nel corso della storia sono sempre state unite e separate al tempo stesso, si sono attratte e respinte, guardate sì con curiosità ma anche a debita distanza, con spesso, come unico ponte, proprio quello della letteratura.

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mercoledì 10 settembre 2008, posted by David.Rettura at 17.06

Il presidente Napolitano ha sottolineato recentemente come vi siano settori della società italiana che non abbiano, per differenti motivi, ancora fatti propri i principi della Resistenza ed i valori repubblicani che ne sono diretta emanazione, con le ricadute che questo comporta nel dispiegarsi nella vita civile del paese.
Da anni ormai, da quando Claudio Pavone e Gianenrico Rusconi diedero con alcuni loro lavori il via ad un dibattito poi sopitosi che vide intervenire con mezzi ed incisività diversa personalità come Renzo De Felice, Pietro Scoppola ed Ernesto Galli della Loggia (cui dobbiamo anche, in tal merito, la collana del Mulino che porta il nome L'identità italiana che discende dal suo saggio), ed altri che certo colpevolmente dimentico. Quando ancora di questa polemica non si erano impadroniti anche i pamphlettisti dei quotidiani Emilio Gentile, cui pure dobbiamo l'imprescindibile La grande Italia e che molto sembra promettere con il suo L'apocalisse della modernità. La Grande guerra e il mito dell'uomo nuovo atteso per fine anno, aveva riflettuto sulle pagine della defunta rivista Storia Contemporanea sui temi della religione civile, della religione politica, e delle implicazioni di tali categorie per l'esperienza italiana.
Nella sicurezza della modestia di un mio intervento a riguardo mi voglio permettere di ricordare il fallimento, in tutta l'esperienza repubblicana, dell'insegnamento dell'educazione civica, disciplina che non può essere ridotta alle buone maniere da osservare in pubblico come gettare le cartacce nel cestino dell'immondizia o lasciare il posto a sedere sugli autobus ad anziani, partorienti e diversamente abili, ma involve anche i valori che di tali comportamenti sono la base attraverso la costruzione di un sentire comune di italianità che non è oggi praticabile in un paese in cui i valori di ciascuna delle parti sono visti come l'unico valore veicolabile, spesso in contrasto con il sentire comune, il buonsenso e la realtà storica. Siamo ancora un paese troppo diviso per poter sperare di poter impartire alle giovani generazioni dei valori che non siano imposti per interessi, politici e non, di uno schieramento od addirittura parti di questo, trasformandosi in acculturazioni che nulla hanno a che vedere con la civile convivenza.

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, posted by roberto.bonuglia at 0.06
Il 13 settembre per Roma sarà un giorno speciale, o meglio, una notte speciale: saranno infatti le notti bianche dei municipi a far brillare di iniziative la capitale con un programma comunque ricco di iniziative interessanti ed eventi accativanti. Tra tutti, però, il Khayyam's Blog ha scelto uno degli appuntamenti più originali: nell'area pedonale di Via Marco Decumio e di viale Opita Oppio, al Quadraro, si terrà Rosso di Sera, una rassegna culturale eterogenea che proporrà musiche, colori e sapori "a Roma Sud dal Sud del mondo".


Alle 18:00 il mercato biologico inaugurerà la notte bianca che sarà ricca di animazione, laboratori e spettacoli per bambini, alternando, fino alle 23:00, performance di musica itinerante, spettacoli di danza e mostre di artisti, artigiani e musicisti indipendenti. Dopo le 23:00, invece, sarà il concerto di Nando Citarella e i Tamburi del Vesuvio a portare i partecipanti fino all'alba. Per l'occasione, la metropolitana sarà aperta fino alle ore 01:30 e la fermata di riferimento è quella di Porta Furba-Quadraro. Vi aspettiamo.

Info anche su www.diversamente.it
Tel 06 97.99.81.25 e Fax 06 97.99.81.24
Tel e Fax 06 83.08.95.14
E-mail: centro.vialibera@virgilio.it

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martedì 9 settembre 2008, posted by David.Rettura at 0.25
65 anni fa il messaggio di Badoglio agli italiani comunicava che l'Italia smetteva di essere alleata della Germania e si arrendeva incondizionatamente agli Alleati che ne avevano già conquistato con le armi una vasta parte di territorio. Per moltissimi di quelli che ascoltarono quel messaggio esso significò che la guerra era finalmente finita e che l'incubo stava per terminare. Purtroppo l'incubo, per tutta una serie di motivi che riepilogare sarebbe annoiante e molto lungo, oltre che dar vita ad infinite controversie, specie in un momento come quello di oggi dove sembrano andare di moda tesi eterodosse.
Fatto innegabile è però che tutti gli italiani, quale che ne fu allora la scelta, ed in particolare quelli, detti della zona grigia, che non intesero scegliere ma delegarono questo dovere agli altri, videro cominciare uno dei periodi più funesti della loro storia recente, dal quale sarebbero usciti solo nella primavera del 1945, con molta fatica, dopo inverni freddissimi ed addirittura nel caso di Napoli, una epidemia di colera ed una eruzione, l'ultima, del Vesuvio.
La mia famiglia affrontò per metà all'estero quel periodo, e non lo ricordava con piacere, così come l'altra metà, che era già di là delle linee alleate ma non riusciva a scordare il rombo degli aerei, che sono il primo ricordo di mio padre.

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lunedì 8 settembre 2008, posted by giovanni.larosa at 9.06
Seguendo un percorso che vuole offrire una “rilettura” del periodo storico riguardante il Regno delle Due Sicilie e l’Unità d’Italia, e soprattutto per portare alla luce la voce ed i pensieri “dei vinti”, che non trovano spesso ristoro nei testi riguardanti la storiografia nazionale in uso nelle scuole, cito, per un’utile riflessione, delle parole di Fëdor Michajlovič Dostoevskij, nato a Mosca nel 1821, scrittore a tempo pieno dall’età di 23 anni, che come riportano le biografie: «Sarà attratto dall'idea di una società pacifica e dominata dall'amore; egli non è, né mai sarà, un rivoluzionario (prende anzi le distanze dalle posizioni più estreme di alcuni membri del gruppo), ma sogna provvedimenti che possano abolire la servitù della gleba, la censura, la disuguaglianza, l'oppressione, la povertà»:

«Per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale, capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: da principio quella romana antica, poi la papale. I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un’idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano. La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale. Ammettiamo pure che quest’idea mondiale, alla fine, si era logorata, stremata ed esaurita, ma che cosa è venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l’Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del Conte di Cavour? E’ sorto un piccolo regno di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, […] un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second’ordine. Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del Conte di Cavour».

Cavour morì subito dopo la proclamazione dell’”Unità d’Italia”, nel 1861; la sua creazione, ancora oggi, soffre dell’identità territoriale, come se fossimo fermi all’età dei “Comuni” e questa documentazione, portata alla luce da interessati osservatori, può trovare una giusta posizione, in occasione del particolare momento, in cui riemerge un dialogo nutrito da spirito critico e di confronto, tra “vaccai degli austriaci e cafoni”[1], utile, a mio parere, per avere una visione più obiettiva sui fatti dell’epoca, della cosiddetta “fratellanza” di metà Ottocento, che già da quel periodo vuole la formazione del popolo Italiano.
Ritengo altresì, che si possa affermare che la storica frase attribuita a
Massimo Taparelli, marchese d'Azeglio: «Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli Italiani!», abbia ancora la sua contemporaneità.



[1] Così erano apostrofati i settentrionali e meridionali, mentre quelli dello Stato della Chiesa erano i papalini.

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domenica 7 settembre 2008, posted by roberto.bonuglia at 14.28
La natura difensiva della Triplice Alleanza consentì all’Italia governata da Salandra di non entrare subito in guerra a fianco degli Imperi Centrali. Ma oltre ai nazionalisti di Corradini anche molti esponenti della sinistra democratica spinsero per l’intervento nella guerra. Giolitti ed il nuovo papa, Benedetto XV, erano tra i neutralisti, come pure i socialisti ma, tra essi, non Mussolini, all'epoca esponente di riferimento degli intransigenti.

Il patto di Londra, [26 aprile 1915] fu stipulato segretamente da Salandra e Sonnino con le potenze dell’Intesa e mise il paese davanti al fatto compiuto: una vasta agitazione nazionalistica s’incaricò allora di sollecitare l’opinione pubblica. Francia, Inghilterra e Russia stabilirono anche che l’Italia avrebbe ottenuto, in caso di vittoria, il Trentino, il Sud Tirolo fino al confine «naturale» del Brennero, la Venezia Giulia e l’intera penisola istriana (con l’esclusione della città di Fiume), una parte della Dalmazia con numerose isole adriatiche.

Nel 1916, dopo due anni di blocco navale attuato dagli inglesi questi furono attaccati dalla flotta tedesca nei pressi dello Jutland: fu un vero successo per gli Inglesi. La guerra contro l’Austria, per l'Italia, aveva un significato più importante: la conclusione del moto risorgimentale e l’acquisizione delle terre irredente. Cadorna, infatti, ordinò nel 1917 una nuova serie di iniziative sull’Isonzo. Ma il 24 ottobre 1917, un’armata austriaca sfondò le linee italiane a Caporetto. Ciò costrinse gli italiani alla ritirata sul Piave dove si attestò la nuova linea difensiva. Diaz rilevò Cadorna alla guida dell’esercito italiano. Al governo italiano salì Vittorio Emanuele Orlando già ministro di Giolitti. In quei mesi, lo sgretolarsi dell’impero asburgico favorì, l’anno successivo, la vittoria italiana.

Il 24 ottobre 1918, l’esercito regio scatenò l’offensiva generale a Vittorio Veneto

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sabato 6 settembre 2008, posted by roberto.bonuglia at 13.51
Il 28 giugno 1914 fu assassinato a Sarajevo (da uno studente irredentista bosniaco) l’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo. Sembrava un episodio interno alla permanente tensione nei Balcani ma nessuno svolse un’azione moderatrice. Il 23 luglio l’Austria, assicuratasi il sostegno della Germania, lanciò un ultimatum alla Serbia, ritenuta responsabile di un disegno eversivo antiaustriaco. A questo punto le cose precipitarono in una sola settimana, come dimostra la cronologia di quei giorni:

(28 luglio) dichiarazione di guerra austriaca alla Serbia
(30 e 31 luglio) la mobilitazione generale della Russia e la contro-mobilitazione austriaca
(1° agosto) dichiarazione di guerra tedesca alla Russia e contemporanea mobilitazione francese
(3 agosto) dichiarazione di guerra alla Francia della Germania che invase il Belgio neutrale,
(5 agosto) l’entrata in guerra della Gran Bretagna a sostegno dei Belgi.

Fu una guerra terribile. A Verdun [attacco dei tedeschi] e sulla Somme [attacco dei francesi] si ebbe «la più grande carneficina della storia militare di tutti i tempi». L’Italia nelle «battaglie sull’Isonzo» non ebbe successo militare e registrò molte perdite in termini di vite umane.
Il fallimento della guerra di movimento tedesca, che mirava ad abbattere rapidamente la Francia per poi volgersi contro la Russia, portò invece ad una guerra di logoramento [trincea, l’assalto, l’artiglieria].
Il piano di guerra elaborato ai primi del secolo dall’allora capo di stato maggiore Alfred von Schlieffen si basava infatti sulla rapidità e sulla sorpresa. Ad agosto «dilagarono nel Nord-Est della Francia» ed ai primi di settembre si attestarono lungo il corso della Marna mentre fermavano i russi sul fronte occidentale. Sarà l’attacco dei francesi del 6 settembre a cogliere di sorpresa gli imperi centrali. E, di fatto, ad allargare il conflitto facendo assumere ad esso, per la prima volta nella storia, delle dimensioni mondiali. Infatti:

• alla fine di agosto il Giappone dichiarò guerra alla Germania per avere libertà di movimento nel Pacifico.
• a novembre la Turchia, sperando di risollevare le proprie sorti contro la Russia e nei Balcani, intervenne a fianco degli Imperi Centrali.
• il 23 maggio del 1915 l’Italia scese in campo contro l’Austria.
• la Bulgaria affiancò gli Austro-Tedeschi
• Romania e la Grecia affiancarono l’Intesa
• nell’aprile del 1917, l’intervento degli Stati Uniti a fianco dell’Intesa

Da un punto di vista sociale va ricordato che in quegli anni, dopo la militarizzazione della società (coscrizione di massa, mobilitazione totale), la crescita della burocrazia, il necessario intervento dello stato che pianificava la produzione in vista delle necessità belliche, dopo la propaganda massiccia (controllo sociale e censura politica) tramontava definitivamente il mito del laissez faire e iniziava l’età dell’organizzazione, l’età in cui la società di massa veniva militarizzata.
In questo va ricordata l’assenza di una opposizione politica: i partiti socialisti aderenti alla Seconda Internazionale si associarono patriotticamente alla politica dei rispettivi paesi.

Gli Stati Uniti, con i «quattordici punti » enunciati da Wilson come base per una pace giusta e per l’instaurazione di un nuovo ordine internazionale, accentuarono il carattere di guerra democratica contro l’autoritarismo degli Imperi Centrali, [non pretesero compensi territoriali] carattere necessario dopo il ‘17 bolscevico e il pericolo del disfattismo rivoluzionario.

Wilson invocò:
• l’abolizione della diplomazia segreta,
• il ripristino della libertà di navigazione,
• l’abbassamento delle barriere doganali,
• la riduzione degli armamenti,

Il nuovo assetto europeo avrebbe quindi dovuto prevedere: piena reintegrazione del Belgio, della Serbia e della Romania, evacuazione dei territori russi occupati dai tedeschi, restituzione alla Francia dell’Alsazia-Lorena, possibilità di «sviluppo autonomo» per i popoli soggetti all’Impero austro-ungarico ed a quello turco, rettifica dei confini italiani secondo le linee indicate dalla nazionalità
Nell’ultimo punto si proponeva infine l’istituzione di un nuovo organismo internazionale, la Societa delle nazioni, per assicurare il mutuo rispetto delle norme di convivenza fra i popoli.

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venerdì 5 settembre 2008, posted by roberto.bonuglia at 15.45

Sono passati novant'anni. Era l’inizio del 1918 e dopo quattro anni di guerra i due schieramenti erano in una situazione di sostanziale equilibrio sul piano militare. La partita decisiva continuava a giocarsi sul fronte francese dove lo stato maggiore tedesco tentò la sua ultima e disperata scommessa impegnando tutte le forze rese disponibili dalla firma della pace con la Russia

In giugno l’esercito di Hindenburg era di nuovo sulla Marna e Parigi era sotto il tiro tedesco. Sempre in giugno, gli austriaci tentarono di sferrare il colpo decisivo sul fronte italiano attaccando in forze sul Piave, ma furono respinti dopo una settimana di furiosi combattimenti.

Alla fine di luglio le forze dell’Intesa, passarono al contrattacco. Fra l’8 e l’il agosto, nella grande battaglia di Amiens, i tedeschi subirono la prima grave sconfitta sul fronte occidentale. La Germania cercò allora invano una di compromesso. La prima a cedere, alla fine di settembre, fu la
Bulgaria poi l’Impero turco l’Austria-Ungheria vide ormai sgretolarsi il suo impero ottocentesco: Cecoslovacchi e slavi diedero vita a Stati indipendenti. Sconfitti sul campo a Vittorio Veneto, gli austriaci firmarono a Villa Giusti, presso Padova, l’armistizio con l’Italia.

L’11 novembre i delegati del governo provvisorio tedesco l’armistizio nel villaggio francese di Rethondes, accettando le condizioni imposte dai vincitori:

1. consegna dell’armamento della flotta (che si autoaffondò)
2. ritiro al di qua del Reno delle truppe,
3. annullamento dei trattati Russia e la Romania,
4. restituzione unilaterale dei prigionieri.

La Germania perdeva così una guerra che più degli altri aveva contribuito a far scoppiare e della quale ripercorreremo nei prossimi giorni alcuni momenti significativi.

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giovedì 4 settembre 2008, posted by David.Rettura at 0.05


Marcello Carmagnani intitolò alcuni anni or sono la sua storia dell'America Latina L'altro occidente, a sottolineare come il continente del cono sud avesse preso a sviluppare un sistema culturale, politico e sociale alternativo all'Occidente generalmente inteso, ovvero all'Europa, anche questa intesa in un senso più o meno esteso, ed al Nord america anglofono. Se la specificità statunitense sembra oggi ad analisti attenti come il francese Alain Minc spostarsi verso l'elaborazione di una civiltà sempre più autonoma ed indipendente rispetto alla "madrepatria" europea in linea con quelli che erano gli auspici già nel XIX° secolo di Emerson, e sembra trascinarsi buona parte di quello che il Commonwealth bianco dell'Impero britannico che ogni giorno si scopre, anche nell'emisfero australe, culturalmente più lontano dagli statuti di Westminster, il mondo latinoamericano dal Rio Grande alla Patagonia con l'inclusione dei Caraibi, sembra aver imboccato la strada dell'autonomia da lungo tempo, prendendo strade talvolta tra loro molto dissimili nonostante i sonanti proclami di fratellanza sociale e politica. Anche volendo espungere dal novero del continente i Caraibi con le loro mille sfaccettature, sarà sempre difficile ridurre l'intero gruppo in un solo insieme, come pretendeva quaranta anni fa la sinistra alternativa e rivoluzionaria: il Messico è ormai quasi uscito dal cono d'ombra della rivoluzione del 1917, e nonostante le sacche di povertà che ancora lo funestano (ed anzi forse molto proprio per via di quelle), è sempre più attratto dal gigantesco e ricco vicino; il Venezuela si dibatte ormai da un decennio nelle convulsione del bolivarismo indefinibile di uno Chavez che somiglia al primo Gheddafi più che a Castro nel suo ondivagare tra soluzioni spesso contraddittorie e che hanno sino ad ora mancato gli obiettivi dichiarati di equità sociale ed indipendenza sostanziale; la Colombia che attraverso il decisionismo democratico di Uribe sembra aver imboccato con decisione la strada del contrasto a tutto campo verso i mali che da lungo tempo l'affliggono; il Brasile che si propone come potenza regionale ancora una volta in contrasto con l'Argentina, ma che è ancora ricco di elevati contrasti e deve ancora dispiegare completamente le promesse fatte da Lula in tante campagne elettorali; l'Argentina che ancora aspira, anche nel glamour della sua Presidentessa, eco peraltro di un passato mitico come quello di Evita che già deluse al tempo della presidenza di Isabelita Peron, al riconoscimento di faro economico e culturale del continente, in maniera incongruente rispetto al recentissimo e rovinoso passato; il Cile eterna promessa dell'economia che ha fatto della stabilità un suo apprezzatissimo pregio; le repubbliche andine sempre più irretite dal fascino del nativismo di Evo, che pure in patria sembra vivere momenti complessi.
Al di là delle ovvie differenze politico-economiche tra i vari paesi è però una differenziazione culturale e dei costumi che va sempre più prendendo piede, quasi a scavare un solco non solo tra il Brasile lusitano ed il continente ispanofono, ma anche tra le varie anime di quest'ultimo, così come tra il continente nella sua interezza ed il resto dell'Occidente, madrepatria sempre meno vicina, a meno che non si voglia leggere il nativismo di Evo come più vicino all'Europa di quanto non fosse il liberalismo di Simon Bolivar all'Illuminismo della fine del XVIII° secolo. Ma su Evo ed il suo nativismo spero di tornare presto.

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mercoledì 3 settembre 2008, posted by David.Rettura at 1.08
Voi andreste ad una festa che i vostri amici stanno organizzando da mesi senza badare a spese e di cui sareste l'ospite d'onore? Probabilmente lo farei anch'io che sono allergico alle feste, tanto che Tapparella di Elio e le storie tese è una delle mie canzoni preferite.
Ebbene, il gentile signore al centro della foto a sinistra non ha voluto andarci. Anzi da ferragosto circa nessuno lo ha più visto. Ad occhio e croce sarà vestito come in foto, sarà più stempiato ed indosserà scarpe con rialzi da far invidia ad alcuni dei politici nostrani. Segni particolari: adora le belle attrici ed il cognac. Dimenticavo: è un'efferato dittatore, ma questo immagino lo sapeste già. Uscendo dall'ironia è dalla fine di agosto che il Caro Leader, che già usualmente è più elusivo di un tilacino, non si mostra in pubblico, come è spesso accaduto, dando sempre la stura alle più svariate congetture sul significato di tali assenze e sulla natura delle stesse, date le sue condizioni di salute da molto ritenute non ottimali; probabilmente al mondo solo Bin Laden ed il Papa possono vantare una maggiore attenzione ai loro movimenti.
L'altro giorno però è mancato alle usualmente faraoniche celebrazioni dell'indipendenza nordcoreana, di cui quest'anno ricorreva il sessantesimo anniversario e questo ha catalizzato l'interesse delle agenzie stampa di tutto il mondo e di rimpallo dei giornali e dei commentatori di tutto il mondo. Nell'edizione del 10 settembre il commento di Francesco Sisci, il sinologo della Stampa suggerriva la fluidità della situazione ma sopratutto sopratutto l'assoluta opacità della stessa, suggerendo il secondo figlio quale candidato alla successione, una successione che la Cina, il grande alleato sempre più innervosito dai continui colpi di testa del regime di Pyongyang, non intenderebbe permettere in termini dinastici. Sempre il 10 settembre il Wall Street Jornal Europe sosteneva invece come erede tra i più papabili il fratello 62enne del Caro Leader, che già questo aveva anni fa mandato in esilio e poi richiamato.
Se davvero il Caro Leader è impossibilitato a governare oppure addirittura deceduto dopo un ictus che i medici cinesi che sarebbero stati chiamati al suo capezzale non sarebbero stati in grado di curare, il blocco avvenuto negli ultimi giorni di agosto sul fronte del negoziato sul programma nucleare nordcoreano, concomitante con la crisi georgiana in un evidente tentativo di appoggiarsi alla Russia ed alle sue pretese neoimperiali, andrebbe nella direzione indicata dal Leonid Petrov, tra i più quotati coreanisti russi oggi in forze ad una università australiana, il quale in un suo post ha sostenuto che i successori immediati di Kim non potrebbero che essere più conservatori di lui. La questione del potere in nordcorea è questione politica, ma certo anche militare ed anche clanico-familiare, all'interno di un contesto complesso descritto in maniera accurata ma anche avvincente da Michael Breen nella sua biografia di Kim Jong Il, All'ombra del dittatore grasso, cui tempo fa chi scrive dedicò una recensione.

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martedì 2 settembre 2008, posted by khayyamsblog@gmail.com at 12.37

[Dal sito Il Mago di Oz. Giornale di riflessione neoumanista]

La Corte Costituzionale turca si riunisce per decidere sulla messa al bando del partito di governo AK, accusato di voler introdurre la legge islamica nel paese.
Tutto questo nonostante nel 2001 l’AK ha abbandonato il fondamentalismo islamico definendosi, quindi, un partito “democratico conservatore”.
Tutto questo avviene in uno Stato a maggioranza musulmana e, istituzionalmente parlando, fortemente laico. Questa notizia può essere un’occasione di riflessione sulla situazione politica italiana e di alcuni altri paesi cattolici. Molto spesso si fa confusione e distinzione anche sul reale significato di “Stato laico” definendo laico uno Stato in cui i politici sono indipendenti dalle istituzioni religiose ma accettando che gli stessi legiferino “secondo coscienza”, ovvero che possano anteporre gli interessi, i timori ed i pregiudizi di una parte alle libertà ed i diritti di un’altra parte.
Mentre in Turchia il partito islamico cancella il divieto per le studentesse di coprire il volto e la Corte Costituzionale dello stesso paese risponde abolendo la suddetta riforma, in Italia il Vaticano (monarchia teocratica elettiva indipendente e quindi paese straniero), le istituzioni religiose e le associazioni cattoliche danno indicazioni di voto su di un referendum, in barba al Concordato Lateranense che vieta al Vaticano di interferire nelle questioni politiche italiane
Possiamo parlare di schiaffo morale della Turchia laica all’Italia “democristiana”?

Per Stato laico si intende uno stato autonomo dalle istituzioni religiose e non ispirato ad una fede religiosa. Possiamo quindi definire laico uno Stato che insegna una religione nelle proprie scuole, che finanzia quella stessa religione con l’8X1000 anche di chi non esprime preferenza, che finanzia le scuole private gestite da religiosi, che elimina l’ICI non solo sugli edifici religiosi ma anche sulle attività commerciali legate agli edifici religiosi (quando l’ICI era ancora in vigore sulle prime case dei comuni cittadini); e che invece di cancellare il debito di paesi poveri cancella i debiti accumulati dal Vaticano per non aver pagato servizi pubblici italiani e multe connesse?
Possiamo definire laici alcuni esponenti politici che permettono tutto questo anche con leggi apposite, ed altri che manifestano la volontà di abolire diritti acquisiti dalle donne decenni or sono?
Siamo proprio sicuri che l’integralismo religioso sia una peculiarità solo ed esclusivamente dei musulmani?

Fonti:

Secondo giorno di riunione della Corte per chiusura Akp
Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Turchia)
Laicità
Sconti alla Chiesa sull’Ici la Ue ora processa l’Italia
Finanziamenti alla Chiesa cattolica in Italia
Integralismo religioso

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