
di
Piergiorgio MoriCarlo Levi e i Simpson. Cosa hanno in comune? Da questa strana accoppiata nasce il saggio di Filippo La Porta
Diario di un patriota perplesso negli USA (edizioni e/o, pp. 149, euro 12,50), ma definirlo saggio è solo un termine generico per parlare di un libro che sfugge forse ad ogni catalogazione. In esso si sovrappongono infatti diversi generi: il narrativo-autobiografico, la letteratura di viaggio, il saggistico-filosofico e, in parte, il
pamphlet. Non traggano in inganno le poche pagine e il formato minuscolo del testo. In realtà, ogni frase ha una sua connotazione che spinge ad una riflessione, ad una suggestione che allarga l’orizzonte verso una concatenazione di tematiche difficili da riassumere.
La Porta già l’anno scorso aveva pubblicato qualcosa del genere (
Maestri irregolari, Bollati Borighieri, euro 14,00) puntando, però, in quel caso, su una struttura a «medaglioni» attraverso la quale passava in rassegna quelle figure di uomini e donne che non erano state istituzionalizzate dal mondo della cultura, quelli insomma che potremo definire, in una sola parola, «cristiani senza chiesa» e «comunisti senza partito», formula che vale alla lettera per alcuni di loro come Silone o Pasolini, o ancora Orwell e Simone Weil.
Questa volta il libro prende spunto da un viaggio negli Stati Uniti effettuato da La Porta come studioso e conferenziere per un progetto della
Full Bright, che si trasforma in occasione per una riflessione sull’Italia attraverso lenti americane. In questo modo, vedere l’Italia dal paese che in fondo più ne ha

determinato la mutazione antropologica, è un’opportunità per smitizzare gli USA (Arcadia della modernità), ma soprattutto per riflettere su cosa sta succedendo in Italia, cioè per parafrasare una frase evangelica, vedere «cosa dicono gli altri di noi».
Ed ecco qui che torniamo a
Carlo Levi ed ai
Simpson. Carlo Levi parlò negli Anni Cinquanta di due tipi di italiani: i luigini e i contadini. Il primo epiteto è generato da un personaggio di
Cristo si è fermato a Eboli che rappresenta la piccola borghesia, priva di scrupoli e amorale; il secondo è riferito non solo in senso letterale, ma anche metaforico: i contadini sono coloro compresi nel proprio lavoro, onesti, virtuosi, quei minuti, ma forti, puntelli che tengono insieme la complessa trama del nostro paese. Ma oltre a questa intuizione, La Porta prende in prestito per il suo itinerario geografico spirituale un’altra affermazione di Levi: l’Italia – per lo scrittore piemontese – si distingue dagli altri paesi soprattutto per la percezione della bellezza.
Una percezione, questa, che è puntualmente proposta in una puntata dei Simpson in cui Homer, il

protagonista della serie, deve andare a comprare una Lamborgotti (adombra ovviamente una Lamborghini) per il suo capo. Giunti alla fabbrica un gran cartello vi campeggia sopra: «Per chi non ha davvero nulla dentro».
Ecco la bellezza di cui parlava Levi, che si concentrava poi su uno spiccato senso artistico, e che poi era distintivo della nostra civiltà, è diventato agli occhi di chi ci guarda un feticcio, un simulacro della nostra italianità. Il culto della bellezza ci distingue sì dagli altri popoli, ma quale bellezza? Quella becera e un po’ «piaciona» dei bagnanti del litorale romano (basta fare una passeggiata la domenica tra Torvaianica, Ostia, Maccarese e Fregene)? Quella insomma che sfoggia tatuaggi, muscoli definiti e abbronzature perfette? Oppure per salire di livello quella
kitsch degli stilisti di moda? E insomma, per dirlo con una parola, quella «vuota»?
La Porta suggestivamente paragona Coney Island, stracolma di americani semiobesi con le famiglie italiane Anni Cinquanta, quella dei Passaguai interpretati da Ave Ninchi e Aldo Fabrizi, americani quindi più simili agli italiani di cinquant’anni fa di quanto siamo noi oggi rispetto ai nostri antenati.
L’America quindi, il paese giovane e bello per eccellenza, Arcadia dei tempi moderni è in realtà un paese ben lontano da quello che proiettiamo nel nostro immaginario. E la conclusione perciò è che siamo diventati più americani degli americani, ma copiando loro gli aspetti meno encomiabili e trascurando il loro rispetto civico, il loro amore per la propria nazione, il loro sentirsi popolo come custode di regole comuni, e, in una parola, il loro essere patrioti. Al termine della breve e profonda lettura ci si rende conto di aver dialogato con l’autore, di esserne stati stimolati, provocati, disturbati. Un libro serve forse a qualcos’altro?
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