La letteratura persiana, è da sempre stata un mosaico di diverse lingue appartenenti al gruppo iranico e da un punto di vista essenzialmente cronologico, può essere suddivisa in due periodi: il primo che va dal sec. V a.C. alla conquista araba, nel 651 d.C.; il secondo che dal 651 arriva fino ad oggi.
Del primo periodo sono giunte a noi solamente due generi di documenti: le iscrizioni monumentali in antico persiano e redatte in caratteri cuneiformi del periodo storico dei re achemenidi [da Dario ad Artaserse III] ed i testi religiosi zoroastriani, primo tra tutti l’Avesta ossia il libro sacro dei seguaci di Zarathustra e della religione mazdea, scritto nella lingua denominata non a caso, «avestico»: l'alfabeto avestico era di tipo consonantico-vocalico, essendo derivato dall'aramaico, che intorno alla metà del Primo Millennio a.C. veniva utilizzato come lingua veicolare in tutto il Medio Oriente. L’Avesta raccoglie preghiere, prediche sacre, inni, brevi opere liturgiche, rituali e norme giuridiche.
Con la battaglia di Gaugamela del 331 a.C., la Persia entrò nell’orbita ellenizzante di Alessandro il Macedone e delle due dinastie dei Seleucidi e degli Arsacidi. La successiva dinastia dei Sasanidi rappresentò un punto di rottura: promosse infatti il ritorno a tradizioni tipicamente iraniche in letteratura ed una fitta produzione di altre opere religiose zoroastriane, che ci sono giunte nella difficile lingua letteraria medioiranica detta pehlevi. Ma il periodo sasanide è solo un primo momento di rottura con le influenze elleniche e, diremo oggi, occidentali: è con l’ingresso nella cerchia della civiltà islamica che la letteratura persiana conosce una fioritura straordinaria, non riscontrabile, nelle epoche passate.
Durante i primi due secoli che seguirono la conquista araba si assistette, di fatto, alla formazione di una nuova lingua, il neopersiano, derivato dalla fusione della lingua del popolo con l’arabo e dall’apporto complesso di multiformi tradizioni letterarie precedenti. L’attività letteraria venne poi favorita dalle varie corti locali che divennero autonome solo dopo l’indebolimento del potere centrale dei califfi abbasidi di Baghdad. La produzione letteraria di questo periodo è cortigiana, raffinata e molto colta: si sviluppano la lirica laudatoria [con la qasida il ghazal]; la poesia epico-romanzesca e mistico-didattica [con il masnavi], e la ruba’i, quartina di alto valore espressivo, ed infine, come stava avvenendo al contempo in Occidente, la prosa storica e d’arte.
Sotto i Samanidi (874-1004), il cui potere si estende, nel periodo di massima espansione, dall’India e dal Turkestan sino a Baghdad, il persiano moderno diventa finalmente una lingua «nazionale». Fra i non molti testi di argomento profano della letteratura pahlavica vi sono due piccoli romanzi epico-cavallereschi che, composti proprio durante l’«età sasanide» narrano due episodi della tradizione che sarà, in seguito, codificata nello Shahnamè: l`Ayatkar-i Zareran ("Il memoriale di Zarer"), che celebra le gesta del re Vishtasp e di suo fratello Zarer in difesa della fede zoroastriana, e il Karnamak-i Ardashir-i Papakan ("Il libro delle gesta di Ardashir figlio di Papak"), sulle avventure del fondatore della dinastia sasanide.
La corte di Bokhara sarà, per tutto il sec. X, un grande centro letterario ed in essa saranno protagonisti: Rudagi, il vigoroso poeta del vino e dell’amore; Daqiqi, il precursore di Firdusi; l’ignoto traduttore della Cronaca dello storiografo arabo Tabari. Ma sarà alla corte di Mahmùd di Ghazna che prenderà forma una vera «pleiade» di poeti persiani, fra i quali, appunto, Firdusi (ca 940-1020). Egli è l’autore dell’immortale Shahnamah (Libro dei Re), che raccoglie la maggior parte delle antiche leggende eroiche dell’Iran. Tra gli altri, in questo periodo, va ricordato il genio filosofico e scientifico di Ibn Sina, il cui nome sarà poi latinizzato in Avicenna.
Fra la metà del sec. XI e la fine del XII, la letteratura persiana entrerà, invece, nel suo periodo classico: cessata ormai l’egemonia ghaznavide, la Persia ricade sotto altre tre egemonie straniere (i turchi selgiuchidi, i mongoli di Gengis Khan, i turchi timuridi), che riuscirà però ad assimilare alla sua lingua e alla sua cultura.
In questo periodo di contaminazioni letterarie, culturali e scientifiche nonché, in parte, di elitari sincretismi religiosi, l’opera di Omar Khayyàm (m. 1126ca). Personaggio affascinante e controverso, venne considerato un ateo scettico, un mistico esoterico, un filosofo ansioso di conoscere la verità assoluta: una leggenda lo vuole iniziato a circoli esoterici, condiscepolo di Hasān-e Sabbāh, il famoso Veglio della Montagna e già capo della famigerata setta degli Assassini. Egli, inoltre, nelle sue celebri quartine celebrò le delizie del vino (bevanda proibita dall'Islam) ed i piaceri dell'amore sensuale, entrambi visti e considerati come «rimedio all'inesorabile passare del tempo che dissolve la vita nello sfuggente mistero della morte». Insieme a Khayyam – al quale va ad ogni modo attribuita la paternità del corpus di quartine che «per originalità di concetto e splendore di forma sono tra le più alte espressioni del genio orientale» –, vivono in quest’epoca anche i 3 maggiori poeti della Persia: Sa’dì (1184-1291), che affida la sua gloria al ghazal ed alla prosa d’arte; Rumi (1207-73), il più grande dei mistici persiani; Hafiz (ca 1318-90), nella cui poesia si fondono il terreno e il sovrumano, il sensibile e il soprasensibile e il cui Divan (Canzoniere) ispirerà persino il tedesco Goethe.
Al «poema romanzesco» appartengono 4 dei 5 masnavi di Nizami di Gangia (1141-1204ca): particolarmente noti sono Cosroe e Shirin (storia dell’amore del Re sasanide Cosroe per la principessa armena Shirin, amata a sua volta dallo spaccapietre Farhad, il quale si uccide alla falsa notizia della morte di lei) e Leila e Magnun, una leggenda araba di due sfortunati amanti beduini, precursori, di fatto, di Giulietta e Romeo. Chiude il Quattrocento persiano Giamì (1414-92), il più prolifico fra i poeti e il più popolare, grazie al suo stile semplice e asciutto.
I secoli seguenti saranno molto difficili: il paese cadrà in preda alle guerre civili e fra distruzioni e massacri molti poeti saranno costretti ad emigrare in India, accolti con favore alla corte del Gran Mogol. Essi daranno vita ad una sorta di «stile indiano» che, riportato poi in Persia, influenzerà, a sua volta, la letteratura dell’epoca safavide (1500-1736). E’ significativo, ad esempio, che il più grande poeta del Seicento persiano, Sa’ib di Tabriz (1601-77), sia vissuto per sei anni in India alla corte del moghul Shah Giahan ed, al contempo, che Mirza Bedil, indiano di Patna, sia a tutti gli effetti un poeta persiano, anello di congiunzione (tra il ‘600 e il ‘700) delle aree culturali India-Afghanistan-Persia-Turchia.
Con l’avvento della dinastia Qagiar, alla fine del sec. XV, la Persia entrò nell’epoca moderna. All’imitazione ampollosa dei classici e dei preclassici subentrarono gradualmente una semplificazione dello stile e un aggiornamento dei temi (quali, ad esempio, la denuncia delle più vistose ingiustizie sociali). La prosa divenne quindi più vivace, accogliendo i resoconti di viaggio o le descrizioni di eventi storici; nascono allora e non a caso, il romanzo, il racconto, il dramma popolare.
Questi fermenti troveranno il loro naturale sbocco nel moto costituzionalista del 1905-11, il quale produce risultati più duraturi in letteratura che in politica. Centro di questo risveglio è la capitale, Teheran. Successivamente, la Persia vivrà il cosiddetto «periodo riformistico» coincidente con l'ascesa al potere del primo sovrano della dinastia Pahlavi, Reza Shah (1924-1941). In quegli anni proliferarono le opere dai toni nostalgici rivolte all'esaltazione della grandezza dell'Iran preislamico. Quanto al teatro, si affermò una vena innovatrice dai toni satirici, che si esaurì tuttavia rapidamente a causa della censura governativa. Fra gli autori di maggior rilievo operanti nella prima metà del nostro secolo, ricordiamo il novelliere realista Giamalzadeh, il poeta Bahar (1886-1951), assertore di un purismo linguistico basato sull’eliminazione del lessico arabo dal persiano, la classicheggiante poetessa Parvin (1906 ca-1941), il comunista ortodosso Lahuti (1887-1957), il prosatore Sàdeq Hedayat (1903-51), noto anche in Occidente, Nima Yushij (1900ca-1959), fautore di una poetica europeizzante, e Alì Muhammad Afghani, romanziere con prevalenti interessi sociali: tutti scrittori che, in vari modi e misure, introducono innovazioni rispetto al passato, spesso rivelando le contraddizioni suscitate dall’incontro con la cultura occidentale.
Dopo il Secondo conflitto mondiale e, soprattutto, nel 1953, in seguito all'estromissione dal potere del primo ministro M.H.Mossadeq prenderà avvio il periodo della letteratura del «neocapitalismo»: si intensificò il processo di «occidentalizzazione» e gli intellettuali reagirono alla iniziarono a spostare la loro attenzione ai gravi squilibri sociali del loro paese e della realtà nella quale vivevano. Tra i romanzieri spiccano in tal senso Gulestan, Tunkabuni, Daulatabadi, Al-e-Ahmad, Nader Naderpur, Buzurg 'Alawi, ma è nella poesia che si registra il maggior mutamento di prospettiva: alla fine degli Anni Cinquanta, infatti, nacque la shi'r-i nau (poesia nuova): la struttura tradizionale del verso fu scomposta e riadattata secondo procedimenti di riduzione e ampliamento della antiche leggi formali. Precursore e caposcuola, erano stati Yushig (fondatore-maestro) e Shamlu (erede-allievo). Tra i poeti di questa scuola va anche ricordato A. Reza Ahmadi (1940).
Etichette: Afganistan, Alessandro Macedone, Avicenna, India, Iran, Khayyam, Letterario, Mogol, Mossadeq, Pahlevi, Persia, Poesia, Reza, Turchia