martedì 17 giugno 2008, posted by roberto.bonuglia at 3.14
Lo Zen consiste nell’eliminazione del superfluo, di tutto ciò che è “mentale”. Ciò non toglie che la dottrina zen, suppostamente a-verbale, sia stata accompagnata, durante tutta la sua storia, da volumi di koan (indovinelli), sutra e commentari.
Non sono mancate fin dall’inizio espressioni zen nelle arti figurative, per quanto attiene alla produzione poetica l’influenza della corrente si è fatta sentire soltanto quando la popolarizzazione dello Zen coincise con un fortunato periodo di sviluppo della tradizione poetica giapponese; allora autori del periodo Edo dell’era Tokugawa (1615-1868) elaborarono una forma di versificazione corrispondente alla pregnante semplicità dello Zen.
Gli haiku, così si chiamarono queste fulminee composizioni in versi, servono egregiamente a chiarire il principio al quale si informa tutta la visione zen delle cose.
Servono però a questo punto alcune osservazioni preliminari: il giapponese è una lingua sillabica in cui ogni sillaba termina con una vocale o una nasale n, e ne consegue che in tutto il patrimonio linguistico nipponico sono possibili soltanto cinque rime vere e proprie e non ci sono assonanze. Un’altra difficoltà è costituita dal fatto che il giapponese manca di accenti. I poeti italiani nel corso dei secoli superarono difficoltà affini (in inglese, in francese, in tedesco, le parole terminano con consonanti oltre che con vocali, e la rima in queste lingue è assai più facile che nella nostra) ricorrendo all’accentuazione ritmica. Questa è un cosa impossibile da farsi in giapponese, i cui poeti elaborarono un po’ alla volta un espediente che consiste nel sostituire la metrica con un sistema di sillabe fisse, cinque o sette, per ogni verso. (Ciò significa che a volte un verso è composto di un’unica parola.) Al posto della rima, impararono a orchestrare la tonalità delle singole vocali in modo da impartire un senso musicale alla composizione, donde l’estrema difficoltà di tradurre versificazioni giapponesi in lingue occidentali (e le traduzioni risultano quasi sempre più lunghe degli originali), e per gli stessi letterati giapponesi il metodo consistente nell’evocare musicalità senza rime nè assonanze è un compito assai duro.
Nel XII-XIII secolo, quando l’aristocrazia perdette il controllo politico del paese, sorsero forme poetiche note come renga, consistenti di sequenze di versi di 5, 7, 5 e 7, 7 sillabe per verso. Un passatempo molto diffuso all’epoca consisteva in gare di versificazione alle quali si dedicavano i samurai provinciali e i contadini, mentre gli aristocratici si attenevano alle classiche forme della waka piene di allusioni a poemi cinesi e caratterizzate da sottili atmosfere melanconiche.
Lo haiku fu, entro questo contesto, un contributo della classe mercantile: una forma “borghese”, dunque, e il suo più celebre, e forse primo coniatore, fu il grande maestro Basho (1644-1694), nato samurai e fino ai ventidue anni al servizio di un potente daimyo (signorefeudale); morto questi, Basho pensò di farsi monaco, ma poi decise di recarsi a Kyoto a studiarvi gli antecedenti dello haiku, cioè renga e waka. E verso i trent’anni elaborò composizioni di incredibile semplicità e potenza espressiva, fatte di pure “cose” e tali da toccare le più profonde regioni dell’animo umano.
Basho fece scuola, lo haiku fu considerato la più alta forma di poesia giapponese, e sulla scia del maestro sorsero altri grandi versificatori, come Buson (1715-1783).
Lo haiku rimase comunque una forma di poesia “astratta” nella accezione che in Occidente si attribuisce a un certo genere di arte figurativa, pittura e scultura, più di rado alla letteratura. Ciò non toglie che esprima profondi sentimenti sempre rattenuti e, verrebbe da dire, sublimati.

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