venerdì 30 novembre 2007, posted by vito.cirillo at 12.35
Di recente per i Meridiani della Mondadori è uscito il primo volume dei romanzi dello scrittore americano (di origine ebraica), Saul Bellow.
E' un giusto omaggio ad uno dei più grandi ed originali scrittori contemporanei.
Per bellow l'individuo è unico e irripetibile. La letteratura deve tener conto di questo aspetto; e deve essere capace di approfondire e sviscerare tale argomento, senza lasciare troppo spazio al sociologismo di maniera. Egli parte dal cuore dell'uomo per arrivare alla verità dell'uomo.

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giovedì 29 novembre 2007, posted by vito.cirillo at 08.41
Di qualche uomo politico italiano (ad esempio Walter Veltroni) si dice: "Pensa solo alla cultura". Si potrebbe rispondere: "Meglio pensare alla cultura che agli affari personali come fa qualche altro"...
Al di là delle battute, però, la politica culturale è una cosa seria e dovrebbe essere considerata non meno importante di altre politiche, soprattutto in Italia che possiede un inestimabile patrimonio culturale. La politica culturale, però, non può prtescindere da una seria politica scolastica e universitaria a cui andrebbero destinati molti più fondi e risorse.

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mercoledì 28 novembre 2007, posted by vito.cirillo at 11.12
Nel campo dell'economia mondiale, si stanno verificando cambiamenti epocali. Riguardo al petrolio, combia la mappa delle compagnie petrolifere. Non più solo il dominio assoluto delle cosiddette "7 sorelle", ma l'emergere possente di grandi compagnie petrolifere russe e cinesi. Si può dire che la Gasprom, la PetrolChina ed altre stanno soppiantando le "big" che hanno imperato fino ad ora. Ciò è dovuto anche alla crescita del prezzo "al barile" che sta stravolgendo le gerachie delle compagnie.

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martedì 27 novembre 2007, posted by vito.cirillo at 16.08
Nel 1981, fu assassinato il presidente dell'Egitto, Anwar Sadat perchè, nel 1979, aveva fatto la pace con Israele, a Camp David, con la mediazione del presidente americano, Jimmy Carter.
Nel 1995, fu assassinato il premier israeliano, Isaac Rabin, a Gerusalemme, da un fanatico oltranzista israeliano. Due grandi personaggi, coraggiosi e lungimiranti, che si sono immolati per la causa della pace in Medio Oriente.
Rabin riuscì a concludere con il palestinese Yasser Arafat gli accordi di Oslo che porteranno alla nascita dell'ANP (Autorità Nazionale Palestinese), nel 1994.

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lunedì 26 novembre 2007, posted by vito.cirillo at 11.03
Dal punto di vista della politica internazionale, è di grande rilievo la visita che il re dell'Arabia Suadita, Abdallah, ha compiuto in Vaticano per incontrare il papa Benedetto XVI, il 6 novembre scorso.
Abdallah è anche il custode dei luoghi sacri dell'Islam: La Mecca e Medina. Il significato ha anche un grande carattere politico-religioso: è un avvicinamento tra Islam e Cattolicesimo che vuole esorcizzare il fondamentalismo islamico, facendolo apparire come un fatto "patologico" che nulla ha a che fare con l'autentico Islam.

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domenica 25 novembre 2007, posted by vito.cirillo at 11.01
Nel 1975, un libro straordinario Padre Padrone rivelò al vasto pubblico la storia di Gavino Ledda, scrittore sardo, nato nel 1938. Costretto dal padre, a sei anni, a fare il pastore, Ledda, per 15 anni, non potè studiare. In seguito, con uno studio intenso, quasi febbrile, riuscì a laurearsi.
Il romanzo Padre Padrone descrive la vera vita dei pastori, al di là di ogni idilliaca visione. Una vita dura, piena di sacrifici, fatta di solitudine. Una vita propria ad ogni pastore, al di là del luogo in cui vive e lavora. Fu una lezione di realismo che abbattè una visione idilliaca troppo legata alle Bucoliche e Georgiche dello scrittore latino Virgilio.

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sabato 24 novembre 2007, posted by vito.cirillo at 11.06
Considerato un personaggio terribile e sanguinario, l'anticristo, il flagello di Dio, ora Gengis Khan, dopo recenti studi, viene rivalutato.
Nel 1200 d.C., egli riuscì, partendo dalla sua Mongolia a creare un immenso impero conquistando prima la Cina e poi l'Oriente.
Secondo recenti studi, Gengis Khan fu un accorto e saggio imperatore che riuscì a pacificare interi popoli ed a far coesistere innumerevoli etnie. Fu anche un sincretista nel campo religioso: tollerò le varie religioni presenti nel suo vasto impero. Fu, per certi aspetti, un antesignano della globalizzazione.

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venerdì 23 novembre 2007, posted by vito.cirillo at 11.08
...Estranei a noi, i governi cercano di fare alcune cose, ma tutti i loro tentativi non riusciranno a prevalere contro le vostre decisioni, contro la vostra libertà e sovranità. Lasciateli fare senza inquietarvi, degnateli del vostro distacco e talvolta del vostro sorriso. Il futuro è vostro. Voi siete un popolo solo, l'Europa, e volete una cosa sola, la pace.

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giovedì 22 novembre 2007, posted by vito.cirillo at 17.56
Un piccolo libro (ma di grande valore storico) è un grande libro: Il popolo licio di Bachofen.
Il popolo licio abitava nella Licia, situata nella parte meridionale dell'Asia minore. La storia, i costumi, la cultura, le tradizioni dei lici vengono mirabilmente esaminati da Bachofen, storico svizzero, nato a Basilea, nel 1815. Egli fu la bestia nera di storici quali il Mommsen e il Wilamowitz per il suo metodo anticonformistico.

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, posted by vito.cirillo at 09.30
Gli apostoli della libertà mi furono sempre antipatici: alla fine ciascuno cercava soltanto vantaggi per sé. Se vuoi di molti la libertà osa servire quei molti. Vuoi sapere quanto ciò sia rischioso? Provaci!

Dì, come vivi? Vivo! E se fossero cento e cento anni all'uomo elargiti, il domani vorrei simile all'oggi.

[pensieri tratti da W. Goethe, Elegie Romane]

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mercoledì 21 novembre 2007, posted by roberto.bonuglia at 02.54
Il nostro sogno per i nostri figli è una vita di pace ed abbondanza, un’esistenza che non conosce il bisogno ma in molte parti del mondo vediamo da sempre bambini, spesso più piccoli delle armi che portano, addestrati nell’arte della rivoluzione, della controrivoluzione, e della guerra.
Costretti a perdere l’innocenza della loro età, essi vengono immersi nel clima d’odio degli adulti; imparano ad uccidere o essere uccisi per una causa che non comprendono neppure in un mondo sempre più ostile e che minaccia la loro stessa esistenza.

Ma perché questo paradosso? Perché gli adulti sognano e sperano nella pace, ma praticano e insegnano ai loro figli le arti della guerra?

Nel mondo, migliaia di bambini sono stati reclutati in corpi militari e paramilitari per sopperire a carenze reali o immaginarie di uomini. Molti di essi si arruolano volontariamente in uno stato di euforia patriottica; altri cedono alle pressioni esercitate dai loro coetanei o alla pura coercizione.
Gli strumenti di morte nelle loro mani ne fanno improvvisamente una forza di cui tener conto. Le fantasie di eroismo dei ragazzi sono facilmente sfruttate da coloro che asseriscono di combattere nell’interesse delle generazioni future.
La facilità con cui apprendono e la loro malleabilità li rendono particolarmente desiderabili come potenziali soldati. Ad essi può essere fatto eseguire senza difficoltà l’ordine più pericoloso o ripugnante. Spesso hanno meno paura degli adulti, perché non conoscono la vita abbastanza da temere la morte! Per molti di questi fanciulli, il futuro è un proiettile fatale, una bomba micidiale o una vita distrutta da una mina.

Secondo alcuni calcoli, l’Iran già negli anni della rivoluzione khomeinista aveva mobilitato circa 60.000 Baseej, o meglio soldati bambini, di età inferiore ai 18 anni di solito necessari per la leva. Sembra perfino che alcuni di questi giovani guerrieri islamici avessero appena dieci anni. Secondo l’Ayatollah Khomeini, essi «scappano da casa, lasciando i genitori, per diventare dei martiri. E i genitori sono fieri del loro martirio. Perfino chi ne ha persi cinque si rammarica di non averne altri da mandare al fronte». Dopo un addestramento rudimentale e un pesante indottrinamento, i giovani iraniani vennero inviati al fronte iracheno dove morirono a centinaia, lanciandosi contro le fortificazioni, i carri e i campi minati per aprire un varco ai soldati adulti, ecc.

Ma l’Europa non deve guardare con occhi stupiti tali situazioni. Negli anni Ottanta, ad esempio, nell’Irlanda del Nord la situazione era diversa ma non meno grave: nella regione non vi erano fronti militari in senso proprio ma era pur sempre in atto un conflitto tra fazioni opposte, e i bambini furono, come sempre accade, le vittime della rabbia degli adulti. L’odio, incubato in famiglia attraverso meccanismi di condizionamento, si riversò nelle strade, dove i giovanissimi restarono coinvolti negli scontri violenti tra confessioni e fazioni politiche opposte o in tafferugli con le forze di sicurezza. Nei quindici anni di lotta nell’Ulster, molti ragazzi hanno perso la vita o subito lesioni permanenti a causa dei proiettili di gomma sparati dai soldati innervositi delle forze di sicurezza britanniche. Nonostante i noti pericoli di uno scontro con i reparti inglesi, a Belfast e altrove talvolta i bambini venivano fatti marciare in testa a cortei funebri e di protesta.
Altri esempi che possono essere ricordati non sono meno preoccupanti: nella Cambogia di Pol Pot, i giovani soldati comunisti khmer perpetuarono atrocità contro adulti e bambini senza distinzione; nella repubblica del Salvador numerosi furono i fanciulli che combatterono nei ranghi delle forze antigovernative: le fulminee e improvvise azioni di cui ha bisogno la guerriglia ne fecero un formidabile strumento militare in alcune zone di questo paese dilaniato dalle lotte; nel continente africano, infine, i vari eserciti di liberazione infittiscono da anni le loro schiere con reclute giovanissime.

L’impiego di bambini in azioni di guerra, purtroppo, non è una novità. Durante la Seconda Guerra Mondiale, su entrambi i fronti le forze alleate si trovarono davanti a centinaia di ragazzi tedeschi, mandati a difendere un disperato impero nazista in sfacelo. Risalendo assai più indietro nella storia europea, troviamo l’esempio, incredibilmente tragico, della Crociata dei Fanciulli, che ebbe luogo nel 1212. Due adolescenti, uno in Francia e l’altro in Germania, formarono degli eserciti di giovanissimi per riconquistare la Terra Santa. Questi ragazzi erano convinti che la causa del fallimento delle precedenti spedizioni fosse la mancanza di virtù nei crociati adulti. La formazione tedesca non arrivò più in là di Genova, mentre lo sventurato contingente francese finì per essere venduto sul mercato degli schiavi in Egitto da mercanti senza scrupoli che avevano promesso di portarli in Palestina.

E’ triste ma pare inevitabile constatare che agli esseri umani non è stato mai insegnato a vivere in pace con il prossimo: addestrare i bambini alla rivoluzione e alla guerra non è certo quello che Dio aveva in mente quando creò l’uomo, stabilendo che ogni essere umano passasse attraverso l’esperienza dell’infanzia e della fanciullezza. In un versetto della Bibbia [Isaia 54:13-14] si legge: «Tutti i tuoi figliuoli saran discepoli dell’Eterno, e grande sarà la pace dei tuoi figliuoli. Tu sarai stabilita fermamente mediante la giustizia; sarai lungi dall’oppressione, ché non avrai niente da temere; e dalla ruina, ché non si accosterà a te». Secondo la visione del Profeta Isaia, dunque, Dio farà di questo pianeta un mondo in cui primeggerà l’educazione alla pace e alla gioia nel quale gli uomini ed i bambini saranno capaci di fare «delle loro spade. . . vomeri d’aratro, e delle loro lance, roncole» e, soprattutto, nel quale «una nazione non leverà più la spada contro un’altra, e non impareranno più la guerra» [Isaia 2:4].
Alla luce degli ultimi fatti di cronaca estera non è certo facile crederlo ma pare giusto e necessario, indipendentemente da come la si creda, almeno sperarlo.

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martedì 20 novembre 2007, posted by roberto.bonuglia at 03.09
Durante il tragitto di quattro ore attraverso la savana, da Kano a Jos, nel nord della Nigeria, si incontrano molti aspetti della vita africana: posti di blocco sorvegliati da soldati avidi di denaro, buche enormi, bambini scheletrici in maglia da calcio che fanno seccare il riso sulla strada. Ma è anche un viaggio lungo la linea del fronte. La Nigeria, divisa in parti uguali tra cristiani e musulmani, è un paese in cui le persone si identificano prima con la loro religione e poi con il loro paese. Secondo il giornalista Shehu Sani, dal 2000 a oggi circa 2Omila persone sono state uccise in nome di Dio. A Kano, il cuore del nord islamico, sette anni fa è stata introdotta la sharia. Molti dei cristiani costretti a fuggire sono finiti a Jos, la capitale dello stato del Plateau, dove comincia il sud cristiano. La strada tra le due città è fiancheggiata da chiese e moschee in concorrenza tra loro.
Questo è uno dei tanti campi di battaglia africani. I cristiani evangelici, aiutati dalle offerte raccolte nelle chiese statunitensi, si spingono a nord e si scontrano con i fondamentalisti islamici, finanziati dai petrodollari sauditi, che si spingono a sud. Negli ultimi tempi i cristiani hanno cominciato a tornare a Kano, anche perché la sharia (che si applica esclusivamente ai musulmani) è stata introdotta solo formalmente: nessuna delle sentenze più dure è mai stata eseguita. Ma non ci vuole molto per far scoccare di nuovo la scintilla.
Tutto il pianeta è attraversato da linee del fronte come questa. I soldati americani e inglesi non combatterebbero in Iraq e in Afghanistan se 19 giovani musulmani non avessero attaccato gli Stati Uniti nel nome di Allah. Fino a quel momento, i grandi interventi militari dell’occidente erano stati decisi per difendere i musulmani della Bosnia e del Kosovo dai serbi ortodossi e dai croati cristiani. Oggi la prossima guerra americana potrebbe essere contro l’Iran islamico. E anche altri conflitti hanno assunto una sfumatura religiosa. Nell’infinita guerra per il controllo della Palestina, sempre più persone dichiarano che Dio è dalla loro parte. In Birmania i monaci buddisti sono quasi riusciti ad abbattere un regime corrotto, ma in Sri Lanka hanno prolungato il sanguinoso conflitto con i musulmani.
Anche gli ex paesi comunisti stanno cedendo di nuovo all’oppio dei popoli. Il Kgb, la polizia segreta sovietica, vietava la religione, mentre il suo successore, l’Fsb, ha una sua chiesa ortodossa davanti al quartier generale. Il presidente della camera polacco si fa il segno della croce prima di sedersi. Alcuni tecnocrati cinesi pensano che il confucianesimo, giudicato «feudale» da Mao, sia un utile collante sociale per il loro paese in via di trasformazione. Ma reprimono brutalmente la setta buddista Falun Gong e temono che il numero dei cristiani superi quello degli iscritti al Partito comunista.
Anche nella vita politica occidentale la religione è tornata in primo piano: Bush comincia ogni riunione con una preghiera. E mentre la sinistra europea at tacca i teocon americani, i conservatori di Washington ribattono che l’Europa laica e senza figli si sta trasformando in Eurabia.
Molti intellettuali, però, pensano che il vero «scontro di civiltà» non sia tra religioni diverse ma tra superstizione e modernità. Alcuni bestseller — La fine della fede di Sam Harris, L’illusione di Dio di Richard Dawkins, Dio non è grande: come la religione avvelena ogni cosa di Christopher Hitchcns — hanno lanciato un attacco alla religione con un’intensità quasi religiosa. Dawkins ha anche creato un’associazione che riunisce gli atei di tutto il mondo.
Tutta questa furia laica, almeno in Europa, nasce in parte dall’esasperazione. Fin dai tempi dell’illuminismo si è creduto che la modernità — l’esaltante combinazione di scienza, cultura e democrazia — avrebbe ucciso la religione. Le cifre sulla religione sono notoriamente inaffidabili, ma la maggior parte dei dati sembra indicare che lo slittamento verso il laicismo si è fermato, e in alcuni casi la religione sembra in crescita. La percentuale della popolazione mondiale che si riconosce nelle quattro maggiori religioni — il cristianesimo, l’islam, il buddismo e l’induismo — è passata dal 67% del 1900 al 73% del 2005 e potrebbe raggiungere l’80% entro il 2050. Inoltre, almeno dal punto di vista laico, sembra che prosperino le religioni sbagliate nei posti sbagliati. In generale, quelle che raccolgono il maggior numero di fedeli sono le versioni più rigide. Alcuni dei convertiti più recenti, anche se non tutti, appartengono alla categoria dei diseredati: il pentecostalismo, per esempio, si è diffuso molto rapidamente nelle favelas brasiliane. Gli evangelici americani tendono a essere persone istruite e benestanti; in India e in Turchia i partiti religiosi sono stati portati al potere dalla nuova borghesia.
Da quando è amica della modernità, la religione è diventata un argomento molto di moda e i credenti fanno sentire sempre di più la loro voce in ogni settore: ormai la religione sta invadendo anche l’economia e il mondo finanziario.

[Brano tratto dall'articolo di John Micklethwait apparso su The Economist ora in Internazionale del 16/22 novembre 2007, pp. 30-31.]

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domenica 18 novembre 2007, posted by roberto.bonuglia at 19.13
La scorsa settimana è stata la proposta del ministero della difesa israeliano di tagliare la fornitura di elettricità alla Striscia di Gaza a spingere Ha'aretz a pubblicare un duro editoriale. L'incipit è stato talmente chiaro da sembrare a tratti scontato: un paese forte come Israele non può rimanere inerte mentre i razzi Qassam continuano a cadere sulla città di Sderot e sul Negev. E' altrettanto innegabile che le operazioni militari condotte a Gaza dall’esercito israeliano incontrano una resistenza crescente: per Israele, infatti, "è più facile attaccare un reattore nucleare in Siria che non colpire la vicina Beit Hanun", perché in quella zona è quasi impossibile evitare vittime civili. Ma anche tagliare le forniture di elettricità, carburante e alimenti per bambini non appare agli occhi dell'opinione pubblica molto diverso da un attacco contro i civili, e solo contro di loro. Le rassicurazioni volte a dimostrare che gli abitanti di Gaza non subiranno serie conseguenze non sono servite a molto.
Più che un’operazione - sostiene l'editoriale di Ha'aretz - che dovrebbe avere un effetto deterrente, sembra una vendetta: "Il ruolo del ministero della difesa è difendere il paese, non vendicarsi né placare la rabbia degli abitanti di Sderot annunciando operazioni che sanno di rappresaglia [...]. Il ministero sostiene che l’interruzione delle forniture elettriche non è una punizione, ma rientra nel processo di disimpegno di Israele dalla Striscia. Purtroppo, però, Gaza dipende ancora da Israele per le sue necessità più elementari".
Convinto del fatto che ogni colpo contro Hamas rafforzerà Abu Mazen, Israele ha deciso di colpire il governo di Hamas a Gaza pensando che sia più facile farlo cadere che sconfiggerlo in battaglia o negoziare. Ma anche questo metodo potrebbe fallire. Se l’obiettivo è davvero il disimpegno totale - ricorda l'editorialista - è impossibile raggiungerlo ritirandosi solo da Gaza. L’operazione dev’essere condotta in modo ordinato e responsabile, con l’appoggio dell’Europa e degli Stati Uniti. La Striscia di Gaza non è indipendente e continuerà a non esserlo per un po’. I bambini di Gaza dipendono dal governo israeliano più che da quello di Hamas, e la decisione di punirli per i razzi Qassam non renderà più sicuri gli abitanti di Sderot.
A noi non resta che sperare che stavolta prevalga il buon senso e che ai civili di Gaza sia risparmiata un'altra, ulteriore, dura prova.

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sabato 17 novembre 2007, posted by vito.cirillo at 11.04
Il premio Nobel per la pace del 2007 è stato conferito ad Al Gore che da alcuni anni ha sposato la causa dell'ambientalismo, realizzando anche un documentario.
Al Gore è diventato uno dei più convinti e strenui difensori dell'ambiente. E' una nobile causa a cui Al Gore sta dedicando il suo tempo, girando per tutto il mondo. Per fare questo ha rinunciato anche a candidarsi, per il partito democratico, alla Presidenza degli Stati Uniti.

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venerdì 16 novembre 2007, posted by vito.cirillo at 09.58
L'inglese Doris Lessing, autrice de Il taccuino d'oro, ha vinto il premio Nobel per la Letteratura di quest'anno.
Il suo tema preferito è quello del femminismo, che è stato sviscerato in oltre 50 libri scritti.
La Lessing ha compiuto 88 anni. Nata in Iran, figlia di un ufficiale inglese, a 5 anni si trasferì in Rhodesia, oggi Zimbawe. Da qui i temi sull'Africa caratterizzanti le sue opere.
Con due divorzi alle spalle, è diventata un'icona del movimento femminista.

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mercoledì 14 novembre 2007, posted by vito.cirillo at 22.36
Secondo i vescovi, l'Italia rischia il cosiddetto "analfabetismo affettivo". Tale effetto sarebbe dovuto all'indifferenza verso i veri valori etici, all'edonismo dilagante, al materialismo di fondo che impregna la cultura occidentale. Secondo i vescovi la politica deve tener conto di questa situazione nel promulgare le leggi. A questo proposito, per i credenti (cattolici) essi hanno preparato una sorta di "moderno" decalogo al quale fare riferimento.

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, posted by vito.cirillo at 11.13
Sono ormai numerosi gli incidenti, fra soldati alleati, che vengono definiti, invero con una punta implicita di ironia, "fuoco amico". Il più recente, quello in Iraq in cui tre soldati britannici hanno perso la vita a causa del "fuoco amico" degli alleati americani. C'è un evidente difetto di coordinamento tra i comandi militari al quale è urgente porre rimedio.

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martedì 13 novembre 2007, posted by vito.cirillo at 22.11
Il capo del buddismo tibetano è il Dalai Lama, che non è solo la massima autorità religiosa ma anche quella politica.
Dal 1959, il Dalai Lama è in esilio (prima in India e poi in Svizzera) perchè la Cina invase il Tibet. Proprio il Dalai Lama (che è considerato la reincarnazione di Buddha) è stato, di recente, causa di un incidente diplomatico tra Cina e Stati Uniti. La Cina ha protestato perchè non solo il Dalai-Lama ha ricevuto un'onorificenza dagli americani, ma soprattutto perchè il presidente Bush lo ha ricevuPubblica postto, giustamente, con tutti gli onori.

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lunedì 12 novembre 2007, posted by vito.cirillo at 14.06
Si discute molto, anche in Italia, del problema del velo delle donne islamiche. Bisogna uscire dal dilemma: è obbligatorio o non lo è?
Il discorso riguarda la libera scelta della donna. Se, per motivi di coscienza religiosa, una donna islamica, ritiene opportuno ricorrere al velo, perchè non farlo? La coscienza personale, che produce certe convinzioni, è quella che conta. Questo vale per qualsiasi cosa.

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domenica 11 novembre 2007, posted by vito.cirillo at 09.43
Nel salmo 87, Gerusalemme, viene definita la "Città di Dio". Essa è la città cara a tre religioni: Giudaismo, Islamismo, Cristianesimo. Per questo è la città più "religiosa del mondo".
Negli ultimi tempi, si è diffusa la "sindrome di Gerusalemme". Molte persone, infatti, a causa di fissazioni mistiche, credono di essere personaggi del vecchio e Nuovo Testamento: Mosè, Elia, perfino Gesù Cristo. A fini caritativi è sorto un ospedale psichiatrico, proprio a Gerusalemme....

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sabato 10 novembre 2007, posted by vito.cirillo at 22.01
E' di moda oggi, in Italia, parlare di antipolitica. A ben considerare, la parola "antipolitica" è impropria. Non c'è l'esser contro la politica, ma l'esser contro un certo modo di fare politica e un certo modo di essere politici.
Essere contro la politica, in sè e per sè, è illogico e perfino impossibile: la politica è indispensabile dovunque ci sia una comunità di uomini, per dirla alla Rousseau, sarebbe opportuno che i mass media usino una maggiore proprietà di linguaggio.

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venerdì 9 novembre 2007, posted by roberto.bonuglia at 02.45
Segnaliamo ai lettori del Khayyam's Blog un interessante spettacolo teatrale di una giovane e talentuosa compagnia teatrale che porta in scena una suggestiva storia sotto l'abile regia, tutta al femminile, di due autrici esordienti. Dal 13 al 18 novembre, quindi, tutti invitati al Teatro Stanze segrete.

Invito al viaggio

di
Maria Silvia De Sanctis e Alessandra Fasciani


Che cos’è un viaggio? Una ricerca, un percorso, un modo per mettersi alla prova? La vita stessa non è forse un viaggio?
Ogni vita è un cammino di cui talvolta ignoriamo la direzione e spesso il punto d’arrivo. Una strada che ne incrocia altre, da cui impariamo qualcosa e a cui lasciamo qualcosa di noi. Incontriamo compagni con cui condividere il nostro percorso, o una parte di esso, in perenne movimento, inseguendo, forse, una meta.

In un’improbabile locanda in riva al mare, dove il tempo sembra non esistere, sette personaggi si trovano, e districano i nodi delle loro storie. Ciascuno col proprio bagaglio di vita, con un passato da raccontare e un obiettivo da perseguire, approdano in questa locanda quasi come dei sopravvissuti. Tra loro nascono amicizie ed affetti da vivere, in quel non tempo, che questa magica locanda concede loro. Una breve sosta nel loro viaggio, nel viaggio della vita di ognuno.
Alcuni sapranno trovare le risposte che cercano, altri impareranno qualcosa in più dalle storie che ascolteranno, e poi ciascuno ripartirà per la sua strada, con una ricchezza in più.

E tutt’intorno mare. Cornice e protagonista, abile tessitore di vite, giocatore capriccioso, artefice di ogni destino.

“Invito al Viaggio” non è che un piccolo intreccio di storie ne troppo comuni, ne troppo strambe, che un po’ incanta e un po’ commuove, e lo fa con la grande semplicità che è propria della vita.

Semplicità che spesso ci sfugge per colpa del nostro sguardo troppo distratto.

Teatro Stanze Segrete - Via della Penitenza, 3
Dal 13 al 18 novembre 2007 tutte le sere alle ore 21:00
La domenica alle ore 18:00
Info e contatti: 349.60.35.822.
E-mail: alessandrafasciani@yahoo.it

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giovedì 8 novembre 2007, posted by vito.cirillo at 11.06
Abu Mazen vorrebbe vendere il petrolio dei giacimenti di Gaza ad Israele. La proprietà di tali giacimenti è però rivendicata da Hamas che attualmente ha il predominio nella striscia di Gaza. La vendita agli israeliani del petrolio di Gaza porterebbe un miliardo di dollari nelle casse dell'Autorità Nazionale Palestinese.
In verità, in Israele, non c'è petrolio e, al riguardo, scherzosamente, Golda Meir disse che non perdonava a Mosè il fatto che Israele fosse stato condotto nell'unico posto del Medio Oriente privo di petrolio...

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mercoledì 7 novembre 2007, posted by vito.cirillo at 11.38
L'Iraq del Nord, ovvero il Kurdistan iracheno, è molto ricco di petrolio, soprattutto Kirkuk.
Sotto l'Impero ottomano costituiva il vilayet del Nord, con capitale Mosul. Ora la Turchia si riaffaccia prepotentemente sul proscenio di questa regione. Approfittando del fatto che il Congresso americano ha riconosciuto il genocidio degli armeni, durante la Prima guerra mondiale, ad opera dei turchi, il governo turco presieduto da Erdogan come ritorsione ha decretato l'invio di militari nel Kurdistan iracheno per combattere i terroristi. La situazione irachena diventa così ancora più complicata.

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, posted by vito.cirillo at 11.28
Sono ormai trascorsi 28 anni da quando si verificò la rivoluzione in Iran. Rivoluzione islamica di cui l'ayatollah Ruhollah Khomeini fu la guida.
Si passò dalla monarchia alla repubblica, da un regime laico a un regime religioso. Gli iraniani speravano anche in un maggior benessere economico e in una maggiore giustizia sociale. Al riguardo, però, le notizie che vengono dall'Iran, non sono molto confortanti. Si parla di inflazione e di disoccupazione crescenti. Da qui un certo malcontento diffondentesi non solo fra gli indigeni, ma anche nel ceto medio. Sono questi i problemi che il presidente Ahmadinejad deve affrontare e risolvere se vuole sperare in una rielezione.

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martedì 6 novembre 2007, posted by vito.cirillo at 10.40
Il romanzo di Pinchas E. Lapide, Shalom! Shalom!-Pace! Pace!, pubblicato in Italia nel 1968 da Longanesi, presenta un quadro realistico della difficile convivenza fra ebrei e palestinesi in Palestina. E' un romanzo storico che segue puntualmente le vicende, spesso difficili, degli ebrei nell'ex-mandato britannico. Lapide invoca sinceramente la pace perché crede in essa e spera che possa essere raggiunta in modo che sia posta fine a guerre fratricide fra popoli aventi lo stesso padre, Abramo.
Lapide ha scritto anche un interessante libro sulla conversione di abitanti di San Micandro, in Puglia, al Giudaismo. Il titolo del libro è Mosè in Puglia

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lunedì 5 novembre 2007, posted by vito.cirillo at 17.46
Terminata la Seconda guerra mondiale, a Norimberga, dal novembre 1945 all'ottobre 1946, gli Alleati processarono molti importanti esponenti nazisti.
Incaricato di assistere i nazisti in prigione fu un cappellano protestante, H.E. Gerecke, che aveva avuto due figli morti nei campi di concentramento. Con la grazia di Dio, egli riuscì a placare ogni forma di risentimento e si adoperò instancabilmente nell'opera di evangelizzazione a favore dei criminali nazisti. Con grande sorpresa, alcuni (Keitel, Sauckel, Frick) mostrarono un sincero pentimento. Il maresciallo Goring, invece, fu irridente e sbeffeggiante. Rifiutò di pentirsi e si uccise.

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domenica 4 novembre 2007, posted by roberto.bonuglia at 15.07
La Bibbia di Giovanni Diodati, non è altro che la traduzione in lingua italiana dei libri del Vecchio e del Nuovo Testamento che fu edita a Ginevra nel 1607. Tale edizione del libro sacro del Cristianesimo fu realizzata, appunto, quattrocento anni fa, dal lucchese Diodati che all'epoca era in esilio nella città svizzera dove tradusse i testi dagli originali facendo riferimento alle precedenti versioni di Teofilo e di Brucioli.
Da un punto di vista strettamente linguistico e stilistico, essa è ancora oggi ritenuta un capolavoro della lingua italiana del Seicento e divenne ben presto la traduzione della Bibbia a cui i protestanti italiani fecero da allora sempre riferimento, almeno fino alla nuova edizione tradotta da Luzzi, altro grande studioso e teologo.

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sabato 3 novembre 2007, posted by vito.cirillo at 21.53
Durante un comizio, 50 anni fa, il 3 novembre 1957, a Lecco, morì Giuseppe Di Vittorio, grande sindacalista. Era nato a Cerignola (Foggia), nel 1892. Dal 1945 fino alla morte fu segretario generale della CGIL. Nel 1953, inoltre, fu eletto presidente della Federazione sindacale mondiale.
Di Vittorio si proponeva come prioritaria la ricerca delle condizioni per pervenire alla massima occupazione. Per lui, l'azione del sindacato non poteva non tenere in considerazione le dinamiche dello sviluppo. Di Vittorio, è stato un personaggio che, per coerenza ed onestà, ha lasciato un ricordo indelebile, è stato davvero un grande italiano.


Nella foto del post, un'opera di Giannetto Guberti (Pescara di Ferrara, 1915-1985) - Ritratto di Giuseppe Di Vittorio

(1955) Olio su tela, cm.210x160. Sede di S. Maria Codifiume.


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, posted by vito.cirillo at 09.56
Il Presidente della Russia, Vladimir Putin ritiene che si stia esagerando col colpevolizzare eccessivamente l'ex-Unione Sovietica.
Il rimprovero è rivolto agli storici i quali pongono l'accento solo su elementi negativi e sui tragici eventi di cui l'Unione Sovietica, nella sua pluridecennale storia, si è macchiata. Ignorano, invece, i momenti di gloria e le speranze di maggiore giustizia sociale che l'URSS ha rappresentato per moltitudini di persone di tutto il mondo.

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giovedì 1 novembre 2007, posted by roberto.bonuglia at 14.49
I prelievi novecenteschi dell’opera leopardiana interessano sia il tessuto unitario (logico-storico del linguaggio con tutti i suoi piani di strutturazione interna), sia l’articolazione dei contenuti, dei temi, dei motivi, e di fatto, i modi stilistici, le problematiche e le concezioni corrispondenti. Sembra che tocchi a Leopardi, infatti, in ambito ermetico, lo stesso destino che toccò al Petrarca: la poetica petrarchesca della «memoria», come quella leopardiana della «ricordanza», diventano i risvolti di un comune sentire, di un solo modo di porre il problema letterario ed estetico.
Il ritratto “derobertisiano” di Leopardi fornì agli ermetici la base critica e metodologica di partenza per un’analisi dell’opera del poeta, condotta al livello «puro» dell’espressione verbale, della «parola» come mezzo magico di conoscenza, come volontà di superamento, per mezzo di una misura espressiva classicamente evocata e organizzata, di un linguaggio troppo incline ai dati scarni dell’esistenza fenomenica. Il Leopardi caro ad Ungaretti, in realtà, fece da esempio e da modello all’esperienza «classica» degli ermetici: fu un Leopardi dal forte sapore simbolista e mallarméano (Ungaretti ebbe un’educazione letteraria ed una formazione ideologica e culturale di stampo nettamente francesizzante: si pensi al suo accostamento a Rimbaud, Baudelaire e poi alla sua frequentazione con Apollinaire, Valéry, Péguy, Fort, Breton), filtrato attraverso la lettura di Petrarca, Nietzche e di Bergson (concezione del tempo come flusso ininterrotto e continuo di esperienze interiori), lo studio del Barocco, di Gòngora, di Tasso, di Michelangelo (sentimento tragico e contraddittorio della «decadenza» e della crisi della civiltà e della cultura occidentali, valore creativo e costruttivo della «memoria», il «sentimento della durata»).

Da queste premesse è facilmente ricostruibile il leopardismo proprio della poesia e della poetica ermetiche, di quei lirici «puri», «nuovi» come li definì Renato Serra nel 1920 dalle colonne della «Voce»: come valore di rottura rispetto all’eloquenza dannunziana, all’ingenuo infantilismo del Pascoli, all’oratoria carducciana, ai toni dimessi dei crepuscolari, a quelli retorici e altisonanti dei futuristi, in favore di una nuova concezione della vita e dell’arte, in vista di una ricerca di una «parola» intesa come segno misterioso e religioso, e come tale «indefinibile» (avrebbe detto Leopardi) del reale, di una poesia come funzione simbolica del linguaggio, come fatto originario che nasce dall’intimo, dal «segreto» dell’animo: un linguaggio, secondo Ungaretti, «innocente» e «vago», allo stesso modo del Leopardi (valore dell’analogia, della metafora, valenza polisemica e polisemastica del segno verbale). Si spiega, così, come negli Anni Settanta si registrò, ad esempio, il ritorno a Leopardi di poeti come Luzi (con la sua profonda ansia morale ed esistenziale, per molti versi simile a quella di Ungaretti, che, tra l’altro, aveva dato di Leopardi un ritratto «cristiano», fortemente caratterizzato in senso religioso); Betocchi (col suo impegno etico ed umano, con la sua ansia metafisica, con la sua fede come ricerca della verità); Bigongiari (con la sua analisi capillare dei Canti, delle Operette Morali, dello Zibaldone, incentrata sulla messa a fuoco, seguendo la scia ungarettiana, del carattere tonale dei valori fonico-evocativi del linguaggio verbale leopardiano, della sua poetica della «memoria» e della «noia», del rapporto col Petrarca, del sentimento del «patetico», della «durata», come momento progressivo dall’idillio iniziale al canto finale, alla poetica della «presenza», della «partecipazione»); Parronchi (col suo evidenziare l’aspetto simbolico-visivo della poesia e della poetica leopardiane, ponendo l’accento sul suo nuovo concetto d’infinito, come immagine evocata per mezzo dell’assenza stessa del momento associativo della «visione»: Parronchi istituisce un paragone con la teoria berkeleyiana della «veduta indiretta») Gatto (col suo ritratto di Leopardi fortemente caratterizzato sul piano espressivo, ma soprattutto ideologico, come esempio di una presenza vitale irresistibile e impetuosa, antiletteraria, in un certo senso, viva, impegnata, palpitante). E allo stesso modo va giudicato l’atteggiamento verso Leopardi dei «teorici» dell’Ermetismo: Contini, Bo (col suo porre l’accento, evidentissimo nell’opera leopardiana, sul rapporto, sperimentato e vissuto in prima persona, tra la letteratura e la vita, fra la resa artistica in sé e per sé, e l’esistenza dell’uomo, come partecipazione continua al suo flusso dinamico, al suo ininterrotto divenire, come movimento integrale dell’essere); Macrì (col suo considerare Leopardi un oppositore del Romanticismo, la sua poesia come frutto anche intellettuale, logico, discorsivo, come parto della mente oltre che creazione irripetibile e singolare dell’esperienza sensibile e intuitiva del poeta).

Come si vede fu l’Ermetismo che, seguendo l’esempio cardarelliano, la scia derosiana e l’insegnamento ungarettiano, portò alla messa a fuoco di un Leopardi uomo oltre che poeta, con l’unicità della sua esperienza esistenziale e creativa insieme, come espressione vivente di un rapporto, inevitabile, di negazione e di rifiuto, con il mondo e con la realtà esterna, sentita come estranea all’uomo e al poeta: Leopardi, in questo senso, diviene il nume tutelare della nuova poesia italiana; la sua figura, considerata nel suo dinamico e continuo farsi, nel suo stato perpetuo di contraddizione, come «energia» è stata la scoperta che ha fatto del poeta recanatese «uno dei momenti centrali del discorso poetico novecentesco, uno dei nodi della nostra modernità poetica»; fu l’Ermetismo, dunque, a concepire «un’eredità moderna per l’opera leopardiana» (Bigongiari).

Un caso a parte rappresentano Saba e Montale: il poeta di Uccelli e Mediterranee ci colpisce per il suo leopardismo (i biografi riferiscono che a sedici anni leggeva e studiava l’opera del Recanatese) intimistico, prosastico, umile (ma non crepuscolare o dimesso), senza scatti, alieno dai preziosismi di una «parola» metafisicizzante e «segno» del mistero, cara ai neosimbolisti nostrani. Un leopardismo (per certi versi «idillico», ma nel senso, s’intende, leopardiano, e non in quello deteriore teorizzato dal Croce) che fondava le sue radici nel culto (non certo intenzionale ma spontaneo) di una tradizione poetica che vedeva in Manzoni, Dante, Petrarca, Parini, oltre che, naturalmente, nel Leopardi, tralasciando integralmente l’esperienza di un certo D’Annunzio (non quello, però, del Poema Paradisiaco e della Francesca), di Carducci con la sua oratoria, nonché il baudeiairismo «maledetto» ma teologizzante dei «lirici puri», e il formalismo dei rondisti, i capisaldi ideali e storici ad un tempo, di una scelta più morale che letteraria soltanto, di una responsabilità prima umana ed esistenziale che puramente estetica (in questo senso il leopardismo sabiano è riconducibile, per certi versi, a quello «impegnato» e antiretorico proprio degli scrittori della prima «Voce»).

L’incontro con Leopardi di Montale avviene in maniera indiretta, diversamente da quanto accade per Ungaretti e Saba: la poesia montaliana, infatti, scabra, scarna, essenziale (soprattutto quella del primo Montale), «petrosa» (per certi versi memore di quella del conterraneo Sbarbaro), priva di compiacimenti letterari, non consolatoria, ma nuda, anti-idilliaca, levata, insomma, più al finito e al particolare che all’infinito, ha fatto pensare a qualcuno (cfr. W. Binni, Montale nella mia esperienza della poesia, in «Letteratura», gen-giu 1960) ad una certa affinità con l’ultimo Leopardi (quello della Ginestra), un Leopardi agonisticamente in lotta col mondo circostante ma non con gli uomini, affratellati nel comune destino di morte e di dolore, un Leopardi dal piglio eroico ed umanitario, lontano, insomma, in maniera categorica, da ogni «amor del vago» (anche se Montale, almeno all’inizio, privilegia un giudizio sull’opera leopardiana che si riavvicina, per certi versi, alla tesi crociana del poeta «idillico», «leggiadro», dalla «vita strozzata». Cfr. Stile e Tradizione nel «Baretti» gobettiano del 15 gen. 1925). La «parola» di Montale, «semplice» e insieme «disperata», superava, sul piano ideologico più che formale, il pessimismo cosmico leopardiano, almeno per intensità esistenziale e forza drammatica: con Montale, in realtà, la poesia di Leopardi appartiene, di diritto, all’800 più che al ‘900; il suo volto, possiamo affermare, è rivolto più al passato, al secolo dei romantici, che al presente, al «nostro» secolo. Leopardi, non è, perciò, riconducibile, secondo Montale (si veda il suo giudizio sull’opera leopardiana contenuto nel volume Auto da fé, Milano 1966) a quell’asse, ideale storico-letterario, Petrarca inaugurato dall’ermetismo e da Ungaretti: ce lo suggerisce, tra l’altro, la sua formazione culturale e letteraria tipicamente «anglosassone» (Si pensi al Browninig, a Eliot) per certi versi vicina più alla compatta filosofia dantesca che a quella, poliedrica e variamente caratterizzata, del poeta dei Canti.

In realtà, esauritosi con la guerra, con la sua tragica, alienante, disumanità, il mito ermetico di un Leopardi maestro della «parola» magica ed allusiva, poeta dalle suggestive dimensioni fonico-evocative, dalle metafisiche evocazioni memoriali, prendeva quota, in verità più nelle proposte critiche (è di questi anni l’indagine, variamente indirizzata, del Binni, del Luporini, del Sapegno) che nei riscontri operati direttamente sul corpo vivo della poesia, un’immagine di Leopardi che vedeva nella poetica «progressiva», «eroico contestativa», «anti-idillica», per così dire, «impegnata», del Recanatese, il suo punto di forza propulsiva, il suo valore di rottura, in sede sia ideologica che propriamente espressiva nei riguardi della poesia e della cultura prebelliche.
Leopardi perdeva, così, i suoi connotati simbolici, ermetici, «puri»: Quasimodo (quello della seconda fase post-ermetica, col suo nuovo impegno sociale e politico) faceva, perciò, di Leopardi il maestro «impareggiabile» (in quanto atteggiamento nei confronti del mondo, in sede ideologica, quindi) della nuova concezione e funzione della poesia, come fatto partecipativo, come responsabilizzante esperienza di vita e d’azione. Pavese ne rifiutava (ne è l’esempio, tragico, la «nuova» poesia di Lavorare stanca, e specialmente l’opera diaristico-autobiografica Il Mestiere di vivere) il facile pessimismo dalle risonanze cosmiche e metafisiche, da lui definito «dottrina di consolazione». Moravia intravvedeva nella «lezione» di Leopardi un insegnamento non tanto e non solo puramente letterario e formale; la sua esemplarità e attualità, diceva, «è soprattutto contenuta nell’eroica conseguenza con la quale lo scrittore sviluppava i propri temi fino a note incredibilmente alte e perigliose, senza riguardi né verso il mondo sonnolento e accademico in cui si trovava a vivere, né, soprattutto, verso se stesso, cui tale conseguenza costava dolore e sangue» (Cfr. Estremismo e letteratura, in «La Fiera letteraria», 25 aprile 1946, poi in L’uomo come fine, Milano 1964).
Fortini nelle colonne del «Politecnico» vittoriniano (cfr. La leggenda di Recanati, nn. 33-34, 1946) rivendicava, in polemica col Flora e con gli ermetici, la «non purezza» della poesia leopardiana («seppe scrivere dei versi brutti; seppe essere contraddittorio», si legge nel saggio) e rifiutava il «mito» di Leopardi, di ascendenza ermetica, come espressione massima di «vita solitaria e di ascesi letteraria», e ritrovava nell’impegno «reale» e quindi passibile di «corruttibilità» e di errore, della sua lirica, un nuovo modo di lettura, più «aperto», dell’opera del Recanatese.

In questo senso deve essere considerato l’avvicinamento a Leopardi di poeti, «nuovi» come Elio Filippo Accrocca (con i suoi «innestogrammi») nei quali la presenza di Leopardi è filtrata attraverso l’esperienza, ideologica ed estetica dell’Ungaretti critico di Leopardi (non si dimentichi che Accrocca fu allievo di Ungaretti a «La Sapienza» di Roma durante il periodo di insegnamento di Storia della Letteratura italiana moderna e contemporanea, a partire dal 1943).
Fa storia a sé la posizione nei confronti di Leopardi di poeti come Zanzotto e Pasolini, i quali impersonano, con la loro opera, la decadenza dell’esemplarità leopardiana in area novecentesca, almeno quella intesa sul piano puro del magistero formale, del modello tecnico-espressivo, ereditata da «La Ronda» e in parte dall’ermetismo. Per il primo la «lezione» di Leopardi è possibile percepirla in una zona di «privilegio», come atto perpetuo di negazione e di assoluta «disintegrazione», come «atto della disperazione», come «necrosi» (Cfr., A faccia a faccia, in «Questo e altro», n. 4, 1963, che è il resoconto di un dialogo avuto con Bo).
Per Pasolini il rapporto con Leopardi perde di valore se inserito in una mediazione condotta a livello puramente tecnico-formale, simbolico-espressivo di tipo rondista-ermetico: semmai, più che il nome di Leopardi, col suo linguaggio indefinito ed ambiguo, polivalente, col suo «codice» fonico-evocativo si potrà fare quello di Pascoli e quindi, parlare di influenza pascolina (Non va dimenticato, tra l’altro, che Pasolini elaborò un saggio compiuto su Pascoli: Pascoli (1955), poi in Passione e ideologia, Milano 1960) sulla poesia pasoliniana (quella in lingua italiana, naturalmente) con la sua «parola» definita, netta, precisa, dai contorni chiari e sia pure «impressionisticamente» delimitati. Se si pensa all’elaborazione da parte di Pasolini di una nuova «libertà stilistica» (Cfr. La libertà stilistica, in «Officina», nn. 9-10, 1957, ora in Passione e ideologia, cit.) colla sua proposta sperimentalistica nel segno di un recupero che non può essere meramente letterario, si comprende come il nesso Leopardi-Pasolini sia istituibile soltanto sul piano caratterizzante l’atteggiamento del poeta nei confronti del mondo e della realtà (naturalmente come rifiuto e negazione, al lontanamento, estraniazione, alienazione): Leopardi appare, così, più come modello ideologico da interpretare e da seguire, che l’esemplare perfetto di un’ideale metafisica dell’animo, o peggio ancora, di una poetica neoformalistica fortemente riduttiva, intesa, cioè, come progetto restaurativo di certi valori codificati, espressivi e non, andati perduti dopo l’esaurirsi e il venir meno della esperienza ermetica, con l’insorgere, drammatico, di problematiche (da qui nasce il neorealismo) più concrete e meno teologizzanti, quali potevano sembrare in fin dei conti, quelle nate in area ermetica.

In realtà, facendosi strada, verso la metà degli Anni Cinquanta, una concezione della poesia intesa come progetto, come continua verifica dei propri mezzi e modi espressivi e comunicativi, come eterna reinvenzione stilistica e programmatica (basti ricordare l’azione culturale di riviste come Il Politecnico vittoriniano e Officina con Leonetti, Pasolini e Roversi) nel senso di un ininterrotto rinnovamento linguistico ed espressivo, Leopardi appariva ai giovani poeti come il modello eroico-contestativo, progressivo, e non più stoico-passivo nel senso voluto dagli ermetici, da porgere alle nuove generazioni della poesia italiana. E il recupero avveniva per Pasolini tramite l’esperienza umana, culturale, ideologica e passionale del Gramsci «carcerato», per Leonetti attraverso la mediazione critica e intellettuale di De Sanctis. Rifarsi a Gramsci ed a De Sanctis significava superare e, in sostanza, rifiutare i tardi epigoni dell’ermetismo col suo Leopardi intimista, «puro» e in fondo disimpegnato, col suo leopardismo barocco, più letterario e pieno di equivoci (fatta eccezione per Ungaretti, Luzi, Gatto) che sinceramente vissuto e quindi valido anche sui piano storico-esistenziale.

Da quanto detto si capisce perché il movimento della Neoavanguardia (I Novissimi e il Gruppo 63, soprattutto con Giuliani, Porta e Sanguineti) rifiuta ab initio l’uso, tradizionale, del linguaggio poetico, col suo alto grado di «contemplatività», col suo iniziato andamento «argomentante», intriso di concettualismo e intellettualismo, iniziato secondo Giuliani da Leopardi. Rifiuto, quindi, della tradizione e ancor di più di una concezione della poesia legata ai modelli vuoti del passato letterario italiano: la poesia, per la Neoavanguardia, è espressione alienata e alienante, schizofrenica e schizomorfa, della condizione dell’uomo nella società contemporanea. Di qui la negazione integrale, e totale, per la sua inattualità, del linguaggio istituzionalizzato (grammatica, sintassi, morfologia, metrica, lessico): ma in questo contesto distruttivo e nullificante, la figura e l’esempio di Leopardi dice Porta, non appare più, così lontano come in un primo tempo sembrava: diventa possibile e verificabile sul piano ideologico che espressivo. Il poeta recanatese finisce per rappresentare una sorta di «personaggio-uomo» in contrasto globale con la sfera, esterna a lui, della realtà fenomenica, disumanizzante; con la società circostante «sorda distratta e cinica».

In tal senso Leopardi poteva apparire a Sanguineti «il primo poeta della nostra letteratura... che affronta questo problema moderno dello stile, che patisce per primo questa impossibilità del soffrire» (cfr. Tra liberty e crepuscolarismo, Milano, Mursia, 1961, p. 86): è l’esempio dello stile meditativo ed eloquente dello Zibaldone che riflette, aggiungiamo noi, nell’opera poetica, le contraddizioni laceranti della sua epoca e del suo tempo storico, per molti versi ancora «troppo» simile nostro.

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