
I prelievi novecenteschi dell’opera leopardiana interessano sia il tessuto unitario (logico-storico del linguaggio con tutti i suoi piani di strutturazione interna), sia l’articolazione dei contenuti, dei temi, dei motivi, e di fatto, i modi stilistici, le problematiche e le concezioni corrispondenti. Sembra che tocchi a
Leopardi, infatti, in ambito ermetico, lo stesso destino che toccò al Petrarca: la poetica petrarchesca della «memoria», come quella leopardiana della «ricordanza», diventano i risvolti di un comune sentire, di un solo modo di porre il problema letterario ed estetico.
Il ritratto “derobertisiano” di Leopardi fornì agli ermetici la base critica e metodologica di partenza per un’analisi dell’opera del poeta, condotta al livello «puro» dell’espressione verbale, della «parola» come mezzo magico di conoscenza, come volontà di superamento, per mezzo di una misura espressiva classicamente evocata e organizzata, di un linguaggio troppo incline ai dati scarni dell’esistenza fenomenica. Il Leopardi caro ad
Ungaretti, in realtà, fece da esempio e da modello all’esperienza «classica» degli ermetici: fu un Leopardi dal forte sapore simbolista e mallarméano (Ungaretti ebbe un’educazione letteraria ed una formazione ideologica e culturale di stampo nettamente francesizzante: si pensi al suo accostamento a Rimbaud, Baudelaire e poi alla sua frequentazione con Apollinaire, Valéry, Péguy, Fort, Breton), filtrato attraverso la lettura di Petrarca, Nietzche e di Bergson (concezione del tempo come flusso ininterrotto e continuo di esperienze interiori), lo studio del Barocco, di Gòngora, di Tasso, di Michelangelo (sentimento tragico e contraddittorio della «decadenza» e della crisi della civiltà e della cultura occidentali, valore creativo e costruttivo della «memoria», il «sentimento della durata»).
Da queste premesse è facilmente ricostruibile il leopardismo proprio della poesia e della poetica ermetiche, di quei lirici «puri», «nuovi» come li definì
Renato Serra nel 1920 dalle colonne della «Voce»: come valore di rottura rispetto all’eloquenza dannunziana, all’ingenuo infantilismo del Pascoli, all’oratoria carducciana, ai toni dimessi dei crepuscolari, a quelli retorici e altisonanti dei futuristi, in favore di una nuova concezione della vita e dell’arte, in vista di una ricerca di una «parola» intesa come segno misterioso e religioso, e come tale «indefinibile» (avrebbe detto Leopardi) del reale, di una poesia come funzione simbolica del linguaggio, come fatto originario che nasce dall’intimo, dal «segreto» dell’animo: un linguaggio, secondo Ungaretti, «innocente» e «vago», allo stesso modo del Leopardi (valore dell’analogia, della metafora, valenza polisemica e polisemastica del segno verbale). Si spiega, così, come negli Anni Settanta si registrò, ad esempio, il ritorno a Leopardi di poeti come
Luzi (con la sua profonda ansia morale ed esistenziale, per molti versi simile a quella di Ungaretti, che, tra l’altro, aveva dato di Leopardi un ritratto «cristiano», fortemente caratterizzato in senso religioso);
Betocchi (col suo impegno etico ed umano, con la sua ansia metafisica, con la sua fede come ricerca della verità);
Bigongiari (con la sua analisi capillare dei Canti, delle
Operette Morali, dello
Zibaldone, incentrata sulla messa a fuoco, seguendo la scia ungarettiana, del carattere tonale dei valori fonico-evocativi del linguaggio verbale leopardiano, della sua poetica della «memoria» e della «noia», del rapporto col Petrarca, del sentimento del «patetico», della «durata», come momento progressivo dall’idillio iniziale al canto finale, alla poetica della «presenza», della «partecipazione»);
Parronchi (col suo evidenziare l’aspetto simbolico-visivo della poesia e della poetica leopardiane, ponendo l’accento sul suo nuovo concetto d’infinito, come immagine evocata per mezzo dell’assenza stessa del momento associativo della «visione»: Parronchi istituisce un paragone con la teoria berkeleyiana della «veduta indiretta»)
Gatto (col suo ritratto di Leopardi fortemente caratterizzato sul piano espressivo, ma soprattutto ideologico, come esempio di una presenza vitale irresistibile e impetuosa, antiletteraria, in un certo senso, viva, impegnata, palpitante). E allo stesso modo va giudicato l’atteggiamento verso Leopardi dei «teorici» dell’Ermetismo:
Contini,
Bo (col suo porre l’accento, evidentissimo nell’opera leopardiana, sul rapporto, sperimentato e vissuto in prima persona, tra la letteratura e la vita, fra la resa artistica in sé e per sé, e l’esistenza dell’uomo, come partecipazione continua al suo flusso dinamico, al suo ininterrotto divenire, come movimento integrale dell’essere);
Macrì (col suo considerare Leopardi un oppositore del Romanticismo, la sua poesia come frutto anche intellettuale, logico, discorsivo, come parto della mente oltre che creazione irripetibile e singolare dell’esperienza sensibile e intuitiva del poeta).

Come si vede fu l’
Ermetismo che, seguendo l’esempio cardarelliano, la scia derosiana e l’insegnamento ungarettiano, portò alla messa a fuoco di un Leopardi uomo oltre che poeta, con l’unicità della sua esperienza esistenziale e creativa insieme, come espressione vivente di un rapporto, inevitabile, di negazione e di rifiuto, con il mondo e con la realtà esterna, sentita come estranea all’uomo e al poeta: Leopardi, in questo senso, diviene il nume tutelare della nuova poesia italiana; la sua figura, considerata nel suo dinamico e continuo farsi, nel suo stato perpetuo di contraddizione, come «energia» è stata la scoperta che ha fatto del poeta recanatese «uno dei momenti centrali del discorso poetico novecentesco, uno dei nodi della nostra modernità poetica»; fu l’Ermetismo, dunque, a concepire «un’eredità moderna per l’opera leopardiana» (Bigongiari).
Un caso a parte rappresentano
Saba e
Montale: il poeta di
Uccelli e
Mediterranee ci colpisce per il suo leopardismo (i biografi riferiscono che a sedici anni leggeva e studiava l’opera del Recanatese) intimistico, prosastico, umile (ma non crepuscolare o dimesso), senza scatti, alieno dai preziosismi di una «parola» metafisicizzante e «segno» del mistero, cara ai neosimbolisti nostrani. Un leopardismo (per certi versi «idillico», ma nel senso, s’intende, leopardiano, e non in quello deteriore teorizzato dal Croce) che fondava le sue radici nel culto (non certo intenzionale ma spontaneo) di una tradizione poetica che vedeva in Manzoni, Dante, Petrarca, Parini, oltre che, naturalmente, nel Leopardi, tralasciando integralmente l’esperienza di un certo D’Annunzio (non quello, però, del Poema Paradisiaco e della Francesca), di Carducci con la sua oratoria, nonché il baudeiairismo «maledetto» ma teologizzante dei «lirici puri», e il formalismo dei rondisti, i capisaldi ideali e storici ad un tempo, di una scelta più morale che letteraria soltanto, di una responsabilità prima umana ed esistenziale che puramente estetica (in questo senso il leopardismo sabiano è riconducibile, per certi versi, a quello «impegnato» e antiretorico proprio degli scrittori della prima «Voce»).
L’incontro con Leopardi di
Montale avviene in maniera indiretta, diversamente da quanto accade per Ungaretti e Saba: la poesia montaliana, infatti, scabra, scarna, essenziale (soprattutto quella del primo Montale), «petrosa» (per certi versi memore di quella del conterraneo Sbarbaro), priva di compiacimenti letterari, non consolatoria, ma nuda, anti-idilliaca, levata, insomma, più al finito e al particolare che all’infinito, ha fatto pensare a qualcuno (cfr. W. Binni,
Montale nella mia esperienza della poesia, in «Letteratura», gen-giu 1960) ad una certa affinità con l’ultimo Leopardi (quello della Ginestra), un Leopardi agonisticamente in lotta col mondo circostante ma non con gli uomini, affratellati nel comune destino di morte e di dolore, un Leopardi dal piglio eroico ed umanitario, lontano, insomma, in maniera categorica, da ogni «amor del vago» (anche se Montale, almeno all’inizio, privilegia un giudizio sull’opera leopardiana che si riavvicina, per certi versi, alla tesi crociana del poeta «idillico», «leggiadro», dalla «vita strozzata». Cfr.
Stile e Tradizione nel «Baretti» gobettiano del 15 gen. 1925). La «parola» di Montale, «semplice» e insieme «disperata», superava, sul piano ideologico più che formale, il pessimismo cosmico leopardiano, almeno per intensità esistenziale e forza drammatica: con Montale, in realtà, la poesia di Leopardi appartiene, di diritto, all’800 più che al ‘900; il suo volto, possiamo affermare, è rivolto più al passato, al secolo dei romantici, che al presente, al «nostro» secolo. Leopardi, non è, perciò, riconducibile, secondo Montale (si veda il suo giudizio sull’opera leopardiana contenuto nel volume
Auto da fé, Milano 1966) a quell’asse, ideale storico-letterario, Petrarca inaugurato dall’ermetismo e da Ungaretti: ce lo suggerisce, tra l’altro, la sua formazione culturale e letteraria tipicamente «anglosassone» (Si pensi al Browninig, a Eliot) per certi versi vicina più alla compatta filosofia dantesca che a quella, poliedrica e variamente caratterizzata, del poeta dei Canti.
In realtà, esauritosi con la guerra, con la sua tragica, alienante, disumanità, il mito ermetico di un Leopardi maestro della «parola» magica ed allusiva, poeta dalle suggestive dimensioni fonico-evocative, dalle metafisiche evocazioni memoriali, prendeva quota, in verità più nelle proposte critiche (è di questi anni l’indagine, variamente indirizzata, del Binni, del Luporini, del Sapegno) che nei riscontri operati direttamente sul corpo vivo della poesia, un’immagine di Leopardi che vedeva nella poetica «progressiva», «eroico contestativa», «anti-idillica», per così dire, «impegnata», del Recanatese, il suo punto di forza propulsiva, il suo valore di rottura, in sede sia ideologica che propriamente espressiva

nei riguardi della poesia e della cultura prebelliche.
Leopardi perdeva, così, i suoi connotati simbolici, ermetici, «puri»:
Quasimodo (quello della seconda fase post-ermetica, col suo nuovo impegno sociale e politico) faceva, perciò, di Leopardi il maestro «impareggiabile» (in quanto atteggiamento nei confronti del mondo, in sede ideologica, quindi) della nuova concezione e funzione della poesia, come fatto partecipativo, come responsabilizzante esperienza di vita e d’azione.
Pavese ne rifiutava (ne è l’esempio, tragico, la «nuova» poesia di
Lavorare stanca, e specialmente l’opera diaristico-autobiografica
Il Mestiere di vivere) il facile pessimismo dalle risonanze cosmiche e metafisiche, da lui definito «dottrina di consolazione».
Moravia intravvedeva nella «lezione» di Leopardi un insegnamento non tanto e non solo puramente letterario e formale; la sua esemplarità e attualità, diceva, «è soprattutto contenuta nell’eroica conseguenza con la quale lo scrittore sviluppava i propri temi fino a note incredibilmente alte e perigliose, senza riguardi né verso il mondo sonnolento e accademico in cui si trovava a vivere, né, soprattutto, verso se stesso, cui tale conseguenza costava dolore e sangue» (Cfr.
Estremismo e letteratura, in «La Fiera letteraria», 25 aprile 1946, poi in
L’uomo come fine, Milano 1964).
Fortini nelle colonne del «Politecnico» vittoriniano (cfr.
La leggenda di Recanati, nn. 33-34, 1946) rivendicava, in polemica col Flora e con gli ermetici, la «non purezza» della poesia leopardiana («seppe scrivere dei versi brutti; seppe essere contraddittorio», si legge nel saggio) e rifiutava il «mito» di Leopardi, di ascendenza ermetica, come espressione massima di «vita solitaria e di ascesi letteraria», e ritrovava nell’impegno «reale» e quindi passibile di «corruttibilità» e di errore, della sua lirica, un nuovo modo di lettura, più «aperto», dell’opera del Recanatese.
In questo senso deve essere considerato l’avvicinamento a Leopardi di poeti, «nuovi» come
Elio Filippo Accrocca (con i suoi «innestogrammi») nei quali la presenza di Leopardi è filtrata attraverso l’esperienza, ideologica ed estetica dell’Ungaretti critico di Leopardi (non si dimentichi che Accrocca fu allievo di Ungaretti a «La Sapienza» di Roma durante il periodo di insegnamento di Storia della Letteratura italiana moderna e contemporanea, a partire dal 1943).
Fa storia a sé la posizione nei confronti di Leopardi di poeti come
Zanzotto e
Pasolini, i quali impersonano, con la loro opera, la decadenza dell’esemplarità leopardiana in area novecentesca, almeno quella intesa sul piano puro del magistero formale, del modello tecnico-espressivo, ereditata da «La Ronda» e in parte dall’ermetismo. Per il primo la «lezione» di Leopardi è possibile percepirla in una zona di «privilegio», come atto perpetuo di negazione e di assoluta «disintegrazione», come «atto della disperazione», come «necrosi» (Cfr.,
A faccia a faccia, in «Questo e altro», n. 4, 1963, che è il resoconto di un dialogo avuto con Bo).

Per
Pasolini il rapporto con Leopardi perde di valore se inserito in una mediazione condotta a livello puramente tecnico-formale, simbolico-espressivo di tipo rondista-ermetico: semmai, più che il nome di Leopardi, col suo linguaggio indefinito ed ambiguo, polivalente, col suo «codice» fonico-evocativo si potrà fare quello di Pascoli e quindi, parlare di influenza pascolina (Non va dimenticato, tra l’altro, che Pasolini elaborò un saggio compiuto su Pascoli:
Pascoli (1955), poi in
Passione e ideologia, Milano 1960) sulla poesia pasoliniana (quella in lingua italiana, naturalmente) con la sua «parola» definita, netta, precisa, dai contorni chiari e sia pure «impressionisticamente» delimitati. Se si pensa all’elaborazione da parte di Pasolini di una nuova «libertà stilistica» (Cfr.
La libertà stilistica, in «Officina», nn. 9-10, 1957, ora in
Passione e ideologia, cit.) colla sua proposta sperimentalistica nel segno di un recupero che non può essere meramente letterario, si comprende come il nesso Leopardi-Pasolini sia istituibile soltanto sul piano caratterizzante l’atteggiamento del poeta nei confronti del mondo e della realtà (naturalmente come rifiuto e negazione, al lontanamento, estraniazione, alienazione): Leopardi appare, così, più come modello ideologico da interpretare e da seguire, che l’esemplare perfetto di un’ideale metafisica dell’animo, o peggio ancora, di una poetica neoformalistica fortemente riduttiva, intesa, cioè, come progetto restaurativo di certi valori codificati, espressivi e non, andati perduti dopo l’esaurirsi e il venir meno della esperienza ermetica, con l’insorgere, drammatico, di problematiche (da qui nasce il neorealismo) più concrete e meno teologizzanti, quali potevano sembrare in fin dei conti, quelle nate in area ermetica.
In realtà, facendosi strada, verso la metà degli Anni Cinquanta, una concezione della poesia intesa come progetto, come continua verifica dei propri mezzi e modi espressivi e comunicativi, come eterna reinvenzione stilistica e programmatica (basti ricordare l’azione culturale di riviste come
Il Politecnico vittoriniano e
Officina con Leonetti, Pasolini e Roversi) nel senso di un ininterrotto rinnovamento linguistico ed espressivo, Leopardi appariva ai giovani poeti come il modello eroico-contestativo, progressivo, e non più stoico-passivo nel senso voluto dagli ermetici, da porgere alle nuove generazioni della poesia italiana. E il recupero avveniva per Pasolini tramite l’esperienza umana, culturale, ideologica e passionale del Gramsci «carcerato», per Leonetti attraverso la mediazione critica e intellettuale di De Sanctis. Rifarsi a Gramsci ed a De Sanctis significava superare e, in sostanza, rifiutare i tardi epigoni dell’ermetismo col suo Leopardi intimista, «puro» e in fondo disimpegnato, col suo leopardismo barocco, più letterario e pieno di equivoci (fatta eccezione per Ungaretti, Luzi, Gatto) che sinceramente vissuto e quindi valido anche sui piano storico-esistenziale.
Da quanto detto si capisce perché il movimento della
Neoavanguardia (
I Novissimi e il
Gruppo 63, soprattutto con Giuliani, Porta e Sanguineti) rifiuta
ab initio l’uso, tradizionale, del linguaggio poetico, col suo alto grado di «contemplatività», col suo iniziato andamento «argomentante», intriso di concettualismo e intellettualismo, iniziato secondo
Giuliani da Leopardi. Rifiuto, quindi, della tradizione e ancor di più di una concezione della poesia legata ai modelli vuoti del passato letterario italiano: la poesia, per la Neoavanguardia, è espressione alienata e alienante, schizofrenica e schizomorfa, della condizione dell’uomo nella società contemporanea. Di qui la negazione integrale, e totale, per la sua inattualità, del linguaggio istituzionalizzato (grammatica, sintassi, morfologia, metrica, lessico): ma in questo contesto distruttivo e nullificante, la figura e l’esempio di Leopardi dice
Porta, non appare più, così lontano come in un primo tempo sembrava: diventa possibile e verificabile sul piano ideologico che espressivo. Il poeta recanatese finisce per rappresentare una sorta di «personaggio-uomo» in contrasto globale con la sfera, esterna a lui, della realtà fenomenica, disumanizzante; con la società circostante «sorda distratta e cinica».
In tal senso Leopardi poteva apparire a
Sanguineti «il primo poeta della nostra letteratura... che affronta questo problema moderno dello stile, che patisce per primo questa impossibilità del soffrire» (cfr.
Tra liberty e crepuscolarismo, Milano, Mursia, 1961, p. 86): è l’esempio dello stile meditativo ed eloquente dello
Zibaldone che riflette, aggiungiamo noi, nell’opera poetica, le contraddizioni laceranti della sua epoca e del suo tempo storico, per molti versi ancora «troppo» simile nostro.
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