sabato 30 giugno 2007, posted by vito.cirillo at 16.13


Le agenzie turistiche israeliane, di recente, hanno rivolto degli inviti ad associazioni di gay a non trascurare come turisti le località israeliane. Questo fatto ha suscitato la dura opposizione delle frange più estremistiche dell'ortodossia giudaica.
Secondo loro, si tratterebbe di una violazione dei precetti biblici della Torah [legge ebraica] che vieta l'omosessualità.

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venerdì 29 giugno 2007, posted by vito.cirillo at 17.45

Il Profeta disse:

La parola della saggezza è come l'animale smarrito. Il credente ha il diritto di prenderla ovunque la trovi.

Liberate i prigionieri, accettate gli inviti.

Chiunque liberi per la sua quota uno schiavo posseduto in comune, dovrebbe, se ha del denaro, affrancarlo completamente. In caso contrario, gli trovi un'occupazione remunerativa e non lo opprima di fatica.

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giovedì 28 giugno 2007, posted by vito.cirillo at 10.54
Non è infondato del tutto sostenere che il grande scrittore russo Fëdor Mikhailovič Dostoevskij abbia precorso, in qualche modo, la psicoanalisi. Autore di romanzi indimenticabili - I fratelli Karamazov, L'idiota, Delitto e castigo, Umiliati e offesi, Il sosia - Dostoevskij fu un profondo e acuto analizzatore dei recessi più misteriosi e oscuri della psiche umana.
Col suo libro Memorie del sottosuolo ha scoperto, per così dire, l'inconscio ossia il sottosuolo da cui provengono istinti primordiali e passioni spesso incontrollabili.

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mercoledì 27 giugno 2007, posted by roberto.bonuglia at 17.58
Tra poco meno di un'ora, l'attuale sindaco di Roma Walter Veltroni annuncerà di accettare la leadership del neonato Partito Democratico. Dell'ormai segretario della nuova formazione politica, il Khayyam's Blog ricorda un articolo scritto quasi un anno fa per La Stampa nel quale Veltroni interveniva nel dibattito sulla condanna a morte di Saddam Hussein.

I confini della giustizia. Saddam non va ucciso
di Walter Veltroni

Lo dico nel modo più semplice: spero che Saddam Hussein non venga giustiziato. L’ex dittatore iracheno si è macchiato di colpe orrende, crimini gravissimi contro l’umanità. E’ necessario che sia punito. E però ritengo che una condanna a morte sarebbe ingiusta e sbagliata.

Ingiusta e sbagliata. I due termini si tengono, si caricano ciascuno del significato dell’altro. Mi pare infatti che la questione non sia soltanto quella della «moralità» della pena di morte, della sua giustificabilità alla luce di una qualsiasi ragion di stato o di un qualsiasi, preteso, interesse superiore di una società nazionale o della comunità internazionale. Su questo piano di nuovo c’è davvero poco da dire: pur tra mille contraddizioni e con vistose, e dolorosissime, eccezioni (tra cui la democrazia più grande e il Paese più popolato del mondo) il concetto della assoluta non liceità dell’«assassinio di Stato» si è fatto strada, e non solo dalle nostre, privilegiate, regioni del pianeta. Poiché a Roma abbiamo la tradizione di segnalare con una illuminazione speciale del Colosseo ogni passo in avanti sulla via dell’abolizione della giustizia (giustizia?) capitale, siamo in grado forse di accorgerci meglio di altri di quanto la pena di morte sia effettivamente in regressione in tutti i continenti. In tempi crudeli come questi, in cui terrorismo e guerra, fame e malattie rendono routine la contabilità della morte di migliaia di persone ogni giorno, è un segno, un contorto.

C’è più da dire, invece, sull’altro elemento dell’endiadi ingiusto-sbagliato. Non ho nulla da aggiungere agli argomenti, indiscutibili, con cui i promotori dell’appello «Nessuno tocchi Saddam» dimostrano come la pena di morte sia, al di là di tutte le altre considerazioni, «inutile», nel senso che non ha alcuna funzione di deterrenza. Per quanto riguarda la sicurezza interna degli Stati è un fatto dimostrato da tutte le statistiche sulla criminalità e non si vede perché dovrebbe essere diversa la situazione in un caso, come quello di Saddam Hussein, che ha pure forti riflessi di giustizia internazionale e un inevitabile impatto sull’opinione pubblica dei Paesi islamici, anche la meno ben disposta verso Saddam e il baathismo. E’ più che probabile, anzi, che l’uccisione del dittatore ne farebbe un martire e rafforzerebbe l’idea che il suo processo non sia stato tanto un atto di giustizia per le migliaia di morti provocati da lui e dal suo regime, per le sofferenze imposte al suo stesso popolo, ma una vendetta perpetrata dai «vincitori» sui «vinti». Questo determinerebbe un paradosso del quale forse non si coglie la pericolosità.

Io, come moltissimi (compresa ormai la maggioranza dell’opinione pubblica americana), ritengo che la guerra in Iraq sia stata un grave errore dell’Amministrazione Bush. Però debbo assumere che, almeno negli scopi dichiarati se non nelle intenzioni vere, quella guerra è stata fatta nel nome di qualcosa: non solo la necessità di contrastare la pericolosità della politica aggressiva di Saddam e le sue (presunte) connivenze con il terrorismo, ma anche la volontà di liberare il popolo iracheno, la maggioranza sciita, i curdi, gli stessi Sunniti estranei alla «nomenklatura» e ai ceti privilegiati, da una sanguinosa e umiliante dittatura. C’è molto da discutere sulla praticabilità, morale e politica, della «esportazione della democrazia» e però credo che esista e sia moralmente e politicamente fondato un principio di «ingerenza umanitaria» che comincia a trovare solidi ancoraggi anche nel diritto internazionale e che è sancito dall’esistenza di un Tribunale Penale Internazionale. Che colpo riceverebbe quel principio se, con l’uccisione «legale» di Saddam, si sancisse che proprio chi agisce per affermare i diritti della libertà e della vita è pronto a rinunciarci, e oltretutto in nome d’una pretesa giustizia dei popoli? Qualcuno obietterà che il paradosso non riguarda solo gli iracheni e il destino di Saddam, visto che il peso micidiale della contraddizione sulla pena di morte se lo porta dietro proprio il Paese che ha promosso la guerra per «liberare» l’Iraq. E’ vero, e noi europei (e noi italiani figli, come ci piace dire, di Beccaria) dovremmo forse sentirla un po’ più nostra, quella contraddizione, ma è un discorso che ci potrebbe portare lontano.

Torniamo a noi, invece, scendendo dal cielo dei grandi principi alla terra delle ragioni e dei sentimenti più semplici. Quando ho ricevuto la richiesta di aderire all’appello mi sono tornate in mente due cose. Una è una frase di Leonardo Sciascia: «Se tutto questo, il mondo, la vita, noi stessi, altro non è, come è stato detto, che il sogno di qualcuno, questo dettaglio infinitesimo del suo sogno, questo caso di cui stiamo discutendo, l’agonia del condannato, la mia, la sua, può anche servire ad avvertirlo che sta sognando male, che si volti su un altro fianco, che cerchi di aver sogni migliori. E che almeno faccia sogni senza la pena di morte». L’altra è il ricordo delle pagine della Peste in cui Albert Camus parla dell’ingiustizia della morte. Non l’ingiustizia, ovvia, della morte degli innocenti, ma l’ingiustizia che di fronte alla morte rende la vita cattiva e colpevole, perché la vita non può mai fare i conti con l’irreparabilità della morte e nessuna morte può essere «giusta». Camus fu, con Sartre e molti altri intellettuali del suo tempo, un accanito e saggio avversario della pena capitale. Sostenne, con argomenti laici, la grande verità di principio delle chiese cristiane, contrarie alla pena di morte non solo perché la loro dottrina contempla il perdono, ma perché considerano la privazione di un dono di Dio come la vita, quale che sia la ragione che la determina, una empietà irreparabile. Esistono pochi problemi di coscienza in cui le ragioni della fede e quelle del pensiero laico coincidano con tanta coerenza: «Se credessi in Dio – diceva Elias Canetti – mai potrei perdonargli la morte degli uomini».

Ecco allora che anche il caso di Saddam Hussein, l’assassino della sua stessa gente, il dittatore senza pietà che non esitò a far usare le armi chimiche contro i villaggi di curdi, che scatenò una guerra che sarebbe costata un milione di morti, ci costringe a guardarci dentro, perché è un problema anche nostro, di ognuno di noi, cercare dov’è il confine della giustizia umana. Ci dice, mi pare, o dovrebbe dirci, che esistono limiti e tabù e che esiste anche un obbligo alla moderazione. Non uccidere Saddam Hussein, oltre che la risposta a un principio, che noi crediamo universale ma altri non considerano tale, sarebbe un atto di buon senso «politico» sul quale tutti, a ben vedere, potrebbero convergere. Una scelta di guardare avanti piuttosto che al passato. Il mondo, e specialmente quella parte di mondo, ha un disperato bisogno che si abbassino i toni, che si esercitino pazienza, saggezza e disponibilità ai dialogo invece di esibire muscoli e incrollabili certezze dei propri diritti. Va garantita anche con la forza, la sicurezza contro il terrorismo, ma se la forza si fa ragione di se stessa il terrorismo non verrà mai sconfitto perché non si starà cercando giustizia, ma vendetta.

Uno scrittore israeliano fece, qualche tempo fa, una proposta tristissima nella sua paradossale sensatezza. Da una parte e dall’altra – disse – smettiamo di celebrare i funerali: scordiamo i morti, almeno pubblicamente, perché la morte chiama la morte e la spirale, così, non si potrà chiudere mai. Saddam Hussein sia punito per i suoi crimini, ma non gli si dia la soddisfazione di creare, con la sua morte, altri morti.

Articolo pubblicato da La Stampa, venerdì 28 luglio 2006.

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martedì 26 giugno 2007, posted by vito.cirillo at 10.44

A Tripoli del Libano, l'esercito regolare libanese ha, di recente, fronteggiato un gruppo di miliziani denominato Fatah al Islam la cui composizione comprenderebbe oltranzisti islamici libanesi e profughi palestinesi. Si ritiene che dietro questi miliziani ci possa essere la Siria che scatenerebbe questi disordini per impedire che venga costituito il tribunale internazionale che dovrebbe accertare le responsabilità dell'assassinio dell'ex-premier libanese, Rafik Hariri, avvenuto nel febbraio del 2005.

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lunedì 25 giugno 2007, posted by vito.cirillo at 18.38

Questo è il Nilo
che mi ha visto
nascere e crescere
e ardere d'inconsapevolezza
nell'estesa pianura.

Dalla poesia I fiumi di Giuseppe Ungaretti,
poeta italiano, 1888-1970

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, posted by vito.cirillo at 11.12

Quello che per gli americani è George Washington o per gli italiani è Giuseppe Garibaldi, per gli afghani è Ahmad Massud. Fu ucciso in un attentato il 9 settembre 2001.
Da allora è diventato una figura leggendaria. Dimostrò tutto il suo valore guidando i mujaheddin durante l'invasione sovietica dell'Afghanistan (1979-89). Fu definito "Il leone del Panshir" per il suo straordinario coraggio. Era anche un eccellente stratega nell'arte della guerriglia.

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, posted by vito.cirillo at 10.28

Anche nel cinema giapponese il cosiddetto "68", l'anno della contestazione, ebbe modo di coinvolgere i giovani. Il cinema non ne fu esente.
Ne è riprova il film L'impiccagione di Nagisa Oshima, girato, per l'appunto, nel 1968. La pellicola riguarda un coreano, reo di avere stuprato e ucciso. Gli viene messo il cappio al collo; la botola si apre, ma l'uomo non muore e, per giunta, non ricorda più nulla. Poiché non può essere ripetuta l'impiccagione, le autorità decidono di farlo sottoporlo a trattamento psicoterapeutico per farlo ritornare ad essere consapevole del delitto commesso: Così potrà essere di nuovo impiccato. Viene trovata una coreana come lui che viene brutalizzata dalle autorità. Nel vedere ciò, il reo riacquista la memoria di tutta la sua vita. Ora che riassapora la vita, può morire.
Ma il cappio, non stringe nulla. E' uno scherzo filmico senza spiegazione che Oshima propina allo spettatore. Ma una lezione la dà: i rappresentanti del potere spesso sono più assetati di sangue, più sadici, più meritevoli di sedute psicanalitiche dei colpevoli di reati.
A modo suo, Oshima propose la sua contestazione sessantottesca.
Film molto originale, immerso in un'atmosfera da vero e proprio incubo.

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domenica 24 giugno 2007, posted by vito.cirillo at 20.56

Signore, tu mi sei vicino senza tregua,
ogni giorno mi vinci e ogni sera;
la notte ti diparti e poi ritorni.
Sento il tuo infallibile piede
che senza pesare mi schiaccia.

Poesia di Raffaele Carrieri, poeta di Taranto, che partecipò con Gabriele D'Annunzio all'impresa di Fiume.

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, posted by vito.cirillo at 18.56

Non voglio vivere solo per mangiare, per bere, per dormire...
Non voglio vivere solo per la carriera, per la bella automobile, per le vacanze esotiche...
Non voglio vivere per l'apparire, soffocando l'essere...
Vorrei veramente gustare la bellezza del mattino, del giorno, della sera...
Vorrei veramente vivere di sentimenti e non di passioni, di profondi affetti e non di infatuazioni...
Guardo a quelle rondini che vanno e vengono, nella bella stagione...
Guardo a quelle farfalle così variopinte così armoniose così delicate...
Vorrei una vita in cui si possa volare al di sopra delle bassezze, della volgarità, degli egoismi...
Vorrei una vita che colori il grigiore, una vita piena di armonia... E' possibile tutto questo?
Sì. Se risvegliamo la luce dentro di noi, se viviamo ogni minuto con gioia e con amore...
Il tempo lo dobbiamo far vivere al meglio, non ammazzarlo...
E allora: addio mal d'esistenzialismo, addio angoscia, addio frustrazioni, addio nausea, addio noia, addio tenebre...addio vecchio uomo, sì, addio!

Brano tratto dal lavoro teatrale di V. Cirillo, Esistenzialismo Addio.
Nell'immagine del post, Caspar David Friedrich, Il mare di ghiaccio.

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, posted by vito.cirillo at 18.31

Quando lo zero s'imbatte in un uno, forma il dieci. Così, l'uno ha ogni tanto occasione di aumentare. Ma che varrà mai lo zero che s'incontra con un altro zero?

Pensiero di Karl Kraus, scrittore nato in Boemia nel 1874 e morto a Vienna nel 1936.

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sabato 23 giugno 2007, posted by vito.cirillo at 11.51
A ragione, Munya Mardor, lo scrittore ebreo autore del bel libro La terra promessa [Milano, Mondadori, 1966], parlò di complesso della "palizzata" riferendosi agli ebrei che operavano in Palestina prima della nascita dello Stato di Israele, il 14 maggio 1948.
Anche oggi, riguardo ad Israele, si può parlare di complesso della "palizzata", ossia dell'accerchiamento. Oggi più che mai, infatti, Israele si sente assediato dal fondamentalismo di matrice islamica: l'Iran, gli Hezbollah, Hamas.
Tutti e tre si propongono di eliminare lo Stato ebraico, manifestando un acceso antisionismo.
Lo storico israeliano Benny Morris è arrivato a paventare un nuovo olocausto ebraico, quello dovuto al nucleare (i timori sono solo nei confronti dell'Iran).

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giovedì 21 giugno 2007, posted by vito.cirillo at 10.02
Latif Pedram è il cantore delle tristi e tragiche vicissitudini dell'Afghanistan. La sofferenza per gli eventi che da decenni affliggono la sua terra trova espressione nei suoi versi.
Grande stupore e dolore provò nel marzo 2001 quando i talebani distrussero le statue di Buddha a Bamiyan, infliggendo un danno irreparabile a due capolavori dell'arte gandhara, vale a dire, un misto di arte orientale e di arte greca.
Pedram scrisse che i talebani ignorano le bellezze dell'arte e si mettono fuori dal relativo paradiso che contraddistinguono i capolavori della creazione umana.

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, posted by vito.cirillo at 09.57
Nell'attuale dibattito politico italiano c'è un grande assente: la questione morale.
Si parla di crisi della politica, di disaffezione verso la politica, ma superficialmente e occasionalmente del crollo dei valori e di ideali che affligge la società italiana. Negli Anni Ottanta, Enrico Berlinguer pose la questione morale come fondamentale per una rinascita politica, sociale e civile della società italiana. Ma l'invito è stato raccolto solo verbalmente; ed è stato disatteso nei fatti.
Passatgo il terremoto di Tangentopoli, la corruzione e l'amoralità hanno dilagato a tutti i livelli. Il particulare di Francesco Guicciardini sembra essere lo scopo da perseguire. Il generale, per così dire, viene solo enunciato, tra meschine e rissose beghe di cortile. Non occorrono rattoppamenti, occorre una rinascita umanistica a tutti i livelli.

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mercoledì 20 giugno 2007, posted by vito.cirillo at 12.44
Maurizio Molinari, corrispondente degli USA del quotidiano torinese La Stampa, il 1° giugno ha fatto uno scoop: ha intervistato ilpresidente statunitense, George W. Bush, il cui pensiero è riassumibile in alcuni punti. Egli teme che un missile iraniano possa colpire l'Europa.
Desidera un patto che, per la salvaguardia dell'ambiente del dopo Kyoto, coinvolga anche Cina, India e Russia. La vocazione degli Stati Uniti è quella di esportare la democrazia. Il terrorismo ha un pericoloso fondamento ideologico e va estirpato: a Kabul ed a Baghdad si è operato in modo giusto e bisogna continuare in tal modo.

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martedì 19 giugno 2007, posted by roberto.bonuglia at 09.35
Enuma elish [che significa «quando in alto...»]. Così inizia la grande epopea nazionale babilonese e assira, oggi nota come Poema della creazione o, più esattamente, Poema dell’esaltazione di Marduk.
Si tratta di un testo ripreso da scritti sumeri che risalgono al 3000 a.C. Secondo tali scritti, all’inizio, l’universo era una distesa informe di acque, in cui prese forma la prima coppia, Apsu e Tiamat: il primo rappresentava le acque dolci su cui galleggia la terra, la seconda il mare ed era considerata, al contempo, femmina ed essere bisessuale, come molte altre divinità delle origini. Comparvero poi una seconda e una terza coppia, Anshar e Kishar, i quali generarono il dio del cielo, e questi, a sua volta, prima Nudimmud e poi Ea.

Secondo la leggenda, però, la loro presenza disturbò Apsu amante del silenzio – ossia l’indifferenziazione primordiale – e che, in seguito alla lite, viene ucciso da Ea il quale ne assume le spoglie, divenendo il dio delle Acque, e con la sua sposa genera Marduk. Sarà poi il dio del cielo, Anu, a scendere in campo contro Tiamat, divinità «immobile», che, a sua volta, gli scatena contro mostri orribili che Marduk uccide insieme a Tiamat, con il cadavere della quale forma la volta celeste e la terra e, solo allora, crea l’uomo per avere un servitore degli dei.
L’assassinio di Apsu inizia la serie delle «uccisioni creatrici». La cosmogonia è dunque il risultato del conflitto tra due gruppi di dei, uno «primitivo», fonte delle «creazioni negative», e un successivo, relativamente benefico. Con le spoglie di Tiamat, Marduk ha fabbricato terra e cielo; la prima ha sostanza «demoniaca», il secondo diviene dimora degli dei, e dunque è redento. La terra sarà poi santificata dalle città e dai culti degli uomini nei templi. La triade degli dei planetari comprendeva Inanna-Ishtar, dea della stella Venere e dell’amore, Nanna-Suen (Luna) e Utu (Sole). Inanna sposa il pastore Dumuzi, che diviene sovrano della città originaria. I re mesopotamici furono poi considerati sempre sacri, non però propriamente degli dei, come invece saranno, in seguito, i faraoni egizi.

La più celebre e più popolare delle opere letterarie babilonesi è però l’Epopea di Gilgamesh, eroe già celebre in epoca arcaica. E’ stata considerata da molti studiosi come «una delle più belle opere del genio semitico», che illustra l’incapacità delle virtù puramente «eroiche» di trascendere la condizione umana. Per due terzi divino e per un terzo umano, Gilgamesh [re di Uruk] è un tiranno che, se è vero che erige magnifici edifici, violenta però le donne ed infligge crudeli lavori agli uomini; gli abitanti supplicano gli dei che inviano un essere selvaggio, Enkidu, di proporzioni gigantesche e capace di affrontare il re.
Ma Gilgamesh manda a sedurlo una cortigiana che porta Enkidu a Uruk, dove il selvaggio che vive va con le belve si «civilizza» e si «ammorbidisce». Gilgamesh lo vince nella lotta, ma poi prova affetto e amicizia per lui. Enkidu muore di malattia (a causa soprattutto degli ozi che lo hanno indebolito), e Gilgamesh scopre allora la realtà della morte, e si mette in viaggio per trovare l’immortalità. Giunge cosi, oltre le Acque della Morte, da Utnapishtim che è riuscito a diventare immortale per merito degli dei i quali, dopo il Diluvio, hanno trasformato Utnapishtim e sua moglie in loro «parenti»; il Noè mesopotamico insegna a Gilgamesh il modo per raggiungere l’immortalità: una prova iniziatica (restare sveglio per sette giorni e sette notti) che il re fallisce come non riesce a superare una seconda, decisiva prova. Se ne deduce - anche se ciò non viene detto esplicitamente - che Gilgamesh morirà. L'Epopea rappresenta, dunque, un’illustrazione drammatica della realtà umana, ma anche il «modello» di altre opere letterarie successive. D’altra parte, anche i discepoli di Cristo falliscono la prova iniziatica sul Monte degli Ulivi.

La Bibbia, infatti, ha subito in larga misura l’influenza mesopotamica: la storia del Diluvio sembra ripresa da quella sumerica-accadica, e di origine mesopotamica, ma più ampiamente semitici, sono altri elementi biblici. La disperazione che informa di sé l’Ecclesiaste trova un precedente nel Dialogo sulla miseria umana: la distanza tra uomo e divinità è insuperabile, anche se l’uomo non è solo perché può invocare gli dei e può cambiare almeno in parte il proprio destino con operazioni magiche, legate ai vari pianeti. Donde lo sviluppo delle mantiche, intese a scoprire le strutture e le leggi dell’universo, a conoscere l’avvenire e a «dominare» il tempo. Va a qiesto punto però ricordato che dal 1500 a.C. circa, la creatività mesopotamica si spense, e i lavori di compilazione ed erudizione monopolizzarono l’attività intellettuale.

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lunedì 18 giugno 2007, posted by vito.cirillo at 12.35
Gli scontri fra i miliziani di Hamas e quelli di Al Fatah, nella striscia di Gaza, sono sempre più estesi e cruenti. I caduti sono ormai decine. L'Egitto sta cercando di mediare tra Haniyeh e Abu Mazen.
La situazione rischia di sfuggire di mano. Hamas sta prevalendo su Al Fatah.
Qualche osservatorio teme che dietro l'atteggiamento di Hamas ci sia il piano di impadronirsi della striscia di Gaza e installarvi un regime islamico. La situazione in Medio Oriente si complica sempre più e Gaza potrebbe staccarsi dalla Cisgiordania. Due Stati palestinesi: sarebbe troppo.

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, posted by roberto.bonuglia at 12.33
All’etica musulmana come si presenta oggi, concorrono vari elementi – in parte di origine coranica, in parte giudaica e cristiana –, frutto dei molti contatti che il mondo dell’Islam ha avuto con cristiani ed ebrei nei paesi via via conquistati nel corso dei secoli.
La famiglia è, di fatto, la sfera in cui la morale musulmana è in più stridente contrasto con quella occidentale odierna. Il Corano, restringendo la poligamia illimitata che in precedenza era stata permessa agli Arabi, limitò a 4 il numero delle mogli che un musulmano libero può avere contemporaneamente, e a 2 nel caso di uno schiavo. Altre prescrizioni del Corano, che concedono certi diritti alla moglie, limitano ulteriormente, per ragioni economiche, la poligamia, e probabilmente è vero che moltissimi musulmani hanno e hanno avuto una sola moglie finché non siano rimasti vedovi. Il divorzio, però, si ottiene facilmente, ed è largamente praticato, perché l’unico freno contro di esso è il fatto che il marito perde il mahr, ossia il prezzo che aveva pagato alla famiglia della donna per averla (oggi corrisponde quasi sempre ad un assegno che il marito firma alla moglie all’atto del matrimonio), insieme con l’usufrutto della dote della donna. Ne consegue che è diffusissima quella che alcuni chiamano «poligamia consecutiva». Inoltre, secondo una consuetudine che ancora persiste soprattutto nei paesi arabi veri e propri, un musulmano è autorizzato a tenere, accanto alle mogli legittime, un certo numero di schiave o concubine a seconda della sua posizione sociale ed economica, e le sue relazioni con queste donne sono altrettanto legittime di quelle con la moglie o le mogli libere.
Se la «concubina» ha un figlio, essa diviene «madre di un figlio», e quindi il padrone o il convivente non può più venderla, regalarla o scacciarla ed alla morte di lui essa diviene libera, mentre il figlio partecipa all’eredità del padre. D’altra parte, la legge islamica fa dell’adulterio, della fornicazione e della prostituzione peccati odiosi che, in certe circostanze, vengono severamente puniti; se il rapporto vietato si instaura tra un uomo e una donna sposati o anche se uno solo dei due lo è, la shari’a imporrebbe la lapidazione dei due peccatori; questo, almeno in teoria.
Le donne ereditano la metà di quel che la legge concede a un uomo dello stesso grado di parentela, e quando occorra una testimonianza di almeno due persone di fronte a un tribunale, queste possono essere due uomini ma devono invece essere un uomo e due donne. Il Corano promette alle credenti lo stesso Paradiso che agli uomini, ma è diffusa la credenza che Maometto avrebbe dichiarato che le donne sono «prive» di anima. Di fatto, le donne non frequentano le moschee ma di solito si recano a pregare sulle tombe dei weli (i santi) e nei cimiteri. Il pellegrinaggio alla Mecca può essere fatto da loro solo se accompagnate e ben vigilate da mariti o parenti, e tale disposizione, spesso, lo rende impossibile per la maggioranza di esse. Non possono di norma neppure praticare l’elemosina, che tuttavia dovrebbe essere obbligatoria, perché ben di rado hanno proprietà di cui possano disporre autonomamente.
Per tutti, uomini e donne, vige il dovere di studiare la religione, e molte donne si sono distinte, in passato e oggi, per dottrina e come autrici di opere narrative e poetiche. Un esempio moderno tra gli sciiti è quello di Kurrat al-Ain – della quale cui diremo qualcosa in più fra qualche giorno – famosa tanto per bellezza che per sapienza ed eloquenza e che insegnò dogmatica a Baghdad nel XIX secolo prima di diventare apostolo della riforma predicata dai babi, una setta eretica, e di subire per questo il martirio. Ci sono, tra le donne, numerose sante. La tomba di Sitta Nafisa è uno dei luoghi più sacri dell’Egitto, e i suoi miracoli sono oggetto di un vasto ciclo di leggende. Il maggior numero di sante si conta tra i sufi una corrente mistica che esercitava ed esercita tuttora una grande attrazione sulle donne. Esistono anche ordini monastici femminili, con regole molto severe. L’obbligo di portare il velo (chador) sussiste in certi paesi, mentre non viene rispettato nelle nazioni che hanno imboccato, sia pure tra gravi difficoltà e remore, la strada della modernizzazione. La costumanza che vuole la donna inferiore all’uomo è comunque saldissima, e a prendere le decisioni importanti non è quasi mai la donna. Una delle principali cause di divorzio è la sua sterilità, dal momento che l’uomo musulmano è considerato davvero tale solo se ha un numero «sufficiente» di figli.

L'immagine del post è tratta dal sito della Revolutionary Association of the Women of Afghanistan (RAWA)

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domenica 17 giugno 2007, posted by roberto.bonuglia at 23.16
Il Cristianesimo ha ereditato la concezione degli angeli dal Giudaismo che, a sua volta, secondo alcuni recenti studi, la avrebbe fatta sua, durante l’esilio babilonese, per influenza di idee soprattutto persiane. E’ tuttavia molto probabile che il concetto di «angelo» sia di derivazione ben più antica e cioè animistica. Si tratterebbe di una credenza legata a quella degli spiriti, dei geni e dei demoni.
L’universo angelico immaginato dai Giudei ha molti punti in comune con quello dello Zoroastrismo in cui le Fravashi costituiscono la milizia del dio supremo Ahura Mazdah, il cielo del quale è concepito come la corte di un re, con il dio circondato dai suoi ministri, inviati e satrapi fedeli annunciatori ed esecutori della volontà sovrana; al suo servizio sono anche gli Amesha Spenta, emanazioni personalizzate del dio.
Negli scritti tardogiudaici compaiono schiere di angeli gerarchicamente ordinati e, tra essi, ci sono Cherubini e Serafini: alcuni si sono ribellati a Dio sotto la guida di Satana. Il Nuovo Testamento ha ripreso le leggende dell’Antico: vi compaiono gli angeli come ministri di Dio e dell’«Agnello di Dio» che adorano cantandone le lodi, proteggono gli individui e le chiese cristiane, intervengono nei momenti principali della missione di Gesù, dall’Annunciazione e dalla nascita alle tentazioni, alla Passione, morte e Risurrezione.
L’angelologia paleocristiana ebbe il proprio «esperto» in Dionigi l’Areopagita, ateniese vissuto nel I secolo d.C., convertito da San Paolo, al quale vengono attribuiti scritti come De celesti hierarchia (che in realtà sembra però compilato da un autore ignoto, il cosiddetto Pseudoareopagita, verso il VI secolo), dove la «gerarchia» è quella degli angeli, secondo un ordine determinato dal grado di assimilazione a Dio ovvero di «deificazione».
Gli ordini, in questa visione, sono tre ognuno dei quali diviso in tre cori: per cui si hanno nove gradi in ordine discendente da Dio all’uomo: Serafini, Cherubini, Troni; Dominazioni, Virtù, Potenze; Principati, Arcangeli, Angeli.

La devozione agli angeli ebbe vasto seguito nel Medioevo, specie per opera di San Bernardo di Chiaravalle; mentre si formava una complessa angelologia teologica, la semplice devozione continuava a svilupparsi soprattutto grazie ai gesuiti, anche come reazione al Protestantesimo, che manteneva la credenza negli angeli ma non ne ammetteva il culto, considerato idolatrico. Secondo la dottrina cattolica, sintetizzata dai due Concili Lateranense (1215) e Vaticano I (1870), gli angeli sono nature personali, create da Dio come esseri spirituali all’inizio del tempo e suoi ministri presso gli uomini; ogni cristiano, almeno dal Battesimo (ma forse anche ogni uomo), ha un angelo custode. Gli angeli hanno conoscenza limitata, ignorano i misteri divini e hanno pieno e libero arbitrio. Dal Giudaismo e dal Cristianesimo questa credenza è stata traferita anche all’Islamismo. Alcuni teologi rinascimentali e post-rinascimentali popolarono il mondo anche di altre creature intermedie tra uomo e cielo; in particolare, Ludovico Maria Sinistrari di Ameno, che tra l’altro fu presidente del Tribunale dell’Inquisizione nella prima metà del Settecento, scrisse un dotto trattato in latino, intitolato Della demonialità e degli animali incubi e succubi, in cui i «demoni» che i secoli precedenti definivano tali (incubi di sesso maschile, succubi di sesso femminile), diventavano creature razionali come l’uomo, al pari di lui muniti di corpo e anima, che nascevano e morivano, erano stati redenti da Gesù ed erano capaci di dannazione o di salvezza. Queste creature però peccavano, congiungendosi con uomini o donne, gli incubi prediligendo le monache.
Si trattò di un tentativo, e non fu l’unico, di ripensamento della stregoneria. La strega, perseguitata durante il Medioevo e fino alle soglie del secolo dei lumi, l’Illuminismo settecentesco razionalizzante e nemico delle «tenebre», lo era stata perché seguace di culti pagani, della religio del pagus, il villaggio, e la si era ritenuta posseduta dal diavolo o sua schiava. La teoria di Sinistrari di Ameno, popolando l’aria di creature diverse, rendeva inefficace la dottrina della possessione demoniaca e giustificava la cessazione dei processi e delle conseguenti condanne.

Ma, se il Diavolo non era più il signore delle streghe, nel Settecento considerate più che altro pazze, restava pur sempre la concezione del diavolo, componente indispensabile dell’edificio teologico cristiano. Secondo le idee giudaiche e quelle dei Vangeli, era, e continua a essere, l’angelo decaduto, ribelle a Dio, punito nell’Inferno e nemico dell’uomo, di cui cerca di impedire la salvezza. Nell’Antico Testamento, i demoni appaiono come animali mitici, quasi satiri (serim, cioè pelosi); una larva notturna è Lilith, la donna ribelle all’uomo divenuta demone. Gesù scaccia i demoni dalle persone e attribuisce tale facoltà anche agli Apostoli. I demoni hanno un capo, Satana, e l’Apocalisse descrive la lotta tra l’arcangelo Michele e il drago, cioè appunto Satana «e i suoi angeli».
Poichè, secondo la teologia cattolica, i demoni conservano la natura di angeli, creati nello stato di grazia, cui hanno rinunciato con un atto di libero arbitrio, un gesto di superbia, essi possono far danno agli uomini fino al Giudizio Universale, ed ai loro inganni, secondo i Padri della Chiesa — cioè gli scrittori ecclesiastici dei primi secoli del Cristianesimo, considerati particolarmente autorevoli — sono dovuti l’origine dell’idolatria e le azioni soprannaturali (guarigioni, predizioni, etc…) compiute dagli dei pagani, a loro volta considerati demoni.
L’esistenza di Satana è assolutamente necessaria all’economia delle concezioni cristiane: altrimenti, non si spiegherebbe la presenza del male nel mondo. L’uomo è sottoposto a continue tentazioni, subisce guerre, catastrofi, malattie che sono, più o meno esplicitamente, attribuite all’azione di Satana e delle sue legioni, e non può quindi meravigliare se la Santa Sede continua a predicare l’esistenza del Diavolo e della sua perfida azione. Sarebbe infatti contraddittoria l’immagine di un Dio che fa del male alle sue creature, dal momento che quel Dio è considerato pura bontà. Ciò non toglie che l’ambiguità della concezione permanga, e che in effetti anche nel Cristianesimo si abbia una duplice divinità un «Bene» ed un «Male» perennemente contrapposti tra loro.

L'immagine del post riproduce
Assalti demoniaci a S.Francesca Romana, [nel quale i demoni sono raffigurati come satiri] fotografato nel Monastero di Tor de Specchi [Roma] da Sara Bilotti.

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sabato 16 giugno 2007, posted by vito.cirillo at 09.50
La civiltà tecnica è la conquista dello spazio da parte dell'uomo. E' un trionfo al quale spesso si perviene sacrificando un elemento essenziale dell'esistenza, cioè il tempo.
Nella civiltà tecnia, noi consumiamo il tempo per guadagnare lo spazio. Accrescere il nostro potere sullo spazio è il nostro principale obiettivo.
Tuttavia, avere di più non significa essere di più; il potere che noi conseguiamo sullo spazio termina bruscamente alla linea di confine del tempo e il tempo è il cuore dell'esistenza!

Da Il sabato, di Abraham Joshua Heschel, filosofo di Etica e Mistica ebraica

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venerdì 15 giugno 2007, posted by vito.cirillo at 13.25

Lieve fu il tuo trapassare,
mia cara madre,
da un dolce sereno sognare.

Vegliai il tuo corpo
che non mi pareva morto,
in un caldo mattino di giugno,
sperando che fosse un incubo notturno.

Non mi apristi più gli occhi,
com'era tuo solito, amorevoli.

Non mi accarezzarono mai le tue mani,
ma i tuoi occhi furono sempre carezzevoli.

Dinanzi al tuo corpo immoto,
misurai tutta la mia impotenza.
Provai un brivido di paura per l'ignoto,
che sopraffece ogni mia conoscenza.

Anche la tua vita
s'aggiunse alla non vita.

Ma forse entrasti nella VITA.

Poesia tratta dal volume di V. Cirillo, Stupore, Roma, Nuova Impronta, 2006, p. 27.

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giovedì 14 giugno 2007, posted by vito.cirillo at 09.06
Era il 15 aprile del 1967 quando scomparve il grande Totò, uno dei comici italiani più noti di tutti i tempi. Sono passati quarant'anni e le celebrazioni di questo anniversario sono state molte. Il Khayyam's Blog lo ricorda così, proponendo alcune tra le sue frasi più celebri ed altre tra le più originali.

In Oriente alcuni uomini hanno cinquanta mogli e per fortuna solo quarantanove suocere. Fra tante mogli un’orfana c’è sempre.

Ho conosciuto una settimana. In realtà, prima era una ottomana, ma poi, nella confusione, ha perso una mano ed è diventata settimana.

Io sono turco, turco dalla testa ai piedi, ho persino gli occhi turchini!

Con ventidue mogli mi dovrò fare un letto a ventitrè piazze.

C’era un attore che aveva cento paia di scarpe: tante gliene avevano tirate.

I ministri passano, gli uomini restano.

Siccome sono democratico, comando io.

Il tempo è moneta: a che vale spogliarsi la sera se bisogna rivestirsi la mattina?

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mercoledì 13 giugno 2007, posted by vito.cirillo at 11.09
Watchman Nee era un cinese il cui vero nome era Nee To-Sheng.
Nel 1920 si convertì al Cristianesimo e si dedicò alla predicazione del Vangelo in Cina. Con l'avvento del comunismo, fu imprigionato a causa della sua fede. Fu autore di numerosi libri. Il più famoso è Non più io ma Cristo che fu pubblicato nel 1957.
Nel libro l'autore si sofferma molto sull'azione dello Spirito Santo nella vita del credente. Solo con l'aiuto, la guida dello Spirito Santo il credente può far vivere Cristo in sè. E' un libro di profonda spiritualità che ai cristiani [e non solo] può insegnare molto.

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martedì 12 giugno 2007, posted by roberto.bonuglia at 19.45
Ritengo che la non violenza non sia una mera virtù personale, da coltivarsi al pari delle altre. Di sicuro i rapporti sociali si basano ampiamente sull'estensione della nonviolenza. Ciò che chiedo è un'estensione della nonviolenza su più ampia scala, nazionale e internazionale.

L'individualismo senza limiti è la legge degli animali della giungla. Noi abbiamo imparato a conciliare la libertà individuale con i limiti sociali. La spontanea sottomissione alle restrizioni sociali per amore del bene dell'intera società, arricchisce tanto l'individuo che la società della quale si è membri.

La nonviolenza è come l'acqua: quando ha un suo sbocco corre in avanti furiosa con forza travolgente. La non violenza non può agire senza controllo. Essa è l'essenza della disciplina. Ma quando la si lascia andare, non c'è quantità di violenza che possa fermarla. Per avere libero gioco, essa richiede purezza immacolata e fede indomabile.

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, posted by vito.cirillo at 19.28
Uno dei più grandi film della storia del cinema è senza dubbio Metropolis del regista tedesco Fritz Lang.
Girato nel 1927, il film è la storia di un intellettuale della Repubblica di Weimar che sogna la riconciliazione fra padroni e lavoratori e, poi, diventerà nazista. La moglie del regista, Thea von Horbou, ossessionata dal male e dal disordine, sociale, preme sul marito perché si adoperi per trovare il finanziamento per un film che freni la dilagante concorrenza americana.
Il finanziamento viene trovato e si inizia la lavorazione di un kolossal al quale partecipano 30.000 comparse. Il figlio di un capitalista sfrutta il lavoro di tanti schiavi. una ragazza, Maria, ha il compito di "consolare" gli schiavi. Il figlio del capitalista si innamora di lei e col suo aiuto riesce a fermare la rivolta degli schiavi che, vedendosi rispettati e ben trattati dal giovane, stipuleranno, un'alleanza col padrone, risolvendo così il conflitto sociale. E' un film d'avanguardia, che anche Roberto Rossellini considererà esemplare sia per l'uso della macchina da presa sia per gli effetti speciali.

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lunedì 11 giugno 2007, posted by vito.cirillo at 18.22

Il grande regista cinematografico, Akira Kurosawa, cominciò nel 1943, dopo studi letterari e musicali.
Raggiunse la celebrità nel 1951, col film Rashomon (uno dei più grandi film della storia del cinema).
In alcuni film si ispirò ad autori occidentali: con L'idiota si ispirò a Dostoevskij; con Il trono di sangue, Macbeth e Re Lear si ispirò a Shakespeare. Negli Anni Novanta, girò RAN, Sogni e Rapsodia d'Agosto. La veste figurativa dei suoi film è splendida. Sapiente l'uso del ritmo: ora lento, ora concitato. Straordinaria la tensione interna.

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domenica 10 giugno 2007, posted by vito.cirillo at 19.10
Non passa giorno in cui non veda come nulla quaggiù è durevole: se ne vanno amici e congiunti, ciò su cui poso il mio sguardo altro non è che vanità. Signore, assegnami anche in quel luogo dove io possa mirare il tuo santo volto.

Philip Pain, meditazione contenuta nel volume Poesie dell'America puritana, Edizioni Studio Tesi, Pordenone, 1986.

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sabato 9 giugno 2007, posted by vito.cirillo at 20.42

La collera dell'uomo eccellente dura un momento, quella del mediocre dura due ore, quella dell'uomo volgare un giorno e una notte, e quella del malvagio non cessa mai.

Da Le Massime di Subhashitarnava (sentenze singalesi, XVII sec.)

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giovedì 7 giugno 2007, posted by vito.cirillo at 12.48
Benedetto Croce concepiva la conoscenza storica come giudizio individuale, come intuizione dei fatti attraverso i documenti. Lo storicismo crociano, fortemente impregnato di umanesimo, al contrario del provvidenzialismo metafisico di Federico Chabod, ha tuttora una sua validità.

La Storia è l’insieme degli eventi che lo studioso prende come oggetto del suo studio; la storiografia è quella materia che ha la storia come oggetto di analisi.


Secondo Croce [Teoria e Storia della Storiografia] esistono anche delle pseudostorie. Ad esempio: le vite dei santi scritte con chiaro intento apologetico; alcune storie ufficiali di paesi con chiaro intento apologetico; alcune storie ufficiali di paesi dell’Est, che risentono di finalità propagandistiche e che perciò peccano di oggettività; alcune voci dell’Enciclopedia sovietica, in cui i personaggi del passato vengono manipolati per fare in modo che le loro idee sembrino conformi alle tesi predominanti del presente. Documenti, poi, che difficilmente contengono totali elementi di oggettività sono, di solito, i discorsi celebrativi e commemorativi, per lo più intrisi di retorica e di frasi fatte. C’è ancora la storia con finalità pedagogiche: anch’essa non contiene una «piena, iconica veracità» come diceva Friedrich Nietzsche. Al riguardo si pensi a Plutarco e a Thomas Carlyle.


Lucien
Febvre, studioso eccellente della Riforma protestante, sosteneva che la Storia è «scienza dell’uomo, scienza del passato umano e non scienza delle cose e dei concetti […] studio scientificamente condotto delle diverse attività e delle diverse creazioni degli uomini di altri tempi, colti nel loro tempo, entro l’ambito delle società estremamente varie e tuttavia comparabili fra loro». Studio degli uomini, della collettività, di uomini cioè che s’associano fra di loro per perseguire fini di miglioramento nei vari campi, fini di progresso come diceva in Lettere dal Carcere Antonio Gramsci.

Non Storia di grandi uomini, di eroi come diceva in Sei lezioni sulla Storia Carlyle, i quali non sono altro che «coloro che cavalcano verso la grandezza forze già esistenti». Ma nemmeno soltanto Storia di masse anonime, di economie, di strutture sociali, di forze produttive, come è d’uso per correnti storiografiche che si rifanno al marxismo sic et simpliciter. Un esempio di tale genere storiografico è costituito dalla Storia d’Italia pubblicata dalla Einaudi. Non eccedere nell’un senso e nell’altro sarebbe forse il criterio più valido per fare della storiografia più piena, obbiettiva e verace. Giorgio Borsa nella sua Introduzione alla storia afferma a questo proposito: «Se è vero che gli individui sono il prodotto della Storia è vero anche che la Storia è fatta da individui». Alessandro Manzoni, nel 1845, scrisse un discorso intitolato Del romanzo storico e in genere de’ componimenti misti di storia e d’invenzione, in cui pone in rilievo la necessità di capire la psicologia degli individui che fanno la Storia, cosa che egli risolse ricorrendo alla sensibilità poetica che si doveva combinare con la riflessione storica vera e propria per dare un quadro più vivo e meno cronachistico dei personaggi e degli avvenimenti storici.

Riguardo alla Storia, inoltre, non si può non accennare alle varie filosofie della Storia, che presuppongono un disegno, una legge che sta al di sopra o al di fuori degli uomini. Tipica la concezione espressa in La Città di Dio di Agostino di Ippone; tipico il pensiero di Giovan Battista Vico, di Hegel, di Croce, di certi marxisti e non di Marx, per il quale contava solo la realtà in cui si è immersi e che bisogna trasformare in meglio mediante l’azione rivoluzionaria.

Di notevole importanza è il genere storiografico della Storia universale o totale, vale a dire una Storia che tenga conto di tutti gli aspetti della vita umana [aspetto economico, politico, sociale, culturale, sociologico, etc.] e che ponga in rilievo le connessioni con civiltà diverse, le differenze con altre aree culturali, i processi comparati di formazione delle civiltà e dei fatti storici. Iniziatore di questo genere storiografico fu Polibio. Oggi la storia globale ha molti cultori fra cui non si può fare a meno di menzionare Fernand Braudel e Marc Bloch.

Il problema vero e proprio che si pone a colui che vuole scrivere di Storia è quello dell’oggettività. Non è possibile eliminare la soggettività di colui che si mette a fare delle analisi di natura storica. La soggettività è presente soprattutto nelle fasi dell’interpretazione e della ricostruzione della Storia. Ma anche nel momento in cui la Storia viene scritta, cioè quando lo storico comunica le sue interpretazioni e le sue ricostruzioni, la soggettività è sempre presente. Al riguardo, Giorgio Borsa dice: «Non ha perciò senso parlare di oggettività storica se con ciò si intende la soppressione, la eliminazione del soggetto, cioè dello storico, nell’atto di fare la Storia. Una storiografia obiettiva nel senso di una storiografia che rifletta passivamente una Storia già fatta, esistente fuori di noi, è impossibile, anche perchè una simile Storia non è mai esistita né mai esisterà».

Ciononostante, lo storico ha il dovere di esercitare al massimo il suo spirito critico, il suo senso di oggettività, le sue capacità di imparzialità. Poiché è impossibile lasciare parlare i fatti da soli, in quanto è lo storico che di essi parla e che li analizza secondo la sua soggettività, lo storico veramente obbiettivo è colui che è consapevole di questa ineludibile situazione e che, con modestia e serietà, si propone soltanto di offrire delle sue riflessioni, delle sue interpretazioni lasciando aperta la porta ad altre interpretazioni e finanche correzioni, ad altri arricchimenti. Questo significa essere disponibili al dibattito storiografico, al confronto con altri, alle discussioni senza preconcetti, affinchè da questo processo interpretativo dialettico l’interpretazione storica scaturisca più ricca, ampia, varia. Giustamente Giorgio Borsa dice che: «La verità storica è una verità aperta, che cresce su se stessa, arricchendosi via via di prospettive, di determinazioni, di significati sempre nuovi, fino a realizzare, attraverso il discorso storiografico collettivo, una visione sempre meno inadeguata della infinita varietà e complessità dell’esperienza umana».

Nell'immagine del post, disegno preparatorio di Marcantonio Franceschini raffigurante Clio, musa della Storia e della poesia epica.



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mercoledì 6 giugno 2007, posted by vito.cirillo at 11.15
Prima dell'11 settembre, nella primavera del 2001, i talebani si resero protagonisti di un episodio esecrabile: distrussero con esplosivi dei capolavori dell'arte gandara (un misto di arte orientale e greca), vale a dire i Buddha di Bamiyan. Queste gigantesche statue erano uniche al mondo.
A tale riguardo, Latif Pedram, il poeta afghano, dichiarò che, nell'arido paradiso dei talebani, non era contemplata l'esistenza dell'arte.

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martedì 5 giugno 2007, posted by vito.cirillo at 10.40
Ci sono dei personaggi che non ricevono gli apprezzamenti e la notorietà che meriterebbero.

Fra questi, senza alcun dubbio, è Annamaria Santucci, che morì nel 1995, all'età di 55 anni. Nata ad Avezzano, in Abruzzo, la Santucci si laureò in Giurisprudenza alla "Sapienza" di Roma. Insegnò, poi, in scuole medie superiori. Svolse, inoltre, funzioni amministrative presso il Provveditorato di Roma.
Ma la vera passione di Annamaria era quella di scrivere favole per bambini. Scrisse molti libri facenti parte della collana Il fantastico mondo di Annamaria.
Sono libri denotanti grande fantasia e profonda sensibilità, oltre all'indubbia capacità narrativa. Questi libri erano apprezzati non solo dai bambini ma anche dagli adulti. Fra i più belli: L'albero rosa della vita, una serie di fiabe di lunghezza diversa ma sempre inebriate dal profumo della poesia.

L'immagine del post è un opera di Bruno Caputo dal titolo Albero in rosa

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lunedì 4 giugno 2007, posted by vito.cirillo at 09.53
In Italia, di recente si è parlato molto di Afghanistan in occasione della liberazione del giornalista della Repubblica Daniele Mastrogiacomo e delle polemiche relative a tale liberazione per le quali lo staff di Emergency di Gino Strada ha abbandonato il territorio afghano e si è trasferito nel Dubai. La situazione politica interna dello Stato afghano, però, è piena di ombre e di seri motivi di preoccupazione.
La fragile democrazia afghana è sommersa da una galassia di partiti (ben 83) e di innumerevoli fazioni e gruppi tribali tra loro divisi. Il presidente Karzai si produce in estenuanti sforzi di mediazione.
Tra l’altro, sta cercando di avviare un dialogo con i gruppi talebani, di origine afghana, più moderati e pragmatici. Però, la confusione e i personalismi regnano sovrani. Di recente, l’ex-signore della guerra Ismail Khan (ora padrone della zona di Herat), si è proclamato emiro dell’Afghanistan. Si ripresenta, così, un male antico dell'Afghanistan: il frazionismo etnico e tribale che ne ha minato l’identità e l’unità nazionali.

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domenica 3 giugno 2007, posted by vito.cirillo at 09.27
Nel variegato mondo dell'evangelismo mondiale, un posto di grande rilievo è sicuramente occupato dai cosiddetti pentecostali (da Pentecoste, vale a dire il giorno in cui i discepoli di Cristo, 120, ricevettero l'unzione dello Spirito Santo, secondo quanto è scritto nel secondo capitolo degli Atti degli Apostoli).
Dopo secoli di oscuramento, il pentecostalismo riapparve alla luce negli Stati Uniti, nel 1886. All'inizio del 1900, fu fondata la prima Assemblea di Dio dal pastore Charles Parham. Da allora il movimento pentecostale si è diffuso in tutto il mondo ed è presente anche in Italia: le ADI (Assemblee di Dio in Italia) e altri gruppi pentecostali possono contare su oltre 300.000 fedeli.
Secondo i pentecostali, oltre al battesimo in acqua (quello di Giovanni Battista) è fondamentale il battesimo nello Spirito Santo, la cui guida è preziosa per la crescita spirituale del credente al quale viene richiesto di vivere per fede, accettando nella sua interezza il sacrificio espiatorio di Cristo, immolatosi per redimere dal peccato e salvare l'anima, ma anche per guarire i corpi (alcuni pentecostali accomunano la predicazione della salvezza delle anime a quella della guarigione dei corpi da ogni genere di malattia e di infermità). Uno degli elementi caratteristici dei pentecostali è quello della glossolalia, cioè il dono di parlare in altre lingue conferito dallo Spirito Santo.

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sabato 2 giugno 2007, posted by vito.cirillo at 10.46
Alcuni sostengono che il Cantico dei cantici sia il libro più sublime e mirabile del Vecchio Testamento (non è proprio così: i Salmi, l'Ecclesiaste, Giobbe sono libri non meno sublimi).
Il giudizio su questo libro è dovuto ad una lettura letterale e superficiale che lo fa considerare un capolavoro di letteratura erotica. Attribuito al terzo re d'Israele, Salomone (il primo fu Saul, il secondo Davide), questo libro è imperniato sul concetto d'amore fra un uomo e una donna (materia che viene trattata con grande delicatezza e semplicità, oltre che poeticità) il libro dai cristiani viene considerato anche come una eccelsa metafora dello sposalizio dello sposo Cristo con la sua sposa, la Chiesa ossia la comunità dei veri credenti, quelli che vengono chiamati "gli eletti". Al riguardo, Cristo disse: "Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti. Anche l'apostolo Giovanni, nell'ultimo libro della Bibbia, l'Apocalisse, fa uso di tale metafora".

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venerdì 1 giugno 2007, posted by vito.cirillo at 19.02
Un giorno, il Profeta stava seduto con alcune persone, quando apparve l’arcangelo Gabriele che gli domandò: «Che cos’è la fede?».
Il Profeta rispose: «La fede è credere in Dio, negli angeli, nell’incontro con Dio, nei messaggeri di Dio e nella resurrezione».
Gabriele domandò: «Che cos’è la sottomissione?».
Il Profeta rispose: «La sottomissione è servire Dio, non attribuirgli nessun compagno, pregare regolarmente, pagare la tassa per l’assistenza e digiunare durante il Ramadam».
Gabriele domandò: «Che cos’è la bontà?».
Il Profeta rispose:«E’ adorare Dio come se lo vedessimo realmente, perché se noi non lo vediamo, Lui certamente vede noi».

Brano tratto dagli Hadith [Detti e fatti] del profeta Maometto

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