mercoledì 28 febbraio 2007, posted by roberto.bonuglia at 11.43

Non solo nel mondo degli affari ma anche in quello delle idee, il nostro tempo sta attuando un'autentica liquidazione.
Tutto si ottiene a un prezzo talmente vile che viene da chiedersi se alla fine ci sarà ancora qualcuno disposto ad offrire. Ogni mercante della speculazone, ogni libero docente, assistente, studente, non si accontenta di dubitare di tutto, ma va oltre.

Soren Kierkegaard, Timore e tremore: aut aut (diapsalmata), Milano, Rizzoli, 2001.

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, posted by vito.cirillo at 11.38

La natura ci produsse fratelli, generandoci dagli stessi elementi e destinati agli stessi fini. Essa pose in noi un sentimento di reciproco amore con cui ci ha fatto socievoli.

Da Lettere a Lucilio di Seneca [filosofo latino, 4 a.C.-65 d.C.].

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martedì 27 febbraio 2007, posted by vito.cirillo at 09.21
Sia nello statuto del 1988 sia nel programma elettorale [19 punti] del gennaio 2006, il movimento palestinese Hamas - che significa "ardore" - ha riservato una certa attenzione alle donne.
Riconoscendo l'importanza di esse soprattutto nella famiglia, Hamas le riserva un ruolo importante sia come educatrice, che deve instillare i principi dell'Islam, sia come formatrice di una coscienza patriottica che prepari i figli alla Jihad, vale a dire alla lotta di liberazione della Palestina.

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lunedì 26 febbraio 2007, posted by vito.cirillo at 10.50
Il guru Nanak, che nacque nel 1469 e morì nel 1538, fondò, nella regione indiana del Punjab, una nuova religione, il sikhismo.
Mirando a un incontro tra islamismo e induismo, Nanak si basò su una fede monoteistica che condannava ogni forma di idolatria. Sikh significa seguace e, quindi, il sikhismo è la religione dei seguaci di Nanak. Il testo sacro dei sikh è l'Adi Granth, che iniziato dal quinto guro - secondo i sikh dopo Nanak si sono succeduti 10 guru come guide supreme - , Aryan, nel 1604, e fu terminato dal decimo guro, all'inizio del 1700, Govind Singh.
Il centro del culto sikh è costituito dal Tempio d'Oro di Amritsar.
Il sikhismo rifiuta il sistema castale induistico.

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domenica 25 febbraio 2007, posted by roberto.bonuglia at 19.56

Questo mondo è tenuto insieme da vincoli d'amore.
La Storia non registra i quotidiani episodi d'amore e di dedizione.
Registra solo quelli di conflitto e di guerra. In Realtà, comunque, gli atti d'amore e di generosità, a questo mondo, sono molto più frequenti dei conflitti e delle dispute.

Mohandas Karamchand Gandhi, Aforismi e pensieri, a cura di Massimo Baldini; trad. di Lucio Angelini, Roma, TEN, 1995.

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, posted by vito.cirillo at 14.16

Il 7 febbraio 1999, morì re Hussein di Giordania. Salì al trono il figlio Abdallah.
Egli non si discostò dalla politica del padre, proseguendo sulla strada della modernizzazione della Giordania. Ha continuato e continua tuttora a praticare una politica di apertura verso l'Occidente e di mediazione riguardo alla questione palestinese.
Re Abdallah, sulle orme del padre, continua a preservare il carattere laicistico della Giordania.

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, posted by vito.cirillo at 14.09

In alcune zone dell'Afghanistan [Helmland, Ghazni e la provincia di Khandahar] i talebani, sostenuti da Al Qaeda, sono prepotentemente ritornati alla ribalta, mettendo a dura prova le forze dell'Alleanza Atlantica impegnate a contrastarli. Nelle suddette zone, i talebani hanno creato una sorta di "Stato nello Stato" afghano, imponendo le regole della sharia in maniera assoluta ed esclusiva.

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sabato 24 febbraio 2007, posted by vito.cirillo at 11.03
Nei giorni 8 e febbraio – prima a Milano, che nel 2005 le conferì la cittadinanza onoraria, e poi a Roma – è venuta, in Italia, Rania moglie del re di Giordania, Abdallah.
Rania di Giordania è una palestinese musulmana dalle idee molto chiare: non bisogna imporre il velo alle donne musulmane perché tale imposizione è contraria ai principi dell’Islam.
Rania ritiene che l’Occidente e l’Islam debbano dialogare mettendo da parte incomprensioni e pregiudizi. E’ regina dal 1999, allorché sposò Abdallah, successore, sul trono giordano, di re Hussein.

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, posted by vito.cirillo at 00.56

La perseveranza è più efficace della violenza,
e molte cose che, unite insieme, sono invincibili,
cedono a chi le affronta poco alla volta.

Da Vite Parallele dello storico greco Plutarco [45-125 d.C.]

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venerdì 23 febbraio 2007, posted by roberto.bonuglia at 00.30
La politica statunitense in Medio Oriente è, di fatto, iniziata con la fine del secondo conflitto mondiale e con l’inizio della Guerra Fredda. Grecia, Turchia e Iran divennero allora lo schieramento settentrionale nella zona dei paesi direttamente confinanti col blocco sovietico. Gli Usa, sostanzialmente, sostituirono il ruolo che, nella prima metà del Novecento, aveva avuto la Gran Bretagna in Medio Oriente. Turchia e Iran, soprattutto, accettarono di buon grado questo passaggio di consegne: «Gli Stati Uniti erano uno stato ex coloniale, il primo a essersi conquistato la libertà grazie ad una rivoluzione vittoriosa» diretta, tra l’altro, proprio contro l’imperialismo britannico. Nel 1952 i primi due paesi vennero inseriti nella NATO; nel 1955 venne stipulato il Patto di Baghdad: un’alleanza tra Turchia, Iraq, Iran e Gran Bretagna che riuscì nell’intento di evitare un’aggressione sovietica diretta nella zona; nello stesso anno, le ultime truppe britanniche abbandonarono la grande base del Canale di Suez. Ma fu allora che la situazione mutò improvvisamente: si registrò un’offensiva sovietica col ritorno dell’URSS ad un ruolo attivo nella politica mediorientale. L’URSS cercò di presentarsi, soprattutto agli occhi dell’Egitto di Nasser, come un’alleato fidato cercando di far leva sull’anti-occidentalismo islamico e ponendosi come qualcosa di «geneticamente diverso» dall’Occidente. La risposta americana fu il rilancio dell’alleanza con la Turchia e con l’Iran attraverso un nuovo accordo, il Cen.TO [Central Treaty Organization] ed un altrettanto nuovo rapporto strategico con Israele. In quegli anni, nella stessa misura con la quale si rafforzava il rapporto Usa-Israele, cresceva l’influenza sovietica nel mondo arabo. I paesi arabi, ad esempio, condannarono in modo deciso l’intervento statunitense nella guerra in Vietnam, un po’ meno fermamente quello sovietico in Afghanistan. Ma, nel 1979, dopo che l’Egitto aveva già allentato da circa otto anni i suoi rapporti con l’Urss, la firma dei già ricordati accordi di Camp David cambiò rapidamente il corso degli eventi e favorì un ammorbidimento dei rapporti tra governi arabi ed Occidente. L’invasione e l’annessione del Kuweit da parte di Saddam Hussein, infine, nell’agosto 1990, ha costretto il mondo ad affrontare la crisi più grave dopo l’eclissi della potenza sovietica e la fine della «Guerra Fredda». Si poteva considerare il fatto come una «bega locale» – semmai da risolvere con una «soluzione araba» – oppure intervenire direttamente ristabilendo la normalità. Fu scelta la seconda soluzione «per bloccare l’aggressione e risarcirne la vittima».

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giovedì 22 febbraio 2007, posted by roberto.bonuglia at 10.07

La «politica estera» è un concetto europeo nato in un continente fatto di diversi Stati nazionali. Per il Medio Oriente e soprattutto per l’Islam, ciò fu un elemento di novità importato, proprio dagli europei. Nella concezione islamica, come già visto, esiste una «casa dell’Islam» ed una «casa della guerra»: tra le due case vige uno stato di «inevitabile e perpetuo conflitto» che si può interrompere con una tregua, ma non concludere con una pace. Lo stato di guerra, infatti, può cessare solo assimilando il mondo intero nella «casa dell’Islam» e ciò deve spingere il religioso a combattere il gihad. Un compito, questo, che spetta al singolo musulmano in caso di guerra difensiva ed a tutta la comunità in caso di guerra offensiva. L’Islam, almeno fino al 700 d.C., era un unico Stato, un impero retto da un solo capo [il califfo], che procedeva verso la dominazione del mondo intero. Nel 718, però, subì la dura sconfitta nella battaglia di Tours e Poitiers che, in primis, segnò a Costantinopoli il limite territoriale dell’Impero ed, in secundis, fece capire agli arabi che non avrebbero sconfitto i biziantini come avevano fatto precedentemente con i persiani. Oltre alla «politica estera» era estraneo anche il concetto di «diritto internazionale» perché, del resto, esistendo un solo califfo, non si poneva il problema dei rapporti tra gli stati musulmani. Le cose iniziarono a cambiare nel 1529 quando, fallito l’assedio di Vienna, il sultano dell’Impero ottomano firmò un trattato di commercio e amicizia col re di Francia del quale, riconosciuto come Padisah si accettava, da parte ottomana, lo status di sovrano. Nel 1606 avvenne la stessa cosa con l’imperatore asburgico e, nel 1699, l’Impero ottomano, per la prima volta, firmava [da sconfitto] un trattato di pace impostogli da un vincitore europeo [la stessa Austria]. Questi eventi spinsero il sultano ad istituire una carica apposita, il reis efendi, una sorta di «ministro degli Esteri» che, tra il XVII ed il XVIII secolo, divenne sempre più importante anche in seguito all’apertura ad Istanbul di ambiasciate e consolati dei vari paesi europei, fino alla stipula di una serie di trattati con uno di essi, la Svezia, anch’essa in guerra, come l’Impero Ottomano, con Austria e Prussia. Nel XIX secolo, quando il nemico divenne la Russia, fu la volta di Francia e Gran Bretagna di firmare accordi con la Turchia che, tra il 1928 ed il 1939, tenne buoni rapporti con l’ormai Unione Sovietica. Sarà poi la logica della «Guerra Fredda» ad inserire stabilmente la Turchia tra i paesi del «Blocco Atlantico» ed a fargli ricevere importanti aiuti economici da parte degli Usa che si sotituirono, di fatto, all’Urss. L’altro paese mediorientale che possiamo considerare soggetto di politica estera fu la Persia che, tra il 1945 ed il 1979, fu allineata col «Blocco Atlantico» e vicina agli Usa. Anche l’ ebbe, fin dal IX secolo, una certa autonomia, configurandosi come un «centro di potere indipendente nel mondo islamico» del Medio Oriente per poi essere nel 1517 inglobato nell’Impero ottomano. Ma all’inizio del XIX secolo in Egitto Muhammad Alì si pose alla guida del paese ed inaugurò una politica estera davvero globale e indipendente stabilendo relazioni con Arabia, Sudan, Algeria e Siria. Nel Libano, oltre al periodo del mandato francese che allargò i confini dello Stato tanto da far parlare di «Grande Libano», era sempre esistita una certa tendenza a cercare aiuto e protezioni in Occidente, anche perché nel paese viveva [e vive tuttora] una consistente comunità di cattolici maroniti. Quando la Francia, dopo il secondo conflitto modiale, cessò la sua funzione «protettrice», i maroniti sperarono invano che gli Usa colmassero il vuoto lasciato dai francesi. I sovrani sauditi e kuweitiani in seguito alla decolonizzazione ed alla scoperta degli ingenti giacimenti petroliferi e delle conseguenti ricchezze accumulate videro ben presto riconosciuti dalla comunità internazionale i rispettivi Stati [Arabia Saudita e Kuweit] che acquisirono, tra l’altro, anche una non trascurabile importanza strategica. Giova a questo punto ricordare che i paesi della Mezzaluna Fertile – regione storica del Medio Oriente che include l'Antico Egitto, il Levante e la Mesopotamia –, furono dopo la Grande Guerra spartiti tra Francia e Gran Bretagna che, con il sistema dei mandati, si divisero l’area dalla quale nacquero [o, in taluni casi, ri-nacquero] ad Oriente l’Iraq e ad Occidente la Siria, la Palestina ed il Libano. La scoperta del petrolio in Persia, in Iraq e poi in Arabia era destinata a cambiare profondamente la storia del Medio Oriente e le relazioni internazionali con l’Occidente: dopo il Secondo conflitto mondiale nacque con l’obiettivo di integrare in un sistema programmato le economie di quei paesi, il Middle East Supply Centre e, nel 1944, si costitutì, con lo scopo di perseguire obiettivi politici comuni, la Lega degli Stati Arabi. Una politica estera diversa fu quella seguita dallo Stato d’Israele a partire dalla sua costituzione, nel 1948. L’obiettivo prioritario degli ebrei è sempre stato la «sopravvivenza in un ambiente ostile» e ciò ha portato Israele a cercare di mantenere buone relazioni prima di tutto con gli Stati situati al di fuori del mondo arabo: Turchia, Iran, Etiopia e vari Stati africani. Nel 1967, questo processo subì un duro colpo ma, nel 1979, con la firma a Camp David del trattato di pace tra Israele ed Egitto, fu raggiunto un risultato insperato: il presidente Sadat prese persino parola nel parlamento israeliano e l’accordo sopravvisse anche all’invasione di Israele in Libano. Ciò non deve far scordare, però, che per gli altri paesi del mondo arabo Israele era e rimane una realtà da distruggere. Il riconoscimento di Israele, infatti, è stato rifutato più volte: a Khartum nel settembre 1967, ad esempio, durante una conferenza tra i massimi dirigenti arabi. Anche l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina [OLP] mantenne questo atteggiamento almeno fino al 1988 quando il suo leader Arafat fece, per la prima volta, riferimento ad una possibile coesistenza tra uno Stato ebraico e uno Stato arabo in Palestina.

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mercoledì 21 febbraio 2007, posted by roberto.bonuglia at 09.33

Nella sua lunga contrapposizione alla civiltà dell’Occidente il mondo islamico ha attraversato fasi successive di rinascita e resistenza, reazione e rifiuto che inizialmente furono di natura religiosa e non nazionalistica.
La prima fase di rinascita islamica si registrò, tra il XVII ed il XVIII secolo, tra i musulmani dell’India che guidarono, in seguito all’arrivo nel paese degli europei, un rilancio dell’Islam che, indebolito dall’eresia, dalla rilassatezza dei costumi e dall’eclettismo, aveva perso posizioni in favore dell’induismo e del cattolicesimo.
Ciò ebbe delle ripercussioni anche in Medio Oriente come conferma la nascita, nella metà del Settecento, del movimento wahhabita. Fondato da Abd al-Wahhab, il movimento si propose di restaurare l’«Islam puro» nell’Arabia antica eliminando distorsioni quali il culto dei santi e delle immagini introdotte dai sufi nel rito islamico. Inoltre, i wahhabiti furono i primi a rifiutare, dall’interno, il generale consenso alla supremazia turco-ottomana nel mondo arabo. Alcuni principi sauditi sostennero la causa di al-Wahhab con le armi e furono sconfitti solo nel 1818.
Ciò ebbe anche una certa influenza nella diffusione del concetto di panislamismo, di un fronte compatto dei musulmani contro la minaccia comune rappresentata dagli imperi cristiani. Un’istanza, questa, che fu accolta tra il 1860 ed il 1870 dai Giovani Ottomani i quali si mossero animati dal convincimento che sarebbe stato necessario raggiungere «l’unità di tutti i musulmani, non dei turchi o di qualsiasi altra nazione etnicamente o linguisticamente definita». Era questa la base teorica del concetto di «califfato» che trovava fondamento giuridico nel trattato di Kucuk Kaynarca del 1774 col quale per la prima volta il sultano rivendicò la propria giurisdizione religiosa sui mulmani oltre i confini dei territori dell’Impero ottomano.
Il panislamismo trovò poi, nel XIX secolo, nuova linfa da due processi che si stavano contemporaneamente verificando: il primo fu la conquista russa di alcuni territori islamici [tra i quali Samarcanda e Bukhara] in Asia centrale, il secondo furono gli esempi forniti da Prussia e Regno di Sardegna che, in Europa, stavano concretamente realizzando la riunificazione dei rispettivi popoli prima «dispersi e divisi». Non a caso, il sultano turco Abdülhamid II, tra il 1876 ed il 1909, recuperò una certa visione di panislamismo moderato che venne inserita nella politica ufficiale ottomana. Un’accezione più radicale di panislamismo fu invece perseguita dall’afghano-persiano-sciita Gamal al-Din il cui obiettivo divenne, dichiaratamente, quello di «preparare l’Islam alla guerra santa» [gihad]. Secondo Gamal al-Din: «I musulmani dovevano unirsi come avevano fatto i tedeschi e gli italiani […] ed il nemico da cui l’Islam doveva essere salvato era l’Europa, specialmente la Gran Bretagna». Nel frattempo, un altro islamico, Sir Sayyid, guidava il fronte dei riformatori, favorevole ad una apertura e ad una occidentalizzazione dell’Islam. Più fortuna ebbero le idee di un discepolo di Gamal al-Din, Muhammad Abduh il quale – impegnandosi in modo pacifico e volgendo la sua attenzione più ai problemi religiosi che a quelli politico-economici – ridimensionò l’importanza del patriottismo e del nazionalismo, concetti che, per loro natura, «indeboliscono il vincolo religioso della fratellanza che unisce tutti i musulmani e ne costituisce la vera identità e solidarietà». Il ritorno all’Islam delle origini, inoltre, non doveva però portare, secondo Abduh, a rifiutare la scienza e la tecnologia moderna, i nuovi metodi di istruzione e, più in generale, il pensiero moderno.
Nel 1909 nacque l’Unione Maomettana che elaborò, in contrapposizione ai Giovani Turchi un programma di «internazionalismo islamico rivoluzionario». Poi fu la sconfitta turca nella Grande Guerra ad alimentare un forte sentimento di solidarietà islamica nei paesi musulmani. Su questo sentimento cercarono di giocare, all’indomani del conflitto, i sovietici per accattivarsi le simpatie arabe, ma l’improbabile binomio tra comunismo e panislamismo ebbe vita breve.
Il movimento più importante di resistenza all’Occidente rimane quello manifestatosi in Anatolia e guidato da Mustafa Kemal che sfidò gli alleati, i greci e lo stesso «succube» governo ottomano. I kemalisti, poi orientatisi verso il laicismo ed il patriottismo, inizialmente si caratterizzarono fortemente per la loro spiccata connotazione islamica e per obiettivi tutt’altro che moderati: liberazione dei paesi e delle popolazioni islamici, cacciata dell’infedele invasore, liberazione del sultano-califfo.
Negli Anni Trenta del Novecento si registrò poi un diffuso interesse per la religione, come conferma la pubblicazione di molte opere letterarie popolari che esaltavano la figura di Maometto e dei primi eroi dell’Islam. Nacquero una serie di «leghe» e associazioni religiose con programmi islamici che non ebbero un ruolo importante, almeno fino al 1945, quando la fine del conflitto coincise con una «improvvisa e sconvolgente esplosione» di movimenti religiosi espressione di un radicalismo messianico già conosciuto nella storia del mondo islamico: il patriottismo ed il nazionalismo persero terreno favorendo un ritorno verso le credenze e i criteri dell’Islam. Di ciò si fece portavoce la Fratellanza musulmana, associazione semi-segreta fondata negli Anni Venti e dotata di un’organizzazione cellulare di giovani paramilitari che, ad esempio, nel 1948 combatterono nella guerra di Palestina e, nel 1952, svolsero un ruolo non trascurabile nella lotta antibritannica durante la crisi di Suez. Quando però la Fratellanza cercò di uccidere il colonnello Gamal Abd al-Naser [Nasser] venne messa al bando e 7 dei suoi capi furono condannati a morte. Un’altra organizzazione che va ricordata è quella de I devoti dell’Islam, meglio conosciuta come Fedayyin che pur essendo di estrazione sciita, condivideva con la Fratellanza l’aspirazione panislamica.
Protagoniste negli Anni Cinquanta, nel ventennio successivo queste organizzazioni sembrarono perdere terreno pur continuando la loro attività «sotto la cenere». Esse hanno finito per costituire il primo nucleo di quelli che oggi l’opionine pubblica mondiale chiama «gruppi fondamentalisti» la cui protesta non è diretta contro la teologia liberale o la critica delle Sacre Scritture, ma più globalmente, si rivolge contro «l’intero processo evolutivo che nell’ultimo secolo ha trasformato gran parte del mondo musulmano, creando strutture nuove e proclamando nuovi valori che vengono considerati malefici e disgregatori della moralità musulmana». In altre parole, nacque in questo modo l’idea che per salvare l’Islam dagli infedeli sia necessaria la guerra santa e che la pena prevista per l’apostasia non possa che essere la morte. Bisogna difendere l’Islam non solo dagli «infedeli», ma anche dai regimi e dai sovrani mediorientali che hanno abbandonato la sharia pur restando musulmani di nome ma perdendo, di fatto, la propria legittimità: anche loro sono diventati in tal modo avversari di Dio e di tutti i veri musulmani. Una concezione, questa, che portò all’uccisione del presidente egiziano Anwar al-Sadat – reo di aver abrogato la legge santa dell’Islam – ed al rovesciamento dello scià in Iran.
In quest’ultimo caso il primo attrito si registrò nel 1962 quando lo scià promulgò una legge che prevedeva l’elezione di consigli rappresentativi locali in tutto il paese, allora chiamato Persia. I vertici religiosi islamici, guidati dall’Ayatollah Khomeini si opposero per tre motivi: le donne avrebbero potuto votare ed essere elette; stessa cosa era prevista per i non-musulmani; fu introdotto il giuramento per gli eletti non più sul Corano bensì sul «libro sacro» delle rispettive fedi di provenienza. La legge fu revocata e ciò rappresentò il primo successo dell’Ayatollah che condannò anche la riforma agraria del 1963 e, arrestato, mobilitò le piazze iniziando a tenere, una volta liberato, una serie di discorsi che condannavano la sudditanza politica dello scià nei confronti dell’America. Nelle sue «orazioni» – nelle quali gli Usa erano considerati come il «Grande Satana», il «tentatore» – l’Ayatollah dimostrò di conoscere bene le parole d’ordine ed i simboli più efficaci, le argomentazioni più convincenti e le aspirazioni più vicine ai sentimenti del popolo islamico, molto più di quanto avessero saputo fare prima di lui il comunismo marxista, il socialismo arabo o gli stessi riformisti islamici.
Arrestato nuovamente, fu condannato all’esilio e ciò lo portò a trasferirsi a Parigi dove potè disporre di tutti i vantaggi della teleselezione, della tv e della libertà di parola. Iniziò ad inviare in Iran cassette di suoi discorsi che venivano ascoltati nelle moschee del paese e seguiti con interesse anche nelle altre nazioni arabe del Medio Oriente: nel 1979, Khomeini tornò nell’ormai ex-Persia ed istituì la «Repubblica islamica dell’Iran».

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martedì 20 febbraio 2007, posted by vito.cirillo at 16.17

A La Mecca, l'8 febbraio 2007, è stato raggiunto un accordo fra Abu Mazen (per Al Fatah) e Khaled Meshal (per Hamas) sulla formazione di un governo di unità nazionale nell'ANP (Autorità Nazionale Palestinese).
E' una buona notizia, che fa uscire i palestinesi da una tragica situazione di guerra civile. Il nuovo governo consentirebbe ad Hamas di uscire dall'impasse dovuto al non voler riconoscere lo Stato d'Israele. Grande merito per tale accordo va riconosciuto all'Arabia Saudita per la sua tenace opera di mediazione. Ha prevalso la ragionevolezza.
Del resto, anche nel 2002, l'Arabia Saudita propose un piano di pace Land fo Peace [Pace in cambio di territori] col quale i Paesi arabi si impegnavano a riconoscere lo Stato d'Israele. Ma questo piano non fu accolto da Sharon.

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, posted by roberto.bonuglia at 01.37

Già dai tempi biblici i popoli più eloquenti dell’antichità chiamavano «gentili» e «barbari» gli altri. Nel Medioevo ciò continuò con l’Islam e la cristianità che si davano vicendevolmente dell’infedele. In Europa oggi si classifica la gente sulla base della nazionalità d’appartenenza: cittadinanza, identità nazionale, discendenza, lingua sono tutti concetti divenuti fattori di classificazione. Nel mondo islamico, da sempre, a tutto ciò si è dato poca importanza visto che la «pietra di paragone che consente di distinguersi gli uni dagli altri» è la fede: i musulmani accettano come fratelli nella comunità islamica gli altri musulmani, e non ha importanza la loro cittadinanza, la loro identità nazionale, la relativa discendenza, la lingua parlata. Conseguentemente, vengono considerati «estranei» i propri compatrioti che seguono una fede diversa da quella musulmana. In tal senso giova ricordare che, fino al XIX secolo, i sudditi arabi dell’impero ottomano, pur consapevoli della propria distinta identità linguistica e culturale, non nutrivano una concreta volontà di separarsi: i sultani erano turchi, certo, ma fedeli seguaci dell’Islam e questo era ciò che più importava. L’arabo era letto e capito dalla maggioranza dei musulmani istruiti ed il turco la lingua di un impero da essi considerato come «guida». La religione musulmana, quindi, era un elemento di uniformità e di unificazione. L’idea dello «Stato nazionale territoriale», diffusasi già ampiamente in Europa e, più in generale, nell’«Occidente» era di fatto estranea nel Medio Oriente. L’identificazione islamica e dinastica tra turchi, arabi e persiani entrò in crisi quando la penetrazione di nuove idee provenienti dal Vecchio Continente incoraggiò la nascita di nuove concezioni politiche [patriottismo-nazionalismo]. Ciò contribuì a rompere gli equilibri creatisi ed il Cairo, Teheran, Istanbul, risultarono culturalmente più lontane tra loro. Il concetto che comparve per primo fu quello di «patriottismo». L’idea di patria [watan] in Medio Oriente indicava «un luogo d’origine o di abitazione di una persona» e come tale, era oggetto di devozione e di affetto. Ciò è confermato dal diplomatico turco Sami che, nel 1840, nel suo Saggio sull’Europa, fece esplicitamente riferimento all’«amor di patria». Diffusosi anche in Egitto – dove nel 1879 nascerà il Partito Nazionale –, in Turchia il leader dei Giovani Turchi Mustafa Kemal giunse perfino a scrivere delle poesie sul patriottismo, pur confondendo in taluni casi i concetti di «nazione» e di «patria». Nel 1882, fu invece l’occupazione britannica a risvegliare «l’amor di patria» in Egitto, dove il giornalista cristiano Naqqas coniò lo slogan xenofobo «Egitto agli egiziani». In questa fase l’elemento della fedeltà e dell’identità musulmana era ancora molto forte come conferma il caso dell’Iran: pur se abitato da un popolo [i persiani] dalla storia lunga e gloriosa nonché separato dai suoi «vicini» dalla lingua e dalla reglione sciita, la maggior parte dei suoi abitanti si riconosceva in un’identità islamica, non nazionale: l’idea di patria per i persiani non era l’Iran ma la «terra dell’Islam». Qualche anno anno dopo, però, al patriottismo subentrò il nazionalismo etnico [qawmiyya], un sentimento che, importato dall’Europa orientale e perseguendo come obiettivo la riunificazione dei popoli arabi [panarabismo], considerava la libertà politica come un ostacolo e come tale ne auspicava la rinuncia. Ciò fece presa subito nella Turchia dei Giovani Turchi che, cercando conforto nel proprio passato, perseguirono il sogno di riunire, entro un unico stato, la «vigorosa famiglia delle nazioni turche»: era nato il «turchismo», una vera e propria forma, cioè, di nazionalismo. La svolta nazionalistica del patriottismo arabo non ebbe comunque vita facile: le due guerre mondiali con la sconfitta della Turchia non favorirono certo il turchismo, mentre, dopo il 1945, va ricordato che una parte del Medio Oriente passò sotto il controllo sovietico che condannò ogni forma di nazionalismo come un reato. Tra i nazionalismi del Medio Oriente va ricordato, senza dubbio, quello ebraico nato in Europa centrale ed orientale e che ha contribuito fortemente alla nascita del sionismo. L’idea di creare una sede nazionale era nata con l’obiettivo di farlo in una zona meno ostile della Palestina, ma le vicende della Seconda guerra mondiale e della Shoah portarono proprio verso tale soluzione che si concretizzò nel 1948 con la nascita dello Stato d’Israele. Essa, contribuì certamente al rilancio sia dei contrasti arabo-israeliani [guerre del 1967, del 1973 e del 1982] sia del panarabismo registratosi nella seconda metà del Novecento come confermato, nel 1958, dall’unione di Siria ed Egitto che diedero vita alla Repubblica Araba Unita, poi sciolta due anni dopo. Con essa tramontava anche il sogno del panarabismo: la scoperta del petrolio e la conseguente diffusione irregolare della ricchezza tra i paesi arabi alimentò interessi e sentimenti particolaristici che resero del tutto anacronistico il progetto.

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lunedì 19 febbraio 2007, posted by roberto.bonuglia at 01.14
In Medio Oriente il concetto di «repubblica» non è sempre andato «di pari passo» con le idee libertarie: secondo le usanze mediorientali, infatti, la repubblica è uno Stato dal capo non dinastico.
La prima diffusione di questa forma organizzativa risale agli anni della rivoluzione russa del 1917 quando cioè in qualche zona [ad. es. l’Azerbaigian] vennero istituite delle repubbliche nazionaliste borghesi poi inglobate nell’Unione Sovietica. Ad esse si aggiunsero la repubblica kemalista in Turchia e quelle franco-britanniche in Siria e Libano, ma solo dopo il Secondo conflitto mondiale si verificò una nuova «ondata repubblicana»: Egitto, Pakistan, Sudan, Iraq, Tunisia, Yemen, Libia e Iran videro, pur se con situazioni diverse tra loro, affermarsi entro i loro confini regimi di questo tipo.
Più che quella individuale, nei paesi arabi è la libertà politica o collettiva – nota più tecnicamente come indipendenza – ad essere considerata più importante e ad orientare la lotta politica nazionale. L’imperialismo ed il feudalesimo – detto talvolta capitalismo – furono a lungo ritenuti i nemici principali e ciò favorì, nel 1961, la nascita di una nuova ideologia destinata a indicare la strada verso il futuro: il socialismo arabo che trovò realizzazione, per la prima volta, nella Repubblica Araba Unita.
Nel Medio Oriente il socialismo nacque sotto forma di «piccole mafie culturali» ed in suo favore si espressero il cristiano siriano Sumayyil e quello egiziano Musa, ma solo dopo il 1945 il socialismo apparve come «una soluzione per le crescenti difficoltà economiche della regione»: nel 1950 nacque in Siria il Partito Socialista Arabo di Haurani che, tre anni dopo, si riunì con il Partito della Rinascita Araba di Aflaq dando vita al Partito Socialista della Rinascita Araba meglio noto col nome di Partito Baath. Questa nuova formazione politica coniugava il socialismo economico ed una specie di nazionalismo mistico e, dopo alcuni anni di crisi, nel 1963, arrivò al potere in Iraq ed in Siria.
Ma anche la «rivoluzione socialista» venne imposta dall’alto e non fu il frutto di una «richiesta popolare» ma di una «decisione di un regime militare già al potere». Dopo la crisi di Suez il risultato più importante di questa «ondata socialista» fu la politica delle nazionalizzazioni, particolarmente efficace in Egitto. Si pensò di elaborare un piano globale che «imbrigliasse ogni energia della nazione, per assicurare l’incremento della produzione e fare fronte al fabbisogno immediato di beni di consumo da parte delle masse che ne erano state private a lungo».

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, posted by vito.cirillo at 01.11
Chi sono i cristiani maroniti dei quali si parla tanto a proposito della «questione libanese»?
Sono cristiani che discendono dalla comunità di San Marone, fondata nel IV secolo d.C. nell’alta valle dell’Oronte, ad est del monte Libano. Nel 694 d.C., i montanari maroniti sconfissero l’esercito bizantino, e i conquistatori islamici rinunciarono a misurarsi con loro. Nel Medioevo, i maroniti si raccolsero nella parte settentrionale del Libano. Dal 1500 al 1800 fecero parte dell’Emirato libanese, conservando la loro autonomia ance nei confronti dell’Impero ottomano.
I turchi, in seguito, mandarono i drusi a combatterli, finché non riconobbero loro una piena autonomia limitata alle zone del monte Libano.
Negli Anni Settanta, durante la guerra civile, i maroniti si schierarono con Pierre Gemayel e le sue falangi.
I maroniti sono fedeli alla Chiesa cattolica apostolica di Roma.

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domenica 18 febbraio 2007, posted by roberto.bonuglia at 12.12

Secondo un diplomatico turco di nome Sadullah, la libertà è «condizione essenziale per conseguire la felicità». Questa convinzione era abbastanza diffusa nel XIX secolo tra gli esploratori mediorientali dell’Europa, convinti che la libertà politica potesse essere la «sorgente segreta della potenza e del successo dell’Occidente» ed, allo stesso tempo, la «lampada di Aladino con cui l’Oriente avrebbe potuto evocare il genio del progresso».
Libertà ed indipendenza sono due concetti spesso confusi ma, in realtà, ben diversi tra loro. Il primo – che si esercita mediante la «democrazia» – è una espressione politica relativa «alla posizione dell’individuo in seno al gruppo, all’immunità del cittadino nei confronti di atti arbitrari e illegali delle autorità, al suo diritto di partecipare alla formazione/gestione del governo». Il secondo concetto si riferisce, invece, «alla posizione del gruppo rispetto ad altri gruppi, alla formazione/sovranità dello Stato senza impedimento da parte di altre autorità superiori ed estranee».
L’idea di libertà politica [hurriya] è comparsa in Medio Oriente alla fine del XVIII secolo per poi svilupparsi nel secolo successivo e svanire verso la metà del XX secolo. Nei secoli precedenti, durante il califfato ed il sultanato fu l’autocrazia il sistema su cui poggiava l’organizzazione del sistema istituzionale islamico: l’obbedienza al sovrano – che comunque non era un «despota» – era allora considerata un dovere politico e, soprattutto, religioso. Di conseguenza, disobbedire era un peccato, oltre che un delitto. Il potere reale del sultano fu poi, a partire dal XVIII secolo, limitato dagli ulema, dai giannizzeri e dai notabili delle province. Bisogna inoltre ricordare che il diritto islamico non prevede la personalità giuridica collettiva: non sono mai esistiti nella storia islamica consigli, comuni, parlamenti o sinodi.
Fu con la Rivoluzione francese che si diffusero anche in Turchia, le idee di libertà, uguaglianza e fraternità, prima in una ristretta élite poi interessando strati sempre più numerosi della popolazione. Nel 1808, per la prima volta ad Istanbul, fu convocata un’assemblea di notabili e signori delle province che stipulò con il sovrano un «contratto reciproco» che affidava ai primi autonomie, diritti e privilegi. Nel 1829, durante la dominazione francese in Egitto, fu istituito un consiglio consultivo di 156 membri e, nel 1845, il sultano costituì un’assemblea di rappresentanti delle province dell’Impero ottomano.
Tra il 1826 ed il 1831, uno sceicco dell’università islamica di al-Azhar soggiornò a Parigi e, poco dopo, pubblicò un libro nel quale [oltre a tradurre la costituzione francese] descrisse, nel suo funzionamento, il sistema parlamentare mettendo in evidenza che scopo del parlamentarismo è quello di «garantire il funzionamento di uno Stato di diritto e di proteggere i sudditi dalla tirannia, dando loro la possibilità di proteggersi da soli».
Dall’analisi emergeva, tra le altre cose, l’importanza della «stampa». Nel 1837 anche l’ambasciatore turco a Vienna parlò direttamente di «diritti del popolo» e di «diritto alla libertà». Questi primi contributi alla diffusione di concetti nuovi rimasero però lettera morta e, proprio in quegli anni, il governo si irrigidì sulle proprie posizioni: aumentava, inoltre, la distanza tra «riformatori» e «radicali». Nonostante tutto, però, nella seconda metà dell’Ottocento, il costituzionalismo fece progressi in molti paesi del Medio Oriente: la Tunisia, l’Egitto e, nel 1876, perfino il sultano turco Abdülhamid II promulgò ad Istanbul una costituzione scritta che prevedeva un Senato di nomina sovrana ed una Camera elettiva. L’«esperimento» costituzionale ottomano ebbe vita breve [5 mesi], ma fu comunque significativo.
Le riforme istituzionali ebbero maggior fortuna in Egitto dove l’occupazione britannica del 1882 rilanciò il progetto costituzionale. La «nuova legge organica per l’Egitto» dell’anno successivo, infatti, istituiva due organi semi-parlamentari [Consiglio legislativo + Assemblea generale] che funzionarono fino al 1913 quando vennero riuniti in un nuovo organo dotato di maggiori poteri [Assemblea legislativa]. Sempre in Egitto, apparve poi un’importante libro, Il sol levante, nel quale Mustafa Kamil evidenziava come anche grazie all’adozione di un sistema di governo parlamentare il Giappone fosse riuscito ad auto-rinnovarsi e rafforzarsi, a tal punto da sconfiggere, per la prima volta, una grande potenza europea come la Russia. Nei primi anni del Novecento, inoltre, si verificò una «rivoluzione costituzionale» in Iran [destinata ad essere la più fortunata, durata fino all’avvento di Khomeini nel 1979] seguita da quella dei Giovani Turchi nella Penisola anatolica.
Dopo la Grande Guerra si diffuse l’idea che gli Alleati avessero vinto [come era già successo nel conflitto russo-giapponese] soprattutto perché organizzati in regimi democratici. La democrazia venne considerata indice di ricchezza e forza dello Stato. Allo stesso tempo, Francia e Gran Bretagna, «occupando» e «spartendosi» il Medio Oriente come potenze mandatarie, esportarono nei paesi della zona i propri modelli istituzionali di riferimento.
Da quel momento in poi le democrazie mediorientali hanno avuto storie e destini diversi: la Turchia è considerata ormai, secondo la definizione di Samuel Huntington, una «democrazia stabile»; in Libano la costituzione del 1926 ha resistito per tutto il secolo; l’Iran khomeinista si basò su una costituzione scritta pur se incentrata sui valori ed i precetti del Corano; un’altra «democrazia stabile» in Medio Oriente è quella di Israele.
E’ perciò da considerarsi priva di qualsiasi fondamento l’idea che la tradizione islamica sia incompatibile con quella democratica. E’ vero invece che nell’Islam classico alcuni aspetti quali la tolleranza, la mobilità sociale ed il rispetto della legge siano, in realtà, decisamente favorevoli ad un’evoluzione in senso democratico e sui quali bisogna, ancora oggi, lavorare. Se spesso i modelli costituzionali europei esportati in Medio Oriente non hanno funzionato è perché sono stati imposti «dall’alto» e «dall’esterno» senza tenere conto delle peculiarità e delle differenze culturali che pre-esistevano tra le due aree. Molti fattori economici e sociali – che hanno contribuito a far funzionare la democrazia in altre parti del mondo – non erano presenti in Medio Oriente e ciò non poteva non rendere difficile, se non impossibile, la nascita di un nuovo e più forte sentimento di appartenenza capace di trascendere la vecchia e tenace identificazione con la tribù, il clan, la famiglia, la setta e la corporazione artigiana. Questi erano i pilastri di una società, come quella islamica, ancora composta, per lo più, da padroni e contadini.

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, posted by vito.cirillo at 11.55

Dopo l’uccisione di Rafik Hariri, nel marzo 2006, in Libano, si formarono due coalizioni: quella filosiriana «dell’8 marzo» – comprendente gli sciiti Hezbollah e del gruppo Amal, alleatisi col cristiano Aoun – e quella antisiriana «del 14 marzo» – comprendente sunniti e cristiani – che poi ha dato vita al governo di Fuad Siniora: islamici alleatisi con cristiani contro altri cristiani, quindi.
L’alleanza degli sciiti Hezbollah ed Amal è stata di recente avvalorata dalla Guida Suprema dell’Iran, Kamenei, che, con una fatwa [decreto], ha disposto che certe alleanze «tattiche» sono permesse in «certe» occasioni.

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sabato 17 febbraio 2007, posted by roberto.bonuglia at 14.10

Solitamente per «Occidente» si intende l’entità culturale comprendente le sponde dell’Atlantico settentrionale e l’Europa fino ai confini con l’Asia. Quest’area, nella seconda metà del Novecento, ha finito per coincidere con i Paesi dell’«Alleanza Atlantica» [NATO]. Nello stesso periodo, per «Est» si iniziarono ad indicare i Paesi del «Blocco Sovietico» [Patto di Varsavia].
Nel «Medio Oriente» il termine «Occidente» è relativamente nuovo, ma indica una realtà antica, nota e già familiare sotto altri nomi. Per il musulmano medievale, ad esempio, l’Occidente non comprendeva solo l’Europa cristiana: il mondo era infatti diviso in due grandi zone. Una era la «casa dell’Islam» e l’altra era la «casa della guerra», quest’ultima popolata da pagani e idolatri. Inizialmente essi erano, soprattutto, i cristiani greci di Bisanzio, poi lo furono tutti i popoli cattolici e quelli protestanti. Ciò trova spiegazione nel fatto che nella concezione musulmana del mondo il cristianesimo [come il giudaismo] era originariamente considerato una fede che «rappresentava un anello precedente nella catena delle relazioni divine culminate con la rivelazione definitiva e perfetta concessa a Muhammad [Maometto]»: quello che di vero c’era nel cristianesimo era conservato nell’Islam. Allo stesso tempo, l’Europa cristiana considerò l’Islam come qualcosa di posteriore alla definitiva rivelazione divina e, pertanto, qualcosa di completamente falso. Era quello il tempo delle Crociate. In seguito, tra il XV ed il XX secolo, i popoli europei lanciarono un vasto movimento di espansione che finì per incorporare il mondo intero nell’orbita europea: la reconquista divenne ben presto «conquista» della quale il colonialismo prima e l’imperialismo poi furono le espressioni più evidenti. Fu concepito allora il concetto di mission civilisatrice.
Nel Medio Oriente l’impatto dell’imperialismo europeo fu tardivo, breve e indiretto, ma importante dal punto di vista economico visto che gli europei, nel commercio con gli Stati musulmani, godevano di alcuni vantaggi pratici, primo tra tutti, quello di poter contare su navi più grandi e robuste, in grado di trasportare più merci ad un costo più basso. Il mercantilismo occidentale, inoltre, garantì ai Paesi occidentali una concentrazione di energie economiche del tutto nuovo per il Medio Oriente. I mercanti dell’Occidente divennero allora industriali, poi governanti avviarono una dominazione, di fatto, totale sui mercati [e su molte attività industriali] mediorientali: tessuti, zucchero e caffè finirono, ad esempio, per essere prima prodotti e poi importati nel Medio Oriente.
La situazione fu arginata dalla nascita nel XV secolo di due importanti realtà politiche nella zona: lo Stato safavide in Persia e quello ottomano in Turchia. Nel XVI secolo entrambi lottarono per avere la supremazia in Medio Oriente ed il secondo ebbe la meglio sul primo: per 400 anni i turchi dominarono la regione, arginando l’ingerenza delle potenze occidentali. Fu con il fallito assedio turco di Vienna che, nel 1683, iniziò il declino dell’Impero ottomano e, con esso, un processo nuovo: i turchi chiamarono ufficiali europei per addestrare i propri militari i quali, per la prima volta, invece di disprezzare i «rozzi occidentali», li accettarono come guide e maestri, ne studiarono le lingue.
La prima vera incursione armata del moderno Occidente nel Medio Oriente fu poi, nel XVII secolo, quella dell’Impero napoleonico in Egitto che segnò l’inizio di 150 anni di ingerenza diretta franco-britannica negli affari interni di quei paesi. Nel XVIII secolo furono poi i russi a controllare alcune zone mediorientali, nel XIX secolo, invece, tornarono alla ribalta francesi ed inglesi: ciò ebbe conseguenze economiche [ad es. sviluppo delle vie di comunicazione] sempre più importanti. Ma nel 1918 l’Impero ottomano fu distrutto e sconfitto definitivamente e, fino al 1945, ciò favorì il monopolio franco-britannico della zona: in alcuni casi i due paesi europei erano rivali, in altri alleati dai loro interessi, prevalentemente economici.
Con la Seconda guerra mondiale, tutti i paesi del Medio Oriente raggiunsero la piena indipendenza politica trovando dirigenti e capi nuovi. Nel frattempo, avevano già in larga parte subito l’influenza culturale dei Paesi europei, ad esempio, nel modo di vestire: turbanti e fez furono sostituiti dai copricapi occidentali, pantaloni e giacche avevano oramai la meglio sui costumi tradizionali arabi. Allo stesso modo, il progresso economico e tecnologico importato fece diffondere in Medio Oriente le macchine a vapore, il motore a scoppio, l’uso del gas e dell’elettricità, quello della radio prima e della televisione poi.
La più importatante iniziativa straniera del XX secolo è stata però, senza dubbio, la scoperta e lo sfruttamento del petrolio che ha consentito ai governi mediorientali che reggevano i paesi nei quali erano situati i giacimenti di accumulare un’enorme ricchezza, non di rado impiegata per acquistare armi prodotte in Europa. Dal vecchio continente arrivarono però, oltre alle armi, anche nuove idee, nuovi concetti, importati nei paesi arabi dai diplomatici e dagli studenti che, dopo aver soggiornato in Europa, tornavano nei relativi luoghi di nascita. Anche gli occidentali che lavoravano in Medio Oriente contribuirono a questo processo ed, in tal senso, i più importanti furono gli istrutturi militari che, come accennato in precedenza, esercitarono fin da subito un’influenza personale sui giovani musulmani. Poi fu la volta dei consulenti, dei docenti, dei missionari e dei propagandisti che alimentarono le occasioni di incontro tra le due culture: molti furono, ad esempio, a partire dalla fine del Settecento, i libri tradotti in arabo, prime tra tutti le biografie di Napoleone e di Caterina di Russia, alle quali si aggiunsero quelle scritte da Rousseau su Pietro il Grande e su Carlo XII.
A questo punto va ricordato che, nel 1840, fu realizzato il primo giornale non ufficiale in lingua turca, fondato da William Churcill. Con la «stampa» arrivò in Medio Oriente anche una nuova figura, quella del giornalista.
Furono queste innovazioni e cambiamenti che certo fecero bene al «Medio Oriente». Ma esiste un’altra faccia, meno nobile, dell’occidentalizzazione: la frammentazione politica della regione. Al posto della figura del «sultano» che guidava il grande Impero Ottomano subentrò, soprattutto durante il Novecento, una serie di re, presidenti e dittatori che hanno spesso sostituito l’autorità politica con la demagogia, perseguendo interessi non generali ma personalistici e favorendo, di fatto, il processo di disintegrazione sociale e culturale dei propri popoli.

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, posted by vito.cirillo at 11.29

Dal 2000 Saddam Hussein fu preso dall’ispirazione di scrivere. Scrisse prima un «breviario» per i militanti del partito Baath ai quali consigliava pazienza e perseveranza.
Scrisse, poi, dei romanzi, in cui mescolava realtà ed elementi favolistici.
L’ultimo romanzo, quasi profetico, si intitolava Via di qui, maledetti! e fu scritto poco tempo prima della guerra del 2003.
In carcere, dal dicembre 2003 al dicembre 2006, prima di essere impiccato, ha scritto un poema lirico dedicato all’Iraq, intitolato Slega l’anima. Questo poema è stato consegnato ai suoi famigliari, dopo l’impiccagione. Sembra, infine, che abbia scritto anche un diario ricco di considerazioni, di notizie, di commenti di carattere politico e storico.

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venerdì 16 febbraio 2007, posted by vito.cirillo at 09.28
Nel 1938, sotto il mandato britannico, fra gli ebrei che erano in Palestina, sorse un movimento, a Gerusalemme, denominato Neturei Karta [Guardiani della città].
E’ un movimento politico-spirituale che si oppone al sionismo – e quindi allo Stato di Israele – perché si attiene ad una interpretazione letterale e rigida di alcuni profeti biblici [Isaia, Daniele, Zaccaria, etc.]. I Neturei Karta sono convinti che solo dopo la venuta del Messia può essere fondato il vero Stato d’Israele. La diaspora è stata la giusta punizione inflitta da Dio agli ebrei per la loro continua disubbidienza alla volontà di Dio. Essi non negano la Shoah.

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giovedì 15 febbraio 2007, posted by roberto.bonuglia at 09.54

Il primo a parlare di «Medio Oriente» fu, nel 1902, Alfred Thayer Mahan che, con questa espressione, indicò la regione che si estende tra penisola araba e l’India. Il Times di Londra utilizzò subito questo termine individuando nel Golfo Persico il «baricentro» dell’area.
Per gli occidentali il «Medio Oriente», prima di allora, era solo «l’Oriente»: la regione «senza tempo» – la maggior parte dei centri urbani e delle prime testimonianze scritte di cui l’umanità abbia conoscenza vengono da qui – spesso vicina e rivale dell’Europa greco-romana prima e cristiana poi. Solo quando l’Impero ottomano assunse una dimensione «europea» si sentì la necessità di coniare un termine nuovo che, fino al 1902, fu quello di «Vicino Oriente». Il «Medio Oriente» a cui si riferiva Mahan era, ed è tuttora, una regione arida, con molte terre desertiche dove l’attività più diffusa è – laddove praticabile – l’agricoltura. L’altra è la pastorizia, praticata perlopiù da popolazioni nomadi, oggi sempre meno numerose. Tra agricoltori e pastori non c’è mai stato un buon rapporto: già nella Bibbia è un coltivatore [Caino], ad uccidere il fratello [Abele], pastore. Nel «Medio Oriente» spesso è accaduto il contrario.
Poco carbone, poco legname, l’unico materiale a disposizione era il petrolio del quale fino al Novecento si ignorava l’importanza: nell’Iran pre-islamico, ad esempio, «l’oro nero» era usato per alimentare il «fuoco sacro» dei templi zoroastriani.
Il deserto è sempre stato visto come un qualcosa di misterioso: da lì venivano solitamente le invasioni: l’ultima fu quella degli arabi musulmani nel VII secolo che coincise con l’avvio della civiltà islamica medioevale. L’altro fronte delle invasioni era quello delle steppe: da lì arrivarono i mongoli nel XIII secolo.
Solo in Egitto e in Iraq il deserto è intervallato da importanti fiumi che facilitano l’irrigazione e, quindi, la coltivazione: non è un caso che, in questi due paesi, sorsero le civiltà più antiche del «Medio Oriente» e che, in essi, fu sentita prima che in altri, l’esigenza di porre sotto controllo i sistemi di irrigazione artificiali creati. Ciò contribuì a formare governi centralizzati forti, burocratici ed autoritari ed, allo stesso tempo, a determinare un surplus di prodotti spingendo egiziani ed iracheni alla pratica del commercio. La nascita e la diffusione della scrittura servirono molto alla contabilità e all’organizzazione di questa nuova attività. Egitto ed Iraq finirono per costituire due centri di potere rivali, i cui schemi organizzativi divennero, ben presto, un «modello» per i paesi confinanti.
Per alcuni periodi il loro primato fu contrastato dalla Mezzaluna Fertile [Iran e Anatolia, oggi Turchia], mentre l’altra regione tra il Tauro ed il Sinai [Siria, Libano, Israele e Giordania] riuscì di rado ad essere unita politicamente e l’idea della «Grande Siria» è da sempre più un sogno che una realtà: le terre siriane, infatti, sono divise dai monti del Libano e dell’Antilibano che ne rendono difficile il controllo.
Fino a 200 anni fa del «Medio Oriente» in Europa si conosceva solo ciò che ne dicevano la Bibbia e gli autori greci. Dei popoli mediorientali, inoltre, solo gli ebrei ed i greci erano sopravvissuti con le loro tradizioni conservando intatte le proprie identità.
Tre invece, le religioni delle quali il «Medio Oriente» è «patria», tutte e tre monoteistiche, tutte e tre religioni «rivelate»: giudaismo, cristianesimo, islamismo. Quest’ultima ha prevalso per poi diffondersi anche in Africa ed Asia. Ma è nel «Medio Oriente» che si è formata l’identità islamica classica e si sono svolti gli eventi che formano la «memoria storica» dei musulmani.
Come le religioni, tre sono anche le lingue predominanti della zona: l’arabo, il persiano e il turco che hanno sostituito il greco, il copto e il siriaco. Connesse da un punto di vista culturale, le tre lingue appartengono a tre famiglie diverse: l’arabo è una lingua semitica, introdotta dalla dominazione islamica; il persiano ha radici indoeuropee; il turco appartiene ad un ceppo ancora diverso.
Tra il IX ed il X secolo fu il persiano ad acquisire importanza: la Persia [l’attuale Iran] riaffiorò sulla scena politica e la sua lingua iniziò a sostituire l’arabo come lingua letteraria dominante. Nell’XI secolo furono, invece, i Turchi a stabilirsi nel «Medio Oriente»: prima pagani, si convertirono all’Islam ma anche, in parte, al cristianesimo, all’ebraismo ed al buddismo. L’egemonia turca durò circa 1.000 anni, il turco divenne una lingua islamizzata e si svilupparono nuove città: Herat, Samarcanda, Bukhara solo per ricordarne alcune.
Va inoltre ricordato che con l’islamizzazione del «Medio Oriente» il cristianesimo fu sconfitto ma non distrutto. Lo Stato musulmano tollerò, infatti, che i cristiani svolgessero un ruolo secondario ma importante nella creazione della civiltà islamica classica. Nel Libano, poi, i cristiani ricoprirono, da sempre, un ruolo vitale e decisiva nella società civile. Furono le Crociate a peggiorare, nel «Medio Oriente», i rapporti tra cristiani e musulmani.
Gli ebrei, trattati bene dall’impero persiano, furono invece perseguitati a tal punto dai Romani che sostituirono il nome della loro regione [Giudea] con quello di Palestina. Quando poi Roma si convertì al cristianesimo la condizione degli ebrei peggiorò ancor di più e migliorò solo con la conquista araba per poi tornare gravosa durante le Crociate. Con la conquista ottomana, iniziò il flusso migratorio in entrata degli ebrei nel «Medio Oriente» che favorirono la nascita di centri culturali ebraici soprattutto a Gerusalemme e Safed. Persero posizioni tra il XVI ed il XIX secolo, poi l’immigrazione riprese quando in Europa [e in Russia] si diffusero il nazionalismo e l’antisemitismo. Fu allora che nacque il sionismo che proponeva la creazione di uno Stato ebraico restaurando una realtà nazionale ebraica in Terrasanta: nel 1914 erano già almeno 60.000 gli ebrei in Palestina. Tre anni dopo, con una dichiarazione unilaterale [dich. Balfour] il governo britannico aveva approvato l’idea dell’istituzione di una «sede nazionale ebraica» in Palestina dove, nel 1948, dopo la persecuzione nazista, gli ebrei erano diventati 500.000. L’ONU allora si dichiarò favorevole alla costituzione di uno Stato ebraico e di uno arabo e gli ebrei accettarono la proposta proclamando la nascita dello Stato d’Israele.
Un'altra minoranza del «Medio Oriente» che infine va ricordata è quella curda, senza Stato, non di rado perseguitata e divisa tra Turchia, Iraq e Iran. Convertitisi all’Islam, i curdi hanno da sempre mantenuto lingua e identità proprie.

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mercoledì 14 febbraio 2007, posted by vito.cirillo at 11.22
Qualche giorno dopo la fine della Guerra dei sei giorni [la terza guerra arabo-israeliana], l'allora Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, il 15 giugno, durante una visita a Benevento ed Avellino, così si espresse su tale guerra: "Se invece di mandare da anni, nel Medio Oriente, carri armati ed altri strumenti di morte, si fosse favorito lo sviluppo economico e sociale di quelle popolazioni, la guerra della settimana scorsa sarebbe stata evitata. Ciò che avviene nel Medio Oriente, ci fa riflettere sulla non ancora sufficiente efficienza dell'ONU e sulla necessità di adoperarsi per renderla veramente capace di prevenire i conflitti in condizioni di giustizia per tutti".

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lunedì 12 febbraio 2007, posted by vito.cirillo at 12.00

C'è qualcosa che accomuna il Presidente americano, George W. Bush, e il Presidente iraniano, Mahmud Ahmadineyad: un vistoso calo di popolarità nei loro rispettivi Paesi.
E' deducibile l'ipotesi che sia i neoconservatori americani sia i neoconservatori iraniani [i neokhomeinisti] siano in declino e che le loro tesi siano rifiutate dalla maggioranza della popolazione.
Il sostegno ad Ahamdineyad è sceso al 35%. Crescono, quindi, i consensi ai moderati di Rafsanjani e ai riformisti di Khatami.

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domenica 11 febbraio 2007, posted by vito.cirillo at 10.54

Dopo l’11 settembre, nell’ottobre 2001, cominciò l’operazione denominata Enduring freedom [Libertà duratura] con cui si dette inizio alla guerra – che terminò due mesi dopo –, contro i talebani che avevano occupato l’Afghanistan ed avevano ospitato i terroristi di Al Qaeda. Dopo più di cinque anni, i talebani sono ricomparsi e sono presenti nella parte meridionale del territorio afghano.
Le forze della coalizione internazionale [ISAF] attualmente possono contare su 32.800 soldati – dei quali 1.906 sono italiani – appartenenti a 38 Paesi. Il maggior numero di militari è quello degli USA: 12.000. Seguono gli inglesi con 6.000 soldati.

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sabato 10 febbraio 2007, posted by roberto.bonuglia at 20.15

Dopo due giorni di colloqui e grazie alla mediazione del re saudita Abdullah bin Abdulaziz, Abu Mazen [presidente palestinese nonché capo di Al Fatah] e Khaled Meshaal [leader di Hamas in esilio a Damasco] hanno raggiunto un accordo alla Mecca per la formazione del nuovo governo palestinese di «unità nazionale». Prima di ricostruire le tappe dell’accordo, giova forse subito ricordare – come ha fatto oggi Igor Man sulle colonne de La Stampa – che Al Fatah raggruppa i palestinesi nati dalla «costola laica» di Arafat e che Hamas è il gruppo cui fanno riferimento quelli «religiosamente legati all’irredentismo foraggiato dalla Teocrazia iraniana».
Alla carica di primo ministro è stato confermato Ismail Haniyeh che, dopo la firma dell’accordo, ha dichiarato: «Questo è il primo passo sulla strada per rompere l'embargo del popolo palestinese».
La divisione dei dicasteri, sulla base della quale prenderà corpo il nuovo governo, prevede per Hamas 7 ministeri, mentre 6 saranno i ministri espressi da Al Fatah. Gli altri 5 dicasteri saranno divisi tra le altre formazioni politiche palestinesi minoritarie. Gli incarichi più importanti nel governo [Interni, Finanze ed Esteri] saranno affidati a uomini politici «indipendenti».
L’accordo arriva dopo una serie di violenze reciproche tra i due gruppi che avevano provocato, dal mese di dicembre ad oggi, circa 90 morti. Un bilancio tragico che iniziava a far pensare all’inizio di una vera e propria guerra civile.
La notizia è stata accolta con gioia in tutto il paese ed, in particolar modo, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, la zona più colpita dagli scontri tra le due fazioni nelle ultime settimane. I clacson delle macchine e le sirene, insieme ai colpi sparati in aria e ai fuochi di artificio hanno salutato la notizia.
Abu Mazen ha commentato così la firma dell’accordo: «Abbiamo avuto successo e abbiamo iniziato un nuovo percorso. Speriamo continui per il bene e la liberazione del nostro Paese». L’accordo, secondo il leader di Al Fatah, «soddisfa la nostra gente e ci porta sulla spiaggia della pace: questa iniziativa è stata coronata dal successo». Meshaal, dal canto suo, ha promesso di impegnarsi per il rafforzamento dell’unità del popolo palestinese. Queste le sue prime parole dopo l’incontro: «Vi prometto che costruiremo correttamente e insieme la casa del popolo palestinese». L’intesa, secondo il leader di Hamas, «unificherà i nostri ranghi: c'è un impegno e c'è l'unità, porteremo avanti questa alleanza». Paiono quindi soddisfatti i propositi del re saudita che, all’inizio delle trattative, aveva dichiarato: «Spero che i nostri fratelli non abbandonino questo luogo santo senza aver trovato un’intesa e senza aver giurato di metter fine allo spargimento di sangue».
Un clima di generale ottimismo ha, quindi – come si evince dalle dichiarazioni dei leader politici palestinesi –, accolto prima l’inizio dei «negoziati» e, poi, la firma dell’intesa. Sicuramente essa è un fatto positivo, che dovrebbe in tempi brevi risolvere molti dei problemi di politica interna in Palestina. Ma permangono delle zone d’ombra nell’accordo, che potrebbero non portare altrettanto rapidamente alla soluzione dei contrasti tra le due fazioni riguardo la politica estera ed avere delle conseguenze in campo economico.
L'intesa siglata, infatti, impegna il nuovo governo di unità nazionale a rispettare gli accordi stipulati in precedenza dall’Olp, compresi quelli di pace con Israele. Ma su questo punto, ad esempio, un collaboratore del futuro primo ministro Haniyeh ha voluto precisare che l’accordo della Mecca non implicherebbe necessariamente «il riconoscimento dello stato ebraico». Ciò pone in risalto, soprattutto agli occhi di Al Fatah, una profonda debolezza dell’intesa raggiunta: il mancato esplicito riferimento al riconoscimento di Israele.
Ciò ha spinto lo stesso Israele a non prendere posizioni ufficiali in merito all’accordo raggiunto tra Hamas ed Al Fatah. Atteggiamento simile si riscontra anche nelle parole pronunciate dal ministro degli Esteri britannico, Margaret Beckett la quale si è, infatti, limitata a definire come «interessante» l’accordo precisando: «Dobbiamo studiarlo attentamente e parlarne con i nostri partner. La prima cosa sarà vedere quale governo Hamas formerà e quale sarà il programma». Più ottimista il il ministro degli Esteri italiano, Massimo D'Alema, il quale ha affermato: «L'intesa potrebbe aprire promettenti prospettive non solo in campo palestinese ma per l'intera regione».
Gli uomini di Abu Mazen temevano, infatti, che questa omissione avrebbe potuto provocare la condanna dell’accordo da parte del Quartetto dei mediatori per il Medio Oriente [Usa, Russia, Onu e Ue] ostacolando così la ripresa degli aiuti internazionali – circa un miliardo di dollari l’anno – già sospesi lo scorso anno dopo la vittoria di Hamas e sui quali si basa la fragile economia palestinese. Fortunatamente, nonostante i timori di Al Fatah, proprio qualche ora, fa il «Quartetto» ha salutato con favore l’accordo: «Tutti noi concordiamo sul fatto che si è trattato di un passo nella giusta direzione», ha dichiarato il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov, dopo una teleconferenza con esponenti di Stati Uniti, Unione europea e con il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon.
Le prossime settimane saranno, perciò, decisive per valutare la validità degli accordi della Mecca. Hamas si attende a una fine delle sanzioni internazionali ed a questo scopo il re saudita, sponsor dell'accordo, sta già iniziando a lavorare con l’Unione Europea e con gli Usa. Lavrov, infine, ha preannunciato a breve un nuovo incontro del Quartetto di Madrid. Sarà un vertice importante per il futuro della Palestina, almeno quanto il prossimo appuntamento: l’incontro «trilaterale», fissato il 19 febbraio, negli Usa, tra Olmert, Abu Mazen ed il segretario di Stato statunitense Condoleezza Rice.

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venerdì 9 febbraio 2007, posted by vito.cirillo at 11.45

E' ormai inutile coprirsi gli occhi per non vedere: in Palestina è in atto una vera e propria guerra civile. Da una parte i miliziani di Hamas; dall'altra, quelli di Al Fatah.
I morti, da entrambe le parti, sono decine.
E' una catastrofe per il povero palestinese, già provato da decenni di guerre, di lutti, di distruzione. Il poeta palestinese, Darwish, in una sua poesia, ha scritto: "Noi siamo ciò che saremo"; vale a dire, per noi palestinesi c'è solo da sperare nel futuro.
Ma questo presente tragico allontana sempre di più il futuro sperato. I contendenti ritornino in : il bene dei palestinesi è al di sopra di tutto.

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giovedì 8 febbraio 2007, posted by roberto.bonuglia at 03.21

Moravia decide che è ora di essere stanchi, e, col suo meraviglioso igienismo, prende, e volta deciso verso il Taj Mahal. Ma io no. […] Mi avventuro da solo a girellare ancora un poco […] Dei giovani stanno giocando in silenzio con delle clave; altri stanno accoccolati, con le ginocchia all’altezza del viso, e le braccia penzolanti appoggiate sopra le ginocchia. Passa ancora qualche tassì, la notte è calda e vuota, come nei luoghi di villeggiatura al colmo dell’estate.
Torno su, verso l’albergo. Davanti a un edificio, ora spento, che è insieme un cinema e un ritrovo, il Regal, un ragazzo mi si avvicina, coi suoi shorts larghi come sottane e la camicia sporca sopra. Mi fa capire di essere disposto a offrirmi qualcosa: anzitutto procurarmi dell’alcool, perché a Bombay c’è il proibizionismo; e poi, naturalmente, altro. Mi crede un marinaio sbarcato da qualche nave. Io gli do una rupia, e io lascio: sono intimidito, non capisco nulla di quel personaggio.
Altri suoi simili sono nelle vicinanze, sui marciapiedi caldi e pieni d’una polvere secca e vecchia, sotto gli edifici cadaverici. Mi guardano e non mi parlano, vanno pei fatti loro.
Davanti all’albergo coi portichetti, ce n’è tutto un gruppo, ammucchiato per terra, nella polvere: membra, stracci e ombra si confondono. Vedendomi passare, due, tre si alzano, e mi vengono dietro, come aspettando. Allora io mi fermo e gli sorrido, incerto.
Uno nero, sottile, con un delicato viso ariano e un enorme ciuffo di capelli neri, mi saluta, mi si avvicina, scalzo, coi suoi stracci addosso, uno tra le gambe, uno sulle spalle; dietro a lui, si fa luce un altro, nero, questo, lucido, con la grande bocca negroide su cui nereggia la peluria della adolescenza: ma se sorride, gli fiammeggia in fondo al viso nero un candore immacolato: un flash, interno, un vento, una vampata, che strappa lo strato nero sullo strato bianco che è il suo interno riso.
Il primo si chiama Sundar, il secondo Sardar, uno è muslim, l’altro indù. Sundar viene da Haiderabad, dove ha la famiglia; cerca fortuna a Bombay, come un ragazzo calabrese può venir a Roma: in una città dove non ha nessuno, dove non ha casa, e deve arrangiarsi a dormire come capita, a mangiare quando può. Tossisce, dal piccolo torace di uccello: forse è tisico. La religione maomettana dà alla sua faccia dolce e sottile una certa aria di timida astuzia mentre l’altro, Sardar, è tutto dolcezza e dedizione: indù fino in fondo.
Anche lui viene dal lontano Andrà, la regione di Madras, anche lui senza famiglia, senza casa, senza nulla.

[Brano tratto da P.P. Pasolini, L'odore dell'India, Parma, Ugo Guanda Editore, 1990, pp. 15-17]

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mercoledì 7 febbraio 2007, posted by vito.cirillo at 00.36
Oltre a «Lawrence d’Arabia», c’è anche «Guido d’Arabia».
Così il regista italiano Guido Zurli è stato definito in una lunga intervista apparsa su Alias, il supplemento settimanale de Il Manifesto di sabato 20 gennaio.
La peculiarità di Zurli è di essere molto conosciuto e amato in Turchia e nei Paesi arabi e, purtroppo, non molto conosciuto in Italia. Nel 1964, girò Le verdi bandiere di Allah, che è uno dei pochi film d’avventura in cui «i nostri» sono gli islamici.
Qualche anno fa avrebbe voluto girare un film sulla situazione palestinese. Non è stato ancora possibile, ma è pronto a farlo, se si presenta l’occasione.

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martedì 6 febbraio 2007, posted by vito.cirillo at 21.06
Il Presidente dell'ANP, Yasser Arafat, morto nel 2004, era solito conservare appunti, taccuini e documenti nelle tasche della giubba militare della divisa che indossava.
Era una specie di archivio, che portava sempre con .
Tutto questo non si trova più. E' sparito.
Il quotidiano dell'Arabia Saudita, Ashara Alawsat, ha fatto un'inchiesta per scoprire dove sono finite le carte di Arafat. Nelle tasche della giubba, Arafat conservava anche denaro, suppliche e ritagli di giornali con articoli per lui particolarmente interessanti.

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lunedì 5 febbraio 2007, posted by roberto.bonuglia at 11.57

L’Islam è stato spesso presentato come una religione egualitaria, il che, in un senso profondo, è vero. Il mondo in cui l’Islam nacque, nel VII secolo, era tutt’altro: a oriente l’Iran, con la sua rete di classi piuttosto rigida e la sua struttura elaborata, e oltre l’ancor più rigidamente discriminatorio sistema di caste dell’India indù; a occidente, sistemi dominati da un’aristocrazia ereditaria e privilegiata che la cristianità aveva acquisito dal mondo greco-romano e dalle tribù germaniche, e che, pur addolciti, in qualche modo, dai valori e dagli insegnamenti cristiani, non erano mai stati abrogati ma anzi confermati ed estesi.

In linea di principio, e per quanto riguarda le caste anche nei fatti, l’Islam non ha mai riconosciuto né caste né aristocrazia. Il rifiuto di quest’ultima è problema più delicato. Anche nel mondo islamico, come in tutte le società umane, gli uomini di successo hanno trovato la maniera di trasmettere il loro potere, il loro benessere e i loro privilegi ai figli, e c’è stata una tendenza insopprimibile alla formazione di gruppi ereditari privilegiati. Nell’Islam, però, ciò avvenne nonostante l’ideologia dominante e non in quanto elemento della medesima, e il riconoscimento giuridico restò limitato; le condizioni prevalenti di insicurezza, poi, affievolirono ulteriormente la posizione dei gruppi privilegiati. Le aristocrazie islamiche furono precarie e, spesso, di breve durata; molte vennero rovesciate e sostituite da ondate successive di conquista, ognuna delle quali creò una nuova classe dirigente vincitrice, a sua volta effimera. Non c’è nulla nella legge, e poco nell’uso islamico, che possa offrire paralleli alla dicotomia patrizi-plebei dell’antica Roma, nobili-servi della gleba dell’Europa feudale, o Pari-piccola nobiltà prosperante in quasi ogni paese cristiano. Dalle origini a oggi, nei paesi islamici non si sono dati titoli ereditari al di fuori di quelli regali, salvo su scala locale assai ridotta e, anche in questo caso, per uso di cortesia più che in forza di legge.

Ma se l’uso islamico rifiuta il privilegio, ammette — in certe situazioni addirittura impone — la disuguaglianza. Tre ineguaglianze in particolare furono stabilite e regolate dalla legge e sviluppate nei secoli: lo statuto ineguale di padrone e di schiavo, di uomo e di donna, di musulmano e di non musulmano. Si tratta ovviamente di tre tipi sovrapponibili di classificazione, che possono incrociarsi, e i risultati pratici dell’appartenenza all’una o all’altra di tali categorie variano molto a seconda delle epoche e da luogo a luogo. In linea di principio, l’eguaglianza di status, e con essa il diritto di partecipare all’esercizio del potere a qualsiasi livello, era propria soltanto di coloro che fossero liberi, maschi e musulmani, mentre un individuo privo di questi requisiti, lo schiavo, la donna e il non credente, ne era escluso.

La misura dell’applicazione effettiva di tale esclusione variò enormemente. Fra tutti il meno applicato fu il veto posto agli schiavi per l’esercizio del potere. Dal IX secolo in poi, i governanti presero a fare affidamento su soldati schiavi piuttosto che su leve libere per l’esecuzione dei propri ordini, gli schiavi furono presenti nell’apparato di governo e vi comparvero in numero sempre crescente. E, col tempo, l’apparato di governo e militare si trovò dominato da comandanti e generali schiavi a capo di eserciti di schiavi, e diede spazio, per lo meno in due casi (in Egitto e in India), a dinastie di schiavi presso le quali la successione avveniva per mezzo di acquisto o affrancamento anziché per affiliazione. Le lingue islamiche hanno sviluppato un ricco lessico per «schiavo» a precisare l’intera gamma della vasta popolazione servile, dagli umili lavoratori dei campi, delle miniere, delle cucine, agli schiavi del sultano che comandavano eserciti, governavano province e controllavano le amministrazioni centrali. Quanto a questi ultimi, parole arabe come «mamluk» o turche come «kul» tecnicamente significanti «schiavo», presentavano una connotazione non già di schiavitù o di stato servile bensì di potere e di dominio.

[Brano tratto del libro di Bernard Lewis, Il linguaggio politico dell'Islam, Roma-Bari, Laterza, 1991, pp. 74-75; edizione originale, The Political Language of Islam, Chicago, University of Chicago, 1988]

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domenica 4 febbraio 2007, posted by roberto.bonuglia at 02.49
Ogni sopravvissuto nasconde una colpa: questo il sottotitolo del film Black Book del regista olandese Paul Verhoeven che, dopo essere stato protagonista di Hollywood tra la fine degli Anni Ottanta e l’inizio degli Anni Novanta, è tornato nel suo Paese per raccontare una vera e propria spy story nella quale sono le avventure di una giovane ebrea, scampata allo sterminio della propria famiglia, a costruire la trama del film. Interpretata da Carice van Houten – anche lei olandese, proprio come il regista e quasi tutto il cast –, la ragazza diventa una spia della resistenza dell’Aia [città questa dove aveva ed ha tutt’ora sede, il Governo olandese, pur non essendo capitale dei Paesi bassi che è Amsterdam] ma, allo stesso tempo, si innamora di un ufficiale nazista.

Come ha ricordato Arianna Finos (Il regista di «Basic Instinct» tra ebrei, nazisti e revisionismo, in «Il Venerdì di Repubblica», n. 985, del 2 febbraio 2007, pp. 54-55), all’ultima mostra del cinema di Venezia il film ha suscitato non poche perplessità testimoniate dalle critiche di «superficialità, perversione, decadenza […] e revisionismo» piovute sul regista. Quello che la pellicola di Verhoeven vuole infatti evidenziare è che anche tra i partigiani vi siano stati «traditori e doppiogiochisti», persone, cioè, che – alla pari dei nazisti e dei loro più diretti collaboratori –, hanno scambiato «le loro vite con la morte dei compagni e che, dopo la liberazione, si sono lasciati andare a vendette, regolamenti di conti, furti, esecuzioni».

Una scelta criticabile quella del regista olandese, ma di certo originale e non priva di fondamento storico: lo stesso titolo del film fa, infatti, riferimento ad una agenda (appunto il «black book») di un avvocato che collaborava col comando tedesco dell’Aia il quale aveva in essa annotato i nomi dei più insospettabili – e per questo più disonesti – collaboratori del Terzo Reich che lavoravano tra le fila della Resistenza. D’altra parte, pare giusto ricordare che proprio l’Olanda fu il Paese europeo nel quale più alta fu la percentuale degli ebrei deportati nei campi di sterminio nazisti: in una nazione che tra le prime aveva condannato la politica razziale ed antisemita della Germania nazista, furono, in realtà, molti ad essere poi disposti, magari per pochi soldi, a denunciare gli ebrei «della porta accanto» che si nascondevano dalla furia omicida delle SS.

Forse paradossalmente, gli ebrei furono ben più al sicuro, ad esempio, a Roma – capitale della cattolicità e città del pontefice Pio XII più volte accusato del silenzio e del suo atteggimento «troppo cauto e moderato» avuto nei confronti la questione dell’olocausto – che in Olanda dove, nonostante la condanna dell’olocausto, solo 30.000 dei 140.000 ebrei presenti riuscirono a scampare alla persecuzione antisemita. Ciò è una verità storica ed oggi, grazie al Black Book di Verhoeven è anche una realtà cinematografica.

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sabato 3 febbraio 2007, posted by roberto.bonuglia at 13.40

Per «olocausto» s’intende lo sterminio degli ebrei operato dai nazisti durante il Secondo conflitto mondiale. Letteralmente, il termine deriva dal greco holos [completo] e kaustos [rogo] che uniti tra loro compongono la parola holokauston il cui significato è «tutto bruciato», «rogo sacrificale offerto a Dio». Come si evince, il significato sostanziale è di derivazione teologica: i roghi sacrificali ai quali si fa, infatti, riferimento sono i sacrifici di animali uccisi in maniera rituale e bruciati sull'altare del tempio. Essi erano previsti e richiesti al popolo ebraico dalla Torah. L’altro termine che viene spesso usato per descrivere il genocidio nazista degli ebrei è Shoa [שואה, traslitterato anche come Shoah o Sho'ah] e che nella lingua ebraica significa «desolazione», «calamità», «distruzione».

L’antisemitismo fu fin dall’inizio una componente importante del nazionalsocialismo tedesco che, in una prima fase (dal 1933 al 1938), si manifestò soprattutto in senso culturale intellettuale: sono quelli gli anni durante i quali furono diffusi gli stereotipi dell’ebreo «bolscevico», «plutocrate», «borghese». Dopo le prime leggi di segregazione razziale del 1935 volte a delimitare gli ambiti ed i rapporti tra ariani e giudei sarà la Notte dei cristalli (9 novembre 1938) a segnare l’inizio della persecuzione antisemita. Triste fu il bilancio di quella notte: 191 sinagoghe incendiate – delle quali 76 totalmente distrutte –, 7.500 negozi ebrei saccheggiati, 91 ebrei assassinati. Nei due giorni successivi, inoltre, 20.000 ebrei furono rastrellati e raggiunsero, nelle prigioni tedesche, gli altri perseguitati del regime nazista: comunisti, socialdemocratici, protestanti. Le carceri, però, non avrebbero potuto contenere tutta la popolazione ebraica residente in Germania: iniziò allora a prendere forma l’idea, proposta dal numero due delle SS Reinhard Heydrich, di internarli in campi di concentramento. Egli sostenne anche la necessità di cacciare gli ebrei dalla Germania nazista – non prima, però, di aver confiscato i loro beni e le loro aziende –, che fu inizialmente perseguita attraverso «l’emigrazione a pagamento»: dal 1933 al 1941, infatti, 537.000 ebrei tedeschi lasciarono il Paese grazie al versamento di una somma di 9.500.000 di dollari versati nelle casse del Terzo Reich dai loro correligionari residenti all’estero.

Nel frattempo, il 30 gennaio 1939, Hitler dichiarò al Reichstag: «Sarò profeta. Se il potere economico ebraico, ancora una volta arriva a gettare i popoli in una guerra mondiale, in Europa e altrove, allora ne deriverà non la bolscevizzazione del mondo, cioè una loro vittoria, ma al contrario, lo sterminio della razza ebraica in Europa». Dopo il fallimento del progetto Madagascar [che prevedeva il trasferimento degli ebrei sull’isola – allora colonia francese –, scelta per il suo «clima micidiale per gli europei» nella sicurezza che ciò avrebbe contribuito di per sé a decimarli se non a sterminarli], il 20 giugno 1942, durante la riunione di Wannsee, fu elaborata e messa a punto la «soluzione finale». Durante quell’incontro, svoltosi nella periferia di Berlino e nel quale Heydrich stimò in 11.000.000 gli ebrei da sterminare, fu deciso, infatti, di deportare tutti gli ebrei dell’Europa nei campi di concentramento già esistenti nell’Europa Orientale e, soprattutto, in quelli di sterminio che erano già in costruzione: Auschwitz, Treblinka, Belzec, Sobibor e Chelmno. Era in essi che l’installazione delle camere a gas avrebbe permesso di sopprimere migliaia di uomini, donne, bambini, in poco tempo, con ritmi incalzanti, di fatto, quotidiani.

L’obiettivo nazista non fu raggiunto: il numero di ebrei uccisi, alla fine del Secondo conflitto mondiale sarà di 6.000.000 di vittime. Poco più della metà del numero stimato da Heydrich a Wannsee, ma più che sufficiente per rappresentare un’onta indelebile nella storia del XX secolo, nella storia dell’umanità.

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giovedì 1 febbraio 2007, posted by roberto.bonuglia at 11.21
In popoli che vivono perennemente sull’orlo della guerra nascono movimenti estremisti che finiscono per non attribuire alcun valore alla vita, propria o altrui, e che considerano la violenza o il terrore come normali strumenti di lotta. Ideologie estremiste possono nascere da quelle stesse fedi religiose di cui si nutrono anche i più elevati ideali umanitari, non meno che da ideologie laiche che esaltano ideali nazionalisti, di per sé nobilissimi. Massacri e assassinii vengono compiuti, anche col sacrificio della vita, nella convinzione di adempiere così ad un sacro dovere, a una guerra santa, alla realizzazione di nobili fini.

Quando è in gioco l’esistenza di un popolo si scatenano anche violenti conflitti interni. Lo scontro di opinioni su come porre fine alla guerra e riportare la pace può condurre un popolo che vede in gioco il suo destino fino sulla soglia della guerra civile. Chi sostiene tattiche o strategie di compromesso nella ricerca della pace viene facilmente accusato di tradimento: Yitzhak Rabin lo fu, lo è stato dopo di lui persino Benjamin Netanyahu in alcuni momenti della sua ambigua «navigazione» politica.

Quando i popoli incominciano a stancarsi del sangue sparso e della guerra e a desiderare la pace, quando i padri, diceva Rabin, si stancano di seguire i funerali dei figli, essi sono pronti a pagare la pace con la rinuncia agli obiettivi più ambiziosi e gloriosi che si erano posti. Ma rimangono minoranze fanatiche, in un campo come in quello opposto, che si alleano di fatto tra loro per esacerbare gli odi, per distruggere la nascente fiducia reciproca e per rendere impossibile la pace. Finiscono così per formarsi un «partito della pace» e un «partito della guerra», per loro natura transnazionali: anche gli uomini del partito della pace, nell’uno e nell’altro campo, diventano tra loro alleati. Anch’essi trovano difficile reprimere istinti nazionalistici che sono diventati quasi riflessi condizionati. Eppure, se si vuole fare la pace, bisogna accettare che a farla siano non i due popoli, compattamente, bensì i due «partiti della pace» presenti in ciascuno dei due popoli, imponendola, anche con la forza, alle minoranze che continuano a sognare la guerra.

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