
Dopo due giorni di colloqui e grazie alla mediazione del re saudita
Abdullah bin Abdulaziz,
Abu Mazen [presidente palestinese nonché capo di
Al Fatah] e
Khaled Meshaal [leader di
Hamas in esilio a Damasco] hanno raggiunto un accordo alla Mecca per la formazione del nuovo governo palestinese di «unità nazionale». Prima di ricostruire le tappe dell’accordo, giova forse subito ricordare – come ha fatto oggi
Igor Man sulle colonne de
La Stampa – che
Al Fatah raggruppa i palestinesi nati dalla «costola laica» di Arafat e che
Hamas è il gruppo cui fanno riferimento quelli «religiosamente legati all’irredentismo foraggiato dalla Teocrazia iraniana».
Alla carica di primo ministro è stato confermato
Ismail Haniyeh che, dopo la firma dell’accordo, ha dichiarato: «Questo è il primo passo sulla strada per rompere l'embargo del popolo palestinese».
La divisione dei dicasteri, sulla base della quale prenderà corpo il nuovo governo, prevede per
Hamas 7 ministeri, mentre 6 saranno i ministri espressi da
Al Fatah. Gli altri 5 dicasteri saranno divisi tra le altre formazioni politiche palestinesi minoritarie. Gli incarichi più importanti nel governo [Interni, Finanze ed Esteri] saranno affidati a uomini politici «indipendenti».
L’accordo arriva dopo una serie di violenze reciproche tra i due gruppi che avevano provocato, dal mese di dicembre ad oggi, circa 90 morti. Un bilancio tragico che iniziava a far pensare all’inizio di una vera e propria guerra civile.
La notizia è stata accolta con gioia in tutto il paese ed, in particolar modo, in
Cisgiordania e nella
Striscia di Gaza, la zona più colpita dagli scontri tra le due fazioni nelle ultime settimane. I clacson delle macchine e le sirene, insieme ai colpi sparati in aria e ai fuochi di artificio hanno salutato la notizia.
Abu Mazen ha commentato così la firma dell’accordo: «Abbiamo avuto successo e abbiamo iniziato un nuovo percorso. Speriamo continui per il bene e la liberazione del nostro Paese». L’accordo, secondo il leader di
Al Fatah, «soddisfa la nostra gente e ci porta sulla spiaggia della pace: questa iniziativa è stata coronata dal successo».
Meshaal, dal canto suo, ha promesso di impegnarsi per il rafforzamento dell’unità del popolo palestinese. Queste le sue prime parole dopo l’incontro: «Vi prometto che costruiremo correttamente e insieme la casa del popolo palestinese». L’intesa, secondo il leader di
Hamas, «unificherà i nostri ranghi: c'è un impegno e c'è l'unità, porteremo avanti questa alleanza». Paiono quindi soddisfatti i propositi del re saudita che, all’inizio delle trattative, aveva dichiarato: «Spero che i nostri fratelli non abbandonino questo luogo santo senza aver trovato un’intesa e senza aver giurato di metter fine allo spargimento di sangue».
Un clima di generale ottimismo ha, quindi – come si evince dalle dichiarazioni dei leader politici palestinesi –, accolto prima l’inizio dei «negoziati» e, poi, la firma dell’intesa. Sicuramente essa è un fatto positivo, che dovrebbe in tempi brevi risolvere molti dei problemi di politica interna in Palestina. Ma permangono delle zone d’ombra nell’accordo, che potrebbero non portare altrettanto rapidamente alla soluzione dei contrasti tra le due fazioni riguardo la politica estera ed avere delle conseguenze in campo economico.
L'intesa siglata, infatti, impegna il nuovo governo di unità nazionale a rispettare gli accordi stipulati in precedenza dall’
Olp, compresi quelli di pace con Israele. Ma su questo punto, ad esempio, un collaboratore del futuro primo ministro
Haniyeh ha voluto precisare che l’accordo della Mecca non implicherebbe necessariamente «il riconoscimento dello stato ebraico». Ciò pone in risalto, soprattutto agli occhi di
Al Fatah, una profonda debolezza dell’intesa raggiunta: il mancato esplicito riferimento al riconoscimento di Israele.
Ciò ha spinto lo stesso Israele a non prendere posizioni ufficiali in merito all’accordo raggiunto tra
Hamas ed
Al Fatah. Atteggiamento simile si riscontra anche nelle parole pronunciate dal ministro degli Esteri britannico,
Margaret Beckett la quale si è, infatti, limitata a definire come «interessante» l’accordo precisando: «Dobbiamo studiarlo attentamente e parlarne con i nostri partner. La prima cosa sarà vedere quale governo Hamas formerà e quale sarà il programma». Più ottimista il il ministro degli Esteri italiano,
Massimo D'Alema, il quale ha affermato: «L'intesa potrebbe aprire promettenti prospettive non solo in campo palestinese ma per l'intera regione».
Gli uomini di
Abu Mazen temevano, infatti, che questa omissione avrebbe potuto provocare la condanna dell’accordo da parte del
Quartetto dei mediatori per il Medio Oriente [Usa, Russia, Onu e Ue] ostacolando così la ripresa degli aiuti internazionali – circa un miliardo di dollari l’anno – già sospesi lo scorso anno dopo la vittoria di
Hamas e sui quali si basa la fragile economia palestinese. Fortunatamente, nonostante i timori di
Al Fatah, proprio qualche ora, fa il «Quartetto» ha salutato con favore l’accordo: «Tutti noi concordiamo sul fatto che si è trattato di un passo nella giusta direzione», ha dichiarato il ministro degli Esteri russo
Serghei Lavrov, dopo una teleconferenza con esponenti di Stati Uniti, Unione europea e con il segretario generale delle Nazioni Unite,
Ban Ki-moon.
Le prossime settimane saranno, perciò, decisive per valutare la validità degli accordi della Mecca.
Hamas si attende a una fine delle sanzioni internazionali ed a questo scopo il re
saudita, sponsor dell'accordo, sta già iniziando a lavorare con l’Unione Europea e con gli Usa. Lavrov, infine, ha preannunciato a breve un nuovo incontro del Quartetto di Madrid. Sarà un vertice importante per il futuro della Palestina, almeno quanto il prossimo appuntamento: l’incontro «trilaterale», fissato il 19 febbraio, negli Usa, tra
Olmert,
Abu Mazen ed il segretario di Stato statunitense
Condoleezza Rice.
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