mercoledì 17 ottobre 2007, posted by vito.cirillo at 10.23
Ladislao Mittner nella sua Storia della letteratura tedesca afferma, a proposito di Herman Hesse, che «quello che si cercò di definire con il suo pensiero, si esaurisce in una irresolubile problematica del corpo e dell’anima». Martin Buber, a sua volta, precisa che Hesse, da quell’homo humanus che era, ha propugnato la totalità e l’unità della natura umana. Questi due giudizi critici definiscono, sia pur sinteticamente, la caratteristica di fondo della spiritualità di Hesse. Già dal primo romanzo, Peter Camenzind (1904), Hesse lascia trasparire «la problematica del corpo e dell’anima», la dialettica tra sensualità e spiritualità.

Nello scontro con la vita quotidiana, Hesse rinuncia a poco a poco ai sogni e alle illusioni di trovare nelle cose al di fuori di sé la libertà, la bellezza, la verità, l’armonia. Camenzind si rende conto che la libertà e la verità possono essere raggiunte solo nel proprio intimo, mediante un profondo sentimento di unità delle varie cose, il quale a sua volta produce un’inclinazione a considerare e sentire ogni cosa come parte di un tutto: Dio.

Dopo. questa scoperta, egli, ritornato al suo paese natale, riscopre che tutte le cose, anche le più piccole ed ordinarie, hanno un valore, un’importanza, e perciò vanno godute e gustate intensamente. Camenzind sente anch’egli come il San Francesco del Cantico delle Creature che tutte le cose, tutti gli elementi sono «sorelle e fratelli». Una lezione d’amore per le cose, per la vita, egli la ricevette da un povero sventurato: il gobbino paralitico di nome Boppi, una splendida figura, forse una delle più belle dell’intera produzione letteraria di Hesse. Questo senso di unità delle cose e di fraternità Hesse lo mutò, oltre che da Francesco d’Assisi, dalla lettura di opere della civiltà orientale. La scoperta del buddismo e poi del taoismo rappresentarono per lui i momenti di più elevata ed inebriante esaltazione spirituale.

L’Oriente divenne per lui il faro il punto d’irradiazione di maggior luce. La cultura tedesca aveva già avuto dei precedenti in questo ispirarsi allo spirito orientale - si pensi a Herder, Goethe, Schopenauer -, ma per Hesse non fu solo questione di influenze letterarie e filosofiche. C’era in lui, intatti una predisposizione per così dire «genetica». Nello scritto La mia lettura preferita (1945), Hesse rivela: «Verso l’India, almeno, ero già avviato, e predestinato: i miei genitori e i miei nonni erano stati in quel paese, avevano imparato quegli idiomi e assaporato qualcosa dello spirito indiano». Questa «predestinazione» lo portò a compiere un viaggio in India, nel 1911. Passò da Singapore a Sumatra a Ceylon (dove incontrò il poeta crepuscolare italiano Guido Gozzano). Questa esperienza che, in realtà, lo deluse un po’ quello da lui visto era un continente colonizzato e come tale ibrido, la descrisse nell’opera Viaggio in India (1913), che anticipò quella «fuga o, pellegrinaggio» in India che ha caratterizzato e ancora caratterizza tanta parte della cultura contemporanea, prima fra tutte quella prodotta, negli Anni Settanta, dalla generazione hippy. A questo proposito non è azzardato, dire che da allora Herman Hesse è (ancora oggi) l’autore più letto e amato dai giovani. Al Viaggio in India farà seguito il Pellegrinaggio in Oriente (1922), un romanzo in cui si narra di un singolare viaggio senza ritorno in Oriente alla ricerca del tao e della Kundalini per giungere alla conoscenza della verità.

In Siddartha - il capolavoro di Hesse per la perfetta fusione tra forma e contenuto -, viene descritto il pellegrinaggio del samana (pellegrino) alla ricerca dell’Assoluto. Egli conosce l’amore per una prostituta, l’amore per il denaro, per le cose esteriori. Si immerge nei mondo degli «uomini-bambini» succhiandone, fino in fondo, il veleno. Ma la sua sete di verità rimane insoddisfatta, anzi, l’ansia e l’insoddisfazione sono aumentate. Alla fine, il samana placherà la propria sete di Assoluto mettendosi ad ascoltare il fluire delle acque del fiume, che gli si rivela come un linguaggio sempre diverso eppure sempre uguale, punto di sintesi di tutte le voci del mondo.

Le tragedie della prima guerra mondiale, l’internamento della moglie in un manicomio, la morte del padre e la grave, malattia del figlio più piccolo, determinarono in lui una profonda crisi depressiva e spirituale, spingendolo allo studio delle opere psicanalitiche di Freud e Jung. L’effetto di queste letture è riscontrabile nell’opera Demian (1917) pubblicata con lo pseudonimo di Emil Sinclair. In Demian, Hesse descrive la storia di un giovane combattuto fra il mondo del bene e quello del male: il primo rappresentato dal misterioso Demian; il secondo da Kromer, un compagno di scuola bugiardo, ladro e malvagio. Thomas Mann considerò Demian un piccolo capolavoro. Il. romanzo più discusso di Hesse è senz’altro Il lupo della steppa (1927). È un romanzo di sapore fortemente pirandelliano nel quale Harry Haller, il protagonista, personifica un dualismo presente in ogni uomo: il coesistere di caratteristiche irrazionali con quelle nazionali.

Tale coesistere produce, poi, il sorgere non solo di due nature, ma di molteplici nature delle quali alcune, nel corso dell’esistenza umana, appaiono manifeste, altre rimangono sullo sfondo, nell’oscurità. Harry Haller, un intellettuale sulla cinquantina, è dibattuto, fra due modi di essere: essere uomo ossia un mondo di sentimenti, di ragione, di cultura; essere «lupo» ossia un mondo di istinti irrazionali, di passioni selvagge. È evidente, in questo romanzo, l’influenza che su Hesse. esercitò il romanzo di Feodor Dostoevskj Memorie dal sottosuolo. L’antitesi tra i due mondi, però, non è netta ed assoluta perché, secondo Hesse, nel mondo dell’uomo si possono celare anche delle meschinità (quelle piccolo-borghesi, ad esempio) e nel mondo del «lupo», delle energie liberatrici per cambiare situazioni di ingiustizia e di oppressione, delle potenzialità rivoluzionarie insomma.

La dialettica tra bene e male, il dualismo de Il lupo della steppa li ritroviamo in un altro romanzo Narciso e Boccadoro (1930). Hesse si serve di elementi fiabeschi per narrare la storia, ambientata nel Medioevo, di Narciso, un monaco ricco di sapienza e di spiritualità e di Boccadoro, un artista insoddisfatto, sensuale, errabondo. Pur essendo diversi, entrambi, sono alla ricerca di qualcosa: dell’ideale, dell’assoluto. Il tema dell’artista irrequieto era già stato affrontato da Hesse in Peter Camenzind e in Sotto la ruota (1906).


L’ultima delle sue grandi opere è, infine, Il gioco delle perle di vetro (scritto fra il 1931 e il 1942). È un’opera ambientata in un futuro da fantascienza, in un luogo chiamato Castalia. Qui vive il «fior fiore» del mondo dell’arte, della scienza, dei valori del passato. Essi si dedicano ad un gioco spirituale, «il gioco delle perle di vetro», che consiste nel trarre diversi concetti, colori, suoni da alcuni fili di perle tese su di un grande telaio. Vengono, così riassunti temi filosofici, scientifici, musicali. Attraverso questo gioco, i saggi di Castalia intendono conservare e tramandare l’immagine di una civiltà ormai in rovina, quella moderna delle macchine che produce alienazione e crescente disumanizzazione. È ripreso così un tema già presente né Il lupo della steppa: quello dell’odio per la civiltà delle macchine. Harry Haller, infatti, con i suoi amici partecipa ad una specie di «caccia grossa» contro le macchine, facendo strage di veicoli e di guidatori. È la natura del lupo che, in questo caso, si scatena per annientare un, prodotto perverso – secondo Hesse -, dell’ingegno e della razionalità dell’altra natura, quella dell’uomo. Per questo elemento, l’odio per la moderna civiltà industriale (sempre più alienante e distruttiva delle caratteristiche umane) dagli Anni Settanta in poi, «i figli dei fiori», gli hippies, i giovani insoddisfatti di questa società hanno eletto Herman Hesse a loro autore preferito, a loro cibo spirituale. Si pensi, a tale riguardo, che di, Siddharta, solo negli Stati Uniti, solo dal 1970 al 1980, state vendute oltre 1.500.000 copie.

Pare il caso di ricordare, ai sempre più numerosi lettori del Khayyam’s Blog, che nella sua opera Hesse rivelò, inoltre, in più di un’occasione l’importanza che nella sua vita spirituale ed intellettuale hanno avuto i grandi cinesi Mencio, Confucio, Lao-tzu. Di Confucio egli ricorda questa massima: «Il saggio non è forse colui che sa che non è possibile, eppure lo fa ugualmente». Riguardo a questa massima, Hesse scrisse: «Ripenso spesso a questa massima, ed a parecchie altre, anche quando osservo gli avvenimenti mondiali e le dichiarazioni di coloro che hanno in animo di governare e rendere perfetto il mondo nei prossimi anni e decenni. Essi fanno come Confucio, il Grande, ma dietro la loro azione non c’è, come in lui, la cognizione «che non è possibile». È, come si vede, un invito ad un sano realismo, alla modestia, all’effettiva concretezza per i politici e i governanti d’ogni parte del mondo. Non ideologie palingenetiche e programmi da «luna nel pozzo», quindi. Ma in Occidente, purtroppo, la saggezza dell’Oriente non ha mai messo profonde radici!

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4 Comments:


At 17 ottobre 2007 13.33.00 IRST, Anonymous valentino

Bellissimo saggio critico su uno scrittore troppo spesso frettolosamente liquidato con sufficienza da coloro che mai ne hanno letto una pagina.

 

At 17 ottobre 2007 13.56.00 IRST, Blogger vito.cirillo

Ciao Valentino,

grazie per il lusinghiero giudizio. Condivido con te il pensiero su Herman Hesse, scrittore che andrebbe prima ancora che rivalutato, letto e conosciuto. Un caro saluto.

 

At 17 ottobre 2007 20.46.00 IRST, Anonymous giulia

Molto interessane Giulia

 

At 28 ottobre 2007 0.54.00 IRST, Blogger Effe

Sì, Hesse va rivalutato, o meglio, bisogna sfatare i luoghi comuni che ne annebbiano la profondità. E questo ottimo articolo è di grande aiuto.

Su una cosa però non sono del tutto d'accordo.

Di certo Hesse/Haller nel Lupo della steppa non si vergognava della propria antipatia verso la modernità delle macchine, dei grammofoni e del jazz. Ma proprio in quel romanzo - che a mio parere contiene un percorso che supera vertiginosamente le Memorie di Dostoevskij - lo stesso protagonista è messo alla berlina dalla propria spocchia da intellettuale. Proprio quando decide di tagliarsi la gola, Erminia lo costringe a prendere lezioni di fox-trot, si ritrova ammaliato dal bello e animalesco Pablo e, nel finale, subisce una sonora lavata di capo da Mozart in persona che gli dà dello stupido e lo costringe ad ascoltare la radio dicendogli che deve imparare a ridere!!!

La stessa "caccia grossa" nel Teatro Magico, è solo una scheggia del caleidoscopio che compone la personalità di Hesse/Haller. E la grandezza del romanzo - e del suo autore - stanno proprio qui: nel sapere andare oltre se stessi.

Un saluto e grazie ancora per l'articolo comunque interessantissimo!

 


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