
Il polacco
Abraham Joshua Heschel, professore di etica e mistica ebraica al seminario teologico ebraico di New York, è stato il piu’ sensibile e lucido filosofo del rifiuto delle filosofie della «morte dell’uomo». Laureatosi a Berlino nel 1933, successe a Martin Buber alla cattedra di Francoforte. A causa della persecuzione razziale dei nazisti egli dovette emigrare prima a Londra e poi negli Stati Uniti. Oltre ai volumi i cui temi sono strettamente filosofici, notevoli sono anche gli studi teologici e biblici di cui Heschel è stato autore. Si pensi ai volumi
The Prophets (I profeti),
The Theology of Ancient Judaism (La teologia dell’antico giudaismo),
God in Search of Man (Dio alla ricerca dell’uomo),
Israel, an echo of Eternity (Israele, un eco di eternità).
Ciò per cui, però, Heschel si è imposto all’attenzione dei lettori di qualsiasi parte del mondo è rappresentato dall’elaborazione e dallo sviluppo di una filosofia riguardante il significato che ha l’uomo oggi, il senso della sua vita nella civiltà tecnologica in cui viviamo.
L’interrogativo che Heschel si pone è:
chi è l’uomo? Questo interrogativo è anche il titolo del libro più famoso di Heschel:
Who is Man (Chi è l’uomo?), scritto nel 1965. Qualche anno prima, nel 1951, aveva già scritto un altro libro avente come tema l’uomo:
Man Is Not Alone (L’uomo non è solo). Secondo Heschel, noi riusciamo a comprendere sufficientemente l’aspetto animale dell’uomo, ma la perplessità si presenta allorchè si cerca di chiarire che cosa si intende per «umanità dell’uomo». Dice Heschel: «L’uomo non è una tabula rasa. Diversamente da altri oggetti, il desiderio di conoscere se stesso è parte del suo essere […] Sappiamo ciò che l’uomo fa, ma non sappiamo che cosa egli è. Quando caratterizziamo l’uomo, per esempio, come un animale che fabbrica attrezzi o un animale pensante, ci riferiamo alle funzioni, non all’essere dell’uomo. Forse la tragedia dell’uomo moderno è dovuta al fatto che egli ha dimenticato di domandarsi: chi è l’uomo? L’incapacità di trovare la propria identità, di sapere che cosa è l’autentica esistenza umana, lo spinge ad assumere una falsa identità, a fingere di essere ciò che è incapace di essere o a non riuscire ad accettare ciò che si trova alla vera radice del suo essere. L’ignoranza riguardo all’uomo non è mancanza di conoscenza, ma conoscenza errata».
Questa «conoscenza errata» va sconfitta mediante la filosofia che deve essere uno strumento individuale mediante il quale si deve pervenire all’autoconoscenza di se stessi. Secondo Heschel, la natura dell’uomo è fatta di ciò che egli crede di essere e «l’immagine dell’uomo influisce sulla natura dell’uomo». L’autocomprensione o autoconoscenza, però, è incompleta se ci si limita ai fatti dell’essere umano, trascurando ciò che vi è implicato, perchè «l’io stesso è un insieme di fatti e di norme, di ciò che è come anche della consapevolezza di ciò che dovrebbe essere. L’essenza dell’essere umano è il valore in esso racchiuso».
Una vera autocomprensione deve, innanzitutto, essere caratterizzata dall’escludere ogni compiacimento e dall’interrogare se stesso, i propri atti ed i propri tratti. Heschel si pone le domande: «Siamo noi l’ultima generazione? E’ questa l’ultimissima ora per la civiltà occidentale? Che cosa succede nella vita dell’uomo, e come ci è dato com prenderlo?».
Per Heschel «questa è un’epoca in cui è impossibile meditare sulla situazione umana senza sentire vergogna, angoscia e disgusto, in cui è impossibile provare una gioia senza dolore e infinita sofferenza di, cuore, contemplare trionfi personali senza fitte di turbamento». Dopo Auschwitz e Hiroshima, la filosofia non può più essere quella di prima. La nevrosi, che è la malattia del nostro secolo, e più un fallimento della coscienza che una sconfìtta dei nervi. Dice Heschel: «Esteriormente l’
homo sapiens può far credere di essere soddisfatto e forte; interiormente, però, è povero, bisognoso, vulnerabile, sempre sull’orlo della miseria, incline a soffrire spiritualmente e fisicamente». L’uomo, secondo Heschel, ha pochissimi amici in questo mondo; la stessa letteratura, che si occupa di lui, caratterizzata dal disprezzo, dal pessimismo, dalla decadenza, dal senso della morte. Questa è diffamazione dell’uomo – dice Heschel - e può significare la condanna di noi tutti. «L’annullamento morale conduce allo sterminio fisico. Se l’uomo è spregevole, perchè preoccuparsi per la estinzione della specie umana? L’eclissi dell’umanità, l’incapacità a percepire il nostro valore spirituale, a sentirci coinvolti nell’impegno morale, è di per sè una terribile punizione». Ma è possibile conoscere veramente se stessi? Il razionalismo afferma che qualsiasi cosa che esiste può anche essere conosciuta. Ma esso, secondo Heschel, non distingue «tra l’io come è nelle mie spiegazioni e l’io dato alla mia mente». Egli si domanda: «Che cosa rimane identico in me attraverso tutti i mutamenti e le trasformazioni che subisco, le forme di comportamento, le azioni e reazioni?».
L’esistenza è ancorata nella profondità; è impossibile studiare la vita di un albero scavando le sue radici. Scrive Heschel: «Al di là di ogni angoscia e ansietà il fattore più importante dell’autoriflessione è la preziosità della mia esistenza. Per me essa è unica, senza precedenti, senza prezzo; e mi oppongo al pensiero di dissiparne il significato. Dagli uomini di oggi, la vita, anche quando sia sentita come un peso, è profondamente amata, valutata come un bene supremo, accettata nella sua realtà.
La verità dell’essere umano sta nell’amore di essere vivi. Solo in seguito all’estremo abuso e alla dissacrazione dell’essere, l’uomo infligge a se stesso la punizione del disgusto per il proprio essere». Questo senso di preziosità dell’essere s’accompagna al bisogno di ciò che è morale, di ideali e valori morali. Questi ideali e valori sono, per prima cosa, la solidarietà e la reciprocità: «l’uomo raggiunge la pienezza dell’essere nel legame sociale, nell’interesse per gli altri». Un altro valore è la santità, intesa come sensibilità per il sacro, che può essere percepito solo con il senso del sacro. Dice Heschel: «Sentire il sacro è sentire che cosa è caro a Dio».
Questo senso del sacro fa dire ad Heschel che l’uomo è «la manifestazione di un significato trascendente», questa trascendenza è chiamata Dio vivente. Tale Dio vivente è, biblicamente, alla ricerca dell’uomo. L’uomo, a sua volta, deve pervenire alla fede in Dio, non deve rifiutare la trascendenza: «Il rifiuto della trascendenza, che pretende di svelare la verità dell’essere, è una contraddizione interna, giacchè la verità dell’essere non sta all’interno dell’essere o all’interno della nostra coscienza dell’essere, ma è piuttosto una verità che trascende il nostro stesso essere». La ricerca del trascendente è inappagamento continuo, è uno stato di aspirazione e di tensione incessante verso «Qualcuno» che piu’ si crede di conoscere e meno si conosce.
La verità richiede di elevarsi continuamente, di lottare, perchè il fine è al tempo stesso in noi e al di là di noi. Bisogna riconciliare la visione di Dio con la nostra esperienza, dice Heschel.
Chi è l’uomo? E’ un essere posto nel travaglio, ma che ha i sogni e i disegni di Dio. Questa è la risposta di Abraham Heschel.
Per sei giorni, l’uomo deve lottare con il mondo, ma nel settimo giorno, il sabato, il giorno di festa, l’uomo deve interessarsi in modo particolare dei semi di eternità piantati nella sua anima, deve sintonizzare il tempo con l’eternità. Questo è il senso dell’opera
The Sabbath: Its Meaning for Modern Man (Il sabato, il suo significato pr l’uomo moderno).
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