domenica 31 dicembre 2006, posted by vito.cirillo at 20.19


Si prendano dodici mesi,
si puliscano bene dall’Angoscia,
dall’Amarezza, dall’Avarizia e
dalla Pedanteria...

e si spezzetti, ogni mese, in trenta
o trentun parti, sicchè la quantità sia sufficiente
proprio per un anno.

Ogni giorno viene condito,
ad uno ad uno:
con una parte di Lavoro
e due di Gaiezza e Buon Umore.

Si aggiungano tre grandi cucchiai,
colmi d’Ottimismo,
un cucchiaio da tè di
Tolleranza ed un pizzico
D’ironia ed una presa di Tatto.

Il tutto poi sia abbondantemente
Innaffiato d’AMORE!

Si decori infine il piatto
Con mazzetti di Piccole Attenzioni
E lo si serva, ogni giorno,
con Letizia.

[Nella foto: interno del casale Bronzivalle, casa di caccia dei Conti Rosselmini, Tenuta di Vignale, Località Vignale n°5 - 5702 Vignale Riotorto (Li) http://www.tenutadivignale.it/agriturismo_bronzivalle.asp]

Etichette:

 
sabato 30 dicembre 2006, posted by roberto.bonuglia at 11.44
Circa quattro ore fa l’ex-presidente iracheno Saddam Hussein è stato impiccato.
L’esecuzione – che è stata filmata e probabilmente, tra pochi giorni, potrà essere vista on line da tutti come accadde per quella di Nick Berg sgozzato da un miliziano islamico il 15 maggio 2004 – è stata annunciata prima da una rete televisiva irachena, Al Hurra, e poco dopo confermata da fonti del Pentagono. Rifiutandosi di indossare, come previsto per le esecuzioni di questo tipo, il cappuccio, Saddam ha pronunciato le sue ultime parole rivolgendosi al «suo» popolo: «Restate uniti».
Il presidente degli Usa George W. Bush ha invece così commentato l’esecuzione della condanna a morte dell’ex- rais di Badgad: «Oggi Saddam Hussein è stato giustiziato dopo aver ricevuto un processo equo cioè quel tipo di giustizia negata alle vittime del suo regime brutale». Quantomeno singolare, invece, la posizione espressa nel Regno Unito dal ministro degli Esteri, Margaret Beckett: pur condannando la pena di morte la Beckett ha espresso tutta la sua soddisfazione per il fatto che «Saddam Hussein sia stato processato da una corte irachena per almeno una parte dei terrificanti crimini che ha commesso». Una posizione, quella britannica non troppo dissimile a quella francese. Oltralpe, infatti, il ministro Philippe Douste-Blazy, si è limitato a prendere atto dell’esecuzione esortando gli iracheni a «guardare verso il futuro e ad impegnarsi per la riconciliazione e l'unità del popolo iracheno» precisando però che «la Francia milita come tutti i suoi partner europei per l’abolizione universale della pena di morte. Ma l’Iraq è uno stato sovrano e pertanto decide leggitimamente». Simili reazioni si sono registrate in altri paesi, tra i quali Australia e Giappone.
L’esecuzione di Saddam è da considerarsi, invece, «una notizia tragica» secondo padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa vaticana. E’ molto concreto adesso il rischio che il modo col quale si è concluso il processo «alimenti lo spirito di vendetta e semini nuova violenza». La condanna a morte è, secondo Lombardi «motivo di tristezza anche quando si tratta di una persona che si è resa colpevole di gravi delitti. La posizione della Chiesa cattolica, contraria alla pena di morte è stata più volte ribadita. L'uccisione del colpevole non è la via per ricostruire la giustizia e riconciliare la società».
Quasi scontato ricordare che le maggiori organizzazioni internazionali – Amnesty International, l’Associazione di difesa dei diritti umani – hanno invece condannato fermamente sia l’esecuzione di Saddam sia le modalità con le quali il processo è stato condotto.
Queste le posizioni espresse dai maggiori leader politici «dell’Occidente». In Medio Oriente, invece, le reazioni sono, inevitabilmente, molto diverse tra loro: il primo ministro iracheno Nouri Al Maliki ha dichiarato: «Giustizia è fatta in nome del popolo» invitando «i seguaci del passato regime a riconsiderare la loro posizione dal momento che la porta è ancora aperta per chiunque non si sia macchiato di sangue innocente per contribuire a ricostruire l’Iraq per tutti gli iracheni». Un monito, quello di Al Maliki, che potrebbe riassumersi, paradossalmente, proprio nelle ultime parole pronunciate da Saddam.
In Iran il viceministro degli Esteri, Hamid Reza Asefi, ha considerato l’esecuzione come una vittoria per tutti gli iracheni. Posizione, quella iraniana, molto simile a quella israeliana dove un portavoce del governo di Ehud Olmert ha dichiarato: «Giustizia è stata fatta», tenendo a ricordare che Saddam è stato «un uomo che ha messo il Medio Oriente a fuoco e sangue in più occasioni, che ha usato delle armi chimiche contro il suo stesso popolo e che è responsabile della morte di diverse migliaia di persone». L’agenzia ufficiale Jana ha invece annunciato che la Libia ha deciso di decretare tre giorni di lutto nazionale per il «prigioniero di guerra Saddam Hussein».
Saranno tre giorni di lutto pacifici o segnati da nuove violenze? Una cosa va ricordata: qualche giorno fa, il 27 dicembre 2006, il portavoce della Casa Bianca Scott Stanzel aveva affermato: «Non è esclusa un’ondata di violenze in Iraq nel caso di un’esecuzione di Saddam Hussein […] E’ un problema che comunque stiamo seguendo». Ci si aspettava, perciò, un’ondata di nuove violenze e la previsione non si è rivelata errata: circa dieci minuti fa, infatti, sono esplose due autobombe nelle città di Kufa e Baghdad: nel primo attentato, quello nella città sciita sono morte 30 persone e 45 sono al momento i feriti, nel secondo i morti sono 15 ed i feriti 25. Il buongiorno, purtroppo, non si vede dal mattino.

Etichette:

 
venerdì 29 dicembre 2006, posted by roberto.bonuglia at 14.42
In tempi come questi nei quali è l’autorealizzazione nel lavoro il desiderio ed il bisogno primario di ognuno di noi come potrebbe essere giudicata – se non folle – la decisione di un professore universitario, organista e scrittore di lasciare tutto e diventare medico? E, per di più, di intraprendere i nuovi studi per andare ad esercitare la professione nell’Africa Equatoriale Francese?
Questa fu la volontà di Albert Schweitzer, dimenticato premio Nobel per la Pace nel 1952. All’inizio del Novecento egli, tra l’incomprensione dei suoi cari e dei suoi familiari lasciò la cattedra universitaria ottenuta all’Università di Strasburgo per iscriversi alla Facoltà di Medicina dove in otto anni completò i suoi studi. Divenuto medico e sposatosi con Helene Bresslau partì per il Gabon e si stabilì nella cittadina di Lambarènè iniziando subito ad esercitare la nuova professione tra i malati ed i poveri del luogo.
Non mancarono certo le difficoltà: allo scoppio della Grande Guerra, in quanto tedesco, Schweitzer fu insieme alla moglie deportato in Francia come prigioniero di guerra; la malattia di Helene conseguenza della deportazione subita; lo scoppio del secondo conflitto mondiale che rese ancor più difficile ottenere rifornimenti per il suo ospedale creato ex novo in Africa.
Ma fu nelle difficoltà che il futuro Nobel fece la scoperta più importante che lo spinse a scrivere durante gli anni trascorsi in Gabon importanti opere di teologia e di filosofia della religione: il «rispetto per la vita».
Un richiamo questo che doveva essere applicato ad ogni settore dell’attività umana che entri in contatto con gli esseri viventi. Come ha ricordato Hans Walter Bähr nell’introduzione agli scritti del suo amico Schweitzer (Die Ehrfurcht vor dem leben grundtexte aus fünf jahrzehnten, Monaco, C.H. Beck, 1966): «L’uomo ha la possibilità di agire in favore della vita o di recarle danno, nei rapporti con il prossimo e nel suo atteggiamento nei confronti della natura, fino ai grandi problemi del nostro tempo legati alla pace, alla crescita sociale, ala cultura, alla ricerca scientifica, all’ecologia».
Il monito di Schweitzer fu quello di «rispettare e non danneggiare la vita». Questo fu, ad esempio, sia il messaggio del suo sermone tenuto il 23 febbraio 1919 nella Chiesa di S. Nicola a Strasburgo sia il principio cui orientò tutti i suoi lavori, specialmente il libro Kultur und Ethik (Monaco, C.H. Beck, 1923).
Schweitzer nelle sue opere elaborò una vera e propria «etica» del rispetto della vita attraverso la quale sarebbe stato possibile entrare in rapporto spirituale con l’universo. Nel 1963 egli sostenne che questa nuova etica poteva «penetrare nel profondo di noi stessi e suscitare la volontà e la capacità di creare una cultura spirituale, una cultura etica, che ci spinge ad agire e vivere in questo mondo ad un livello più elevato che nel passato». In altre parole l’etica del rispetto della vita avrebbe potuto trasformare gli uomini e fare di essi «persone nuove» che si sarebbero occupate e fatte carico sia del destino degli esseri umani sia delle sorti della vita che si muove intorno a loro «donando se stessi, come esseri umani, a quella creatura che ha bisogno di un essere umano».
L’etica di Schweitzer non avrebbe perciò permesso alla persona colta di vivere esclusivamente per la sua scienza, all’artista di vivere soltanto per la sua arte, a chi è molto occupato solo di esaurire i suoi doveri nella propria attività professionale. La scienza, l’arte, il lavoro hanno la loro importanza nella vita di ciascuno, ma i risultati di queste attività devono essere messi a disposizione di tutti per avere un’utilità e, perciò, un senso.
Un messaggio, quello del teologo di Kaisersberg, rivoluzionario quanto attuale al quale l’opinione pubblica mondiale diede negli Anni Cinquanta una certa importanza: Albert Einstein definì Schweitzer «il più grande uomo vivente»; la rivista americana Life, nel 1949, gli dedicò la prima copertina dell’anno; nel 1951, a Francoforte, ricevette il Premio della Pace; nel 1952 fu, come già ricordato, Nobel per la Pace.
Nel 1957, da Radio Oslo, fu diffuso, tradotto in varie lingue, un importante appello di Schweitzer contro l’utilizzo delle armi nucleari che precedette di qualche anno l’accordo di Mosca, stipulato il 25 luglio 1963 col quale le grandi potenze – Urss, Usa e Gran Bretagna – decisero insieme di non eseguire più esperimenti nucleari «né nell’aria né sotto l’acqua».
Fu un momento importante, nel quale Schweitzer sperò di vedere il primo passo verso la pace auspicando che tale accordo potesse essere «imposto e garantito da un’opinione pubblica comune a tutti i popoli interessati». Egli morì due anni dopo novantenne e per rendergli omaggio accorsero persone da tutto il mondo. Poi, per lui, l’oblio.

Etichette:

 
giovedì 28 dicembre 2006, posted by roberto.bonuglia at 16.39
Il primo che, recinto un terreno, ebbe l'idea di dire "questo è mio" e trovò della gente tanto semplice da crederlo, fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, guerre, assassini, quante miserie e orrori avrebbe risparmiato il genere umano colui che, strappando i picchetti e riempendo il fossato, avesse gridato ai suoi simili: "Guardatevi dal dare ascolto a questo impostore; siete perduti e vi dimenticate che i frutti sono di tutti e che la terra non è di nessuno".


Da Discorsi su l'origine e i fondamenti dell'ineguaglianza fra gli uomini, di Jean Jacques Rousseau, filosofo e scrittore francese, 1712-1778.

Etichette:

 
mercoledì 27 dicembre 2006, posted by vito.cirillo at 12.28
Lawrence d’Arabia, il cui nome preciso era Thomas E. Lawrence, fu un personaggio misterioso: ambiguo, nevrotico, esibizionista, stravagante da un lato; dall’altro, fu uno scrittore d’un certo talento, uno studioso raffinato, un patriota (anche se fortemente imperialista), un soldato capace di arditezze impensabili, un sognatore della libertà per i popoli arabi del deserto.
A proposito del suo essere sognatore, va ricordato quanto Lawrence scrisse nella sua opera biografica, I sette pilastri della saggezza. Nel capitolo introduttivo, troviamo scritto: «Tutti gli uomini sognano, ma non allo stesso modo. Quelli che sognano, di notte nei ripostigli polverosi della loro mente, scoprono, al risveglio, la vanità di quelle immagini; ma quelli che sognano di giorno sono uomini pericolosi, perchè può darsi che recitino il loro sogno ad occhi aperti, per attuarlo».
Lawrence apparteneva alla seconda categoria, quella dei sognatori «pericolosi», che sognano ad occhi aperti per attuare qualcosa che fermenta irresistibilmente in loro.
Ancora giovane e sconosciuto, Lawrence fu inviato dal governo inglese in Medio
Oriente, durante la prima guerra mondiale. Il compito affidatogli era quello di preparare delle carte geografiche per eventuali azioni contro la Turchia. Nell’attendere a questo compito, Lawrence scoprì anche in che modo si poteva impedire che ai Turchi giungessero rifornimenti dal deserto. Fu a questo punto che Lawrence divenne Lawrence d’Arabia. Dotato di acuta intelligenza e di non comune astuzia diplomatica, egli riuscì a convincere il popolo arabo a tentare una impresa quasi impossibile: marciare attraverso il deserto e conquistare Damasco. Qualche tempo dopo la riuscita di questa impresa, Lawrence, divenuto ormai
leggendario, ritornò in Inghilterra e si arruolò come soldato semplice nella R.A.F.
Il perché di tale condotta è rimasto sempre un mistero. Anche la letteratura se ne è occupata. Il drammaturgo Terence Rattigan, scrisse per il teatro un dramma in due atti dal titolo Ross, nome che Lawrence assunse per arruolarsi nella R.A.F.
Era autentico il filo-arabismo di Lawrence? Fu veramente il desiderio di libertà e di indipendenza degli Arabi a muoverlo? A queste domande si deve rispondere – in base agli studi e alle ricerche di Simpson e di Knightley –, che l’attaccamento di Lawrence per gli Arabi non era autentico ma subordinato allo scopo di estendere sui loro paesi il dominio britannico. Lawrence promise agli Arabi la libertà perchè consapevole del fatto che non c’era un modo migliore per indurli a combattere. A tale proposito, queste le testuali parole di Lawrence: «Dovetti partecipare al complotto […] Mi prestai all’inganno nella convinzione che l’aiuto arabo fosse necessario per la nostra rapida e poco dispendiosa vittoria in Oriente, e che fosse meglio per noi vincere e venir meno alla parola data che perdere».
Questo tradimento fece nascere in lui un senso di colpa che non riuscirà più a sradicare dal proprio animo. A causa di ciò, Lawrence rifiutò, ad esempio, il denaro guadagnato con la vendita del suo libro I sette pilastri della saggezza. Al riguardo, in una lettera del 19 marzo 1924 indirizzata a Charlotte Shaw – moglie di Bernard Shaw e confidente di Lawrence al punto che divenne ciò che la madre non era mai stata per lui – il Nostro così scrisse: «Continuare a perdere soldi sui miei dividendi dell’avventura fa parte dell’espiazione della mia colpa per avere ingannato gli Arabi».
L’odio per i Francesi fu una sua inestirpabile caratteristica che condizionerà il suo operato persino durante la Conferenza di Parigi allorché Lawrence, pur di sconvolgere la posizione francese nel Medio Oriente, organizzò la cessione di un prestito a un interesse del 6% a Feisal – e probabilmente a tutta l’Arabia – da parte di finanzieri ebrei internazionali. Un fatto questo che si ripercosse, in seguito, nella creazione dello Stato d’Israele.
Di che natura era il personaggio Lawrence? Dalle testimonianze, vien fuori come una persona sensibile, gentile, delicata. Anche l’accusa di omosessualità non ha trovato riscontri certi: è più presunta che altro.
L’opera I sette pilastri della saggezza viene ritenuta da molti zeppa di cose inesatte, esagerate; un’opera non completamente veridica. Il Lawrence più sincero è rintracciabile, quasi certamente, nelle lettere indirizzate a Charlotte Shaw. Fu a lei che Lawrence confidò molte cose intime, mai dette prima a nessuno. Fu a lei che Lawrence rivelò, le «ferite del suo animo», i propri veri stati d’animo. Il senso di colpa, di umiliazione sarà il motivo dominante della sua corrispondenza con la Shaw. «Sono cambiato ed il Lawrence che se ne andava in giro mostrandosi amico e gioviale con quella gente lì è morto. Peggio che morto. È uno straniero che una volta conoscevo; D’ora innanzi la mia vita sarà con questi ragazzi (quelli della R. A.F.), degradandomi nella speranza che un giorno mi sentirò veramente degradato al loro livello. Ho desiderio della gente che mi guardi dall’alto e mi disprezzi, e sono troppo timido per compiere quei passi vili che mi svergognerebbero pubblicamente e mi guadagnerebbero il loro disprezzo. Voglio insozzarmi esternamente così che la mia persona rifletta opportunamente la miseria che nasconde […] Sono troppo timido per cercare l’immondo. Ho paura di risultare un novellino in questo, quando l’avrò trovato. Per questo vado a soffocare nei bordelli di Lincoln e Navemby con i compagni».
E’ il ritratto di un uomo che nutre per sé e per gli altri un complesso sentimento di amore-odio, che è preda di un desiderio masochistico di espiazione e perfino di autodistruzione. E’ il ritratto di colui che fu considerato un personaggio emblematico della grandezza dell’Inghilterra imperiale. Un superuomo che seppe entusiasmare ed entrare nella leggenda. Nell’intimo suo, però, era un immaturo, un affetto da turbe psicopatologiche.
Lawrence morì nel 1935, causa di un incidente: la sua motocicletta si era schiantata contro una macchina. Una morte poco straordinaria per un superuomo che aveva affascinato gli spiriti più romantici e fantasiosi dell’epoca.

Etichette:

 
martedì 26 dicembre 2006, posted by roberto.bonuglia at 14.17

Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.
Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.
Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare;
chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.
Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.


Poesia tratta da Pablo Neruda, Ode alla vita e altre odi elementari, a cura di Giovanni Battista De Cesare [Passigli Editori, Milano, 2004].

Etichette:

 
lunedì 25 dicembre 2006, posted by roberto.bonuglia at 11.53

Il "Khayyam's blog" augura a tutti i suoi lettori un buon Natale ricordando che, in questi giorni, il blog non andrà in vacanza: potrete continuare a trovare nuovi materiali di lettura e approfondimento. Buona lettura!

Lo Staff del Khayyam's blog

Etichette:

 
domenica 24 dicembre 2006, posted by vito.cirillo at 13.53
Il polacco Abraham Joshua Heschel, professore di etica e mistica ebraica al seminario teologico ebraico di New York, è stato il piu’ sensibile e lucido filosofo del rifiuto delle filosofie della «morte dell’uomo». Laureatosi a Berlino nel 1933, successe a Martin Buber alla cattedra di Francoforte. A causa della persecuzione razziale dei nazisti egli dovette emigrare prima a Londra e poi negli Stati Uniti. Oltre ai volumi i cui temi sono strettamente filosofici, notevoli sono anche gli studi teologici e biblici di cui Heschel è stato autore. Si pensi ai volumi The Prophets (I profeti), The Theology of Ancient Judaism (La teologia dell’antico giudaismo), God in Search of Man (Dio alla ricerca dell’uomo), Israel, an echo of Eternity (Israele, un eco di eternità).
Ciò per cui, però, Heschel si è imposto all’attenzione dei lettori di qualsiasi parte del mondo è rappresentato dall’elaborazione e dallo sviluppo di una filosofia riguardante il significato che ha l’uomo oggi, il senso della sua vita nella civiltà tecnologica in cui viviamo.
L’interrogativo che Heschel si pone è: chi è l’uomo? Questo interrogativo è anche il titolo del libro più famoso di Heschel: Who is Man (Chi è l’uomo?), scritto nel 1965. Qualche anno prima, nel 1951, aveva già scritto un altro libro avente come tema l’uomo: Man Is Not Alone (L’uomo non è solo). Secondo Heschel, noi riusciamo a comprendere sufficientemente l’aspetto animale dell’uomo, ma la perplessità si presenta allorchè si cerca di chiarire che cosa si intende per «umanità dell’uomo». Dice Heschel: «L’uomo non è una tabula rasa. Diversamente da altri oggetti, il desiderio di conoscere se stesso è parte del suo essere […] Sappiamo ciò che l’uomo fa, ma non sappiamo che cosa egli è. Quando caratterizziamo l’uomo, per esempio, come un animale che fabbrica attrezzi o un animale pensante, ci riferiamo alle funzioni, non all’essere dell’uomo. Forse la tragedia dell’uomo moderno è dovuta al fatto che egli ha dimenticato di domandarsi: chi è l’uomo? L’incapacità di trovare la propria identità, di sapere che cosa è l’autentica esistenza umana, lo spinge ad assumere una falsa identità, a fingere di essere ciò che è incapace di essere o a non riuscire ad accettare ciò che si trova alla vera radice del suo essere. L’ignoranza riguardo all’uomo non è mancanza di conoscenza, ma conoscenza errata».
Questa «conoscenza errata» va sconfitta mediante la filosofia che deve essere uno strumento individuale mediante il quale si deve pervenire all’autoconoscenza di se stessi. Secondo Heschel, la natura dell’uomo è fatta di ciò che egli crede di essere e «l’immagine dell’uomo influisce sulla natura dell’uomo». L’autocomprensione o autoconoscenza, però, è incompleta se ci si limita ai fatti dell’essere umano, trascurando ciò che vi è implicato, perchè «l’io stesso è un insieme di fatti e di norme, di ciò che è come anche della consapevolezza di ciò che dovrebbe essere. L’essenza dell’essere umano è il valore in esso racchiuso».
Una vera autocomprensione deve, innanzitutto, essere caratterizzata dall’escludere ogni compiacimento e dall’interrogare se stesso, i propri atti ed i propri tratti. Heschel si pone le domande: «Siamo noi l’ultima generazione? E’ questa l’ultimissima ora per la civiltà occidentale? Che cosa succede nella vita dell’uomo, e come ci è dato com prenderlo?».
Per Heschel «questa è un’epoca in cui è impossibile meditare sulla situazione umana senza sentire vergogna, angoscia e disgusto, in cui è impossibile provare una gioia senza dolore e infinita sofferenza di, cuore, contemplare trionfi personali senza fitte di turbamento». Dopo Auschwitz e Hiroshima, la filosofia non può più essere quella di prima. La nevrosi, che è la malattia del nostro secolo, e più un fallimento della coscienza che una sconfìtta dei nervi. Dice Heschel: «Esteriormente l’homo sapiens può far credere di essere soddisfatto e forte; interiormente, però, è povero, bisognoso, vulnerabile, sempre sull’orlo della miseria, incline a soffrire spiritualmente e fisicamente». L’uomo, secondo Heschel, ha pochissimi amici in questo mondo; la stessa letteratura, che si occupa di lui, caratterizzata dal disprezzo, dal pessimismo, dalla decadenza, dal senso della morte. Questa è diffamazione dell’uomo – dice Heschel - e può significare la condanna di noi tutti. «L’annullamento morale conduce allo sterminio fisico. Se l’uomo è spregevole, perchè preoccuparsi per la estinzione della specie umana? L’eclissi dell’umanità, l’incapacità a percepire il nostro valore spirituale, a sentirci coinvolti nell’impegno morale, è di per sè una terribile punizione». Ma è possibile conoscere veramente se stessi? Il razionalismo afferma che qualsiasi cosa che esiste può anche essere conosciuta. Ma esso, secondo Heschel, non distingue «tra l’io come è nelle mie spiegazioni e l’io dato alla mia mente». Egli si domanda: «Che cosa rimane identico in me attraverso tutti i mutamenti e le trasformazioni che subisco, le forme di comportamento, le azioni e reazioni?».
L’esistenza è ancorata nella profondità; è impossibile studiare la vita di un albero scavando le sue radici. Scrive Heschel: «Al di là di ogni angoscia e ansietà il fattore più importante dell’autoriflessione è la preziosità della mia esistenza. Per me essa è unica, senza precedenti, senza prezzo; e mi oppongo al pensiero di dissiparne il significato. Dagli uomini di oggi, la vita, anche quando sia sentita come un peso, è profondamente amata, valutata come un bene supremo, accettata nella sua realtà. La verità dell’essere umano sta nell’amore di essere vivi. Solo in seguito all’estremo abuso e alla dissacrazione dell’essere, l’uomo infligge a se stesso la punizione del disgusto per il proprio essere». Questo senso di preziosità dell’essere s’accompagna al bisogno di ciò che è morale, di ideali e valori morali. Questi ideali e valori sono, per prima cosa, la solidarietà e la reciprocità: «l’uomo raggiunge la pienezza dell’essere nel legame sociale, nell’interesse per gli altri». Un altro valore è la santità, intesa come sensibilità per il sacro, che può essere percepito solo con il senso del sacro. Dice Heschel: «Sentire il sacro è sentire che cosa è caro a Dio».
Questo senso del sacro fa dire ad Heschel che l’uomo è «la manifestazione di un significato trascendente», questa trascendenza è chiamata Dio vivente. Tale Dio vivente è, biblicamente, alla ricerca dell’uomo. L’uomo, a sua volta, deve pervenire alla fede in Dio, non deve rifiutare la trascendenza: «Il rifiuto della trascendenza, che pretende di svelare la verità dell’essere, è una contraddizione interna, giacchè la verità dell’essere non sta all’interno dell’essere o all’interno della nostra coscienza dell’essere, ma è piuttosto una verità che trascende il nostro stesso essere». La ricerca del trascendente è inappagamento continuo, è uno stato di aspirazione e di tensione incessante verso «Qualcuno» che piu’ si crede di conoscere e meno si conosce.
La verità richiede di elevarsi continuamente, di lottare, perchè il fine è al tempo stesso in noi e al di là di noi. Bisogna riconciliare la visione di Dio con la nostra esperienza, dice Heschel.
Chi è l’uomo? E’ un essere posto nel travaglio, ma che ha i sogni e i disegni di Dio. Questa è la risposta di Abraham Heschel.
Per sei giorni, l’uomo deve lottare con il mondo, ma nel settimo giorno, il sabato, il giorno di festa, l’uomo deve interessarsi in modo particolare dei semi di eternità piantati nella sua anima, deve sintonizzare il tempo con l’eternità. Questo è il senso dell’opera The Sabbath: Its Meaning for Modern Man (Il sabato, il suo significato pr l’uomo moderno).

Etichette:

 
sabato 23 dicembre 2006, posted by vito.cirillo at 13.27
L’uomo è natura e fa parte della natura. La natura non è qualcosa di estraneo all’uomo: l’uomo stesso è elemento, sia pur il più alto, della natura e si alimenta di natura, vive nella natura, coesiste con la natura. Questo è un dato di fatto incontestabile, al di là di ogni concetto di natura dal punto di vista filosofico e scientifico. Sul piano empirico e pratico, è così.
Avere a cuore le sorti della natura è per l’uomo, quindi, la stessa cosa che avere a cuore le sue sorti. Non può salvare se stesso, se la natura muore. Se la natura vive, l’uomo può continuare a vivere. Se la natura muore, anche l’uomo non sopravviverà. E’ importante, perciò, che l’uomo migliori la qualità della sua vita, senza deteriorare la qualità dell’essere della natura. Il deterioramento della qualità della natura, nel suo vario essere, sarà, prima o dopo, inevitabilmente causa del deterioramento della qualità della vita dell’uomo stesso e, addirittura, potrà essere causa della rovina e dell’estinzione, alla fine, della vita dell’uomo.
Albert Schweitzer, una volta, un po’ sconsolatamente, si lasciò andare ad una triste profezia: «L’uomo ha perduto la capacità di prevedere e di prevenire. Andrà a finire che distruggerà la terra». Se continuiamo a considerare la natura come qualcosa di strumentale; se il nostro rapporto con la natura consiste solo nel sottometterla, nel non rispettarla, nel depredarla avidamente e sconsideratamente, allora la profezia di Schweitzer diventerà, purtroppo, realtà. Se volessimo ribaltare il concetto di «natura matrigna» caratterizzante la poetica di Giacomo Leopardi, dovremmo parlare di «uomo patrigno», per così dire, nei riguardi della natura.
Nel 1962, Rachel Carson, col libro Silent spring [poi tradotto in italiano col titolo Primavera silenziosa (Milano, Feltrinelli, 1963)] lanciò un accorato grido d’allarme a non di struggere il pianeta, esaminando le terribili conseguenze che l’uso, intenso e indiscriminato, degli insetticidi ha avuto sull’equilibrio della natura.
Gli “insetticidi chimici” indiscriminatamente usati, al posto di altri mezzi più innocui (come quelli biologici), hanno avvelenato la terra. La “mania insetticida” (come la definì lo stesso Carson) fu così posta sotto accusa e perse i suoi caratteri più morbosi, virulenti, folli. Ma altre “manie” distruttive hanno imperversato e continuano ad imperversare: all’uomo interessa consumare, consumare, consumare... Se non apre gli occhi e non si ravvede da tale stolta cecità, alla fine non gli rimarrà che consumare se stesso.
A pagina 15 del suo libro, Carson osserva quanto segue: «Parallelamente all’eventualità della totale estinzione del genere umano, in una guerra atomica, l’altro fondamentale problema della nostra epoca consiste, dunque, nella contaminazione dell’ambiente in cui viviamo ad opera di sostanze con un incredibile potenziale di devastazione sostanze che si accumulano nei tessuti delle piante e degli animali e penetrano anche nelle cellule germinali per distruggere o alterare i fattori dai quali dipende l’eredità e, in ultima istanza, la sorte stessa dell’umanità».
Data la situazione, quindi, si rende indispensabile, irrinunciabile ed indilazionabile un’inversione culturale: dal quattrocentesco antropocentrismo umanistico si deve pensare al “pancentrismo neoumanistico”.
Pico della Mirandola, nel Quattrocento, a proposito dell’uomo come libero artefice e sovrano costruttore di sé, scrisse, tra l’altro: «Tu la determinerai, costretto da nessuna barriera, secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti ho consegnato». Oggi, l’uomo che vuole determinare il suo destino, non “costretto da nessuna barriera”, non deve più sussistere. L’uomo deve sapere che ci sono delle “barriere” insuperabili, dei limiti non oltrepassabili, se vuole prolungare la sua esistenza sulla terra.

[L'immagine del post è una creazione dell'artista Anna Cecchetti, L'uomo responsabile della natura, olio su tela 100x70]

Etichette:

 
venerdì 22 dicembre 2006, posted by roberto.bonuglia at 11.14

Il Profeta disse: "L'ipocrita possiede tre caratteristiche: mente quando parla, non mantiene le promesse e non dà alcuna fiducia".

Brano tratto da I detti e fatti di Maometto [Hadith]

Etichette:

 
giovedì 21 dicembre 2006, posted by roberto.bonuglia at 14.33
La gioia di avere una patria dopo aver subito tante persecuzioni ed aver vissuto da sempre una storia «strana» fatta di paradossi ed ingiustizie, sono senza dubbio due sentimenti propri degli ebrei di Tel Aviv e delle altre città israeliane.
L’idea di Theodor Herzl – fare di Israele uno Stato degli ebrei – era nata proprio da questi presupposti. Dal momento in cui fu elaborata la teoria sionista è passato ormai più di un secolo e, come tutte le idee politiche, culturali ed ideologiche, anche il sionismo, dopo tutti questi anni, non può non essere oggetto di una revisione concettuale frutto di un processo, magari in questa fase solo avviato, di «secolarizzazione».
Ad oggi non è possibile tracciare con precisione gli scenari futuri del sionismo politico e culturale, ma una cosa può dirsi certa: dopo la prima guerra in Iraq degli americani il sionismo non è stato più l’unico importante riferimento culturale e politico del già fragilissimo arcipelago intellettuale israeliano. A rompere il monopolio intellettuale dei cosiddetti «sionisti tradizionali» sono stati i «post-sionisti» che – come ricordato nel 2004 da Fiamma Nirenstein in occasione della scomparsa di Naomi Shemer, poetessa e interprete della celebre Jerushalaim shel zahav – iniziarono a ritenere il sionismo «un’ideologia inutile».
A questo gruppo di sociologi, storici e scienziati della politica, formatisi prevalentemente in Gran Bretagna e in America, l' antisemitismo apparve come un retaggio del passato e tra di loro prese sempre più corpo la convinzione che Israele non avesse più bisogno della diaspora. I “Nuovi Storici” negli ambienti anglosassoni e statunitensi avevano fatto propri i modelli linguistici e concettuali del post-modernismo, del decostruzionismo alla Derrida e del liberalismo individualista ad oltranza applicandoli alla storia ed alla realtà politica israeliana. Essi rivisitarono così l’intera vicenda di Israele in chiave ideologica e, come sottolineato dalla Nirenstein, «dimenticarono che nel 1948 Israele era stata attaccata da 5 eserciti, figurandosi la guerra come un piano di transfer e di occupazione sionista».
Il sionismo assunse agli occhi degli storici post-sionisti i contorni di un fenomeno partorito dal nazionalismo colonialista europeo e dai suoi desideri espansionistici e razzisti: volto alla soppressione dei palestinesi, intrinsecamente autoritario e antiumanista, il sionismo era reo di aver imposto al Paese la sua falsa ideologia – e che come tale andava denunciata – fatta di verità occultate su cui era ormai necessario far luce.
L’occupazione dei territori, allora, non doveva più essere considerata come una conseguenza dell’attacco arabo, ma la risultante «dell’intima natura colonialista dello Stato degli ebrei» nonchè «la conseguenza morale di una sua ubriacatura militarista». In altre parole, era quella l’origine di ogni male, il punto focale dei problemi che caratterizzarono la vita dello Stato d’Israele e gli squilibri dell’intera area medio-orientale.
Si evince così ben facilmente quanto l’obiettivo finale di questa vera e propria revisione storica e teorica attuata dal post-sionismo sia in realtà la costruzione di un nuovo Stato liberale, individualista e a-nazionale, magari con un nome nuovo privo di qualunque simbolo sionista ed ebraico. Una soluzione, questa, che non si fatica certo a definire come tipicamente «revisionista».

Etichette:

 
mercoledì 20 dicembre 2006, posted by vito.cirillo at 0.37

L'ultimo passo della ragione è di riconoscere che ci sono infinite cose che la sorpassano


Da I pensieri [Milano, Sonzogno, 1911], di Blaise Pascal, filosofo francese, 1623-1662

Etichette:

 
martedì 19 dicembre 2006, posted by vito.cirillo at 0.29
I Meridiani Mondadori ripubblicano le opere di uno scrittore italiano, tra i più originali e innovativi: Carlo Cassola.
E' l'autore de La ragazza di Bube, de Il taglio del bosco, de Il cacciatore, di Un cuore arido, di Fausto e Anna, e di altri romanzi e racconti. Col suo stile, accantonò la prosa d'arte e si distinse per una lingua pura ed essenziale. Pur essendo romano, le vicende delle sue opere si svolgono fra Volterra, Grosseto e Siena. Cassola, però, non fu solo un narratore, ma scrisse anche saggi storico-politici nei quali espresse con forza le sue idee pacifiste e antimilitaristiche.

Etichette: , , , , , ,

 
lunedì 18 dicembre 2006, posted by vito.cirillo at 1.22

Lasciami solo quel poco
con cui possa chiamarti il mio tutto.
Lasciami solo quel poco
con cui possa sentirti in ogni luogo
e venire a te in ogni cosa
e offrirti il mio amore ogni momento.
Lasciami solo quel poco
con cui non possa mai nasconderti.
Lasciami solo la catena
con cui possa legarmi al tuo volere
e il tuo fine sia realizzato nella mia vita
e che è la catena del tuo amore.

Da Poesia di Rabindranath Tagore, poeta, filosofo, drammaturgo, musicista e naturalista indiano, 1861-1941.

Etichette: , , , ,

 
domenica 17 dicembre 2006, posted by vito.cirillo at 0.43

Io voglio e non raggiungo mai la meta;
voglio, ma fuggo purtroppo
(quale miseria!) il bene che anelo
e seguo il male a me tanto odioso.

Vieni, o Grazia, o luce santa,
perchè in me ci sia l'accordo;
se domi con la dolce tua fermezza
quest'uomo a te così ostile,
colui che schiavo è della morte
tuo volontario schiavo sarà.

Da Inni spirituali, di Jean Racine, poeta e drammaturgo francese, 1639-1699.

Etichette: , , , , ,

 
sabato 16 dicembre 2006, posted by vito.cirillo at 22.14
Il cinema cinese acquisì una certa popolarità, in Occidente, con il film Lanterne rosse di Zhang Yimou, nel 1991.
Yimou è un regista della quinta generazione del cinema cinese. E' dotato di un grande talento figurativo e di un notevole pathos drammatico.
Lanterne rosse è ambientato nella Cina degli Anni Venti del secolo scorso e raffigura usanze tradizionali come quella di porre una lanterna rossa davanti alla porta della moglie con la quale il poligamo signore cinese vuole trascorrere la notte. Quando la donna cade in disgrazia, la sua lanterna viene ricoperta da un velo nero.
Con ritmo lento, il regista si sofferma su ambienti e persone, ricorrendo a raffinate inquadrature.

Etichette:

 
giovedì 14 dicembre 2006, posted by vito.cirillo at 11.23

Dopo l'isolazionismo khomeinista e l'aperturismo di Khatami, l'Iran di Ahmadinejad sta imponendo il proprio ruolo nella politica mondiale.
Non si può pensare, infatti, di non tener conto dell'Iran nel voler trovare una soluzione ai problemi che affliggono il Medio Oriente. Lo ha capito anche il Presidente statunitense Geroge W. Bush, a causa soprattutto delle pressioni esercitate da importanti personalità democratiche, quali Nancy Pelosi, Presidente del Congresso, dopo la vittoria dei democratici nelle recenti elezioni di medio termine.
L'alleanza dell'Iran con la Siria e la presenza degli Hezbollah, sciiti filo-iraniani, nel Libano, non possono portare i diplomatici occidentali e non ad escludere l'Iran, e conseguentemente la Siria, dalle trattative e dai negoziati per conferire un assetto più sicuro e pacifico ai Paesi mediorientali. A tale riguardo, va apprezzata la posizione del Governo italiano, favorevole a far entrare in giuoco sia l'Iran sia la Siria.
E' chiaro che le difficoltà da superare sono tante e i nodi da sciogliere sono intricati, ma non c'è altra via che quella di un paziente, continuo e instancabile lavoro diplomatico.

Etichette:

 
mercoledì 13 dicembre 2006, posted by vito.cirillo at 14.01
Al vincitore del premio Nobel per la letteratura di quest'anno, Orhan Pamuk, turco, ben si addice lo slogan del nostro blog "stretta di mano fra Occidente e Oriente". Egli, infatti, ritiene che sia evitabile il cosiddetto conflitto di civiltà, di cui parlò Samuel Huntington, negli Anni Novanta. L'Occidente e l'Oriente possono incontrarsi con le loro civiltà, se vengono emerginati i rispettivi estremismi e se ci si incontra sul piano degli scambi culturali senza pregiudizi e - soprattutto da parte dell'Occidente - senza presunzioni di superiorità.
Nato nel 1952, a Istambul, Orhan Pamuk si è affermato con romanzi di notevole qualità narrativa quali La casa del silenzio, Il libro nero, La nuova vita, Neve, Il mio nome è rosso. Quest'ultimo romanzo è di notevole rilievo nella produzione letteraria di Pamuk: in esso si contrappongono, in modo dialettico, il tradizionalismo e il modernismo islamici, rappresentati rispettivamente dallo zio Effendi e dal nipote Osman, due abili miniaturisti. Romanzo di intrighi alla corte del Sultano, ma anche d'amore. Gli episodi si svolgono nel 1591, a Istambul. Nel 2005, Pamuk ricevette il prestigioso Premio per la Pace, a Francoforte.

Etichette:

 
martedì 12 dicembre 2006, posted by vito.cirillo at 1.27
Nel 1956, il regista giapponese, Kon Ichikawa, girò un vero e proprio capolavoro, L'arpa birmana. E' un film sulla guerra. In particolare, sull'ostinato rifiuto, da parte giapponese, che la guerra fosse finita: era una realtà che faceva fatica a penetrare nella mente dei soldati giapponesi. Nel luglio del 1945, in Birmania, un drappello di militari giapponesi era nel territorio birmano. Questo drappello incontra uno strano uomo, che ha un'arpa, che regge con una mano, e un pappagallo su una spalla. E' un soldato giapponese unico sopravvissuto dopo una terribile battaglia in cui erano morti tutti i suoi compagni. Un bonzo buddista curò le sue ferite. Ristabilitosi, cercò di ritornare a casa. Durante il tragitto, s'imbattè in cumuli di cadaveri senza sepultura. Questo gli fece capire quale doveva essere la sua missione: seppellire quei poveri cadaveri. A tale scopo, va da una zona all'altra per compiere la sua opera di pietà, sia pur riguardante cadaveri.
E' un bel film ricco di pathos, che non lascia indifferente lo spettatore. Talora il ritmo è lento, ma le scene sono memorabili.
Non è manierato misticismo, quello di Ichikawa, ma sensibile e umana rappresentazione degli orrori della guerra e del rispetto che anche i morti meritano, degni di onorata sepoltura

Etichette:

 
lunedì 11 dicembre 2006, posted by vito.cirillo at 0.55

Io non ho mai sentito tanto di vivere quanto amando, benchè tutto il resto del mondo fosse per me come morto. L'amore è la vita e il principio vivificante della natura, come l'odio il principio distruggente e mortale. Le cose sono fatte per amarsi scambievolmente, e la vita nasce da questo. Odiando, benchè molti odi sono anche naturali, ne nasce l'effetto contrario, cioè distruzioni scambievoli, e anche rodimento e consumazione interna dell'odiatore.

Brano tratto da Memorie di Giacomo Leopardi, poeta italiano (1798-1837)

Etichette: , , , , , , , ,

 
domenica 10 dicembre 2006, posted by vito.cirillo at 11.32

Agisci in modo da considerare l'umanità sia nella tua persona, sia nella persona di ogni altro, sempre anche come uno scopo, e mai come semplice mezzo.


Brano tratto da I. Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, Pavia, Mattei Speroni, 1910.

Etichette:

 
sabato 9 dicembre 2006, posted by vito.cirillo at 12.28
Al sionismo politico di Teodoro Herzl si aggiunse il sionismo culturale che aveva lo scopo di realizzare una patria spirituale ovvero fare della Palestina un centro spirituale grazie alla cui opera gli ebrei di tutto il mondo potessero raggiungere una loro unità interiore. Anima di quest'opera fu Chaim Weizmann, che si adoperò per giugere a una sintesi del sionismo politico e di quello culturale. In pratica, fu creato un Centro sionista palestinese, nel 1907, a Giaffa. Successivamente, nel 1918, sarà fondata una Università ebraica.

Brano tratto da V. Cirillo, Il Medio Oriente, Roma, Ardesia Edizioni, 2006, pp. 4-5.

Etichette:

 
venerdì 8 dicembre 2006, posted by vito.cirillo at 12.28

Il Profeta disse: "Dio creò cento parti di misericordia, tenendone novantanove per sè e inviandone una sulla terra. Grazie a questa porzione, le creature sono misericordiose l'una con l'altra, cosicchè perfino la giumenta solleva i propri zoccoli dal puledro per paura di calpestarlo" E aggiunse: "Chi non è misericordioso non riceverà misericordia".

Da I detti e i fatti di Maometto [Hadith]

Etichette:

 
giovedì 7 dicembre 2006, posted by roberto.bonuglia at 12.16
La guerra civile in Libano scoppia nel 1975. E’ il 13 aprile quando, in un quartiere di Beirut, Ain Remmaneh, quattro uomini da un auto sparano su una piccola folla di fedeli cristiani che assiste alla consacrazione di una chiesa. Sono quattro i morti e sette i feriti.
Poco dopo, un autobus pieno di Fedayn che tornano da una parata militare viene crivellato di colpi: ventisette di loro perdono la vita. La spirale di violenza dalla quale si originerà la più dolorosa delle guerre, quella civile, è ormai innescata.
Nella guerra del 1975 due sono gli attori principali: i palestinesi ed i cristiani maroniti. I primi contano sull’appoggio del Fronte dei Partiti e delle Forze Progressiste Nazionali, quest’ultime guidate da Kamal Joumblatt, leader druso già presidente del Partito Socialista Progressista. I maroniti, invece, si sono organizzati nel Fronte Libanese, un movimento politico che raccoglie il Partito Kataeb – i cosiddetti “falangisti” di Pierre Gemayel –, il Partito Nazionale Libanese, i Guardiani dei Cedri, l’Ordine dei Monaci Libanesi ed, infine, le Brigate Marada.
Lo scoppio della guerra civile, innestato dai due attentati rivelava un problema ben più profondo: il coefficiente di accrescimento della popolazione musulmana, molto più elevato di quella cristiana, aveva limitato fortemente la legittimità del «patto nazionale» , ossia dell’inedita formula di governo libanese che aveva per qualche anno garantito al paese un periodo di pace e di relativa stabilità economica, politica, sociale.
Grazie alla sua favorevole posizione geografica – tipica degli «Stati cuscinetto» – ed all’intraprendenza commerciale – di eredità fenicia – dei propri abitanti, soprattutto negli Anni Cinquanta e Sessanta il Libano, da sempre tramite ideale tra i paesi industrializzati e gli Stati arabi, aveva conosciuto un momento di inatteso sviluppo e di dinamica modernizzazione.
Basti pensare che cinque erano ora le Università attive nel Paese dei Cedri: all’Università Americana ed a quella Cattolica di San Giuseppe, fondate rispettivamente nel 1866 e nel 1881, si erano poi aggiunte nel 1950 quella Maronita di Jouniè, tre anni dopo quella Statale del Libano ed, infine, quella Araba istituita nel 1960.
Insieme alla proliferazione degli atenei negli Anni Sessanta era cresciuto molto in Libano anche il settore terziario: prima della guerra civile operavano nel Paese, infatti, circa un centinaio tra grandi banche e compagnie di assicurazione, entrambe sostenute dall’ingente afflusso di capitale estero. Al contempo, le altre strutture economiche evidenziavano però una sostanziale fragilità dell’assetto prduttivo: l’agricoltura era scarsamente valorizzata e lo sviluppo industriale non risultava essere sufficientemente incentivato.
La guerra civile del 1975 causò, perciò, danni ingentissimi agli impianti idustriali operanti entro i confini libanesi ed il prezzo pagato dal Paese in termini di vite umane di certo non migliorò una situazione già di per sé difficile: alla crisi politica si era, infatti, accompagnata una ben più grave crisi economica che mise in ginocchio la piazza commerciale più ricca e vitale del Medio Oriente.

Etichette:

 
mercoledì 6 dicembre 2006, posted by vito.cirillo at 12.35

Questa sublime arte è una forma di creatività che ha bisogno di alcuni basilari elementi per essere attuata. La forma, il colore e la luce sono accompagnati dalla realtà d'arte che può anche non essere una meccanica riproduzione della realtà naturale. Subentra la fantasia pittorica che dà vita al simbolismo pittorico le cui caratteristiche sono l'espressione della varietà di contenuti e di forme dipendenti dal singolo artista.
Il tutto deve essere realizzato sul quadro, una superficie piana su cui trarre un succedersi di piani e un alternarsi di forme che consentono la rappresentazione di quegli elementi dell'immaginazione che sono alla base della spinta creativa dell'artista.
Il colore, poi, è importante nella pittura, perchè accentua l'evidenza della singola espressione di fantasia e dà forza, accezione visiva e caratterizzazione espressiva al prodotto artistico che è il quadro nella sua finale realizzazione. Da qui i vari e sempre nuovi stili che caratterizzano la storia della pittura.

Etichette: , , , , , , , , , ,

 
martedì 5 dicembre 2006, posted by vito.cirillo at 14.31
Gli aspetti politici del regime feudale sono fondati su un rapporto governante-governati che è rapporto fra padrone e schiavo, e non rapporto fra Stato e cittadino. I legami personali hanno così grande importanza nel governo feudale ed essi raggiungono la loro massima efficacia a livello locale e regionale.


Brano tratto da Al Misri
del pubblicista egiziano Ibrahim Amer

Etichette:

 
lunedì 4 dicembre 2006, posted by roberto.bonuglia at 11.46
Dopo la fondazione dello Stato di Israele e l’arrivo nel Libano dei profughi palestinesi si registrò, a causa dell’avvio della Guerra Fredda, una maggior presenza operativa dei due blocchi – quello sovietico e quello atlantico – che riprodusse, nell’intera area medio-orientale, il frazionamento politico dell’ordine internazionale. Per il Libano iniziò allora a prendere forma un triste destino: quello di diventare uno Stato cuscinetto e – come sottolineato da Georges Corm nel suo ottimo lavoro Il Libano contemporaneo. Storia e Società (Milano, Jaca Book, 2006) – di servire da «scacchiere in miniatura» dei grandi conflitti che, in quegli anni, scuoteranno l’intera regione.
La prima grave crisi fu quella del 1958 quando lo scoppiarono scontri tra cristiani nazionalisti e musulmani panarabisti inducendo l’allora presidente libanese filo-occidentale Camille Chamoun a chiedere l’intervento dei marines americani – circa 10.000 – che, sbarcando a Beirut il 15 luglio, ristabilirono l’ordine risolvendo così la situazione critica creatasi.
Nonostante il ritorno alla normalità, la rivolta del 1958 aveva già evidenziato, sul territorio libanese, la tendenza a cristallazzarsi dei conflitti in atto nella regione visto che, come osservato dal lavoro di Corm, «un certo numero di responsabili politici accettava di svolgere il ruolo poco glorioso di mandatari accomodanti, finanziati e armati dalle varie potenze regionali e internazionali». Non sarà quindi un caso se, nel 1964, quando fu fondata l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) essa stabilì a Beirut il proprio quartier generale.
Dopo la Guerra dei Sei Giorni arabo-israeliana del giugno 1967 altri 400.000 palestinesi trovarono rifugio all’ombra dei cedri del Libano. L’esodo al quale furono costretti i profughi contribuì a modificare sensibilmente la composizione etnica dello Stato in favore dei musulmani e ciò, insieme alla presenza logistica delle basi logistiche dell’Olp – centro operativo della guerriglia palestinese in Medio Oriente – rese necessaria la stipula degli Accordi del Cairo. Essi furono siglati tra il Capo di Stato Maggiore dell’esercito nazionale libanese Emile Boustani ed il leader dell’Olp Yasser Arafat il 3 novembre 1969 per ricomporre le tensioni che avevano già originato, a suo tempo, la rivolta del 1958.
Ma nelle basi dell’Olp l’addestramento dei Fedayn continuò e ciò rese necessario un nuovo accordo, il Protocollo di Melkart volto a regolare nello specifico le attività dell’Olp stessa entro i confini del Libano. Nonostante gli sforzi della diplomazia, nella prima metà degli Anni Settanta, alla recrudiscenza degli attacchi contro Israele corrisponderà un intensificazione dei raid di rappresaglia compiuti in Libano da Gerusalemme, allora capitale dello Stato ebraico. Il paese dei cedri sarà sempre più il «tragico e muto scenario» di quella che il giornalista e politico libanese Ghassan Tueni in uno dei suoi editoriali più celebri apparsi sul quotidiano An-Nahar ha giustamente definito «una guerra per gli altri».

Etichette:

 
domenica 3 dicembre 2006, posted by vito.cirillo at 20.35
Un grande regista, non molto conosciuto, in verità, fu il russo Dziga Vertov. Fu uno dei massimi esponenti del cosiddetto cinema puro ossia il cinema basato sulla riproduzione della realtà sic et simpliciter, senza sceneggiatura preconfezionata e attori professionisti. Il capolavoro di Vertov è L'uomo con la macchina da presa, girato a Mosca, nel 1929, prima dell'avvento del sonoro. Gli abitanti di Mosca erano gli attori. Con la sua macchina da presa, Vertov entrò nella vita della città, ritraendola nei suoi vari aspetti, quelli che più impressionarono il regista. Non c'è recitazione, c'è vita reale ripresa dalla macchina da presa: un preciso e attento documentario sulla vita quotidiana di una grande città dall'alba in poi.
Il film si apre con una inquadratura totale di una sala cinematografica vuota e si chiude con la stessa sala piena di pubblico. Il regista sembra indicare che il cinema, pur essendo rappresentazione, non deve celare la realtà al pubblico. Si può quasi parlare di neorealismo ante litteram.

Etichette:

 
sabato 2 dicembre 2006, posted by vito.cirillo at 1.07

Il peso è la radice del leggero ed il tranquillo è principe del moto per questo il saggio sempre quando agisce non lascia mai la calma gravità e sebbene abbia gloria, abbia splendore calmo vi sta con superiorità che sarà se un padrone di diecimila carri prende con leggerezza in sè l'impero se è leggero perderà i ministri ma se corrivo, perderà lo Stato.

Da La regola celeste, di Lao-Tse, filosofo cinese.

Etichette: , , , , ,

 
venerdì 1 dicembre 2006, posted by vito.cirillo at 16.57


Nella terra c'è bene un rifugio che ripari l'uomo dalle offese, e un ritiro per chi tema l'odio dei nemici.


Tratto da Shanfara [poeta dell'Arabia preislamica], Il bandito del deserto, Firenze, Fussi, 1947.

Etichette:

 
Image Hosted by ImageShack.us